Dicembre 1996
PARLARE DI MEDITERRANEO
CHRISTOPH BAKER
UN CROCEVIA DOVE TUTTO CONFLUISCE
FERNAND BRAUDEL
FRA L'ESSERE E IL FARE UN "MARE DI MEZZO"
PREDRAG MATVEJEVIC
IL "PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO" :LE SCOMMESSE E LE PROMESSE
BICHARA KHADERN
LA CONVIVENZA INTERRELIGIOSA
BIANCAMARIA SCARCIA AMORETTI
UN DIO TRE RELIGIONI
DON GIORDANO REMONDI
DECALOGO PER UNA CONVIVENZA INTERRELIGIOSA
DON ZENO DI NOMADELFIA
CLAUDIO CARDELLI
SUL SERVIZIO MILITARE FEMMINILE
ANGELA DOGLIOTTI MARASSO
UNA NUOVA PORTAEREI DA DUEMILA MILIARDI
ALESSANDRO MARESCOTTI
CASCHI BIANCHI IN CROAZIA E SLOVENIA
ALESSANDRO CULIANI
VOGLIAMO FAR CADERE IL REGIME DI MILOSEVIC CON LA NONVIOLENZA COSTRUTTIVA
GABRIELE COLLEONI
ASSEMBLEA STRAORDINARIA DELLA CAMPAGNA DI OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI E PER LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA
La continuazione della logica dell’assistenza
Il progetto di partenariato euro-mediterraneo non esce da una
logica d’assistenza per imboccare la direzione di un aiuto reale alla
costituzione nel sud del Mediterraneo di sistemi produttivi più solidi,
più diversificati e più competitivi, capaci di rispondere alle esigenze
d’accumulazione ed ai bisogni di posti di lavoro.
Non si vede come
tali sistemi produttivi potrebbero venire alla luce al di fuori di una
«strategia centrata sull’accumulazione del sapere che è la sola in
grado di rilanciare una crescita duratura, di allargare il mercato
interno, di riassorbire la disoccupazione e di creare le condizioni
reali per un vero partenariato tra i Paesi terzi mediterranei e
l’Europa» (Abdelkader Sid Ammad: Un project pour l’Algerie: éléments
pour un réel partenariat euro-méditerranéen. Publisud, Paris, 1995).
Non
si può dire che l’Europa abbia praticato, nel passato, una politica
liberale in materia di trasferimento di sapere e di know-how tecnico
nei Paesi terzi del Mediterraneo (Ptm), tanto era ossessionata dal
pensiero di riservarsi il valore aggiunto dell’accumulazione del sapere.
Questo
atteggiamento per così dire gelido dovrà cambiare. La riuscita di un
vero partenariato destinato a diminuire gli squilibri flagranti tra i
partner è di sicuro collegato alla capacità di ciascuno Stato del
Mediterraneo di migliorare il funzionamento delle istituzioni, la
qualità dell’insegnamento e «di articolare le istituzioni nazionali per
la ricerca e di insegnamento sulle fonti internazionali di conoscenze,
fattore cruciale di competitività internazionale». Ma il ruolo
dell’Europa è presupposto fondamentale perché essa deve contribuire a
mettere in funzione nei Ptm delle infrastrutture che permettano
l’accesso e lo sviluppo delle nuove tecnologie (in particolare le
tecnologie dell’informazione, della comunicazione e il software
associato) suscettibili di «generare dei vantaggi comparativi
strutturali» accrescendo l’efficacia del modo di funzionamento del
sistema economico e di conseguenza a ridurre le disparità di reddito
tra le due sponde, e ad assicurare una convergenza di produttività.
Questa
strategia di aiuto al trasferimento di conoscenze deve accompagnarsi ad
una strategia delle delocalizzazioni selettive. A prima vista, il
termine «delocalizzazione» spaventa la popolazione europea che vi vede
immediatamente delle perdite di posti di lavoro. Quello che spesso si
ignora, è che ci può essere un cerchio virtuoso delle delocalizzazioni
(Jacques Ould Aoudia: L’Europe et sa proximité: le cercle vertueux des
delocations) non solo per l’effetto positivo che esse producono nei
Paesi che ne sono destinatari, ma anche per lo sviluppo di
complementarità che inducono.
Debito e partenariato euro-mediterraneo
Il partenariato euromediterraneo fallirebbe il proprio obiettivo se
si limitasse a prevedere un’iniezione in cinque anni di capitali per
10.200 milioni di Ecu (un Ecu vale poco più di 1900 lire, per un totale
di oltre 190mila miliardi di lire- NdT) recuperati in parte dalle
risorse proprie e in parte ricorrendo alla Banmca Europea per gli
Investimenti, in 12 Paesi terzi mediterranei (esclusa la Libia). Queste
somme, al di là che sarebbero insufficienti per costituire un «Piano
Marshall finanziario» non avrebbero che un impatto molto limitato al di
fuori di una politica generosa e coraggiosa sul fronte
dell’indebitamento. In effetti, se la locomotiva europea è realmente
preoccupata di tirare il vagone mediterraneo, appare categorico:
1) ristrutturare il debito dei Paesi del Mediterraneo;
2) annullarne almeno la parte che è di origine multilaterale o garantita dagli Stati dell’Unione Europea;
3)
riconvertirne una parte in moneta locale per finanziare la protezione
dell’ambiente, del litorale o la conservazione di siti archeologici
(Debt for nature swap). E perché non sostenere l’idea di un imposta sui
turisti di un dollaro a testa? Si raccoglierebbero 130 milioni di
dollari per finanziare il piano ambientale mediterraneo);
4) negoziare la conversione di un’altra parte in partecipazione in azioni industriali (Debt for equity swap), etc.
5)
convertire le somme destinate al rimborso «in linee di crediti
destinate a progetti di sviluppo chiaramente indicati, comprese
co-produzioni, co-partecipazioni, progammi di formazione...» (Martin
Verlet. Coopérer avec l’Algérie: convergences et solidarités, Publisud
Paris, 1995). E questo corrisponderebbe, grosso modo, alla proposta
della Tunisia di creare un «fondo di riciclaggio del debito».
Insomma,
non si tratta di dare di più, ma di prendere meno: riducendo, ossia
fermando le iniezioni di denaro che impoveriscono, riequilibrando in
modo equo i termini di scambio, e stabilendo un controllo sulle
fluttuazioni speculative delle monete.
In conclusione, se una zona di libero scambio euro-mediterraneo è in
prospettiva un’esigenza indiscutibile, un lungo periodo d’adattamento è
necessario per riformare le istituzioni, modernizzare le strutture e
preparare gli uomini. Certo un periodo di transizione è previsto nel
progetto di partenariato euro-mediterraneo. Bisognerebbe sicuramente
metterlo a frutto. Ma tutto ciò potrebbe rivelarsi di scarsa efficacia
se, nello stesso tempo, non ci si applicasse a ridurre lo sviluppo
ineguale dei partner attraverso l’innovazione scientifica e
tecnologica, la sola suscettibile di promuovere un’offerta competitiva.
Le
unioni doganali, o le zone di libero scambio sono schemi destinati
nell’ambito di economie avanzate a migliorare l’efficacia
dell’allocazione delle risorse. In se stesse, non sono in grado di
indurre guadagni netti in termini di crescita, o di costituire dei
meccanismi di industrializzazione o di sviluppo.
Di fatto, gli
effetti positivi di una zona di libero scambio sui Ptm sono indiretti:
miglioramento della competitività generata dal de-protezionismo,
ribasso dei prezzi dei prodotti importati, “captazione” di capitali
stranieri, promozione degli scambi tra UE e Ptm, ovvero anche scambi
sud-sud che potrebbero essere stimolati dall’apertura di mercati e
del’abbattimento delle barriere doganali e dalla convertibilità delle
monete locali (de-protezione dei cambi).
Gli effetti sull’UE non
sono della stessa natura. Avendo raggiunto uno stadio di sviluppo
fortemente avanzato e sostenuto da capacità tecnologiche in costante
rinnovamento, l’Unione Europea potrà esportare innanzittutto nei Ptm
diventando il solo pilastro nella costruzione euro-mediterranea, a
condizione di dotarsi di una moneta unica, capace di competere con il
dollaro o lo yen, e di farne la divisa di riferimento per tutta la
regione.
«...Il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi
confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma,
vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E anche le
piante. Le credete mediterranee. Ebbene, ad eccezione dell’ulivo, della
vite e del grano - autoctoni di precocissimo insediamento - sono quasi
tutte nate lontane dal mare. Se Erodoto, il padre della storia, vissuto
intorno al V secolo avanti Cristo - ricorda Lucien Febvre - tornasse e
si mescolasse ai turisti di oggi, andrebbe incontro ad una sorpresa
dopo l’altra. Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie
verde scuro di certi arbusti - arance, limoni, mandarini - non ricorda
di averli mai visti nella sua vita. Sfido! Vengono dall’Estremo
Oriente, sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante dalla sagoma
insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi - agavi,
aloè, fichi d’India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste.
Sfido! Vengono dall’America. Quei grandi alberi dal pallido fogliame
che pure portano un nome greco, eucalipto: giammai gli è capitato di
vederne di simili. Sfido! Vengono dall’Australia. E i cipressi, a loro
volta, sono persiani.
Ma quante sorprese anche al momento del pasto:
il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino,
originario della Guyana; il mais, messicano; il riso dono degli arabi;
per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco montanaro cinese
divenuto iraniano, o del tabacco. Tuttavia questi elementi sono
diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo: una Riviera senza
aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza
peperoncini... che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi, per noi?
E
a voler catalogare gli uomini del Mediterraneo, quelli nati sulle sue
sponde o discendenti di quanti in tempi lontani ne solcarono o ne
coltivarono le terre e i campi a terrazze, e poi i nuovi venuti che di
volta in volta lo invasero, non se ne trarrebbe la stessa impressione
che si ricava redigendo l’elenco delle sue piante e dei suoi frutti?...»
Fernand Braudel (Il Mediterraneo, 1985)
VOGLIAMO FAR CADERE IL REGIME DI MILOSEVIC CON LA NONVIOLENZA COSTRUTTIVA
L’89 è arrivato in Serbia con sette anni di ritardo, dopo una
sanguinosa guerra contro la Croazia e dopo quattro anni di pesantissimo
embargo imposto dalle Nazioni Unite. La data che - comunque vadano a
finire le cose - segna una svolta è il 3 novembre, giorno delle
elezioni politiche federali ma anche delle amministrative. Il voto per
il Parlamento della neo-Jugoslavia (Serbia e Montenegro) «premia» come
previsto il partito del presidente Slobodan Milosevic, ma alle comunali
accade la sorpresa: nelle principali città vincono le opposizioni.
Il
regime del partito socialista serbo non esita, ovviamente, a invalidare
il voto. Così a partire dalla metà di novembre, inizia la grande
mobilitazione popolare, guidata dalla coalizione di opposizioni riunita
in Zajedno (Insieme) che porterà ogni giorno in strada a Belgrado (e in
misura minore anche negli altri centri serbi) centinaia di migliaia di
cittadini per protestare contro l’annullamento del voto e chiederne la
convalida.
«In questo momento, secondo noi, la cosa più importante
non è stato il risultato delle elezioni, quanto il fatto che i
cittadini e le cittadine della Serbia stanno superando la barriera
psicologica più grande: la paura nei confronti del regime, della sua
arroganza, del suo potere illimitato, del suo revanchismo, vincendo
poco a poco la apatia e il fatalismo». Bojan Aleksov ci risponde dalla
sede di Zene u crnom, le «donne in nero» di Belgrado, il movimento
pacifista che, in abiti di lutto, ha sfidato pubblicamente il regime di
Slobodan Milosevic fin dai tempi della guerra tra Serbia e Croazia nel
‘91. Bojan è un ex obiettore di coscienza e disertore: non ha voluto
combattere la guerra fratricida con la Croazia. Ha raccontato la storia
- sua e di molti altri giovani che hanno rifiutato di «obbedire ad
ordini criminali» - nel libro: Disertori dalla guerra nella ex
Jugoslavia. Da tempo è rientrato a Belgrado dove collabora con il
movimento delle «donne in nero» ed ora vive in prima persona la
mobilitazione di Zajedno.
