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Azione nonviolenta - Dicembre 1996 PDF Print E-mail
Dicembre 1996

PARLARE DI MEDITERRANEO
CHRISTOPH BAKER

UN CROCEVIA DOVE TUTTO CONFLUISCE
FERNAND BRAUDEL

FRA L'ESSERE E IL FARE UN "MARE DI MEZZO"
PREDRAG MATVEJEVIC

IL "PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO" :LE SCOMMESSE E LE PROMESSE
BICHARA KHADERN

LA CONVIVENZA INTERRELIGIOSA
BIANCAMARIA SCARCIA AMORETTI

UN DIO TRE RELIGIONI
DON GIORDANO REMONDI

DECALOGO PER UNA CONVIVENZA INTERRELIGIOSA

DON ZENO DI NOMADELFIA
CLAUDIO CARDELLI

SUL SERVIZIO MILITARE FEMMINILE
ANGELA DOGLIOTTI MARASSO

UNA NUOVA PORTAEREI DA DUEMILA MILIARDI
ALESSANDRO MARESCOTTI

CASCHI BIANCHI IN CROAZIA E SLOVENIA
ALESSANDRO CULIANI

VOGLIAMO FAR CADERE IL REGIME DI MILOSEVIC CON LA NONVIOLENZA COSTRUTTIVA
GABRIELE COLLEONI

ASSEMBLEA STRAORDINARIA DELLA CAMPAGNA DI OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI E PER LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA

La continuazione della logica dell’assistenza


Il progetto di partenariato euro-mediterraneo non esce da una logica d’assistenza per imboccare la direzione di un aiuto reale alla costituzione nel sud del Mediterraneo di sistemi produttivi più solidi, più diversificati e più competitivi, capaci di rispondere alle esigenze d’accumulazione ed ai bisogni di posti di lavoro.
Non si vede come tali sistemi produttivi potrebbero venire alla luce al di fuori di una «strategia centrata sull’accumulazione del sapere che è la sola in grado di rilanciare una crescita duratura, di allargare il mercato interno, di riassorbire la disoccupazione e di creare le condizioni reali per un vero partenariato tra i Paesi terzi mediterranei e l’Europa» (Abdelkader Sid Ammad: Un project pour l’Algerie: éléments pour un réel partenariat euro-méditerranéen. Publisud, Paris, 1995).
Non si può dire che l’Europa abbia praticato, nel passato, una politica liberale in materia di trasferimento di sapere e di know-how tecnico nei Paesi terzi del Mediterraneo (Ptm), tanto era ossessionata dal pensiero di riservarsi il valore aggiunto dell’accumulazione del sapere.
Questo atteggiamento per così dire gelido dovrà cambiare. La riuscita di un vero partenariato destinato a diminuire gli squilibri flagranti tra i partner è di sicuro collegato alla capacità di ciascuno Stato del Mediterraneo di migliorare il funzionamento delle istituzioni, la qualità dell’insegnamento e «di articolare le istituzioni nazionali per la ricerca e di insegnamento sulle fonti internazionali di conoscenze, fattore cruciale di competitività internazionale». Ma il ruolo dell’Europa è presupposto fondamentale perché essa deve contribuire a mettere in funzione nei Ptm delle infrastrutture che permettano l’accesso e lo sviluppo delle nuove tecnologie (in particolare le tecnologie dell’informazione, della comunicazione e il software associato) suscettibili di «generare dei vantaggi comparativi strutturali» accrescendo l’efficacia del modo di funzionamento del sistema economico e di conseguenza a ridurre le disparità di reddito tra le due sponde, e ad assicurare una convergenza di produttività.
Questa strategia di aiuto al trasferimento di conoscenze deve accompagnarsi ad una strategia delle delocalizzazioni selettive. A prima vista, il termine «delocalizzazione» spaventa la popolazione europea che vi vede immediatamente delle perdite di posti di lavoro. Quello che spesso si ignora, è che ci può essere un cerchio virtuoso delle delocalizzazioni (Jacques Ould Aoudia: L’Europe et sa proximité: le cercle vertueux des delocations) non solo per l’effetto positivo che esse producono nei Paesi che ne sono destinatari, ma anche per lo sviluppo di complementarità che inducono.

Debito e partenariato euro-mediterraneo

Il partenariato euromediterraneo fallirebbe il proprio obiettivo se si limitasse a prevedere un’iniezione in cinque anni di capitali per 10.200 milioni di Ecu (un Ecu vale poco più di 1900 lire, per un totale di oltre 190mila miliardi di lire- NdT) recuperati in parte dalle risorse proprie e in parte ricorrendo alla Banmca Europea per gli Investimenti, in 12 Paesi terzi mediterranei (esclusa la Libia). Queste somme, al di là che sarebbero insufficienti per costituire un «Piano Marshall finanziario» non avrebbero che un impatto molto limitato al di fuori di una politica generosa e coraggiosa sul fronte dell’indebitamento. In effetti, se la locomotiva europea è realmente preoccupata di tirare il vagone mediterraneo, appare categorico:
1) ristrutturare il debito dei Paesi del Mediterraneo;
2) annullarne almeno la parte che è di origine multilaterale o garantita dagli Stati dell’Unione Europea;
3) riconvertirne una parte in moneta locale per finanziare la protezione dell’ambiente, del litorale o la conservazione di siti archeologici (Debt for nature swap). E perché non sostenere l’idea di un imposta sui turisti di un dollaro a testa? Si raccoglierebbero 130 milioni di dollari per finanziare il piano ambientale mediterraneo);
4) negoziare la conversione di un’altra parte in partecipazione in azioni industriali (Debt for equity swap), etc.
5) convertire le somme destinate al rimborso «in linee di crediti destinate a progetti di sviluppo chiaramente indicati, comprese co-produzioni, co-partecipazioni, progammi di formazione...» (Martin Verlet. Coopérer avec l’Algérie: convergences et solidarités, Publisud Paris, 1995). E questo corrisponderebbe, grosso modo, alla proposta della Tunisia di creare un «fondo di riciclaggio del debito».
Insomma, non si tratta di dare di più, ma di prendere meno: riducendo, ossia fermando le iniezioni di denaro che impoveriscono, riequilibrando in modo equo i termini di scambio, e stabilendo un controllo sulle fluttuazioni speculative delle monete.

In conclusione, se una zona di libero scambio euro-mediterraneo è in prospettiva un’esigenza indiscutibile, un lungo periodo d’adattamento è necessario per riformare le istituzioni, modernizzare le strutture e preparare gli uomini. Certo un periodo di transizione è previsto nel progetto di partenariato euro-mediterraneo. Bisognerebbe sicuramente metterlo a frutto. Ma tutto ciò potrebbe rivelarsi di scarsa efficacia se, nello stesso tempo, non ci si applicasse a ridurre lo sviluppo ineguale dei partner attraverso l’innovazione scientifica e tecnologica, la sola suscettibile di promuovere un’offerta competitiva.
Le unioni doganali, o le zone di libero scambio sono schemi destinati nell’ambito di economie avanzate a migliorare l’efficacia dell’allocazione delle risorse. In se stesse, non sono in grado di indurre guadagni netti in termini di crescita, o di costituire dei meccanismi di industrializzazione o di sviluppo.
Di fatto, gli effetti positivi di una zona di libero scambio sui Ptm sono indiretti: miglioramento della competitività generata dal de-protezionismo, ribasso dei prezzi dei prodotti importati, “captazione” di capitali stranieri, promozione degli scambi tra UE e Ptm, ovvero anche scambi sud-sud che potrebbero essere stimolati dall’apertura di mercati e del’abbattimento delle barriere doganali e dalla convertibilità delle monete locali (de-protezione dei cambi).
Gli effetti sull’UE non sono della stessa natura. Avendo raggiunto uno stadio di sviluppo fortemente avanzato e sostenuto da capacità tecnologiche in costante rinnovamento, l’Unione Europea potrà esportare innanzittutto nei Ptm diventando il solo pilastro nella costruzione euro-mediterranea, a condizione di dotarsi di una moneta unica, capace di competere con il dollaro o lo yen, e di farne la divisa di riferimento per tutta la regione.

«...Il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E anche le piante. Le credete mediterranee. Ebbene, ad eccezione dell’ulivo, della vite e del grano - autoctoni di precocissimo insediamento - sono quasi tutte nate lontane dal mare. Se Erodoto, il padre della storia, vissuto intorno al V secolo avanti Cristo - ricorda Lucien Febvre - tornasse e si mescolasse ai turisti di oggi, andrebbe incontro ad una sorpresa dopo l’altra. Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie verde scuro di certi arbusti - arance, limoni, mandarini - non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido! Vengono dall’Estremo Oriente, sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante dalla sagoma insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi - agavi, aloè, fichi d’India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste. Sfido! Vengono dall’America. Quei grandi alberi dal pallido fogliame che pure portano un nome greco, eucalipto: giammai gli è capitato di vederne di simili. Sfido! Vengono dall’Australia. E i cipressi, a loro volta, sono persiani.
Ma quante sorprese anche al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guyana; il mais, messicano; il riso dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco. Tuttavia questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo: una Riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini... che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi, per noi?
E a voler catalogare gli uomini del Mediterraneo, quelli nati sulle sue sponde o discendenti di quanti in tempi lontani ne solcarono o ne coltivarono le terre e i campi a terrazze, e poi i nuovi venuti che di volta in volta lo invasero, non se ne trarrebbe la stessa impressione che si ricava redigendo l’elenco delle sue piante e dei suoi frutti?...»

Fernand Braudel (Il Mediterraneo, 1985)

