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I Palestinesi valutano l'opzione nonviolenta
di Lawrence Smallman *
”Adottate la resistenza passiva e vincete la libertà”, ha detto Arun Gandhi, il nipote settantenne del Mahatma Gandhi. “Se i Palestinesi avessero adottato una lotta non-violenta contro l'occupazione israeliana, il loro conflitto sarebbe già finito”.
Il direttore dell'istituto per la Non-violenza del Tennessee e cittadino americano naturalizzato ha visitato migliaia di persone nei territori occupati la scorsa settimana con un messaggio semplice: Gettare un mattone ad un carroarmato di Merkava è solo uno spreco di tempo ed energia.
"Non penso che la Palestina abbia la capacità economica e militare di confrontarsi con uno stato enorme come Israele, che ha non soltanto un arsenale militare potente ma amici potenti," ha detto alla folla a Abu Dis, vicino alla barriera illegale di separazione.
Ma più tardi, durante una visita al museo dell'Olocausto a Gerusalemme, Gandhi ha criticato il governo israeliano perchè continua a promuovere il sentimento anti-Palestinese. Ha osservato che Tel Aviv non sta usando l’Olocausto per combattere il pregiudizio e l’avversione, ma piuttosto per promuovere la rabbia e il timore della vittimizzazione.
La reazione alla visita
La sua visita è risultata essere una spinta enorme per un movimento che già sta realizzando progressi notevoli, ha detto il corrispondente di Aljazeera.net in Palestina, Khalid Amayreh.
"La maggior parte dei Palestinesi con cui sono venuto a contatto non hanno che elogi per Gandhi.
La solidarietà che ha dimostrato e la sua comprensione della sofferenza palestinese sono state veramente straordinarie per una figura pubblica così nota”.
Amayreh crede che molti Palestinesi siano completamente convinti della forza della resistenza passiva. Gandhi ha conquistato molti, convertendoli, quando ha parlato ad una folla di alcune migliaia di persone vicino alla barriera di separazione ed ha fatto l'analogia con l'apartheid ed il successo della protesta non-violenta in Sudafrica. E dopo la chiamata, vari movimenti di resistenza non-violenta hanno segnalato un impulso delle richieste per l'addestramento e di informazione.
La preparazione e lo sviluppo
Parlando ad Aljazeera.net giovedì, il direttore della Fondazione Terra Santa in Bethlehem, Sami Awad, ha detto che le richieste dei Palestinesi per imparare ad esercitarsi nella resistenza passiva era maggiore di quanto i suoi sei addestratori avrebbero potuto fornire.
"Attualmente tutti i nostri programmi di formazione hanno liste di attesa. Inoltre siamo notevolmente incoraggiati dalla presenza di massa di ex membri delle brigate di Fatah, che sono convinti che questa è la via per progredire dopo gli anni di lotta nella Al-Aqsa Intifada”, ha detto.
Secondo Awad, l'ultimo corso di due settimane della Fondazione a Qurayat Bani Zaid è stato seguito da un quarto dei 2500 abitanti del villaggio. La maggior parte dell'addestramento ha puntato sul rinforzo della solidarietà fra i Palestinesi, specialmente trattando le dispute interne e i disaccordi, ha detto Awad. "Circa 30% del corso si occupa di che cosa fare sotto il fuoco diretto, un attacco coi gas lacrimogeni, i boicottaggi, i sit-in, come organizzare le dimostrazioni ecc."
Le difficoltà correnti
Anche se Awad crede che tutta la resistenza in Palestine sarà un giorno passiva, lui riconosce una frustrazione importante. "Ogni volta che una guida carismatica capace di condurre la resistenza non-violenta ha cominciato a venire alla ribalta, è stato espulso o imprigionato. Penso che l'esempio più recente di ciò sia Marwan Barghuthi. L'autorità palestinese deve modificare di conseguenza l'approccio. Sono i nostri capi eletti e realmente devono guidarci in questo”, ha detto Awad.