«C’erano oltre centomila persone oggi a
Belgrado, ma altre 30 mila hanno sfilato a Nis, diecimila studenti
erano in piazza a Novi Sad, ci sono state marce di protesta a Kraljevo,
Pirot, Vranje, Cacak... Gli universitari sono in sciopero in tutto il
Paese», spiega Bojan che è appena rientrato dalla manifestazione del
pomeriggio - la 17ª consecutiva. «Il presidente sta cambiando stategia,
ha cominciato a fare qualche concessione. Ma per fortuna i leader
dell’opposizione hanno subito ribadito che non si accontenteranno di
piccoli passi, e continueranno ad insistere perché l’esito del voto sia
riconosciuto. Se Milosevic non accetterà, si andrà avanti finché si
dimetterà».
Un risultato però le proteste l’hanno già ottenuto.
«Certo l’atmosfera a Belgrado e in tutta la Serbia è di euforia: la
gente si sta liberando della paura. L’impressione è che le
dimostrazioni possano continuare ancora a lungo nonostante il tempo
infame di questi giorni, con pioggia, neve e gelo». Potrebbe essere
però Milosevic a perdere la pazienza, obietto. «Ad un certo punto, il
governo ha minacciato di usare la violenza contro i manifestanti, ma
ora ciò non appare molto probabile», ci spiega Bojan. «Le dimostrazioni
sono davvero pacifiche. Non si tirano più neppure le uova. Si marcia
soltanto, si fischia e si suonano campanacci». Un giorno ad esempio gli
universitari hanno eretto un muro di mattoni davanti al Parlamento a
significare che le intenzioni di chi protesta sono «costruttive» e non
distruttive.
Attenzione, aggiunge Bojan: una conclusione violenta di
tutta la vicenda non si può comunque escludere. «Milosevic e la sua
oligarchia sanno bene che una loro caduta non resterebbe senza
conseguenze. le nuove autorità dovranno processarli, altrimenti la
gente piena di rabbia non sosterrà più Zajedno. E Milosevic, è certo,
si difenderà con ogni mezzo».
Ma che effetti avrà tutto questo
sull’attuale situazione nell’ex Jugoslavia? «Da lontano le
preoccupazioni degli occidentali sono le ripercussioni di ciò che
accade in Serbia sulla pace in Bosnia, in quanto Milosevic è
considerato uno dei garanti degli accordi di Dayton. Ma proprio oggi
Zoran Dindic, che a Belgrado oggi è più popolare di Vuk Draskovic, ha
detto che non abbiamo più bisogno della Grande Serbia: per noi - ha
spiegato - la Grande Serbia siete voi che sfidate il regime. È la
conferma indiretta che ora anche i nazionalisti accettano Dayton».
Zajedno
è un’alleanza eterogenea: cosa la tiene «insieme»? «Effettivamente
comprende il Partito democratico, il Movimento di rinnovamento serbo di
Draskovic, una fazione del Partito democratico serbo e l’Alleanza
civica di Serbia, l’unica componente anti-nazionalista ma anche la più
debole. Il fatto è che le forze a cui si oppone, sono i “Criminali di
guerra” di Milosevic e gli ultranazionalisti di Seselj, anch’essi
criminali di guerra. Quindi anche noi pacifisti e nonviolenti sentiamo
che Zajedno alla fine è molto meno estremista. L’obiettivo fondamentale
è chi ha commesso crimini di guerra e crimini contro la sua stessa
gente se ne vada».
Cosa state facendo come movimento nonviolento in
questo frangente? «Seguiamo con grande preoccupazione quanto sta
succedendo: partecipiamo a tutte le iniziative di protesta, siamo
contenti del trionfo di Zajedno ma solo come un primo piccolo passo,
mantendendo la nostra autonomia anche rispetto alla coalizione e ai
partiti in generale. Vogliamo riservarci la libertà di criticarli se
necessario. Per parte nostra cerchiamo di calmare le tensioni nelle
manifestazioni di protesta, perché ci sono momenti di grandissima
tensione. Ad esempio distribuiamo volantini con il titolo LA
NONVIOLENZA È LA NOSTRA SCELTA sui quali abbiamo scritto: “il regime ha
in mano tutti gli strumenti di repressione e di violenza, e la
nonviolenza non solo è una convinzione ma anche la scelta più prudente.
Solo la NONVIOLENZA!”. Oppure portiamo dei grandi cartelli con scritto:
“NESSUN ESERCITO, NESSUNA POLIZIA PUO’ SOGGIOGARE LA VOLONTA’ DEL
POPOLO DECISO A RESISTERE (Gandhi)”. In ogni caso noi antimilitaristi e
militanti nonviolenti continueremo a sostenere queste dimostrazioni
finché saranno pacifiche e rivendicherano diritti umani fondamentali
come il diritto di voto, il diritto alla protesta e quello di poter
disporre di mezzi di comunicazione indipendenti».
Gabriele Colleoni
Assemblea OSM di Verona
22 Novembre 1996
MOZIONE GENERALE
L’assemblea degli Obiettori alle Spese Militari é impegnata a
rendere la Campagna OSM uno strumento di forte e di ampia aggregazione
politica di tutti coloro che riconoscendosi nelle ragioni della
nonviolenza, intendono riaffermare la propria contrarietà’ costruttiva
ad ogni ipotesi di guerra e di spreco di risorse nelle armi.
È inoltre tesa a raccogliere attorno alle proprie iniziative la massima collaborazione e consenso possibile.
Prende atto della entrata nel governo di centrosinistra, nato dalle
ultime elezioni, di persone che da sempre hanno sostenuto le nostre
idee.
Confida che sia possibile, entro questa legislatura, ottenere un
riconoscimento politico e giuridico al diritto di obiezione di
coscienza alle spese militari, come conseguenza diretta del già
previsto diritto di obiezione di coscienza al servizio militare.
Chiede di avviare nel nostro paese una prima istituzione di difesa
civile nonarmata e nonviolenta (D.P.N.), come prospettato in alcuni
articoli della proposta di legge di riforma dell’obiezione di coscienza
al servizio militare approvata alla commissione Difesa del Senato il
5/11/1996, e dagli spazi previsti dalla legge 180 del 1992 (missioni di
pace all’estero delle ONG) e dall’art. 1 comma 2 bis della Legge 428
dell’8/8/96 (invio di obiettori di coscienza in Bosnia).
Riafferma gli obiettivi della Campagna OSM, consistenti:
· nel riconoscimento del diritto all’opzione fiscale;
·
nella pubblica istituzione di forme di difesa nonarmata e nonviolenta
come previsto dalla proposta di legge del 1989 presentata dall’on.
Guerzoni, in conformità’ alla sentenza della Corte Costituzionale n.
450 del 1989;
· nella istituzione di una scuola pubblica per formatori di obiettori di coscienza.
Tali obiettivi permetterebbero concretamente un passo avanti,
nell’attuazione dell’art. 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la
guerra...”.
Gli obiettori di coscienza alle spese militari, profondamente
convinti che una politica di pace, di giustizia e di nonviolenza non si
può costruire con l’uso e l’impiego degli eserciti, ribadiscano la
propria contrarietà a qualsiasi tentativo di annullare il diritto
soggettivo di obiezione di coscienza mediante una riforma delle forze
armate, come quella preparata dai vertici militari e definita Nuovo
Modello di Difesa.
Affermano che la risoluzione dei conflitti e delle controversie
internazionali debbano avvenire nel rispetto dei diritti umani,
utilizzando anche forze non armate sotto l’egida dell’ONU.
Si ritiene pertanto necessario privilegiare tutte quelle iniziative
politiche utili ad ottenere a livelli istituzionali gli obiettivi che
la campagna persegue, a partire da una rapida approvazione della legge
di riforma dell’obiezione di coscienza al servizio militare, che
comprenda un piano organico per la formazione degli obiettori di
coscienza alla difesa popolare nonviolenta, e da una pressione politica
affinché si realizzino effettive riduzioni delle spese militari.
L’assemblea decide di rilanciare la Campagna, rivedendone il nome in
“Campagna Nazionale di Obiezione di Coscienza alle Spese Militari e per
la Difesa Popolare Nonviolenta”, e in parte le modalità e
l’organizzazione.
Modalità dell’obiezione alle spese militari
Per aderire alla Campagna occorre in ogni caso compilare una
dichiarazione, che andrà spedita al Presidente della Repubblica e, per
conoscenza, al Centro Coordinatore Nazionale.
Sono possibili tre modalità’ di partecipazione:
1) Versamento al
Centro Coordinatore Nazionale della Campagna, che rilascia una
ricevuta. L’obiettore ha la facoltà di esercitare un’ulteriore
pressione politica mediante un gesto di disobbedienza civile portando
in deduzione la cifra obiettata nella voce “Contributi ai paesi in via
di sviluppo” dei mod. 730 o 740 dell’anno successivo. Nella Guida
andranno evidenziate le conseguenze legali.
2) Versamento ad una
Organizzazione Non Governativa (ONG) che operi nei paesi in via di
sviluppo, impegnata in azioni di DPN o in progetti collegati con le
finalità della Campagna. L’ONG rilascerà una ricevuta ai sensi di
legge, che verrà portata in deduzione nei mod. 730 o 740, per
realizzare una prima rudimentale forma di opzione fiscale legale.
3)
Versamento ad una tesoreria provinciale sul capitolo di spesa del
Ministero degli Esteri relativo alla legge 180/92 (Missioni di pace
all’estero di ONG). Tale gesto, finanziando direttamente un inizio di
difesa alternativa, costituisce un primo elemento di opzione fiscale.
L’obiettore ha la facoltà di esercitare una ulteriore forma di
pressione politica detraendo quanto versato dalle tasse dovute.
A coloro che aderiscono alla Campagna verrà chiesto di versare al
Coordinamento Nazionale della Campagna un contributo minimo di 20.000
lire, o il risparmio avuto dalla deduzione del versamento alla ONG.
Si prevede inoltre, ai fini di raccogliere il potenziale consenso
attorno agli obiettivi della Campagna, la possibilità di forme singole
e collettive di appoggio (dichiarazioni di principio, delibere,
appelli, ...) da proporre a singole persone, enti locali, chiese,
sindacati, associazioni, ONG, ecc., eventualmente accompagnata da un
contributo.
Questi appoggi possono essere utilizzati per una pressione sui parlamentari in vista dei necessari passaggi legislativi.
Organizzazione e risorse
L’Assemblea ritiene che, dopo 15 anni di campagna OSM, occorra ora
concentrare i nostri sforzi nella direzione di un riconoscimento
istituzionale; pertanto ritiene necessario destinare la maggior parte
delle risorse economiche ora disponibili e che si renderanno
disponibili con la campagna 1997 alla promozione di iniziative utili ad
ottenere un riconoscimento politico.
