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Azione nonviolenta - Luglio Agosto 1997 PDF Print E-mail

VERSO UN CORPO CIVILE DI PACE PER LA TRASFORMAZIONE NONVIOLENTA DEI CONFLITTI
Angela Dogliotti Marasso e Nanni Salio

POLITICA ESTERA E SICUREZZA COMUNE DELL'UNIONE EUROPEA
Paolo Bergamaschi

IL CORPO CIVILE DI PACE ARRIVA A MONTECITORIO
MaoValpiana

INTERVENTO POLITICO PER GLI ALBANESI DEL KOSSOVO

DAL LAGER DI MAUTHAUSEN UN SEGNO DI SPERANZA
Mao Valpiana e Sam Biesemans

DIFFONDIAMO I VALORI DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZA
Intervista a Sam Biesemans

UN'ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEI CONSUMATORI ETICI ?
Luca Chiarei eFranco Gesualdi

SAMUEL RUIZ IL VESCOVO MEDIATORE
Jean Francois Riviere

GLI INDIOS ZAPATISTI OSTACOLANO GLI AFFARI
Raffaele Crocco

IL TAOISMO DI CHUANG-TSU LA CORRENTE REALISTA DEL CONFUCIANESIMO
Claudio Cardelli

OBIETTORI ALL GUERRA E COSTRUTTORI DI PACE: SUPERARE LE ALLEANZE MILITARI CON LA NONVIOLENZA
Alexander Langer

DALL'OBIEZIONE DI COSCIENZA AL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE ?
Stefano Guffanti

RECENSIONI

SI E’ SVOLTO A PESARO UN CONVEGNO INTERNAZIONALE

Verso un Corpo Civile di Pace per la trasformazione nonviolenta dei conflitti

di Angela Dogliotti Marasso

Il convegno di Pesaro “Verso un corpo civile di pace, il ruolo dell’unione europea. Strumenti per una trasformazione nonviolenta dei conflitti internazionali” del 30-31 maggio, 1 giugno, è stato una tempestiva ed efficace risposta alla domanda che periodicamente, di solito durante una crisi acuta, chi è impegnato nelle lotte per la pace si sente risolvere: “Dove sono i pacifisti? Dove sono i nonviolenti?”
Sono a discutere, proporre, immaginare che ci possa essere anche un altro tipo di intervento in situazioni di conflitto: quello civile e disarmato di gruppi preparati al peace-making, al peace-keeping, al peace-building.
I militari possono al massimo fermare una guerra in atto, ma non riescono a “fare la pace”. Per evitare che situazioni di tensione e di conflitto possano trasformarsi in guerra aperta servono interventi di efficace prevenzione, strumenti di mediazione e di diplomazia popolare ed istituzionale, capaci di garantire spazi di dialogo e di comunicazione tra le parti. Per tentare di ritessere il tessuto dilaniato da conflitti ormai giunti al punto estremo della guerra aperta non bastano operazioni di polizia internazionale come possono essere, nella migliore delle ipotesi, gli interventi dei caschi blu dell’ONU, ma occorrono dei “caschi bianchi” di intermediari civili e disarmati, qualcuno propone anche dei “caschi rosa”, per sottolineare il ruolo che potrebbe essere svolto da gruppi costituiti da sole donne, come in effetti è già avvenuto ed avviene nella ricca esperienza di diplomazia popolare che il Movimento delle donne ha espresso intervenendo in zone calde come il Medio Oriente e l’ex-Jugoslavia.
Per ricostruire una società in cui siano ripristinati i diritti umani, civili e politici di tutti ed in cui a ciascuno siano garantite possibilità di vita dignitosa non servino armi ma risorse umane e materiali da investire, con il coinvolgimento diretto delle popolazioni interessate.
Tutto ciò è stato ribadito durante il convegno, che ha visto la partecipazione di europarlamentari, di esperti in ricerca per la pace italiani e stranieri, di donne e uomini di diversi movimenti ed associazioni che hanno raccontato la loro esperienza nel campo della mediazione e dell’intervento nonviolento in situazioni di conflitto.
È stato un appuntamento importante per stabilire un collegamento tra esperienze di base ed istanze istituzionali, reso possibile dalla valida collaborazione e dal contributo del Parlamento europeo, del Comune e della Provincia di Pesaro, della Regione Marche, della campagna OSM, ai quali va ancora il nostro caloroso ringraziamento.

Continuare la ricerca

di Nanni Salio

Su un tema così complesso, difficile e impegnativo come quello della creazione di un corpo civile di pace, non bisogna cadere in facili illusioni. È necessario proseguire la ricerca in almeno tre principali direzioni:

• Mappa delle esperienze: oltre le esperienze ricordate in questo convegno, ne esistono molte altre talvolta poco conosciute e valorizzate, ma non per questo meno importanti, condotte sovente da piccoli gruppi, in particolar modo da donne. Tra le altre, è importante ricordare la rete di esperienze e di relazioni tessuta dalle “donne in nero”, presenti in molteplici situazioni di guerra. Anche l’incessante lavoro delle PBI costituisce un esempio significativo della possibilità di operare in situazioni di gravi conflitti e violazione dei diritti umani.

• Dinamica e gestione nonviolenta del conflitto: è necessario continuare un lavoro approfondito di ricerca e di confronto tra diverse scuole di pensiero su che cosa si intende per conflitto, sulle diverse tipologie, sulle tecniche di gestione, trasformazione e risoluzione, sugli aspetti che riguardano le dinamiche individuali e collettive, la psicologia di massa e la psicologia del profondo, nonché i rapporti tra scale diverse (micro, meso e macro).

• Cause del conflitto: non bisogna dimenticare, ingenuamente, che molte delle attuali strutture sociali, politiche, militari, culturali ed economiche su scala nazionale e internazionale sono fonti di continue instabilità e di conflitti violenti che degenerano facilmente verso la guerra. Occorre rimuovere queste cause, mentre contestualmente si lavora alla costruzione di alternative nonviolente per la soluzione dei conflitti. Ma l’intervento preventivo continua ad essere quello che con maggior probabilità può portare a risultati positivi. È necessario anche interrogarsi su quali potrebbero essere le strutture che creano condizioni di stabilità, di pace positiva e di nonviolenza.

Diventare operativi

Pur tra le molte difficoltà che i nostri movimenti incontrano, è necessario che da incontri come questi nasca una maggiore fiducia nella possibilità di raggiungere obiettivi concreti, anche se intermedi. Ribadiamo quindi l’impegno collettivo per realizzare i seguenti punti:

• Scuola di formazione al peace-keeping nonviolento: è una condizione necessaria e indispensabile perché qualsiasi progetto di corpo civile di pace possa concretizzarsi e uscire da una fase “artigianale”. Già da tempo stiamo cercando di realizzare le condizioni perché si possa avviare tale scuola e ci impegneremo ulteriormente per superare gli ostacoli finora incontrati.

• Proseguire l’azione di base e di pressione istituzionale: la prima forma di azione è una precondizione perché le istituzioni prendano seriamente in considerazione le proposte presentate in varie sedi, dal Parlamento Europeo all’ONU. È necessario quindi rafforzare il movimento di base nonviolento e per la pace, aggregandone le molteplici componenti verso un progetto unitario. Nel contempo non occorre abbandonare l’azione diretta dei piccoli gruppi, ma anzi occorre potenziarla, sostenerla, divulgarla.

• Promuovere altri momenti di incontro: è necessario moltiplicare le occasioni di incontro e di riflessione su questo tema, non attendendo tempi lunghi, ma intensificando le iniziative. Ci proponiamo quindi, oltre ad una tempestiva pubblicazione degli atti del convegno, di organizzare in altre sedi nuovi momenti di formazione e di riflessione.

Ringraziamo tutti coloro che hanno reso possibile questo importante e ricchissimo convegno, a cominciare da Luciano Capitini, Luciano Benini, lo staff organizzativo del Movimento Nonviolento. Un caloroso ringraziamento va a tutte le istituzioni coinvolte, da quelle locali (Comune e Provincia di Pesaro), alla Regione Marche, sino al Parlamento Europeo. Ringraziamo inoltre gli ospiti stranieri che hanno permesso di avere un quadro internazionale di enorme ricchezza e infine un ringraziamento ai giovani traduttori e ai partecipanti tutti.

DOPO IL VERTICE DI AMSTERDAM

Politica estera e sicurezza comune punti deboli dell’Unione Europea

di Paolo Bergamaschi

La politica estera comune
Il vertice dell’Unione Europea di Amsterdam di fine giugno doveva costituire un punto di svolta nel processo di integrazione europea.. Nella capitale olandese l’ospite più indesiderato era sicuramente la politica estera e di sicurezza comune di cui tutti chiedono a gran voce una radicale revisione per evitare le brutte figure degli ultimi anni ma su cui tutti sembrano avere idee molto diverse e contraddittorie. È possibile oggi arrivare a definire e rafforzare una politica estera comune che non sia la semplice sommatoria di interessi geo-politici dei singoli paesi membri? È possibile sganciarla dai condizionamenti emotivi che periodicamente affliggono l’opinione pubblica e contenere l’uso distorto che di questa viene fatto a fini interni e, nel contempo, individuare i meccanismi di controllo democratico che superino la ristretta dimensione inter-governativa? E, soprattutto, è possibile ridefinire gli obiettivi dell’azione esterna dell’Unione rendendo prioritaria una vera e attiva politica di prevenzione delle crisi e di risoluzione pacifica dei conflitti?

Il punto della situazione
Dopo la crisi jugoslava i paesi dell’Unione Europea hanno avvertito l’urgenza di dotarsi di adeguati meccanismi d’allerta precoce ed individuare nuovi e più efficaci strumenti di intervento per far fronte a conflitti di “fine secolo” la cui natura non è assimilabile ai precedenti. La disgregazione dell’impero sovietico ed il crollo del muro di Berlino hanno scatenato questioni etniche mai sopite e prodotto tensioni intra-statali che sono improvvisamente esplose in crisi di difficile gestione.
Il Parlamento Europeo ha così deciso di mettere in piedi una “Rete per la Prevenzione dei Conflitti”, cioè un osservatorio capace di mettere a fuoco in tempi rapidi le potenziali aree di crisi fornendo un’approfondita analisi della situazione ed individuando le possibili soluzioni.
Ma l’Unione Europea è già dotata di altri strumenti di interventi che, se utilizzati, avrebbero potuto dimostrarsi di estrema efficacia. Tutti gli accordi commerciali dell’Unione Europea con i paesi terzi contengono una “clausola per i diritti dell’uomo e la democrazia”. In caso di mancato rispetto dei diritti della persona, di violazione dello stato di diritto e del venir meno delle libertà democratiche l’Unione Europea è chiamata ad interrompere i rapporti economici sottoscritti con quel paese. Si tratta, come si può facilmente intuire, di una straordinaria arma di pressione che, però, fino ad oggi non è quasi mai stata applicata se non in pochissimi ed irrilevanti casi che hanno, ancora una volta, messo in evidenza i limiti di una politica estera che vive solo in una dimensione mercantile. L’ufficio ECHO (European Community Humanitarian Office), poi, ha svolto in questi anni un ottimo lavoro nel campo dell’azione umanitaria anche se perdura una scarsa visibilità dell’Unione che rimane, comunque, il più grande donatore di aiuti su scala mondiale. Va detto, comunque, che l’intervento umanitario serve molto spesso come alibi per mascherare un’incapacità di fondo ad intervenire politicamente.

