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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.

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Azione nonviolenta - Novembre 1996 PDF Print E-mail
Novembre 1996

AGGIORNARE LA CULTURA DEL M.N.
GIUSEPPE BARBIERO

UNA CAMPAGNA PER LE SCARPE GIUSTE
CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

REEBOK DIFENDE I DIRITTI UMANI ?
DOUG CAHN

FRA IL DIRE E IL FARE CÈ DI MEZZO ...
FRANCESCO GESUALDI

HORTA E BELO LEADERS NONVIOLENTI A TIMOR EST
ALBERTO MELANDRI

INTERVENTO PRECONGRESSUALE
PAOLO PREDIERI

CORSO DI FORMAZIONE PER GLI ODC IN BOSNIA
ANTONINO DRAGO

SCIOPERO DELLA FAME PER LA NUOVA LEGGE
PADRE ANGELO CAVAGNA

NOTIZIE DAL FRONTE ISTITUZIONALE

LAVORARE CON LA TESTA E CON IL CUORE
GIGI EUSEBI

PRENDI L'AUTO E BUTTALA VIA
DANIELE LUGLI

DON PRIMO MAZZOLARI
CLAUDIO CARDELLI

CI HANNO SCRITTO

VERSO IL CONGRESSO
Aggiornare la cultura del Movimento Nonviolento

di Giuseppe Barbiero


“Vivresti come sostieni si dovrebbe vivere?”. La domanda del XVIII Congresso del Movimento Nonviolento (MN) ne cela un’altra, implicita, di questo tenore: “vuoi vivere come si vive oggi?”. La risposta è no, al Sud come al Nord. Al Sud perchè è sufficiente leggere (su Nigrizia o su Azione Nonviolenta) o ascoltare la voce di Alex Zanotelli e non vi sono altre parole. Al Nord perchè abbiamo potenzialmente tutto, ma per uno strano incanto, novelli re Mida, non riusciamo a goderlo.
Siamo alla ricerca di un modo di vivere diverso. Questo è il punto di partenza.
Per questa avventura disponiamo di alcune mappe, ma i sentieri che concretamente percorriamo non sono mai stati battuti prima. Siamo obbligati a condurre esperimenti e inevitabilmente a commettere errori. Ciononostante, alla domanda di Langer e del Congresso credo di poter rispondere: “Si, cerco di vivere come sostengo si dovrebbe vivere”. E, tutto sommato, non mi sembra di vivere male. La ricerca e la sperimentazione si svolgono su due dimensioni: una personale e familiare e l’altra più ampia e collettiva. Il MN è uno di quei luoghi dove la ricerca può essere condivisa sul piano dell’iniziativa politica. Il MN è certamente un movimento esile, ma non è detto che se fosse maggiormente robusto sarebbe ancora adatto al compito che oggi svolge.
Non diamocene pena. Ciò che conta, come ripete sempre Pietro Pinna, è alimentare la fiammella dei nostri ideali, affinché possa illuminare noi stessi e gli altri.
Ho l’impressione che oggi scarseggi l’olio per le nostre lampade. Non tanto dal punto di vista ideale, quanto nell’aggiornamento della nostra proposta culturale. Il MN è nato nel 1964 come espressione della componente più fondamentalista del movimento per la pace italiano, dove si cercava di fondere l’esperienza personale (ad esempio l’orientamento vegetariano) con l’istanza politica (il disarmo) in un “intero” coerente, vissuto al di là delle contingenze più o meno favorevoli alla pace. Questo è stato il MN di Aldo Capitini e del disarmo unilaterale. Per 25 anni il MN, praticamente da solo, ha indicato nel disarmo unilaterale la via più realistica e praticabile per uscire dalla logica dei blocchi di Yalta. I passi di disarmo unilaterale promossi da Gorbaciov hanno chiuso definitivamente la Guerra Fredda e aperto la strada alle rivoluzioni del 1989.
Nonostante che il rischio di una catastrofe nucleare si sia obbiettivamente di un poco allontanato, la guerra rimane una tragica realtà. E la cultura del MN appare oggi arretrata di fronte ai grandi conflitti che generano o che possono generare le guerre cui assistiamo. Ne cito uno a titolo di esempio: l’intreccio tra crescita della popolazione, limiti della produzione agricola, e conservazione dell’ambiente naturale. Lester Brown del World Watch Institute, cifre e dati alla mano, sottolinea costantemente la gravità della situazione.
Abbiamo bisogno di una nuova cultura, di imparare a tradurre la conoscenza scientifica in un quadro coerente di proposte. Possiamo farlo se ci attrezziamo per farlo.
In questa direzione si possono registrare alcuni segnali importanti. Il MN è piccolo ma gode di un grosso credito, per certi versi persino sproporzionato: Azione Nonviolenta ha un numero di abbonati di circa dieci volte superiore al numero degli iscritti al MN; i gruppi locali che sono attivi da anni (Torino, Ivrea, Varese, Verona, Brescia) hanno saputo raccogliere fondi consistenti per l’acquisto e la ristrutturazione delle proprie sedi.
Questo è possibile perchè c’è sempre una grossa aspettativa sul nostro conto. E stiamo sempre più trasformando le nostre sedi in centri di incontro neutrali dove si trova facilitato lo scambio di esperienze differenti. Ora sta a noi investire energie, denaro, intelligenze affinché le Case per la pace che abbiamo costruito e la documentazione che vi abbiamo raccolto dentro non rimangano inerti ma siano il terreno fertile dove fiorisce una nuova cultura che vada ad incidere nel profondo delle scelte di vita collettiva. In pace, con forza e con gioia.