L’assemblea pertanto:
a)
autorizza il C.P. a cooptare fino a 3 membri rappresentanti di gruppi o
associazioni realmente impegnate nel raggiungimento delle finalità
della Campagna;
b) delega il C.P. ad attivarsi per il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
1.
costituzione del soggetto politico-giuridico, allargato a tutte le
associazioni e alle persone singole disponibili, che diventi
l’interlocutore dello Stato nel momento in cui, approvata la legge di
riforma dell’obiezione di coscienza, si possa dare avvio alla prima
istituzione della Difesa Popolare Nonviolenta;
2. approvazione della
riforma OdC senza nessuna modifica rispetto al testo varato dalla
Commissione Difesa del Senato nel Novembre 1996, perlomeno negli
articoli riguardanti il diritto soggettivo all’obiezione e all’avvio di
forme istituzionali di DPN;
3. riconoscimento del diritto all’obiezione alle spese militari, attraverso una legge per l’opzione fiscale;
4.
mantenimento dei contatti con la campagna “Venti di Pace”, e con tutti
coloro che si oppongono al Nuovo Modello di Difesa, e che si impegnano
alla riduzione delle spese militari e alla loro riconversione in spese
sociali;
5. stimolo per organizzazione e pratica istituzionale di
esperienze di DPN (es. obiettori in Bosnia - l’eventuale stanziamento
di risorse deciso dal C.P. non è destinato solo alle associazioni che
mandano obiettori in Bosnia ma serve anche a finanziare la pressione
politica affinché lo Stato finanzi la legge relativa agli obiettori in
Bosnia).
c) Risoluzione di pendenze finanziarie
1. Invita il C.P.
a verificare entro il 28/2/1997 la possibilità di dar corso alla
mozione di S. Severa relativa al finanziamento della pubblicazione del
3^ volume di Gene Sharp c2) Invita il comitato dei garanti, entro il
31/12/1996, a rilasciare il nulla osta per il pagamento alla segreteria
DPN dei 5.000.000 di lire relativi al saldo del 2^ anno, e 2.003.113 di
lire relativi al saldo del 3^ anno della scuola di Formatori di Loreto,
previa approvazione di una dettagliata relazione sulla scuola stessa,
cui la segreteria DPN aggiungerà il proprio residuo di cassa.
I soldi non erogati entro le date di cui sopra, rientrano automaticamente nei residui della Campagna.
2.
Da mandato al Comitato dei Garanti di utilizzare i fondi attualmente
impegnati per i macroprogetti 1995 NMS e Terzo Mondo per finanziare i
progetti attinenti a questi due settori pervenuti entro il 24/11/96 e
relativi agli anni 1994, 1995, 1996. Sono consentite compensazioni tra
i capitoli. Eventuali fondi non erogati rientrano automaticamente nei
residui della Campagna.
3. Rimangono in vigore gli impegni assunti a livello internazionale con le altre campagne OSM
d) Opzione istituzionale
1.
Da mandato al C.P. di consegnare entro il 20/12/96 al Presidente della
Repubblica l’assegno relativo alle quote raccolte nel fondo comune
della Campagna OSM 1996
2. I fondi relativi all’assegno 1994 che
ancora giacciono presso il Ministero delle Finanze vanno intesi come
impegnati fino al 28/2/1997. Il C.P. ha preciso mandato ad adempiere
tutte le attività necessarie per una rapida e valida risoluzione della
vicenda.
e) Vengono aboliti dallo Statuto gli articoli riguardanti
la ripartizione fondi e relativi macroprogetti, oltre a quelli in
contrasto con le precedenti delibere.
I fondi delle future campagne saranno utilizzati esclusivamente per:·
spese
per l’organizzazione, promozione, azione politica ed informativa volta
al raggiungimento degli obiettivi istituzionali della Campagna;·
spese, secondo quanto attualmente previsto, per i coordinatori locali che ne facciano richiesta·
spese per il progetto internazionale negli anni pari.
Raccomandazione sull’organizzazione della Campagna
La Campagna si riorganizza attivando gruppi di affinità che lavorano
attorno ad obiettivi specifici (collegandosi con i coordinamenti
locali, le istituzioni, la stampa, i gruppi DPN, i movimenti pacifisti,
gli enti di servizio civile, gli enti locali, i sindacati, le chiese,
le ONG).
Tali gruppi possono essere attivati da coordinamenti locali, movimenti promotori o gruppi specifici.
Il Coord. Politico È formato dai portavoce dei 10 gruppi di affinità oltre 3 eletti in assemblea (13 membri).
Al suo interno il C.P. nomina un presidente, un tesoriere, un segretario.
(Norma provvisoria) Il C.P. eletto con l’attuale statuto È invitato
ad attuare quanto sopra entro la prossima assemblea ordinaria.
Raccomandazione sulla strategia della Campagna
La Campagna ritiene necessario, per il raggiungimento dei propri
obiettivi, definire un piano operativo che preveda obiettivi strategici
e tattici.
Gli obiettivi strategici sono:·
riforma della legge di obiezione
di coscienza al servizio militare - formazione di un consenso
trasversale in Parlamento attorno alla proposta di legge Guerzoni·
gestione degli spazi istituzionali aperti verso la DPN e valorizzazione delle sperimentazioni dal basso.
Obiettivi tattici sono:·
rilancio della Campagna·
presentazione
della proposta di legge “Guerzoni” - raccolta del consenso attorno alle
obiezioni della Campagna - ricerca di alleanze (ad es. con la campagna
“Venti di Pace” per la riduzione delle spese militari)·
pressione locale sui parlamentari·
sostegno alla campagna di riforma della legge 772 - collegamento con iniziative in atto di DPN
Le assemblee ordinarie rivedono annualmente il piano operativo e fissano il programma di attività per l’anno successivo.
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Raccomandazione sull’organizzazione della Campagna
La Campagna si riorganizza attivando gruppi di affinità che lavorano
attorno ad obiettivi specifici (collegandosi con i coordinamenti
locali, le istituzioni, la stampa, i gruppi DPN, i movimenti pacifisti,
gli enti di servizio civile, gli enti locali, i sindacati, le chiese,
le ONG).
Tali gruppi possono essere attivati da coordinamenti locali, movimenti promotori o gruppi specifici.
Il Coord. Politico è formato dai portavoce dei 10 gruppi di affinità oltre 3 eletti in assemblea (13 membri).
Al suo interno il C.P. nomina un presidente, un tesoriere, un segretario.
(Norma provvisoria) Il C.P. eletto con l’attuale statuto è invitato
ad attuare quanto sopra entro la prossima assemblea ordinaria.
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Raccomandazione sulla strategia della Campagna
La Campagna ritiene necessario, per il raggiungimento dei propri
obiettivi, definire un piano operativo che preveda obiettivi strategici
e tattici.
Gli obiettivi strategici sono:
· riforma della legge di obiezione
di coscienza al servizio militare - formazione di un consenso
trasversale in Parlamento attorno alla proposta di legge Guerzoni
· gestione degli spazi istituzionali aperti verso la DPN e valorizzazione delle sperimentazioni dal basso.
Obiettivi tattici sono:
· rilancio della Campagna
·
presentazione della proposta di legge “Guerzoni” - raccolta del
consenso attorno alle obiezioni della Campagna - ricerca di alleanze
(ad es. con la campagna “Venti di Pace” per la riduzione delle spese
militari)
· pressione locale sui parlamentari
· sostegno alla campagna di riforma della legge 772 - collegamento con iniziative in atto di DPN
Le assemblee ordinarie rivedono annualmente il piano operativo e fissano il programma di attività per l’anno successivo.
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· spese per l’organizzazione, promozione,
azione politica ed informativa volta al raggiungimento degli obiettivi
istituzionali della Campagna;
· spese, secondo quanto attualmente previsto, per i coordinatori locali che ne facciano richiesta
· spese per il progetto internazionale negli anni pari.
Raccomandazione sull’organizzazione della Campagna
La Campagna si riorganizza attivando gruppi di affinità che lavorano
attorno ad obiettivi specifici (collegandosi con i coordinamenti
locali, le istituzioni, la stampa, i gruppi DPN, i movimenti pacifisti,
gli enti di servizio civile, gli enti locali, i sindacati, le chiese,
le ONG).
Tali gruppi possono essere attivati da coordinamenti locali, movimenti promotori o gruppi specifici.
Il Coord. Politico È formato dai portavoce dei 10 gruppi di affinità oltre 3 eletti in assemblea (13 membri).
Al suo interno il C.P. nomina un presidente, un tesoriere, un segretario.
(Norma provvisoria) Il C.P. eletto con l’attuale statuto È invitato
ad attuare quanto sopra entro la prossima assemblea ordinaria.
Raccomandazione sulla strategia della Campagna
La Campagna ritiene necessario, per il raggiungimento dei propri
obiettivi, definire un piano operativo che preveda obiettivi strategici
e tattici.
Gli obiettivi strategici sono:
· riforma della legge di obiezione
di coscienza al servizio militare - formazione di un consenso
trasversale in Parlamento attorno alla proposta di legge Guerzoni
· gestione degli spazi istituzionali aperti verso la DPN e valorizzazione delle sperimentazioni dal basso.
Obiettivi tattici sono:
· rilancio della Campagna
·
presentazione della proposta di legge “Guerzoni” - raccolta del
consenso attorno alle obiezioni della Campagna - ricerca di alleanze
(ad es. con la campagna “Venti di Pace” per la riduzione delle spese
militari)
· pressione locale sui parlamentari
· sostegno alla campagna di riforma della legge 772 - collegamento con iniziative in atto di DPN
Le assemblee ordinarie rivedono annualmente il piano operativo e fissano il programma di attività per l’anno successivo.
Don Zeno di Nomadelfia
di Claudio Cardelli
È noto che l’eccessivo attaccamento alla proprietà privata è fonte
di egoismo e di violenza; perciò, fin dai tempi antichi, è sorto
l’ideale di una vita comunitaria, dedita al lavoro in una fraterna
condivisione dei prodotti dell’attività di tutti. In campo cristiano si
può risalire al monachesimo benedettino e alla celebre Utopia (1516) di
Tommaso Moro.
Molto conosciuta è la Comunità dell’Arca, fondata in
Francia da Lanza del Vasto, e modello per altre esperienze comunitarie
anche in Italia. Una via originale é quella trovata da don Zeno
Saltini, fondatore di Nomadelfia, una comunità ancora fiorente, dopo
circa mezzo secolo di vita, situata a 8 chilometri da Grosseto sulla
statale per Siena.
La vita di don Zeno
Zeno Saltini nacque il 30 agosto 1900 a
Fossoli di Carpi (Modena), in una famiglia patriarcale, dedita alla
coltivazione dei propri poderi. A 14 anni rifiuta di continuare gli
studi e va a lavorare nei poderi della famiglia, vivendo in mezzo ai
braccianti e imparando da loro le prime teorie socialiste.
Chiamato
alle armi nel 1917, conosce la terribile realtà della guerra e matura
in lui l’idea di farsi apostolo di una nuova civiltà, senza servi né
padroni. Riprende gli studi e si laurea in legge.
Sollecitato da
un’intensa vocazione religiosa, a 30 anni entra in seminario: nel 1931
celebra la prima Messa e si fa padre di un ragazzo che esce dal carcere.
A
S. Giacomo di Roncolo (MO) fonda l’Opera dei Piccoli Apostoli, dedita
all’accoglimento dei bambini abbandonati. Nel 1941 una giovane
studentessa, Irene, scappa di casa e si presenta a don Zeno
dichiarandosi disposta a fare da mamma ai piccoli trovatelli. Altre
giovani donne la seguono: di chiameranno “mamme di vocazione”.
Nel
1947 i Piccoli Apostoli occupano il campo di concentramento di Fossoli
e si formano le prime famiglie di sposi, disposti anch’essi ad
accogliere come figli i fanciulli senza famiglia. I Piccoli Apostoli,
decisi a costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo, diventano un
popolo: Nomadelfia (dal greco: “la fraternità è legge”).
La comunità
è cresciuta (circa 1100 persone), ma non è facile trovare le risorse
per sfamare tante persone: gli adulti si arrangiano, qualcuno torna nei
campi, nasce una piccola cooperativa che fallisce.