VOGLIAMO FAR CADERE IL REGIME DI MILOSEVIC CON LA NONVIOLENZA COSTRUTTIVA

L’89 è arrivato in Serbia con sette anni di ritardo, dopo una sanguinosa guerra contro la Croazia e dopo quattro anni di pesantissimo embargo imposto dalle Nazioni Unite. La data che - comunque vadano a finire le cose - segna una svolta è il 3 novembre, giorno delle elezioni politiche federali ma anche delle amministrative. Il voto per il Parlamento della neo-Jugoslavia (Serbia e Montenegro) «premia» come previsto il partito del presidente Slobodan Milosevic, ma alle comunali accade la sorpresa: nelle principali città vincono le opposizioni.
Il regime del partito socialista serbo non esita, ovviamente, a invalidare il voto. Così a partire dalla metà di novembre, inizia la grande mobilitazione popolare, guidata dalla coalizione di opposizioni riunita in Zajedno (Insieme) che porterà ogni giorno in strada a Belgrado (e in misura minore anche negli altri centri serbi) centinaia di migliaia di cittadini per protestare contro l’annullamento del voto e chiederne la convalida.
«In questo momento, secondo noi, la cosa più importante non è stato il risultato delle elezioni, quanto il fatto che i cittadini e le cittadine della Serbia stanno superando la barriera psicologica più grande: la paura nei confronti del regime, della sua arroganza, del suo potere illimitato, del suo revanchismo, vincendo poco a poco la apatia e il fatalismo». Bojan Aleksov ci risponde dalla sede di Zene u crnom, le «donne in nero» di Belgrado, il movimento pacifista che, in abiti di lutto, ha sfidato pubblicamente il regime di Slobodan Milosevic fin dai tempi della guerra tra Serbia e Croazia nel ‘91. Bojan è un ex obiettore di coscienza e disertore: non ha voluto combattere la guerra fratricida con la Croazia. Ha raccontato la storia - sua e di molti altri giovani che hanno rifiutato di «obbedire ad ordini criminali» - nel libro: Disertori dalla guerra nella ex Jugoslavia. Da tempo è rientrato a Belgrado dove collabora con il movimento delle «donne in nero» ed ora vive in prima persona la mobilitazione di Zajedno.
«C’erano oltre centomila persone oggi a Belgrado, ma altre 30 mila hanno sfilato a Nis, diecimila studenti erano in piazza a Novi Sad, ci sono state marce di protesta a Kraljevo, Pirot, Vranje, Cacak... Gli universitari sono in sciopero in tutto il Paese», spiega Bojan che è appena rientrato dalla manifestazione del pomeriggio - la 17ª consecutiva. «Il presidente sta cambiando stategia, ha cominciato a fare qualche concessione. Ma per fortuna i leader dell’opposizione hanno subito ribadito che non si accontenteranno di piccoli passi, e continueranno ad insistere perché l’esito del voto sia riconosciuto. Se Milosevic non accetterà, si andrà avanti finché si dimetterà».
Un risultato però le proteste l’hanno già ottenuto. «Certo l’atmosfera a Belgrado e in tutta la Serbia è di euforia: la gente si sta liberando della paura. L’impressione è che le dimostrazioni possano continuare ancora a lungo nonostante il tempo infame di questi giorni, con pioggia, neve e gelo». Potrebbe essere però Milosevic a perdere la pazienza, obietto. «Ad un certo punto, il governo ha minacciato di usare la violenza contro i manifestanti, ma ora ciò non appare molto probabile», ci spiega Bojan. «Le dimostrazioni sono davvero pacifiche. Non si tirano più neppure le uova. Si marcia soltanto, si fischia e si suonano campanacci». Un giorno ad esempio gli universitari hanno eretto un muro di mattoni davanti al Parlamento a significare che le intenzioni di chi protesta sono «costruttive» e non distruttive.
Attenzione, aggiunge Bojan: una conclusione violenta di tutta la vicenda non si può comunque escludere. «Milosevic e la sua oligarchia sanno bene che una loro caduta non resterebbe senza conseguenze. le nuove autorità dovranno processarli, altrimenti la gente piena di rabbia non sosterrà più Zajedno. E Milosevic, è certo, si difenderà con ogni mezzo».
Ma che effetti avrà tutto questo sull’attuale situazione nell’ex Jugoslavia? «Da lontano le preoccupazioni degli occidentali sono le ripercussioni di ciò che accade in Serbia sulla pace in Bosnia, in quanto Milosevic è considerato uno dei garanti degli accordi di Dayton. Ma proprio oggi Zoran Dindic, che a Belgrado oggi è più popolare di Vuk Draskovic, ha detto che non abbiamo più bisogno della Grande Serbia: per noi - ha spiegato - la Grande Serbia siete voi che sfidate il regime. È la conferma indiretta che ora anche i nazionalisti accettano Dayton».
Zajedno è un’alleanza eterogenea: cosa la tiene «insieme»? «Effettivamente comprende il Partito democratico, il Movimento di rinnovamento serbo di Draskovic, una fazione del Partito democratico serbo e l’Alleanza civica di Serbia, l’unica componente anti-nazionalista ma anche la più debole. Il fatto è che le forze a cui si oppone, sono i “Criminali di guerra” di Milosevic e gli ultranazionalisti di Seselj, anch’essi criminali di guerra. Quindi anche noi pacifisti e nonviolenti sentiamo che Zajedno alla fine è molto meno estremista. L’obiettivo fondamentale è chi ha commesso crimini di guerra e crimini contro la sua stessa gente se ne vada».
Cosa state facendo come movimento nonviolento in questo frangente? «Seguiamo con grande preoccupazione quanto sta succedendo: partecipiamo a tutte le iniziative di protesta, siamo contenti del trionfo di Zajedno ma solo come un primo piccolo passo, mantendendo la nostra autonomia anche rispetto alla coalizione e ai partiti in generale. Vogliamo riservarci la libertà di criticarli se necessario. Per parte nostra cerchiamo di calmare le tensioni nelle manifestazioni di protesta, perché ci sono momenti di grandissima tensione. Ad esempio distribuiamo volantini con il titolo LA NONVIOLENZA È LA NOSTRA SCELTA sui quali abbiamo scritto: “il regime ha in mano tutti gli strumenti di repressione e di violenza, e la nonviolenza non solo è una convinzione ma anche la scelta più prudente. Solo la NONVIOLENZA!”. Oppure portiamo dei grandi cartelli con scritto: “NESSUN ESERCITO, NESSUNA POLIZIA PUO’ SOGGIOGARE LA VOLONTA’ DEL POPOLO DECISO A RESISTERE (Gandhi)”. In ogni caso noi antimilitaristi e militanti nonviolenti continueremo a sostenere queste dimostrazioni finché saranno pacifiche e rivendicherano diritti umani fondamentali come il diritto di voto, il diritto alla protesta e quello di poter disporre di mezzi di comunicazione indipendenti».

Gabriele Colleoni

Assemblea OSM di Verona

22 Novembre 1996

MOZIONE GENERALE

L’assemblea degli Obiettori alle Spese Militari é impegnata a rendere la Campagna OSM uno strumento di forte e di ampia aggregazione politica di tutti coloro che riconoscendosi nelle ragioni della nonviolenza, intendono riaffermare la propria contrarietà’ costruttiva ad ogni ipotesi di guerra e di spreco di risorse nelle armi.

È inoltre tesa a raccogliere attorno alle proprie iniziative la massima collaborazione e consenso possibile.

Prende atto della entrata nel governo di centrosinistra, nato dalle ultime elezioni, di persone che da sempre hanno sostenuto le nostre idee.

Confida che sia possibile, entro questa legislatura, ottenere un riconoscimento politico e giuridico al diritto di obiezione di coscienza alle spese militari, come conseguenza diretta del già previsto diritto di obiezione di coscienza al servizio militare.

Chiede di avviare nel nostro paese una prima istituzione di difesa civile nonarmata e nonviolenta (D.P.N.), come prospettato in alcuni articoli della proposta di legge di riforma dell’obiezione di coscienza al servizio militare approvata alla commissione Difesa del Senato il 5/11/1996, e dagli spazi previsti dalla legge 180 del 1992 (missioni di pace all’estero delle ONG) e dall’art. 1 comma 2 bis della Legge 428 dell’8/8/96 (invio di obiettori di coscienza in Bosnia).

Riafferma gli obiettivi della Campagna OSM, consistenti:
· nel riconoscimento del diritto all’opzione fiscale;
· nella pubblica istituzione di forme di difesa nonarmata e nonviolenta come previsto dalla proposta di legge del 1989 presentata dall’on. Guerzoni, in conformità’ alla sentenza della Corte Costituzionale n. 450 del 1989;
· nella istituzione di una scuola pubblica per formatori di obiettori di coscienza.

Tali obiettivi permetterebbero concretamente un passo avanti, nell’attuazione dell’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra...”.

Gli obiettori di coscienza alle spese militari, profondamente convinti che una politica di pace, di giustizia e di nonviolenza non si può costruire con l’uso e l’impiego degli eserciti, ribadiscano la propria contrarietà a qualsiasi tentativo di annullare il diritto soggettivo di obiezione di coscienza mediante una riforma delle forze armate, come quella preparata dai vertici militari e definita Nuovo Modello di Difesa.

Affermano che la risoluzione dei conflitti e delle controversie internazionali debbano avvenire nel rispetto dei diritti umani, utilizzando anche forze non armate sotto l’egida dell’ONU.

Si ritiene pertanto necessario privilegiare tutte quelle iniziative politiche utili ad ottenere a livelli istituzionali gli obiettivi che la campagna persegue, a partire da una rapida approvazione della legge di riforma dell’obiezione di coscienza al servizio militare, che comprenda un piano organico per la formazione degli obiettori di coscienza alla difesa popolare nonviolenta, e da una pressione politica affinché si realizzino effettive riduzioni delle spese militari.

L’assemblea decide di rilanciare la Campagna, rivedendone il nome in “Campagna Nazionale di Obiezione di Coscienza alle Spese Militari e per la Difesa Popolare Nonviolenta”, e in parte le modalità e l’organizzazione.

Modalità dell’obiezione alle spese militari

Per aderire alla Campagna occorre in ogni caso compilare una dichiarazione, che andrà spedita al Presidente della Repubblica e, per conoscenza, al Centro Coordinatore Nazionale.

Sono possibili tre modalità’ di partecipazione:
1) Versamento al Centro Coordinatore Nazionale della Campagna, che rilascia una ricevuta. L’obiettore ha la facoltà di esercitare un’ulteriore pressione politica mediante un gesto di disobbedienza civile portando in deduzione la cifra obiettata nella voce “Contributi ai paesi in via di sviluppo” dei mod. 730 o 740 dell’anno successivo. Nella Guida andranno evidenziate le conseguenze legali.
2) Versamento ad una Organizzazione Non Governativa (ONG) che operi nei paesi in via di sviluppo, impegnata in azioni di DPN o in progetti collegati con le finalità della Campagna. L’ONG rilascerà una ricevuta ai sensi di legge, che verrà portata in deduzione nei mod. 730 o 740, per realizzare una prima rudimentale forma di opzione fiscale legale.
3) Versamento ad una tesoreria provinciale sul capitolo di spesa del Ministero degli Esteri relativo alla legge 180/92 (Missioni di pace all’estero di ONG). Tale gesto, finanziando direttamente un inizio di difesa alternativa, costituisce un primo elemento di opzione fiscale. L’obiettore ha la facoltà di esercitare una ulteriore forma di pressione politica detraendo quanto versato dalle tasse dovute.

A coloro che aderiscono alla Campagna verrà chiesto di versare al Coordinamento Nazionale della Campagna un contributo minimo di 20.000 lire, o il risparmio avuto dalla deduzione del versamento alla ONG.

Si prevede inoltre, ai fini di raccogliere il potenziale consenso attorno agli obiettivi della Campagna, la possibilità di forme singole e collettive di appoggio (dichiarazioni di principio, delibere, appelli, ...) da proporre a singole persone, enti locali, chiese, sindacati, associazioni, ONG, ecc., eventualmente accompagnata da un contributo.
Questi appoggi possono essere utilizzati per una pressione sui parlamentari in vista dei necessari passaggi legislativi.

