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PROPOSTE DI INTERVENTO A DIFESA DELLA PACE MIR di PD SERVIZIO CIVILE NAZIONALE AL VIA PER UNA DIFESA E UN SERVIZIO VERAMENTE CIVILI Alberto Zangheri QUALE NUOVO MODELLO DI DIFESA ? Stefano Guffanti PER IL SERVIZIO CIVILE IN ITALIA Claudio Di Blasi INDAGINE CONOSCITIVA REALIZZATA DALLA REGIONE Stefano Guffanti VIVERE LA NONVIOLENZA LE DONNE IN NERO DI BELGRADO Umberta Biasioli LOTTE NONVIOLENTE A BELGRADO E NEL KOSSOVO ORA I GAMBERETTI NON UCCIDONO PIÚ Vittorio Merlini QUANDO LA NONVIOLENZA CACCIÒ I POTENTI John F. Taylor e Richard W. Fogg LAO-TZU E IL TAOISMO Claudio Cardelli L'INTERNAZIONALE DEGLI OBIETTORI FISCALI Giorgina Momigliano e Nanni Salio Proposte di interventi a difesa della pace Siamo convinti che la nonviolenza possa offrire un contributo fondamentale per la risoluzione non armata dei conflitti. Siamo tuttavia consapevoli che ancora un lungo cammino debba essere effettuato in termini di ricerca, sperimentazione e formazione in questa direzione. Questo impegno può essere portato avanti anche collaborando con quelle strutture e con quegli uomini che, animati da uno stesso spirito di pace, si avvalgono di altri strumenti e di altri mezzi, nella convinzione che se non possiamo eliminare del tutto la violenza dal mondo è importante ridurla il più possibile.
Forze ONU di polizia internazionale La concreta strategia di pace che è stata formulata dal segretario generale dell’ONU nello studio denominato “Agenda per la pace” risulta, a nostro avviso, particolarmente valida. Boutros Ghali individua una serie di strumenti che l’ONU potrebbe mettere in campo per gestire e risolvere le situazioni di conflitto. Il primo, e il più importante, è costituito dalla diplomazia preventiva che avvalendosi di sistemi di preallarme può intervenire prontamente per comporre pacificamente le controversie anche facendo ricorso alla Corte internazionale di giustizia. Il ricorso a sanzioni economiche e a interventi di tipo armato per mantenere o ripristinare la pace costituisce il secondo livello di interventi. Le azioni militari dovrebbero essere condotte su diretto comando dell’ONU utilizzando truppe messe a disposizione in maniera permanente da tutti gli stati membri delle Nazioni Unite, compresa quindi l’Italia. Naturalmente una siffatta strategia operativa può funzionare se, come osserva il segretario generale, riceve una collaborazione sincera da parte dei diversi stati e delle organizzazioni o alleanze di tipo politico e/o militare. Pertanto se l’Italia vuole dare un effettivo contributo all’instaurazione di relazioni internazionali più giuste e pacifiche dovrebbe rivedere la propria posizione nell’ambito della Nato. Questa organizzazione, infatti, non intende adeguare la propria attività agli scopi e ai principi dello statuto dell’ONU riconoscendone la preminenza e pertanto costituisce oggi uno dei principali ostacoli all’attuazione della “Agenda per la pace”. Un Corpo Civile di Pace Europeo Nel caso di missioni di pace all’estero, la componente militare potrebbe essere accompagnata e/o sostituita da una componente civile e nonviolenta, che è spesso per sua natura la più adeguata per intervenire positivamente all’interno di situazioni di conflitto pre- o postbellico. E’ quanto viene richiesto con voto unanime dalla Commissione Esteri del Parlamento Europeo all’interno del rapporto su “Progressi compiuti nell’attuazione della politica estera e di sicurezza comune dell’Unione Europea” del 29/5/96.” Reputa che nel quadro di una politica comune di difesa la possibilità di creare un Corpo Civile di Pace Europeo debba essere presa in considerazione allo scopo di rafforzare l’azione umanitaria, addivenire ad una composizione pacifica dei conflitti, prevenire lo scoppio di nuovi conflitti e prendere le necessarie misure atte a creare fiducia”. Questa proposta sarebbe l’assunzione a livello istituzionale di quelle iniziative che i movimenti per la pace hanno già attuato in ordine sparso con un certo successo, soprattutto se si considera la loro scarsa professionalità, dalle marce per la pace a Gerusalemme all’azione dei volontari per la pace in Medio Oriente, dalle marce a Sarajevo alla campagna per il Kossovo fino all’efficace opera di mediazione della comunità di S. Egidio in Mozambico e in Guatemala. Sicuramente queste iniziative verranno proseguite e portate ad un livello di maggiore efficacia dai movimenti stessi, ma ben diversa sarebbe la loro rilevanza se esse venissero assunte come espressione ufficiale della politica estera italiana o europea e se potessero contare su finanziamenti adeguati e su personale con una specifica formazione e disponibilità di tempo. Il servizio di leva Il tema del Corpo Civile di Pace Europeo ci conduce inevitabilmente a quello del servizio civile e più in generale a quello del servizio di leva. Almeno dalla rivoluzione Francese, ma forse da quando esiste la democrazia, già nelle società antiche, questa sembra collegata con l’idea della leva obbligatoria; questa idea è riflessa anche nell’art.54 della nostra Costituzione. In realtà molti paesi democratici hanno abolito da tempo la leva obbligatoria e questo non sembra aver portato nessun pericolo per la loro democrazia, né un cambiamento della loro politica militare e nemmeno un diverso interesse dell’opinione pubblica per i problemi militari. Esistono forse altri modi di far sentire i giovani parte di una comunità e di richiedere loro un impegno, diversi da quelli incarnati nel tradizionale servizio di leva. E’ comunque questa la prospettiva verso cui si muovono i militari e la gran parte delle forze politiche e sociali: un servizio militare riservato a pochi e accompagnato da un servizio civile generalizzato, aperto a obiettori, coscritti in esubero e, volontariamente, anche alle ragazze. Infatti i militari non vogliono più un gran numero di giovani di leva, mentre la società civile e gli enti pubblici ne hanno una necessità crescente. La prospettiva è quella di un servizio civile di massa slegato dall’obiezione di coscienza e rigorosamente subordinato all’ottica del nuovo modello di difesa; in questo quadro la stessa legge di riforma del servizio civile potrebbe diventare superflua perché verrebbe presto superata dai fatti. Servizio civile ed obiezione di coscienza paiono destinati a separarsi nel diritto e del resto lo sono già di fatto, dato che la gran massa di giovani che si dichiara obiettore in realtà non obietta ad alcunché ed infatti non è percepita dai militari come antagonista. Il servizio civile che questi giovani svolgono, poi, pur sotto la maschera di paroloni come solidarietà, “non profit”, crisi del “welfare state”, è in realtà un servizio ad enti privati (anche se spesso per fini positivi) anziché un servizio alla comunità da realizzarsi eventualmente per mezzo di enti privati, oppure ad enti pubblici per svolgere quei lavori, generalmente dequalificati, che essi non sono in grado di svolgere col personale disponibile. Se questa deve essere la realtà del futuro, e in buona parte è già la realtà del presente, se cioè lo slogan “crisi del welfare state” significa che ai giovani si richiederà un contributo di solidarietà attraverso servizi che lo stato e la società non sono in grado di garantire con un lavoro salariato, d’accordo; questo può avere anche una ricaduta educativa positiva, facendo sentire ai giovani l’importanza di dare gratuitamente qualcosa alla comunità di cui fanno parte (ma in questo quadro, tra parentesi, che senso ha conservare una anacronistica distinzione tra maschi e femmine?). Allora però il servizio civile dovrebbe essere regolamentato precisamente, in modo da diventare veramente un servizio alla comunità, e non nell’attuale maniera spesso clientelare, arbitraria, dispotica e non trasparente. Applicare il principio che la legge uguale per tutti (enti e giovani) anche in questo settore è sicuramente più importante che stabilire norme altisonanti prive di conseguenze pratiche. Accanto a questo, inoltre, dovrebbe essere riconosciuta la pari dignità di una terza opzione, quella di poter partecipare, per chi lo desidera, ad un servizio civile non armato di cui si parla in un altro paragrafo. Il servizio di leva si scinderebbe così in tre opzioni di eguale validità davanti alla legge. Tutto questo non richiede certo grandi finanziamenti. Nessuna difficoltà di bilancio può essere invocata per bocciare simili proposte. L’unica difficoltà è quella di tentare strade nuove, provare a incarnare lo spirito della Patria in qualcosa di diverso dalla solita istituzione militare e del resto una simile proposta potrebbe incontrare, vogliamo sperare, anche il favore della parte più aperta del mondo militare, disposta a interpretare in maniera innovativa il mondo civile. La difesa civile non armata Deve essere inoltre organizzata nell’ambito del Ministro della Difesa una nuova struttura per la difesa civile non armata, nella quale possano prestare servizio i giovani che vogliono contribuire in modo specifico alla tutela della sicurezza nazionale ed internazionale in corpi speciali addestrati per interventi di difesa e di pacificazione, o perché scelgono il servizio civile non armato. E’ pertanto indispensabile che nelle discussioni in atto a livello governativo, parlamentare e delle associazioni interessate, accanto alle proposte per riorganizzare le strutture e ridefinire i compiti del modello di difesa e del servizio civile, si approfondisca la richiesta di organizzare la Difesa Civile non armata che abbia: - struttura autonoma e complementare a quella militare, con proprio personale e budget adeguato; -pari dignità e durata nominativa tra i servizi (militare e civile non armato), conseguenza del diritto soggettivo ed intangibile scelta. La Difesa Civile non armata può avvalersi per la formazione del personale e per predisporre le strategie di intervento, delle elaborazioni e delle proposte dell’Istituto per la Ricerca sulla Pace e la risoluzione dei conflitti come proposto di seguito. Il personale uomini e donne, sarà costituito da professionisti di carriera, volontari a ferma prolungata di 3-5 anni e da giovani che adempiono gli obblighi di leva in questa specifica struttura. Verrà così garantita la continuità nei comandi e nelle strategie, l’afflusso di giovani motivati a questo tipo di impegno, la professionalità e l’efficacia degli interventi. Proposta per la creazione di un Istituto di ricerca sulla Pace e la risoluzione dei conflitti Attualmente sono diverse centinaia gli istituti di ricerca sulla pace operanti a livello mondiale sia di carattere “privato” - vale a dire promossi da fondazioni, università, ecc.. - sia di istituzione governativa. Fra i più famosi ed autorevoli citiamo il norvegese PRIO (Peace Research Institute Oslo). L’idea che sta alla base di questi istituti è che il desiderio e la volontà di pace manifestata dall’opinione pubblica e dai governi spesso non è sufficiente a raggiungere dei risultati in tale direzione ma che “la scienza può e deve essere sistematicamente impegnata nell’indagine delle condizioni di realizzazione della pace ma anche che una tale indagine è conditio sine qua non per il raggiungimento di essa “. Queste considerazioni appaiono particolarmente pregnanti se pensiamo al grado di complessità e mutevolezza raggiunto dai nostri sistemi sociali, politici ed economici e di conseguenza da relativi problemi e fattori di crisi e conflittualità. Un’altra considerazione a sostegno dell’importanza della ricerca sulla pace parte dalla constatazione che un’azione politica di pace è tanto più efficace quanto più svolge un ruolo di prevenzione delle situazioni di conflitto. Al contrario raggiunge risultati assai più limitati quando è più tardiva. Quindi la ricerca scientifica sulla pace può contribuire ad evidenziare l’emergere di problemi e situazioni di crisi ed avanzare delle tempestive proposte di soluzione. Pensiamo pertanto che anche il nostro paese possa fornire, anche grazie alla presenza di una comunità scientifica di alto livello, un importante contributo in questo campo istituendo, su un modello di altri paesi europei, un Istituto di Ricerca sulla Pace e la risoluzione dei conflitti. Si darebbe così finalmente attuazione all’art. 11 della Costituzione (“l’Italia ripudia la guerra come strumento di (...) risoluzione delle controversie internazionali”) attraverso il disposto dell’art.9 dello stesso testo costituzionale (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”). Obiettivo principale dell’Istituto dovrebbe essere la ricerca di alternative alla violenza nella risoluzione dei conflitti. In questo campo vengono distinte le alternative procedurali da quelle funzionali. Le prime sono ad esempio i mezzi giuridici, il negoziato, l’arbitrato, la mediazione, la riconciliazione ecc...(i ricercatori ne indagano gli aspetti psicologici e quelli strategici). La ricerca di tali alternative funzionali consiste invece nell’elaborazione di tecniche di resistenza e di lotta nonviolenta. Un tale Istituto di ricerca dovrebbe essere promosso congiuntamente dal Ministero della Pubblica Istruzione e Affari Esteri. Un comitato scientifico, formato da esperti, anche di taratura internazionale, dovrebbe essere preposto alla programmazione dell’attività di ricerca garantendone l’autonomia decisionale.