Questi conti che
non tornano mettono don Zeno nei guai: il 5 febbraio 1952 un decreto
del S. Ufficio intima a don Zeno di lasciare Nomadelfia e di mettersi a
disposizione del suo vescovo.
Il coraggioso sacerdote, l’anno
seguente, ottiene la riduzione alla stato laicale per poter continuare
a vivere come padre di questo popolo nuovo.
I nomadelfi vengono
mandati via da Fossoli con l’intervento della polizia. Emigrano in
Toscana, dove una signora milanese (Maria Giovanna Pirelli) regala loro
la tenuta “Rosellana”, presso Grosseto, che viene ripulita dai sassi e
messa a coltivazione. Nel 1962 don Zeno riprende l’esercizio del
sacerdozio e Nomadelfia viene eretta a parrocchia. Muore a Nomadelfia
il 15 gennaio 1981 circondato dall’affetto di tutti i suoi “figli”.
Nomadelfia oggi
La comunità ha oggi salde tradizioni e continua
sulla via tracciata dal fondatore: la popolazione è di circa 320
persone su un territorio di 4 Km. quadrati. In Nomadelfia non circola
denaro, non esiste proprietà privata, non è ammessa nessuna forma di
sfruttamento, ma tutto è comune.
Uomini e donne lavorano in
gruppo, ciascuno a vantaggio della comunità; se hanno denari per
qualche rendita particolare, li versano al fondo comune.
L’attività
fondamentale è quella agricola: la tenuta produce a sufficienza pane,
vino, olio, latte e verdure, oltre a una minore quantità di carne e
formaggi. Nomadelfia possiede anche diversi laboratori, una tipografia,
una falegnameria, un piccolo caseificio e un frantoio.
Uomini e
donne lavorano nelle aziende della comunità, in casa, nei laboratori e
uffici; tutti i lavori che si possono compiere insieme vengono eseguiti
da tutta la popolazione (sono chiamati “lavori di massa”).
La famiglia e la scuola
Don Zeno era convinto che “l’egoismo
familiare è più deleterio dell’egoismo personale”. Per questo nel 1954
aveva creato i gruppi familiari, composti ciascuno da 4 o 5 famiglie
per un totale di circa 30 persone fra adulti e figli. Queste famiglie
hanno in comune una casetta centrale con cucina, sale da pranzo e
laboratori, mentre ciascuna famiglia ha le proprie camere in casette
separate.
Per evitare che il gruppo familiare diventi a sua volta un
centro di egoismo, per essere disponibili a vivere con tutti e a
distaccarsi dalle cose, ogni tre anni la presidenza scioglie i gruppi
familiari e li ricompone con altre famiglie. Ciascuna famiglia,
ovviamente, rimane sempre unita e porta con sé soltanto gli effetti
personali (artt. 13 e 14 della Costituzione di Nomadelfia).
I
nomadelfi hanno rifiutato la scuola pubblica per creare una scuola
“paterna”, gestita sotto la loro responsabilità, presentando poi i
figli agli esami della scuola statale.
Uno dei principi fondamentali
è la “paternità in solido”, nel senso che tutti gli uomini e le donne
devono essere padri e madri per tutti i figli, anche per quelli che non
appartengono alla loro famiglia e devono quindi intervenire
nell’educazione di tutti e trattarli alla pari secondo una linea
pedagogica comune, ispirata al Vangelo.
Concludo citando un brano da una lettera di don Zeno di Nomadelfia:
L’invidia, la lotta, il potere inteso in senso deleterio, non ci
possono essere in Nomadelfia. Ma anche noi siamo fatti con la stessa
creta di Adamo, quindi peccatori; però insistentemente e ripetutamente
pentiti e decisi a correggerci e migliorarci. L’emulazione, cioè il
buon esempio imitato, è invece virtù che è alla base della nostra vita
fraterna.
La corsa ai primi posti, il desiderio di stare in alto,
non esiste tra noi, perché le cariche comportano sempre oneri e non
onori, tanto che nella Costituzione abbiamo dovuto mettere un articolo
che dice espressamente che le cariche non si possono rifiutare”
(I/IX/1982).
La comunità pubblica un bollettino mensile: “Nomadelfia è una
proposta” (casella postale 176, Grosseto; tel. 0564/38243). Sul
problema educativo si può consultare: G. Bogliacini Roberto,
Nomadelfia, una comunità educante, Libreria ed. Fiorentina, 1980.
La “Nuova Unita’ Maggiore” della Marina Militare del Duemila
Taranto: nuova portaerei in vista?
Duemila miliardi, cinquanta dei quali anticipati nell’attuale Finanziaria.
Una
sorella maggiore della Garibaldi, dotata di aerei Harrier. È la piu’
costosa nave mai messa in cantiere in Italia dalla Marina Militare.
Sostenitori e oppositori della nuova portaerei a confronto.
Si parla tanto di ridurre la spesa pubblica e poi... si progetta una nuova portaerei? Si’, proprio cosi’.
Pochi
lo sanno, quasi nessun giornale ne ha scritto. E in gran silenzio
avanza. Nella nuova legge finanziaria sono infatti previsti 50 miliardi
per la “NUM” (Nuova Unita’ Maggiore), una sigla dietro la quale
prendera’ forma una nuova portaerei, ancora piu’ grande della
“Garibaldi”. Dopo il Duemila i tarantini la vedranno ormeggiata nella
nuova base navale nel Mar grande, sempre che i problemi di bilancio non
la “affondino” prima.
I costi
Quanto costera’ infatti la nuova portaerei? Mille miliardi lo scafo
e mille miliardi gli aerei (una ventina a decollo verticale del tipo
Harrier).
Quindi la NUM impegnera’ noi contribuenti - dopo il primo
“acconto” di 50 miliardi previsto nella presente Finanziaria - a
sborsarne altri 1.950 nei prossimi anni. È la spesa piu’ alta in
assoluto che l’Italia ha mai affrontato per un sistema d’arma e - tra
l’altro - potrebbe indurre il parlamento a varare una legge di
finanziamento ad hoc non apparendo sufficienti le risorse dei futuri
bilanci ordinari.
Abbiamo fatto un po’ di telefonate alla Camera dei
Deputati, dove la Finanziaria È stata approvata per passare all’esame
del Senato. Abbiamo appreso che la nuova portaerei ha creato una
frattura nella Commissione Difesa, in cui i deputati pacifisti del
centro-sinistra hanno presentato una richiesta di blocco del progetto.
Si sono opposti in blocco i deputati del centro-destra a cui hanno dato
manforte anche alcuni deputati del centro-sinistra. Si È quindi formata
una maggioranza “trasversale” a favore della nuova portaerei.
PerchÈ si’
Quali sono le ragioni che hanno spinto la Marina Militare a chiedere
una nuova portaerei? Innanzi tutto vi È l’invecchiamento della flotta
che, lamenta lo Stato Maggiore, ha portato recentemente a radiare un
incrociatore. Quindi la scelta sarebbe “neutra”: un semplice rimpiazzo
di un’unita’ maggiore. Ma altri interessi premono per la portaerei. I
sostenitori del progetto vedono in esso una boccata di ossigeno per
l’industria bellica italiana in crisi. In piu’ il Nuovo Modello di
Difesa si basa su una concezione dello strumento militare proiettato
“in avanti”, teso a “difendere” non solo le acque territoriali, la
costa e il territorio nazionale ma anche gli “interessi nazionali”
all’estero.
“Se non miglioriamo i nostri livelli tecnologici,
rischiamo di essere messi in difficoltà anche dal più scassato esercito
mediorientale”, taglia corto il ministro della Difesa, Beniamino
Andreatta.
PerchÈ no
Cosa rispondono gli oppositori alla nuova portaerei? Ritengono che
una portaerei non abbia funzioni difensive, coerenti con il dettato e
lo spirito dell’art.11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra
come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo
di risoluzione delle controversie internazionali...”). Le critiche
vertono anche sulle scelte tecniche che sarebbero inadeguate a fare
della portaerei un efficace mezzo difensivo. Essa È dotata di aerei
Harrier che non sarebbero adatti all’intercettazione difensiva (hanno
una velocita’ di 1.000 km/h rispetto ai 2.300 degli aerei da attacco
che dovrebbero “fermare”). Gli aerei Harrier (a decollo corto e
atterraggio verticale) sono invece utili solo per azioni da sbarco,
come specificano le riviste militari.
Alternative?
Ma c’È anche chi si domanda se È giusto “sottrarre” duemila miliardi
allo sviluppo. I promotori della portaerei sostengono che duemila
miliardi “assicurano” posti di lavoro nel settore militare, ma i
critici portano altre cifre: un posto di lavoro nell’industria militare
costerebbe quanto quattro posti di lavoro nei servizi sociali. Altri
dubbi sorgono sulla “moralita’“ di spese belliche di questa portata. I
salesiani in Africa promuovono collegi che offrono ai bambini di strada
istruzione, vitto e alloggio a costi molto contenuti. Sulla base delle
cifre fornite dal missionario Renato Kizito Sesana, 2.000 miliardi
sarebbero sufficienti a garantire ad un milione di bambini di strada
sia il sostentamento che l’istruzione nei suddetti collegi per cinque
anni. Da alcuni gruppi di volontariato internazionale giunge un’altra
provocazione: per vaccinare tutti i bambini del mondo non coperti dalla
vaccinazione basterebbe non costruire due bombardieri e destinare a
quello scopo umanitario le relative spese militari. Quarantamila esseri
umani al giorno, 27 al minuto, molti dei quali bambini, vengono
stralciati da questa vita per fame, malattie, miseria, guerre. E se
l’Italia rinunciasse alla nuova portaerei e vaccinasse tutti quei
bambini? Sarebbe un azzardo?
Il listino dei preziosi; quotazioni:
- costo dell’oro fino (per grammo) £ 18.700
- costo dell’EFA * (per grammo) £ 13.400
- “oro usato” ** (per grammo) £ 12.000
- costo dell’argento (per grammo) £ 250
* È il nuovo cacciabombardiere europeo inserito nell’attuale
Finanziaria: pesa 9 tonnellate e mezza e costa circa 130 miliardi ad
esemplare, senza missili e bombe (da acquistare a parte).
** È quanto valuta il gioelliere se gli si da’ oro da fondere o da scambiare con gioielli nuovi.
Alessandro Marescotti
SUL SERVIZIO MILITARE FEMMINILE
di Angela Dogliotti Marasso
Negli anni ottanta le donne dei movimenti nonviolenti e per la pace
avevano con forza rinviato al mittente la proposta che allora già era
stata avanzata, di istituire il servizio militare femminile su base
volontaria.
Oggi il problema si ripropone. E dispiace constatare che
la prospettiva delle donne soldato ha molto più seguito di allora e una
maggior legittimazione nello stesso movimento delle donne.
Come mai? Certamente sono cambiati i tempi.
La
fine del bipolarismo ha avuto come conseguenza la sostituzione di un
precario equilibrio basato sugli armamenti nucleari (più facili da
contestare perchè più immediatamente inaccettabili nel loro
irreversibile potenziale distruttivo a largo raggio spazio-temporale)
con una moltiplicazione di conflitti, a livello locale ma di dimensione
mondiale, nei quali l’unica superpotenza rimasta sembra aver assunto il
ruolo di insostituibile paladina della “libertà” e del “diritto”, al
cospetto del consesso internazionale.
Con la guerra del Golfo, la
drammatica evoluzione dei conflitti nella ex-Jugoslavia, gli interventi
in Africa, abbiamo assistito ad una rilegittimazione della guerra mai
prima avvenuta, dalla fine della II guerra mondiale ad oggi.
