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potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Lo scenario è sempre più cupo. In un mese è successo
di tutto: il tragico attentato con 200 morti sui treni di Madrid, rivendicato da
al-Qaida che minaccia un’offensiva generale contro l’America e i suoi alleati;
l’aumento del terrorismo in Iraq e poi l’uccisione da parte dell’esercito di
Israele dello sceicco Yassin, leader di Hamas, organizzazione mandante dei
kamikaze, che rischia di innescare una progressione di violenza e vendetta senza
via d’uscita. Da una parte e dall’altra prevalgono le fazioni più dure, più
fondamentaliste, più violente. I segnali di pacificazione, di comprensione, di
dialogo, sono sempre più deboli. Guerra e terrorismo si avvinghiano in una
spirale unica. Come spezzarla? A volte, per cercare risposte a domande che
inquietano, vado a sfogliare le vecchie annate della nostra rivista, perché so
che è sempre una miniera di idee ed ispirazioni, e che i fatti che ci
interrogano oggi, sono gli stessi che ieri hanno interrogato i nostri
predecessori. Così sono andato a rileggere l’editoriale del numero di
novembre-dicembre 1969, a firma Pietro Pinna, dal titolo significativo “Siamo
tutti complici”. Si riferiva alla guerra del Vietnam, alle stragi di civili,
alla guerriglia. Basterebbe sostituire Iraq a Vietnam e potrebbe essere stato
scritto oggi. Non c’è nulla da aggiungere. Per questo ne riproduco dei brani,
così com’è. “La discriminante da porre, la denuncia da elevare, il crimine da
esecrare è pertanto la guerra in sé, l’idea dello spargimento di sangue,
l’accettazione della violenza ‘a fin di bene’. Perché in questa accettazione sta
il principio di tutto: ‘il resto è commento’ (un pietoso interminabile commento:
gli aerei sulle Torri Gemelle, gli attentati a Casablanca, gli uomini bomba che
esplodono in Israele, l’abbattimento delle case palestinesi, le violenze in
Pakistan, in Afganistan, in Iraq, gli attentati di Madrid -NdR). Il tutto viene
da questo inizio, la breccia nell’argine: poi l’acqua una volta straripata copre
indifferentemente ‘il sasso e il volto del bambino’, e non le si può far carico
della sua troppa irruenza gelida e limacciosa. Tal mostro è la guerra che, una
volta evocato, è impossibile imprigionarlo. (….) La coerenza, la lucidità
vorrebbero dunque che lo ‘sgomento e repulsione’ delle crudeltà particolari
della guerra e delle azioni violente in genere, dei ‘barbari assassinî’ che ne
possono sortire, venissero indirizzati in blocco alla guerra e alla violenza per
sé prese, mai da usarsi per nessuna ragione. (…) Siamo seriamente contro la
violenza ‘da qualunque parte provenga’, e siamo contro ogni forma di essa? Diamo
mano allora sul serio ad eliminare tutto l’enorme capitale di violenza
‘ammantata di legalità’, di chi sfrutta ed opprime impunemente sotto l’egida del
diritto, fino alla violenza di chi usando del pressoché assoluto monopolio degli
organi di comunicazione di massa, manipolando notizie e giudizi fa opera di
corruzione, eccita all’odio e alle soluzioni di forza (…) Troppo bene sappiamo
che non sarà per amore di coerenza e di ragioni razionali che l’uomo correggerà
la sua tradizionale mentalità e atteggiamento nei riguardi della violenza, anche
se oggi essi ci stanno portando all’orlo della follia suicida. Ammessa e
concessa la violenza ‘a fin di bene’, essa sarà sempre ‘barbara’ se usata dagli
altri, lecita e nobile per noi. Non ci si accusi per questo di mancare di
sufficiente discernimento storico a distinguere violenza da violenza, quella dei
fascisti e dei partigiani, degli americani e dei terroristi (NdR), degli
oppressori e degli oppressi. Ma oggi s’impone un atto di scelta –che è quindi un
fatto morale, che va oltre mere ragioni di logica e di utilità-: il ripudio
alfine in assoluto della violenza e della guerra. Questa è la vera scelta
democratica e civile in un mondo ormai unito qual è il nostro (…) E’ all’idea
generale della violenza a fin di bene che dobbiamo alfine applicare il giudizio
di ‘barbara’, altrimenti mai usciremo neppure dal particolare ‘barbaro
assassinio’. Ciò riguarda quindi non solo chi della violenza buona o cattiva si
fa diretto esecutore, ma tutti noi che, conservandone l’idea, ne conserviamo la
radice, in noi e negli altri. Tolta questa mentalità, apertici al vero concetto
della nonviolenza (che è attivo interesse per tutti) ci saremo negati alla più
macroscopica barbara oppressione che col ricorso alle armi viene fatta alla
famiglia umana senza discriminazione alcuna. (…) Negatici alla guerra e capita
la vera nonviolenza, avremo anche trovato il modo di dare un effettivo
contributo alla vera liberazione dalle altre forme di oppressione, illibertà e
ingiustizia (…). Dunque, per combattere la ‘barbara violenza’ del terrorismo
fondamentalista di oggi, ci opponiamo alla ‘barbara violenza’ della guerra.
Questo è il senso profondo del nostro ‘no’ alla presenza di truppe italiane in
Iraq. Guerra e terrorismo hanno la stessa radice. Dobbiamo estirparla. Con la
nonviolenza.
Una politica di prevenzione e di trasformazione nonviolenta dei conflitti:
il lungo cammino dei Corpi Civili di Pace Europei
di Giulia Allegrini*
Era il maggio del 1995 quando il Parlamento Europeo adottava un emendamento
di Alexander Langer sulla creazione di un Corpo Civile di Pace Europeo,
affermando che “un primo passo per contribuire alla prevenzione dei conflitti
potrebbe consistere nella creazione di un Corpo Civile Europeo di Pace (che
comprenda gli obiettori di coscienza) assicurando la formazione di controllori,
mediatori, specialisti in materia di soluzione dei conflitti”. Nel Giugno
2004 si terranno le elezioni i per il Parlamento Europeo, organo che ha finora
contribuito a sostenere e promuovere i Corpi civili di Pace come progetto
politico all’interno dell’Unione Europea. Nel corso di questi nove anni il
mondo intero ha dovuto assistere alla guerra in Afghanistan, a quella in Irak, a
Timor Est, al continuo delle violenze in Cecenia, in Liberia, ai massacri e
rioccupazioni di città Palestinesi come Jenin e Ramallah, solo per citare alcuni
della lunga lista di drammatici eventi che hanno segnato questi anni. Le
azioni di Peackeeping dell’Onu e la stessa Unione Europea, hanno mostrato la
loro debolezza, nel definirsi come soggetti in grado di agire prima dello
scoppio della violenza, durante e dopo nell’impedire nuovi cicli di violenza,
accanto ad un’incapacità di adattarsi e fare fronte a nuove tipologie dei
conflitti, definibili come “asimmetrici”, per lo più intra-statali, dando così
lo spazio per un’affermazione della pura forza militare. Sempre più urgente
diviene quindi un ripensamento delle politiche di intervento rispetto ai
conflitti, soprattutto in linea con un approccio di prevenzione e di
trasformazione nonviolenta dei conflitti. Un approccio di questo tipo si basa
sull’idea che si debba arrivare sia ad un mutamento della relazione distruttiva
tra le parti in conflitto ad una basata sul mutuo beneficio e cooperazione, sia
ad una cambiamento della struttura e del sistema in cui tale relazione si
inserisce, dove il coinvolgimento delle parti nella ricerca delle soluzioni
possibili e la capacità di azione a più livelli di diversi attori, di base,
intermedi e alto livello, secondo il principio della Multytrack Diplomacy,
(Diplomazia Multilivello) sono essenziali. Tutto ciò va contro e rifiuta un
approccio legato a meccanismi reattivi ed offensivi e finalizzati alla creazione
di un vincitore ed un perdente. Un passo decisivo in tale direzione è la
creazione dei Corpi Civili di Pace Europei. Quando Langer pensava ai Corpi
Civili di Pace pensava proprio alla possibilità di dotare di uno strumento
nonviolento e civile la appena nata “Politica Estera e di Sicurezza Comune”, in
seguito integrata con la Politica Comune di Sicurezza e di Difesa”, divisa in
tre componenti: gestione militare delle crisi, gestione civile, conosciuti come
“Compiti di Petesberg”, formulati dal Consiglio Ministeriale dell’Unione
dell’Europa Occidentale(UEO) nel Giugno 1992 a Petesberg, e prevenzione dei
conflitti. L'idea di Langer, fortemente alimentata dalla guerra in Bosnia,
poggiava sulla constatazione che l'esclusivo approccio militare non è in grado
di risolvere le crisi e soprattutto non fornisce i mezzi per l’avvio di un vero
processo di pace e che dall’altra parte molte ONG erano presenti con azioni sul
campo in situazioni di conflitto dove la comunità internazionale era invece
assente. Secondo Langer i Corpi Civili di Pace dovrebbero essere un corpo
costituito dall’UE, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, che sottostà o si
riferisce all’OSCE, composto inizialmente da 300/400 professionisti e 600/700
volontari esperti. I suoi compiti dovrebbero essere primariamente di prevenzione
di conflitti e dello scoppio di ulteriori violenze attraverso strumenti di
monitoraggio, di dialogo, costruzione della fiducia, di negoziazione con le
autorità locali, di supporto della società civile soprattutto di coloro che non
sono implicati nel conflitto, ma eventualmente anche di interposizione. Centrale
è il momento dell’addestramento per un adeguato funzionamento. Il gruppo
Verde al PE, raccogliendo e riprendendo le indicazioni di Langer, convocò poi il
6 Novembre 1995 a Bruxelles una Tavola Rotonda cui erano invitati un centinaio
di rappresentanti dei movimenti per la pace e ONG dei vari paesi europei per
discutere insieme del progetto sul ECPC. Da questo incontro nacque una “task
force” più piccola che successivamente si è incontrata all’Austrian Study Center
for Peace and Conflict resolution in Stadtschlaining e a Bruxelles il 27 Giugno
del 1996. Il PE promosse poi, nell’Aprile 1997, la Conferenza sulla “Politica
Estera Civile e Corpi Civili di Pace Europei come parte della Politica Estera e
di Sicurezza Comune” Importante e più deciso passo fatto dal PE a sostegno
dei Corpi Civili si ha con l’adozione, nel 1999, di una risoluzione in cui
raccomanda al Consiglio “di produrre uno studio di fattibilità sulla possibilità
di stabilire un Corpo Civile di Pace Europeo all’interno del quadro di una più
forte ed effettiva Politica Estera e di Sicurezza Comune”. Il Consiglio
Europeo di Feira del Giugno 2000 pose l’accento sulla gestione civile delle
crisi internazionali definendo in quest’area quattro aree prioritarie: polizia,
rafforzamento dello stato di diritto, rafforzamento dell’amministrazione civile
e protezione civile, senza però menzionare la possibilità di formazione e
utilizzo dei Corpi Civili di pace Europei e ponendo l’accento più sugli aiuti
umanitari invece che sulla prevenzione, gestione e trasformazione dei
conflitti. Nell’Aprile 2001 la Commissione fornì una “Comunicazione sulla
Prevenzione dei Conflitti” definendo in quest’ambito la sua strategia. La
prevenzione dei conflitti veniva così collocata all’interno sia di un approccio
integrato che porti a confluire politiche di sviluppo, cooperazione, accordi
economici, il controllo delle armi, il sostegno alla società civile e ai mezzi
di informazione indipendenti, che di una capacità di rispondere rapidamente
accanto poi alla cooperazione internazionale con partner chiave nella
prevenzione dei conflitti. La Commissione sottolineava nel documento
l’importanza, in tale strategia, delle ONG, soprattutto in una prospettiva di
lungo termine, ma non faceva però anch’essa, in sintonia con il Consiglio, alcun
riferimento ai Corpi Civili di Pace come mezzo di prevenzione dei conflitti.