Sul Servizio Civile Nazionale
La proposta di istituire il servizio civile nazionale, ancora prima che per i suoi aspetti tecnici, lascia profondamente perplessi per la filosofia che la anima. Anche in materia di difesa della Patria, infatti, sembra che l’unico faro che guida il governo sia quello delle esigenze di bilancio; il problema prevalente sembra quello di trovare il modo di rendere “produttivi” i giovani di leva e ammortizzare i costi sociali derivanti dal crescente abbattimento del “Welfare state”. A mio avviso le conseguenze negative di tale impostazione, totalmente slegata da qualsiasi connessione con la cultura nonviolenta ed antimilitarista, rischiano di avere risvolti negativi. Il servizio civile creerà disoccupazione, immettendo, nel mercato del lavoro, 150.000 persone costrette a lavorare gratuitamente e, quindi, fortemente concorrenziali con i lavoratori stipendiati. I posti di lavoro verrebbero sottratti proprio nel settore dell’assistenza e dell’ambiente, rendendo vani i progetti di lotta alla disoccupazione basati sulla creazione di impieghi in settori socialmente utili; si determinerebbe una dequalificazione nei servizi sociali poiché svolti da operatori non qualificati. C’é di più: chi tutelerà i diritti di questi “nuovi schiavi” e quali strutture burocratiche e repressive si occuperanno di gestire e reprimere chi rifiuterà tale obbligo o non rispetterà standard di qualità richiesti? Si vuole far passare questa innovazione come un passo di civiltà, camuffandola con l’obbligo alla solidarietà mentre in realtà questo progetto di servizio civile nazionale è la tomba della solidarietà sociale, che verrà delegata a giovani obbligati, non motivati, non pagati e non qualificati. Il servizio civile non può e non deve sostituirsi allo stato sociale, né alle politiche di occupazione, ma essere alternativo al servizio militare per avviare una difesa non armata e nonviolenta. Per questi motivi è indispensabile ottenere immediatamente e senza ulteriori rinvii (sono 25 anni che aspettiamo), la riforma della Legge 772, con la ratifica, da parte della Camera e del Presidente della Repubblica, del testo di legge già approvato al Senato. Verona, 12.02.1997 Stefano Guffanti - Segretario Nazionale Lega Obiettori di Coscienza
Servizio Civile Nazionale: un’occasione da non sprecaredi Stefano Semenzato* La proposta di un servizio civile nazionale rappresenta per l’Ulivo e per il governo Prodi una occasione storica per offrire un segnale di cambiamento e di discontinuità in materia di difesa e di politiche giovanili. E’ in palio la possibilità di dare finalmente attuazione all’articolo 52 della Costituzione affermando che il “sacro dovere di difendere la Patria” può essere attuato anche in forme diverse dal servizio militare e conseguentemente che le minacce alla collettività nazionale non sono solo quelle di ipotetici eserciti invasori, ma ben più concretamente quelle connesse al dissesto idrogeologico, ai problemi della protezione civile, alla difesa dei beni ambientali e culturali. Il servizio civile ha inoltre connaturato un riconoscimento dell’impegno, finora sorretto solo dal volontariato, a favore dei settori più deboli della società, un nuovo respiro ai temi della solidarietà e allo sviluppo di nuove forme di stato sociale. Peccato però che nell’articolato di legge si siano infiltrate altre preoccupazioni fino a stravolgere il progetto iniziale. Giovani risorse In particolare sembrano essere entrate due anomale questioni. La prima deriva dalla paura di settori del Ministero della difesa di vedere un numero troppo alto di giovani optare per il servizio civile. La seconda è la tentazione, di utilizzare i giovani del servizio civile come risorsa per gli enti locali. Nell’impossibilità per i comuni di fare nuove assunzioni, già alcuni sindaci - Rutelli tra i primi - hanno chiesto in questi anni di poter utilizzare i giovani in esubero dalle Forze armate per tenere aperti i musei o per altri servizi. La previsione di centoventimila giovani in servizio civile ingigantisce il rischio che si finisca col fornire manodopera a basso prezzo per gli enti locali. Una pessima risposta al problema dell’occupazione giovanile. Un dato aggravato dal fatto che il servizio civile è obbligatorio e che quindi rischi di infrangere le convenzioni internazionali che vietano il lavoro forzoso, ancorché non forzato. Il timore degli stati Maggiori si riversa invece nel disegno di legge presentato dal governo attraverso la creazione di ostacoli e difficoltà, prima tra tutti la stessa cancellazione del principio della libera opzione. Si prevede infatti che il giovane possa scegliere il servizio civile, ma non è garantito che poi ci possa realmente andare. Le Forze armate infatti, per completare i loro organici, possono far fare il militare anche a chi ha scelto diversamente. Norme punitive Ancor più grave è il fatto che chi opta per il servizio civile è obbligato a rimanervi anche tre mesi in più del normale servizio militare. Una vera e propria norma punitiva che mira espressamente a disincentivare l’afflusso di giovani al servizio alternativo e che ha come retroterra culturale quello di considerare le scelte civili più comode e opportuniste di quelle militari. Una norma particolarmente pericolosa anche perché la sua approvazione si prefigge una ricaduta sulla legge sull’obiezione di coscienza appena approvata dal Senato vanificandola nel punto cruciale della parità di trattamento. Infine, il disegno di legge proposto cerca di incentivare la scelta militare promettendo ai giovani una indennità speciale dopo i primi sei mesi di leva. Perché tanta paura? Il fatto è che le previsioni di Andreatta secondo cui nei prossimi anni ci saranno in Italia centomila giovani in esubero nelle Forze armate funzionano solo se un forte aumento di militari di mestiere renderà possibile una riduzione della leva. Ma ci saranno i soldi e il consenso politico per fare questo? Verdi e Rifondazione comunista ad un modello militare professionalizzato ed interventista hanno già detto di no. Ma il punto è di cambiare prospettiva rifiutando che quella sul servizio civile sia una legge di risulta della riforma della leva. *Senatore verde, segretario Commissione difesa del Senato UNA DIFESA DI PACENon potendo parlare di tutti gli aspetti di un tema così vasto, ho scelto di affrontare il tema di una difesa di pace a partire dal problema che conosco meglio, quello del servizio di leva. L'argomento potrebbe sembrare laterale, ma mi permetterà di fare alcune riflessioni generali che man mano allargherò a tutto il settore difesa, così come si presenta oggi e come potrebbe evolversi in modo innovativo (non "nuovo"). 1. L'EVOLUZIONE ATTUALE DEL SERVIZIO DI LEVA Il nostro sistema si sta evolvendo oramai da molti anni, in maniera lenta ma decisa, verso un esercito professionale (o in larga parte professionale), con utilizzo, generalmente poco qualificato, della gran massa degli esclusi in attività di servizio civile, pubbliche o private, sostitutive di posti di lavoro, sia pur teorici (nel senso che comunque, anche in assenza degli obiettori di coscienza, non verrebbero create, nè negli enti pubblici nè in quelli privati). Questa linea di tendenza difficilmente muterà: essa è sostanzialmente condivisa da gran parte delle forze politiche, dalle forze armate e dai grandi enti di servizio civile, che indirettamente rappresentano anche le grandi correnti culturali e religiose del paese. Non solo: l'evoluzione che possiamo osservare in Italia è simile a quella di molti paesi a noi simili. Indirettamente in questo modo vengono seppelliti senza troppe discussioni tre principi caratteristici della cultura democratica e progressista: 1) l'esercito di popolo, un mito che risale almeno alla Rivoluzione Francese, che viene sostituito da un agile strumento professionale; 2) l'equazione lavoro = retribuzione, nel senso che si prospetta un largo impiego di giovani in attività che non è possibile coprire con lavoro retribuito, nè pubblico nè privato (e nemmeno "privato sociale"); 3) l'obiezione di coscienza, che, pur trovando una limitata sopravvivenza nel diritto, diverrebbe praticamente secondaria, nel senso che si limiterebbe ad aprire la strada ad un servizio cui si accederebbe anche per altre vie. 2. BREVI RIFLESSIONI SULL'EVOLUZIONE PREVISTA Mi limito a delle brevissime riflessioni su tre cambiamenti che sono in realtà di enorme portata. 1) Il primo è un cambiamento veramente epocale, almeno dal punto di vista teorico. In un certo senso salva l'art.54 della Costituzione, nel senso che la difesa della Patria resta comunque sacro dovere del cittadino, qualsiasi funzione egli svolga; certo comunque lo interpreta in maniera completamente diversa. Il cambiamento è forse minore in pratica, nel senso che i paesi che sono passati al servizio militare volontario non hanno mostrato per questo alcun pericolo per la democrazia nè alcun cambiamento dell'interesse dell'opinione pubblica per i problemi della difesa (i tradizionali argomenti contro questa opzione). 2) Sul secondo punto mi limito ad osservare che, già da anni e in contrasto con la legge vigente, il servizio civile in larga misura copre posti di lavoro, sia pur teorici. Questo non crea problemi a nessuno, tantomeno ai sindacati. Il servizio civile, attraverso paroloni come solidarietà, crisi dello stato sociale, non profit, copre i buchi dello stato sociale e gli interessi enormi di enti politicamente protetti (che infatti vogliono sostanzialmente difendere l'attuale situazione). Dato che probabilmente non esistono modi monetari di coprire le stesse esigenze, possiamo accettare questa idea, anzi considerarla un modo positivo in cui un giovane può sentirsi chiamato a contribuire in modo non egoistico alla vita della comunità. Bisognerebbe però pensare ad un altro quadro normativo, non limitarsi a riformare l'attuale legge sul servizio civile (mantenendo tra l'altro la ridicola norma sul divieto di sostituire posti di lavoro), ma pensare ad un servizio nazionale di solidarietà (e allora, a tre anni dal 2000,perchè solo per i maschi?). Il nuovo sistema potrebbe tra l'altro essere più equo, considerata l'alta percentuale attuale di esoneri. 3) Ma veniamo al terzo punto: nel sistema che verrebbe a configurarsi, ridotti al minimo gli esoneri, avremmo una scelta fra servizio militare e servizio civile con un'importanza secondaria del filtro dell'obiezione di coscienza. Anche qui la realtà ha già prevenuto la legge: già oggi i 40000 giovani che si dichiarano obiettori per motivi religiosi o filosofici sono in gran parte una finzione religiosa e filosofica. Nel nuovo sistema avremmo un'obiezione di coscienza ridotta al minimo, al nucleo dei profondamente convinti. Se deve morire questo modo di attualizzare l'obiezione di coscienza, non penso però che debbano morire, perchè anzi sono più presenti che mai, i motivi che ne sono alla base, dalla situazione atomica alla corsa agli armamenti. Forse oggi quei motivi possono trovare attuazione anche in altre forme ed i tempi per questo possono essere maturi. 3. IL SERVIZIO CIVILE DI PACE Io propongo che nel riformare il servizio di leva non si prevedano solo due possibilità, ma piuttosto tre: il servizio militare, un servizio civile in enti pubblici o privati, un servizio civile di pace. Tutti e tre modi di pari dignità, non solo di pari valore legale, di servire l'Italia. In vari paesi d'Europa si diffondono le iniziative per la creazione di strutture stabili di intervento nonviolento, veri e propri corpi nonviolenti che rendano più efficace e regolare, preparato e professionale, meno occasionale ed affidato alla buona volontà l'intervento nonviolento in conflitti, come avviene del resto per l'intervento militare. Sono per lo più iniziative private, ma puntano spesso ad un riconoscimento statale o anche più che statale. Mi riferisco ai "caschi bianchi" spagnoli, al "servizio civile di pace" tedesco, alle proposte (di cui si parlerà oggi pomeriggio) di un corpo civile di pace europeo e di una forza non armata delle Nazioni Unite; esperienze e proposte che a loro volta crescono sulla base di esperienze di gruppi come Peace Brigades International, Balkan Peace Team ed altri, fino a risalire allo Shanti Sena, l'esercito per la pace gandhiano. Anche in Italia si sono avuti dei segnali legislativi positivi: un decreto ha concesso agli obiettori di coscienza in servizio civile di recarsi nella ex Jugoslavia in missioni di pace; la riforma della legge sul servizio civile in discussione prevede la ricerca e la sperimentazione della difesa non armata. Potrebbero esser queste le basi di partenza per una sperimentazione, anche su piccola scala e non impegnativa, di forme di difesa civile non armata. Primi settori di impiego potrebbero essere appunto il citato settore della partecipazione ad operazioni di pace all'estero, ma anche l'intervento in svariate questioni di ordine pubblico in Italia. Questa prima struttura potrebbe essere costituita, oltre che da giovani in servizio di leva, da volontari a ferma prolungata e da dipendenti fissi, per ovvi motivi di continuità, così come avviene per le forze armate. A supporto di questa struttura potrebbe venir creato un istituto di ricerca per la pace ed i conflitti, che potrebbe dare ala, oltre che alla difesa non armata, alla politica estera e della difesa italiana, marcando una volontà di pace attiva, fondata su conoscenze e competenze precise (pensiamo al prestigio che deriva alle rispettive nazioni dallo svedese SIPRI e dal norvegese PRIO). Penso che la nonviolenza sia stata la più grande invenzione sociale del XX secolo. Tra tutte le teorie politiche contemporanee è stata comunque la meno dannosa, quindi perchè non provare? Partendo con una struttura piccola, si rischia poco, e scarse possono essere anche le opposizioni. Se la cosa funziona, potrebbe poi venire ampliata. 