Organizzazione e risorse

L’Assemblea ritiene che, dopo 15 anni di campagna OSM, occorra ora concentrare i nostri sforzi nella direzione di un riconoscimento istituzionale; pertanto ritiene necessario destinare la maggior parte delle risorse economiche ora disponibili e che si renderanno disponibili con la campagna 1997 alla promozione di iniziative utili ad ottenere un riconoscimento politico.
L’assemblea pertanto:
a) autorizza il C.P. a cooptare fino a 3 membri rappresentanti di gruppi o associazioni realmente impegnate nel raggiungimento delle finalità della Campagna;
b) delega il C.P. ad attivarsi per il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
1. costituzione del soggetto politico-giuridico, allargato a tutte le associazioni e alle persone singole disponibili, che diventi l’interlocutore dello Stato nel momento in cui, approvata la legge di riforma dell’obiezione di coscienza, si possa dare avvio alla prima istituzione della Difesa Popolare Nonviolenta;
2. approvazione della riforma OdC senza nessuna modifica rispetto al testo varato dalla Commissione Difesa del Senato nel Novembre 1996, perlomeno negli articoli riguardanti il diritto soggettivo all’obiezione e all’avvio di forme istituzionali di DPN;
3. riconoscimento del diritto all’obiezione alle spese militari, attraverso una legge per l’opzione fiscale;
4. mantenimento dei contatti con la campagna “Venti di Pace”, e con tutti coloro che si oppongono al Nuovo Modello di Difesa, e che si impegnano alla riduzione delle spese militari e alla loro riconversione in spese sociali;
5. stimolo per organizzazione e pratica istituzionale di esperienze di DPN (es. obiettori in Bosnia - l’eventuale stanziamento di risorse deciso dal C.P. non è destinato solo alle associazioni che mandano obiettori in Bosnia ma serve anche a finanziare la pressione politica affinché lo Stato finanzi la legge relativa agli obiettori in Bosnia).
c) Risoluzione di pendenze finanziarie
1. Invita il C.P. a verificare entro il 28/2/1997 la possibilità di dar corso alla mozione di S. Severa relativa al finanziamento della pubblicazione del 3^ volume di Gene Sharp c2) Invita il comitato dei garanti, entro il 31/12/1996, a rilasciare il nulla osta per il pagamento alla segreteria DPN dei 5.000.000 di lire relativi al saldo del 2^ anno, e 2.003.113 di lire relativi al saldo del 3^ anno della scuola di Formatori di Loreto, previa approvazione di una dettagliata relazione sulla scuola stessa, cui la segreteria DPN aggiungerà il proprio residuo di cassa.
I soldi non erogati entro le date di cui sopra, rientrano automaticamente nei residui della Campagna.
2. Da mandato al Comitato dei Garanti di utilizzare i fondi attualmente impegnati per i macroprogetti 1995 NMS e Terzo Mondo per finanziare i progetti attinenti a questi due settori pervenuti entro il 24/11/96 e relativi agli anni 1994, 1995, 1996. Sono consentite compensazioni tra i capitoli. Eventuali fondi non erogati rientrano automaticamente nei residui della Campagna.
3. Rimangono in vigore gli impegni assunti a livello internazionale con le altre campagne OSM
d) Opzione istituzionale
1. Da mandato al C.P. di consegnare entro il 20/12/96 al Presidente della Repubblica l’assegno relativo alle quote raccolte nel fondo comune della Campagna OSM 1996
2. I fondi relativi all’assegno 1994 che ancora giacciono presso il Ministero delle Finanze vanno intesi come impegnati fino al 28/2/1997. Il C.P. ha preciso mandato ad adempiere tutte le attività necessarie per una rapida e valida risoluzione della vicenda.
e) Vengono aboliti dallo Statuto gli articoli riguardanti la ripartizione fondi e relativi macroprogetti, oltre a quelli in contrasto con le precedenti delibere.

I fondi delle future campagne saranno utilizzati esclusivamente per:·
spese per l’organizzazione, promozione, azione politica ed informativa volta al raggiungimento degli obiettivi istituzionali della Campagna;·
spese, secondo quanto attualmente previsto, per i coordinatori locali che ne facciano richiesta·
spese per il progetto internazionale negli anni pari.


Raccomandazione sull’organizzazione della Campagna

La Campagna si riorganizza attivando gruppi di affinità che lavorano attorno ad obiettivi specifici (collegandosi con i coordinamenti locali, le istituzioni, la stampa, i gruppi DPN, i movimenti pacifisti, gli enti di servizio civile, gli enti locali, i sindacati, le chiese, le ONG).

Tali gruppi possono essere attivati da coordinamenti locali, movimenti promotori o gruppi specifici.

Il Coord. Politico È formato dai portavoce dei 10 gruppi di affinità oltre 3 eletti in assemblea (13 membri).

Al suo interno il C.P. nomina un presidente, un tesoriere, un segretario.

(Norma provvisoria) Il C.P. eletto con l’attuale statuto È invitato ad attuare quanto sopra entro la prossima assemblea ordinaria.

Raccomandazione sulla strategia della Campagna

La Campagna ritiene necessario, per il raggiungimento dei propri obiettivi, definire un piano operativo che preveda obiettivi strategici e tattici.

Gli obiettivi strategici sono:·
riforma della legge di obiezione di coscienza al servizio militare - formazione di un consenso trasversale in Parlamento attorno alla proposta di legge Guerzoni·
gestione degli spazi istituzionali aperti verso la DPN e valorizzazione delle sperimentazioni dal basso.

Obiettivi tattici sono:·
rilancio della Campagna·
presentazione della proposta di legge “Guerzoni” - raccolta del consenso attorno alle obiezioni della Campagna - ricerca di alleanze (ad es. con la campagna “Venti di Pace” per la riduzione delle spese militari)·
pressione locale sui parlamentari·
sostegno alla campagna di riforma della legge 772 - collegamento con iniziative in atto di DPN

Le assemblee ordinarie rivedono annualmente il piano operativo e fissano il programma di attività per l’anno successivo.

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Raccomandazione sull’organizzazione della Campagna

La Campagna si riorganizza attivando gruppi di affinità che lavorano attorno ad obiettivi specifici (collegandosi con i coordinamenti locali, le istituzioni, la stampa, i gruppi DPN, i movimenti pacifisti, gli enti di servizio civile, gli enti locali, i sindacati, le chiese, le ONG).

Tali gruppi possono essere attivati da coordinamenti locali, movimenti promotori o gruppi specifici.

Il Coord. Politico è formato dai portavoce dei 10 gruppi di affinità oltre 3 eletti in assemblea (13 membri).

Al suo interno il C.P. nomina un presidente, un tesoriere, un segretario.

(Norma provvisoria) Il C.P. eletto con l’attuale statuto è invitato ad attuare quanto sopra entro la prossima assemblea ordinaria.

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Raccomandazione sulla strategia della Campagna

La Campagna ritiene necessario, per il raggiungimento dei propri obiettivi, definire un piano operativo che preveda obiettivi strategici e tattici.

Gli obiettivi strategici sono:
· riforma della legge di obiezione di coscienza al servizio militare - formazione di un consenso trasversale in Parlamento attorno alla proposta di legge Guerzoni
· gestione degli spazi istituzionali aperti verso la DPN e valorizzazione delle sperimentazioni dal basso.

Obiettivi tattici sono:
· rilancio della Campagna
· presentazione della proposta di legge “Guerzoni” - raccolta del consenso attorno alle obiezioni della Campagna - ricerca di alleanze (ad es. con la campagna “Venti di Pace” per la riduzione delle spese militari)
· pressione locale sui parlamentari
· sostegno alla campagna di riforma della legge 772 - collegamento con iniziative in atto di DPN

Le assemblee ordinarie rivedono annualmente il piano operativo e fissano il programma di attività per l’anno successivo.

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· spese per l’organizzazione, promozione, azione politica ed informativa volta al raggiungimento degli obiettivi istituzionali della Campagna;
· spese, secondo quanto attualmente previsto, per i coordinatori locali che ne facciano richiesta
· spese per il progetto internazionale negli anni pari.


Raccomandazione sull’organizzazione della Campagna

La Campagna si riorganizza attivando gruppi di affinità che lavorano attorno ad obiettivi specifici (collegandosi con i coordinamenti locali, le istituzioni, la stampa, i gruppi DPN, i movimenti pacifisti, gli enti di servizio civile, gli enti locali, i sindacati, le chiese, le ONG).

Tali gruppi possono essere attivati da coordinamenti locali, movimenti promotori o gruppi specifici.

Il Coord. Politico È formato dai portavoce dei 10 gruppi di affinità oltre 3 eletti in assemblea (13 membri).

Al suo interno il C.P. nomina un presidente, un tesoriere, un segretario.

(Norma provvisoria) Il C.P. eletto con l’attuale statuto È invitato ad attuare quanto sopra entro la prossima assemblea ordinaria.

Raccomandazione sulla strategia della Campagna

La Campagna ritiene necessario, per il raggiungimento dei propri obiettivi, definire un piano operativo che preveda obiettivi strategici e tattici.

Gli obiettivi strategici sono:
· riforma della legge di obiezione di coscienza al servizio militare - formazione di un consenso trasversale in Parlamento attorno alla proposta di legge Guerzoni
· gestione degli spazi istituzionali aperti verso la DPN e valorizzazione delle sperimentazioni dal basso.

Obiettivi tattici sono:
· rilancio della Campagna
· presentazione della proposta di legge “Guerzoni” - raccolta del consenso attorno alle obiezioni della Campagna - ricerca di alleanze (ad es. con la campagna “Venti di Pace” per la riduzione delle spese militari)
· pressione locale sui parlamentari
· sostegno alla campagna di riforma della legge 772 - collegamento con iniziative in atto di DPN

Le assemblee ordinarie rivedono annualmente il piano operativo e fissano il programma di attività per l’anno successivo.

Don Zeno di Nomadelfia

di Claudio Cardelli

È noto che l’eccessivo attaccamento alla proprietà privata è fonte di egoismo e di violenza; perciò, fin dai tempi antichi, è sorto l’ideale di una vita comunitaria, dedita al lavoro in una fraterna condivisione dei prodotti dell’attività di tutti. In campo cristiano si può risalire al monachesimo benedettino e alla celebre Utopia (1516) di Tommaso Moro.
Molto conosciuta è la Comunità dell’Arca, fondata in Francia da Lanza del Vasto, e modello per altre esperienze comunitarie anche in Italia. Una via originale é quella trovata da don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, una comunità ancora fiorente, dopo circa mezzo secolo di vita, situata a 8 chilometri da Grosseto sulla statale per Siena.

La vita di don Zeno
Zeno Saltini nacque il 30 agosto 1900 a Fossoli di Carpi (Modena), in una famiglia patriarcale, dedita alla coltivazione dei propri poderi. A 14 anni rifiuta di continuare gli studi e va a lavorare nei poderi della famiglia, vivendo in mezzo ai braccianti e imparando da loro le prime teorie socialiste.
Chiamato alle armi nel 1917, conosce la terribile realtà della guerra e matura in lui l’idea di farsi apostolo di una nuova civiltà, senza servi né padroni. Riprende gli studi e si laurea in legge.
Sollecitato da un’intensa vocazione religiosa, a 30 anni entra in seminario: nel 1931 celebra la prima Messa e si fa padre di un ragazzo che esce dal carcere.
A S. Giacomo di Roncolo (MO) fonda l’Opera dei Piccoli Apostoli, dedita all’accoglimento dei bambini abbandonati. Nel 1941 una giovane studentessa, Irene, scappa di casa e si presenta a don Zeno dichiarandosi disposta a fare da mamma ai piccoli trovatelli. Altre giovani donne la seguono: di chiameranno “mamme di vocazione”.
Nel 1947 i Piccoli Apostoli occupano il campo di concentramento di Fossoli e si formano le prime famiglie di sposi, disposti anch’essi ad accogliere come figli i fanciulli senza famiglia. I Piccoli Apostoli, decisi a costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo, diventano un popolo: Nomadelfia (dal greco: “la fraternità è legge”).
La comunità è cresciuta (circa 1100 persone), ma non è facile trovare le risorse per sfamare tante persone: gli adulti si arrangiano, qualcuno torna nei campi, nasce una piccola cooperativa che fallisce.
Questi conti che non tornano mettono don Zeno nei guai: il 5 febbraio 1952 un decreto del S. Ufficio intima a don Zeno di lasciare Nomadelfia e di mettersi a disposizione del suo vescovo.
Il coraggioso sacerdote, l’anno seguente, ottiene la riduzione alla stato laicale per poter continuare a vivere come padre di questo popolo nuovo.
I nomadelfi vengono mandati via da Fossoli con l’intervento della polizia. Emigrano in Toscana, dove una signora milanese (Maria Giovanna Pirelli) regala loro la tenuta “Rosellana”, presso Grosseto, che viene ripulita dai sassi e messa a coltivazione. Nel 1962 don Zeno riprende l’esercizio del sacerdozio e Nomadelfia viene eretta a parrocchia. Muore a Nomadelfia il 15 gennaio 1981 circondato dall’affetto di tutti i suoi “figli”.