Nel Dicembre 2001 il PE rispose con una risoluzione sulla comunicazione
della Commissione sottolineando il suo risentimento rispetto alla mancato
riferimento ai CCP da parte della Commissione e ponendo l’attenzione su tre temi
essenziali: la necessità di formulare un “conflict prevention assessment”,
l’istituzione dei Corpi Civili di Pace Europei, intesi come civili formati e
dispiegati a livello europeo specializzati nel portare avanti misure pratiche di
peace-making come l’arbitraggio, la mediazione, la distribuzione in informazioni
non partisan , la de-traumatizzazione, il confidence-building tra le parti in
conflitto, l’aiuto umanitario, la reintegrazione, riabilitazione, ricostruzione,
l’educazione, il monitoraggio dei diritti umani, facendo pieno uso delle risorse
della società civile”; il rafforzamento delle relazioni con le Nazioni Unite e
l’OSCE. Secondo il PE i Corpi Civili di Pace dovrebbero poi essere formati da un
nucleo costituito da personale qualificato a tempo pieno con compiti di
gestione, amministrazione e preparazione ed uno di personale specializzato da
destinare alle missioni, assunto a tempo parziale chiamato a compiere azioni
specifiche. Il quadro attuale di meccanismi di intervento definito dalla
Commissione e dal Consiglio, accanto a quello dell’OSCE, dotata di un organismo,
il Rapid Expert Assistance and Co-Operation Teams (REACT), creatosi nel 1999 nel
corso del Summit di Instabul, che chiede agli stati partecipanti di fornire un
gruppo di esperti disponibili ad un rapido dispiegamento per le missioni civili,
apre sicuramente lo spiraglio per la creazione di metodi civili di intervento
nei conflitti con un approccio multidimensionale alla sicurezza. Tuttavia, si
è ancora di certo lontani da un riconoscimento istituzionale di un vero e
proprio corpo di professionisti ed esperti volontari, quale Langer auspicava,
quale il PE ha più volto sostenuto e al quale numerose associazioni ed ONG in
Italia e all’estero da anni cercano di dare forma e che presuppone un radicale
cambiamento degli approcci alla sicurezza e alla difesa. Da quel Maggio del
‘95 gli sforzi maggiori tesi alla creazione di questo Corpo sono arrivati della
società civile, sforzi che però non trovano una significativa e chiara risposta
a livello istituzionale. Molte sono le associazioni, come Langer constatava,
che hanno accumulato una preziosa e ricca esperienza sul campo in termini di
interposizione nonviolenta e di diplomazia popolare. Sono gruppi che operano in
modo volontario con un’azione al livello grass root. Da lungo tempo le PBI
operano in situazione di crisi e di violenza accompagnando persone minacciate di
morte portando avanti azioni di monitoraggio e documentazione delle violazioni
dei diritti umani, in Germania si è costituito il Forum Nazionale per i Servizi
Civili di Pace, formato da ONG e riconosciuto dallo stato, finalizzato alla
formazione di professionisti nella gestione nonviolenta dei
conflitti. Numerose sono le campagne internazionali cui anche associazioni
italiane hanno preso parte portando avanti azioni di interposizione diretta
nonviolenta e di mediazione, come quella dei “Volontari di pace in Medioriente
nel 1990 e ‘91, o più specificatamente in forma di marce per la pace, come
quella di Sarajevo nel 1992, a Mir Sada nel ‘93, a Pristina nel ‘98, dove fu poi
aperta un’Ambasciata di Pace, in Congo nel 2000, per non dimenticare le azioni
fatte in Palestina con Time for Peace prima e Action for Peace poi e le azioni
di diplomazia parallela portate avanti dalla Comunità di S.Egidio. E’ questo un
bagaglio di competenze e conoscenze che va riconosciuto e valorizzato e da cui i
Corpi Civili di Pace dovrebbero partire, in quanto permettono proprio di
garantire quella sostenibilità, in termini di appartenenza locale e di durata di
lungo termine dei processi di costruzione della pace, che è origine e punto di
arrivo di un approccio di prevenzione e trasformazione nonviolenta dei
conflitti. Langer stesso aveva sottolineato che alle ONG doveva essere
inizialmente affidato il reclutamento di personale da inserire nei Corpi Civili
di Pace, il PE nella raccomandazione al Consiglio sostiene l’importanza di
potere valutare il ruolo che le ONG hanno svolto nella soluzione pacifica dei
conflitti, di censire e mobilitare le risorse delle ONG. In Italia, dove il
discorso sui Corpi Civili di pace è legato alla lotta per l’obiezione di
coscienza, per l’obiezione alle spese militari e per la difesa popolare
nonviolenta, la creazione di CCP ha come punti di riferimento importanti la
sentenza della Corte Costituzionale italiana, che dichiara che “il sacro dovere
della difesa della patria è realizzabile non solo attraverso il servizio
militare , ma anche con un servizio civile di impegno sociale non armato”, la
legge del 1998 di riforma sull’obiezione di coscienza in cui vengono previste
forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile nonarmata e nonviolenta e
che gli obiettori di coscienza possano prestare loro servizio in missioni di
tipo umanitario all’estero. Momento importante in Italia di sostegno da parte
delle associazioni ed ONG dei Corpi Civili di Pace si ha poi con la creazione
della Rete Verso i Corpi Civili di pace. Lanciata nel corso dell’incontro
tenutosi a Firenze nel Gennaio 2002, ed in seguito riunitasi a Bologna nel
Giugno del 2003 in cui definì una propria visione sui Corpi Civili di Pace in
termini di tipologia di intervento, struttura e rapporti con le Istituzioni., si
prefigura come una rete di associazioni ed Ong che si occupano del tema
dell’intervento dei Corpi Civili di Pace in zone di crisi a livello di ricerca,
formazione ed intervento. La rete vede i Corpi Civili di Pace come
un'articolazione della Società Civile, costituiti da persone qualificate,
adeguatamente preparate ad intervenire, con gli strumenti della difesa popolare
nonviolenta e della gestione costruttiva dei conflitti, in situazioni di crisi
esercitando funzioni di prevenzione, attraverso in particolare il monitoraggio
in “zone calde”, di interposizione, di diplomazia popolare, che favorisca
l’elaborazione di soluzioni al conflitto da parte delle società civili
coinvolte. Fine della rete è di contribuire alla costruzione di una futura
politica estera non armata che costruisca sicurezza e pace, per cui un
riconoscimento istituzionale dei Corpi Civili di Pace diviene indispensabile. La
rete fa riferimento e si coordina con l’European Network for Civil Peace
Services, insieme di organizzazioni che operano nella ricerca di soluzioni
nonviolenta ai conflitti. A sua volta l’EN.CPS fa parte, è sostenuta e
coordinata dall’European Peacebuilding Liason Office (EPLO), network di 17
organizzazioni che promuovono scambi di informazioni sulla prevenzione dei
conflitti anche con istituzioni europee. L’EPLO sta attualmente operando per la
creazione di un’Agenzia per il peacebuilding all’interno dell’UE. La sfida
che i CCP gettano all’Unione Europea è quindi quella di dare voce e visibilità
alle azioni che la società civile internazionale conduce e deve potere
continuare a condurre, inserendole in un sistema europeo di politiche comuni di
sicurezza e di difesa. La professionalità che a livello istituzionale viene
richiesta non deve escludere al contrario deve sostenere le competenze di
personale proveniente dalle associazioni di volontariato, le quali però devono a
tal fine puntare maggiormente sul momento formativo e di preparazione agli
interventi in situazioni di conflitto. Il processo di costruzione dei Corpi di
Civili di Pace passa quindi attraverso una sinergia tra attori, risorse e
conoscenze. Senza parlare in modo polarizzante di processo dall’alto o dal basso
si può invece parlare di complementarietà e di scambio. I CCP non possono essere
un prodotto lontano e slegato dalla società civile così come non possono operare
senza un riconoscimento ed un sostegno istituzionale, in termini di supporto
finanziario e politico. Sostenere la creazione di Corpi Civili di pace
Europei, significa non solo adottare una prospettiva di prevenzione e
trasformazione dei conflitti, ma anche affermare una difesa civile ed una
visione di sicurezza non più statocentrica e militare, ma centrata sulla
persona, olistica e multidimensionale ed una definizione della pace in termini
positivi e sostenibili. A tutto questo l’Europa potrebbe dare spazio e vita con
il riconoscimento de Corpi Civili di Pace. Questo di certo significa anche
compiere un passo fermo e deciso di distacco e rifiuto delle politiche di guerra
preventiva della potenza statunitense. Sarà in grado e soprattutto ci sarà la
volontà di compiere un tale passo? Le elezioni europee e quelle italiane
giocheranno forse un importante ruolo nel determinare o no una riposta positiva,
anche se la capacità della società civile nel mobilitarsi, coordinarsi a
sostegno dei CCP, senza trascurare una chiara definizione degli obiettivi e
strategie di azione, rimane anch’esso elemento indispensabile.
* Laureata in Scienze Politiche Volontaria in servizio civile al Movimento
Nonviolento
Progetti in corso
Pilot Project Sri Lanka. Promosso ed organizzato da
Nonviolente Peaceforce. Ha l’obiettivo, attraverso la presenza sul campo, in 16
diverse zone del paese, di una squadra internazionale di cinquanta persone
formate con metodi di intervento nonviolento, di proteggere e supportare i
soggetti che livello locale cercano di promuovere e costruire la pace. La
squadra svolge quindi azioni di protezione di villaggi, persone a rischio,
monitoraggio di violazioni di diritti umani, promuove incontri con leader
religiosi, rappresentati governativi, e gruppi locali che si azionano per la
pace.
Cyprus Project. Promosso dall’EN.CPS, sulla base di uno
studio di fattibilità condotto dal forum tedesco per i servizi civili di pace,
prevede l’invio di una squadra multinazionale di mediatori di pace a supporto
delle NGOs locali e a sostegno della ricostruzione della strutture della società
civile locale, promuovendo dialogo e cooperazione.
Feseability study for DG research of European Parliament.
Condotto dal Berghof Research Center for Constructive Conflict Management di
Berlino e dall’International Security Information Service di Brussels. Lo
studio analizza come la proposta dei Corpi Civili di pace Europei può
contribuire alle capacità di civili dell’Unione Europea per la prevenzione dei
conflitti, la gestione delle crisi, ed il peacebuilding post conflitto.
Interventi civili nonviolente in Palestina ed Israele. Sono
numerose le associazioni e i progetti da queste sostenute in Palestina ed
Israele. Si possono ricordare le Donne in Nero che fin dalla Prima Intifada sono
presenti sul campo, l’International Solidarity Movement e la War Resister’s
Internationale che coordina azioni che abbiano l’obiettivo di creare un’area di
mediazione tra le due comunità attraverso il dispiegamento di una forza di
intervento civile europea, costituita di volontari disarmati.
Ambasciata di pace a Bagdad. Progetto promosso
dall’Associazione Berretti Bianchi, con il fine di preparare la possibilità di
un successivo intervento in loco di Corpi Civili di Pace (volontari della
società civile adeguatamente preparati). Si prevede la presenza di un minimo di
cinque persone e un massimo di sette per un periodo di 6/10 mesi. L’Ambasciata
di pace si propone come strumento di supporto logistico e organizzativo per
tutte le OING che intendano contribuire alla pace e alla ricostruzione di un
tessuto civile, in grado aiutare un’informazione corretta sulle condizioni di
vita delle popolazioni, sull'eventuale non rispetto dei diritti umani, di
preparare le condizioni per la mediazione di eventuali conflitti tra opposte
fazioni. L'ambasciata di pace, oltre che disporre, di almeno un parziale
riconoscimento da parte di istituzioni per l’opera di pace che svolgerà,
prenderà contatti con eventuali organismi dell'ONU presenti sul territorio e
soprattutto con associazioni, gruppi, partiti politici e autorità civili e
religiose.
La Rete “Verso I Corpi Civili di Pace”
Nasce durante l’incontro tenutosi a Firenze nel Gennaio 2002. Ha poi promosso
il forum di Bologna nel Giugno 2003, in cui ha meglio definito obiettivi ed
azioni per la creazione dei Corpi Civili di Pace. Ne fanno parte: Associazione
per la Pace, Berretti Bianchi, Casa Pace Milano, Centro Studi Difesa Civile,
G.A.V.C.I., MIR, Movimento Nonviolento, Obiettori Forlivesi, Operazione Colomba,
Pax Christi, PBI, Rete Lilliput Bologna, SISP e Servizio Civile
Internazionale. La rete si propone di fungere da coordinamento di tutte le
realtà che in Italia operano a sostegno del riconoscimento dei CCP, vuole creare
una sinergia tra le organizzazioni che: faciliti il lavoro delle organizzazioni
aderenti, sostenga i volontari nel lavoro sul campo, reperisca i fondi per
sostenere la ricerca, la formazione e l'azione, acquisisca i report dei
monitoraggi dei volontari sul campo e ne dia diffusione presso la società
civile, i media, le istituzioni italiane ed internazionali, metta in comune le
conoscenze teoriche e pratiche sul tema, operi per promuovere i contatti con i
coordinamenti già esistenti sia a livello europeo che internazionali come l’
EN.CPS e Nonviolent Peace Force (NVPF). Porta avanti azioni di ricerca, di
supporto alla visibilità del tema dei Corpi civili di pace, attraverso la
partecipazione come soggetto specifico, a manifestazioni ed incontri correlati
all’area dell’intervento civile nelle situazioni di conflitto in Italia e
all’estero e all’interno dello stesso Parlamento Europeo. In particolare
attualmente: Preme per l’approvazione di una bozza di legge da parte del
Parlamento sull’aspettativa dal lavoro che consenta a chi vuole di rendersi
disponibile per l’invio in zone di conflitto. Lavora alla creazione di un
opuscolo su storia, attività e prospettive dei ccp. Sta realizzando un sito
internet sui Corpi Civili di Pace (attualmente all’interno del sito www.berrettibianchi.org) Sostiene la sinergia
organizzativa, di formazione ed operativa con il gruppo volontari per la
Palestina che ha lanciato una “Campagna per la presenza in Palestina”. Lavora
al fine di promuovere l’impiego di volontari in Servizio Civile. Ha aderito e
partecipato alla Conferenza di Dublino del 31 Marzo- 2 Aprile 2004 sul “Ruolo
della Società Civile e delle ONG nella Prevenzione dei Conflitti
Armati”.