4. PARTECIPAZIONE INNOVATIVA ALLE STRUTTURE INTERNAZIONALI PER IL MANTENIMENTO DELLA PACE Un'altra possibilità su cui vorrei spendere due parole è la disponibilità a partecipare in maniera innovativa alle strutture internazionali per il mantenimento della pace. Sottolineo innovativa: non è tanto questione di partecipare, cosa che succederà in ogni caso, ma di come si partecipa. L'Italia si è distinta negli ultimi tempi in senso positivo su alcune questioni riguardanti la vita dell'ONU (riforma del Consiglio di Sicurezza, rielezione del Segretario Generale). Le dichiarazioni recenti di esponenti governativi italiani lasciano intendere che un ruolo essenziale delle rinnovate forze armate italiane dovrebbe essere la partecipazione a missioni di pace internazionali. E' del resto storia degli ultimi quindici anni la rinnovata volontà di presenza italiana a livello internazionale attraverso le missioni di pace (e non: guerra del Golfo). Trovo degli aspetti apprezzabili in questa presenza italiana in missioni di pace, ma vorrei che essa avvenisse in un altro quadro di riferimento giuridico e politico, che le attribuirebbe con chiarezza un altro senso. Vorrei cioè che il quadro di riferimento fosse rappresentato dallo Statuto dell'ONU e dall'Agenda per la Pace dell'ex Segretario Generale Butrus Ghali, non dalle vecchie tentazioni della politica di potenza, estremamente pericolose nel mondo d'oggi, o peggio dalla necessità di riciclare per l'opinione pubblica l'immagine sbiadita delle Forze Armate, assicurando loro un pubblico televisivo e giustificando così il mantenimento dell'attuale livello di spesa. L'Italia non potrà mai essere una grande potenza. Alla sua politica estera resta la scelta di farsi notare sgomitando per salire di grado (come ha fatto lungo quasi tutto il corso della sua storia unitaria, con esiti più spesso ridicoli che tragici) o piuttosto con scelte di ampio respiro che le attirino un rispetto internazionale (come è successo a volte ad altri paesi di secondo piano, che pure hanno fatto storia in un senso più positivo). Un deciso impegno per la realizzazione dello Statuto dell'ONU potrebbe essere una di queste scelte: agire affinchè le decisioni sugli interventi e sulle loro modalità ed il comando delle operazioni fossero ricondotti nell'ambito di un'ONU sempre più rappresentativa dei popoli della terra e sempre meno paravento di interessi di parte. 5. CORPO CIVILE DI PACE EUROPEO All'interno di questo settore vedrei anche due proposte specifiche, di limitato impegno, ma con possibilità di grandi risultati. La prima è il lavoro per l'attuazione di un corpo civile di pace europeo, nella convinzione che sia una proposta sulla quale vale la pena di spendere qualcosa della propria politica europea. Se nessuno stato o nessuna forza politica vorrà spenderci energia, farà la fine di tante proposte pur valide, riapparendo di quando in quando in qualche articolo di giornale o in qualche convegno, sempre più stancamente. Penso invece che meriti delle gambe per camminare. C'è un grande desiderio d'Europa nei paesi dell'est e questo può essere uno dei modi più significativi per l'Europa di apparire e farsi rispettare, non soltanto come potenza commerciale, ma come civiltà. L'Europa potrebbe evitare il ripetersi di figuracce come quella jugoslava, oltretutto pericolose, perchè non è piacevole, perlomeno per chi non traffica armi, avere focolai di tensione a pochi chilometri da casa. Anche i militari apprezzano il valore di questa proposta: proprio l'esperienza in missioni di pace ed il confronto con volontari civili hanno mostrato loro che esistono compiti per i quali dei civili sono più indicati dei militari. Da qui un loro tentativo, in cui non vedo nulla di male, di proporsi anche nel ruolo di corpo civile. Purtroppo lo stesso interesse non mostrano i politici italiani che, da quanto mi risulta, hanno mantenuto un'assoluta freddezza nei confonti di questa proposta giacente al Parlamento Europeo. 6. RICONOSCIMENTO ALLE INIZIATIVE DI INTERVENTO NONVIOLENTO DELLA SOCIETA' CIVILE La seconda proposta, che può essere anche indipendente da questa, è quella di prestare un riconoscimento alle iniziative di intervento nonviolento della società civile. Penso ad esempio a quelle svolte per Sarajevo o a quella in corso per il Kosovo, ma molte altre se ne potrebbero citare. Sono iniziative con le quali la parte più sensisibile della società ha indicato una strada per il futuro e che restano positive anche se svolte da movimenti sociali, ma che acquisterebbero un altro significato se sulla porta potessero esporre la bandiera italiana. Recentemente, come ricordavo prima, è stata ammessa la possibilità per un obiettore di coscienza di recarsi all'estero nell'ambito di missioni di pace. E' certo un segno molto positivo, tuttavia perchè un obiettore che si reca all'estero (a spese proprie o dell'ente) deve rappresentare se stesso o il proprio ente o il proprio movimento, mentre un militare in missione all'estero (superpagato a spese del contribuente) deve rappresentare l'Italia? Vorrei che anche l'obiettore di coscienza potesse rappresentare la volontà di pace dell'Italia, cosa per la quale ha certo molto titolo, sottostando certamente a dei doveri in cambio dell'acquisizione di questo diritto. Tutto ciò è sostanzialmente conseguenza di una discriminazione, direi proprio filosofica, costitutiva, che ritengo sia ora di superare: le Forze Armate incarnano lo spirito della Patria, mentre l'obiettore di coscienza è un diverso da punire e può essere pubblicamente insultato da ministri o sottosegretari (si è mai sentito che il ministro della pubblica istruzione insulti gli insegnanti o quello della sanità gli infermieri?). Non è egli invece, ormai da tempo, un cittadino al servizio della Repubblica in modi definiti dalla legge? I valori della nostra Repubblica, pure all'art. 11 fondati sulla pace, possono essere rappresentati solo dalle Forze Armate e non si è mai sentito di un Presidente della Repubblica che vada a visitare un "reparto" di obiettori di coscienza. L'obiezione di coscienza ha anche un valore positivo, che la Repubblica dovrebbe cercare di valorizzare. Se abusi ci sono nel servizio civile, le autorità preposte li reprimano, controllino enti, chiudano convenzioni, e non ne traggano occasione per sparare nel mucchio. Una forma di riconoscimento statale potrebbe in molti casi permettere un'azione più efficace, dando un più alto profilo all'intervento delle organizzazioni di base, pur creando ovviamente problemi complessi, e per ora assenti, di rapporto con le istituzioni e la politica governativa.
Ho limitato il mio intervento a delle proposte praticamente realizzabili, ove solo ne esista la volontà, perchè non richiedono nè grandi spese nè il superamento di particolari ostacoli, proposte che però secondo me porterebbero a dei veri passi avanti in direzione di una "difesa di pace". Vorrei chiudere tuttavia con una riflessione generale che le inquadri. Sono consapevole dei limiti che incontra un'azione di governo, trovo però che nel nuovo modello di difesa ci sia veramente troppo poco di "nuovo". Viviamo in un mondo molto pericoloso, certo, tuttavia le risposte militari sono troppo poco innovative, potranno forse controllare qualche problema, difficilmente risolverne qualcuno. E controllare nel mondo di oggi significa solo ritrovarsi un problema ingigantito fra qualche anno. Lo strumento militare per sua natura può agire su una ferita aperta, il resto fa parte della programmazione economica e politica o dell'intervento costruttivo. Anche a breve raggio abbiamo aree di crisi, zone come il Maghreb, l'Europa dell'est o il Medio Oriente, in cui l'intreccio delle dinamiche culturali, economiche, demografiche ed ecologiche è preoccupante. Non sono però problemi che potremo risolvere con una portaerei. Penso che anche molti militari siano consapevoli di questo e sarebbero interessati ad integrare le loro strutture con strutture civili, superando steccati anacronistici. Chiaramente questa riflessione ci ricorda che il problema della sicurezza ha degli aspetti molto più generali. Per avere una vera sicurezza, prima di una politica della difesa è necessaria una politica estera, ma una politica estera di pace è ancora poco: è necessaria una politica globale che punti alla prevenzione ed al superamento degli squilibri ecologici e fra nord e sud che saranno la causa delle prossime guerre. E' necessaria insomma una politica che punti alla sicurezza comune e non alla sicurezza dell'Italia, che senza la prima non potrà sussistere. La globalizzazione ci sottrae già molti aspetti della sovranità nazionale; rinunciamo da soli a quelli più superati. Affrontare problemi nuovi con mentalità vecchie può essere non soltanto inutile, ma anche molto pericoloso. Ritrovarsi, pur armati, di fianco ad aree in ebollizione non è tranquillizzante. Dovremmo sempre tenere in mente la grandezza dei problemi quando parliamo di sicurezza e cercare di avere risposte all'altezza dei problemi. Le mie proposte, limitate, ma concrete e concretizzabili, ove ne esista la volontà, volevano appunto essere un contributo in questa direzione. SERVIZIO CIVILE: LE ESPERIENZE ALL’ESTERO Le innovazioni introdotte in Italia con la nuova legge sul servizio civile riflettono anche una tendenza riformistica in materia da qualche tempo in atto in tutto l’Occidente. Eccone una breve panoramica. Francia Con la legge approvata dal Consiglio dei ministri lo scorso 27 novembre, il servizio militare non esiste più nella forma di naia. Resta solo obbligatorio, a partire dalla leva del primo gennaio 1979, l’appuntamento fisico-psico-attitudinale di cinque giorni, con esami medici, scolastici e socio-professionali, corsi sui valori civici della Repubblica, sui temi della Difesa e sul ruolo delle istituzioni. Dal 2003 l’obbligo per questo appuntamento del cittadino varrà anche per le donne. Nel contempo, sotto forma di volontariato, il servizio militare è aperto ad ambo i sessi. Dal momento che il servizio militare diventa volontario, anche quello civile, ovviamente aperto anch’esso ad uomini e donne, sarà volontario. Per la trasformazione delle forze armate in senso professionale, a tutti i volontari - militari e civili- sarà proposto un periodo di ferma variabile tra i nove e i 24 mesi, remunerato con circa 2.000 franchi (600.000 lire) al mese. Tre sono i tipi di volontariato previsti: “difesa, sicurezza e prevenzione” (quindi ispirazione militare), “coesione sociale e solidarietà”, (tipo servizio civile, per permettere ai giovani di impegnarsi in attività di aiuto sociale con persone anziane, malati), o “cooperazione internazionale e aiuto umanitario” (per acquisire una formazione specifica nel settore). Gran Bretagna Il servizio militare è volontario e le forze armate sono composte esclusivamente da professionisti. Tutte le armi sono aperte alle donne che rappresentano il sette per cento dei circa 214.000 effettivi in servizio. Le donne possono prendere parte a ogni genere di attività, azioni belliche comprese, con l’unica eccezione del combattimento in prima linea o delle truppe d’assalto aeree e aerotrasportate. Dall’anno scorso ci sono donne pilota di aerei da combattimento e donne negli equipaggi di navi, aerei o elicotteri delle tre armi, pur se non possono far parte degli equipaggi dei sottomarini. Germania Il servizio militare in Germania è di obbligo per tutti i giovani (solo uomini) dopo i 18 anni e dura dieci mesi. Le donne possono svolgere attività militare solo su base volontaria e solo per servizi limitati alla sanità e alle unità militari musicali (le bande). Durante la leva gli uomini possono anche decidere di prolungare la ferma per un periodo compreso fra i due e i 15 anni. Il servizio civile dura 13 mesi ed è previsto solo per gli uomini e solo per quelli che adducano ragioni di coscienza contro la guerra; per essere riconosciuti abili al servizio civile devono sottoporsi però all’esame di una commissione. Svizzera Le forze armate elvetiche hanno un carattere di milizia. Il servizio militare è obbligatorio per tutti i giovani e facoltativo per le donne. Recentemente due riforme sono state adottate: la prima (gennaio 1995) ha tra l’altro introdotto a 300 giorni la durata del servizio militare nella sua globalità. La seconda (ottobre 1996) prevede la possibilità di un servizio civile sostitutivo di 450 giorni, ma solo per ragioni morali, etiche o religiose. Il servizio militare è suddiviso in più periodi: 15 settimane all’età di 20 anni, seguite da corsi di ripetizione di tre settimane, ogni due anni e fino all’età di 42 anni (50 anni prima della riforma). Ogni cittadino-soldato conserva divisa e fucile a casa. Gli uomini non atti a compiere il servizio militare sono integrati nella protezione civile, dove si impara ad esempio a gestire un rifugio antiatomico. Per le donne il servizio militare è facoltativo e di durata uguale a quella prevista per gli uomini (sono previste eccezioni in caso di gravidanza). Un dibattito è in corso, ma per ora le donne non partecipano agli esercizi di combattimento, mentre svolgono attività che non prevedono l’uso di armi. Danimarca Le forze armate danesi sono di tipo misto: per circa il 30 per cento da militari di leva, per il 70 da volontari. Se un anno aumenta il numero dei volontari, diminuisce quello dei coscritti e viceversa. Tutti i maschi sono chiamati ad una visita medica sulla base della quale viene fatta una graduatoria ed ogni anno vengono chiamati solo quelli di cui si ha bisogno per completare i ranghi. Tutti percepiscono lo stesso stipendio base. E’consentita l’obiezione di coscienza ed esiste la possibilità di un servizio civile, con stipendio inferiore e una ferma di 13 mesi anzichè nove. Le donne sono ammesse nelle forze armate solo su base volontaria. Norvegia Il servizio militare è obbligatorio per tutti gli uomini: prima fanno un vero e proprio servizio di leva che dura da sei a 12 mesi, secondo le armi o le specializzazioni, poi fino a 44 anni partecipano di tanto in tanto a esercitazioni. E’ possibile l‘obiezione di coscienza. Ogni caso viene vagliato singolarmente e può essere consentito un servizio civile di 16 mesi. Alle donne è consentito il volontariato, con ruoli di non combattimento. Il servizio militare è svolto da volontari uomini e donne. Tuttavia l’iscrizione alle liste di leva è obbligatoria per tutti i giovani di sesso maschile residenti negli Usa, anche se non sono cittadini americani. In caso di necessità possono essere chiamati sotto le armi i giovani di leva. Questo è avvenuto su vasta scala durante la guerra in Vietnam ma non è inusuale neppure ora. Alcuni coscritti sono stati chiamati per essere mandati in Bosnia. Tra i militari di professione le donne sono presenti in tutti i ruoli, compreso il combattimento.