Mi pare
che questo possa essere considerano uno degli elementi che entrano in
gioco nel far considerare più accettabile, a livello di opinione
pubblica, il sistema militare, sistema del quale dunque devono poter
fare parte, per una ragione di “uguaglianza di diritti”, anche le donne.
E
non ci sarebbe un motivo valido, in effetti, per negare quello che
appare come un diritto di parità, se non ci muovessimo all’interno di
una prospettiva culturale radicalmente diversa.
Ciò che continua a farci dire: “NO, GRAZIE” al servizio militare femminile, insieme ad altre considerazioni minori, è che:
-
pensiamo che la guerra sia un fermento da bandire dalla storia e da
sostituire con altre modalità di risoluzione delle controversie. Gli
eserciti ci appaiono come strumenti obsoleti, oltre che moralmente
inaccettabili, e dunque non consideriamo un diritto di parità quello
che ci consentirebbe di accedervi, ma l’apertura di una possibilità
nefasta anche per le donne, oltre che per gli uomini;
-
rivendichiamo, per donne e uomini, il diritto-dovere di immaginare,
affermare, sperimentare forme di difesa non armate, civili,
nonviolente, come quelle che la storia del nostro secolo ci ha mostrato
essere possibili ed efficaci, persino in contesti totalitari (vedi i
casi di resistenze civili contro la Germania nazista o i movimenti di
liberazione nei paesi dell’Est);
- riteniamo che:
a livello
nazionale sia necessario ampliare il concetto stesso di difesa,
includendovi la difesa del territorio (protezione civile e tutela
ambientale), la difesa sociale (da mafie e criminalità organizzata), la
difesa delle istituzioni democratiche, come compito di tutti i
cittadini e le cittadine;
a livello internazionale vada costruito un
effettivo strumento di intervento (ONU) che possa svolgere compiti di
polizia internazionale, dotato di corpi civili addestrati
all’interposizione ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Su queste prospettive vogliamo lavorare, confrontandoci con le altre donne e all’interno dei nostri interventi.
Ivrea, 10 novembre 1996
UN DIO, TRE RELIGIONI
di Biancamaria Scarcia Amoretti
Non è dire cosa nuova che l’Islam, nell’inconscio collettivo
occidentale, rappresenta il nemico/rivale per eccellenza. E questo
nonostante si adori lo stesso Dio e ci si rifaccia a un’identica
tradizione, quella giudaica, cui si aggiungono i ben noti apporti
filosofico-culturali dell’ellenismo. Neppure quando, a metà del secolo
VIII, il baricentro del mondo musulmano si sposta a oriente - la capita
le del califfato passa da Damasco a Baghdad - e consapevolmente il
regime musulmano in carica assume atteggiamenti che ricordano la corte
sasanide, l’Islam cessa di essere fenomeno preminentemente
mediterraneo. In un certo senso, anzi qui sta una delle prove che lo
stesso Iran, centrale nella storia del Vicino Oriente preislamico e
musulmano, struttura la sua fisionomia sul rapporto con il mondo prima
greco poi bizantino al punto da costituirne l’interlocutore
privilegiato piuttosto che l’alternativa, e che tale rapporto è ben più
determinante a caratterizzare l’identità dell’Iran stesso che non siano
gli scambi, pur numerosi e intensi, con la Cina e l’India.
Del
Mediterraneo l’Islam recepisce e riorganizza, facendole proprie e
reinterpretandole, una serie di istanze. A livello macroscopico
l’interesse per la “legge” come quel qual cosa da imporre a tutte le
eventuali componenti di uno “stato” musulmano universale, preservando
tuttavia le specifiche diversità di ognuna, ricorda non poco l’idea
imperiale romana, che permette la continuazione delle culture e delle
tradizioni dei popoli assoggettati. Così, contrariamente a quanto
generalmente si crede, le conversioni nelle prime terre di conquista,
Crescente Fertile, Iran e Africa settentrionale, non sono immediate. Il
cristianesimo, specie in Egitto, in Siria e in Palestina, non scompare
come dimostra il fatto che è a tutt’oggi vitale.
L’ebraismo viene in
certa misura addirittura protetto. Nella Baghdad abbaside, una corrente
di pensiero ebraica, il Karaitismo, testimonia di uno scambio
filosofico proficuo con una scuola musulmana razionalistica,
minoritaria ma di grande impatto anche politico, il Mutazilismo.
Per non dire del felice connubio di ebraismo, cristianesimo e islam nella Spagna musulmana.
Ebrei
e cristiani possono spesso ricoprire cariche importanti nelle corti
califfali. La medicina è quasi una loro prerogativa. Ai cristiani è
affidato il compito di tradurre in arabo le opere scientifiche e
filosofiche greche, note nella regione vicino-orientale per il tramite
siriaco.
Quando arriverà in India, l’islam, o per lo meno certa
intellettualità musulmana, sentirà l’esigenza di capire e trasmettere i
dati più universali del patrimonio culturale dei musulmani, non a caso
tra i più grandi viaggiatori e geografi del Medio Evo. E la positività
della figura del mercante come di colui che si avventura in terre
lontane, alla Marco Polo per intenderci, non solo in nome di interessi
materiali, è tratto così tipico della mentalità islamica che il
Profeta, Muhammad, è visto più volentieri come mercante che non come
beduino.
Conseguentemente, l’ideale della società islamica, in
termini non molto dissimili da quelli che conosceremo in epoca
rinascimentale, è strettamente legato alla città come luogo
privilegiato in cui esprimere i valori di una vita autenticamente
musulmana. Il che non esclude che sia la terra la fonte principale
della ricchezza e che sulla terra e della terra viva la maggior parte
dei popoli mediterranei musulmani e non.
Sul versante religioso,
l’islamizzazione, più spesso volontaria che coatta, passa per una
progressiva arabizzazione che è via obbligata per l’accesso alla cosa
pubblica. Ciononostante, il greco e il siriaco restano a lungo
praticati nella religione siro-palestinese; il berbero si preserva
tanto che continua ad essere tuttora parlato, per esempio, da una
consistente fetta della popolazione in Marocco e in Algeria; il
persiano non viene sostituito dall’arabo che pure lo affianca, il Iran,
in quanto lingua di cultura, e se così non fosse, non si spiegherebbe
lo strepitoso sviluppo letterario che la Persia conosce a partire dal X
secolo; in India tutte le lingue locali continuano la loro tradizione
letteraria, anche quando il persiano è lingua di corte. Se ciò non
bastasse, andrebbero ricordate le molte lingue veicolari che nascono
dall’interazione di una lingua, africana, indiana o altro, con l’arabo:
così è per il swahili, lingua bantu, ma arabizzata nel lessico, diffusa
in tutta l’Africa Orientale, o per l’urdu, lingua indo-europea, scritta
in caratteri arabi, diffusa nel subcontinente indiano non solo tra i
musulmani, che risente, nel vocabolario soprattutto, dell’influenza
dell’arabo e del persiano.
Ci si potrebbe obiettare che tutto ciò è
teoria, o nel migliore dei casi, visione sublimata di un “dover
essere”, ma non realtà o prassi quotidiana. Uno scarto - non
necessariamente negativo, si badi bene - tra proiezione ideale e
realizzazioni concrete esiste ed è pressoché inevitabile.
Sennonché
ciò che costituisce tale scarto è anch’esse generalizzabile, nel senso
che può essere, con qualche aggiustamento, applicato a molte, se non
tutte le società mediterranee, non solo musulmane. Si pensi al ruolo e
all’importanza dell’istituzione familiare come cellula primaria
dell’aggregazione sociale. Si pensi a certo interclassismo che
attraversa molte esperienze politiche. Si pensi alla funzione della
religione come fattore di identità, a volte addirittura nazionale, una
religione intesa più come culturalità che come dogmatica o sistema
elaborato di concezioni astratte. Non si tratta qui, val la pena di
sottolinearlo, di un discorso sulla incapacità o meno dell’islam di
pensare il sociale e il politico in termini laici, visto che, in
termini peculiari senza dubbio, ma anche inequivocabili, si è data
società civile nell’ecumene islamica, favorita in ciò, se non altro,
dalla mancanza di un clero e di chiese. Ma è discorso che ci porterebbe
lontano mentre si vuole rimanere nel cerchio delle constatazioni
immediatamente, percepibili a tutti. E così, si pensi, infine, a una
non teorizzata ma vissuta dicotomia di mondi, almeno fino a tempi
recenti, tale da postulare nei fatti, un universo femminile che corre
parallelo a quello maschile che interloquiscono tra loro e si
incontrano prevalentemente (ma spesso esclusivamente) nell’ambito
istituzionale della famiglia.
Si potrebbe continuare, e tutto
porterebbe a sottolineare l’esistenza di punti in comune più che in
contrasto. Non smentirebbe la cosa neanche la tanto conclamata “guerra
santa” che l’islam impone alla comunità quand’essa è in pericolo o nei
confronti dei politeisti da salvare anche con la forza, se necessario.
Da un lato, è esperienza anche a noi ben nota, dall’altro, nel percorso
storico delle società musulmane, ha senza dubbio prevalso l’aspetto
della tolleranza o quanto meno una pragmatica accettazione dei rapporti
di forza e, addirittura, il calcolo dei banali quotidiani interessi.
L’India è rimasta nella sua stragrande maggioranza indù e l’Africa nera
ha visto formarsi e dissolversi regni musulmani la cui forza poggiava
su tribù o etnie pervicacemente animiste.
È, dunque, la storia, il
concreto accadere degli eventi, a sua volta condizionato dai singoli
contesti, che deve servire da griglia interpretativa del passato come
del presente. In questa prospettiva, tutti gli interrogativi sono
legittimi, perchè il mondo musulmano, specie mediterraneo, non ha
conosciuto, per esempio in campo tecnologico, uno sviluppo analogo al
nostro, malgrado le identiche premesse? Perchè a partire da un certo
momento, non tanto lontano nel tempo anche se così appare oggi
attraverso la lente deformante dei vari integralismi, nostri e loro, le
società civili musulmane non hanno saputo trovare al loro interno la
forza di avviare un serio percorso di modernità, senza per questo,
rinunciare al loro retaggio culturale? Perchè si è data, e a lungo,
interrelazione tra Oriente e Occidente, mentre oggi, pur nella facilità
delle comunicazioni e dei contatti, viene evidenziato ciò che distingue
a preferenza di ciò che accomuna? Perchè la violenza sembra la cifra
inevitabile dei rapporti, una violenza che è più vistosa da parte
islamica, forse perchè è soprattutto verbale e ideologica, ma che
sussiste da parte occidentale in maniera strutturale, a livello
politico ed economico?
Ognuna di queste domande deve avere le sue
risposte storiche da cui partire per elaborare giudizi, formulare
ipotesi, attribuire colpe, responsabilità, meriti. È pregiudiziale a
una comprensione reciproca. Le risposte storiche, inutile negarlo,
possono anche essere parziali e di parte. Ma soltanto nel confronto,
che è altro dalla polemica, si può procedere. Tuttavia a fine percorso,
quando tutto si sia spiegato e capito, rimane l’ultimo fondamentale
passo da fare: dare corpo alla volontà di dividere il mondo e quello
che offre con l’altro, il solo modo non ipocrita di credere nella pace.
A. Rivelazione non cercata dal cuore umano
L’esperienza del Signore Dio unico - il Dio di Abramo di Isacco e di
Giacobbe (Yahvè), ovvero il Padre di Gesù Cristo, ovvero Allah - è una
esperienza religiosa particolare: si tratta di un “evento” che,
mettendo in rapporto con il sacro - cioè col potere assoluto sulla vita
e sulla morte - nello stesso tempo si rivela in alternativa con altre
forze - gli idoli - che conferiscono potere divino alle cose terrene,
ingannando in questo tutti coloro che ad essi si rivolgono.