Militari americani che obiettano, soldati italiani che disobbediscono.
Gli eserciti mandati a combattere in Iraq cominciano ad avere dubbi…
Soldato “latinos” non vuole tornare in Iraq Diserta, e si dichiara
obiettore alla guerra
Lo chiamano lo spagnolo, perché quella di Cervantes è la sua lingua madre, ma
oggi, dopo l’annuncio fatto dal neo-premier designato Josè Luis Rodriguez
Zapatero, del possibile prossimo ritiro dall’Iraq dei militari spagnoli,
l’epiteto prende un significato particolare. Si chiama Camilo Mejia, ha 28 anni,
vive a Miami e fa parte della Guardia Nazionale della Florida, il cui
contingente è stato inviato in Iraq. Contrariamente a sua madre, Camilo non
possiede la nazionalità statunitense: è uno dei tanti “latinos” provenienti dal
Nicaragua che si sono arruolati per ottenere la nazionalità Usa ed avere la
possibilità di studiare all’università senza pagare rette da capogiro. Contrario
alla guerra, dopo averla conosciuta, non è tornato in Iraq dopo una licenza
trascorsa in famiglia. Ora punta ad ottenere lo status di obiettore di coscienza
e per questo si è consegnato alle autorità militari. Mejia è uno dei circa 600
soldati americani inviati in Iraq e mai arrivati, i cosiddetti Awol (Absent
WithOut Leave), cioè assenti senza giustificazione. Camilo Mejia ha rilasciato
una lunga intervista al principale quotidiano dell’Illinois, il Chicago Tribune,
dove ha spiegato i motivi della sua scelta, poi si è consegnato alle autorità
militari in una base dei pressi di Boston, proprio il giorno del primo
anniversario dell’inizio della guerra in Iraq. Il legale di Camilo, Louis
Font, intende giocare una doppia carta, sostenendo che Mejia non è un disertore
ma è un obiettore di coscienza: lo dimostra non solo il suo rifiuto di
combattere una guerra che non condivide ma anche il fatto che si è consegnato
alle autorità. Inoltre, Camilo non è un disertore in tempi di guerra, perché non
c’è mai stata dichiarazione ufficiale di guerra, ma solo il via libera all’uso
della forza da parte del Congresso. L’obiettivo di Font è di ottenere per Mejia,
da un tribunale regolare, il riconoscimento dello status di obiettore di
coscienza (nel 2002 le Forze armate Usa lo hanno riconosciuto a 17 militari su
un totale di 23 richieste), e che il soldato venga congedato con onore,
contrariamente a quello che pensano le autorità militari che auspicherebbero ad
un congedo con disonore, oltre a una condanna esemplare dinnanzi alla Corte
Marziale. I familiari dei militari contrari alle operazioni in Iraq hanno
manifestato il 20 marzo a Washington. L’appuntamento era davanti all’ospedale
dell’esercito, il Walter Reed, dove vengono ricoverati i feriti dell’Iraq e
dell’Afghanistan, organizzato da un gruppo chiamato Military Families Speak Out,
che rappresenta circa un migliaio di famiglie di militari che vogliono che gli
Stati Uniti ritirino le truppe dall’Iraq. La loro protesta ha accompagnato la
marcia dei pacifisti che, da Dover, nel Delaware, dove c’è l’obitorio che riceve
le salme dei caduti e le prepara per le esequie, è arrivata a Washington,
davanti alla Casa Bianca.
Quattro militari italiani disobbediscono e rifiutano di guidare
elicotteri-carretta
Il Corriere della sera, il Manifesto e Liberazione ci hanno messo al corrente
di un fatto interessante: il rifiuto di alcuni piloti di elicottero
dell’esercito italiano di condurre i loro elicotteri nei cieli
iracheni. L’episodio è avvenuto il 2 dicembre 2003 ma è venuto alla nostra
conoscenza solo il 5 marzo 2004 con oltre 3 mesi di ritardo, e anche su questo
ci sarebbe molto da dire. Ma veniamo al merito. Con la loro decisione i
piloti evidenziano, quanto meno, due cose: 1) l’Iraq è zona di guerra e le
forze armate italiane ci vivono in un clima di pericolosa e attuale ostilità,
essendo considerate bersagli al pari dei contingenti inglese e
statunitense; 2) l’obbedienza agli ordini (anche nell’istituzione militare)
può trovare un limite nell’etica della responsabilità individuale che (seppure,
in questo caso, non e‘ arrivata a discutere la legittimità e la sostenibilità
dell’uso del nostro esercito nell’occupazione delle terre di altri popoli) porta
a contestare quegli ordini in nome della tutela della vita propria e delle
persone messe sotto la propria responsabilità (come sarebbero stati i militari
trasportati negli elicotteri in questione o quelli che sul loro appoggio
avessero fatto affidamento). Insomma, la colpa di questi piloti, quella per
cui potrebbero essere processati (e rischiare il carcere) per ammutinamento,
quella per cui sono accusati di vigliaccheria dai cuordileone seduti dietro le
proprie comode scrivanie a Roma, sembra essere quella di aver cercato di
sottrarre altre bare alle celebrazioni ufficiali che sarebbero (inevitabilmente)
seguite se i loro mezzi fossero stati attaccati. Per questi motivi, la sorte
di questi uomini e degli altri quindici che, indossando la divisa dei
Carabinieri, si sono rifiutati di partire per l’Iraq, ci deve stare
particolarmente a cuore e deve essere al centro della nostra attenzione e delle
nostre prossime mobilitazioni.
Giovanni Mandorino
Il diritto alla vita è reato!
Quattro piloti di elicotteri mandati a fare la guerra in Iraq sono stati
denunciati per ammutinamento: si sono rifiutati di fare una missione con i Ch47
dell’esercito, che, secondo una relazione di collaudo erano pronti a volare, ma
erano sprovvisti di protezione contro i razzi della guerriglia. La legge
militare dice che se si è in più di tre a disobbedire a un ordine è
ammutinamento. Quei quattro ragazzi, che il loro comandante Luigi Chiavarelli ha
definito sommariamente «ottimi piloti ma pessimi militari», non avevano
intenzione di morire presto e male. E per questo sono stati denunciati alla
procura della Repubblica militare per un reato che il codice militare di pace
considera grave - fino a tre anni di galera- e che la legge militare di guerra
applicata ai nostri soldati in Iraq punisce con più asprezza elevando la pena a
quattro anni e mezzo. Il procuratore generale militare Scandurra lo ha definito
un «reato eccezionale». I fatti risalgono a due mesi fa. Sono stati tenuti
sotto silenzio mentre si svolgeva l’inchiesta interna, ma ai Cobar la notizia
era arrivata e si aspettavano con preoccupazione le decisioni del comando di
Viterbo dai quali i quattro dipendono. C’era allarme perchè la minaccia di
misure punitive pendeva anche su quindici carabinieri del reggimento Gorizia che
hanno rifiutato di partire per l’Iraq. Ma fino a questo momento il comando
generale dei carabinieri ha frenato i provvedimenti disciplinari. C è anche per
«li alti rami» dell’Arma chi comincia a considerare oltre che pericolosa anche
inutile la presenza dei militari italiani in Iraq, costretti ad asserragliarsi
nei loro fortini per non esporsi agli agguati della guerriglia. La favola che
gli italiani hanno fraternizzato con la popolazione irachena non regge più.
Anche a Nasseriya c’è un clima cupo verso i nostri militari che come tutte le
truppe di occupazione fanno metà servizio distribuendo acque minerali e panini e
l’altra metà dando la caccia ai «terroristi». «Italiani andatevene» è il
perentorio invito delle moschee, come riferiscono tutti i reportage. Soldati
allo sbaraglio Il rifiuto dei nostri piloti di andare in missione con quegli
elicotteri ha fondate ragioni perchè i velivoli non erano provvisti di
apparecchiature automatiche in grado di difenderli da missili. Si chiamano
ingannatori elettronici perchè intercettano il segnale dei missili a guida radar
lanciati contro gli aerei e li «ingannano» con echi di disturbo. L’unica
possibilità di evitare il missile è affidata a questi strumenti di cui dispone
tutta l’aviazione militare moderna. I nostri comandi hanno memoria corta. Il 3
settembre del 1992 un nostro aereo militare in missione sulla Bosnia fu
abbattuto da un missile lanciato dai croati bosniaci. Morirono il pilota e i
quattro uomini di equipaggio. Il missile forse non sarebbe andato a segno se
quell’aereo avesse avuto la protezione elettronica. A 12 anni di distanza il
nostro esercito va in guerra con elicotteri che hanno più o meno le stesse
dotazioni di quelli usati dagli Usa nella guerra in Corea. Il motivo - dicono i
generali - è che non abbiamo soldi: per fornire un elicottero della
strumentazione elettronica anti-missile ci vogliono da centomila euro in su. Più
che logico. Una ragione in più per il governo e per i comandi supremi per non
mandare i nostri soldati in Iraq a fare la guerra con quegli aggeggi. Anzi per
ritirarli subito, il prima possibile. In questo scenario il nostro piccolo e
poco attrezzato esercito è poco più di un’isoletta sperduta. Dice Falco Accame,
presidente di un’associazione di assistenza ai militari italiani: «Andavano
messi sotto inchiesta non quei quattro piloti, ma chi ha mandato i soldati in
Iraq con insufficienti mezzi di difesa».
Annibale Paloscia (tratto da Liberazione 06/03/2004)
Vegetarianesimo, ovvero la nonviolenza nel piatto La scelta del cibo
riguarda il nostro rapporto con la natura
Di Marco Baleani
Il vegetarianesimo viene considerato a volte un atteggiamento originale, snob
o anticonformista. Non è così e rinunciare a nutrirsi della carne di altri
esseri viventi ha radici profonde nella religione e in una visione del mondo
diversa da quella materialistica, edonistica e indifferente che domina la nostra
società dello spreco e della violenza, rapace nei confronti di altri esseri
viventi e dell’ambiente. Il vegetarianesimo è un aspetto della nonviolenza che
viene spesso trascurato, o che è comunque ritenuto marginale. Dal mio punto di
vista invece, parlare del vegetarianesimo ci porta dritti dritti al cuore del
problema di cosa significhi essere amici della nonviolenza, di come si rapporta
con il mondo chi s’impegna ad essere amico della nonviolenza. Se è vero, come
diceva Mohandas Gandhi, che essere amici della nonviolenza significa lavorare
per diminuire (si badi bene: non eliminare, che è cosa impossibile da farsi) per
quanto è possibile la violenza nel mondo, è altrettanto vero che ciò non può
essere limitato ai rapporti intraspecifici, interni alla nostra specie umana
(visione antropocentrica, chiusa), ma tale lavoro va necessariamente esteso
anche ai rapporti esistenti tra noi e gli altri esseri viventi, nonché
all’ambiente in cui viviamo (visione non antropocentrica, liberata, aperta). Non
è possibile infatti non rendersi conto o ignorare il legame che unisce l’uomo
agli altri esseri viventi e al suo ambiente. Procedendo a ritroso nel tempo,
già a poco più di tre milioni di anni fa (cioè tremila milleni di anni fa)
troviamo i nostri antenati comuni con le scimmie, mentre ad un centinaio di
milioni di anni fa troviamo i mammiferi che dividevano il mondo con i grandi
rettili. Ma se andiamo oltre, ad un tempo abissalmente lontano da noi, a circa
due miliardi di anni fa (cioè due milioni di millenni di anni fa), la terra o
meglio i mari di allora erano popolati da microscopici animali unicellulari che
tali sono rimasti per milioni di anni, prima di evolversi nelle forme di vita
più complesse come quelle che conosciamo. I miliardi di cellule che compongono
il nostro corpo, ma anche quello degli altri esseri viventi, discendono da
quelle primordiali forme di vita. Come non provare stupore e non sentire questi
legami! Se c’è una differenza tra l’essere umano e gli altri esseri viventi, è
tutta in quel “pezzo di carne speciale” contenuto nella scatola cranica, cioè
nel cervello di cui siamo dotati e che è il modello attualmente più evoluto e
sofisticato presente in natura. Il nostro cervello, l’interfaccia tra corpo e
mente, capace di trasformare questi segni scritti in concetti, utilizzando
algoritmi complicatissimi. Le differenze però si fermano qui. Mi chiedo se
questo sia un motivo sufficiente per sentirsi signori e padroni del mondo e di
tutto ciò che ci vive. E’ un motivo sufficiente per uccidere esseri viventi e
devastare l’ambiente? O se al contrario non possa essere la molla che porta a
scegliere uno stile di vita diverso, improntato alla semplicità volontaria, alla
nonviolenza ed infine al vegetarianesimo? La scelta della semplicità volontaria
è un atto di auto-arricchimento, di condivisione, di conservazione della
biosfera e di tutte le sue creature ed è, infine, un approccio “compassionevole”
alla vita (Nanni Salio – La scelta della semplicità volontaria per uno stile di
vita nonviolento e sostenibile – Centro Studi Sereno Regis). Perché non
estendere il comandamento divino “non uccidere” a tutti gli esseri viventi,
compresi quelli non umani che vengono macellati per il piacere del palato o che
vengono ammazzati per sport dai cacciatori? Invece siamo diventati così
insensibili da non riuscire a vedere il rapporto che c’è tra il consumo di carne
e la morte per fame di milioni di persone che non fanno parte della società del
benessere. Siamo così insensibili da guardare con indifferenza la sofferenza e
l’uccisione di tanti esseri viventi non umani. Siamo diventati così insensibili
da non vedere alcun rapporto tra l’alimentazione carnea e l’inquinamento di
acqua , aria e terreno. Il consumo di carne fa parte delle nostre abitudini
acquisite con la crescita del benessere economico e non è più, come in passato,
un bene di lusso alla portata di pochi. Non è un caso che i ricchi paesi
occidentali soffrano di malattie legate all’eccessiva quantità di proteine
animali che vengono consumate. Infatti carnivori si diventa per un’aberrazione
culturale che fa ritenere la carne un alimento importante per una buona
alimentazione, in quanto si crede che possa fornire proteine altrimenti
introvabili. Si tratta, al contrario, di un prodotto di seconda qualità, sia
perché costituita da cellelule già utilizzate dal corpo di un animale e spesso
cariche di rifiuti organici, sia per i processi di crescita forzata a cui sono
sottoposti attualmente gli animali da macello. Nei grandi allevamenti, infatti,
gli animali destinati al macello sono tenuti immobili in piccoli box (perché
meno si muovono e più ingrassano) e nutriti con farine di pesce, farine di penne
di pollo idrolizzate e cotte, farine provenienti da sottoprodotti della
macellazione, deiezioni animali, estrogeni, antibiotici e altri farmaci. Ma la
violenza non si ferma qui, c’è anche la loro uccisione, una morte sempre
prematura e traumatica di esseri viventi senzienti che sanno perfettamente la
sorte che li attende. E che siano esseri senzienti e provvisti di consapevolezza
è confermato dal fatto che prima di essere uccisi, devono venire storditi per
mezzo di uno shok traumatico. Tutto questo per l’ingordigia di pochi
privilegiati e la fame di molti! La scelta vegetariana invece, oltre a porre
fine a tanta disumana violenza, rende disponibili grandi quantità di risorse
alimentari sufficienti a nutrire l’intera popolazione mondiale. Quantità sempre
maggiori di terreni agricoli, che potrebbero fornire cibo direttamente all’uomo
sono invece destinate a produrre foraggio per gli animali da macello. Infatti la
resa produttiva della carne è molto bassa (occorrono 16 Kg di cereali e soia per
produrre 1 Kg di carne!) ed è necessario disboscare aree sempre più vaste di
foreste per trasformarle in terreni agricoli o in pascoli. E’ ciò che avviene
per esempio in Amazzonia, dove l’88% delle aree disboscate è adibito a pascolo.