Il disegno del Governo La creazione dell’Agenzia nazionale per il servizio civile, corrisponde, nell’intenzione del governo che ha varato oggi il relativo disegno di legge, all’esigenza di poter dotare la pubblica amministrazione di “una struttura funzionale e poco burocratizzata”, finalizzata ad assicurare la migliore gestione dei giovani operatori, obbligati o volontari che siano. L’Agenzia è posta alle dipendenze del presidente del Consiglio per il “ruolo multidisciplinare” che sarà chiamata a svolgere.
Compiti Ecco quelli principali che dovrà assolvere l’Agenzia, così come vengono illustrati nella relazione di accompagnamento al ddl: a) assicurare l’efficacia e la coerenza delle attività del servizio civile alle norme previste dal ddl varato oggi; b) curare i rapporti con gli Enti locali e le organizzazioni non governative; c) predisporre una programmazione annuale delle attività; d) gestire le liste degli idonei al servizio civile assegnandoli alle strutture competenti; e) informare il ministero della Difesa per collocarli in congedo; f) organizzare, promuovere e finanziare i corsi di formazione; g) predisporre gli eventuali richiami non solo per calamità naturali secondo, in questo, un meccanismo di “allerta immediata” da definire con le Regioni, ma anche per avvenimenti di particolare interesse per la nazione come, ad esempio, il giubileo e le Olimpiadi. Gli extracomunitari Per quanto riguarda eventuali coinvolgimenti, nelle attività elencate, di cittadini stranieri residenti in Italia, spetterà sempre all’Agenzia avviare l’esame della materia che definirà, inoltre, con le Regioni e gli Enti, gli schemi di convenzione e predisporrà meccanismi efficaci di controllo e verifica. Ruolo delle Regioni Con riguardo agli Enti locali, il ruolo affidato alle Regioni consente di realizzare un rapporto più stretto sia con i giovani che svolgono il periodo di servizio civile, sia con i Comuni e con gli enti convenzionati, rendendo così più efficace e utile la complessiva struttura del servizio civile. Sempre alle Regioni è attribuito il compìto di istituire e gestire gli Albi Regionali degli enti convenzionati, l’iscrizione ai quali avviene su domanda e in presenza di alcuni requisiti, finalizzati a garantire la serietà e l’idoneità dell’ente alla stipula della convenzione. Per assicurare, infine, il necessario coordinamento ed un meccanismo di consultazione e confronto permanente, è prevista la istituzione di una Consulta nazionale per il servizio civile. I Commenti del Governo Un servizio civile che si affianca al servizio militare con l’apertura di quest’ultimo alle donne, su base volontaria. Questo è quanto prevede il DDL presentato dal governo che nasce dall’idea di garantire a tutti i cittadini, uomini e donne, la possibilità di scegliere, sulla base delle proprie convinzioni personali, fra due diverse modalità di adempimento dei propri obblighi istituzionali. Vastissimi saranno i compiti che spetteranno a coloro che sceglieranno di svolgere il servizio civile: fra questi, come ha spiegato il ministro Andreatta, quelli della tutela dell’ambiente, interventi nei campi della salute, storico-artistico, della protezione civile e della solidarietà. “Questo provvedimento - ha detto il presidente del Consiglio, Romano Prodi - era contenuto in modo estremamente preciso nel programma elettorale dell’Ulivo e dava come obiettivo la scelta al giovane fra servizio civile e quello militare”. Prodi, dopo aver spiegato che la scelta del governo è stata ”molto seria, una via intermedia fra i Paesi che hanno abolito la leva e quelli che mantengono il servizio militare obbligatorio per tutti”, ha sottolineato che “non si può presentare un servizio civile a standard basso, a standard di ripiego, ma un servizio civile, invece, che abbia riconoscibilità e dei doveri di fronte alla comunità con un addestramento e dei ruoli precisi”. Il presidente del Consiglio ha quindi aggiunto che chi opterà per il servizio civile “non è un cittadino che sceglie semplicemente di non fare il servizio militare, ma è uno che sceglie di fare un servizio con obblighi e dei doveri assolutamente paralleli e paragonabili al servizio militare”. Il Ministro della Difesa, Beniamino Andreatta, ha quindi spiegato i principali elementi del disegno di legge. Il sistema funzionerà attraverso un personale “diritto di opzione”, esercitato dal giovane che potrà indicare se desidera prestare servizio militare o servizio civile (in prospettiva è prevista anche l’apertura del servizio civile ai cittadini stranieri, uomini e donne, sia dell’Unione europea che extracomunitari). Sono previsti anche “meccanismi di travaso” da un servizio all’altro nel caso di un ripensamento. Al servizio civile saranno ammessi a titolo volontario anche i giovani in esubero per il contingente militare e quelli fisicamente non idonei al servizio militare ma che comunque non presentino infermità tali da farli escludere anche da questo tipo di servizio. Per quanto riguarda l’apertura alle donne, essa potrà avvenire su base volontaria, in età compresa tra i 18 e i 26 anni. “L’apertura - ha spiegato Andreatta - riguarda anche la carriera militare sia nell’ambito delle forze armate, e quindi anche dei Carabinieri, che in quello della Guardia di Finanza”. Il ministro della Difesa emanerà entro sei mesi i decreti indispensabili per regolare il reclutamento, stato ed avanzamento, di concerto con i ministri delle Finanze, dei Trasporti e delle Pari Opportunità. Riguardo la durata, sia il servizio civile che quello militare, saranno di 10 mesi. Il servizio civile dovrà comunque essere preceduto da una fase di addestramento allo specifico settore di impiego, di durata non superiore ai tre mesi. “Tale servizio - ha poi spiegato Andreatta - potrà essere svolto anche nell’ambito della Comunità Europea su base di reciprocità, nonché a favore delle comunità italiane residenti all’estero per promuovere lo sviluppo della cultura, dell’economia e della lingua italiana”. Tutta la gestione del servizio sarà affidata ad una Agenzia nazionale diretta da un dirigente della Presidenza del consiglio, ma per i primi tre anni di applicazione, e a titolo transitorio, è previsto che sia posta alle dipendenze del ministero della Difesa. Andreatta ha quindi aggiunto che “la legge che è in corso di votazione al senato sull’obiezione di coscienza non trova zone di sovrapposizione in questo disegno di legge”. Il governo non ha inserito nel suo DDL le norme relative all’obiezione di coscienza in considerazione appunto che è imminente la discussione della proposta di legge parlamentare su questa materia.
VENEZIA - 18.01.1997 RELAZIONE AL CONVEGNO DELLA REGIONE VENETO SUL NUOVO MODELLO DI DIFESA Quale nuovo Modello di Difesa?
L’esigenza di ottenere il consenso dell’opinione pubblica sulla riforma della leva ha fatto sì che il dibattito si sia incentrato su alcuni aspetti simbolici, a mio avviso fuorvianti e secondari, quali l’abolizione della coscrizione obbligatoria e la partecipazione volontaria delle donne. Ben altri sono gli aspetti da mettere in discussione: non solo i costi, i compiti, gli strumenti e le alleanze dell’apparato difensivo, ma anche e soprattutto il concetto stesso di difesa: prevenzione e negoziazione dei conflitti, riforma della politica estera e commerciale dello Stato. La Difesa italiana è inadeguata ad assolvere a questi compiti e, quindi, una sua riforma è inevitabile, ma qual’é il nuovo modello di difesa del governo Prodi? Nella maggioranza gli intendimenti sono tutt’altro che univoci e definiti ma da una serie di dichiarazioni sembra che il governo Prodi stia elaborando un progetto abbastanza differente da quanto elaborato dai suoi predecessori. Il Parlamento ha avviato una indagine conoscitiva sullo stato della leva e, tra le varie istituzioni, associazioni, rappresentanti, ha convocato, per una audizione in Commissione Difesa della Camera, anche la LOC, i cui rappresentanti hanno espresso l’auspicio che il nuovo governo vari un Nuovo Modello di Difesa (NMD) che vada in direzione di una progressiva e sostanziale smilitarizzazione del territorio e delle coscienze, mediante la riduzione delle spese militari e del numero delle persone coinvolte nelle FFAA e la limitazione dei compiti loro affidati. I rappresentanti della LOC hanno ribadito l’esigenza di una revisione della politica estera, commerciale, finalizzata a potenziare il dialogo e la cooperazione tra gli stati ed i popoli. Pacifisti e coscrizione obbligatoria Fatta queste premesse, è inevitabile affrontare il nodo della coscrizione obbligatoria. I pacifisti hanno sempre avuto difficoltà ad affrontare questo tema perché foriero di scontri filosofici tra libertari (abolizione delle imposizioni) e solidaristi (doveri del singolo nei confronti della collettività). Con un po' di pragmatismo, che esuli dalle concezioni filosofiche e si concentri sui fatti concreti, penso che il giudizio su eventuali progetti di NMD non debba concentrarsi sulla forma di arruolamento ma sulla effettiva smilitarizzazione della società. Si può abolire la coscrizione obbligatoria senza per questo dare vita ad un Nuovo Modello di Difesa di tipo americano, aggressivo e militarista; la prospettiva di transarmo potrebbe ben conciliarsi con un reclutamento su base volontaria. Il NMD andrà perciò giudicato sulla base degli orientamenti politici e ben vengano progetti di abolizione della coscrizione obbligatoria se inseriti in un progetto di smilitarizzazione. Servizio civile: si, no, come? Molte sono le ipotesi di riforma del servizio civile di cui si parla in questi mesi: 1) mantenere la situazione attuale con la riforma della Legge 772 sull’obiezione di coscienza; 2) varare un servizio civile nazionale cui si potrà accedere sulla base di una semplice opzione; 3) creare un servizio civile obbligatorio per tutti i maschi e volontario per le femmine; 4) abolire la leva e istituire un servizio civile volontario. Come orientarsi tra queste proposte, ognuna delle quali sembra accattivante? La risposta a questa domanda non può prescindere dalla storia politica e culturale del movimento degli obiettori, le sue proposte, i suoi obiettivi. L’obiezione, per quanto espressa individualmente, non significa solo cercare una soluzione individuale per evitare la naja; con questa scelta si rivolge, all’opinione pubblica e agli organi istituzionali, l’espressione collettiva di un sentire antimilitarista, probabilmente superficiale, in divenire, ma sicuramente presente a livello epidermico, istintuale. Questa istanza antimilitarista diffusa ha la presunzione di contribuire ad un effettivo processo di smilitarizzazione del territorio, della politica, delle coscienze ed è strettamente intrecciata con posizioni libertarie ed antiautoritarie. La caserma non è solo il luogo dove si impara ad uccidere ma anche quello dove si impara ad obbedire, dove l’individuo si annulla, diventa un numero, carne da cannone. In questi anni abbiamo sperimentato che se prevale il criterio dell’imposizione e dell’obligatorietà su quello della concertazione e dell’autodeterminazione, anche il servizio civile può assumere le caratteristiche autoritarie tipiche della vita militare. Cosa è cambiato - Come siamo cambiati Per quanto criticabile, emendabile e riformabile, la Legge 772 ha rappresentato una novità e segnato una cesura con una cultura che pensava si diventasse uomini solo in caserma, aprendo una falla nella diga della cultura militarista, destinata inesorabilmente ad allargarsi. Non possiamo però negare che il servizio civile abbia tradito alcune aspettative. Erano gli anni 70, anni di contestazione, anni di aggregazione, anni di partecipazione e di coinvolgimento in attività politiche e sociali; erano gli anni della riforma sanitaria e della legge Basaglia sugli ospedali psichiatrici; la critica alla struttura sociale veniva portata dai giovani, dalle donne, dai lavoratori, dagli utenti dei servizi. Gli obiettori erano giovani già impegnati nelle attività politiche e sociali prima di fare domanda; il servizio civile rapresentava l’opportunità di proseguire la loro opera di “agitatori” sociali, attraverso l’individuazione dei bisogni collettiviti e l’organizzazione delle fasce sociali deboli. Il movimento degli obiettori poteva assumere ruolo di avanguardia nell’analisi e nella critica sociale e politica e, per alcuni anni, tentò di farlo. Poi, è arrivato il riflusso e gli obiettori, giovani tra i giovani, sono diventate figure più “normali”, più simili agli altri giovani, come era ed è giusto che fosse. La credenza che voleva l’obiettore come una specie di martire o di eroe, specularmente opposta a quella dominante per la quale l’obiettore era un codardo ed un imboscato, si è finalmente dissolta; si è capito che l’obiezione non doveva essere per pochi, ma doveva essere accessibile a tutti. Il servizio civile ha risentito di questa “umanizzazione” dell’obiezione di coscienza, il quale, sempre più, tende a diventare una specie di lavoro coatto, nel quale, con il paravento degli scopi umanitari e socialmente utili, si contrabbanda il più strumentale sfruttamento di manodopera. Come valutare questi 25 anni Dopo un quarto di secolo possiamo ritenerci soddisfatti? La risposta non può essere univoca. Molti dei contenuti originari sono stati persi per strada, ma come non considerare che siamo negli anni 90 e che gli obiettori di oggi sono i figli di questi tempi? Che ne sanno loro della strategia della tensione, dei tentati golpe, del terrorismo, dell’autunno caldo? Per loro è preistoria; la maggior parte degli obiettori oggi in servizio non era ancora nata nel 1972. Oltre a ciò il numero di giovani coinvolti nel servizio civile è cresciuto in modo esponenziale, passando da poco