Nomadelfia oggi
La comunità ha oggi salde tradizioni e continua sulla via tracciata dal fondatore: la popolazione è di circa 320 persone su un territorio di 4 Km. quadrati. In Nomadelfia non circola denaro, non esiste proprietà privata, non è ammessa nessuna forma di sfruttamento, ma tutto è comune.
Uomini e donne lavorano in gruppo, ciascuno a vantaggio della comunità; se hanno denari per qualche rendita particolare, li versano al fondo comune.
L’attività fondamentale è quella agricola: la tenuta produce a sufficienza pane, vino, olio, latte e verdure, oltre a una minore quantità di carne e formaggi. Nomadelfia possiede anche diversi laboratori, una tipografia, una falegnameria, un piccolo caseificio e un frantoio.
Uomini e donne lavorano nelle aziende della comunità, in casa, nei laboratori e uffici; tutti i lavori che si possono compiere insieme vengono eseguiti da tutta la popolazione (sono chiamati “lavori di massa”).

La famiglia e la scuola
Don Zeno era convinto che “l’egoismo familiare è più deleterio dell’egoismo personale”. Per questo nel 1954 aveva creato i gruppi familiari, composti ciascuno da 4 o 5 famiglie per un totale di circa 30 persone fra adulti e figli. Queste famiglie hanno in comune una casetta centrale con cucina, sale da pranzo e laboratori, mentre ciascuna famiglia ha le proprie camere in casette separate.
Per evitare che il gruppo familiare diventi a sua volta un centro di egoismo, per essere disponibili a vivere con tutti e a distaccarsi dalle cose, ogni tre anni la presidenza scioglie i gruppi familiari e li ricompone con altre famiglie. Ciascuna famiglia, ovviamente, rimane sempre unita e porta con sé soltanto gli effetti personali (artt. 13 e 14 della Costituzione di Nomadelfia).
I nomadelfi hanno rifiutato la scuola pubblica per creare una scuola “paterna”, gestita sotto la loro responsabilità, presentando poi i figli agli esami della scuola statale.
Uno dei principi fondamentali è la “paternità in solido”, nel senso che tutti gli uomini e le donne devono essere padri e madri per tutti i figli, anche per quelli che non appartengono alla loro famiglia e devono quindi intervenire nell’educazione di tutti e trattarli alla pari secondo una linea pedagogica comune, ispirata al Vangelo.
Concludo citando un brano da una lettera di don Zeno di Nomadelfia:

L’invidia, la lotta, il potere inteso in senso deleterio, non ci possono essere in Nomadelfia. Ma anche noi siamo fatti con la stessa creta di Adamo, quindi peccatori; però insistentemente e ripetutamente pentiti e decisi a correggerci e migliorarci. L’emulazione, cioè il buon esempio imitato, è invece virtù che è alla base della nostra vita fraterna.
La corsa ai primi posti, il desiderio di stare in alto, non esiste tra noi, perché le cariche comportano sempre oneri e non onori, tanto che nella Costituzione abbiamo dovuto mettere un articolo che dice espressamente che le cariche non si possono rifiutare” (I/IX/1982).

La comunità pubblica un bollettino mensile: “Nomadelfia è una proposta” (casella postale 176, Grosseto; tel. 0564/38243). Sul problema educativo si può consultare: G. Bogliacini Roberto, Nomadelfia, una comunità educante, Libreria ed. Fiorentina, 1980.

La “Nuova Unita’ Maggiore” della Marina Militare del Duemila

Taranto: nuova portaerei in vista?

Duemila miliardi, cinquanta dei quali anticipati nell’attuale Finanziaria.
Una sorella maggiore della Garibaldi, dotata di aerei Harrier. È la piu’ costosa nave mai messa in cantiere in Italia dalla Marina Militare.
Sostenitori e oppositori della nuova portaerei a confronto.

Si parla tanto di ridurre la spesa pubblica e poi... si progetta una nuova portaerei? Si’, proprio cosi’.
Pochi lo sanno, quasi nessun giornale ne ha scritto. E in gran silenzio avanza. Nella nuova legge finanziaria sono infatti previsti 50 miliardi per la “NUM” (Nuova Unita’ Maggiore), una sigla dietro la quale prendera’ forma una nuova portaerei, ancora piu’ grande della “Garibaldi”. Dopo il Duemila i tarantini la vedranno ormeggiata nella nuova base navale nel Mar grande, sempre che i problemi di bilancio non la “affondino” prima.

I costi

Quanto costera’ infatti la nuova portaerei? Mille miliardi lo scafo e mille miliardi gli aerei (una ventina a decollo verticale del tipo Harrier).
Quindi la NUM impegnera’ noi contribuenti - dopo il primo “acconto” di 50 miliardi previsto nella presente Finanziaria - a sborsarne altri 1.950 nei prossimi anni. È la spesa piu’ alta in assoluto che l’Italia ha mai affrontato per un sistema d’arma e - tra l’altro - potrebbe indurre il parlamento a varare una legge di finanziamento ad hoc non apparendo sufficienti le risorse dei futuri bilanci ordinari.
Abbiamo fatto un po’ di telefonate alla Camera dei Deputati, dove la Finanziaria È stata approvata per passare all’esame del Senato. Abbiamo appreso che la nuova portaerei ha creato una frattura nella Commissione Difesa, in cui i deputati pacifisti del centro-sinistra hanno presentato una richiesta di blocco del progetto. Si sono opposti in blocco i deputati del centro-destra a cui hanno dato manforte anche alcuni deputati del centro-sinistra. Si È quindi formata una maggioranza “trasversale” a favore della nuova portaerei.

PerchÈ si’

Quali sono le ragioni che hanno spinto la Marina Militare a chiedere una nuova portaerei? Innanzi tutto vi È l’invecchiamento della flotta che, lamenta lo Stato Maggiore, ha portato recentemente a radiare un incrociatore. Quindi la scelta sarebbe “neutra”: un semplice rimpiazzo di un’unita’ maggiore. Ma altri interessi premono per la portaerei. I sostenitori del progetto vedono in esso una boccata di ossigeno per l’industria bellica italiana in crisi. In piu’ il Nuovo Modello di Difesa si basa su una concezione dello strumento militare proiettato “in avanti”, teso a “difendere” non solo le acque territoriali, la costa e il territorio nazionale ma anche gli “interessi nazionali” all’estero.
“Se non miglioriamo i nostri livelli tecnologici, rischiamo di essere messi in difficoltà anche dal più scassato esercito mediorientale”, taglia corto il ministro della Difesa, Beniamino Andreatta.

PerchÈ no

Cosa rispondono gli oppositori alla nuova portaerei? Ritengono che una portaerei non abbia funzioni difensive, coerenti con il dettato e lo spirito dell’art.11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali...”). Le critiche vertono anche sulle scelte tecniche che sarebbero inadeguate a fare della portaerei un efficace mezzo difensivo. Essa È dotata di aerei Harrier che non sarebbero adatti all’intercettazione difensiva (hanno una velocita’ di 1.000 km/h rispetto ai 2.300 degli aerei da attacco che dovrebbero “fermare”). Gli aerei Harrier (a decollo corto e atterraggio verticale) sono invece utili solo per azioni da sbarco, come specificano le riviste militari.

Alternative?

Ma c’È anche chi si domanda se È giusto “sottrarre” duemila miliardi allo sviluppo. I promotori della portaerei sostengono che duemila miliardi “assicurano” posti di lavoro nel settore militare, ma i critici portano altre cifre: un posto di lavoro nell’industria militare costerebbe quanto quattro posti di lavoro nei servizi sociali. Altri dubbi sorgono sulla “moralita’“ di spese belliche di questa portata. I salesiani in Africa promuovono collegi che offrono ai bambini di strada istruzione, vitto e alloggio a costi molto contenuti. Sulla base delle cifre fornite dal missionario Renato Kizito Sesana, 2.000 miliardi sarebbero sufficienti a garantire ad un milione di bambini di strada sia il sostentamento che l’istruzione nei suddetti collegi per cinque anni. Da alcuni gruppi di volontariato internazionale giunge un’altra provocazione: per vaccinare tutti i bambini del mondo non coperti dalla vaccinazione basterebbe non costruire due bombardieri e destinare a quello scopo umanitario le relative spese militari. Quarantamila esseri umani al giorno, 27 al minuto, molti dei quali bambini, vengono stralciati da questa vita per fame, malattie, miseria, guerre. E se l’Italia rinunciasse alla nuova portaerei e vaccinasse tutti quei bambini? Sarebbe un azzardo?

Il listino dei preziosi; quotazioni:

- costo dell’oro fino (per grammo) £ 18.700
- costo dell’EFA * (per grammo) £ 13.400
- “oro usato” ** (per grammo) £ 12.000
- costo dell’argento (per grammo) £ 250


* È il nuovo cacciabombardiere europeo inserito nell’attuale Finanziaria: pesa 9 tonnellate e mezza e costa circa 130 miliardi ad esemplare, senza missili e bombe (da acquistare a parte).
** È quanto valuta il gioelliere se gli si da’ oro da fondere o da scambiare con gioielli nuovi.