Altra conseguenza dell’allevamento di bestiame è l’inquinamento del suolo e
delle falde idriche, sia a causa dei fertilizzanti necessari per la coltivazione
intensiva dei foraggi e sia a causa delle grandi quantità di deiezioni animali
prodotte. Per restare in Italia, annualmente finiscono nel Po la bellezza di
circa 190.000 tonnellate di deiezioni, prodotte da 4 milioni di bovini e da 7
milioni di suini, che sono tra le cause dell’eutrofizzazione dell’Adriatico. Ma
i danni ambientali non si fermano qui. Tra gli altri, c’è anche la grande
quantità di acqua che è necessario per produrre carne. Oltre all’acqua
utilizzata per la pulizia delle stalle, è stato stimato che per produrre 5 kg di
carne bovina, serve un quantitavo d’acqua pari a circa il consumo domestico
annuale di una famiglia media. Come si vede, quindi, la scelta vegetariana è
un atto che va nella direzione della diminuzione della violenza nel mondo,
dell’apertura nei confronti di tutti gli esseri viventi che non sono più intesi
come cose da utilizzare a nostro piacere, e del rispetto dell’ambiente che non è
più inteso come materia da sfruttare e rapinare per nostro interesse. Concludo
citando un passo di Aldo Capitini (non a caso fondatore nel 1952 della Società
Vegetariana) tratto da “Vita Religiosa” un libro del 1942: “Non mangio carne,
cerco di risparmiare il più possibile l’uccisione degli animali, e anche (si
tratta però di vite più limitate) di stroncare il meno possibile piante e fiori.
Far molto non è già qualche cosa? Farne un problema, uno scrupolo non è già
arricchire la presenza religiosa a quegli esseri? Non è un’offerta pura, una
libera aggiunta che, come tutte le pure offerte che non chiedono nulla, accresce
la gioia nella vita? C’è da dire anche che questo atto si riflette sull’atto che
rispetta, a maggior ragione e con assoluta superiorità d’importanza, l’esistenza
umana. Amo gli animali, ma confesso che mi decisi ad abbandonare il carnivorismo
quando pensai che uccidendo meno animali, diminuendo la faciloneria a riguardo
di essi, si sarebbe acquistata una convinzione più profonda dell’importanza
dell’esistenza degli esseri umani”.
Verrà il giorno in cui gli uomini giudicheranno l'uccisione di un animale
come essi giudicano oggi quella di un uomo Leonardo Da Vinci
Bisogna correggere la falsa credenza che la dieta vegetale ci renda
deboli, passivi e abulici. Io davvero non credo che la carne
sia assolutamente indispensabile, per nessun motivo. M. K. Gandhi
Mangiare carne è semplicemente immorale, perché comporta un'azione, quella di
uccidere, che è contraria al sentimento morale. Lev Tolstoj
L’Associazione Vegetariana Italiana
Fin dall’inizio del secolo scorso, il vegetarismo era praticato in Italia da
molte persone per ragioni etiche e dietetiche, senza alcuna organizzazione o
gruppo coordinato che ne divulgasse le tematiche. Si calcola che i
vegetariani oggi in Italia siano circa due milioni e mezzo. L’A.V.I.
-Associazione Vegetariana Italiana- si occupa di difenderne i diritti, tenerli
informati e di diffondere l'etica e i principi fondamentali del
vegetarismo. Aldo Capitini, partendo dalla convinzione che il sostentamento
umano non può basarsi sulla morte di altri esseri viventi, cominciò a riflettere
sul vegetarismo come scelta consequenziale al suo impegno nonviolento. Nel 1952
con il professor Marcucci, la dottoressa Thomas, l’ingegner Freddi, il professor
Capo, il dottor Ciaburri e il professor Hermann, Aldo Capitini diede vita alla
Società Vegetariana in Italia. Insieme, sorretti unicamente dalla forza
dell’ideale vegetariano, pacifico e pacificatore, hanno deciso di dedicarsi alla
diffusione di questo ideale, consapevoli che l’uomo può salvarsi
dall’autodistruzione solo riportando la sua alimentazione al rispetto delle
leggi naturali, cioè all’esclusione del cibo carneo, che comporta l’uccisione di
animali pacifici e innocenti. Da un articolo del 1963 di Aldo Capitini
[…]"Persone isolate e gruppi vi sono tuttavia, per zoofilia o per ideologia
(gandhiana e nonviolenta, teosofica, pitagorica, naturistica, ecc.). Non siamo
ancora in grado di farne un quadro esatto. Per arrivare a questo, per divulgare
l’ideale e la buona pratica del vegetarianesimo, per rafforzare i rapporti tra i
vegetariani e praticanti, nel 1952 […] abbiamo messo in moto, anche per impulso
di Emma Thomas […] la Società vegetariana italiana, costituita nel settembre a
Perugia, al termine di un congresso dedicato, dal Centro per la nonviolenza,
allo studio e alla pratica della nonviolenza verso il mondo animale e vegetale.
Era presente il segretario della International Vegetarian Union che ha la
centrale a Londra, e che ha colto il gruppo italiano nella grande famiglia
internazionale." Dopo la morte di Capitini, nel 1968, la Società Vegetariana
Italiana cambiò la sua sede da Perugia a Milano e nel 1970 il Dottor Ferdinando
Delor cambiò il nome in Associazione Vegetariana Italiana, proseguendo sulla
linea ideale tracciata da Capitini. Con alcuni collaboratori costituì
un’organizzazione più capillare e iniziò la pubblicazione del trimestrale L’Idea
Vegetariana, partecipò assiduamente a convegni e incontri a livello
internazionale divulgando articoli e volumi sul vegetarismo come scelta etica,
sulle proprietà degli alimenti e sulle considerazioni scientifiche. Da allora
l’Associazione Vegetariana Italiana ha avuto una continua evoluzione,
inserendosi a tutti gli effetti nel movimento vegetariano europeo e
mondiale. L’A.V.I., continuando oggi con la medesima filosofia dei suoi
fondatori, ha tra gli scopi principali quello di incrementare il numero degli
iscritti, affinché il vegetarismo acquisti una forza decisionale anche
nell’attuale società italiana, con enorme vantaggio per tutta la
popolazione.AVI, Segreteria nazionale Viale Brianza, 20 20127
Milano Tel. 02 26113546 www.vegetariani.it
Le cifre della carne
1 ettaro di terreno destinato ad allevamento produce in un anno 66 Kg di
proteine, mentre se fosse dedicato alla coltivazione di soia produrrebbe 1848
kg, cioè 28 volte di più.
Quanto costa un hamburger? Per produrne una è necessario grano sufficiente
per un chilo di pane, acqua sufficiente per 17 docce, carburante sufficiente per
fare 40 km con un’utilitaria, produce lo stesso inquinamento prodotto da
un’utilitaria in 20 km, 23 kg e 16 l di escrementi bovini e infine 3,4 kg di
erosione del suolo.
Se tutti mangiassero carne quanto gli occidentali (circa 100 kg all’anno pro
capite) ci sarebbe cibo sulla Terra per sfamare 2,75 miliardi di persone. Se
tutti fossimo vegetariani si potrebbero sfamare fino a 12 miliardi di
persone.
Nel 20° secolo l’uomo ha abbattuto il 50% delle foreste del pianeta, l’88%
delle quali per far posto ai pascoli.
La deforestazione comporta, oltre alla desertificazione di circa 600.000
ettari di superficie all’anno, la perdita di “biodiversità” poiché nelle foreste
tropicali vivono il 50% delle specie della Terra.
Un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno (pari a circa
quello prodotto da un insediamento umano di 110.000 abitanti) causando
l’inquinamento di falde acquifere, fiumi e torrenti.
Jeremy Rifkin “Ecocidio” – Arnoldo Mondadori Editore Alessandro Arrigoni
“I diritti degli animali” – Ediz. Cosmopolis
Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei!
di Marco Lorenzi
Vegetariani, vegani, crudisti, fruttariani o macrobiotici: che differenza
c'è? Spesso il termine "vegetariano" viene usato, anche impropriamente, per
indicare tipi di alimentazione molto diversi tra loro. A variare possono
essere infatti sia i cibi mangiati o esclusi dalla propria dieta, ma anche le
motivazioni alla base di queste scelte alimentari.
Piccolo dizionario
Vegano (o vegetaliano): elimina dalla propria dieta ogni prodotto di origine
animale. Oltre a evitare la carne il vegano non consuma latte, formaggi o
latticini, uova, miele, ecc… Le ragioni di questa scelta sono anche in questo
caso, in primis, di ordine etico. Il vegano è infatti consapevole che la
produzione di latte e uova, è causa di enormi sofferenze e della morte di molti
non umani. Infatti anche gli allevamenti intensivi non finalizzati alla
produzione di carne, privano gli animali della possibilità di soddisfare i più
elementari bisogni etologici e presto o tardi, quando non saranno più
produttivi, verranno destinati al macello. Alcuni vegani scelgono invece
questa alimentazione essenzialmente per la propria salute, convinti che una
dieta, anche se vegetariana, ma ricca di prodotti animali (formaggi e uova) non
sia molto più salubre di una dieta onnivora. Valgono infine le stesse ragioni
ecologiche e sociali ricordate per il vegetarismo. (Il termine vegano deriva
dall’inglese "vegan", contrazione del termine "vegetarian". In Italia è anche
usata la parola vegetaliano per indicare chi si astiene da ogni alimento
animale) Crudisti: si alimentano esclusivamente di vegetali e frutta,
rigorosamente consumati crudi, escludendo qualsiasi tipo di alimento (come ad
esempio i cereali) che per essere consumato deve essere cotto. Le ragioni di
questo scelta alimentare sono esclusivamente salutistiche e si basano
sull’osservazione che la cottura è un procedimento introdotto dall’uomo da
relativamente poco tempo rispetto alla sua storia evolutiva, e per di più per
rendere più morbide le carni. Pertanto, osservano i crudisti, questo
procedimento è innaturale e potenzialmente dannoso. Secondo alcuni sarebbe
crudista anche chi mangia carni crude. Questa opinone non ci pare condivisibile
dato che chi si ciba solo di cibi crudi lo fa per assumere tutta l’energia
vitale del cibo e la carne, cotta o cruda che sia, è un alimento morto e privo
di ogni energia vitale per definizione. Fruttariani: si cibano solo di frutta
talvolta includendo semi (noci, pistacchi, mandorle, ...) e alcuni ortaggi. Chi
propone questa alimentazione è convinto sia la più adatta alla fisiologia
dell’uomo che è rimasto essenzialmente un primate frugivoro come i suoi
antenati. Questo tipo di alimentazione è quindi sostenuta sulla base di
argomenti essenzialmente salutistici. Va tuttavia rilevato che non ci sono studi
scientifici che confermino i vantaggi di diete così restrittive.