Richiamando la stessa carenza di leadership, il giornalista egiziano Khalid Diab scrive che il mondo arabo ha bisogno di una guida "con il carisma di Nasser e le fondamenta di Gandhi", capace di dimostrare il fondamento politico e culturale della resistenza pacifica.
"Purtroppo, le uniche persone che finora lo hanno fatto sono alcuni intellettuali arabi e stranieri".
Tuttavia, ci sono segni che l'OLP e i capi di Fatah, in accordo con i gruppi islamici, apprezzano notevolmente la resistenza passiva. Certamente al livello di base, il supporto sta crescendo. Le proteste di massa contro la barriera illegale di separazione e uno sciopero della fame di migliaia di prigionieri per le condizioni di detenzione sono gli esempi più recenti.
Condizioni per il successo
Dagli Stati Uniti, il Rabbi Michael Lerner, redattore della rivista Tikkun, ha detto a Aljazeera.net che la resistenza non-violenta all'occupazione avrebbe un effetto drammatico sul sostegno ad Israele fra la Comunità ebrea negli Stati Uniti, ma ad una condizione:
"La protesta pacifica è l'unica maniera perché i Palestinesi possono mai vincere. Ma dovrà essere tutta o niente. Non può essere che alcune parti della Comunità resistono non-violentemente mentre altre no. Immagini un parallelo con Martin Luther King Jr: se i neri avessero adottato i metodi violenti nello stesso momento in cui stava tenendo i suoi discorsi a Washington, avrebbe potuto realizzare ciò che ha fatto?"
Ma un numero notevole di ebrei americani ha dei dubbi che la resistenza passiva in Palestina possa funzionare.
I dubbi degli occupanti
In seguito all'uccisione di Rachel Corrie da parte di un bulldozer israeliano, un professore associato della Scuola di Studi Ebraici a Dartmouth, Susannah Heschel, ha scritto il suo punto di vista per quanto riguarda il futuro della resistenza passiva.
"La sua [di Corrie] morte è un altro fallimento, un riconoscimento che c'è una tale rudezza nelle azioni israeliane che non lascia spazio per la non-violenza radicale”.
Può la resistenza passiva riuscire di fronte ai bulldozer israeliani? La professoressa si domanda se le condizioni dell'occupazione illegale degli Ebrei abbiano reso improbabile il successo della protesta palestinese non-violenta.
"Data la radicalizzazione all'interno della Comunità ebrea negli ultimi anni, è rimasta una minima possibilità per una protesta pacifica e non-violenta da parte dei Palestinesi ... perché la protesta non-violenta si basa sull'esistenza di una coscienza all'interno dei cuori degli oppressori ed io temo che stiamo perdendo le nostre”. Heschel ha scritto: "Alla coscienza non è lasciato lo spazio per respirare quando il razzismo si impossessa di una società ed il sostegno ad Israele si è radicato in un orribile razzismo ebreo verso i Palestinesi."
Commento israeliano
Parlando della visita di Gandhi in Haaretz la scorsa settimana, il giornalista Amira Hass ha espresso dei dubbi sul fatto che la resistenza non-violenta convenzionale possa funzioniare nei territori occupati, essenzialmente per due motivi. Suggerisce che la società israeliana non sarebbe scossa dalla morte di qualche centinaia di Palestinesi, né capirebbe che è diritto dei Palestinesi svilupparsi sulla propria terra. Secondariamente, afferma Hass, centinaia di migliaia di israeliani hanno interesse che tutti gli insediamenti rimangano sul posto, se non addirittura che si espandano costantemente.
"Per decenni, un complesso intreccio di interessi si è sviluppato. Questa rete complessa, unita con il ben noto mantra circa il rischio esistenziale di sicurezza che proviene dai Palestinesi... ha reso la resistenza palestinese silenziosa per maggior parte degli israeliani. I settori interessati sosterranno l'esercito, qualsiasi mezzo usi per distruggere qualsiasi lotta popolare."
* da: Aljazeera, giovedì 09 settembre 2004
Aljazeera Features
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