Alessandro Marescotti

SUL SERVIZIO MILITARE FEMMINILE

di Angela Dogliotti Marasso

Negli anni ottanta le donne dei movimenti nonviolenti e per la pace avevano con forza rinviato al mittente la proposta che allora già era stata avanzata, di istituire il servizio militare femminile su base volontaria.
Oggi il problema si ripropone. E dispiace constatare che la prospettiva delle donne soldato ha molto più seguito di allora e una maggior legittimazione nello stesso movimento delle donne.
Come mai? Certamente sono cambiati i tempi.
La fine del bipolarismo ha avuto come conseguenza la sostituzione di un precario equilibrio basato sugli armamenti nucleari (più facili da contestare perchè più immediatamente inaccettabili nel loro irreversibile potenziale distruttivo a largo raggio spazio-temporale) con una moltiplicazione di conflitti, a livello locale ma di dimensione mondiale, nei quali l’unica superpotenza rimasta sembra aver assunto il ruolo di insostituibile paladina della “libertà” e del “diritto”, al cospetto del consesso internazionale.
Con la guerra del Golfo, la drammatica evoluzione dei conflitti nella ex-Jugoslavia, gli interventi in Africa, abbiamo assistito ad una rilegittimazione della guerra mai prima avvenuta, dalla fine della II guerra mondiale ad oggi.
Mi pare che questo possa essere considerano uno degli elementi che entrano in gioco nel far considerare più accettabile, a livello di opinione pubblica, il sistema militare, sistema del quale dunque devono poter fare parte, per una ragione di “uguaglianza di diritti”, anche le donne.
E non ci sarebbe un motivo valido, in effetti, per negare quello che appare come un diritto di parità, se non ci muovessimo all’interno di una prospettiva culturale radicalmente diversa.
Ciò che continua a farci dire: “NO, GRAZIE” al servizio militare femminile, insieme ad altre considerazioni minori, è che:
- pensiamo che la guerra sia un fermento da bandire dalla storia e da sostituire con altre modalità di risoluzione delle controversie. Gli eserciti ci appaiono come strumenti obsoleti, oltre che moralmente inaccettabili, e dunque non consideriamo un diritto di parità quello che ci consentirebbe di accedervi, ma l’apertura di una possibilità nefasta anche per le donne, oltre che per gli uomini;
- rivendichiamo, per donne e uomini, il diritto-dovere di immaginare, affermare, sperimentare forme di difesa non armate, civili, nonviolente, come quelle che la storia del nostro secolo ci ha mostrato essere possibili ed efficaci, persino in contesti totalitari (vedi i casi di resistenze civili contro la Germania nazista o i movimenti di liberazione nei paesi dell’Est);
- riteniamo che:
a livello nazionale sia necessario ampliare il concetto stesso di difesa, includendovi la difesa del territorio (protezione civile e tutela ambientale), la difesa sociale (da mafie e criminalità organizzata), la difesa delle istituzioni democratiche, come compito di tutti i cittadini e le cittadine;
a livello internazionale vada costruito un effettivo strumento di intervento (ONU) che possa svolgere compiti di polizia internazionale, dotato di corpi civili addestrati all’interposizione ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Su queste prospettive vogliamo lavorare, confrontandoci con le altre donne e all’interno dei nostri interventi.


Ivrea, 10 novembre 1996

UN DIO, TRE RELIGIONI

di Biancamaria Scarcia Amoretti

Non è dire cosa nuova che l’Islam, nell’inconscio collettivo occidentale, rappresenta il nemico/rivale per eccellenza. E questo nonostante si adori lo stesso Dio e ci si rifaccia a un’identica tradizione, quella giudaica, cui si aggiungono i ben noti apporti filosofico-culturali dell’ellenismo. Neppure quando, a metà del secolo VIII, il baricentro del mondo musulmano si sposta a oriente - la capita le del califfato passa da Damasco a Baghdad - e consapevolmente il regime musulmano in carica assume atteggiamenti che ricordano la corte sasanide, l’Islam cessa di essere fenomeno preminentemente mediterraneo. In un certo senso, anzi qui sta una delle prove che lo stesso Iran, centrale nella storia del Vicino Oriente preislamico e musulmano, struttura la sua fisionomia sul rapporto con il mondo prima greco poi bizantino al punto da costituirne l’interlocutore privilegiato piuttosto che l’alternativa, e che tale rapporto è ben più determinante a caratterizzare l’identità dell’Iran stesso che non siano gli scambi, pur numerosi e intensi, con la Cina e l’India.
Del Mediterraneo l’Islam recepisce e riorganizza, facendole proprie e reinterpretandole, una serie di istanze. A livello macroscopico l’interesse per la “legge” come quel qual cosa da imporre a tutte le eventuali componenti di uno “stato” musulmano universale, preservando tuttavia le specifiche diversità di ognuna, ricorda non poco l’idea imperiale romana, che permette la continuazione delle culture e delle tradizioni dei popoli assoggettati. Così, contrariamente a quanto generalmente si crede, le conversioni nelle prime terre di conquista, Crescente Fertile, Iran e Africa settentrionale, non sono immediate. Il cristianesimo, specie in Egitto, in Siria e in Palestina, non scompare come dimostra il fatto che è a tutt’oggi vitale.
L’ebraismo viene in certa misura addirittura protetto. Nella Baghdad abbaside, una corrente di pensiero ebraica, il Karaitismo, testimonia di uno scambio filosofico proficuo con una scuola musulmana razionalistica, minoritaria ma di grande impatto anche politico, il Mutazilismo.
Per non dire del felice connubio di ebraismo, cristianesimo e islam nella Spagna musulmana.
Ebrei e cristiani possono spesso ricoprire cariche importanti nelle corti califfali. La medicina è quasi una loro prerogativa. Ai cristiani è affidato il compito di tradurre in arabo le opere scientifiche e filosofiche greche, note nella regione vicino-orientale per il tramite siriaco.
Quando arriverà in India, l’islam, o per lo meno certa intellettualità musulmana, sentirà l’esigenza di capire e trasmettere i dati più universali del patrimonio culturale dei musulmani, non a caso tra i più grandi viaggiatori e geografi del Medio Evo. E la positività della figura del mercante come di colui che si avventura in terre lontane, alla Marco Polo per intenderci, non solo in nome di interessi materiali, è tratto così tipico della mentalità islamica che il Profeta, Muhammad, è visto più volentieri come mercante che non come beduino.
Conseguentemente, l’ideale della società islamica, in termini non molto dissimili da quelli che conosceremo in epoca rinascimentale, è strettamente legato alla città come luogo privilegiato in cui esprimere i valori di una vita autenticamente musulmana. Il che non esclude che sia la terra la fonte principale della ricchezza e che sulla terra e della terra viva la maggior parte dei popoli mediterranei musulmani e non.
Sul versante religioso, l’islamizzazione, più spesso volontaria che coatta, passa per una progressiva arabizzazione che è via obbligata per l’accesso alla cosa pubblica. Ciononostante, il greco e il siriaco restano a lungo praticati nella religione siro-palestinese; il berbero si preserva tanto che continua ad essere tuttora parlato, per esempio, da una consistente fetta della popolazione in Marocco e in Algeria; il persiano non viene sostituito dall’arabo che pure lo affianca, il Iran, in quanto lingua di cultura, e se così non fosse, non si spiegherebbe lo strepitoso sviluppo letterario che la Persia conosce a partire dal X secolo; in India tutte le lingue locali continuano la loro tradizione letteraria, anche quando il persiano è lingua di corte. Se ciò non bastasse, andrebbero ricordate le molte lingue veicolari che nascono dall’interazione di una lingua, africana, indiana o altro, con l’arabo: così è per il swahili, lingua bantu, ma arabizzata nel lessico, diffusa in tutta l’Africa Orientale, o per l’urdu, lingua indo-europea, scritta in caratteri arabi, diffusa nel subcontinente indiano non solo tra i musulmani, che risente, nel vocabolario soprattutto, dell’influenza dell’arabo e del persiano.
Ci si potrebbe obiettare che tutto ciò è teoria, o nel migliore dei casi, visione sublimata di un “dover essere”, ma non realtà o prassi quotidiana. Uno scarto - non necessariamente negativo, si badi bene - tra proiezione ideale e realizzazioni concrete esiste ed è pressoché inevitabile.
Sennonché ciò che costituisce tale scarto è anch’esse generalizzabile, nel senso che può essere, con qualche aggiustamento, applicato a molte, se non tutte le società mediterranee, non solo musulmane. Si pensi al ruolo e all’importanza dell’istituzione familiare come cellula primaria dell’aggregazione sociale. Si pensi a certo interclassismo che attraversa molte esperienze politiche. Si pensi alla funzione della religione come fattore di identità, a volte addirittura nazionale, una religione intesa più come culturalità che come dogmatica o sistema elaborato di concezioni astratte. Non si tratta qui, val la pena di sottolinearlo, di un discorso sulla incapacità o meno dell’islam di pensare il sociale e il politico in termini laici, visto che, in termini peculiari senza dubbio, ma anche inequivocabili, si è data società civile nell’ecumene islamica, favorita in ciò, se non altro, dalla mancanza di un clero e di chiese. Ma è discorso che ci porterebbe lontano mentre si vuole rimanere nel cerchio delle constatazioni immediatamente, percepibili a tutti. E così, si pensi, infine, a una non teorizzata ma vissuta dicotomia di mondi, almeno fino a tempi recenti, tale da postulare nei fatti, un universo femminile che corre parallelo a quello maschile che interloquiscono tra loro e si incontrano prevalentemente (ma spesso esclusivamente) nell’ambito istituzionale della famiglia.
Si potrebbe continuare, e tutto porterebbe a sottolineare l’esistenza di punti in comune più che in contrasto. Non smentirebbe la cosa neanche la tanto conclamata “guerra santa” che l’islam impone alla comunità quand’essa è in pericolo o nei confronti dei politeisti da salvare anche con la forza, se necessario. Da un lato, è esperienza anche a noi ben nota, dall’altro, nel percorso storico delle società musulmane, ha senza dubbio prevalso l’aspetto della tolleranza o quanto meno una pragmatica accettazione dei rapporti di forza e, addirittura, il calcolo dei banali quotidiani interessi. L’India è rimasta nella sua stragrande maggioranza indù e l’Africa nera ha visto formarsi e dissolversi regni musulmani la cui forza poggiava su tribù o etnie pervicacemente animiste.
È, dunque, la storia, il concreto accadere degli eventi, a sua volta condizionato dai singoli contesti, che deve servire da griglia interpretativa del passato come del presente. In questa prospettiva, tutti gli interrogativi sono legittimi, perchè il mondo musulmano, specie mediterraneo, non ha conosciuto, per esempio in campo tecnologico, uno sviluppo analogo al nostro, malgrado le identiche premesse? Perchè a partire da un certo momento, non tanto lontano nel tempo anche se così appare oggi attraverso la lente deformante dei vari integralismi, nostri e loro, le società civili musulmane non hanno saputo trovare al loro interno la forza di avviare un serio percorso di modernità, senza per questo, rinunciare al loro retaggio culturale? Perchè si è data, e a lungo, interrelazione tra Oriente e Occidente, mentre oggi, pur nella facilità delle comunicazioni e dei contatti, viene evidenziato ciò che distingue a preferenza di ciò che accomuna? Perchè la violenza sembra la cifra inevitabile dei rapporti, una violenza che è più vistosa da parte islamica, forse perchè è soprattutto verbale e ideologica, ma che sussiste da parte occidentale in maniera strutturale, a livello politico ed economico?
Ognuna di queste domande deve avere le sue risposte storiche da cui partire per elaborare giudizi, formulare ipotesi, attribuire colpe, responsabilità, meriti. È pregiudiziale a una comprensione reciproca. Le risposte storiche, inutile negarlo, possono anche essere parziali e di parte. Ma soltanto nel confronto, che è altro dalla polemica, si può procedere. Tuttavia a fine percorso, quando tutto si sia spiegato e capito, rimane l’ultimo fondamentale passo da fare: dare corpo alla volontà di dividere il mondo e quello che offre con l’altro, il solo modo non ipocrita di credere nella pace.