Macrobiotici: non eliminano necessariamente dalla propria dieta il pesce e
quindi non sono automaticamente vegetariani, sebbene escludano sempre latticini
e uova. I macrobiotici che non mangiano pesce seguono un dieta essenzialmente
vegana con tuttavia una serie di regole in più per quanto attiene alla
combinazione degli alimenti e all’esclusione di alcuni cibi
vegetali. Pescetariani: non sono vegetariani. Si tratta di onnivori che per
varie ragioni (in genere salutistiche) eliminano solo la carne dalla propria
dieta, pur consumando abitualmente pesce. Essi non cono considerabili
vegetariani neppure in senso lato.
Nella globalizzazione selvaggia vince la legge del più forte. La via
istituzionale alla pace, per costruire un governo mondiale
Di Padre Angelo Cavagna *
Il mondo oggi è davvero diventato un ‘villaggio planetario’; ma questo
villaggio è tuttora senza ‘sindaco’ e senza ‘consiglio comunale’; in pratica è
un ‘paese di matti’. Vi regna l’anarchia pressochè totale e i problemi si
risolvono a botte, ossia a base di scontri armati, con la legge del più forte,
anzichè con la forza della legge e del diritto. E’ almeno da un secolo che si
è percepita l’esigenza di ‘istituzioni sovranazionali’, a garanzia del bene
comune di tutti i popoli del mondo. Dopo la prima guerra mondiale (1914-18)
sorse un coro di voci a reclamare ciò. E i vincitori istituirono la “Società
delle Nazioni”. Ma, si sa, i ‘signori della guerra’ non sanno fare la pace; e la
“Società delle Nazioni” fallì. Dopo la seconda guerra mondiale (1939-45) si levò
un urlo immenso a reclamare la “Nazioni Unite” a garanzia di giustizia e pace
per tutti. Anche stavolta, però, furono istituite dai ‘signori della guerra’ a
proprio uso e consumo; e non funzionano. La prova? Il segretario dell’ONU, Kofi
Annan, in un fondo su l’Unità di tempo fa, ha scritto chiaro e tondo: “Le
istituzioni internazionali, che dovrebbero garantire giustizia e pace per tutti
i popoli, sono allo stato poco più che embrionale”. In altre parole: non sono
ancora nate. Allora: cosa aspettiamo? La terza guerra mondiale, magari
atomica? I benpensanti dicono: solo un pazzo potrebbe dichiararla. Ma non è
difficile capire che di pazzi, a questo mondo, non c’è mai stata carestia; oggi
meno che mai!
Occidente incivile L’Occidente (Italia, Europa, America del Nord) si è
fregiato spesso della prerogativa di culla o area della civiltà (cultura
classica, cristiana, democratica, scientifico-tecnica...). Con il passare dei
secoli si sta connotando, al contrario, per il primato della inciviltà. Ha
ragione il prof. Andreoli che, al convegno internazionale di Rimini, organizzato
dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, sul tema “Servire la pace e difendere i
diritti umani” (16-18 dicembre 2003), ha affermato e ribadito con forza:
“L’Occidente non è il ‘mondo civile’, bensì ‘incivile’. E’ questa l’idea che
oramai ci stiamo acquistando nel mondo. In Uganda, dove eravamo in viaggio su
pulmini e pulmann di fortuna in 200 italiani verso Butembo
nell’Est-Congo/Kinshasa, con “Beati i Costruttori di Pace”, durante una sosta,
mentre la gente ci guardava con curiosità perplessa, un ragazzo sui 12 anni si
avvicinò e chiese: “Siete dell’ONU?.. Siete della NATO?”. Alla nostra risposta
negativa, spiegando che eravamo gente comune interessata a favorire la pace in
Africa, in particolare nel Congo, ebbe un moto di gioioso sollievo, spiegando:
“Noi sappiamo che quando arrivano i bianchi, per noi di solito son guai!”.
Questa è la nomea che ci stiamo facendo nel mondo. In Africa, anche i bambini
delle scuole primarie sanno cos’è stata la “Conferenza di Berlino” del 1884-85:
i governanti delle nazioni industrializzate si riunirono nella capitale della
Germania; posero sul tavolo la cartina geografica dell’Africa dicendo “Non
facciamo la guerra fra noi; dividiamoci l’Africa di buon accordo”. Poi inviarono
gli eserciti coloniali a “portar la civiltà!”. E l’Africa fu divisa secondo i
rispettivi interessi per le materie prime, senza riguardo per le aree politiche,
culturali, religiose; il che è tuttora fonte di infinite sofferenze e
lotte. Più vicino a noi, dopo il crollo del ‘muro di Berlino’ (1989) e lo
scioglimento del ‘Patto di Varsavia’ (1990), era logico si sciogliesse anche la
NATO. Invece i rispettivi paesi componenti (occidentali) confermarono
l’alleanza, iniziando a parlare di “Nuovo modello di difesa”. Nell’ottobre del
1991, il nostro ministro della Difesa, quindi il Governo, presentò in Parlamento
un documento intitolato “Linee di sviluppo delle Forze Armate negli anni ‘90”.
In esso, tra l’altro, si diceva: “Il nuovo Modello di Difesa non è più tanto la
difesa dei confini, bensì degli ‘interessi vitali della Nazione’ in qualsiasi
parte del mondo... Per interessi vitali sono da intendere ‘le materie prime
presenti nel terzo mondo, necessarie alle economie dei paesi
industrializzati’... In questo quadro l’Europa, in particolare l’Italia, avrebbe
il ruolo di ‘ponte politico ed economico fra i paesi industrializzati e il terzo
mondo’”. Viva la sincerità! Ma non potei trattenermi dal pubblicare su
Settimana del Centro Dehoniano di Bologna un articolo intitolato: “PATTO
SCELLERATO?”. In fine di articolo, il punto interrogativo si cambiò in
esclamativo! Il PATTO SCELLERATO, come detto sopra, è di tutti i paesi NATO.
Il Parlamento francese, ad esempio, varò una legge sulla ripresa degli
esperimenti nucleari, autorizzando il Governo all’uso della bomba atomica per la
difesa degli “interessi vitali della Nazione” in qualsiasi parte del mondo.
Falsità - arroganza - cinismo violento E’ impressionante la serie di fatti
in linea con il PATTO SCELLERATO sopra accennato! A cominciare dalla guerra in
Kossovo. Molti sembrano ancora candidamente convinti che si sia trattato di una
‘guerra umanitaria’ (supposto che possa esistere!). L’Italia faceva affari,
mentre la si preparava, vendendo armi a Milosevic. Fu negato qualsiasi aiuto, né
diplomatico né economico, a Ibrahim Rugova che stava attuando all’interno una
delle lotte nonviolente più intelligenti e massicce. In ogni caso, lapidaria e
inequivocabile fu la dichiarazione della Segretaria di Stato di Clinton, sig.ra
Albright, all’inizio dell’amministrazione Bush: “Noi, in Kossovo, abbiamo difeso
gli interessi americani!”. Ugualmente solo gli interessi sono alla radice
della ‘guerra preventiva’ di USA e Inghilterra, con il codazzo di
fiancheggiatori, fra cui l’Italia, contro l’Afghanistan, l’Iraq e forse altri
paesi in seguito. “L’ONU è stata volutamente scavalcata - scrive il
vescovo-teologo Francesco Lambiasi sul n. 1 di Settimana 2004 p. 1 -. Il motivo
vero, denunciato anche da La Civiltà Cattolica, quaderno 3662, è quello di
‘‘avere accesso alle immense riserve di petrolio iracheno’’”. E aggiunge:
“Questo non significa essere antiamericani, perchè queste cose le hanno
ricordate anche gli episcopati degli USA e dell’Inghiletrra”. Clamorose sono
state le bugie sui depositi di tali ‘armi di distruzione di massa’ per
giustificare l’attacco all’Iraq. Al riguardo, i primi responsabili sono proprio
i cosiddetti paesi nucleari, USA in testa, che tali armi hanno inventato,
costruito, diffuso, usato, ammodernato, Italia compresa che usava già le armi
chimiche nel 1936 nella guerra d’Africa. Questi paesi cosiddetti civili, che
all’ONU si affannano per far firmare a tutto il resto del mondo il ‘Patto di Non
Proliferazione’ delle armi chimiche - batteriologiche - nucleari, non hanno mai
voluto indicare una data precisa di inizio di disarmo reale di tali armi, come
sancito dall’ONU e come vivamente ed unanimemente richiesto dagli altri paesi.
Anzi, Bush ha più volte affermato che il suo Governo, se tiene tali armi, è
segno che intende usarle. Michel Chossudovsky, docente di economia
all’Università di Ottawa, in un libro “Guerra e globalizzazione - La verità
dietro l’11 settembre”, edito dall’EGA, scrive: “L’iniziativa di difesa
strategica (Star Wars) include..: ‘scudo stellare’.., armi ‘laser offensive’..,
strumenti per la guerra meteorologica e climatica... Agli inizi del 2002 un
rapporto segreto del Pentagono confermò l’intento dell’amministrazione Bush di
usare armi nucleari contro Cina, Russia, Iraq, Corea del Nord, Iran, Libia e
Siria... Il rapporto dice che il Pentagono dovrebbe essere preparato a usare
armamenti nucleari...” (pp. 104-5).
Per una globalizzazione civile Oramai tutti sanno che in questa
globalizzazione selvaggia chi comanda non è il potere politico, bensì quello
economico-finanziario. Sono le 7 ‘sorelle del petrolio’, le 5 ‘sorelle del
grano’ (multinazionali che controllano gran parte dei viveri del mondo) ecc.
Sono esse che dettano legge ai politici e si servono dello strumento militare
per controllare le risorse o materie prime del mondo, difendendo a denti stretti
il liberissimo mercato internazionale: il vero superstato globale e dittatoriale
che scardina dal di dentro il sistema democratico. Ne sono un segno le spese
militari, quasi sempre in crescita, anche nei paesi poveri, mentre i tagli
infieriscono sulle spese sociali. Ne sono un simbolo inequivocabile gli
‘aggiustamenti strutturali’, ossia le condizioni che il Fondo Monetario
Internazionale (FMI) pone ai prestiti che fa ai governi, specie dei paesi
poveri: tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni ecc. e praticamente mai
alle spese militari. Queste non sono critiche di moralisti sentimentali, ma
valutazioni scientifiche anche dei massimi esponenti della finanza. “Basta con
le spese militari: tolgono risorse allo sviluppo”: a dirlo è stato il presidente
della Banca Mondiale, James Wolfensohn, in una recente intervista a La
Repubblica. Ed ha aggiunto: “La stessa ripresa americana è fragile”. Tommaso
Padoa Schioppa, da parte sua, esperto di economia e vicepresidente della Banca
Centrale Europea, è da un po’ di tempo che va ribadendo: “Anche l’economia ha
bisogno di regole”. La libera concorrenza si risolve spesso in una competitività
spietata, a volte sleale e a base di corruzione, che sfocia quasi
inesorabilmente in una società e anche in una economia malata. Un altro
esperto, che lavorò per trent’anni nella Comunità Economica Europea, usava la
seguente immagine: “Occorre un ‘semaforo’, ossia un minimo di regole, anche per
l’economia. Il semaforo non toglie la libertà: la regola in modo intelligente e
umano, per il bene di tutti”. Ma chi può mettere il semaforo ad una
economia-finanza mondiale nel villaggio planetario? Evidentemente il ‘sindaco’,
con il supporto di un ‘consiglio comunale’. Ma questo è ciò che manca e non si
vuole. E’ il problema dell’Europa, che tutti a parole vogliono più unita e
forte, salvaguardando però la sovranità assoluta dei singoli stati. E’ il
punto su cui è fallito il progetto di costituzione europea. Non si vuole una
vera autorità sovranazionale, né a livello europeo, né a livello mondiale.