Per
questo i credenti nel Dio unico - eterno nella clemenza a sovrano verso
il mondo intero - riconoscono di essere appartenenti ad uno stesso
mistero che si è poi rivelato nella storia in tradizioni religiose
differenti, che per sé non si pongono l’una contro l’altra.
1) “Ci sarà un ecumenismo abramico solo se ebrei, cristiani e
musulmani si vedranno insieme come hanif, come Abramo, cioè come
cercatori di Dio, come fidenti in Dio, come gratificati da Dio...
...Credere
come Abramo significa per ebrei, cristiani e musulmani non rimanere
spasmodicamente attaccati al passato e ai beni ereditati, bensì
proseguire, partire ‘senza sapere dove si va’ (Lettera agli ebrei
11:8), ‘sperare contro ogni speranza” (Rom. 4:18).
B. Legge di vita pattuita nel tempo presente
Le comunità di credenti riceve, ognuna tramite il suo inviato, una
“retta via” per conseguire la “promessa di pace”, che si adempirà per
coloro che credono - nonostante infedeltà e ostacoli di ogni genere -
in una comunione che Dio esige tra i fedeli come testimonianza di un
cuore integro.
Perchè questo cammino sia stabile in ognuna delle tre
tradizioni monoteiste le forme di aggregazione si dispongono attorno ad
un’autorità, che viene legittimata in base a criteri diversi tra di
loro, ma mai adottati “alla stregua di” un potere assoluto (in quanto
sarebbe, ovviamente, in contrasto con la rivelazione del Dio unico).
1) “I figli di Abramo sono coloro che non hanno ‘un occhio cattivo,
un’anima superba e uno spirito arrogantÈ, bensì coloro che hanno ‘un
occhio buono, un’anima modesta e uno spirito umilÈ, come dice la
tradizione ebraica dei Pirque Abboth V, 28”.
2) “Se Dio avesse avuto, avrebbe voluto, avrebbe fatto di voi una
sola comunità. Ma ha voluto provarvi per mezzo di questo dono che vi ha
fatto. Cercate di emularvi a vicenda nelle buone opere. Tutti voi
ritornerete a Dio. Allora Egli vi illuminerà circa le vostre
divergenze” (Corano, Sura 5:48).
3) “Se Abramo ‘era mite dolce pietoso’ (Corano, Sura 11:75), allora
un discendente di Abramo è colui che ‘ha compassione degli uomini”.
4) “Il teologo cattolico britannico Nicholas Lash dice: occorre che
la ‘obbedienza’ che ebrei, cristiani e musulmani devono prestare nella
scia di Abramo, ‘svolga un ruolo per portare benedizione e amicizia a
tutte le famiglie dei popoli della terra”.
MINI-BIBLIOGRAFIA
Testo di riferimento sotto ogni profilo:
K.J. KUSCHEL, La
controversia su Abramo. Ciò che divide e ciò che unisce ebrei,
cristiani e musulmani, Queriniana, Brescia, 1996, pp. 456. £ 55.000.
· Manuale da consultare:
J. RIES (a cura di), Il credente nelle
religioni ebraica, musulmana e cristiana, vol. 5 del Trattato di
antropologia del sacro, Jaca Book-Massimo, Milano, 1993, pp. 364, £
70.000.
· Testi di prima informazioni:
P. STEFANI, Introduzione all’ebraismo, Queriniana, Brescia, 1995, pp. 392, £ 42.000.
G. BONACCORSO, Celebrare la salvezza, Ed. Messaggero, Padova, 1996, pp. 256. £ 23.000.
G, RIZZARDI, Islam, Spiritualità e mistica, Nardini editore, Firenze, 1994, pp. 169, £ 28.000.
Ch. M. GUZZETTI, Bibbia e Corano. Un confronto sinottico, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), pp. 352, £ 32.000.
· Testimonianze di ecumenismo abramico:
B. HUSSAR, Quando la nube si alzava... L’uomo dalle quattro identità, Marietti, Genova, 1983, pp. 144, £ 12.000.
A.
CHOURAQUI, Forte come la morte è l’amore. L’uomo dei tre mondi.
Un’autobiografia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1994, pp.
540, £ 50.000.
Di ALEXANDER LANGER, è uscita postuma, nel 1996, presso Sellerio
editore di Palermo, la raccolta dal titolo Il viaggiatore leggero.
Scritti 1961-1995, a cura di Edi Rabini (che era il coordinatore della
sua segreteria). I brani da noi citati sono a pg. 324, pp. 17-18 e pp.
20-21.
IL MEDITERRANEO FRA L’ESSERE E IL FARE
di Predrag Matvejevic **
L’immagine che offre il Mediterraneo è lontano dall’essere
rassicurante. In effetti la sua riva settentrionale presenta un ritardo
rispetto al Nord Europa e altrettanto la riva meridionale rispetto a
quella europea. Tanto a Nord quanto a Sud, l’insieme del bacino può
difficilmente essere aggregato al continente. D’altra parte si può
davvero considerare questo mare come un “insieme” senza tener conto
delle fratture che lo dividono, dei conflitti che lo lacerano: in
Palestina, in Libano, a Cipro, nel Maghreb, nei Balcani, in
ex-Jugoslavia? Anche il Mediterraneo sembra votato al destino di un
mondo ex
L’Unione Europea si compie senza tenerne conto: nasce
un’Europa fuori dalla “culla dell’Europa”. Come se una persona si
potesse formare privata della sua infanzia e della sua adolescenza. Le
spiegazioni che se ne danno, banali o ripetitive, raramente riescono a
convincere coloro ai quali sono dirette. I parametri con i quali al
Nord si osservano il presente e l’avvenire del Mediterraneo concordano
male con quelli del Sud. La costa Settentrionale del Mare interno ha
una percezione e una coscienza differenti da quelle della costa che sta
di fronte. Ai nostri giorni le rive del Mediterraneo non hanno in
comune che le loro insoddisfazioni. Il mare stesso assomiglia sempre di
più a una frontiera che si estende dal Levante al Ponente per separare
l’Europa dall’Africa e dall’Asia Minore.
Le decisioni circa la sorte
del Mediterraneo sono così spesso prese al di fuori di esso o senza di
esso: ciò ingenera delle frustrazioni e dei fantasmi. Le manifestazioni
di gioia davanti allo spettacolo del mare Mediterraneo si fanno rare o
contenute. Le nostalgie si esprimono attraverso le arti e le lettere.
Le frammentazioni prevalgono sulle convergenze. Ormai da molto tempo si
proficua all’orizzonte un pessimismo storico.
Comunque, di ciò sia,
le coscienze mediterranee si allarmano e, ogni tanto, si organizzano.
Le loro esigenze hanno suscitato, nel corso degli ultimi decenni,
numerosi piani e programmi: la Corte di Atene e di Marsiglia, le
Convenzioni di Barcellona e di Genova, il Piano d’Azione per il
Mediterraneo (PAM) e il “Piano Blu” di Sophia-Antipolis che proietta
l’avvenire del Mediterraneo “all’orizzonte del 2025”, le Dichiarazioni
di Napoli, Malta, Tunisi, Spalato, Palma di Majorca, tra le tante.
Simili sforzi, lodevoli e generosi nelle intenzioni, stimolati o
sorretti da commissioni governative o da istituzioni internazionali,
non hanno conseguito che risultati molto limitati.
Questo genere di discorsi in prospettiva sta ormai perdendo ogni credibilità.
Gli Stati che si affacciano sul mare hanno politiche marittime solo rudimentali.
A stento riescono a mettersi d’accordo su rare e particolari prese di posizione che tengono luogo di una politica comune.
Il
Mediterraneo si presenta come uno stato di cose, non riesce a diventare
un progetto. La costa Sud mantiene riserve verso le politiche
mediterranee dopo l’esperienza fatta del colonialismo. Entrambe le rive
sono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che
non su quelle che dispiegano gli economisti.
Tutto è stato detto su
questo “mare primario” diventato uno stretto di mare, sulla sua unità e
sulla divisione, la sua omogeneità e la sua disparità: da molto tempo
sappiamo che non è “né una realtà a se stante” e neppure “una
costante”: l’insieme mediterraneo è composto da molti sottoinsiemi che
sfidano o rifiutano le idee unificatrici.
Concezioni storiche o
politiche si sostituiscono alle concezioni sociali o culturali, senza
arrivare a coincidere o ad armonizzare. Le categorie di civiltà o le
matrici di evoluzione al Nord e al Sud non si lasciano ridurre a
denominatore comune. Gli approcci tentati dalla fascia costiera e
quelli proposti dall’entroterra si escludono o si contrappongono tra di
loro.
Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato
rimane un’abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell’entroterra.
La “patria dei miti” ha sofferto delle mitologie che essa stessa ha
generato o che altri hanno nutrito. Questo spazio ricco di storia è
stato vittima di ogni sorta di storicismo. La tendenza a confondere la
rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua:
l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non si identificano
affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge
un’identità del fare, maldefinita. La retrospettiva continua ad avere
la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane
prigioniero degli stereotipi.
Il Mediterraneo ha affrontato la
modernità in ritardo. Non ha conosciuto su tutto il suo perimetro il
laicismo. Per procedere a un esame critico di questi fatti, bisogna
prima di tutto liberarsi da una zavorra ingombrante. Ciascuna delle
coste conosce le proprie contraddizioni, che non cessano di riflettersi
sul resto del bacino e su altri spazi, talvolta lontani.
La
realizzazione di una convivenza (questo vecchio termine mi sembra più
appropriato di quello di convivialità) in seno ai territori multietnici
o plurinazionali, là dove si incrociano e si mescolano tra loro culture
diverse e religioni differenti, conosce sotto i nostri occhi uno smacco
crudele. È forse un caso che persistano guerre implacabili proprio in
quei punti di incontro come il Libano o la Bosnia Erzegovina? Ma devo
fermarmi qui, non senza una penosa perplessità.
Ho ricevuto da Ivo
Andric, poco tempo dopo l’attribuzione del premio Nobel, uno dei suoi
romanzi tradotti in italiano, con una dedica scritta nella stessa
lingua che riportava una citazione di Leonardo da Vinci: “Da Oriente a
Occidente in ogni punto è divisione”. Quella considerazione mi ha
sorpreso: quando e come il pittore ha potuto fare una osservazione o
una esperienza simile? Non lo so ancora. Ho spesso pensato a quella
breve massima nel corso dei miei peripli mediterranei, mentre scrivevo
il mio “Breviario”. Ho potuto rendermi conto, più tardi, quanto possa
applicarsi al destino dell’ex-Jugoslavia e alla passioni che ne hanno
fatto strazio. Rievoco qui, una volta di più: frontiera tra Oriente e
Occidente, linea di ripartizione tra gli antichi imperi, spazio dello
scisma cristiano, faglie tra cattolicesimo latino e ortodossia
bizantina, luogo di conflitto tra Cristianità ed Islam. Primo paese del
terzo mondo in Europa oppure primo paese europeo nel terzo mondo,
difficile è stabilirlo. Altre fratture si aggiungono: vestigia di
imperi sovranazionali, asburgico e ottomano, porzioni di nuovi Stati
divisi sulla base di accordi internazionali e di programmi nazionali,
eredità di due guerre mondiali e di una guerra fredda, idee di nazione
del XIX secolo e ideologia del XX, direzioni tangenti o trasversali
Est-Ovest e Nord-Sud, vicissitudini delle relazioni tra l’Europa
dell’Est e quella dell’Ovest, divergenze tra i paesi sviluppati e
quelli in via di sviluppo. Tante “divisioni” si confrontano su quella
parte di penisola balcanica “tra Occidente e Oriente”, con una
intensità che in certi momenti fa pensare alle tragedie antiche.