più di 5.000 nell’88, a oltre 50.000 nel 96; quasi il 1.000%, comportando un inevitabile coinvolgimento di persone sempre più estranei ai valori storici dell’obiezione. Tutto questo è un male? Sarebbe stato meglio che i non convinti continuassero ad andare in caserma o così vi sono state opportunità (almeno sulla carta), di favorire una crescita della loro coscienza? Oggi il singolo obiettore è meno convinto dei valori antimilitaristi e nonviolenti ma questi sono molto più diffusi e radicati nella collettività; abbiamo allargato la base di riferimento, ora è necessario qualificarla, attraverso la formazione. L’obiezione di coscienza va però valutata anche analizzando i meccanismi culturali, sociali ed economici che ha avviato nella società. “Chi, oggi, sarebbe disposto a ritornare alla situazione precedente all’approvazione della Legge 772? Da destra a sinistra si discute di obbligatorietà o di volontarietà, di mesi in più o in meno, di diritto o di beneficio, ma nessuno osa più mettere in discussione il principio dell’obiezione. Non solo; tutti stanno cominciando a capire che il servizio civile è una risorsa per la collettività. Chi, per quanto avverso all’obiezione, può sostenere che gli obiettori, attraverso il servizio civile abbiano arrecato danno per lo Stato e la società?. In questi anni hanno presentato domanda circa 300.000 giovani; possiamo trarre da questa esperienza un bilancio fallimentare sul piano pratico ed utilitaristico oppure, sia i sostenitori, sia gli oppositori, devono riconoscerne, seppur criticamente, la positività e l’utilità? Cosa sarebbe del volontariato, dell’associazionismo, del no profit, se si togliessero gli obiettori? Anche gli ambienti più ostili all’obiezione di coscienza cominciano ad apprezzare il servizio civile obbligatorio, in base a considerazioni di carattere prettamente economiche. Non sono forse questi segni inequivocabili che allora, nel 1972, gli obiettori di coscienza videro giusto a proporre uno strumento di intervento sociale di cui oggi tutti cercano di appropriarsi? Il servizio civile obbligatorio - opzione - riforma 772 Se da un lato dobbiamo dirci soddisfatti del fatto che il servizio civile abbia ottenuto finalmente un riconoscimento collettivo, dall’altro dobbiamo chiederci se esso sia un fine o uno strumento? Quale proposta, oggi, riesce ad essere coerente con le istanze storiche del movimento degli obiettori e, al contempo, sa guardare i processi in atto nella società e nel mondo della difesa? Nel 1972 l’istituzione di un servizio civile umanitario era una innovazione radicale, oggi la frontiera innovativa si è spostata; il servizio civile deve caricarsi di contenuti nuovi altrimenti rischia di essere una proposta regressiva sul piano sociale e politico. Un servizio civile che opera esclusivamente nel campo umanitario/ambientale rischia di essere organico ai progetti di smantellamento del Welfare state, aiutando l’amministrazione dello Stato ad attutire i danni provocati dalla riduzione dei servizi sociali; la differenza con l’idea di servizio civile come strumento di critica alla società pensato dagli obiettori negli anni 70 è totale. La sostituzione di operatori qualificati con giovani in servizio di leva avrà, come conseguenze devastanti, l’abbattimento degli standard di qualità dei servizi offerti alle utenze più deboli e la sottrazione netta di decine di migliaia di posti di lavoro nel settore dei lavori socialmente utili, proprio quelli dove si vorrebbe intervenire per combattere la disoccupazione. A queste conseguenze pratiche ed immediatamente comprensibili se ne aggiungono altre, altrettanto gravi: i giovani in servizio civile saranno definitivamente sganciati da qualunque legame con l’obiezione di coscienza e, quindi, il servizio civile perderà qualunque valore alternativo al militare, per divenire un servizio ad esso complementare. Per assurdo i soldi risparmiati nel settore sociale con l’impiego di giovani in servizio civile favoriranno i processi di riarmo e l’aumento delle spese militari. Il servizio civile potrebbe passare da strumento individuale e collettivo per esprimere una scelta antimilitarista e nonviolenta, a lavoro obbligatorio e gratuito; una corvé di Stato. Per convincere l’opinione pubblica si fa un gran parlare del “dovere” di solidarietà e dei benefici sociali mentre in realtà si avviano processi che potrebbero essere la tomba della solidarietà sociale.
Servizio Civile di Pace: una proposta coerente Come riformare l’istituto della difesa, dunque? L’obiettivo finale (eliminazione totale degli eserciti e delle strutture atte alla produzione ed all’impiego di armi, anche mediante gesti di disarmo unilaterale) deve essere contestualizzato, sfruttando le opportunità che oggi si aprono per far valere le nostre ragioni. E’ perciò necessario individuare e modulare una serie di proposte concrete e praticabili, che contribuiscano a determinare un contesto più favorevole alla realizzazione dell’obiettivo finale. Per questo va valorizzata la proposta del transarmo, dando vita ed importanza crescenti ad un concetto di difesa civile e nonviolenta; una difesa che, progressivamente, vada a sostituirsi alla difesa armata. Il servizio civile, cui potrà accedere chi obietta e chi opta, non può e non deve limitarsi ad essere un puro e semplice surrogato del Welfare state; è indispensabile che la formazione (compresa nel periodo di servizio e non aggiuntiva ad esso), verta non solo su come intervenire in ambiti sociali e nella protezione civile ma anche sulle tematiche della nonviolenza e della cooperazione tra i popoli. Tra gli ambiti di impiego dovrà essere prevista la possibilità di partecipare a missioni internazionali, umanitarie e di peace keeping (dopo adeguata formazione e solo per i volontari), al fine di istituire un servizio civile di pace, vera alternativa al servizio militare, prima costola della costituenda Difesa Popolare Nonviolenta. Verona, 28.02.1997 Stefano Guffanti - LOC Verona
CONVEGNO SERVIZIO CIVILE, FORZE ARMATE,INTERESSI NAZIONALI NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE VENEZIA, 18 GENNAIO 1997 INTERVENTO SU SCENARI E PROPOSTE PER IL SERVIZIO CIVILE IN ITALIADr. Claudio Di Blasi - Portavoce Nazionale della Associazione Obiettori Nonviolenti Premessa
Gentili signori e signore, Vi ringrazio dell’opportunità datami oggi per riflettere con voi su problemi tanto importanti per l’avvenire del nostro Paese. Tenterò di dare il mio contributo al dibattito sino ad ora svoltosi, e farò il possibile per affrontare in modo stimolante la questione del servizio civile in Italia. L’argomento su cui sono stato chiamato a dare un contributo potrebbe essere sviluppato in un modo molto “tradizionale”, ripercorrendo le tappe della riforma della legge sull’obiezione di coscienza, il dibattito sul servizio civile nazionale, lo stato del servizio civile oggi in Italia. Tuttavia ritengo che questa occasione di incontro ci obbliga ad una riflessione il più possibile alta, proprio per comprendere al meglio come muoverci nel prossimo futuro. E’ per questa ragione che propongo di declinare la questione del “servizio civile” partendo da tre concetti fondamentali del pensiero occidentale moderno, che sono a fondamento della nostra Carta Costituzionale, come anche della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Vi propongo quindi di stabilire quali connessioni stabilire tra il problema del servizio civile e i concetti di liberté,egalité, fraternité.
Servizio civile ed egalité Egalité, ovvero sia eguaglianza. Un termine che spesso viene sostituito con quello di Giustizia, soprattutto nel binomio “Giustizia e Libertà”. Che la questione del servizio civile sia strettamente interrelata ai concetti di eguaglianza e giustizia è ben chiaro a chiunque si sia occupato di tale tematica. Innumerevoli forze politiche, per non parlare dell’amministrazione militare, si pongono il problema dell’eguaglianza di trattamento tra i cittadini che svolgono il servizio civile e quelli che invece scelgono il servizio militare. Coloro che si sono sempre battuti per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare hanno sempre avuto a che fare con il termine giustizia: a) sia quando esso viene identificato con la “legalità”, per cui è giusta l’azione compiuta in conformità alle leggi, giusto l’uomo che rispetta le leggi, giuste le leggi stesse quando esse corrispondano a leggi superiori, naturali o divine; b) sia quando invece viene identificata con il concetto di “eguaglianza” per cui si dice giusta un’azione, una legge, un uomo che istituisce o rispetta, una volta istituito, un rapporto di eguaglianza. Una prima affermazione che potremmo fare, confortati sia dal linguaggio comune che da quello giuridico, è che una legge è giusta non solo perchè è egualitaria ma anche perchè conforme a una legge superiore. La legge superiore cui possiamo, e dobbiamo, fare riferimento non può che essere, nel caso del servizio obbligatorio di leva, quello del rispetto della libertà di coscienza del cittadino. La legge dello Stato non può quindi comprimere tale diritto fondamentale, nè tantomeno pretendere di esprimere un giudizio sulla coscienza e le convinzioni del cittadino stesso. I n tale modo la legge eviterà di essere espressione di una giustizia ingiusta, permettendo il rispetto della legalità da parte di tutti i cittadini, ma dovrà comunque porsi il problema dell’instaurazione di una certa eguaglianza tra le parti. Decliniamo quanto sino ad ora affermato sul problema del servizio civile e dell’obiezione di coscienza in Italia. Una legge giusta dovrà riconoscere la possibilità per ogni cittadino di decidere, sulla base della propria coscienza (e quindi dell’affermazione delle proprie convinzioni, che non potranno a questo punto essere limitate a determinate categorie, nè limitate temporalmente o sulla base di precedenti comportamenti), su come svolgere il servizio di leva obbligatorio. Ma tae legge, di fronte alle scelte dei cittadini (che teoricamente potrebbero essere tante quanto il numero dei cittadini stessi), dovrà anche porsi l’obiettivo dell’eguaglianza nel trattamento degli stessi. L’eguaglianza è un rapporto (sono eguale rispetto a....) che diventa valore in quanto giusto, dove per giusto si intenda l’obiettivo dell’ideale di armonia delle parti di un tutto. Possiamo quindi definire la libertà come valore individuale per eccellenza e la giustizia come valore sociale per eccellenza.. Un criterio di eguaglianza nei confronti dei cittadini che debbano svolgere il servizio di leva, nel rispetto delle loro libertà (in modo specifico la libertà di coscienza) sarà quello di stabilire i modi del servizio di leva stessa, come ad esempio il servizio di leva militare e quello civile, cioè l’obbligo di dare comunque una parte del proprio tempo di vita al servizio della collettività. Il problema che si pone a questo punto è quello dell’eguaglianza materiale dei due servizi. Esemplificando, è legge giusta quella che si prefigga trattamenti identici, sin nel modo di usufruire del vitto, dell’alloggio, della distanza da casa, tra i cittadini che scelgano il servizio militare e quelli che invece scelgano il servizio civile? Oppure è giusto che, una volta accettato il dato che uno dei due servizi sia più penalizzante per il cittadino, escogitare meccanismi che rendano altrettanto penalizzante l’altro servizio, in modo da stabilire una “eguaglianza”? E’ evuidente che affermare come giusta un tale tipo di eguaglianza materiale ci porta ad affrontare la questione dell’egualitarismo senza voler caricare di significati negativi tale termine. Non meraviglia che l’egualitarismo tra i due servizi (un egualitarismo consistente in un peggior trattamento per il cittadino) sia invocato proprio da una cultura come quella militare, propria di un’istituzione totale e basata su una forte stratificazione (i gradi e l’obbedienza agli ordini), ma dove dove gli appartenenti allo stesso grado sono eguali. Tuttavia la diversità materiale dei due servizi deriva non dalla volontà dei cittadini, ma dalle minacce (armate e non) cui lo Stato ritiene di dover fare fronte. Appare quindi fortemente ingiusto, per quanto formalmente egualitaristico, che lo Stato non solo determini le minacce che il servizio di leva dovrà affrontare, ma anche ritenga opportuno penalizzare le libertàdi coscienza di determinati cittadini perchè questo significa per loro svolgere una leva più vicina a casa o senza obbligo di pernottamento in strutture collettive. Del resto affermare che con tale egualitarismo si “colpiscono i furbi” significa porre dei limiti alla libertà di coscienza ddell’individuo, cadendo in un’altra forma di legge ingiusta. Concludendo con una notazione di Norberto Bobbio ” l’egualitarismo ha percorso un lungo tratto di strada: eppure la distanza tra l’aspirazione e la realtà è sempre stata e continua ad essere tanto grande che, guardandosi attorno e indietro, qualsiasi persona assennata deve non solo seriamente dubitare se mai possa essere interamente colmata ma anche se sia ragionevole il proporsi di colmarla”. Servizio civile e liberté Precedentemente si è accennato alla “libertà di coscienza”. Credo sia opportuno affrontare a questo punto il concetto di “liberté” che, per quanto impegnativo, si preannuncia come “meno complesso” rispetto alla precedente “egalité”. La particolare forma di libertà di coscienza che stiamo esaminando è quella correlata al servizio militare. Pur in presenza di una norma (addirittura costituzionale) che rende obbligatorio il servizio militare, esiste la possibilità per il cittadino (anche se a determinate condizioni che, in teoria e in pratica, potrebbero anche non sussistere) di compiere un’azione che egli ritiene desiderabile. Si