Un corpo civile europeo di pace
In questo contesto si inserisce la proposta di istituire un corpo civile europeo di pace. Mentre, da una parte, si insiste per incorporare le funzioni dell’Unione Europea Occidentale (l’organizzazione militare formata da alcuni paesi dell’Unione Europea assieme ad alcuni paesi non membri) nell’Unione Europea dando così un carattere militare predominante alle politiche di cooperazione in materia di difesa, dall’altra ci si muove con l’obiettivo di ampliare il concetto di sicurezza connotandolo con strumenti di azione civile. Il Parlamento Europeo ha già adottato in molte risoluzioni la proposta del Corpo Civile di Pace senza, però, ottenere risposte concrete da parte della Commissione Esecutiva e del Consiglio dei Ministri. Allo stato attuale è quasi impossibile mettere d’accordo tradizioni di schieramento e difesa storicamente diverse (nell’Unione Europea vi sono quattro paesi neutrali) ma è possibile fornire una risposta comune ad una legittima e pressante esigenza di sicurezza valorizzando e potenziando la diplomazia preventiva e la gestione civile delle crisi.

Una proposta concreta
In questo campo l’Unione Europea ha già prodotto esperienze interessanti che potrebbero essere utilizzate come base a partire, per esempio, dall’”European Community Monitoring Mission (ECMM) nella ex-Yugoslavia. Questa iniziativa aveva come compito originario la scorta dell’esercito yugoslavo in uscita dalla Slovenia agli inizi della crisi. È stata successivamente estesa al controllo delle tregue, alla supervisione dello scambio dei prigionieri ed al monitoraggio complessivo della situazione con risultati alterni non ancora approfonditamente valutati. Vi è inoltre il grosso limite che il personale impiegato è formato in buona parte di militari in congedo o distaccati dai governi dei singoli paesi membri con evidenti conseguenti problemi per quanto riguarda una vera e propria interposizione civile che possa portare alla riconciliazione fra le parti e alla ricostruzione della fiducia. Altri ritengono che una fondazione esterna all’Unione ma finanziata da questa e gestita da un consorzio di organizzazioni non governativa potrebbe raggiungere meglio gli scopi prefissati ma questa seconda ipotesi presenta molti ostacoli difficilmente superabili dal punto di vista istituzionale. È chiaro, comunque, che è necessario trovare un punto di incontro fra il versante istituzionale e il lato non governativo al fine di arrivare al pieno coinvolgimento di tutti i potenziali attori e mettere a frutto le innumerevoli esperienze in materia del mondo eco-pacifista.

UNA MOZIONE IN PARLAMENTO
Il Corpo Civile di Pace arriva a Montecitorio

Il Movimento Nonviolento ha predisposto il testo di una Mozione parlamentare per la creazione di un Corpo Civile Europeo di Pace, e l’ha inviato a tutti i deputati.
La mozione fa proprie le indicazioni già approvate dal Parlamento Europeo, grazie anche alle proposte e al lavoro iniziato da Alexander Langer e poi proseguito dai movimenti europei per la pace. Nella lettera di accompagnamento inviata ai parlamentari si dice che “anche l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha sostenuto l’idea di contingenti non militari da inviare nelle situazioni di crisi per un lavoro di ristabilimento della pace; le preoccupanti notizie provenienti dalla Somalia, la guerra in Bosnia, la crisi in Albania, dimostrano quanto sia urgente per l’Unione Europea e gli Stati membri dotarsi di strumenti adeguati ad affrontare i nuovi conflitti di fine secolo”.
Fino ad oggi già una cinquantina di parlamentari, di vari gruppi politici hanno sottoscritto il testo che pubblichiamo qui a fianco.

Per un Corpo Civile Europeo di Pace

La Camera dei Deputati

premesso che:

a) i nuovi scenari internazionali, apertisi nel 1989 dopo il crollo del Muro di Berlino, hanno visto crescere tensioni e conflitti, sfociati anche in vere e proprie guerre

b) le Nazioni Unite e l’Unione Europea non possiedono adeguati strumenti di intervento rapido e si sono finora affidate alle forze armate di singoli stati membri

c) le “missioni di pace” con funzione umanitaria trovano spesso difficoltà di attuazione per mancanza di adeguati strumenti e di specifica preparazione dei militari

d) i recenti fatti in Albania e le allarmanti notizie sulla Somalia confermano l’inadeguatezza di un intervento umanitario affidato a corpi armati militari

e) l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato diverse risoluzioni sull’impiego, nelle situazioni di crisi, di un particolare tipo di contingente denominato “Caschi Bianchi” da attivare, in tempi rapidi, in collaborazione con Organizzazioni Non Governative

f) il Parlamento Europeo ha riconosciuto questo ruolo della società civile affermando che “un primo passo verso un contributo nella prevenzione del conflitto potrebbe essere la creazione di un Corpo Civile Europeo (che includa obiettori di coscienza) con il compito di addestrare osservatori, mediatori e specialisti nella risoluzione dei conflitti”

g) il Parlamento Europeo ha accolto l’idea di istituire un Corpo Civile Europeo di Pace “per rafforzare l’azione umanitaria, consentire la risoluzione pacifica dei conflitti, impedire l’insorgere di nuovi conflitti e misure necessarie a creare un clima di fiducia”

tutto ciò premesso

la Camera dei Deputati invita il Governo a proporre, in sede di Conferenza intergovernativa di riforma dei Trattati sulla politica estera e la sicurezza comune, la creazione di un Corpo Civile Europeo di Pace, con funzione di “peacekeeping”, istituito dall’Unione Europea sotto gli auspici delle Nazioni Unite.

LA POLVERIERA DEI BALCANI

Un intervento europeo non armato anche per gli albanesi del Kossovo

La missione “Alba”, in cui l’Italia e altri sette paesi europei sono impegnati in Albania, è definita “umanitaria” ma riveste una notevole importanza politica non solo per lo Stato albanese, ma anche per le comunità albanesi di Macedonia, Montenegro e Kossovo che, complessivamente, contano oltre 3.000.000 di persone, cioè un numero uguale a quello degli albanesi di Albania.

E l’intervento europeo per fermare la destabilizzazione in atto in Albania dimostra che è stato avvertito il pericolo che la disgregazione dello Stato albanese costituirebbe per tutta l’area balcanica e meridionale con conseguenze che potrebbero rivelarsi disastrose per l’intera zona del Mediterraneo sud-orientale oltre che per l’intera Europa, anche a causa della precarietà degli accordi di Dayton. Pertanto, in una struttura sociale come quella albanese, rivelatasi anche alla luce dei recenti avvenimenti in Albania decisamente clanica, l’efficacia dell’intervento umanitario è destinato a misurarsi necessariamente sulla efficacia delle sue conseguenze politiche.

Infatti solo se l’Italia e l’Europa, al di là e al sopra dell’intervento militare in atto, si impegneranno in concreto affinché l’Albania diventi realmente un’area di “influenza etnica stabilizzante” potrà ritenersi salvo il difficile equilibrio geopolitico dell’intera area dei Balcani meridionali. In caso contrario si andrà inevitabilmente incontro ad un conflitto armato destinato ad allargarsi anche agli Stati vicini in cui risiedono più o meno numerose comunità albanesi, la cui bassa o alta intensità dipenderà unicamente dagli interessi messi in gioco dai locali signori della guerra e dalla criminalità organizzata che già sta facendo affluire nell’intera area un’enorme quantità di armi.

È necessario quindi che in questo momento l’Italia e l’Europa assumano le proprie responsabilità non solo nei confronti dello Stato albanese, ma anche nei confronti delle altre comunità albanesi che avanzano da anni la rivendicazione dei loro diritti. E soprattutto è doveroso che intensifichino il lavoro diplomatico dando il giusto rilievo alla resistenza non-violenta che circa tre milioni di Albanesi del Kossovo - regione della Repubblica Federale Jugoslava (Serbia e Montenegro) - attuano dal 1991 in risposta alla repressione e alla continua violazione dei diritti umani che sono costretti a subire da parte del Governo serbo e che potrebbe aumentare in conseguenza della maggiore attenzione che l’Europa sta rivolgendo all’Albania. Solo così si potrà prevenire un conflitto armato che inevitabilmente coinvolgerebbe anche gli altri paesi in cui risiedono le comunità albanesi.

Ed è altrettanto necessario che un deciso e non più procrastinabile intervento ufficiale dell’Europa in favore degli albanesi del Kossovo, che costituiscono la più numerosa delle comunità albanesi residenti fuori dall’Albania e anche l’unica che con determinazione e a carissimo prezzo è protagonista della più ampia forma di resistenza non-violenta in atto oggi nel nostro continente, assuma un carattere sia politico che umanitario.

Politico in quanto tutta l’Europa deve sentire le responsabilità in primo luogo di far uscire dall’isolamento la resistenza non-violenta degli albanesi del Kossovo discutendo nelle opportune sedi istituzionali la loro situazione già ignorata dagli accordi di Dayton; e, secondariamente promuovendo sia la convocazione di una Conferenza Internazionale in cui siano discussi ufficialmente i problemi riguardanti l’Albania e tutte le comunità albanesi residenti in Stati diversi dall’Albania, sia istituendo i Corpi Civili di Pace Europei da inviare in queste zone.

L’aspetto umanitario di un tale necessario intervento degli Stati Europei riguarda i numerosi profughi albanesi del Kossovo (soprattutto giovani che hanno rifiutato di prendere le armi durante la recente guerra nella ex Jugoslavia) rifugiatisi in Germania, Svizzera, Austria, Francia, Italia, Grecia e i paesi nord-europei, il cui numero, dal ‘91 a oggi, è stimato tra i 400.000 e i 600.000. La loro situazione infatti è oggi altrettanto drammatica di quella dei profughi provenienti dall’Albania in quanto diversi Stati stanno revocando loro il permesso di soggiorno, costringendoli così a tornare in Kossovo dove sono considerati “disertori” dal governo serbo e dove alcuni rimpatriati sono già stati arrestati e sottoposti a gravi maltrattamenti e punizioni.

È necessario quindi che parallelamente alla missione “Alba” in corso in Albania, condotta da otto paesi europei, tutti i Governi d’Europa si attivino quanto prima per convocare insieme una Conferenza Europea che affronti chiaramente i problemi politici ed umanitari sia del Kossovo sia delle altre comunità albanesi.