Il Mediterraneo conosce ben altri conflitti, sulla stessa costa o tra la costa e l’entroterra.
Sull’altra
riva, la sabbia del Sahara (parola ch significa “terra povera”) avanza
e invade da un secolo all’altro, chilometro per chilometro, le terre
che lo circondano. In tanti posti non resta che una striscia
coltivabile, tra mare e deserto. E adesso quel territorio diventa
sempre più popolato. I suoi abitanti sono, per la maggior parte,
giovani, mentre quelli della costa Nord sono invecchiati. Le egemonie
mediterranee si sono esercitate a turno, i nuovi Stati succedendo ai
più antichi. Le tensioni che si creano lungo la costa suscitano le
inquietudini del Sud e del Nord. Se l’arretratezza fa nascere
l’indolenza, l’abbandono contribuisce al risultato. Una lacerante
alternativa divide gli spiriti del Maghreb e del Machrek: modernizzare
l’islam o islamizzare la modernità. Queste due prospettive non possono
collimare: una sembra escludere o rinnegare l’altra. Così si aggravano
le relazioni non soltanto tra il mondo arabo e il Mediterraneo, ma
anche in seno alle nazioni arabe, tra i loro progetti unitari e le loro
propensioni particolaristiche. Le chiusure che si stabiliscono in ogni
parte del bacino contraddicono una naturale tendenza
all’interdipendenza. Anche la cultura è troppo frammentata e
contrastante per poter fornire un aiuto qualsiasi. A un dialogo vero si
sostituiscono vaghe trattative: Nord-Sud, Est-Ovest: la bussola sembra
si sia rotta.
Il Mar Nero, nostro vicino, è legato al Mediterraneo e
ad alcuni suoi miti: antico mare di avventure e di enigmi, di Argonauti
alla ricerca del Vello d’Oro, Colchide e Tauride, porti di scalo e modi
di strade che portano lontano.
L’Ucraina resta accanto a quel mare
come una grande pianura continentale, tanto fertile quanto male
sfruttata. La storia non ha permesso che trovasse una vocazione
marittima. La Russia ha dovuto volgersi verso altri mari, al Nord. Nei
nostri giorni sta cercando sbocchi o corridoi sul Ponto Eusino e il
Mare interno. Il Mare Nero è diventato un golfo in un golfo.
Sulle sue rive si profilano spaccature che contrassegnano, all’Est, un mondo detto “ex”.
Chiamato
un tempo “Golfo di Venezia” e fiero di portare quel nome glorioso,
l’Adriatico è ridotto ormai a un braccio di mare. I suoi porti sono
sempre meno prosperi, l’acqua è inquinata, persino i pesci diventano
rari.
Fermiamo il nostro periplo nell’ex-Golfo della Serenissima dove la Storia sembra abbia gettato l’ancora.
A
cosa serve ribadire, con rassegnazione o con esasperazione, le
aggressioni che continua a subire il nostro mare? Nulla tuttavia ci
autorizza a farle passare sotto silenzio: degrado ambientale,
inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, movimenti demografici mal
controllati, corruzione nel senso letterale o in senso figurato,
mancanza di ordine e scarsità di disciplina, localismi, regionalismi, e
quanti altri “ismi” ancora.
Il Mediterraneo non è comunque il solo
responsabile di questo stato di cose. Le sue migliori tradizioni -
quelle che associano l’arte e l’arte di vivere - si sono opposte
invano. Le nozioni di scambio e di solidarietà, di coesione e di
“partenariato” (quest’ultimo neologismo è piuttosto rivelatore), devono
essere sottoposte a un esame critico. La sola paura della immigrazione
proveniente dalla costa Sud non basta per determinare una politica
ragionata.
Il Mediterraneo esiste al di là del nostro immaginario?
Ci si domanda al Sud come al Nord, a Ponente come a Levante. Eppure
esistono modi di essere e maniere di vivere comuni o avvicinabili, a
dispetto delle scissioni e dei conflitti che si provano e subiscono in
questa parte del mondo. Alcuni considerano, all’inizio e alla fine
della storia le zone rivierasche, altri si contentano soltanto di
delinearne le facciate. Talvolta ci sono non soltanto due modi di
approccio diversi, ma anche due sensibilità o due vocabolari diversi.
La frattura che ne deriva è più profonda di quanto non sembra di primo
acchito: porta con se altre fratture, retoriche, stilistiche,
immaginarie, dà luogo ad altre alternative, che si nutrono del mito o
della realtà, della miseria e di una certa fierezza.
Molte
definizioni, in questo contesto, devono essere riconsiderate. Non
esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno ad un
solo Mediterraneo. Sono caratterizzate da tratti per certi versi simili
e per altri differenti, raramente riuniti e mai identici. Le
somiglianze sono dovute alla prossimità di un mare comune e
all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione
vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di
credenze e di costumi talvolta inconciliabili. Né le somiglianze né le
differenze sono assolute o costanti, talvolta sono le prime a
prevalere, talvolta le ultime.
Il resto è mitologia.
Elaborare
una cultura intermediterranea alternativa, mettere in atto un progetto
del genere non pare imminente. Condividere una visione differenziata è
meno ambizioso, senza essere sempre facile da realizzare.
Tanto nei
porti quanto al largo le vecchie funi sommerse, che la poesia si
propone di ritrovare e di riannodare, sono spesso state rotte o
strappate dall’intolleranza o semplicemente dall’ignoranza.
Questo
vasto anfiteatro per molto tempo ha visto sulla scena lo stesso
repertorio, al punto che i gesti degli attori sono noti o prevedibili.
Il suo genio ha però saputo, da una tappa all’altra, riaffermare la
propria creatività, rinnovare la sua fabulazione che non ha eguale al
mondo. Occorre perciò ripensare le nozioni superate di periferia e di
centro, gli antichi rapporti di distanza e di prossimità, il
significato delle separazioni e delle enclavi, le relazioni delle
simmetrie a fronte delle assimetrie.
Non basta più valutare queste
cose unicamente in una scala di proporzioni o sotto un aspetto
dimensionale: possono essere considerate anche in termini di valori.
Certi
concetti della geometria euclidea hanno bisogno di essere ridefiniti.
Le forme di retorica e di narrazione, di politica e di dialettica,
invenzioni dello spirito mediterraneo, sono state adoperate per troppo
tempo e talvolta appaiono logore. Non so se invocazioni di questo tipo
possano essere di aiuto per non lasciarsi dominare dal quel pessimismo
storico che ho evocato all’inizio di questo periplo, e che ricorda, in
certi momenti, l’angoscia segreta dei navigatori del passato che si
dirigevano verso le rive sconosciute.
Potremo fermare o impedire
nuove “divisioni”, in ogni punto, “dall’Oriente all’Occidente”? Sono
questioni che restano senza risposta.
# Questo saggio è un brano del brano del libro “MONDO EX - CONFESSIONI” che sta per uscire nella “collana blu” di Garzanti.
** Predrag Matvejevic, scrittore ex-jugoslavo, di madre croata e di
padre russo, è docente delle letterature slave all’Università di Roma
“La Sapienza”. Garzanti a pubblicato il suo “Breviario Mediterraneo” e
l’”Epistolario dell’Altra Europa”. Un libro su Sarajevo è uscito da
“Motta editore” a Milano e il Consorzio Venezia Nuova a pubblicato “Il
Golfo di Venezia”.
PARLARE DI MEDITERRANEO...
di Christoph Baker
Ma parlare di Mediterraneo richiede una grande onestà. Richiede di
spogliarsi di futili certezze, non una ma mille rimesse in questione,
il dubbio come pane quotidiano. Nel Mediterraneo, ogni cosa ha il suo
contrario, e ogni contrario pure. Il Mediterraneo fa le pernacchie al
dualismo e alle geometrie hegeliane.
Io, con quale diritto posso
parlare del Mediterraneo? Forse solo per via di un ricordo, del primo
ricordo. Quando per la prima volta, a due anni, misi i piedi nelle
acque della “grande bleue”, dalle parti di Finale Ligure. Un ricordo
rimasto intatto lungo tutti questi anni. Solo molto più tardi, la
strega della ragione ha imposto logiche elaborazioni che mi hanno
convinto di piantare (o provarci) le mie povere radici di nomade
globale sulle sponde di questo mare.
Non posso che chiedere
indulgenza ai veri Mediterranei, quelli che sono stati “colpiti di
nascita” (come direbbe George Brassens) dalle parti delle
Saintes-Maries-de-la-Mer, di Cadaqués, Itaca, Alessandria o
Donnalucata... Ho assaporato l’amaro dolce del rifiuto di un amico,
quanto troppo esuberante ho gridato “questo è il paradiso”, quando mi
hanno ricordato la violenza quotidiana di un mondo dove l’odio, persino
l’odio, ha il suo codice tradizionale.
Eppure, non sono riuscito a
ricredermi. Perchè il Mediterraneo non sono solo gli uomini che ci
vivono. Sono rimasto qui e rimarrò (inshallah), per via di certi ulivi
secolari, certi sguardi nobili di capre, qualche crepuscolo sulla
garrigue, un lento sontuoso tramonto sul mare di Livorno, per via di un
vento di ghiaccio che scende lungo il Rodano e che va a sfracellarsi
sugli scogli della Corsica. Non si può parlare del Mediterraneo senza
ricordare la presenza sovrannaturale della natura.
D’altronde,
tutti gli sforzi degli uomini riduttivi, quelli che cercano sicurezza
nelle definizioni, nell’organizzazione, nell’efficienza, nelle leggi
scritte, sono stati tutti sforzi inutili. Il Mediterraneo non sa cosa
farsene di questi paraocchi. È vero: a volte, la luce del Mediterraneo
può accecarti, tuttavia è per farti vedere di più. È vero: a volte, il
rumore del Mediterraneo può renderti sordo, tuttavia è per farti meglio
apprezzare il silenzio.
Il silenzio delle cicale, dell’eterno sciabordio dell’acqua sulla spiaggia, dello sguardo malinconico di un pescatore.
Lo
so, ogni parola scritta rimanda il superbo scrittore al muro
dell’inutilità. Il Mediterraneo non si fa imprigionare dalle parole.
E
allora, è fuorviante cercare intorno a questo mare interiore, bianco,
un qualche motivo di ispirazione? È pura demagogia elencare le tante e
tante civiltà che vi sono nate, cresciute e morte, senza le quali il
mondo degli uomini non sarebbe quello che conosciamo (Internet
incluso...)? È solo turistico sentimentalismo appellarsi al caldo, al
sole, alla sabbia, alla lentezza che pure sono cose così ovvie intorno
a questo mare?
Forse sbagliamo solo nell’applicare a questo luogo, a
questo tipo di tempo, le inadeguate chiavi di lettura di un occidente
moribondo nella sua razionalizzazione di tutto. Forse è solo mancanza
di candida audacia, solo superficiale cinismo, che ci fa chiudere le
persiane della nostra immaginazione, che il sole mediterraneo invece
riempirebbe di tanti fiori inaspettati.
Ecco, parlare di
Mediterraneo richiede innanzitutto di spogliarsi di pregiudizi che
nessuno ci ha mai chiesto di avere. Forse è il privilegio di uno
“straniero” - perlopiù di origine puritana, Mayflower aiutando - di
rendersi conto che quel sole mitico non è solo fonte di guadagno per
alberghieri. Ma che questo sole illumina in tutta la sua nudità, la
complessità di essere noi, umani su questa terra, in balia alle nostre
emozioni, prigionieri di tante povere paure, illusi di potere arrivare
da qualche parte grazie alla forza, eppure sempre alla ricerca della
felicità, della tranquillità, di una armonia fra i nostri sogni e le
nostre scarse realizzazioni.