tratta di una forma di “libertà negativa: la norma dell’obbligatorietà del servizio militare diventa secondaria rispetto alla libertà di coscienza del cittadino. Vero è comunque, per il principio di eguaglianza prima sviluppato, per chi rifiuti il servizio militare è stato ideato il servizio civile. Tuttavia il cittadino che rifiuti anche il servizio civile, sebbene punito con il carcere, è poi esentato dallo svolgere il servizio di leva, riocnoscendo una sorta di supremazia della sua coscienza rispetto all’imperativo delle leggi. La libertà negativa si caratterizza per assenza di impedimento (citando Hobbes si caratterizza per “silentium legis”): nel caso del’obiezione di coscienza non si dovrebbero quindi imporre limiti alla libertà di coscienza. Ciò nella norma attuale non avviene, nè tantomeno avverrà per i progetti di riforma all’esame del Parlamento (vi sono e vi saranno, per quanto precisate, le cosiddette cause ostative). L’obbligo inoltre di svolgere un servizio civile costituisce comunque una costrizione (il cui non rispetto porta al carcere) limita ulteriormente questa forma di libertà negativa. Potremmo quindi affermare che la libertà negativa è definibile come “libertà come non imedimento e non costrizione”. Possiamo ipotizzare, ed anche realizzare, una forma giuridica che renda “puro” il “non impedimento”, ma (come vedremo nella parete sulla “fraternité”) sarebbe contrario ai principi di eguaglianza e di giustizia non “costringere” al servizio civile. Ma è possibile tramutare questa “libertà negativa” in “libertà positiva”, intendendo con quest’ultimo termine “la situazione in cui un soggetto ha la possibilità di orientare il proprio volere verso uno scopo, di prendere delle decisioni, senza essere determinato dal volere altrui”? Per quel che riguarda il servizio civile ritengo di sì, anche se in una situazione non più riferita all’obiezione di coscienza, ma alla difesa civile. Traduciamo questa affermazione : fermo restando la normativa di tutela e garanzia dell’obiezione di coscienza, possiamo ipotizzare una meccanismo (legislativo, am anche costituzionale) che stabilisca il problema di difesa della collettività, come dovere del singolo (vedremo poi perchè analizzando la questione della “fraternité”), senza stabilire con ciò l’obbligo per legge del servizxio militare in quanto tale. Il secondo passaggio è quello della presa di una decisione da parte dell’individuo (la scelta, essenza della libertà positiva) nonn determinata dal volere altrui (obbligatorietà del servizio militare). Stiamo parlando di una cosa che è stata definita “opzionalità pura” del cittadino di fronte al servizio obbligatorio di leva, e che può (forse addirittura deve) essere altra cosa rispetto all’obiezione di coscienza. Con essa non viene determinata la forma di difesa privilegiata dallo Stato e dalle sue leggi, ma viene data all’insieme dei cittadini la facoltà di determinare tale scelta, proprio con l’obbligo del servizio di leva. Conseguentemente non esiste alcun privilegio di una qualche amministrazione (nessuna frase magica come “fatte salve le esigenze delle Forze Armate”), su cui cui invece prevale comunque il volere dell’individuo. Ipotesi utopica, quindi irrealizzabile, oppure affossamento del fenomeno dell’obiezione di coscienza al servizio militare? Ritengo che tale strada sia ormai nella realtà delle cose, nelle motivazioni reali della scelta di chi in questi giorni si è dichiarato obiettore e ha svolto il servizio civile. Quanto all’utopia di tale strada, gli esseri umani sono stati capaci di realizzare ben altre utopie giudicate impossibili: basti pensare al passaggio (per rimanere in tema) da una società feudale e monarchica ad una repubblicana e basata su diritti incompirmibili. Ma i problemi posti dal concetto di libertà non si esauriscono nella dualità della libertà positiva e della libertà negativa. Esiste il problema attuale della libertà, data dal suo bisogno di universalizzazione da un lato ( e qui i passi fatti sono relativammente recenti, come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) e di allargamento del concetto di libertà ( si pensi al concetto di liberazione dal lavoro) Entriamo qui nell’ultimo dei tre punti di questa relazione, quello della “fraternité”. Servizio civile e fraternité Rispetto alla libertè e alla legalité, il termine “fraternitè” appartiene ad un linguaggio decisamente meno politico, tanto da essere definito da Norberto Bobbio come “religioso”. E’ un termine storicamente determinato, anche sessualmente: si potrebbe tradurre con “fraternità” o “fratellanza”, decisamente di genere maschile (perchè non “sorellanza”?). Ritengo che un passo avanti significativo potrebbe essere fatto modernizzando e universalizzando il concetto di “fraternité”, dando ad esso il significato, più pieno ed in parte anche altro, di “solidarietà”. La nostra Costituzione affronat il problema della solidarietà, addirittura nei principi fondamentali, dove all’articolo 2 stabilisce che la Repubblica “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Questa affermazione costituzionale ha dato agio a quanti, in questi anni, hanno collegato il servizio obbligatorio di leva, con particolare attenzione (visti i campi di intervento) al servizio civiel, al dovere di solidarietà, il tutto per controbattere le spinte verso la professionalizzazione delle Forze Armate con conseguente abolizione della leva di massa. Il servizio di leva avrebbe in tal modo due puntelli costituzionali, l’articolo 2 ed il più conosciuto 52. Un tale ragionamento è condivisibile, a condizione che esso venga universalizzato, tanto quanto lo sono la difesa della Patria e quello della solidarietà (doveri di ogni cittadino, independentemente dal fatto che abbia lo status di militare). Ciò significa che per fare un primo collegamento al termine “servizio civile”, che esso dovrebbe essere obbligatorio, al pari di quello militare, per tutti i cittadini che, independentemente, ad esempio, del loro sesso, dovrebbero mettere a disposizione una parte della loro vita per i bisogni solidali e difensivi della comunità nazionale. Ma possiamo spingerci più inoltre nell’esame del testo costituzionale, osservando che all’articolo 2 si tratta di “uomini” (sia come singoli sia nelle formazioni sociali). Tralasciando l’impronta sessista (perchè l’uomo e non “l’essere umano”), evidenzio che si tratta appunto di uomini e non di cittadini. Il dovere di soidarietà si prefigura come universale, è da richiedere da tutti e da fornire a tutti quelli che ne necessitino, indipendentemente dal fatto che siano cittadini italiani. La solidarietà viene inotre aggettivata in “politica, economica e sociale”, il che rende possibile una declinazione politica, e collegata aI termini di liberté ed egalité, di questa particolare traduzione di gfraternité. Ma tutto ciò quali considerazioniu ci porta a fare riguardo al servizio civile, oltre ad una riaffermazione dell’importanza dell’obbligatorietà della leva? Ritengo che la solidarietà, nel suo senso universale e politico, ci aiuta meglio ad affrontare i problemi dell’universalizzazione del concetto di libertà e del suo allargamento. Possiamo cioè immaginare un servizio di leva, e quindi un servizio civile, che abbiano come loro obiettivi principali da un lato l’allargamento ( a tutti gli uomini e proprio sulla base del dovere di solidarietà della nostra Costituzione) dei diritti umani fondamentali, al di là delle limitazioni poste dagli stati nazionali. Servizio civile come strumento di ingerenza, nei modi e nei tempi stabiliti (oltre che al servizio) delle strutture internazionali e sovranazionali che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo hanno come fondamentoi. Servizio civile, inoltre, come pratica iniziale per il conseguimento di nuovve libertà, come ad esempio, quella dal lavoro (riprendendo obiettivi troppo a lungo dimenticati, come quello di una ridistribuzione del temopo di lavoro proprio per garantire non solo un’occupazione ad ogni essere umano, ma anche il maggior tempo possibile di tempo “liberato” dalla necessità di garantirsi il reddito e la sopravvivenza). Servizio civile infine come richiesta di forme di libertà attiva che mettano in discussione istituzioni fondate sui principi di autorità e di obbedienza assoluta (l’esercito, ma non solo). Il tutto come forma concreta di solidarietà, di fraternité, nei confronti dei nostri vicini di vita, per tutelare e costruire insieme e con essi una comunità libera, giusta ed eguale. Considerazioni conclusive Da quanto detto sino ad ora emerge (od alemno era questo il tentativo, non so quanto riuscito) un concetto di servizio civile che non può essere strumentale. Non si può permettere, se riflettiamo su tale argomento partendo dai concetti cardine della nostra società e del nostro agire politico, ridurre il servizio civile a quanto ho sentito dire da parlamentari di questa Repubblica e che così potremmo esemplificare “siccome stiamo tagliando i fondi ai servizi sociali da trasferire agli enti locali, diamogli in cambio un po’ di ragazzi del servizio civile”. Non possiamo pensare al servizio civile come “educazione al lavoro” (affermazione fatta durante l’ultima campagna elettorale) quando l’obiettivo di libertà è la liberazione dal lavoro. Non possiamo immaginare un servizio civile messo a disposizione degli organismi internazionali per la diffusione e la tutela dei diritti fondamentali degli esseri umaniquando nel contempo compiamo scelte nazionali, in campo militare ma non solo, che questi principi comprimono. Infine non possiamo pensare ad una normativa del servizio civile che contraddica, nei fatti e nella sostanza, i concetti di libertà, eguaglianza e giustizia sopra descritti. Le prospettive del servizio civile sono, in nuce, quelle del nostro modello di vita: sta a noi scegliere se continuare a percorrere la strada verso una società libera e giusta (fatto ineluttabile, almeno in apparenza, sino al secolo scorso) o scegliere invece una realtà di desolato, o desolante conformismo,
Venezia 18 Gennaio 1997 Obiezione di coscienza e servizio civile nella Regione Veneto
Pubblicati i dati dell’indagine conoscitiva realizzata dal MIR di PadovaIl MIR di Padova ha realizzato, nell’ambito della Legge Regionale n. 18/88, una indagine conoscitiva sull’obiezione di coscienza ed il servizio civile, pubblicata nel dicembre 1996 e presentata ufficialmente al Convegno di Venezia del 18.01.1997. L’indagine è stata realizzata elaborando 547 questionari, precedentemente distribuiti ed illustrati ad altrettanti obiettori in servizio negli enti della Regione Veneto. Nella Regione vi sono 444 enti convenzionati, per una capacità ricettiva totale di 2.701 posti, il 62% dei quali sono nell’ambito dell’area vocazionale assistenza e sanità, segue con il 12% il settore istruzione e cultura e, fanalino di coda, il settore ambiente- ecologia, con solo il 4,2% dei posti. Il restante 20,5% dei posti è disponibile presso i comuni; i ricercatori li hanno trattati come area a sé poiché il singolo comune occupa frequentemente i propri in più aree vocazionali. Per quanto ci riguarda possiamo però affermare che almeno il 50% degli obiettori impiegati nei comuni svolge compiti riconducibili all’assistenza e sanità e, pertanto, la percentuale complessiva di questa area vocazionale sale, per difetto, ad oltre il 72%. Tre obiettori su quattro operano a sostegno dell’assistenza (ambulanze, anziani, handicap, disagio, tossicodipendenze), uno su cinque lavora su iniziative culturali, solo uno su venticinque opera a favore dell’ambiente; questo quadro è indicativo delle priorità economico-sociali del nostro stato sociale. Gli obiettori in servizio civile nel Veneto dispongono di un livello di scolarizzazione medio-alto (diploma di scuola superiore: 71%; laurea: 20%), nell’80% sono residenti in regione e nel 57% nel capoluogo di provincia; questi dati confermano che l’obiezione di coscienza, per quanto oggi si sia allargata, rimane ancora una scelta limitata ad una elite residente in città, con possibilità di rinviare lo svolgimento del servizio di leva per anni, al fine di completare gli studi; tempo e opportunità informative sono le condizioni che contribuiscono a maturare la scelta dell’obiezione. Le richieste nominative degli enti sono rispettate solo nel 50 % dei casi; le precettazioni d’ufficio sono ancora molto diffuse, anche a scapito dell’area vocazionale indicata nella dichiarazione (solo il 50% degli obiettori che hanno indicato le aree cultura o ecologia riescono effettivamente ad esservi assegnati). Spesso capita che all’obiettore si assegnino mansioni poco qualificate ma queste variano, offrendo così opportunità di effettuare differenti esperienze. La maggior parte degli obiettori effettua un orario di servizio corretto (36 - 40 ore settimanali); i casi di sottoutilizzo sono abbastanza limitati (6/7%), più frequenti risultano i casi di sfruttamento, soprattutto nel settore assistenza e sanità, dove il 30% degli intervistati dichiara di svolgere più di 40 ore settimanali di servizio. Il 35% dichiara inoltre di non utilizzare l’alloggio, a dimostrazione che le circolari ministeriali tendenti a casermizare il servizio civile sono largamente disattese anche dagli enti. Solo nel 47% dei casi il programma di impiego è concordato, nel 40% è imposto dall’ente (soprattutto nei comuni) e nel 13% è improvvisato. Il 70/80% degli obiettori valuta positivamente la propria esperienza (il dato oscilla tra le diverse aree vocazionali); il grado di soddisfazione cresce con il titolo di studio (probabilmente perché questo permette un utilizzo rispondente alle competenze) e con l’anzianità di servizio, segno questo che, stando a contatto con la realtà