Campagna per una soluzione
nonviolenta in Kossovo
c.a. 8, 74023 Grottaglie (TA)
tel/fax 099.5662252

ANCHE GLI OBIETTORI NELL'OLOCAUSTO DELLO STERMINIO NAZISTA

Dal lager di Mauthausen un segno di speranza e due simboli nonviolenti contro il neo nazismo

di Mao Valpiana

Imparino i vivi dal destino dei morti, sta scritto sul monumento al centro del campo di Mauthausen, uno dei luoghi di sterminio più feroci del nazismo. E' una frase di speranza, che guarda ai vivi, al domani, mentre tutto intorno trasuda di sangue e di morte. Faceva impressione sentire la corale di giovani tedeschi cantare le musiche di pace e di gioia di Miki Theodorakis davanti al muro del pianto, là dove venivano allineati nudi, spogliati di tutto -anche del nome- i nuovi prigionieri arrivati al Schutzhaftlager, "campo di internamento protettivo".
Il 17 maggio per iniziativa del Beoc (L'ufficio europeo per l'obiezione di coscienza), con il patrocinio del Consiglio d'Europa e il consenso del governo Austriaco, una delegazione di obiettori di coscienza provenienti dai paesi di tutta Europa, ha inaugurato una targa dedicata ai giovani tedeschi che durante il nazismo rifiutarono di entrare nella Wehrmacht di Hitler.
Andare a Mauthausen è un viaggio nella memoria. E' un luogo vivo che dal 1939 al 45 ha visto passare più di 195.000 prigionieri, per farli lavorare nelle cave di pietra o nell'industria bellica pesante. Oltre 105.000 sono morti, ammazzati o deceduti per i patimenti delle condizioni di vita, la fame, il freddo. A Mauthausen si moriva nelle camere a gas, cammuffate da docce, per impiccagione, con il colpo alla nuca, e poi si finiva nei forni crematori. Furono sterminati in questo modo prima i detenuti comuni, poi comunisti e socialisti tedeschi, fu quindi la volta dei polacchi e degli ebrei, degli spagnoli repubblicani che furono deportati anche con i bambini, e poi artisti, intellettuali, sacerdoti, prigionieri di guerra dall'Unione Sovietica, prigionieri politici dalla Francia, dal Belgio, dall'Olanda, dall'Italia.
Furono 22.000 i disertori e obiettori di coscienza condannati a morte dai tribunali militari nazisti dal 1940 al 45. Oltre 15.000 di queste condanne furono eseguite e moltissimi giovani renitenti furono sterminati proprio a Mauthausen.
Oggi quella targa, posta a fianco di quella del popolo ebraico, degli zingari, degli omosessuali, dei prigionieri politici, testimonia che gli obiettori di coscienza furono tra le vittime principali del nazismo, scientificamente sterminati perchè costituivano un reale pericolo destabilizzante per il regime. E furono annientati senza nemmeno il diritto alla qualifica di obiettori o disertori (già di per sè elemento eversivo), archiviati solo come numeri negli elenchi degli asociali o dei delinquenti comuni. Ci sono voluti 50 anni per far emergere questa verità storica.
L'iniziativa di Mauthausen è stata affiancata da un convegno che ha riunito i rappresentanti dei 300 vecchi disertori sopravvissuti al nazismo (ancora in attesa di risarcimento e riabilitazione) e i 200 mila giovani disertori dalla guerra della ex-Jugoslavia, rifugiati in Europa, che non possono tornare in patria perchè sarebbero colpiti da pene severe. Due generazioni di disertori, vittime di guerre atroci, si sono incontrate per chiedere che in base alle norme internazionali venga loro riconosciuto lo status di obiettori aventi il diritto ed il dovere di rifiutare la partecipazione ai crimini di guerra consumati nella Germania degli anni 40 e nella Bosnia degli anni 90.

L’INAUGURAZIONE DELLA TARGA

Davanti al muro del pianto

Care amiche, cari amici,
oggi noi siamo qui al campo di concentramento di Mauthausen, giunti da più parti d'Europa.
Siamo venuti per due diverse ragioni: da una parte il simbolo del campo di concentramento di Mauthausen; dall'altra il simbolo dell'obiezione di coscienza, il fucile spezzato che esprime il rifiuto di partecipare alla guerra e alla sua preparazione.

1) Il terribile campo di Mauthausen rappresenta un simbolo per la nostra memoria collettiva, così come lo sono Dachau in Germania, Auschwiz in Polonia e gli altri luoghi di sterminio nazista sparsi in tutta Europa.
Si tratta del simbolo di ciò che noi vogliamo che la Storia non conosca più: simbolo dell'umiliazione e dello sterminio di tutto ciò che era diverso dal regime nazista.
Questa ideologia totalitaria voleva annientare tutto ciò che era diverso dal punto di vista della razza, della religione, della filosofia di vita o dell'opinione politica.
Questo campo di concentramento di Mauthausen, che è visitato ogni anno da moltissimi giovani, è una testimonianza vivente di un dramma della storia recente dell' Europa e dell' umanità.
Il simbolo interpella la coscienza delle nuove generazioni affinchè operino perchè una tale follia totalitaria e di morte non abbia più luogo.
Questo dramma, causato dal nazismo e dal fascismo, anche se è accaduto più di 50 anni fa, lascia ancora delle profonde ferite in molte famiglie in Europa e altrove nel mondo.
Io vedo qui il nostro amico Massimo Valpiana, del Movimento Nonviolento italiano, il cui nonno, resistente civile antifascista, è morto nella camera a gas di Mauthausen. Io penso allo zio di mia moglie Carla, qui presente, che come partigiano fu ucciso dai nazisti che occuparono il Piemonte. Io penso anche a mio padre che è stato prigioniero di guerra non lontano da qui, a Krems.
Pressochè ogni famiglia in Europa è stata toccata, seppur con diverso peso, da questa guerra.
Dopo questi milioni di morti, dopo tanto orrore, i popoli europei hanno accettato di unire i loro destini. Anche se imperfetto, il grande cantiere politico della costruzione europea mostra che è possibile creare una zona di pace grazie alla cooperazione e alla solidarietà reciproca fra i popoli.

2) La seconda ragione per la quale noi siamo qui, è attorno al simbolo del fucile spezzato. Noi siamo qui per rendere omaggio ai 25.000 obiettori di coscienza, disertori e renitenti, che sono stati uccisi dal regime nazista perchè rifiutarono di partecipare all' avventura guerrafondaia e all'olocausto. Franz Jagerstetters, obiettore di coscienza austriaco, era uno di questi.
Ma noi vogliamo rendere omaggio non solo a coloro che sono morti; noi rendiamo omaggio anche a quei pacisfisti, obiettori e disertori antinazisti che hanno potuto evitare la morte. Siamo felici di avere tra noi Ludwig Baumann e i suoi amici vittime dei tribunali militari nazional-socialisti.
Io vorrei approfittare di questa occasione per dirvi come trovo incredibile che le autorità politiche della Germainia post-nazista abbiano atteso più di 50 anni per accettare il principio della loro riabilitazione, anche se discutibile nella sua formulazione.
Il valore della testimonianza di questi obiettori di coscienza sotto il nazismo è universale.
Da allora la Storia ci ha riservato altre guerre, alcune più circoscritte ma non meno orribili. Il fenomeno della decolonizzazione ha conosciuto la guerra d'Algeria combattuta dalla Francia, durante la quale milioni di giovani francesi hanno disertato.
25 anni fa molti soldati americani rifiutarono di bombardare al napalm i contadini vietnamiti. Più recentemente 200.000 cittadini dell'ex-jugoslavia si sono rifugiati in europa occidentale per non partecipare alla guerra di pulizia etnica condotta nei loro paesi. E ancora, ricordiamo quei soldati russi che hanno rifiutato di bombardare la città di Grozny e di combattere la guerra contro i Ceceni.
La coscienza umana è l'ultimo baluardo contro la tirannia.
L'obiezione di coscienza al servizio militare ha fatto recentemente molti progresssi grazie al suo riconoscimento come diritto umano fondamentale da parte delle Nazioni Unite, del Consiglio d'Europa e del Parlamernto Europeo.

In conclusione, dobbiamo far sì che i simboli attorno ai quali oggi siamo riuniti ci spronino sempre più a lottare per l'abolizione delle cause di guerra e per impedire la rinascita del razzismo, dell'antisemitismo, delle idee neo-fasciste e neo-naziste e di altre forme di pensiero totalitario politico o religioso.
Molti di noi sognano un' Europa dove non esista più lo spirito di conquista militare; vogliamo un' Europa che faccia delle prevenzione dei conflitti il punto forte della sua politica estera.
Che la forza del pensiero e della testimonianza di personalità come Gandhi, Martin Luther King e Franz Jagerstetter guidi i nostri passi verso una società più nonviolenta e più fraterna.

Sam Biesemans
Presidente del BEOC
Bureau Europeen de L’Obiection de Conscience
Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza
Mauthausen, 17 maggio 1997

Per la resistenza nonviolenta nella Wehrmacht
Contro la guerra e i suoi crimini
Per gli obiettori di coscienza e i disertori
In memoria delle migliaia di vittime della giustizia militare nazista


INTERVISTA A SAM BIESEMANS DEL BEOC DI BRUXELLES*

Diffondiamo i valori dell’obiezione di coscienza perché l’Europa del duemila sia terra di pace

Come è nata l'idea di una iniziativa del Beoc al campo di concentramento di Mauthausen?
Un po' per caso: due anni fa ero in vacanza in Austria, e passando vicino a Mauthausen, ho voluto visitare il campo. Vedendo tutte quelle targhe sul muro del pianto, ho pensato che sarebbe stata una buona cosa metterne una in omaggio a tutti gli obiettori e disertori che rifiutarono l'esercito nazista. Tornato a Bruxelles ho formulato la proposta al Beoc, che ha avviato subito il progetto, coinvolgendo anche il Forum europeo della Gioventù del Consiglio d'Europa. Per noi era importante mantenere vivo il dibattito per la riabilitazione degli obiettori tedeschi che disertarono dall'esercito nazista durante la seconda guerra mondiale: la targa era un modo per attirare l'attenzione dell'opinione pubblica su questo tema. E poi c'è l'attualità del problema dei giovani dell' ex-jugoslavia che hanno disertato dalla guerra nazionalista di pulizia etnica. Attorno alla targa commemorativa abbiamo così voluto organizzare un convegno che ha fatto incontrare queste due diverse generazioni di obiettori: i vecchi obiettori vittime del nazismo e i giovani obiettori della guerra di Bosnia, per dimostrare l'universalità dell'obiezione di coscienza.
Tutto il progetto ha riscontrato molto interesse. E mi sembra che sia riuscito perfettamente.
E' stato importante anche come contributo per far accettare all'Austria e alla Germania la loro storia. La popolazione civile conosceva bene la realtà dei campi di concentramento, ma a quell’epoca fingeva di non vedere e oggi ha rimosso questa convivenza. E' forse anche per questo che la proposta di riabilitazione dei disertori ha fatto molta fatica ad essere accettata in Germania. Ci sono voluti più di 50 anni.

Qual è oggi, in un' Europa in forte cambiamento, la realtà dell'obiezione di coscienza?
In Europa occidentale vi sono 200.000 giovani rifugiati dalla ex-jugoslavia, che hanno rifiutato di prestare il servizio militare per non andare in guerra. Sono di fatto dei disertori per i loro paesi di origine, Corazia, Serbia, Bosnia. Quindi c'è il problema politico del loro rientro. La situazione nei loro paesi non è ancora stabile per cui nel loro futuro c'è ancora molta incertezza. Per questo dobbiamo far pressione sui governi europei affinchè non rimpatrino questi giovani fino a quando non ci saranno delle serie garanzie giuridiche sulla loro posizione, di rispetto e riconoscimento come rifugiati politici e obiettori di coscienza.
La solidarietà internazionale dunque è molto imporante.
In Grecia siamo riusciti a smuovere il governo fino a far formulare una legge per l'istituzione del servizio civile alternativo. Ma ci sono voluti anni di iniziative e mobilitazioni internazionali. In Turchia la situazione è ancora molto chiusa, e c'è bisogno di una forte solidarietà internazionale. Nel resto dell' Europa orientale la situazione è in forte evoluzione. Sono società in cambiamento e bisogna aiutare i governi a sviluppare il servizio civile alternativo. Mi sembra che ci sia parecchio interesse su queste tematiche, per cui come movimento per la pace dobbiamo sviluppare al massimo i contatti con le realtà giovanili dell' Europa centrale ed orientale.
L' Europa occidentale va invece verso la soppressione del servizio militare obbligatorio e questa nuova relatà vedrà di conseguenza anche l'abolizione del servizio civile per gli obiettori, dunque il movimento per la pace europeo deve ripensare una nuova strategia.