All’ONU, l’assemblea dei rappresentanti dei governi del mondo non può fare la
minima legge. L’unico organo che decide qualcosa è il Consiglio di Sicurezza,
dove siedono permanentemente i cinque vincitori della seconda guerra mondiale,
con il diritto di veto singolo: questa è l’ONU costruita dai ‘signore della
guerra’ a proprio uso e consumo. Più o meno lo stesso è per l’Europa. Il
fallimento dell’ultimo vertice di Bruxelles del semestre italiano è ben
riassunto dalla seguente descrizione di Andrea Bonanni su La Repubblica del
30.1.03: “Sono anni che in Parlamento europeo Fausto Bertinotti attacca Prodi e
le istituzioni europee con argomentazioni diverse ma non meno dure di quelle
usate dai deputati leghisti o dall’estrema destra di Le Pen. Ed è il senso di un
assedio politico che si chiude attorno alla costruzione europea quello che
Silvio Berlusconi ha riassunto magistralmente in un gesto quando, all’ultima
seduta del Parlamento di Strasburgo, si è alzato dal suo posto mentre parlava
Francesco Rutelli per andare a stringere la mano a Fausto Bertinotti. Se
l’Europa oggi ha tanti nemici - continua l’articolista -, siano essi avversari
politici o antagonisti criminali, non è perchè abbia fallito i suoi obiettivi,
come vorrebbero far credere i populisti di destra e di sinistra, ma perchè li ha
centrati. Perchè è diventata, come spiegano Prodi e Monti, l’unico esempio
funzionante sulla faccia del pianeta di ‘governance’ della globalizzazione... E’
una scommessa difficile - conclude l’articolo - e tutt’altro che vinta, come
dimostrano il fallimento del vertice di Bruxelles e le vanterie di Berlusconi di
aver ‘‘fermato il superstato europeo’’”. Riguardo a Prodi, egli ha espresso
la propria opinione nell’intervista rilasciata a Giancarla Codrignani e
pubblicata su Mosaico di Gennaio ‘04, dove dice tra l’altro: “Occorrono in primo
luogo regole funzionali, ben diverso sarà il percorso se prevarrà il voto a
maggioranza o resterà necessaria l’umanità. In quest’ultimo caso sarà molto più
difficile per l’Europa far sentire la propria voce”. Precisa però: l’Unione
Europea (UE)non sarà mai un ‘superstato’, perché a differenza dagli USA, i
singoli paesi conservano la loro identità e le loro autonomie”. Ciò sembrerebbe
una contraddizione. Nel caso prevalesse il voto a maggioranza, la sovranità dei
singoli stati componenti l’UE non sarebbe più assoluta, perché dovrebbero
sottostare alle leggi comuni così stabilite, anche non gradite. L’UE dovrebbe
avere anche il modo di farle rispettare da tutti, in quanto istituzione
sovranazionale. Allora il rifiuto del ‘super-stato’ equivarrebbe al rifiuto del
centralismo esorbitante, tanto a livello europeo come a livello mondiale, che
sarebbe contrario al principio di sussidiarietà, che ho sentito con piacere
richiamare al congresso nazionale dei giovani di “Rifondazione Comunista” presso
il tempio Malatestiano di Rimini alcuni anni fa. In tal caso potremmo essere
d’accordo tutti con la sintesi, che ritengo splendida, proposta dal Catechismo
CEI “La verità vi farà liberi”, che dice: “Oggi…la pretesa dei singoli stati
sovrani di porsi come vertice della società organizzata sta diventando
anacronistica. Si va verso forme di collaborazione sistematica, si moltiplicano
le istituzione internazionali, si auspicano forme di governo sopranazionale con
larga autonomia delle entità nazionali (pp. 528-529).
Conclusione Un vero ‘governo europeo’ e, ancor più , ‘mondiale’ è la
soluzione più indovinata e urgente, che l’on. La Pira indicava come “via
istituzionale alla pace”, senza la quale il mondo è destinato a rimanere in
balìa del caos globale attuale, a tutto vantaggio di multinazionali voraci e
antidemocratiche, e in lotta spietata fra loro. Del resto l’articolo 11 della
Costituzione Italiana lo prevede espressamente nella sua seconda parte:
“L’Italia... consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle
limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la
giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali
rivolte a tale scopo”. Certo è essenziale che ciò avvenga secondo il
‘principio di sussidiarietà’, che vieta al livello di autorità superiore di
avocare a sé ciò che può essere fatto prima e meglio al livello inferiore o
locale. Si deve evitare quel centralismo eccessivo e ingombrante che rende
inceppati e insopportabili gli stessi governi democratici. Non è detto che
con il ‘sindaco’ e il ‘consiglio comunale’ vengano risolti al meglio tutti i
problemi del ‘villaggio planetario’ come di qualsiasi comune; ma un paese senza
sindaco e senza consiglio comunale è senz’altro peggio e inconcepibile.
Il B-2 Spirit è un bombardiere in grado di trasportare sia armamento nucleare
che convenzionale (viene in gergo chiamato “ multiruolo”). Le sue
caratteristiche di bassa osservabilità, o stealth, gli danno l'abilità di
penetrare le difese nemiche più sofisticate e i bersagli molto protetti. La
combinazione fra le tecnologie d’avanguardia (soprattutto i materiali compositi
impiegati e la speciale vernice che lo ricopre), l'aereodinamica efficiente e
l'elevata capacità di carico attribuiscono al B-2 importanti vantaggi sui
bombardieri esistenti. I B-2 hanno come equipaggio due piloti, il comandante
dell'aereo nel sedile sinistro e il comandante della missione nel destro: sono
stanziati nelle tre basi statunitensi Whiteman, Diego Garcia e Guam e possono
volare in ogni parte del mondo con appena un rifornimento. Il loro raggio
d'azione con un pieno di carburante è infatti approssimativamente di 9.600 km.
Quello che invece amichevolmente si chiama F117 o "Stealth", all'anagrafe è
registrato come Lockheed Martin F117 Nighthawk. In quel nome, falco della notte,
è già racchiusa una parte della sua missione. Infatti ogni operazione che lo
vede impegnato si svolge di notte, quando con il favore dell'oscurità può meglio
sfruttare le sue caratteristiche. Il suo colore nero, che dà alle sue linee una
parvenza di eleganza, è dovuto alla vernice speciale che lo ricopre. Anche
questa, come per il B-2, serve ad assorbire parte delle onde emesse dai radar e
quindi a ridurre la traccia da essi percepita. Parlando di armamento l'F117
di solito va in volo con solo 2 bombe a guida laser, le cosiddette bombe
"intelligenti", contenute nella zona inferiore della fusoliera. Queste bombe,
come il loro nome dovrebbe suggerire, sono guidate sul bersaglio da appositi
segnali laser emessi dall'aereo che "illumina" il bersaglio, sensori in grado di
fornire una visione infrarossa permettendo al contempo la navigazione
notturna. Nessun arma di autodifesa è montata su questo aereo e questo spiega
perchè i piloti selezionati per guidarlo sono tra i più preparati. Volano di
notte arrivando fin dalle prime fasi di un conflitto, le più pericolose, in
profondità in territorio nemico e tutto questo senza difese in caso siano
intercettati. Del costo c'è poco da dire, visto che nessuno lo conosce
esattamente a parte il Pentagono che lo paga. Comunque si può dire che sta da
qualche parte tra esagerato, pazzesco e smodato. Per dipingere lo Stealth ed
il B-2, dagli stabilimenti di Atlanta hanno chiesto l’aiuto dell’azienda di
Francesco Peghin, a Camposampiero, Padova. Alla Blowtherm si sono dati da fare,
e hanno messo in funzione un impianto di verniciatura di quelli seri: «Siamo
stati là dentro una volta, e poi non ci abbiamo messo più piede, dopo avere
passato mille controlli di sicurezza». Peghin, 39 anni, lo racconta divertito.
Presiede l’azienda di famiglia, fondata da suo padre nel 1956. Il Gruppo
Blowtherm ai tempi produceva bruciatori civili ed industriali. Negli anni ‘70
inizia l’avventura nel campo delle cabine forno di verniciatura per autoveicoli,
quelle utilizzate dalle carrozzerie. Un’intuizione fortunata, visto che in un
decennio la società padovana riesce a diventare il numero uno al mondo nel
settore, e a ragionare in termini globali. «Avevamo una joint venture in Usa con
una società americana, ma ora andiamo avanti da soli», racconta ancora
Peghin. La Blowtherm attualmente è composta da due divisioni: quella dei
bruciatori, con stabilimento a Legnago (Verona), e quella degli impianti di
verniciatura. Un fatturato che, nel 2002, ha toccato i 54 milioni di euro. Il
fatturato è al 70% realizzato all’estero: un quarto in Nordamerica, un quarto in
Italia e il resto in tutti i continenti. Il grande business ora è con le case
automobilistiche, con marchi, tra gli altri, come Mercedes, General Motors e
Volkswagen. «Collaboriamo anche con i produttori di vernici per automobili,
soprattutto da quando si stanno imponendo le vernici ad acqua, meno inquinanti e
a basso contenuto di solventi», aggiunge l’ecologico Peghin. Sono stati i primi
a vendere questi forni in Cina, 10 anni fa, fino a venire copiati. Ora hanno
rifornito la ditta Kremlin. Che dipinge i blindati antisommossa per la polizia
di Mosca. Francesco Peghin, presidente di Assindustria Sport, vanta anche un
importante passato sportivo: per due volte (1995 e 1996) è stato campione
mondiale di vela nella sesta classe Ior e per questi risultati il Coni gli ha
conferito la medaglia d'oro al valore atletico. E’ iscritto ovviamente al Rotary
Club di Padova.
Tornano a fiorire le biciclettate nonviolente, sobrie e piacevoli E si
candidano come alternativa alle manifestazioni con corteo
Un ciclo completo di stagioni è trascorso dalla prima Giornata nazionale
dell’auto-boicottaggio, che ha portato file indiane di biciclette imbandierate a
pace nelle maggiori città d'Italia, da Palermo a Torino. E visto che con la
primavera non è tornata la pace in Iraq né nella testa dei nostri politici, in
molti rinasce il desiderio di gridare "non in nostro nome” di rimboccarsi i
calzoni (con tanto di molletta) per un’obiezione collettiva all’auto e
un’opzione personale per la bicicletta.
E' da sottolineare come molte biciclettate ritornino maturate sulla base
dell’esperienza accumulata e si candidino a diventare una vera e propria
modalità di manifestazione nazionale a rete, puntando sull’integrazione
bici+treno, che permette di: ampliare il raggio d’azione non più limitato
all’interno delle città capoluogo ma allargato a collegare città raggiungendo un
bacino di utenza regionale o interregionale. rivolgersi a tutti, compresi
coloro che faticavano a partecipare alle biciclettate a causa degli anni o dei
chili di troppo, o magari della pigrizia o goffaggine. Il treno trasforma una
modalità di manifestazione che potrebbe risultare elitaria, ristretta ai più
atletici tra i pacifisti convinti, in una modalità adeguata a persone di tutte
le età e di tutte le taglie.
Vediamo il caso delle biciclettate convergenti organizzate da Sarzana, Massa
e Carrara in occasione del passaggio della Carovana Arcobaleno di Pace il 13
marzo scorso.
PREPARAZIONE Qualche giorno prima della partenza si è provveduto a
tappezzare il percorso e i principali luoghi pubblici dei centri attraversati
con manifestini che annunciavano il passaggio della biciclettata, con
un’approssimazione oraria del passaggio nell'ordine di un quarto d’ora,
invitando a unirsi al bicicorteo.
Grazie a un contatto con l’ufficio comitive delle ferrovie e attraverso lo
studio dell’orario dei treni, si è preparata una tabella oraria con tutti i
treni che fanno salire le bici negli orari previsti per la manifestazione. Gli
usi del treno proposti sono vari: raggiungere in bicicletta il punto di
partenza da una città distante raggiungere in bicicletta un punto avanzato
dell’itinerario o il punto di raccordo delle biciclettate raggiungere a piedi
(combinando con il bus) il punto d’arrivo, dove si svolgerà il
comizio-animazione finale ripartenza in bicicletta e a piedi E’ importante
assicurare alle persone con problemi di mobilità e che non hanno mai messo la
bici sul treno, un'assistenza nella salita e discesa dal treno. Invitare
esplicitamente nei volantini persone con forti limiti di mobilità, garantisce
tra l'altro gli altri utenti sulla possibilità di vivere l’esperienza in tutta
serenità. Nell’eventualità della previsione di un afflusso di bici alle
stazioni superiore alla capienza massima dei vagoni biciclette utili (di 15
unità nei treni da noi individuati) è possibile richiedere una carrozza
prenotando un certo numero di posti bici. Occhio però: fino a una settimana
dalla partenza! In caso di pioggia e di annullamento della biciclettata viene
perduto solo il costo delle prenotazioni. Chi non si è prenotato corre il
rischio di trovare il treno pieno e di non poter partire.