di servizio, se ne comprendono meglio le motivazioni e le necessità. Gli obiettori si sentono maggiormente soddisfatti se riescono a svolgere il servizio nell’ente concrdato, mentre nei casi di precettazioni d’ufficio la soddisfazione è nettamente inferiore e la lontananza da casa incide notevolmente nella valutazione negativa dell’esperienza di servizio (il 44% dei per niente soddisfatti sono precettati da fuori regione). La ricerca si è occupata anche delle convinzioni degli obiettori. Il 38% indentifica il termine obiezione con il servizio civile, il 25% con l’alternativa all’esercito, il 33% con il rifiuto delle armi/esercito; il collegamento tra obiezione e servizio civile è maggiore tra i più soddisfatti (42%) mentre tra gli insoddisfatti l’obiezione viene maggiormente identificata con il rifiuto delle armi. Il 76% è favorevole alla professionalizzazione dell’esercito, mentre maggiore sensibilità verso le tematiche dalle difesa alternativa si sviluppa tra gli obiettori con maggiore anzianità di servizio, passando dal 6% al 21%. Il 30% decide di obiettare per motivi umanitari; il 25% per motivi antimilitaristi ed il 18% per evitare i disagi del militare. La maggior parte degli obiettori (80%) sente l’esigenza di corsi di formazione comprendenti anche l’approfondimento delle tematiche della nonviolenza e delle difese alternative e dichiara che non avrebbe rnunciato a questa scelta neanche se avesse dovuto svolgere un periodo di servizio di tre mesi più lungo. Il 40% dichiara la propria disponibilità a partecipare ad una eventuale forza di pace, mentre il 90% ritiene utile l’utilizzo degli obiettori nel settore della protezione civile. Come sempre la lettura dei dati non è univoca e può portare a considerazioni diametralmente opposte. Il calo percentuale delle motivazioni antimilitariste e nonviolente potrebbe far pensare che il valore umanitario del servizio civile tenda a sostituire i valori antimilitaristi e nonviolenti dell’obiezione di coscienza ma per capire questo fenomeno dobbiamo considerare i fattori che lo hanno determinato: - il calo della politicizzazione dei giovani d’oggi; - la crescita numerica esponenziale registrata in questi decenni. Se il primo fattore è un aspetto negativo che investe la società tutta (pensiamo allo stato di partecipazione alla vita sociale, associativa, politica), il secondo ha sicuramente una valenza positiva. Il valore umanitario del servizio civile ha avvicinato decine di migliaia di giovani all’obiezione di coscienza; giovani che altrimenti avrebbero scelto di impugnare le armi e di dire signorsì. Si è creato così un contatto tra coloro che hanno già maturato una scelta nonviolenta ed antimilitarista e coloro che, più semplicemente, sentono la necessità dell’impegno sociale. E’ un contatto labile e dettato da motivazioni ancora superficiali, sta a noi porre le condizioni affinché possa crescere e rinsaldarsi. La richiesta di formazione e di approfondimento sulle tematiche della pace e della nonviolenza, stanno a dimostrare che c’è una disponibilità di fondo, un’opportunità da sfruttare. La 772, nel bene e nel male, ha creato le premesse (impensabili 25 anni fa) affinché il pensiero pacifista possa essere udito in settori culturali e politici nuovi. Giunti a questo punto sarebbe un errore ritenere di aver esaurito un compito storico e, di conseguenza, adagiarci sulla realtà; dobbiamo, al contrario, intervenire per modificarla. La riforma della Legge 772, i percorsi di formazione, lo studio e la sperimentazione di forme di difesa non armate, la diffusione costante e capillare dell’informazione sono strumenti indispensabili per dare nuove gambe a questo percorso politico iniziatosi 50 anni fa con l’obiezione di Pietro Pinna. Verona, 05.03.1997 Stefano Guffanti - LOC Verona LA NONVIOLENZA DELLE “DONNE IN NERO” DI BELGRADOdi Umberta Biasoli La situazione a Belgrado non è certo tranquilla, anche dopo il riconoscimento, da parte di Milosevic, dei risultati elettorali. L’insediamento di Zoran Dijndijc quale sindaco della capitale non è certo garanzia di un governo democratico della città, rispettoso delle libertà di tutti, ed ha visto lo scoppiare di una violenta polemica nei suoi confronti da parte di Vuk Draskovic, che dice chiaramente di non aver fiducia nel modo in cui l’alleato-rivale gestirà il potere. Sono forse già iniziate le manovre in vista delle elezioni presidenziali del prossimo dicembre. Nella difficoltà e nell’ambiguità del momento rimane, comunque, un dato di fatto: le manifestazioni che da mesi, ormai, sono diventate un fenomeno consueto non hanno mai visto violenza da parte dei cittadini: le uniche a praticarla sono state le forze dell’ordine. In particolare, nelle “passeggiate” degli studenti, la sera, c’è spesso stato un tono di festa, e sempre una buona dose di ironia, che si esprime in modi fantasiosi. Ora, Belgrado non è certo una città che abbia al suo attivo una tradizione di nonviolenza; l’ho conosciuta solo in questi anni di guerra, ma mi ha sempre suscitato l’impressione opposta. È documentata, anzi, una escalation della violenza, anche famigliare, dallo scoppio del conflitto. Da dove, allora, questo nonviolento svolgersi delle proteste? Non sono certo le parole, e il tono oratorio, di Draskovic e Dijndijc, spesso tribuni agitapopolo. Si dice che gli studenti, che godono della simpatia di tutti, non sono quelli che hanno dovuto fare i conti con la mobilitazione forzata; sono più giovani e, in parte, sono rimasti forse estranei alla retorica e alla violenza della guerra. Ma vorrei aggiungere un altro dato, che per me è fondamentale: dall’ottobre del 1991 tutti i Mercoledì le “Donne in Nero” hanno manifestato la loro opposizione alla guerra e al regime in quella Piazza della Repubblica che ora è diventata il centro della protesta ed è stata ribattezzata “Piazza della libertà”. Hanno manifestato secondo la prassi di tutte le donne in nero, usando un linguaggio fortemente simbolico e profondamente nonviolento: il silenzio e il lutto degli abiti. Per loro, come per noi, Donne in Nero di Verona, che, in un certo senso, siamo le loro “madrine”, parlano i cartelli, costante e capillare controinformazione, particolarmente importante in un regime che controlla completamente i mass-media. Sono state anche aggredite, evidentemente perché il loro modo di manifestare colpisce e inquieta. Durante le vicende di questi ultimi mesi hanno rinunciato alla loro presenza così connotata per unirsi alla protesta degli altri, pur cogliendone le preoccupanti ambiguità, ma ritenendo di non poter “stare a guardare”. Il loro contributo è stato in particolare quello di portare in mezzo alla gente, che poteva essere trascinata dai leader, parole di nonviolenza, distribuendo volantini che ne esprimevano, per così dire, il decalogo, giungendo fino a dare indicazioni su come comportarsi in caso di aggressione delle forze dell’ordine. Ma quello che mi preme sottolineare è che, per me, è stata la loro costante, coraggiosa presenza in piazza, questo lungo dialogare silenzioso con la propria gente, esponendosi senza alcuna forza se non quella delle proprie convinzioni a preparare il terreno alla nonviolenza delle proteste attuali. È la non episodicità dei loro interventi che, forse, è penetrata a poco a poco nei concittadini. La nonviolenza non può manifestarsi “una tantum”, anche se si trattasse di azioni clamorose; è la costanza e la fermezza della scelta che continua a riproporsi, la chiarezza e la profondità del linguaggio, anche quello simbolico del corpo, che non può non lasciar traccia nell’immaginario collettivo. LOTTE NONVIOLENTE A BELGRADO E NEL KOSSOVO
Documento-appello Belgrado Le manifestazioni nonviolenti degli studenti di Belgrado e della coalizione “Zajedno” (Insieme) durano ormai da oltre due mesi. Esse rivendicano il riconoscimento dei risultati del secondo turno delle elezioni amministrative in Serbia che hanno visto la vittoria dell’opposizione in molte delle principali città compresa la capitale e che il regime di Milosevic ha annullato per “presunti brogli”, con la connivenza di commissioni elettorali e di giudici compiacenti. L’opinione pubblica segue con interesse quanto sta accadendo in Serbia perché, dopo le atrocità del recente conflitto, vede che finalmente questo paese ha trovato un modo civile e moderno di lottare per la propria trasformazione democratica. E giustamente, questa volta, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica e l’OSCE sono intervenuti tempestivamente per evitare uno spargimento di sangue e per trovare una soluzione adeguata alla richiesta di democrazia proveniente dagli studenti e dalle opposizioni. Determinante in questo conflitto si è rivelato il ruolo svolto dalla Commissione di verifica dell’OSCE guidata dall’ex premier spagnolo Gonzales. Tale Commissione, proposta dal Ministro degli Esteri italiano Lamberto Dini e accettata da Milosevic, ha riconosciuto valida la vittoria dell’opposizione in 14 città della Serbia. Ma il problema non è ancora del tutto risolto in quanto Milosevic ha riconosciuto la vittoria delle opposizioni solo in alcune di queste città. Perciò è necessario che continui la pressione internazionale su Milosevic affinché le lotte in corso abbiano uno sbocco positivo e si introduca finalmente la democrazia in un paese in cui tutti i poteri - politici, economici (si veda la ricchezza acquisita dal clan del Presidente grazie all’embargo) e strumentali (ad esempio i mass media) - sono in mano ad una sola persona che li ha gestiti fino ad ora a suo piacimento ed interesse. Ed è necessario che la Comunità internazionale tenga sotto osservazione e spenga le velleità del regime serbo di utilizzare il problema del Kossovo ai fini di distogliere l’attenzione internazionale e di ricompattare il nazionalismo serbo con un nuovo conflitto armato in quell’area. Pertanto si chiede che la Comunità internazionale si adoperi affinché sia riconosciuta la vittoria delle opposizioni in tutte le città indicate dalla Commissione OSCE; sostenga il processo democratico avviato in Serbia dalla popolazione studentesca e dalle opposizioni e lo controlli affinché siano evitate pericolose derive autoritarie e nazionaliste (non solo da parte del regime ma anche delle attuali opposizioni); inviti senza esitazioni il Governo Serbo a trattare nelle sedi istituzionali competenti il problema del Kossovo (come richiesto anche dalla “Risoluzione 1077” del 24 gennaio 1996 dell’Assemblea Parlamentare Europea, par. V.e.). Infatti se il positivo intervento della Comunità internazionale riguardo gli ultimi avvenimenti in atto in Serbia ha fino ad ora determinato il superamento della posizione del regime di Milosevic (“questo è un problema interno della Serbia e gli altri Paesi non devono entrarci”), lo stesso intervento non si è verificato, da parte della stessa Comunità internazionale, nei riguardi dell’altro conflitto, anche più grave, che vede da anni coinvolta la stessa Serbia ed il Kossovo. Kossovo Questa regione, a maggioranza albanese, secondo la Costituzione della Repubblica Federale Jugoslava del 1974, era una delle otto unità costitutive della Federazione Yugoslava, partecipava alla Presidenza della Federazione secondo il principio di rotazione (due volte questa carica è toccata ad un albanese del Kossovo), godeva del diritto di veto per tutte le decisioni prese a livello federale che non venissero accettate dai propri organi decisionali (Parlamento, Governo, Corte Costituzionale, ecc.), e poteva impartire ogni grado di istruzione nella lingua albanese parlata dal 90% della popolazione. Il 23 marzo del 1989 tali prerogative sono state revocate unilateralmente e incostituzionalmente dal Governo Serbo dato che la Costituzione vigente richiedeva l’approvazione del Parlamento del Kossovo per simili modifiche. In quel giorno, infatti, manu militari, con i carri armati che circondavano il Parlamento del Kossovo, con la presenza in sala di persone che non avevano diritto ma che ugualmente votarono, con di fatto solo una minoranza che diede l’assenso ma senza alcuna conta dei voti - tanto che la Corte Costituzionale del Kossovo dichiarerà la decisione non valida - il Kossovo si vide abrogare la caratteristica di componente federale e del diritto di veto, e ridurre allo stato di “provincia autonoma” della Serbia. Proprio grazie a questa politica anti-albanese Milosevic, in quel tempo presidente della Lega dei Comunisti della Serbia, venne eletto nel novembre dell’89 Presidente della Repubblica Serba, e sono restate senza alcun esito le lotte nonviolente (petizioni, digiuni, marce, manifestazioni, luminarie, funerali della violenza, ecc.) attuate dalla popolazione albanese prima e dopo questi avvenimenti. Nel 1991 scoppiò la guerra tra le repubbliche della Federazioni conclusasi nel ‘95 con gli accordi di Dayton grazie alla mediazione degli Stati Uniti. Attualmente il Kossovo è gestito unilateralmente dalla Serbia ed è occupato da oltre 50.000 tra soldati e poliziotti serbi. Gli albanesi che non hanno accettato il colpo di stato costituzionale sono stati licenziati da fabbriche, scuole, ospedali, uffici pubblici e tutta la popolazione albanese continua a subire costantemente da parte degli occupati gravi violazioni dei diritti umani (uccisioni, sevizie, arresti e perquisizioni arbitrarie) come denunciano i ripetuti rapporti delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa (vedi anche la risoluzione su citata, art. 1) e di altri organismi quali Amnesty International, Helsikj Citizens Assembly e lo stesso Humanitarian Law Center di Belgrado. A questa situazione gli albanesi del Kossovo hanno risposto con la strategia nonviolenta del Governo Parallelo, organizzando le proprie elezioni, eleggendo un