A. Rivelazione non cercata dal cuore umano

L’esperienza del Signore Dio unico - il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe (Yahvè), ovvero il Padre di Gesù Cristo, ovvero Allah - è una esperienza religiosa particolare: si tratta di un “evento” che, mettendo in rapporto con il sacro - cioè col potere assoluto sulla vita e sulla morte - nello stesso tempo si rivela in alternativa con altre forze - gli idoli - che conferiscono potere divino alle cose terrene, ingannando in questo tutti coloro che ad essi si rivolgono.
Per questo i credenti nel Dio unico - eterno nella clemenza a sovrano verso il mondo intero - riconoscono di essere appartenenti ad uno stesso mistero che si è poi rivelato nella storia in tradizioni religiose differenti, che per sé non si pongono l’una contro l’altra.

1) “Ci sarà un ecumenismo abramico solo se ebrei, cristiani e musulmani si vedranno insieme come hanif, come Abramo, cioè come cercatori di Dio, come fidenti in Dio, come gratificati da Dio...
...Credere come Abramo significa per ebrei, cristiani e musulmani non rimanere spasmodicamente attaccati al passato e ai beni ereditati, bensì proseguire, partire ‘senza sapere dove si va’ (Lettera agli ebrei 11:8), ‘sperare contro ogni speranza” (Rom. 4:18).

B. Legge di vita pattuita nel tempo presente

Le comunità di credenti riceve, ognuna tramite il suo inviato, una “retta via” per conseguire la “promessa di pace”, che si adempirà per coloro che credono - nonostante infedeltà e ostacoli di ogni genere - in una comunione che Dio esige tra i fedeli come testimonianza di un cuore integro.
Perchè questo cammino sia stabile in ognuna delle tre tradizioni monoteiste le forme di aggregazione si dispongono attorno ad un’autorità, che viene legittimata in base a criteri diversi tra di loro, ma mai adottati “alla stregua di” un potere assoluto (in quanto sarebbe, ovviamente, in contrasto con la rivelazione del Dio unico).

1) “I figli di Abramo sono coloro che non hanno ‘un occhio cattivo, un’anima superba e uno spirito arrogantÈ, bensì coloro che hanno ‘un occhio buono, un’anima modesta e uno spirito umilÈ, come dice la tradizione ebraica dei Pirque Abboth V, 28”.

2) “Se Dio avesse avuto, avrebbe voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità. Ma ha voluto provarvi per mezzo di questo dono che vi ha fatto. Cercate di emularvi a vicenda nelle buone opere. Tutti voi ritornerete a Dio. Allora Egli vi illuminerà circa le vostre divergenze” (Corano, Sura 5:48).

3) “Se Abramo ‘era mite dolce pietoso’ (Corano, Sura 11:75), allora un discendente di Abramo è colui che ‘ha compassione degli uomini”.

4) “Il teologo cattolico britannico Nicholas Lash dice: occorre che la ‘obbedienza’ che ebrei, cristiani e musulmani devono prestare nella scia di Abramo, ‘svolga un ruolo per portare benedizione e amicizia a tutte le famiglie dei popoli della terra”.

MINI-BIBLIOGRAFIA

Testo di riferimento sotto ogni profilo:
K.J. KUSCHEL, La controversia su Abramo. Ciò che divide e ciò che unisce ebrei, cristiani e musulmani, Queriniana, Brescia, 1996, pp. 456. £ 55.000.

· Manuale da consultare:
J. RIES (a cura di), Il credente nelle religioni ebraica, musulmana e cristiana, vol. 5 del Trattato di antropologia del sacro, Jaca Book-Massimo, Milano, 1993, pp. 364, £ 70.000.

· Testi di prima informazioni:
P. STEFANI, Introduzione all’ebraismo, Queriniana, Brescia, 1995, pp. 392, £ 42.000.
G. BONACCORSO, Celebrare la salvezza, Ed. Messaggero, Padova, 1996, pp. 256. £ 23.000.
G, RIZZARDI, Islam, Spiritualità e mistica, Nardini editore, Firenze, 1994, pp. 169, £ 28.000.
Ch. M. GUZZETTI, Bibbia e Corano. Un confronto sinottico, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), pp. 352, £ 32.000.

· Testimonianze di ecumenismo abramico:
B. HUSSAR, Quando la nube si alzava... L’uomo dalle quattro identità, Marietti, Genova, 1983, pp. 144, £ 12.000.
A. CHOURAQUI, Forte come la morte è l’amore. L’uomo dei tre mondi. Un’autobiografia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1994, pp. 540, £ 50.000.

Di ALEXANDER LANGER, è uscita postuma, nel 1996, presso Sellerio editore di Palermo, la raccolta dal titolo Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, a cura di Edi Rabini (che era il coordinatore della sua segreteria). I brani da noi citati sono a pg. 324, pp. 17-18 e pp. 20-21.

IL MEDITERRANEO FRA L’ESSERE E IL FARE

di Predrag Matvejevic **

L’immagine che offre il Mediterraneo è lontano dall’essere rassicurante. In effetti la sua riva settentrionale presenta un ritardo rispetto al Nord Europa e altrettanto la riva meridionale rispetto a quella europea. Tanto a Nord quanto a Sud, l’insieme del bacino può difficilmente essere aggregato al continente. D’altra parte si può davvero considerare questo mare come un “insieme” senza tener conto delle fratture che lo dividono, dei conflitti che lo lacerano: in Palestina, in Libano, a Cipro, nel Maghreb, nei Balcani, in ex-Jugoslavia? Anche il Mediterraneo sembra votato al destino di un mondo ex
L’Unione Europea si compie senza tenerne conto: nasce un’Europa fuori dalla “culla dell’Europa”. Come se una persona si potesse formare privata della sua infanzia e della sua adolescenza. Le spiegazioni che se ne danno, banali o ripetitive, raramente riescono a convincere coloro ai quali sono dirette. I parametri con i quali al Nord si osservano il presente e l’avvenire del Mediterraneo concordano male con quelli del Sud. La costa Settentrionale del Mare interno ha una percezione e una coscienza differenti da quelle della costa che sta di fronte. Ai nostri giorni le rive del Mediterraneo non hanno in comune che le loro insoddisfazioni. Il mare stesso assomiglia sempre di più a una frontiera che si estende dal Levante al Ponente per separare l’Europa dall’Africa e dall’Asia Minore.
Le decisioni circa la sorte del Mediterraneo sono così spesso prese al di fuori di esso o senza di esso: ciò ingenera delle frustrazioni e dei fantasmi. Le manifestazioni di gioia davanti allo spettacolo del mare Mediterraneo si fanno rare o contenute. Le nostalgie si esprimono attraverso le arti e le lettere. Le frammentazioni prevalgono sulle convergenze. Ormai da molto tempo si proficua all’orizzonte un pessimismo storico.
Comunque, di ciò sia, le coscienze mediterranee si allarmano e, ogni tanto, si organizzano. Le loro esigenze hanno suscitato, nel corso degli ultimi decenni, numerosi piani e programmi: la Corte di Atene e di Marsiglia, le Convenzioni di Barcellona e di Genova, il Piano d’Azione per il Mediterraneo (PAM) e il “Piano Blu” di Sophia-Antipolis che proietta l’avvenire del Mediterraneo “all’orizzonte del 2025”, le Dichiarazioni di Napoli, Malta, Tunisi, Spalato, Palma di Majorca, tra le tante. Simili sforzi, lodevoli e generosi nelle intenzioni, stimolati o sorretti da commissioni governative o da istituzioni internazionali, non hanno conseguito che risultati molto limitati.
Questo genere di discorsi in prospettiva sta ormai perdendo ogni credibilità.
Gli Stati che si affacciano sul mare hanno politiche marittime solo rudimentali.
A stento riescono a mettersi d’accordo su rare e particolari prese di posizione che tengono luogo di una politica comune.
Il Mediterraneo si presenta come uno stato di cose, non riesce a diventare un progetto. La costa Sud mantiene riserve verso le politiche mediterranee dopo l’esperienza fatta del colonialismo. Entrambe le rive sono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che non su quelle che dispiegano gli economisti.
Tutto è stato detto su questo “mare primario” diventato uno stretto di mare, sulla sua unità e sulla divisione, la sua omogeneità e la sua disparità: da molto tempo sappiamo che non è “né una realtà a se stante” e neppure “una costante”: l’insieme mediterraneo è composto da molti sottoinsiemi che sfidano o rifiutano le idee unificatrici.
Concezioni storiche o politiche si sostituiscono alle concezioni sociali o culturali, senza arrivare a coincidere o ad armonizzare. Le categorie di civiltà o le matrici di evoluzione al Nord e al Sud non si lasciano ridurre a denominatore comune. Gli approcci tentati dalla fascia costiera e quelli proposti dall’entroterra si escludono o si contrappongono tra di loro.
Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un’abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell’entroterra. La “patria dei miti” ha sofferto delle mitologie che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito. Questo spazio ricco di storia è stato vittima di ogni sorta di storicismo. La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non si identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, maldefinita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi.