AZIONE! Sabato 13 marzo 2004 ore 13.32: stazione di Sarzana: in
perfetto orario arriva il regionale partito da Spezia alle 14.09. Ne scendono
una decina di visi giovani; sembrano divertiti dall’insolita esperienza della
bici sul treno; chi è sceso prima si affretta ad aiutare chi è ancora
sopra. 14.15: dopo un primo giro in città le bici ritornano alla stazione e
incontrano molte altre che ne frattempo si sono raccolte. PARTENZA! 14.35
coincidenza alla stazione di Luni con il treno che porta i ciclisti dalla
riviera e dalla lunigiana interna. Mano a mano che si procede al gruppo si
aggiunge chi ha preferito aspettare le bici lungo il percorso si arriva a oltre
cinquanta biciclette. 14.40 incontro con le biciclettate convergenti da Massa
e Carrara e partenza in corteo lungo il largo viale che conduce verso il mare,
passando davanti alla stazione di Avenza a raccogliere eventuali ritardatari o
persone impossibilitate a fare percorsi più lunghi. 15.30 arrivo nel piazzale
della coop di Avenza per comizio conclusivo e saluti alla carovana della pace
che riparte per Viareggio 16,30 ripartenza ognuno nella propria direzione, a
completare l’anello per la via del mare. I meno agili tornano in treno dalla
vicina stazione di Avenza. 17.30 Arrivo e saluti in piazza Matteotti a
Sarzana e poi alla stazione a risalire sul treno per la Spezia e Riviera.
VALUTAZIONE E’ andato tutto molto bene: orari rispettati alla perfezione
ma soprattutto un successo inaspettato dal punto di vista dell’affluenza di
ciclisti e della risposta dei passanti. Questa modalità permette a chi la
attua di avere una chiara percezione dell’umore della gente riguardo al tema
proposto: una sorta di sondaggio a sorpresa su due ruote che i mega cortei
tradizionali non permettono perché preceduti da tutta una serie di impedimenti
logistici che portano i passanti a chiudersi in se stessi, non facendo arrivare
che in minima parte il proprio umore ai manifestanti. Da sottolineare come la
gran parte del lavoro organizzativo che questa tecnica di azione nonviolenta
richiede sia decentrabile: non molto di diverso a quello che ogni persona può
fare nel momento in cui desidera utilizzare il treno per recarsi a pedalare. La
prenotazione dei posti si appoggia sul servizio comitive delle FS, lo
svolgimento del corteo non intralcia il traffico (almeno finchè qualcuno non lo
riterrà pericoloso) e quindi può essere autogestito. Come nel caso
dell’esperienza di critical mass il corteo si può creare spontaneamente,
contando sulla capacità di autoorganizzarsi del singolo ciclista. Infine, la
biciclettata cerca di evitare ogni intralcio agli automobilisti, visti non come
controparte ma come terze parti; in una manifestazione che si snoda per vie
trafficate certamente uno dei principali gruppi da spostare verso le proprie
posizioni con l’empatia.
GLOSSARIO Dall’esperienza fatta rimane il senso di aver lavorato a una
tecnica di azione nonviolenta dalle grandi potenzialità. Dico questo per il
moltiplicarsi di proficui dettagli che si costruivano spontaneamente nel
preparare e fare questa esperienza. Ho provato a raccoglierli in un
glossario AVAMPOSTO: ha la patente di scorta tecnica riconosciuta, capacità
atletica e bicicletta adeguate a risalire il corteo dopo aver verificato che le
macchine non ripartano a semafori e incroci prima che la fila sia interamente
passata. Verifica che sulla linea delle ruoti non ci siano oggetti pericoloosi
per l’equilibrio dei ciclisti meno esperti, eventualmente liberandoli con un
calcio o fermandosi. CAPOCOLONNA: tiene l’itinerario e il ritmo adeguato a
conciliare tabella di marcia e differenti possibilità atletiche. Ha piena e
unica autorità nei nei momenti critici e in particolare detta le traiettorie nei
bivi e nei passaggi di corsia. Per avere la percezione della compattezza del
gruppo, la sua bici dovrebbe essere attrezzata con specchietti retrovisori (o
con un buon messaggero). CICLOVOLANTINATORE: alcune persone particolarmente
allenate ed abili a guidare la bici, attrezzate di una scorta di volantini su un
cestino o qualcosa di simile, pedalano paralleli al corteo, in asse con i
passanti, fermandosi a consegnare volantini per poi ripartire all’inseguimento.
DECORAZIONI: anche per la primavera-estate 2004 vanno alla grande le
verdissime canne di bambù. Sottili, resistenti ed elastiche come la migliore
fibra sintetica, consentono di raggiungere altezze adeguate per issare la
bandiera della nonviolenza. La bicicletta offre infinite altre possibilità di
decorazione che utilizzino la dinamica dell’aria in movimento, dei pedali o
delle ruote. ITINERARIO: per evitare troppi attraversamenti di strade per
imboccare strade sulla sinistra a partire dalla carreggiata destra, è
preferibile che l’anello dell’itinerario giri verso destra e non
viceversa. MECCANICO: posto a chiusura del corteo, offre la propria
bicicletta a chi ha forato (sempre che non sia di stazza troppo diversa).
Possiede strumenti tecnici e capacità adeguati a riparare la ruota in un tempo
che gli consente di ricongiungere con il gruppo. MEGAFONO: è possibile usarne
uno, o un’amplificazione portatile, in grado di raggiungere anche chi non è in
strada, ma è alla lunga fastidioso per chi pedala, impedendo una reale
interazione con ciò che sta intorno e tende a produrre un tono slogan anche in
mano al migliore declamatore. MESSAGGERO: ruolo importante che cerca di
tenere unito il gruppo, eventualmente chiedendo alla testa di rallentare o
attendere. Le forature non vanno comunicate alla testa del corteo ma al
messaggero più vicino che provvederà a comunicarle. MUSICA: (canti, ritmi,
scampanellate, trombette e strumenti vari) a gruppi con botta e risposta.
Aiutano a segnalare il proprio passaggio ai meno attenti o più distanti. Per i
ciclomusicisti meno preparati si può affiancare impianti di amplificazione
portatili. Anche qui si consiglia leggerezza: il rumore del vento tra i raggi è
rilassantissimo e il suddetto effetto hippie dietro l’angolo. SEMAFORI: sono
l’occasione per i più atletici (che vogliono lasciare correre un po’ i pedali)
di aspettare chi va più piano. Altrimenti la coda si troverà ulteriormente
ritardata dallo scattare del rosso, spezzando il corteo in due tronconi o
suggerendo sconsigliabili accelerate col giallo. SLOGAN: è possibile
indirizzare ai passanti che si incrociano una breve frase immediatamente
comprensibile, seguita da frasi coordinate che ne arricchiscano il senso,
pronunciate da successivi speker distribuiti nel corteo, a una distanza
sufficiente da ritmare il messaggio in maniera sostenibile per chi lo riceve.
E’ nata “CONTROLLARMI”, la Rete italiana per il disarmo.
L’esperienza della campagna in difesa della Legge 185/90 ha lasciato in tutti
gli organismi partecipanti (fra cui il Movimento Nonviolento) la voglia di
continuare a spendersi sui temi del controllo degli armamenti e di contribuire
ad un orizzonte di disarmo, e di farlo in maniera stabile e duratura. Il
risultato di tutto ciò è la costituzione di un luogo di coordinamento degli
sforzi di tutti, che parta da una lettura attenta della situazione attuale.
Oltre 25 gruppi ed associazioni si sono già impegnati a dare il loro
contributo all’iniziativa, in termini di risorse, di competenze, di capacità di
mettersi in gioco per un obiettivo comune. La Rete Italiana per il Disarmo
non si costituirà con una struttura giuridica particolare, ma verrà gestita in
forma partecipata e libera da tutti quegli attori del mondo della Pace che ne
hanno sottoscritto e ne sottoscriveranno il protocollo di intesa elaborato.
Principalmente due saranno i binari che la Rete Disarmo andrà a seguire: la
ricerca e la mobilitazione. Da una parte è necessario infatti continuare ed
intensificare lo sforzo di studio ed approfondimento di una tematica che diviene
più complessa ed intricata ogni giorno che passa. La difficoltà sta nel fatto
che già di base gli aspetti economici e legislativi non sono semplici da
affrontare, ed in più le conseguenze che hanno in questo mondo globale ed in
trasformazione sono davvero in rapida moltiplicazione. Collegato direttamente
all’ambito di ricerca, dal quale dovrà trarre spunti, indicazioni e dati, è
ovviamente fondamentale l’aspetto di azione e mobilitazione, sul quale molti
degli organismi aderenti alla Rete hanno una tradizione lunga e consolidata. Non
potremo pensare all’azione della nostra Rete Disarmo come quella di un’unica e
singola “campagna”: solo un’articolazione intelligente permetterà di ottenere
reali successi. Il luogo di base per lo svolgimento del lavoro sarà il Gruppo
di Lavoro Tematico, all’interno del quale le organizzazioni si potranno
incontrare per mettere a disposizione e valorizzare le competenze possedute su
un tema specifico. L’incentivazione alla creazione di gruppi di lavoro che
possano sviluppare e coordinare le strategie in ciascun ambito è riconosciuto
come uno degli obiettivi funzionali interni più importanti per la Rete Italiana
per il Disarmo. Sebbene il fermento iniziale stia già facendo costruire nuovi
Gruppi, soprattutto in vista di campagne e di azioni, ad oggi è sicura la
partenza di quattro GLT legati più ad ambiti generali e di studio che a
mobilitazioni particolari. Al di là dell’attività specifica dei gruppi di lavoro
alcune priorità di azione trasversali sono condivise dalla Rete nel suo
complesso: monitoraggio della spesa militare e del commercio di armi, controllo
del rispetto dei vincoli all’esportazione di armamenti, rifinanziamento dei
fondi per progetti di riconversione (185/90) e altri (raccolta armi,
sminamento), raccordo con le altre iniziative europee ed internazionali in
materia di disarmo, stimolo al dibattito politico sul tema del disarmo in
Italia, lancio e diffusione di una campagna di informazione sul disarmo,
mobilitare l’opinione pubblica nel sostegno alle azioni con lo scopo di
influenzare le politiche nazionali ed europee.
Il Movimento Nonviolento, ha aderito convinto alla Rete per il Disarmo, certo
di poter dare il suo apporto. Ora starà alle nostre sezioni e ai nostri
attivisti mobilitarsi per far ritornare argomento di dibattito comune il tema
del DISARMO. Che sia una campagna di sensibilizzazione sull’uso delle armi
leggere o che sia una campagna contro gli armamenti in generale, sta a noi
lavorare per la Rete e nella Rete per dare sempre più sfondo all’orizzonte
culturale del disarmo. Dobbiamo riuscire a far presa sulla società civile perché
siamo certi che “anche un bambino lo capisce” che ogni altra scelta che non
escluda armi belliche di qualunque genere, sarà un precipitare di voragine in
voragine.
“Non pretendo e neppure presumo che la scelta del disarmo unilaterale sia
LA soluzione di questa infernale storia umana bellicosa. Solo un filo di
speranza, al livello politico e al livello individuale, l’unica a cui possa
darmi. Quello però di cui sono completamente certo, è che ogni altra scelta
che non escluda armi belliche di qualunque genere, sarà un precipitare di
voragine in voragine”. (Pietro Pinna: La mia obbiezione di coscienza).