L'Europa sta andando verso la creazione di un esercito europeo o verso l'attuazione una politica di prevenzione dei conflitti?
La politica di prevenzione dei conflitti è un interesse recente della politica europea. Nel Parlamento Europeo c'è molta attenzione su questo tema , la Commissione ha avviato recentemente una relazione sulla prevenzione dei conflitti per l'Africa. Ma il problema vero è che l'Unione Europea non ha una propria politica estera. Gli stati nazionali non vogliono rinunciare alla propria politica estera. Le diplomazie di Parigi, Londra, Bonn, vogliono tenere stretta la loro piccola geo politica, le loro influenze dirette. E' anche per questo che è difficile sviluppare una politica europea di sicurezza comune. La politica preventiva sui conflitti è un segmento della politica estera, e quindi finchè non avremo politica estera comune sarà impossibile avviare seriamente iniziative di prevenzione dei conflitti. Ma io penso che una seria politica di prevenzione dei conflitti potrebbe rappresentare un vero salto di qualità per l'Unione Europea, anche perchè realizzare una politica comune di prevenzione dei conflitti, sarebbe forse più facile che accordarsi per un esercito comune europeo. In questo senso la situazione dei vari paesi è troppo diversa. Vi sono paesi che hanno una tradizione militare indipendente, fuori dalla Nato, altri che sono usciti da relativamente poco tempo da una politica coloniale, altri ancora hanno già avviato una certa integrazione...
Realisticamente non credo che la conferenza intergovernativa di Amsterdam che si terrà a giugno saprà affrontare in modo innovativo il capitolo della politica estera. Ma noi dobbiamo portare avanti il discorso e cercare di influenzare in questo senso gli stati membri. Mi sembra non irrealistico pensare che l'Europa avrà negli anni duemila una politica di prevenzione dei conflitti...


In Italia è in atto un dibattito sulla ristrutturazione dell'esercito: abolizione della leva, servizio militare femminile, servizio civile nazionale...Qual è il tuo giudizio?
L' abolizione della leva obbligatoria è un fenomeno già avvenuto in Belgio, ora è in corso in Olanda, e anche la Francia si sta avviando su questa strada. Ovviamente nessuno di noi piange per la soppressione del servizio militare... Il dibattito sul fatto che l'esercito professionista sarebbe pericoloso mentre l'esercito con leva popolare sarebbe democratico, è molto ideologico.
Dobbiamo ricordarci che il colpo di stato dei colonnelli in Grecia è avvenuto con un esercito di leva e anche in Cile un esercito dove i coscritti erano la maggioranza non è riuscito ad impedire il colpo di stato dei generali di Pinochet contro il Presidente Allende. Dunque questo argomento a difesa dell'esercito popolare, mi sembra un po' debole.
Secondo me è importante garantire il diritto all'obiezione di coscienza anche quando l'esercito è su base volontaria. Bisogna inserire l'obiezione nei diritti costituzionali: questo perchè in caso di reintroduzione della leva obbligatoria (per esempio in una situazione bellica) non si debbano ripetere daccapo i dibattiti sui principi dell'obiezioe (in una situazione pre bellica non vi sarebbe la necessaria serenità).
Naturalmente il fatto che non ci sia più il servizio civile degli obiettori rappresenta una novità per il movimento per la pace. Oggi gli obiettori in servizio rappresentano un fatto dinamico, i movimenti pacifisti vengono a contatto con moltissimi giovani, e il servizio civile è anche un momento di formazione per nuovi quadri del movimento che in questo modo si assicura un continuo ricambio generazionale. Bisogna fare attenzione che il movimento per la pace, con la scomparsa del servizio civile per obiettori, non diventi un piccolo club di vecchi, privo di un vitale ricambio; bisogna trovare il modo di rimanere una struttura aperta, restando in contatto con la realtà che cambia.

Cosa ne pensi del servizio civile nazionale?
Il servizio civile nazionale ha poco a che fare con l'obiezione di coscienza, nel senso che l'obiezione nasce nel momento in cui vi è l'obbligo del servizio militare; dunque quando sparisce l'obbligatorietà del servizio di leva, cade anche il riferimento specifico all'obiezione. Il servizio civile nazionale è certamente una cosa buona, ma non è un campo specifico di azione del movimento per la pace. E' comunque importante essere attenti a questa nuova realtà, come occasione per i giovani di apertura ad un' esperienza di solidarietà, uscendo dall'orizzonte familiare prima di entrare nel mondo professionale. E' importante anche spingere perchè nel servizio civile nazionale e internazionale vi sia uno spazio per attività di volontariato nel campo della pace, dei diritti umani, dell' educazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, della cooperazione internazionale allo sviluppo, e così via.

Com' è l'esperienza del servizio civile europeo?
Dobbiamo cercare di dare sempre di più una dimensione internazionale al servizio civile, uscire dai confini nazionali. Il servizio volontario europeo è già una realtà, in funzione sperimentale dal 1996. In prospettiva può diventare un fenomeno importante.
Per i giovani italiani andare in servizio civile all'estero può essere un' occasione interessante, stimolante, sia per imparare le lingue, sia per aprire nuovi orizzonti culturali, conoscere giovani di altri paesi, uscire dalla propria realtà locale, apprezzare la diversità nelle abitudini, nei cibi, nella cultura. La mescolanza dei giovani contribuisce certamente alla costruzione di una nuova Europa più solidale, più fraterna, e abbassa i pericoli di nuovi integralismi o nuove avventure nazionaliste.

Oggi in Europa vi sono spinte diverse: da una parte la ricerca di una maggiore integrazione comune, dall'altra la nascita di nuovi stati, di proposte secessioniste...Unità e divisioni...
E' certo che un processo di integrazione europea porta anche a diminuire il ruolo degli stati nazionali, sviluppando una politica a livello regionale, favorendo la cooperazione tra regioni confinanti ma appartenenti a stati diversi. In questo senso assistere al deperimentoo degli stati tradizionali, realizzando però nel contempo una maggiore integrazione politica economica e sociale, è meno grave. La tendenza generale comunque è quella di dare più potere alle regioni. Questo sta avvendendo in Gran Bretagna, dove uno dei punti forti della politica laburista è di realizzare una profonda politica regionale. Questo accade già in Belgio dove i parlamenti regionali hanno lo stesso potere del parlamento nazionale.
Se tutto ciò avviene in un sistema di solidarietà europea, ben integrato, non è un fenomeno grave. La solidarietà tra regioni povere e ricche si realizza meglio nell'ambito di un quadro forte europeo.
Abbiamo anche visto che queste divisioni possono avenire in modo non violento. In Cecoslovacchia lo stato si è diviso con un divorzio consensuale, che non ha causato nessun trauma. Non so se sia stata una buona scelta da un punto di vista economico, ma è certo che la separazione tra Cechi e Slovacchi è avvenuta senza violenza.
Il problema della Lega in Italia è molto diverso. Non si può paragonare la situazione italiana a quella della Gran Bretagna dove la Scozia è una realtà culturale veramente diversa da quella inglese, per tradizione, lingua, cultura; é dunque ovvio che vi sia una richiesta di indipendenza, di maggior autonomia politica all'interno del Regno Unito.
Anche in Belgio le due diverse realtà dei Fiamminghi e dei Valloni corrispondono a diversità linguistiche, culturali, economiche, quindi un fenomeno di reciproca autonomia è comprensibile.
In Italia invece non esiste una cultura padana, Bossi vuole solo spaccare lo Stato per separare le regioni ricche da quelle povere. E' un calcolo solo economico, che non corrisponde a una reale diversità. Il fatto poi che regioni transfrontaliere vogliano cercare maggior collaborazione, ad esempio il Veneto con la Slovenia, è una cosa logica. Che potrà avvenire ancor meglio all'interno di una Euroregio. Ma tutto questo è molto diverso dalla secessione.

* Bureau Europeen de l’Obiection de Conscience
rue van Elewyck 35, 1050 Bruxelles (Belgio)
intervista a cura di Mao Valpiana

UN COORDINAMENTO DI ASSOCIAZIONI PER LE CAMPAGNE DI BOICOTTAGGIO

Verso un’ associazione nazionale dei consumatori etici?

La proposta é lanciata, se ci sei batti un colpo


È certamente indubbio che sempre di più sta crescendo l’attenzione nei riguardi delle responsabilità che tutti noi, in quanto consumatori, abbiamo nei confronti delle disuguaglianze Nord-Sud. Di conseguenza crescono anche le iniziative di sensibilizzazione e azione, fra le quali il consumo etico e il boicottaggio a determinate aziende responsabili di situazioni specifiche di ingiustizia. La domanda che poniamo allora è se è coerente e politicamente sostenibile che si continui a procedere ognuno per conto suo, che si organizzino tante campagne di boicottaggio contro questa o quella azienda oppure se è preferibile e opportuno inquadrare queste iniziative in una organizzazione complessiva che sappia sintetizzare e concentrare energie e risorse?

Capire la situazione, tentare una risposta.
Chi legge queste pagine è senz’altro consapevole che il modello di sviluppo economico dei paesi industrializzati del Nord del pianeta continua ad allargare sempre di più la forbice tra ricchi e poveri. Ed è altrettanto consapevole che da soli i metodi tradizionali di intervento poeti in essere dalle istituzioni nazionali ed internazionali, basati sulla politica degli aiuti alimentari, dei prestiti economici, del trasferimento di tecnologie avanzate, non sono in grado di dare una soluzione al quotidiano scenario della fame e della disperazione del Sud del pianeta.
Ricercare alternative concrete, che possano nascere dal basso e essere alla portata quotidiana di tutti noi.
Oggi pertanto l’obiezione di coscienza che è necessaria in questa nuova realtà, deve entrare nel merito dell’organizzazione economica della società dei consumi.
Siamo infatti davanti ad un contesto economico di violenza strutturale al quale tutti, a prescindere dalla nostra consapevolezza politica e morale, partecipiamo quotidianamente in quanto consumatori. È infatti in funzione dei gusti, orientamenti ed aspettative dei consumatori, di ciascuno di noi, che le grandi multinazionali operano le loro scelte strategiche sul mercato mondiale, Alex Langer scriveva nell’introduzione del libro “Lettera ad un Consumatore del Nord” : “...ciò che questa lettera ci propone non è meno importante (...) Ci viene proposto di usare finalmente quel piccolo potere che la nostra società ci lascia, e che agli effetti pratici conta di più del voto o dello sciopero, e di usarlo dalla parte del Sud del mondo. Il piccolo potere è il potere del consumatore: parola orrida, perché mette a nudo la dimensione vera del nostro ruolo... ma termine realistico per designare la funzione che ci spetta nel potente universo delle merci e del denaro”.
Dobbiamo pertanto ricercare alternative concrete, che possano nascere dal basso ed essere alla portata quotidiana di tutti noi. Il problema fondamentale è dunque quello di porre una relazione concreta fra la dimensione personale e quella politica, cioè comprendere la connessione che lega la nostra quotidiana esperienza personale con la dimensione strutturale dei conflitti sociali e tradurla in atti concreti che inducono al cambiamento.