Allora parlare di Mediterraneo ha un
senso. È un invito a porre semplicemente uno sguardo diverso sulle
cose. Certo, gli stessi problemi rimangono, ma non hanno più lo stesso
potere dirompente sulla nostra vita. Perchè ci rendiamo conto che
domani è un altro giorno, che se il bicchiere è mezzo vuoto, c’è sempre
altro vino vicino, che se aspetti un attimo in più, normalmente
qualcosa accade che cambia, arricchisce, ricolora una determinata
situazione.
Questa è vecchia, ovvia, saggezza mediterranea.
Per
troppo tempo, il Mediterraneo è stato a guardare, mentre frotte di
barbari s’inventavano paradigmi, modelli e sistemi da imporre ai “pigri
e lenti” popoli di questo mare eterno; mentre inculcavano (o
immaginavano di inculcare) regole e regolamenti per fare funzionare
meglio questo mondo caotico e anarchico che non ha mai saputo darsi una
“vera” organizzazione. Sono secoli che il Mediterraneo viene visto
dagli strateghi del potere come una specie di largo canale per flotte
navali, al massimo un insieme di pipeline per portare petrolio e gas da
una sponda all’altra.
Per fortuna esistono i mercanti di tappeti.
Che comprarne uno, se sai di cosa si tratta, è proprio il contrario del
supermercato “hard discount”. Dove il mercante non sarà mai soddisfatto
finché al termine di “estenuanti” trattative, non ti avrà finalmente
inviato in cantina a bere il tè alla menta, e per un momento magico
fattoti sentire parte di un rito atavico, qualcosa che ha a che fare
con Babilonia, Meknés o Seviglia. Poi, ti frega lo stesso, ma che
importa!
Parlare di Mediterraneo è parlare di cose scontate, ma in
un altro modo. Uno dice “la pace è andare d’accordo”. Hanno costruito
gli Stati Uniti su questo mito. Adesso, vogliono fare altrettanto con
l’Unione Europea. Invece nel Mediterraneo, andare d’accordo sarebbe una
noia totale! Questo è un luogo, uno spazio, dove ognuno ha il diritto
alla sua sacrosanta opinione. Non solo: ma pure ad esprimere un’altra
opposta qualche istante dopo... Qui, intorno a questa grande
pozzanghera divina, non è importante raggiungere un traguardo, bensì
godersi il tragitto; non conta arrestare il ladro, bensì inseguirlo;
non vale avverare un sogno, bensì ammettere che era un miraggio.
A
quelli del Nord - i barbari di prima - bisogna spiegare che nel
Mediterraneo, è vero che si vive nelle piazze, è vero che si urla, si
corre, si balla, si canta, si esagera, è vero che tutto sembra una
allegria, una gioia di vivere. Ma è anche vero che raramente il
Mediterraneo ti racconta le sue pene, le sue ferite, il suo disagio.
Qui, giovani la fanno finita senza lasciare un biglietto, senza
chiedere scusa. Qui, la solitudine non è merce di scambio sentimentale,
non è ricatto totale. Questo sole, il sole di sopra, splende ancora di
più crudelmente in questi casi.
Oggi, mentre il mondo va alla deriva
(così dicono miseri analisti che non hanno mai solcato le acque con una
barca a vela), mentre una certa modernità, come i dinosauri, non sa più
dove menare fendenti con la sua coda moribonda, parlare di Mediterraneo
è come riaprire un vecchio discorso lasciato in sospeso. Come quando a
volte, intorno ad un camino sul tardi della sera, uno dice “ma ti
ricordi quella storia...?” In un momento storico che tenta di
intrappolarci nel “tempo reale”, se non addirittura nel “tempo
virtuale”, il Mediterraneo ci invita a tornare al tempo dei nostri
nonni, dove - per esempio - c’è chi sapeva raccontare di viaggi (perchè
allora si viaggiava, mentre oggi ci si sposta solamente), come fossero
fiabe magiche, per fare viaggiare tutti, il tempo di una serata, di un
racconto, di una scintilla di meraviglia negli occhi di un bambino.
Tutto
nel Mediterraneo sa di storia e di storie. È inutile parlare di
modernità a popoli che ne hanno visto almeno cinque versioni in
precedenza! E allora, si potrebbe ipotizzare un discorso mediterraneo
come alternativa al richiamo dominante:
laddove sono fallite le certezze, proporre la curiosità;
laddove sono falliti i sistemi, proporre la creatività;
laddove è fallita la solidarietà, proporre la convivialità;
laddove è fallito il pensiero unico, proporre tante emozioni;
laddove è fallito il tentativo di diventare Dio, proporre di essere semplicemente noi stessi.
Come
tante volte prima, il Mediterraneo degli uomini potrebbe di nuovo
illuminare il buio profondo in cui si trovano e indicare una via alta,
chiara, semplice verso un indomani più tranquillo. Come tante volte
prima, il Mediterraneo di tutti gli esseri, delle piante, dei pesci,
delle rocce, degli insetti e dei ruderi secolari saprà comunque
regalare ad aeternum un po’ di conforto a questi strani esseri infelici
che probabilmente non se lo meritano.
MISSIONE ESPLORATIVA ODC IN CROAZIA E SLAVONIA
Un nuovo senso all’obiezione di coscienza
Siamo quattro obiettori
in servizio presso l’Associazione Papa Giovanni XXIII che hanno
volontariamente richiesto di recarsi in missione esplorativa a Knin
(Croazia) e nella Slavonia Orientale, territori della Ex-Jugoslavia nei
quali ci è oggi possibile intervenire per compiere missioni umanitarie
grazie all’approvazione di un importantissimo decreto-legge che
autorizza gli obiettori che ne facciano richiesta a recarsi nei
suddetti territori.
È il compimento di tanti di lotta per il
riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, che rende onore
agli sforzi delle persone che prima di noi hanno premuto per ottenere
quella che oggi è una scelta molto meno onerosa di un tempo. Il nostro
ringraziamento va in particolare ai 61 obiettori, i cosiddetti “Caschi
Bianchi”, che noncuranti del rischio di provvedimenti legali sono
intervenuti in zone di guerra in disobbedienza civile, contribuendo in
misura non lieve alla approvazione del suddetto decreto legge.
È la
prima volta che un contingente italiano di obiettori si reca in zona di
guerra per una missione di Pace, un intervento non armato sul campo a
riempire quel vuoto che una pace imposta con le armi lascia aperto. È
nostra speranza che altri obiettori possano cogliere il messaggio della
nostra missione per dare senso e forza alla dichiarazione presentata
all’atto dell’obiezione, organizzandosi e partecipando a operazioni
analoghe che mirino ad una risoluzione non violenta dei conflitti, tra
queste popolazioni segnate dalla violenza della guerra.
Il primo contingente di “Caschi Bianchi” autorizzato dalla legge
La
nostra missione ha toccato due tappe fondamentali: l’area di
Knin-Plavno e la Slavonia Orientale; questo ci ha permesso di avere una
visione abbastanza completa della situazione, pur limitata da problemi
oggettivi quali la non-conoscenza della lingua e il periodo di
intervento relativamente breve.
AREA DI KNIN. A Plavno ci siamo
confrontati con i problemi quotidiani delle persone, soprattutto
anziani di nazionalità serba, che ancora hanno il coraggio di vivere in
quella valle nonostante le violazioni dei diritti umani e le minacce
fisiche e verbali di cui sono oggetto quotidianamente. In questa
situazione l’intervento dell’Operazione Colombia (il progetto
dell’Associazione Papa Giovanni XXIII) è particolarmente importante: in
molti casi l’aiuto fornito dai volontari è indispensabile per questi
anziani che non hanno mezzi di trasporto e di comunicazione con la
vicina (eppure lontana) città di Knin. È proprio questo il tipo di
supporto necessario in questa valle, dove sono rimasti ben pochi
anziani (circa 80), rispetto ad una popolazione che prima dell’arrivo
dei croati toccava le 3000 persone. Ma il vero intervento è
l’affrontare con loro i problemi quotidiani, non come osservatori
esterni, non solo portando aiuti umanitari, ma offrendo spontaneamente
il proprio aiuto, in una parola convivendo con loro; ed è proprio
“convivenza” la parola chiave, la filosofia di intervento di tutta
l’Operazione Colomba.
SLAVONIA ORIENTALE. L’intervento a Vukovar è
stato, indipendentemente dalla nostra volontà, piuttosto limitato.
Purtroppo non essendo in possesso di passaporto in quanto Obiettori,
abbiamo dovuto “appoggiarci” ad una scorta delle Nazione Unite: il
passaggio della “frontiera” è infatti tutt’altro che semplice, in
quanto bisogna superare un check-point delle UN. Questo ci ha limitato
notevolmente i movimenti: in questa zona abbiamo potuto solo incontrare
i rappresentanti di UN e UNHCR, incontri comunque tutt’altro che
inutili che ci hanno fornito tutti i dati necessari all’organizzazione
di un prossimo intervento non-armato in quest’opera. Si prevede infatti
che entro breve tempo in questo territorio, che per gli accordi di pace
spetta alla Croazia, ci sarà un ritorno in massa di migliaia di
profughi croati. Il problema sarà l’impedire la fuga dei serbi che
abitano in questa zona, attualmente sotto il controllo dell’ONU, dopo
che i croati avranno ripreso il controllo del territorio. Questo
avverrà entro la fine dell’anno, e purtroppo coinciderà anche con la
scadenza del mandato delle UN, fissata per il 15 gennaio ‘97. Per
questo motivo i responsabili dell’ONU stanno richiedendo l’intervento
di organizzazioni come la nostra, al fine di implementare una “rete” di
intervento umanitaria per evitare che si compia ciò che è successo
nell’area di Knin.
Prospettive
È in discussione attualmente all’interno
dell’Operazione Colomba una prima missione in Slavonia per prendere
contatti con la popolazione e per tentare di creare un progetto
umanitario che sia una risposta concreta ai bisogni della gente,
sperando anche nel supporto seppur limitato che ci potrà fornire l’ONU.
Come Caschi Bianchi ci siamo resi disponibili a ritornare in questi
territorio, perchè crediamo nell’importanza del supporto e nel nuovo
vigore che la presenza di un contingente di obiettori può dare al
volontariato nelle zone colpite dalla guerra.
Un po’ di cifre
La situazione della popolazione in Slavonia non è
del tutto chiara: fonti delle Nazioni Unite dichiarano che nella
Slavonia Orientale sono attualmente presenti circa 80.000 serbi, altre
fonti invece ne dichiarano circa 130.000 (La Stampa, 17 ottobre 1996).
Anche il numero di profughi croati che dovrebbe tornare nella regione è
discordante: per l’ONU sarebbero 60.000, mentre secondo la stampa
italiana toccherebbe le 80.000 unità. A questo problema si aggiunge
quello delle mine: in questo territorio grande più o meno come la
provincia di Rimini è stata calcolata la presenza di ben 8 milioni di
mine (fonte ufficiale dell’ONU), un numero inimmaginabile se si calcola
che in tutta la Bosnia-Erzegovina sono circa 3 milioni.
Conclusioni
Vorremmo lanciare un appello per l’approvazione di
una legge sull’obiezione di coscienza che dia agli ODC una maggiore
libertà di movimento e una più elevata capacità di intervento.
Per
le stesse motivazioni abbiamo aderito ad uno sciopero della fame
proposto da padre Angelo Cavagna dei Beati i Costruttori di Pace.
Infine
vorremmo ribadire l’invito ad altri obiettori di coscienza a valutare
la propria partecipazione a missioni umanitarie nella ex-Jugoslavia,
perchè con il loro intervento diano importanza ad un servizio molto
spesso sottovalutato dalle istituzioni.
Per i Caschi Bianchi
Alessandro Culiani
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