proprio Presidente della Repubblica (Rugova) e dando avvio a un sistema scolastico, assistenziale e sanitario parallelo. Ma la situazione resta quanto mai grave e il conflitto rischia ogni giorno di esplodere in conflitto armato se la Comunità internazionale non interviene nelle sedi istituzionali con i suoi organismi ufficiali e non impone una soluzione adeguata al problema. Gli accordi di Dayton non hanno preso in considerazione il problema Kossovo e oggi, mentre si parla di fine della guerra e di normalizzazione, le tensioni tra la popolazione albanese e il Governo Serbo aumentano sia per lo stanziamento forzoso di profughi serbi nella regione, sia perché alcuni paesi europei, come ad esempio la Germania hanno cominciato a rimandare in Kossovo gli albanesi; si parla di circa 350.000 profughi rifugiatisi in Europa durante la guerra. E in molti casi si tratta di giovani espatriati per non prestare servizio militare nell’esercito serbo e che per questo sono considerati “disertori”. Secondo i rapporti del Consiglio per i Diritti Umani di Pristina (capitale del Kossovo) alcuni di essi, rimpatriati, sono stati arrestati e sottoposti a gravi maltrattamenti e punizioni, mentre recenti notizie riferiscono che il regime di Belgrado sta attuando il richiamo alle armi. Sempre più concreto si delinea quindi il pericolo che diventi realtà il detto “Tutto è cominciato nel Kossovo, tutto finirà nel Kossovo” e che esploda un altro conflitto armato anche nella zona sud dei Balcani con il coinvolgimento, oltre che della Serbia e del Kossovo, anche del Montenegro, della Macedonia, dell’Albania, della Grecia e della Bulgaria, paesi dove la presenza albanese è più o meno consistente. Fino ad ora sia gli Stati Uniti che singoli governi europei (Belgio, Francia, Italia) hanno ricevuto esponenti del governo albanese parallelo a livello ufficioso e solo grazie alla mediazione della Comunità di S. Egidio è stato sottoscritto un accordo, tra Milosevic e Rugova, che riguarda le scuole, ma la cui non applicazione sta peggiorando la già difficile situazione esistente e sta creando difficoltà allo stesso leader Rugova e alla sua politica di “resistenza nonviolenta organizzata”. Perciò la Comunità internazionale ed in particolare quella europea, deve coinvolgersi direttamente e nelle sedi istituzionali anche in questo problema che non è - come sostengono Milosevic e gran parte della attuale opposizione - un problema interno della Serbia ma un grave problema di portata internazionale da trattare, eventualmente, in una Conferenza internazionale apposita. Pertanto si chiede che la Comunità internazionale e in particolar modo l’Europa e l’Italia, la cui mediazione è stata recentemente accettata dal regime di Belgrado durante le contestazioni elettorali, si adoperi affinché in Kossovo siano riammessi gli osservatori dell’OSCE allontanati nel luglio del ‘93 dal Governo di Belgrado; chieda e ottenga precise garanzie per il rientro in Kossovo degli emigrati e specialmente dei giovani di leva, tuteli i diritti dei profughi serbi nel territorio del Kossovo e i diritti degli stessi albanesi residenti nei luoghi forzosamente assegnati a questi profughi; renda operativo l’accordo Milosevic-Rugova per le scuole sottoscritto nel settembre 96 e non ancora applicato; predisponga una presenza costante e qualificata di civili europei in Kossovo con l’apertura di un “Centro di Cultura Europeo” o di un “Centro Europeo di Informazioni” come già è stato fatto dagli Stati Uniti con la costituzione a Pristina dell’USIA (United States Informatio Agency) che ha costituito la prima occasione di incontro tra la dirigenza locale serba e quella albanese anche in vista dell’auspicabile apertura, a Pristina, di un consolato italiano e di altri paesi europei, od almeno di una “Ambasciata di democrazia locale” come richiesto dal Parlamento Europeo nella raccomandazione n. 1288 del 24 gennaio 1996 par. 1, iii. Campagna per una soluzione nonviolenta in Kossovo - gennaio 1997 Eventuali osservazioni e firme di adesione vanno inviate al più presto a: CAMPAGNA PER UNA SOLUZIONE NONVIOLENTA IN KOSSOVO c/o MIR, casella aperta 8, 74023 Grottaglie (TA) Tel./Fax 099/5562252
La Corte Suprema di Delhi ordina la chiusura degli allevamenti GAMBERETTI: ORA NON PIANGERO’ PIU’Le multinazionali dei gamberetti sconfitte da un piccolo movimento gandhiano Un movimento di contadini, pescatori e braccianti senza terra (Tamil Nadu Grama Swaraj Movementi), guidato dal leader gandhiano Jagannathan, ha sconfitto le multinazionali dei gamberetti. La Corte Suprema di Delhi ha emesso l’11 dicembre 1996 la sentenza definitiva sulla illegittimità degli allevamenti lungo le coste dell’India. Sono stati cinque anni di durissima lotta, condotta da un lato con la strategia e le tecniche della nonviolenza e dall’altra con ogni sorta di violenza e di sopruso possibile. In gioco c’erano i grossi guadagni delle Compagnie di allevamento contro la distruzione di terre fertili, inquinamento del mare e delle falde acquifere, disoccupazione e miseria per migliaia di famiglie. La Corte Suprema ha ordinato la chiusura, entro il 31 marzo 1997 di tutti gli allevamenti costieri, ad eccezione di quelli a carattere familiare. La sentenza, attesa da un anno, è la conseguenza del ricorso presentato da Jagannathan e sostenuta dal solo avvocato Metha, mentre gli avvocati delle Compagnie erano 140! Ora sarà impedito l’allevamento nei terreni agricoli, nella fascia di 500 metri dal mare lungo 6.000 chilometri di costa e nei 1.000 metri vicini ai laghi di Chilka e Pullicat. Anche se la maggior parte degli allevamenti è situata nello stato meridionale del Tamil Nadu la sentenza riguarda tutta la confederazione indiana. In questa vicenda colpisce soprattutto la sproporzione delle forze in campo; da un lato la potente lobby dell’industria dei gamberetti e dall’altra un piccolo movimento guidato dall’ottantatrenne Jagannathan. Questo è un forte segnale per tutte quelle realtà asiatiche interessate dagli allevamenti di gamberetti ma anche un esempio di come le popolazioni del Sud possano riscattarsi dalla fame e dall’ingiustizia anche attravers lotte nonviolente locali, sostenute dalla solidarietà internazionale. Chi desiderasse sostenere il Movimento Grama Swarai può farlo attraverso l’ONG “Overseas” di Spilamberto (MO). Per sostenere le famiglie più colpite dagli allevamenti è stata anche lanciata l’”Operazione Futuro di Speranza” che prevede l’adozione a distanza di bambini. Il prossimo impegno del movimento Grama Swaraj Il giorno 19 gennaio 97 si è tenuta a Madras un Congresso Nazionale di tutti i Comitati impegnati nella lotta. Ora li aspetta un lavoro gigantesco per il recupero di migliaia di acri distrutti e la loro distribuzione ai poveri senza terra. Oltre a ciò sarà necessario un piano nazionale di riforestazione con mangrovie per rinforzare la costa contro i cicloni e l’erosione del mare. Si tratta di recuprare l’ambiente alla sua originaria purezza, obiettivo che si può raggiungere con la cooperazione di tutta la popolazione. La priorità del Movimento è quindi quella di risvegliare e risollevare la popolazione. Per informazioni sull’”Operazione Futuro di Speranza” Vittorio Merlini Comunità della Guedrara 41029 Sestola (MO) Tel. 0536/61062 Per contributi al Movimento Grama Swaraj Overseas Via Castelnuovo R., 1190 41057 Spilamberto (MO) Tel. 059/ 784464 CCP 11158417 CCB 2465 ABI 5387 CAB 67061 UNA STORIA DI GAMBERETTI
Inizialmente lo sviluppo dell’acquacoltura intensiva è stato promosso dalle organizzazioni internazionali con lo scopo di fornire proteine pregiate alle comunità rurali di molti paesi asiatici. Una sorta di “rivoluzione azzurra”. Ma nel tempo questi allevamenti di gamberetti hanno portato soltanto enormi guadagni alle compagnie che li gestivano ed una serie di problemi alle popolazioni locali. Da alcuni anni gli allevamenti di gamberetti, a causa dell’espansione del mercato e all’esportazione nei paesi a valuta pregiata, si stanno diffondendo anche in India. Il governo centrale e locale, attratti dalle prospettive di alti profitti, incentivano le imprese ad espandersi. Dopo alcune esperienze in altri stati dell’India ora gli allevamenti si stanno concentrando nel Tamil Nadu, lungo le coste del Golfo del Bengala, in particolare alle foci del fiume Cauvery, nel distretto di Quaid-e-Millath. Questa è una zona molto fertile ed è chiamata la “conca di riso” del Tamil: cinque milioni e mezzo di ettari che producono nei due raccolti annuali, oltre 10 milioni di tonnellate di riso. La prima mossa delle compagnie è stata quella di acquistare il terreno dai coltivatori della zona che, lusingati dal facile guadagno hanno venduto restando però senza terra e senza lavoro. Il prezzo della terra è cresciuto mettendo in difficoltà tutti i braccianti agricoli senza-terra che stanno cercando da anni di acquistare un pezzo per mantenere la famiglia. Il progetto di espansione degli allevamenti prevede l’acquisto di 1.400 ettari di terra. Nel terreno, vicino al mare, vengono scavati bacini di 100 metri per 100, profondi 2 metri nei quali viene immersa acqua dolce e acqua di mare. Vengono così rovinati fertili terreni agricoli. Inoltre le infiltrazioni dell’acqua salata e dei liquami tossici causano inquinamento e sterilità delle risaie limitrofe e inquinamento dell’aria e delle falde acquifere. Le donne quindi devono percorrere 2 o 3 km per procurarsi l’acqua. Non solo, gli scarichi delle vasche vengono riversati in mare, causando morie di pesci e conseguente disoccupazione per i pescatori. La presenza di questi allevamenti ha dato da lavorare a poche persone, ma ha messo in grave difficoltà 23 villaggi con 23.470 famiglie, di cui 13.660 senza terra. I gamberetti vengono venduti per lo più al Giappone ad un prezzo inaccessibile alla popolazione locale: 300 rupie al Kg, quando il salario è di 40 rupie al giorno. Il L.A.F.T.I. opera nella zona dal 1975 ed ha distribuito 10.000 acri di terra irrigabile (circa 4.000 ettari) ad altrettante famiglie senza terra. Nel distretto di Quaid-e-Millath è presente in 200 villaggi. Fedele ai principi gandhiani che considerano il villaggio la cellula vitale della società indiana il L.A.F.T.I. ha dato vita al movimento per l’Autodeterminazione dei villaggi del Tamil Nadu (Tamil Nadu Grama Swaraj Movement), con sede a Kuthur. Questo grande sforzo di sradicare dalla miseria secolare questi villaggi è stato compromesso dall’invasione delle compagnie di allevamenti di gamberetti. Il L.A.F.T.I. si è subito schierato in difesa delle famiglie e dei villaggi. Sulla base dell’esperienza dei suoi leader, i coniugi Jagannathan e Krishanammal, già collaboratori di Gandhi e di Vinoba, il L.A.F.T.I. ha organizzato i contadini, i braccianti agricoli (senza terra) e pescatori in comitati Grama Swaraj impegnati con metodi non-violenti, quali marce, sit-in. Con il Satyagraha (forza della verità) hanno cercato di fermare l’avanzata degli allevamenti. La protesta è culminata in una grande manifestazione tenutasi il 28 gennaio 1993 davanti alle imprese proprietarie degli allevamenti. Ma il 10 agosto 1994 una manifestazione di 400 persone è stata presa a sassate da squadracce assoldate dai proprietari, ferendo parecchi manifestanti e provocando la reazione della polizia. Le squadraccie hanno poi incendiato 34 case di manifestanti, mentre la polizia accusava gli stessi manifestanti di aver incendiato le proprie case. Questo è successo nel villaggio di Thennampattinam. Ne seguiva il fermo di Jagannathan e l’arresto di 26 manifestanti per 30 giorni. Successivamente la polizia complice con le compagnie, imprigionava complessivamente 140 leaders di villaggio sulla base di 15 false imputazioni. Arresti avvenuti per 2 o 3 volte anche per molto tempo. Come risultato di tutte queste azioni si è ottenuto che, nel 1995, il Governo dello stato di Tamil Nadu ha emesso una legge che regolamenta l’acquacoltura. Legge che il movimento Grama Swaraj ha ritenuto insufficiente. Per questo ha posto il caso alla Corte Suprema di Dheli; la Corte Suprema ha emesso due decreti provvisori che prevedono la proibizione degli allevamenti di gamberetti nelle terre coltivate e nelle zone umide alla distanza minima di 500 mt. Dal mare. Ma molte compagnie hanno violato questi leggi per cui è continuata la protesta con anche un mese di digiuno delle donne di fronte alle sedi delle compagnie. Il movimento Grama Swaraj è ricorso alla Corte Suprema.
DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA SPONTANEA NELLA RIVOLUZIONE FILIPPINAdi John F. Taylor e Richard W. Fogg* Sono passati dieci anni da quando il potere del popolo rovesciò il regime di Ferdinando Marcos, nel lontano inverno del 1986. Quello di Marcos sembrava un potere forte perché controllava il governo federale e molti governi locali, l’esercito e l’economia in un paese che è diviso in 7.000 isole. Ma l’azione nonviolenta coinvolse gran parte di quelle isole e pose fine al potere di Marcos. Il ruolo chiave del MIR internazionale A differenza di altre lotte nonviolente, la campagna delle Filippine si è basata sulla religiosità e gran parte dell’organizzazione religiosa e nonviolenta che educa e agisce per promuovere la nonviolenza tra le religioni e nella società. Padre Josè Blanco, SJ ha diretto il caso “Filippine” dell’IFOR. Richard Deats dirigeva l’azione di sostegno negli Stati Uniti, ma poi fu chiamato ad aiutare l’azione nelle Filippine, cosicché egli partecipò all’azione locale dell’IFOR. Lui stesso ci ha raccontato la storia. Un anno e mezzo prima delle elezioni presidenziali del 1986, il MIR organizzò dei convegni nelle Filippine sulla nonviolenza. I vescovi e gli altri leaders Cattolici e Protestanti, nonché i principali attivisti assistetter |