Una associazione di consumatori etici.
A partire da questa esigenza si colloca la nostra proposta di una associazione dei consumatori etici, una associazione cioè nella quale sia promosso il dovere del consumatore a non acquistare prodotti per i quali si sia violentato, sfruttato e ridotto in miseria un solo essere umano. Una associazione che rivendichi il diritto non solo ad un prodotto valido, efficiente ad un pezzo giusto, ma anche un mercato nel quale arrivino solamente merci giuste, eque, ecologiche e solidali. Una Associazione che “...applichi nel campo dei consumi il principio strategico della non cooperazione.”
Vogliamo sottolineare come spesso si pratica il boicottaggio o come uno strumento per sensibilizzare in maniera eclatante e appetibile per i mass-media un determinato problema, o come una azione privata, individuale, fatta per mettere a posto più la nostra coscienza che per incidere nelle strutture politiche dello sfruttamento. Infatti le campagne una volta lanciate difficilmente vengono verificate e gli stessi che vi partecipano non ne conoscono le conclusioni. La drammaticità delle condizioni di vita a cui sono costretti milioni di esseri umani a causa del nostro benessere ci impongono invece un uso del boicottaggio quale strumento di lotta reale per esercitare dal basso la pressione necessaria a costringere le imprese a comportamenti etici.
Riteniamo che i tempi siano maturi per trasformare in prassi organizzata e coordinata a livello nazionale l’azione svolta da tanti di noi finora solo a livello individuale o di piccolo gruppo. Se proponiamo una nuova associazione non lo facciamo per moltiplicare le sigle e le burocrazie, anche se sono di “movimento”. Diciamo allora con chiarezza che non vogliamo fare né una nuova ONG, né una nuova associazione che sensibilizzi sui problemi NORD/SUD, né una nuova associazione di consumatori, tutte cose per le quali esistono già validissime esperienze avviate e consolidate che apprezziamo e sosteniamo. Pensiamo piuttosto ad un coordinamento di associazioni e cittadini che, sensibili alle problematiche nord/sud, promuova in positivo il consumo etico e abbia il suo cardine nello strumento di azione diretta nonviolente del boicottaggio. Naturalmente in maniera non indiscriminata ma oculata e scientifica, che tenga conto di tutte le variabili locali e occupazionali che possono incrociarsi in una situazione di ingiustizia sociale. A noi pare che al momento una realtà di questo tipo non esiste e che sia necessaria, una personale convinzione che l’azione nonviolenta è realmente efficace non quando discute sulla propria ortodossia, ma quando è in grado di coniugare la qualità dell’azione con la quantità delle persone coinvolte in una medesima strategia.

Indicazioni operative.
Siamo consapevoli che una proposta di questo genere ha senso solamente se godrà di un largo consenso e disponibilità. Dunque quello che questo intervento vuole realizzare non è un lancio dell’iniziativa ma l’avvio di una verifica sulle reali disponibilità a realizzarla. Per questo abbiamo predisposto un questionario che ha questa finalità: valutare il reale interesse e disponibilità ad avviare l’associazione. Sarà in base alla quantità e qualità di risposte che raccoglieremo che decideremo i passi successivi che nelle nostre intenzioni sarebbero la convocazione di un seminario di approfondimento fra tutti i soggetti interessati. La discussione è aperta e chi vuole entrare maggiormente nel merito può richiederci una bozza di Statuto e di regolamento interno che abbiamo predisposto.

Luca Chiarei - Coordinamento Nazionale Movimento Nonviolento
Franco Gesualdi - Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano

LA RESISTENZA NEL CHIAPAS

Samuel Ruiz il Vescovo mediatore

Samuel Ruiz, vescovo di San Cristobal de Las Casas, è da tre anni una delle personalità più note del Messico. Principale rappresentante del CONAI (commissione nazionale di intermediazione) agisce tra l’EZLN (armata zapatista di liberazione nazionale) ed i rappresentanti del governo del Messico. Persegue l’obiettivo di por fine alla tensione nello Stato del Chiapas e di farvi crescere una pace degna e duratura.
Samuel Ruiz nacque a Guanajuato nel 1924 in un Messico straziato da una guerra fratricida. Questo ragazzo, educato in una famiglia di cattolici praticanti, si rese presto conto della propria vocazione al sacerdozio. Prima studiò nel seminario di Leon, poi andò a Roma dove si laureò in teologia e sacre Scritture all’Università Biblica Pontificia. Fu ordinato prete nel 1949. Nel novembre 1959 Giovanni XXIII° lo nominò vescovo di San Cristobal.
La sua formazione avrebbe dovuto portarlo ad essere un vescovo tradizionalista, ma Samuel Ruiz fu colpito dalla miseria della maggioranza indigena della sua diocesi, situata nel cuore del Chiapas. Non poteva restare indifferente a tanta oppressione, fame, discriminazione e morte. Il Chiapas era, ed è ancora, la roccaforte dei proprietari terrieri, mercanti di legno e piantatori di caffè.
Monsignor Ruiz dice di amare gli indios da quando si è messo al loro posto, e la forza delle cose l’ha convinto. E’ sempre stato un vescovo delle porte aperte. Ciò spiega lo scontento del potere locale, che avrebbe preferito un vescovo sottomesso.
Samuel Ruiz è un vescovo che viaggia, ha appreso i quattro dialetti principali della sua diocesi (tzeltal, tzoltzil, chol, tojbal). Ha costruito un modello di Chiesa orientata ad assicurare una vita più accettabile per tutti.
Poiché leggendo la storia degli indigeni tra le tante umiliazioni non mancano quelle causate dalla Chiesa, Samuel Ruiz si domanda: “è pronta la Chiesa a modificare le sue strutture perché l’indio abbia una reale possibilità di partecipare ai processi decisionali al suo interno?”
La sua preferenza per gli Indios poveri e per la giustizia ha fatto nascere una “leggenda”, agli inizi degli anni 80, alimentata dai grandi proprietari che lo accusano di sostenere la guerriglia e la lotta armata. Questa campagna non è mai cessata, ed è persino aumentata, dal 1993, da quando le autorità messicane hanno avuto la certezza che nel Chiapas esisteva un focolaio armato.

Nel mirino
Delle persone, che si definivano le “forze vive del Chiapas”, si mobilitarono per chiedere al rappresentante del Papa in Messico di rimuovere il vescovo dalla sua diocesi.
Tentativo fallito.
Nel maggio seguente il vescovo, in una “Assemblea dei credenti” formulò una lettera pastorale “in questa ora di grazia” che ripercorreva i 34 anni di vescovado.
Con brucianti parole Mons. Ruiz condannava la durezza del neoliberismo e si dichiarava contrario all’entrata del Messico nell’area del trattato di libero commercio (ALENA, tra Stati Uniti, Canada e Messico). Criticava infine il “Programma nazionale di solidarietà” che costituiva il programma economico di liberalismo sociale del governo messicano dell’epoca.
Nessuno del Governo lo ascoltò, ma, paradossalmente, quegli stessi governanti che per anni avevano ignorato le sue denunce di ingiustizie ed oppressioni furono gli stessi che ne riconobbero l’autorità morale quando il conflitto scoppiò nel gennaio ‘94.
Il “comandante Sam”, come lo chiamava una propaganda conservatrice martellante, fu l’unico in grado di intessere un dialogo tra il governo e la guerriglia indigena dell’EZLN.
Da quel momento gli emissari del governo e della guerriglia si sono riuniti nella città sede della diocesi di Ruiz che si è assunto il compito di mediatore tra le parti.
Ma il dialogo si è arenato e gli attacchi al vescovo sono raddoppiati. Solo la fermezza di Monsignor Ruiz ha fatto fallire tutti i tentativi di allontanarlo dalla sua funzione di mediatore.
Nel contesto di una militarizzazione crescente dello stato del Chiapas, quando il governo messicano cercava di annientare la guerriglia, egli ha creato la “Commissione nazionale di mediazione” (CONAI) per evitare i massacri. La commissione si dedicò a risvegliare la società civile e a coinvolgerla in uno sforzo di ammortizzamento della tensione.
Nel dicembre ‘94, quando pareva imminente la ripresa delle ostilità, Monsignor Ruiz iniziò un digiuno a tempo indefinito, per la Pace; la sua azione fu sostenuta da altri digiunatori in Messico ed in altri paesi. Queste azioni costrinsero il governo a riconoscere la Commissione come partner, cosa sino ad allora rifiutata.

Voglio essere come Tatic
Assieme alla Commissione - che seppe mantenere il suo ruolo di mediazione a dispetto dei tentativi di emarginarla - il congresso messicano approvò una “Legge per il dialogo, la riconciliazione ed una Pace degna”, che se ben usata, avrebbe potuto essere uno strumento efficace per sostenere una soluzione pacifica e negoziata del conflitto.
Nell’ottobre 95 il vaticano ha nominato un vescovo coadiutore da affiancare a Monsignore Ruiz, nella persona di Mons. Raul Vera Lopez, il ché faceva temere un cambiamento nella linea pastorale a favore del governo messicano. Non è stato così, ed il nuovo vescovo ha denunciato le violenze di cui sono vittime le popolazioni indie.
“Voglio essere come Tatic” ha detto, il ché significa l’approvazione dell’azione di Samuel Ruiz, il cui soprannome è appunto Tatic.
E’ stata inoltre presentata la sua candidatura al premio Nobel per la pace.