Massimiliano Pilati per il Movimento Nonviolento Francesco Vignarca
per la segreteria della Rete Italiana Disarmo mail:
Rosenstrasse di Margarethe Von Trotta – Germania/Olanda 2003
Margarethe Von Trotta è da sempre regista rigorosa, stilisticamente ci
propone un cinema ad ampio respiro e di impianto rigidamente classici; è da
sempre regista attenta alle tematiche storiche e sociali, e impegnata nel
sostenere le istanze dei movimenti di emancipazione della donna: il suo ultimo
film, Rosenstrasse, di tutto questo ne è compendio e manifesto. La pellicola
racconta la vicenda, realmente accaduta nel 1943 a Berlino, di un gruppo di
donne tedesche che, in seguito all’arresto e all’internamento in un angusto
palazzo della Rosenstrasse dei mariti di “razza ebrea”, decidono di riunirsi in
questa strada a protestare e a reclamare la liberazione degli stessi. Un atto
spontaneo di coraggio cui parteciparono anche donne fiancheggiatrici del nazismo
e che si conclude con la decisione dei gerarchi nazisti di porre fine alla
prigionia di questi “fortunati” ebrei. La forza, la caparbietà e lo
straordinario amore di queste donne, capaci di “obiettare” nel più autentico ed
etimologico senso del termine, “gettare contro, opporre” il proprio corpo e la
propria anima alla barbarie, incuranti degli enormi rischi che avrebbero potuto
correre, risulta essere la chiave dell’insperato atto di liberazione. E tra di
loro emerge la figura di Lena, ripudiata dal padre, un esponente dell’alta
nobiltà germanica fiancheggiatrice del nazismo, per avere sposato un ebreo,
interpretata con intensità dalla brava Katja Riemann, premiata per questo come
miglior attrice all’ultimo festival di Venezia. Lena è l’ultimo notevolissimo
ritratto di donna della ricca e variegata “galleria” dell’autrice ed ex-attrice
tedesca: galleria che riunisce personaggi come Rosa Luxenburg, Katharina Blum,
Christa Klages… Ma il film non si esaurisce nella vicenda storica che vuole
riportare alla luce: tale vicenda è in realtà un lungo (forse un po’ troppo)
flashback; passato e presente si intrecciano e compenetrano nella narrazione,
così come la sfera storica e quella privata (così già in “Anni di piombo” del
1981). Lena, all’interno del flashback, infatti, incontra nella Rosenstrasse la
piccola Ruth, rimasta orfana in seguito alla deportazione della madre. Tale Ruth
(che in seguito, per ricongiungersi ai propri parenti emigrati in America, dovrà
subire un ulteriore distacco anche dalla sua nuova “madre adottiva”, la stessa
Lena) la incontriamo ormai avanti con gli anni nell’incipit del film, a New
York, madre a sua volta di Hanna, con la quale si è creata una frattura a causa
della sua scelta di sposarsi con un uomo non ebreo. Hanna conosce poco, quasi
nulla del passato della madre (anche perché la madre gliel’ha sempre tenuto
misteriosamente nascosto proprio per un meccanismo di rimozione) ed è questa sua
volontà di comprendere se stessa e il suo presente in relazione a quello di Ruth
che la spinge a recarsi in Germania ad incontrare l’ormai ultranovantenne Lena e
a riannodare i fili con una memoria storica che riguarda l’Olocausto del popolo
ebreo, ma, soprattutto, con una memoria tutta privata e personale che scoprirà
legare indissolubilmente Lena a Ruth e a sua volta Ruth a lei. La centralità del
tema della memoria è un concetto ribadito, peraltro, dalla stessa Von Trotta che
in una sua intervista dichiara: “… una delle ragioni per cui ho realizzato
questo film è la memoria. Ho sempre nutrito una certa curiosità su come essa
lavori: e qui sono riuscita a dimostrare che ci sono due tipi differenti di
memoria. C’è Ruth, che ha speso tutta la sua esistenza cercando di annullarla.
Per lei, la memoria è collegata a una profonda ferita. E poi c’è Lena, i cui
ricordi sono di vittoria e di successo, e dunque non vi è nessuna ragione per
scordare ciò che si ha provato…” Si è accennato all’inizio all’impianto
lineare e classico del cinema della Von Trotta; ebbene, ciò trova conferma anche
in questo passaggio tra le due sfere passato/presente, storico/privato: ai dolly
e alle carrellate frequenti nella ricostruzione storica si alternano i primi
piani e le scene “in interni” della parte americana, con un uso delle luci e dei
colori attento ed equilibrato da parte dell’ottimo direttore della fotografia
Jan Betke, tale da non creare soluzione di continuità tra i due diversi piani
della narrazione.
La prima settimana di marzo ha visto due teatri casualmente con lo stesso
nome, Ariston, ospitare non casualmente negli stessi giorni due Festival: la 54^
edizione di Sanremo e la prima del MantovamusicaFestival. La genesi dei due
appuntamenti si è intrecciata mettendo a confronto artisti, intellettuali,
politici, imprenditori, radio, tv pubbliche e private. Scherzando (ma non
troppo…) Nando dalla Chiesa aveva raccontato dei contatti di Tony Renis con
certi “padrini”; Tony Renis ha scherzato imitando don Vito Corleone e non aveva
l’aria di scherzare quando ha detto di essere amico di tutti, in particolare di
certe brave persone che aiutano chi ha bisogno; forse scherzava Vittorio Sgarbi
dicendo “se Renis fosse mafioso sarebbero andati tutti (gli artisti), siccome
non ci va nessuno vuol dire che non è mafioso”; forse ancora ha scherzato
Celentano: “anch’io ho amici criminali e se ci fossi andato (in America – ndr)
avrei dovuto lavorare con gli italoamericani che organizzano gli spettacoli”.
Per chi ha scherzato, l’oggetto delle burle resta piuttosto serio. Se prendiamo
il punto di vista di Nando dalla Chiesa, senatore della Margherita, figlio del
prefetto Carlo Alberto ucciso dalla mafia 22 anni fa, “un paese che mette a capo
dello spettacolo più importante della rete più importante della tv pubblica un
uomo che rivendica con orgoglio le sue amicizie di mafia, un uomo che ospita a
casa sua i boss, che gli fa avere pranzi in cella di sicurezza quando vengono
arrestati, questo è un paese che fa passare un messaggio devastante: essere
amici della mafia non è un problema, anzi può essere un vantaggio”. Tony
Renis, apprezzato cantautore anni sessanta, vincitore di un Sanremo e poi autore
e produttore di successo, in un primo momento ha così reagito: “farnetica,
calunnia, sarebbe da querela ma lascio perdere”, salvo poi avvertire
successivamente: “a fine Festival partiranno tante querele. Ho dato mandato ai
miei avvocati”… Lascio ad altri le analisi sui dati di fatto chiamati in
causa e sulla effettiva posta in gioco. Il tempo darà alcune risposte. Prendiamo
atto che qualcuno, riscontrando una minaccia alla democrazia e alla vitalità
della musica e della cultura, ha pensato di avviare qualcosa di simile a una
difesa nonviolenta (o attacco!?) cominciando a raccogliere e pubblicizzare dati
riguardanti la situazione di allarme e poi creando una struttura parallela
autogestita, per dare un palco all’Italia che di mafia non ne vuole sapere e non
ci vuole convivere, coinvolgendo i musicisti a tutto campo. L’organizzazione si
è mossa fra mille difficoltà e boicottaggi, mobilitando parecchi volontari e
aprendo anche una sottoscrizione, collegandosi a realtà alternative esistenti
come il Tora! Tora! Festival (rassegna itinerante delle etichette indipendenti).
L’invito ai musicisti ha ottenuto una notevole risposta con circa 1000 adesioni,
valutate poi da una commissione artistica che, in base agli spazi disponibili,
oltre agli artisti invitati d’ufficio, ne ha scelti 30 da far esibire. Ne è nato
un programma nutritissimo. A Mantova si viveva l’atmosfera dell’evento
culturale che coinvolge la città con iniziative collaterali, proiezioni
giornaliere di film musicali, presentazioni di libri sulla musica, spettacoli
teatrali e musica di diversi generi e ambientazioni, classica, contemporanea,
jazz, sacra in teatri, piazze, palazzi antichi e tendoni; concerti anche
improvvisati negli spazi predisposti o anche in giro per la strada (vedi Modena
City Ramblers). Sabato in piazza per l’ultima serata del Tora!Tora!Festival,
c’erano 5000 persone sotto la pioggia! A parte Claudio Lolli che pare non abbia
potuto cantare per scelta dell’organizzazione, a Mantova c’erano parecchie delle
nostre conoscenze. Fra queste, molto gradito ritrovare Fausto Amodei, con un
album di canzoni nuove di zecca ispirate all’attualità politica, da cui ha
tratto “ padreterno@aldilà.com “, accorato appello giunto via posta elettronica,
dove il Mittente scocciatissimo minaccia “un’ira di Dio” prendendo le distanze
da chi sempre più a sproposito lo vuol mettere in mezzo per supportare guerre,
stragi o attentati. Del 54° Sanremo ricorderemo ancora Celentano, ospite a
sorpresa dell’ultima serata, che è riuscito col suo lungo monologo, a far
saltare uno dei due collegamenti coi militari italiani in Iraq, facendoli
definitivamente arrabbiare chiedendosi “cosa c’entrano con il Festival i
collegamenti con Nassiriya e con altre zone operative di guerra?” e, fra le
canzoni, il “Guardastelle” di Bungaro con la sua “libera preghiera e una pace da
inventare” e il “Generale kamikaze” di Stefano Picchi che, accolta come canzone
buonista, arriva comunque a dire “disertore perché sto seguendo il cuore
(…)lascio gradi ed esplosivo sono ancora un uomo vivo”.
Qualcuno rimase deluso nel gennaio 1997 dalla mancata riduzione della ferma,
rimasta a dieci mesi, ma tra gli abolizionisti del P.D.S, che puntavano ad
abolire la ferma a favore di un esercito tutto di volontari, e alcuni membri del
Partito Popolare Italiano (P.P.I.), che volevano mantenerla, prevalse una
linea di mezzo. Romano Prodi spiegò: "Questo provvedimento era un punto
importante del programma elettorale dell'Ulivo. Abbiamo scelto una via
intermedia tra quelle dei Paesi che hanno abolito completamente il servizio di
leva e sono passati al servizio volontario e quelle che l'hanno mantenuto.
Abbiamo anche aperto il servizio civile e militare al personale femminile.
Si è discusso a lungo se renderlo obbligatorio, ma alla fine si è optato
per la sua volontarietà." Sarebbe rimasto il diritto all'obiezione di
coscienza, regolato da una nuova norma che il Senato avrebbe dovuto
approvare. Le ragazze invece, su base volontaria, avrebbero potuto far domanda
per il servizio civile o per quello militare. Il servizio civile, che poteva
essere svolto anche all'estero nei Paesi dell'Unione Europea, sarebbe stato
regolato da un'agenzia nazionale apposita, posta sotto la presidenza del
Consiglio dei ministri, tranne che per i primi tre anni durante i quali sarebbe
rimasto sotto il ministero della difesa, e sarebbe durato tre mesi in più di
quello militare. Questo periodo doveva servire all'addestramento nei vari campi
di impiego, che erano lo sviluppo della cultura, la tutela del paesaggio e del
patrimonio storico, l'educazione alla pace e alla soluzione delle
controversie internazionali, la tutela della salute e l'educazione e
l'integrazione sociale delle persone in difficoltà. L'allungamento del
periodo di servizio civile lasciò parecchi perplessi. I giovani del P.D.S.,
pur salutando favorevolmente la nuova possibilità di scelta introdotta, non
comprendevano le ragioni del prolungamento del servizio civile, considerato che
il diritto di opzione non pregiudicava il soddisfacimento delle esigenze
numeriche delle Forze armate. I Verdi, che pure plaudivano alla nuova
"eco-forza" che sarebbe stata impiegata nella protezione dell'ambiente (il
ministro Edo Ronchi arrivò a parlare di "leva verde"), dimostrarono la loro
preoccupazione che il prolungamento del servizio civile causasse un
condizionamento nella scelta dei giovani. Prodi tentò di giustificare
l'allungamento dei tempi: "Non si può presentare un servizio civile a standard
basso, come fosse un ripiego, ma un servizio civile che abbia
riconoscibilità e doveri di fronte alla comunità, con un addestramento e ruoli
precisi". Curiosa affermazione, a cui si poteva ribattere chiedendo se i
militari, che teoricamente vegliano in armi sulla nostra difesa, non
dovessero ricevere un addestramento almeno altrettanto completo. Il 29
gennaio 1997 il Senato approvò una normativa che riconosceva come diritto
soggettivo la scelta di non voler impugnare le armi e che eliminava i controlli
effettuati in precedenza dall'apposita commissione ministeriale. All'obiettore
era riconosciuto il diritto-dovere di difendere la patria nel pieno
rispetto della sua scelta morale, che lo avrebbe portato a impegnarsi nei
servizi civili, nell'opera di solidarietà sociale e nelle missioni di pace
all'estero, anche in teatri di guerra, sebbene disarmato. La riforma
dell'obiezione introduceva anche alcuni "limiti per coerenza" a chi voleva
esercitare questa opzione: non avrebbe potuto svolgere attività che
comportassero l'uso delle armi, non avrebbe potuto partecipare a concorsi
nelle Forze armate, non avrebbe potuto iscriversi, salvo incorrere in sanzioni
penali, a corsi o scuole che preparassero all'uso delle armi. La gestione degli
obiettori non sarebbe stata più affidata al ministero della Difesa, ma al
dipartimento degli Affari sociali presso la presidenza del Consiglio dei
ministri. Il sottosegretario alla Difesa, Massimo Brutti, commentando
l'approvazione della legge di riforma, dichiarò: "Il governo ha lavorato fin
dall'inizio perché sulla base del disegno di legge Bertoni si giungesse
sollecitamente a un voto positivo del Senato". Massimo Paolicelli e Claudio
Di Blasi dell'A.O.N. affermarono: " Il testo ha alcuni aspetti che non
condividiamo, ma per senso di responsabilità chiediamo alla Camera di
approvarlo così, per permettergli di diventare subito operativo". Essi
giudicarono positivamente che nel testo vi fosse il riconoscimento del
diritto soggettivo all'obiezione di coscienza, il passaggio della gestione al
dipartimento degli Affari sociali, la durata di dieci mesi uguale a quella
del servizio militare, la possibilità per gli obiettori di partecipare a
missioni umanitarie all'estero. "Le perplessità", concludevano "sono per le
condanne in primo grado e non definitive, assunte come cause ostative per
l'obiezione". L'Associazione per la pace dichiarò che erano "stati sconfitti i
tentativi delle gerarchie militari e di alcuni settori del Parlamento di
rinviare all'infinito la riforma" (1).