Il Mediterraneo ha affrontato la modernità in ritardo. Non ha conosciuto su tutto il suo perimetro il laicismo. Per procedere a un esame critico di questi fatti, bisogna prima di tutto liberarsi da una zavorra ingombrante. Ciascuna delle coste conosce le proprie contraddizioni, che non cessano di riflettersi sul resto del bacino e su altri spazi, talvolta lontani.
La realizzazione di una convivenza (questo vecchio termine mi sembra più appropriato di quello di convivialità) in seno ai territori multietnici o plurinazionali, là dove si incrociano e si mescolano tra loro culture diverse e religioni differenti, conosce sotto i nostri occhi uno smacco crudele. È forse un caso che persistano guerre implacabili proprio in quei punti di incontro come il Libano o la Bosnia Erzegovina? Ma devo fermarmi qui, non senza una penosa perplessità.
Ho ricevuto da Ivo Andric, poco tempo dopo l’attribuzione del premio Nobel, uno dei suoi romanzi tradotti in italiano, con una dedica scritta nella stessa lingua che riportava una citazione di Leonardo da Vinci: “Da Oriente a Occidente in ogni punto è divisione”. Quella considerazione mi ha sorpreso: quando e come il pittore ha potuto fare una osservazione o una esperienza simile? Non lo so ancora. Ho spesso pensato a quella breve massima nel corso dei miei peripli mediterranei, mentre scrivevo il mio “Breviario”. Ho potuto rendermi conto, più tardi, quanto possa applicarsi al destino dell’ex-Jugoslavia e alla passioni che ne hanno fatto strazio. Rievoco qui, una volta di più: frontiera tra Oriente e Occidente, linea di ripartizione tra gli antichi imperi, spazio dello scisma cristiano, faglie tra cattolicesimo latino e ortodossia bizantina, luogo di conflitto tra Cristianità ed Islam. Primo paese del terzo mondo in Europa oppure primo paese europeo nel terzo mondo, difficile è stabilirlo. Altre fratture si aggiungono: vestigia di imperi sovranazionali, asburgico e ottomano, porzioni di nuovi Stati divisi sulla base di accordi internazionali e di programmi nazionali, eredità di due guerre mondiali e di una guerra fredda, idee di nazione del XIX secolo e ideologia del XX, direzioni tangenti o trasversali Est-Ovest e Nord-Sud, vicissitudini delle relazioni tra l’Europa dell’Est e quella dell’Ovest, divergenze tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Tante “divisioni” si confrontano su quella parte di penisola balcanica “tra Occidente e Oriente”, con una intensità che in certi momenti fa pensare alle tragedie antiche.
Il Mediterraneo conosce ben altri conflitti, sulla stessa costa o tra la costa e l’entroterra.
Sull’altra riva, la sabbia del Sahara (parola ch significa “terra povera”) avanza e invade da un secolo all’altro, chilometro per chilometro, le terre che lo circondano. In tanti posti non resta che una striscia coltivabile, tra mare e deserto. E adesso quel territorio diventa sempre più popolato. I suoi abitanti sono, per la maggior parte, giovani, mentre quelli della costa Nord sono invecchiati. Le egemonie mediterranee si sono esercitate a turno, i nuovi Stati succedendo ai più antichi. Le tensioni che si creano lungo la costa suscitano le inquietudini del Sud e del Nord. Se l’arretratezza fa nascere l’indolenza, l’abbandono contribuisce al risultato. Una lacerante alternativa divide gli spiriti del Maghreb e del Machrek: modernizzare l’islam o islamizzare la modernità. Queste due prospettive non possono collimare: una sembra escludere o rinnegare l’altra. Così si aggravano le relazioni non soltanto tra il mondo arabo e il Mediterraneo, ma anche in seno alle nazioni arabe, tra i loro progetti unitari e le loro propensioni particolaristiche. Le chiusure che si stabiliscono in ogni parte del bacino contraddicono una naturale tendenza all’interdipendenza. Anche la cultura è troppo frammentata e contrastante per poter fornire un aiuto qualsiasi. A un dialogo vero si sostituiscono vaghe trattative: Nord-Sud, Est-Ovest: la bussola sembra si sia rotta.
Il Mar Nero, nostro vicino, è legato al Mediterraneo e ad alcuni suoi miti: antico mare di avventure e di enigmi, di Argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, Colchide e Tauride, porti di scalo e modi di strade che portano lontano.
L’Ucraina resta accanto a quel mare come una grande pianura continentale, tanto fertile quanto male sfruttata. La storia non ha permesso che trovasse una vocazione marittima. La Russia ha dovuto volgersi verso altri mari, al Nord. Nei nostri giorni sta cercando sbocchi o corridoi sul Ponto Eusino e il Mare interno. Il Mare Nero è diventato un golfo in un golfo.
Sulle sue rive si profilano spaccature che contrassegnano, all’Est, un mondo detto “ex”.
Chiamato un tempo “Golfo di Venezia” e fiero di portare quel nome glorioso, l’Adriatico è ridotto ormai a un braccio di mare. I suoi porti sono sempre meno prosperi, l’acqua è inquinata, persino i pesci diventano rari.
Fermiamo il nostro periplo nell’ex-Golfo della Serenissima dove la Storia sembra abbia gettato l’ancora.
A cosa serve ribadire, con rassegnazione o con esasperazione, le aggressioni che continua a subire il nostro mare? Nulla tuttavia ci autorizza a farle passare sotto silenzio: degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, movimenti demografici mal controllati, corruzione nel senso letterale o in senso figurato, mancanza di ordine e scarsità di disciplina, localismi, regionalismi, e quanti altri “ismi” ancora.
Il Mediterraneo non è comunque il solo responsabile di questo stato di cose. Le sue migliori tradizioni - quelle che associano l’arte e l’arte di vivere - si sono opposte invano. Le nozioni di scambio e di solidarietà, di coesione e di “partenariato” (quest’ultimo neologismo è piuttosto rivelatore), devono essere sottoposte a un esame critico. La sola paura della immigrazione proveniente dalla costa Sud non basta per determinare una politica ragionata.
Il Mediterraneo esiste al di là del nostro immaginario? Ci si domanda al Sud come al Nord, a Ponente come a Levante. Eppure esistono modi di essere e maniere di vivere comuni o avvicinabili, a dispetto delle scissioni e dei conflitti che si provano e subiscono in questa parte del mondo. Alcuni considerano, all’inizio e alla fine della storia le zone rivierasche, altri si contentano soltanto di delinearne le facciate. Talvolta ci sono non soltanto due modi di approccio diversi, ma anche due sensibilità o due vocabolari diversi. La frattura che ne deriva è più profonda di quanto non sembra di primo acchito: porta con se altre fratture, retoriche, stilistiche, immaginarie, dà luogo ad altre alternative, che si nutrono del mito o della realtà, della miseria e di una certa fierezza.
Molte definizioni, in questo contesto, devono essere riconsiderate. Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno ad un solo Mediterraneo. Sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti, raramente riuniti e mai identici. Le somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi talvolta inconciliabili. Né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti, talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le ultime.
Il resto è mitologia.
Elaborare una cultura intermediterranea alternativa, mettere in atto un progetto del genere non pare imminente. Condividere una visione differenziata è meno ambizioso, senza essere sempre facile da realizzare.
Tanto nei porti quanto al largo le vecchie funi sommerse, che la poesia si propone di ritrovare e di riannodare, sono spesso state rotte o strappate dall’intolleranza o semplicemente dall’ignoranza.
Questo vasto anfiteatro per molto tempo ha visto sulla scena lo stesso repertorio, al punto che i gesti degli attori sono noti o prevedibili. Il suo genio ha però saputo, da una tappa all’altra, riaffermare la propria creatività, rinnovare la sua fabulazione che non ha eguale al mondo. Occorre perciò ripensare le nozioni superate di periferia e di centro, gli antichi rapporti di distanza e di prossimità, il significato delle separazioni e delle enclavi, le relazioni delle simmetrie a fronte delle assimetrie.
Non basta più valutare queste cose unicamente in una scala di proporzioni o sotto un aspetto dimensionale: possono essere considerate anche in termini di valori.
Certi concetti della geometria euclidea hanno bisogno di essere ridefiniti. Le forme di retorica e di narrazione, di politica e di dialettica, invenzioni dello spirito mediterraneo, sono state adoperate per troppo tempo e talvolta appaiono logore. Non so se invocazioni di questo tipo possano essere di aiuto per non lasciarsi dominare dal quel pessimismo storico che ho evocato all’inizio di questo periplo, e che ricorda, in certi momenti, l’angoscia segreta dei navigatori del passato che si dirigevano verso le rive sconosciute.
Potremo fermare o impedire nuove “divisioni”, in ogni punto, “dall’Oriente all’Occidente”? Sono questioni che restano senza risposta.