Jean François Riviére
Traduzione da “Dial” - bollettino di informazione sull’America Latina - Lione giugno’96


DAGLI OSSERVATORI DI PACE

Gli indigeni zapatisti ostacolo agli affari americani

di Raffaele Crocco

Roberto Barrios è una piccola comunità, a 32 chilometri dalle rovine maya di Palesque. Dal marzo del 1995 è una delle cinque “aguacalientes”, cioè una dei cinque centri comunitari che l’Esercito zapatista di liberazione nazionale ha creato in Chiapas come bandiera della sua rivoluzione contro il governo federale messicano. Ora, dal marzo di quest’anno, è uno dei punti caldi di una guerra civile che appare dimenticata, ma che continua a mietere vittime nel più meridionale e indigeno degli stati messicani.
Si combatte una guerra sporca, attorno a Roberto Barrios nelle ultime settimane. Sostenitori degli zapatisti e del partito dell’opposizione, il Prd, si scontrano continuamente con i fans del Pri, la formazione politica che da 68 anni tiene in mano le sorti del Messico. Appoggiati dall’esercito federale, accampato in forze a poche centinaia di metri e addestrati dagli istruttori militari, i priisti hanno rotto la tregua con gli avversari, iniziando attacchi sporadici, colpi di mano e avviando la stagione delle minacce.
Non è un caso isolato, quello di Roberto Barrios. Mentre l’Ezln e l’esercito si guardano nel mirino, bloccati da una tregua sempre più fragile, le bande irregolari hanno rotto gli indugi un po’ ovunque. A fine marzo, una quindicina di soldati dell’Ezln sono stati attaccati vicino a Morelia da un gruppo di guardias blancas, l’esercito mercenario dei latifondisti: i morti sono stati almeno otto. A Paraiso, nel nord del Chiapas, i priisti tengono da mesi bloccata la strada, sotto gli occhi vigili della Sicurezza pubblica, sparando a vista contro chiunque tenti di forzare il blocco. L’esercito regolare, intanto, apre nuove strade un po’ ovunque, nella selva. Attorno alla comunità Francisco Gomez, 35 chilometri ad ovest di Ocosingo, la carreggiata della strada in pietra è raddoppiata in poco più di due settimane, rendendo più agevole il passaggio dei grossi camion Mercedes dei militari, capaci di trasportare fino a 42 soldati e delle nuove autoblindo, ricevute dai nordamericani nel febbraio del 1995, le medesime che vennero usate contro l’Iraq nel 1991. La ripresa della guerra sembra imminente, “ma non dobbiamo dimenticare che, in realtà, non è mai cessato lo stato di conflitto in Chiapas”, ricorda Roberto Flores. Lui a San Cristobal è arrivato nel 1995 da Los Angeles, inviato in qualità di osservatore da un’università californiana. “Di fatto - spiega - chi in questi anni ha parlato di guerra a bassa intensità fra Ezln e governo messicano ha sbagliato. È stato un caso di guerra sporca da manuale, con continue provocazioni affidate dal governo alle bande irregolari, con sabotaggi elementari come togliere la corrente elettrica alle comunità zapatiste e frequentissime violazioni dei diritti e frequentissime violazioni dei diritti umani”. Solo nel ’96, dicono le statistiche , sono state 106 le vittime di violazioni di ogni genere, dall’omicidio al sequestro, dallo stupro alla semplice privazione della libertà.
Uno stillicidio, dicono gli osservatori di pace, che ha esasperato la situazione, facendo crescere in modo esponenziale il tasso di violenza. “I turisti che arrivano a San Cristobal de Las Casas non si accorgono di nulla - racconta Gustavo, uno dei dirigenti di Compaz, una Ong che in Chiapas lavora dal 1994 -. Eppure muoversi nel paese è pericoloso, si rischia la vita. Anche noi, volontari o osservatori di pace, siamo ormai nel mirino della guardias blancas. In febbraio dodici di noi sono stati fermati vicino Sabanilla, nel nord e due sono stati feriti. Non è finita in tragedia per pura fortuna. Anche la diocesi è sotto tiro: ne sanno qualcosa i due gesuiti arrestati a Palesque a metà marzo con l’accusa di aver ucciso due poliziotti. Ora sono liberi, ma la provocazione è evidente”.
Fermare l’escalation sembra impossibile, mancano le ragioni politiche. I tentativi di mediazione della Cocopa, la commissione di riappacificazione nominata dal presidente Zedillo nel marzo del 1995, sono falliti per il rifiuto del governo di rispettare gli accordi di San Andres siglati con gli zapatisti nel febbraio del ’96. L’intesa prevedeva una riforma costituzionale che riconoscesse i diritti di autonomia e autogoverno degli indios. La proposta di legge, accettata dal comitato indigeno zapatista, è stata stravolta da Zedillo al punto da costringere l’Ezln ad abbandonare il dialogo. Dietro la manovra del presidente messicano, dicono i ben informati, ci sarebbe un affare colossale organizzato da tre membri del suo governo, Luiss Tellez, Arturo Warmar e Emilio Chuajffet con le imprese nordamericane Louisiana Pacific e Simpson Paper. L’idea sarebbe quella di sostituire l’attuale selva delle zone del Chiapas e del Campeche con alberi di eucalipto utili alle due società produttrici di carta. Con gli indios della zona in grado di autogovernarsi, la selva rimarrebbe com’è e l’affare sfumerebbe. Anche per questo la guerra potrebbe tornare ad essere la protagonista, nelle prossime settimane.

MAESTRI DEL PENSIERO CINESE/5

Il taoismo di Chuang-tzu

di Claudio Cardelli

Chuang-tzu (369-286 a.C.) nacque a Meng, città nello stato di Sung (attuale Honan); ebbe un piccolo impiego presso il luogo natale, che successivamente abbandonò per trascorrere il resto della vita debito alle lettere e alla meditazione. Gli è attribuito un volume che porta il suo stesso nome: Chuang-tzu, tradotto in italiano, col titolo Zhuang-zi, dalle Edizioni Adelphi nel 1982. Da questa traduzione ricaviamo tutte le citazioni del presente articolo.
Quest’opera in 33 capitoli (compilata non solo da Chuang-tzu, ma anche dai suoi discepoli, successori e commentatori) espone con grande libertà di pensiero e ricchezza di immagini la filosofia taoista, facendo uso frequente di aneddoti, paradossi e racconti fantastici. E’ considerata dagli studiosi - per l’ispirazione poetica che la pervade - uno dei capolavori della letteratura cinese.

Rifiuto di un incarico regio
Una volta che Chuang-tzu pescava nel fiume Pu, il re di Chu mandò due dei suoi dignitari a fargli queste profferte: “Il nostro principe - dissero - vorrebbe affidarvi il suo territorio”.
Senza rialzare la canna da pesca, senza nemmeno girare la testa, Chuang-tzu disse loro: “Ho sentito dire che a Chu si trova una tartaruga sacra, morta da tremila anni. Il vostro re ne conserva il guscio in un cesto, avvolto in un panno, in cima al tempio dei suoi antenati. Ditemi, questa tartaruga non avrebbe preferito vivere trascinando la sua coda nel fango?”
“Avrebbe preferito vivere trascinando la sua coda nel fango”, dissero i suoi dignitari.
“Andatevene, allora! - disse Chuang-tzu - anch’io preferisco trascinare la mia coda nel fango”. (p.154)

Povertà del filosofo
Vestito con un abito di tela rozza e rappezzata, le scarpe legate ai piedi con lo spago, Chuang-tzu passo accanto al re di Wei.
“In che stato miserevole vi trovo, maestro!” disse il re. ”Povertà non è miseria - rispose Chuang-tzu.- Quando un letterato non può mettere in pratica la sua dottrina, questa è miseria. Con il vestito rappezzato e le scarpe bucate egli è povero, ma non miserabile”. (pp.181-182)

Morte del filosofo
Chuang-tzu stava morendo, e i suoi discepoli gli rivelarono la loro intenzione di fargli un funerale sontuoso.
“E’ inutile - disse il moribondo - perché il cielo e la terra saranno la mia doppia bara, il sole e la luna i miei due dischi di giada, le stelle e la stella polare le mie perle, tutti gli esseri il mio corteo. Il mio arredo funebre non è completo? Che cosa vorreste aggiungere?”
“Ma temiamo - dissero i discepoli - che i corvi e i nibbi vi divorino”.
“In alto, - rispose Chuang-tzu - rischio di essere divorato dai corvi e dai nibbi; in basso, dai grillitalpa e dalle formiche. Che parzialità volermi levare ai primi per darmi ai secondi!” (p.305)

L’insegnamento
Chuang-tzu, come Socrate, non sale in cattedra, non vuole travasare nelle nostre menti il suo pensiero; ci invita a dubitare, ad indagare i mutevoli aspetti della natura e della società, a considerare i lati contrastanti di ogni questione. Ci dà un solo precetto: “Non distruggere l’ordine naturale con l’azione umana” (p.150). Infatti, seguire quello che è della natura è fonte di ogni bene e felicità; seguire quello che è dell’uomo è fonte di ogni male e dolore.

Il vero saggio
Un cane non è un buon cane perché sa abbaiare bene; un uomo non è saggio perché sa parlare bene. Non basta sforzarsi per essere grandi, ancor meno per essere virtuosi. Di tutte le cose del mondo, il cielo e la terra sono le più grandi, eppure non fanno niente per esserlo. Chi possiede la grandezza non ricerca nulla. Non si lascia influenzare dalle cose; trova in sé stesso le risorse infinite, imita gli Antichi senza esserne modificato. Questa è la verità del grand’uomo. (p.229)

Confucio e il discepolo
Yan Hui disse: “Faccio progressi”.
“Che cosa vuol dire questo?” chiese Confucio.
“Dimentico la bontà e la giustizia”.
“Ciò è bene, ma non è sufficiente”.
Un altro giorno ancora Yan Hui incontrò di nuovo il suo maestro e gli disse: “Mi siedo e dimentico tutto”.
Confucio ne provò un sentimento di rispetto e chiese: “Che cosa intendi dicendo che ti siedi e dimentichi tutto?”
Yan Hui rispose: “Che mi spoglio del mio corpo, cancello i miei sensi, abbandono ogni forma, sopprimo ogni intelligenza, mi unisco con colui che abbraccia tutto, ecco quello che intendo dicendo che mi siedo e dimentico tutto”.
Confucio concluse: “L’unione con il grande tutto esclude ogni particolarità, evolversi incessantemente esclude qualsiasi fissità. Tu sei veramente un saggio. D’ora in poi ti seguirò”.
(p.68 - Si noti che in questo dialogo Confucio è presentato quale portavoce delle idee taoiste)
Liou Kia-hway nella nota conclusiva dell’edizione citata (di cui è curatore e traduttore) ha scritto: “All’origine dei mali umani sta il fatto che ciascuno sceglie una certa posizione e rifiuta di vedere il contrario, mentre invece la realtà comporta un’alternanza di contrari, che inevitabilmente si scontrano. Così, ciascuno si attiene alla propria vita, a ciò che può fare, alla propria verità; non prende in considerazione la propria morte, ciò che non può fare, I propri errori. Da ciò derivano i conflitti con i nostri simili. Superare ogni posizione personale, mettersi al posto degli altri, ecco la salvezza dell’uomo illuminato dalla luce del cielo, perché la volta celeste tutto copre e nulla esclude. (…) Quando osserviamo l’errore in un altro uomo dobbiamo domandarci se, dietro questo errore evidente, egli non possieda, nello stesso tempo, un’altra verità a lui propria, che esige la nostra considerazione. Chi arriva, quindi, a scoprire che la propria verità è parziale, soggetta all’errore, e che l’errore altrui implica molto spesso una verità sotto molti aspetti istruttiva, non cercherà di imporsi e rispetterà gli altri”(pp.353-354).

MAESTRI DEL PENSIERO CINESE/6

La corrente realista del confucianesimo

di Claudio Cardelli

Tra i continuatori della scuola confuciana si segnala Hsun-tzu (289-238 a.C. circa), che diede avvio alla corrente realista; a differenza di Confucio e Mencio, egli sostenne la malvagità della natura umana, che soltanto un’educazione appropriata può portare al bene.
La natura dell’uomo è cattiva; tutto ciò che c’è di buono in lui deriva da un’educazione acquisita. Gli uomini nascono con l’amore del lucro; se tale tendenza naturale è seguita, essi sono litigiosi e avari, assolutamente privi di cortesia e di considerazione per gli altri. Fin dalla nascita sono colmi di invidia e di odio per gli altri; se si lasciano le biglie al collo a queste passioni, essi sono violenti e villani, totalmente mancanti di integrità e di buona fede. Alla sua nascita l’uomo è fornito di desideri dell’orecchio e dell’occhio, dell’amore per il suono e il colore; se agisce a seconda di ciò che essi gli dettano, è licenzioso e sregolato e non ha riguardi per la cortesia e per la giustizia o per la moderazione.
(Hsun-tzu, cap.23, trad. H.G.Creel)
Gli uomini, senza educazione, potrebbero giungere ad una perpetua conflittualità; tuttavia, guidati dall’intelligenza, comprendono che è più conveniente collaborare coi propri simili e vivere in una società ordinata.
Ogni singolo uomo ha bisogno del lavoro di centinaia d’altri uomini; nessuno sa far bene più di un lavoro, nessuno può prestare due servizi simultaneamente. Se ogni uomo vivesse solo e non servisse gli altri, ci sarebbe povertà generale. (...)
La forza dell’uomo è inferiore a quella de bue, la sua velocità è inferiore a quella del cavallo; eppure bue e cavallo sono al servizio dell’uomo. Come ciò è possibile? A mio avviso perché gli uomini sono capaci di organizzarsi in società, mentre le altre creature non ne sono capaci. Quando sono uniti, gli uomini hanno maggiore forza; avendo maggior forza sono potenti; essendo potenti, possono dominare le altre creature.
(Hsun-tzu, cap.10 - da Fung Yu-lan, op. cit. p. 116)
Troviamo anche, nel nostro autore, un tema che lo avvicina al pensiero nonviolento: gli uomini devono imparare a gestire i conflitti sociali, attraverso l’apprendimento di regole di condotta (in cinese, li), che pongano limiti all’esplodere delle passioni e dell’aggressività.
Donde sorgono i li? La risposta è che l’uomo nasce con desideri. Se i desideri non vengono soddisfatti, l’uomo ne cerca l’appagamento. Quando la ricerca di soddisfacimento non ha limite e misura, sorgono contrasti. Quando c’è discordia, c’è disordine. Quando c’è disordine c’è rovina. Gli antichi re odiavano ciò e stabilirono regole di condotta e rettitudine per porre fine a tale disordine.
(Ivi, cap.19 - da Fung Yu-lan, p.116)
E’ possibile, dunque, vincere la malvagità della natura umana, ma solamente con l’aiuto di un maestro e per mezzo di uno studio. Che cosa si deve studiare? La sapienza degli antichi re saggi. Tale sapienza si acquista con lo studio dei classici, in cui sono esposti i fatti e i detti dei grandi maestri che con l’esempio e la parola indirizzarono gli uomini sul retto cammino. Come si vede da questa conclusione, Hsun-tzu si colloca perfettamente nella scia di Confucio.

La scuola legalista
Questa scuola, che ha il maggior teorico in Han Fei-tzu (morto nel 233 a.C.), si separa decisamente dal confucianesimo, verso il quale assume un atteggiamento di aspra critica: le riflessioni confuciane sulla pietà filiale e sulla virtù dell’umanità e della giustizia vengono considerate vuote chiacchiere.
I legalisti partivano, come Hsun-tzu, dalla concezione che la natura umana è cattiva, ma non nutrivano nessuna fiducia nella capacità educativa dello studio e del buon esempio: secondo loro, soltanto leggi ferree e il timore delle pene potevano garantire l’ordine nello stato.
Nel governo dello stato, il saggio non fa affidamento sulla buona volontà dei sudditi, ma fa in modo che esse non possano agire male. Entro i confini di uno stato non ci sono più di dieci uomini che fanno il bene per loro libera scelta; ma se il sovrano fa in modo che i sudditi non possano agire male, lo stato intero vivrà in pace. Colui che governa un paese si occupa della maggioranza e trascura i pochi; non si serve della virtù ma delle leggi.
(Han Fei-tzu, cap. 50 - da Fung Yu-lan, p. 127)
Il re governa mediante l’autorità e le leggi, servendosi di un complesso sistema di premi e punizioni. Il suddito non ha il coraggio, per paura delle pene severissime, di trasgredire le leggi; è, invece, attratto dall’aspirazione ad eventuali benefici, quando mette in pratica gli ordini delle autorità. Premi e punizioni sono efficaci perché è proprio della natura egoistica dell’uomo cercare profitti ed evitare danni.
I legalisti propugnavano un regime di dispotismo repressivo, simile a quello teorizzato dal Machiavelli nel Principe. Proprio adottato questa ideologia, il sovrano di Ch’in, uno stato ai confini nordoccidentali, unificò con la forza militare l’intera Cina 221 a.C. e prese il titolo di imperatore.
Avendo scoperto che i libri contenevano troppe idee tradizionali (specialmente confuciane), che potevano ostacolare i suoi progetti, ordinò nel 213 la distruzione della massima parte dei testi classici. I rappresentanti delle scuole filosofiche tradizionali furono uccisi o dispersi.
Malgrado le più crudeli misure repressive, larghi strati del popolo cinese rifiutarono di sottomettersi e diedero vita a un movimento clandestino di opposizione. Poco dopo la morte del primo imperatore Ch’in, la sua dinastia crollò dopo aver dominato appena una quindicina d’anni.
Dal 206 a.C. al 220 d.C. la Cina, ormai unificata, fu governata da una nuova dinastia, quella degli Han, i quali, pur conservando la struttura centralizzata dell’impero, ripristinarono il confucianesimo quale ideologia ufficiale dello stato.

PER RICORDARE ALEXANDER LANGER A DUE ANNI DALLA SUA DIPARTITA

Obiettori alla guerra e costruttori di pace:superare le alleanze militari con la nonviolenza


3 luglio 1995 - 3 luglio 1997. Sono passati due anni dalla morte di Alex. Ma la sua presenza è ancora viva. Per ricordare il suo lavoro ed il suo impegno, gli amici dell’Associazione “Pro Europa lentius-profundius-suavius” hanno organizzato a Bolzano alcuni incontri nel corso dei quali è stato annunciato il conferimento del “primo premio internazionale Alexander Langer” alla parlamentare democratica algerina Khalida Messaoudi, condannata a morte dai fondamentalisti islamici, premiata per la sua lotta a favore dei diritti civili delle donne algerine e per la sua voglia di costruire ponti di pace e di tolleranza. La stessa voglia nella quale Alex ha profuso tante energie.

Quest’anno vogliamo ricordare Alex pubblicando un suo scritto di tredici anni fa. Si tratta di una riflessione sul movimento per la pace. Il muro di Berlino era ancora integro e al suo posto, a dividere la Nato dal Patto di Varsavia. Ora molte cose sono cambiate. Il muro non c’è più, il Patto di Varsavia nemmeno, ma in compenso la Nato si è allargata. Proprio in questi giorni Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca sono state accolte nell’Alleanza Atlantica. In lista d’attesa ci sono già Slovenia, Romania e i tre Paesi Baltici. Le intuizioni e le proposte di Alex sono ancora attualissime. Il testo è inedito.

Tesi per la discussione interna al movimento per la pace

(Perugia, 17 luglio 1984)

di Alexander Langer

1. Il patrimonio prezioso raccolto in questi ultimi anni dai movimenti pacifisti è costituito, più che dai risultati politici raggiunti, dalla rinnovata sensibilità civica e morale che ha animato strati assai larghi e compositi di popolazione, raccogliendo spinte e motivazioni tra loro diverse ed autonome (di origine religiosa, politica, etica, sociale, ecc.). Oggi è urgente un sincero ed approfondito confronto (anche autocritico) all’interno di questo movimento ed oltre. Rimettere in discussione e rilanciare con nuova forza l’impegno pacifista è necessario se si vuole essere all’altezza della nuova situazione di minaccia bellica e militarista che l’umanità sta vivendo.

2. Il “Movimento per la pace”, ripreso con forza come movimento antimissili NATO, ha suscitato sì una nuova presa di coscienza e grandi mobilitazioni in Europa e negli USA, e raccolto qualche successo (vedi Olanda), ma ha sostanzialmente fallito il proprio obiettivo centrale. I nuovi missili nucleari sono stati installati e verranno ulteriormente installati, in entrambi i blocchi. È prevedibile, quindi, una ulteriore intensificazione della corsa agli armamenti.
D’altra parte potrebbe rifluire e degenerare una parte del movimento, come reazione.
Tanto più importante è la ricerca di nuovi sbocchi positivi per quei tanti che vogliono andare avanti, oltre i missili. La domanda di pace dei popoli continua ad essere forte, e le stesse elezioni europee del 17 giugno ne hanno offerto interessanti conferme.

3. Dobbiamo interrogarci con franchezza se l’insuccesso complessivo di questa fase di lotta contro il riarmo nucleare sia dovuta solo alla pervicacia delle grandi potenze o non derivi anche da ragioni intrinseche al movimento. Tra queste si ricordano le più frequentemente richiamate dall’interno dello stesso movimento pacifista:
- è stato spesso un movimento obiettivamente “unilaterale”, nato essenzialmente contro il riarmo dell’Ovest, impegnato solo tardivamente ed in genere a parole (poco credute) contro il riarmo dell’Est;
- si è inoltrato frequentemente sul terreno politico-militare, tentando di dimostrare che la stessa sicurezza militare era meglio garantita da un equilibrio di armamenti al livello più basso; tuttavia l’opinione pubblica più sensibile ai temi della c.d. “sicurezza” non se n’è lasciata convincere, e la stessa parola d’ordine centrale di questa campagna presenta una debolezza oggettiva: un’”Europa libera da armi nucleari dal Portogallo alla Polonia” non comprende la più importante potenza nucleare d’Europa;
- spesso è stata alimentata la paura della catastrofe nucleare più che proporre sufficienti e convincenti ragioni in positivo per la pace;
- è mancato, in genere, un rapporto con analoghi settori sociali e civili all’est, tanto da accreditare in molti l’idea di un pacifismo poco sensibile alle rivendicazioni di libertà e di diritti umani all’Est;
- il Movimento per la pace è rimasto sostanzialmente eurocentrico, mentre le guerre reali che si combattono nel mondo per ora coinvolgono solo marginalmente l’Europa;
- talvolta la pace poteva apparire come questione settoriale, patrimonio di uno schieramento con dei confini ideologici molto precisi ed una collocazione anti-governativa magari aprioristica o strumentale (“da anni ‘50), dove anche le - frequenti ed assai significative - “alleanze” potevano essere sospettate di limitarsi ad un rapporto tra “compagni di strada” senza modificarsi ed arrichirsi vicendevolmente.

4. Nella battaglia per impedire la dislocazione dei nuovi missili nucleari, era importante tentare di conquistare una maggioranza di consensi contro il riarmo; a questa esigenza è stato spesso sacrificato un discorso più globale sulla pace (pur presente in significativi settori di pacifisti): la quantità appariva prioritaria rispetto alla quantità.

5. Vogliamo ricercare le condizioni che rendano possibile l’apertura di una nuova e profonda fase di impegno pacifista. A questo scopo può essere di grande utilità tenere conto di suggerimenti o esperienze che vengono da aree o settori magari non direttamente mobilitati nel movimento pacifista organizzato, ma sicuramente ad esso contiguo o in fertile rapporto dialettico.
In particolare ciò può valere per l’esperienza femminista, per l’elaborazione degli ecologisti, per le riflessioni ed esperienze nate da spinte e motivazioni religiose, per l’impegno a fianco dei popoli del Terzo mondo e della fame, per le tematiche legate ai diritti umani, per apporti filosofici e culturali, insomma bisogna guardare oltre la politica ed oltre un approccio tutto incentrato sulle singole scelte di politica militare, per quanto tremende e gravide di conseguenze esse siano.