# Questo saggio è un brano del brano del libro “MONDO EX - CONFESSIONI” che sta per uscire nella “collana blu” di Garzanti.

** Predrag Matvejevic, scrittore ex-jugoslavo, di madre croata e di padre russo, è docente delle letterature slave all’Università di Roma “La Sapienza”. Garzanti a pubblicato il suo “Breviario Mediterraneo” e l’”Epistolario dell’Altra Europa”. Un libro su Sarajevo è uscito da “Motta editore” a Milano e il Consorzio Venezia Nuova a pubblicato “Il Golfo di Venezia”.

PARLARE DI MEDITERRANEO...

di Christoph Baker

Ma parlare di Mediterraneo richiede una grande onestà. Richiede di spogliarsi di futili certezze, non una ma mille rimesse in questione, il dubbio come pane quotidiano. Nel Mediterraneo, ogni cosa ha il suo contrario, e ogni contrario pure. Il Mediterraneo fa le pernacchie al dualismo e alle geometrie hegeliane.
Io, con quale diritto posso parlare del Mediterraneo? Forse solo per via di un ricordo, del primo ricordo. Quando per la prima volta, a due anni, misi i piedi nelle acque della “grande bleue”, dalle parti di Finale Ligure. Un ricordo rimasto intatto lungo tutti questi anni. Solo molto più tardi, la strega della ragione ha imposto logiche elaborazioni che mi hanno convinto di piantare (o provarci) le mie povere radici di nomade globale sulle sponde di questo mare.
Non posso che chiedere indulgenza ai veri Mediterranei, quelli che sono stati “colpiti di nascita” (come direbbe George Brassens) dalle parti delle Saintes-Maries-de-la-Mer, di Cadaqués, Itaca, Alessandria o Donnalucata... Ho assaporato l’amaro dolce del rifiuto di un amico, quanto troppo esuberante ho gridato “questo è il paradiso”, quando mi hanno ricordato la violenza quotidiana di un mondo dove l’odio, persino l’odio, ha il suo codice tradizionale.
Eppure, non sono riuscito a ricredermi. Perchè il Mediterraneo non sono solo gli uomini che ci vivono. Sono rimasto qui e rimarrò (inshallah), per via di certi ulivi secolari, certi sguardi nobili di capre, qualche crepuscolo sulla garrigue, un lento sontuoso tramonto sul mare di Livorno, per via di un vento di ghiaccio che scende lungo il Rodano e che va a sfracellarsi sugli scogli della Corsica. Non si può parlare del Mediterraneo senza ricordare la presenza sovrannaturale della natura.
D’altronde, tutti gli sforzi degli uomini riduttivi, quelli che cercano sicurezza nelle definizioni, nell’organizzazione, nell’efficienza, nelle leggi scritte, sono stati tutti sforzi inutili. Il Mediterraneo non sa cosa farsene di questi paraocchi. È vero: a volte, la luce del Mediterraneo può accecarti, tuttavia è per farti vedere di più. È vero: a volte, il rumore del Mediterraneo può renderti sordo, tuttavia è per farti meglio apprezzare il silenzio.
Il silenzio delle cicale, dell’eterno sciabordio dell’acqua sulla spiaggia, dello sguardo malinconico di un pescatore.
Lo so, ogni parola scritta rimanda il superbo scrittore al muro dell’inutilità. Il Mediterraneo non si fa imprigionare dalle parole.
E allora, è fuorviante cercare intorno a questo mare interiore, bianco, un qualche motivo di ispirazione? È pura demagogia elencare le tante e tante civiltà che vi sono nate, cresciute e morte, senza le quali il mondo degli uomini non sarebbe quello che conosciamo (Internet incluso...)? È solo turistico sentimentalismo appellarsi al caldo, al sole, alla sabbia, alla lentezza che pure sono cose così ovvie intorno a questo mare?
Forse sbagliamo solo nell’applicare a questo luogo, a questo tipo di tempo, le inadeguate chiavi di lettura di un occidente moribondo nella sua razionalizzazione di tutto. Forse è solo mancanza di candida audacia, solo superficiale cinismo, che ci fa chiudere le persiane della nostra immaginazione, che il sole mediterraneo invece riempirebbe di tanti fiori inaspettati.
Ecco, parlare di Mediterraneo richiede innanzitutto di spogliarsi di pregiudizi che nessuno ci ha mai chiesto di avere. Forse è il privilegio di uno “straniero” - perlopiù di origine puritana, Mayflower aiutando - di rendersi conto che quel sole mitico non è solo fonte di guadagno per alberghieri. Ma che questo sole illumina in tutta la sua nudità, la complessità di essere noi, umani su questa terra, in balia alle nostre emozioni, prigionieri di tante povere paure, illusi di potere arrivare da qualche parte grazie alla forza, eppure sempre alla ricerca della felicità, della tranquillità, di una armonia fra i nostri sogni e le nostre scarse realizzazioni.
Allora parlare di Mediterraneo ha un senso. È un invito a porre semplicemente uno sguardo diverso sulle cose. Certo, gli stessi problemi rimangono, ma non hanno più lo stesso potere dirompente sulla nostra vita. Perchè ci rendiamo conto che domani è un altro giorno, che se il bicchiere è mezzo vuoto, c’è sempre altro vino vicino, che se aspetti un attimo in più, normalmente qualcosa accade che cambia, arricchisce, ricolora una determinata situazione.
Questa è vecchia, ovvia, saggezza mediterranea.
Per troppo tempo, il Mediterraneo è stato a guardare, mentre frotte di barbari s’inventavano paradigmi, modelli e sistemi da imporre ai “pigri e lenti” popoli di questo mare eterno; mentre inculcavano (o immaginavano di inculcare) regole e regolamenti per fare funzionare meglio questo mondo caotico e anarchico che non ha mai saputo darsi una “vera” organizzazione. Sono secoli che il Mediterraneo viene visto dagli strateghi del potere come una specie di largo canale per flotte navali, al massimo un insieme di pipeline per portare petrolio e gas da una sponda all’altra.
Per fortuna esistono i mercanti di tappeti. Che comprarne uno, se sai di cosa si tratta, è proprio il contrario del supermercato “hard discount”. Dove il mercante non sarà mai soddisfatto finché al termine di “estenuanti” trattative, non ti avrà finalmente inviato in cantina a bere il tè alla menta, e per un momento magico fattoti sentire parte di un rito atavico, qualcosa che ha a che fare con Babilonia, Meknés o Seviglia. Poi, ti frega lo stesso, ma che importa!
Parlare di Mediterraneo è parlare di cose scontate, ma in un altro modo. Uno dice “la pace è andare d’accordo”. Hanno costruito gli Stati Uniti su questo mito. Adesso, vogliono fare altrettanto con l’Unione Europea. Invece nel Mediterraneo, andare d’accordo sarebbe una noia totale! Questo è un luogo, uno spazio, dove ognuno ha il diritto alla sua sacrosanta opinione. Non solo: ma pure ad esprimere un’altra opposta qualche istante dopo... Qui, intorno a questa grande pozzanghera divina, non è importante raggiungere un traguardo, bensì godersi il tragitto; non conta arrestare il ladro, bensì inseguirlo; non vale avverare un sogno, bensì ammettere che era un miraggio.
A quelli del Nord - i barbari di prima - bisogna spiegare che nel Mediterraneo, è vero che si vive nelle piazze, è vero che si urla, si corre, si balla, si canta, si esagera, è vero che tutto sembra una allegria, una gioia di vivere. Ma è anche vero che raramente il Mediterraneo ti racconta le sue pene, le sue ferite, il suo disagio. Qui, giovani la fanno finita senza lasciare un biglietto, senza chiedere scusa. Qui, la solitudine non è merce di scambio sentimentale, non è ricatto totale. Questo sole, il sole di sopra, splende ancora di più crudelmente in questi casi.
Oggi, mentre il mondo va alla deriva (così dicono miseri analisti che non hanno mai solcato le acque con una barca a vela), mentre una certa modernità, come i dinosauri, non sa più dove menare fendenti con la sua coda moribonda, parlare di Mediterraneo è come riaprire un vecchio discorso lasciato in sospeso. Come quando a volte, intorno ad un camino sul tardi della sera, uno dice “ma ti ricordi quella storia...?” In un momento storico che tenta di intrappolarci nel “tempo reale”, se non addirittura nel “tempo virtuale”, il Mediterraneo ci invita a tornare al tempo dei nostri nonni, dove - per esempio - c’è chi sapeva raccontare di viaggi (perchè allora si viaggiava, mentre oggi ci si sposta solamente), come fossero fiabe magiche, per fare viaggiare tutti, il tempo di una serata, di un racconto, di una scintilla di meraviglia negli occhi di un bambino.
Tutto nel Mediterraneo sa di storia e di storie. È inutile parlare di modernità a popoli che ne hanno visto almeno cinque versioni in precedenza! E allora, si potrebbe ipotizzare un discorso mediterraneo come alternativa al richiamo dominante:
laddove sono fallite le certezze, proporre la curiosità;
laddove sono falliti i sistemi, proporre la creatività;
laddove è fallita la solidarietà, proporre la convivialità;
laddove è fallito il pensiero unico, proporre tante emozioni;
laddove è fallito il tentativo di diventare Dio, proporre di essere semplicemente noi stessi.
Come tante volte prima, il Mediterraneo degli uomini potrebbe di nuovo illuminare il buio profondo in cui si trovano e indicare una via alta, chiara, semplice verso un indomani più tranquillo. Come tante volte prima, il Mediterraneo di tutti gli esseri, delle piante, dei pesci, delle rocce, degli insetti e dei ruderi secolari saprà comunque regalare ad aeternum un po’ di conforto a questi strani esseri infelici che probabilmente non se lo meritano.

MISSIONE ESPLORATIVA ODC IN CROAZIA E SLAVONIA

Un nuovo senso all’obiezione di coscienza
Siamo quattro obiettori in servizio presso l’Associazione Papa Giovanni XXIII che hanno volontariamente richiesto di recarsi in missione esplorativa a Knin (Croazia) e nella Slavonia Orientale, territori della Ex-Jugoslavia nei quali ci è oggi possibile intervenire per compiere missioni umanitarie grazie all’approvazione di un importantissimo decreto-legge che autorizza gli obiettori che ne facciano richiesta a recarsi nei suddetti territori.
È il compimento di tanti di lotta per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, che rende onore agli sforzi delle persone che prima di noi hanno premuto per ottenere quella che oggi è una scelta molto meno onerosa di un tempo. Il nostro ringraziamento va in particolare ai 61 obiettori, i cosiddetti “Caschi Bianchi”, che noncuranti del rischio di provvedimenti legali sono intervenuti in zone di guerra in disobbedienza civile, contribuendo in misura non lieve alla approvazione del suddetto decreto legge.
È la prima volta che un contingente italiano di obiettori si reca in zona di guerra per una missione di Pace, un intervento non armato sul campo a riempire quel vuoto che una pace imposta con le armi lascia aperto. È nostra speranza che altri obiettori possano cogliere il messaggio della nostra missione per dare senso e forza alla dichiarazione presentata all’atto dell’obiezione, organizzandosi e partecipando a operazioni analoghe che mirino ad una risoluzione non violenta dei conflitti, tra queste popolazioni segnate dalla violenza della guerra.

Il primo contingente di “Caschi Bianchi” autorizzato dalla legge
La nostra missione ha toccato due tappe fondamentali: l’area di Knin-Plavno e la Slavonia Orientale; questo ci ha permesso di avere una visione abbastanza completa della situazione, pur limitata da problemi oggettivi quali la non-conoscenza della lingua e il periodo di intervento relativamente breve.
AREA DI KNIN. A Plavno ci siamo confrontati con i problemi quotidiani delle persone, soprattutto anziani di nazionalità serba, che ancora hanno il coraggio di vivere in quella valle nonostante le violazioni dei diritti umani e le minacce fisiche e verbali di cui sono oggetto quotidianamente. In questa situazione l’intervento dell’Operazione Colombia (il progetto dell’Associazione Papa Giovanni XXIII) è particolarmente importante: in molti casi l’aiuto fornito dai volontari è indispensabile per questi anziani che non hanno mezzi di trasporto e di comunicazione con la vicina (eppure lontana) città di Knin. È proprio questo il tipo di supporto necessario in questa valle, dove sono rimasti ben pochi anziani (circa 80), rispetto ad una popolazione che prima dell’arrivo dei croati toccava le 3000 persone. Ma il vero intervento è l’affrontare con loro i problemi quotidiani, non come osservatori esterni, non solo portando aiuti umanitari, ma offrendo spontaneamente il proprio aiuto, in una parola convivendo con loro; ed è proprio “convivenza” la parola chiave, la filosofia di intervento di tutta l’Operazione Colomba.
SLAVONIA ORIENTALE. L’intervento a Vukovar è stato, indipendentemente dalla nostra volontà, piuttosto limitato. Purtroppo non essendo in possesso di passaporto in quanto Obiettori, abbiamo dovuto “appoggiarci” ad una scorta delle Nazione Unite: il passaggio della “frontiera” è infatti tutt’altro che semplice, in quanto bisogna superare un check-point delle UN. Questo ci ha limitato notevolmente i movimenti: in questa zona abbiamo potuto solo incontrare i rappresentanti di UN e UNHCR, incontri comunque tutt’altro che inutili che ci hanno fornito tutti i dati necessari all’organizzazione di un prossimo intervento non-armato in quest’opera. Si prevede infatti che entro breve tempo in questo territorio, che per gli accordi di pace spetta alla Croazia, ci sarà un ritorno in massa di migliaia di profughi croati. Il problema sarà l’impedire la fuga dei serbi che abitano in questa zona, attualmente sotto il controllo dell’ONU, dopo che i croati avranno ripreso il controllo del territorio. Questo avverrà entro la fine dell’anno, e purtroppo coinciderà anche con la scadenza del mandato delle UN, fissata per il 15 gennaio ‘97. Per questo motivo i responsabili dell’ONU stanno richiedendo l’intervento di organizzazioni come la nostra, al fine di implementare una “rete” di intervento umanitaria per evitare che si compia ciò che è successo nell’area di Knin.

Prospettive
È in discussione attualmente all’interno dell’Operazione Colomba una prima missione in Slavonia per prendere contatti con la popolazione e per tentare di creare un progetto umanitario che sia una risposta concreta ai bisogni della gente, sperando anche nel supporto seppur limitato che ci potrà fornire l’ONU. Come Caschi Bianchi ci siamo resi disponibili a ritornare in questi territorio, perchè crediamo nell’importanza del supporto e nel nuovo vigore che la presenza di un contingente di obiettori può dare al volontariato nelle zone colpite dalla guerra.

Un po’ di cifre
La situazione della popolazione in Slavonia non è del tutto chiara: fonti delle Nazioni Unite dichiarano che nella Slavonia Orientale sono attualmente presenti circa 80.000 serbi, altre fonti invece ne dichiarano circa 130.000 (La Stampa, 17 ottobre 1996). Anche il numero di profughi croati che dovrebbe tornare nella regione è discordante: per l’ONU sarebbero 60.000, mentre secondo la stampa italiana toccherebbe le 80.000 unità. A questo problema si aggiunge quello delle mine: in questo territorio grande più o meno come la provincia di Rimini è stata calcolata la presenza di ben 8 milioni di mine (fonte ufficiale dell’ONU), un numero inimmaginabile se si calcola che in tutta la Bosnia-Erzegovina sono circa 3 milioni.

Conclusioni
Vorremmo lanciare un appello per l’approvazione di una legge sull’obiezione di coscienza che dia agli ODC una maggiore libertà di movimento e una più elevata capacità di intervento.
Per le stesse motivazioni abbiamo aderito ad uno sciopero della fame proposto da padre Angelo Cavagna dei Beati i Costruttori di Pace.
Infine vorremmo ribadire l’invito ad altri obiettori di coscienza a valutare la propria partecipazione a missioni umanitarie nella ex-Jugoslavia, perchè con il loro intervento diano importanza ad un servizio molto spesso sottovalutato dalle istituzioni.

Per i Caschi Bianchi
Alessandro Culiani


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