6. Alcune idee forse meritevoli di discussione, senza schieramenti pregiudiziali:
a) essere credibilmente fuori e contro i blocchi e la logica dei blocchi (non solo tra le potenze, ma anche tra gli schieramenti politici ed ideologici);
b) avere credibilmente dei valori positivi da proporre per costruire la pace;
c) su queste basi costruire iniziative, movimenti, dialoghi ed alleanze che superino decisamente i perimetri tradizionali dei c.d. “movimenti per la pace”, senza riprodurre o sostituire con nuovi nomi i consueti schieramenti politici;
d) tendere ad iniziative che provochino reali spostamenti di opinione (più che ripetersi nel consolidamento di un’area già solidificata) e badare che le iniziative pacifiste accentuino maggiormente la qualità delle adesioni e dei consensi, lavorando non solo e non tanto ai momenti immediati di manifestazione di opinione, ma radicando e fortificando nel tempo ed in profondità scelte e comportamenti di pace;

7. Essere fuori dai e contro i blocchi esige un movimento post-Yalta e post-”pacifica coesistenza”: oltre cioè quella logica concordataria che immobilizza e lega vicendevolmente i due blocchi allo “status quo” ma che non si rivela capace di contenere il potenziale di antagonismo e di conflitto armato che la logica dei blocchi produce.
Serve in proposito una forte opera di “traditori dei blocchi” che non diventino mai, neanche inconsapevolmente, dei “transfughi nell’altro blocco”; servono forti unilateralismi che sappiano di poter contare su analoghi unilateralismi dall’altra parte; servono rapporti forti e solidi tra questi traditori ed unilateralismi nell’uno e nell’altro blocco.

8. Tra i valori positivi da proporre oggi per costruire pace, alcuni appaiono legati con particolare intensità al pensiero ed all’iniziativa pacifista;
- la salvezza stessa del pianeta e la riconversione profonda della qualità della vita (oltre i modelli di vorace crescita economica e consumistica) che l’ecologismo propone;
- la ricerca di profonda pace tra gli uomini, con la natura, con l’universo che è alla radice di tante forme dell’impegno religioso, e di pensiero etico-filosofico;
- la valorizzazione di tutte le forme di rapporto solidale, non competitivo, nonviolento, rispettoso delle diversità e nello stesso tempo deciso ad “ingerirsi” in nome della trasformazione reciproca, come si può imparare dal femminismo e da altri movimenti di liberazione umana;
- l’intransigente ricerca di giustizia, di accrescimento delle libertà personali, di affermazione dei diritti umani, del primato dell’etica sulle ragioni di stato e di potere, che da tante correnti sociali, religiose, anche politiche viene messa in primo piano (ed in particolare anche fuori dell’Europa occidentale);
- il deciso impegno per un nuovo ordine internazionale, contro la fame, l’ignoranza, le malattie, l’oppressione, lo sfruttamento di interi popoli, soprattutto nel Terzo mondo.

La pace, insomma, deve sempre più ricevere un connotato positivo e riconoscibile: la semplice assenza di guerre guerreggiate in un mondo in cui - nel nostro emisfero sviluppato - tutto il resto va avanti come prima non è immaginabile, se non come difesa del privilegio e scarica del disagio sugli altri; non solo la tensione Est-Ovest, ma anche la semplice normalità del nostro sistema di produzione, commercio, consumo, traffico, educazione, informazione, ecc. produce guerra, presuppone guerra, si difende con la guerra.

9. In questo senso è da discutere se nella fase attuale non serva forse un impegno pacifista che - senza l’ossessione di rincorrere maggioranze numeriche su singole ed isolate decisioni che oltretutto rispondono ad automatismi profondamente radicati nel nostro modello di civiltà - punti soprattutto sulla costruzione di proposte assai innovative e di “homines novi” per la pace. La stessa opera di lotta contro decisioni militariste e belliciste e la stessa sottrazione di consenso alle scelte politiche di guerra avrà una forza ed una profondità infinitamente superiori se si riuscirà a sviluppare un movimento qualitativo di “obiettori alla guerra” e di “costruttori della pace” che non si misurano solo e soprattutto nel momento degli scontri sugli armamenti o sugli interventi militari, ma che anticipano i valori della pace in positivo.

Recensioni

“Strumenti di Finanza Etica: esperienze europee ed italiane di finanziamento della solidarietà” a cura del CIPSI (autori Rosario Lembo e Helan Jaworski) Edizione EDALO -Roma- pp. 330 / Lit.30.000
Il volume può essere richiesto al CIPSI - viale F. Baldelli, 41 - 00146 Roma (rec. tel. 06/541.57.30), anche via fax 06/596.00.533 o E-mail

Il volume è il risultato di un ampio studio sugli strumenti di Finanza Etica, una ricerca finalizzata a censire le metodologie di finanziamento più significative, esistenti sui mercati finanziari europei, rese operative con il coinvolgimento di istituzioni e di operatori bancari, per iniziativa di Associazioni e Organismi specializzati nel settore della cooperazione internazionale in risposta a tipologie di bisogni e richieste di accesso a strumenti finanziari da parte di gruppi ed associazioni dei Paesi in Via di Sviluppo.
La pubblicazione costituisce uno dei pochi strumenti , nell'ambito del dibattito sulla cosiddetta “Finanza Etica”, termine con il quale si identifica oggi quel filone che mira ad identificare ed esaminare quelle tipologie di investimenti di capitale e di risparmio destinati a favorire e promuovere scopi socialmente utili o investiti secondo criteri etici, che fornisce un censimento completo degli strumenti, già operativi, che si propongono di promuovere il sostegno economico-finanziario ai programmi di sviluppo nell'ambito della cooperazione internazionale. Divisa in quattro sezioni, la pubblicazione presenta nella prima sessione una classificazione metodologica dei modelli di natura economico-finanziaria sperimentali, mentre nella seconda e terza passa all'esame le singole esperienze innovative sperimentate nei principali Paesi europei ricostruendone la loro storia e individuando intermediari e beneficiari. La quarta sezione evidenzia infine le tendenze, i valori e i limiti che alcuni degli strumenti finanziari innovativi di sostegno alla solidarietà internazionale (garanzie bancarie, fondi rotativi, credito, società di investimento, fondi di investimento etici, commercio equo e solidale, etc.) incentrano nell'ambito della “Finanza Etica” in Europa.
Con particolare riferimento all'esperienza italiana, il volume rappresenta uno strumento di aggiornamento rispetto agli strumenti ed ai modelli finanziari già operativi ed in particolare ricostruisce il percorso istituzionale e progettuale che ha portato al lancio in Italia da parte del CIPSI, attraverso lo strumento dei Fondi di investimento, della proposta “Risparmio Etico” a sostegno del finanziamento di progetti produttivi nei Paesi in Via di Sviluppo.
Il tradizionale modello di cooperazione attraverso il “dono”, inteso come “trasferimento” di risorse umane, tecniche ed economie dei paesi ricchi verso quelli più poveri, si è dimostrato fallimentare e spesso deresponsabilizzante rispetto ad un coinvolgimento diretto nella gestione dei problemi delle popolazioni beneficiarie. È in questa ottica che il CIPSI persegue da anni l'obiettivo di impegnarsi "eticamente" a favore della cooperazione internazionale allo sviluppo, cercando di identificare strumenti alternativi a quelli dei mondo della finanza e del libero mercato e promuovendo la valorizzazione di mezzi finanziari innovativi a sostegno di quelle iniziative di solidarietà verso le quali l'appoggio delle istituzioni si riduce sempre di più o sta completamente scomparendo. Responsabilizzare in termini solidaristici gli operatori del mondo della cooperazione sia a livello istituzionale che nel mondo dell'associazionismo, ma soprattutto stimolare una attenta riflessione nei singoli cittadini in quanto “risparmiatori” e più in generale animare il dibattito intorno al tema della “Finanza Etica”, conciliando la gestione e la tutela del proprio risparmio con l'opportunità di offrire, attraverso strumenti finanziari innovativi, a categorie spesso emarginate un accesso al sistema bancario per l'avvio di attività produttive, è una delle finalità che il CIPSI si propone attraverso la pubblicazione di questo volume che costituisce un importante strumento di conoscenza e di approfondimento quanti si propongono oggi il problema etico di come utilizzare le risorse disponibili. Il Risparmio, oltre ad essere uno stimolo a mezzo del quale ciascun cittadino può individualmente conquistare la libertà dal bisogno, è l'essenziale fondamento economico della giustizia sociale e questo volume vuole essere uno strumento di provocazione per quanti condividono questo approccio.

Hildegard Goss-Mayr, Come i nemici diventano amici, Editrice Missionaria Italiana (BO), 1997, pagg. 253, £ 18.000

Due vite, una coppia e 40 anni di iniziative di riconciliazione in ogni parte del mondo. Insieme Jean e Hildegard Goss-Mayr hanno testimoniato, dal secondo dopoguerra alla guerra del golfo, la concretezza di un’utopia, quella pacifista e non-violenta, e le possibilità di riscatto della rivoluzione disarmata realizzata non per ma con il popolo.
Questo libro indica concretamente i risultati che si possono raggiungere quando un tenace e coraggioso commino di liberazione personale si unisce all’impegno sociale e politico superando ogni condizionamento culturale, religioso e ideologico.
Dagli incontri Est-Ovest nell’Europa della guerra fredda al lavoro di sensibilizzazione durante il Concilio vaticano II, dalle lotte non-violente in America Latina alla rivoluzione disarmata contro le dittature (Filippine e Madagascar) e ai seminari di non-violenza attiva nell’Africa dei genocidi (Zaire, Ruanda e Burundi), Jean e Hildegard Goss-Mayr, sostenuti dal MIR-IFOR, hanno dimostrato le molteplici possibilità della non-violenza attiva vissuta come impegno personale e praticata con la gente come mezzo incruento ed efficace di riscatto sociale, rivoluzione politica e dialogo religioso.
Ma questo libro è molto di più della cronaca di una lunga militanza , è uno spaccato della storia degli ultimi quaranta anni dalla prospettiva duplice dell’intellettuale impegnato, che costantemente analizza la gravità e vastità dei problemi e ne ricerca le origini, e del militante coraggioso che basa le sue azioni sulla fede nella forza positiva che può scaturire dalle vittime di ogni sistema oppressivo quando esse prendono consapevolezza delle cause dell’oppressione e accettano di ribellarsi usando i mezzi sempre nuovi e sempre diversi nella nonviolenza attiva
E inoltre è anche, in trasparenza, una umanissima e originale storia d’amore tra un uomo e una donna diversi per età, educazione e cultura che, avendo sperimentato nei loro differenti cammini personali la forza della non-violenza, decidono di unire le loro vite in un cammino di servizio sforzandosi, con risultati positivi, di conciliare la militanza con i doveri famigliari.
Dalla lettura di questo libro si trae, insomma, una appassionata e appassionante lezione di vita destinata a durare nel tempo nel ricordo di Jean, morto nel ‘91, e nell’impegno di Hildegard che continua ad animare seminari di riconciliazione e di non-violenza attiva nei più diversi contesti di conflitto e soprattutto in Africa.
Infine, proprio per la concreta testimonianza che offre, questo libro si presenta particolarmente adatto sia a sostenere e ad incoraggiare il cammino di quanti sono già impegnati nella nonviolenza, sia ad avvicinare ad essa le nuove generazioni.

Etta Ragusa

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