 

DIBATTITO PRECONGRESSUALE

di Paolo Predieri

Il 18° Congresso segnerà l’entrata del Movimento Nonviolento nell’età matura?
Tre anni fa, nel documento politico generale dicevamo di aver “inaugurato una nuova stagione di vita del Movimento”... Ma la nuova stagione è difficile da decifrare: la situazione esterna continua a modificarsi rapidamente, mentre all’interno del MN facciamo fatica a rinnovarci. Gli impegni storici dell’antimilitarismo, delle obiezioni di coscienza ad servizio e alle spese militari, pur mantenendo intatto il loro valore ideale ed etico, richiedono ripensamenti profondi e nuove soluzioni operative. La Campagna OSM, in particolare, dopo tanti anni va portata a una degna conclusione per non trascinarsi a un inutile esaurimento.
Le adesioni al Movimento certo non maturano, restano ancorate a piccoli numeri, le sezioni locali tendono a diminuire e, in quelle che resistono, la partecipazione di persone sembra scarseggiare sempre di più.
Attualmente questo non è solo un problema nostro, ma di molte realtà associative basate sul volontariato, però ci manca una seria riflessione collettiva sulla nostra storia per comprendere quali sono gli aspetti strutturali che ci portano a questo risultato.

Storie da meditare
Siamo stati in alcuni casi all’origine di idee, proposte, progetti e mobilitazioni, punto di riferimento e orientamento per aree di persone superiori alle nostre capacità di coinvolgimento, sia in diverse realtà locali, sia a livello nazionale. Dove noi non siamo cresciuti e, a volte abbiamo esaurito energie, altri sono nati e cresciuti: Partito Radicale, Verdi, Caritas, Legambiente, Assopace, per fare qualche nome fra i più noti, hanno beneficiato dei momenti di aggregazione, degli obiettivi, delle riflessioni, delle persone passate e cresciute magari nelle nostre iniziative, dalle marce antimilitariste ai diversi convegni organizzati spesso insieme al MIR, alle azioni antinucleari, alle lotte per l’obiezione di coscienza e il servizio civile.
In 20 anni, per osservare un dato specifico, circa 500 obiettori sono stati in servizio fra MIR e MN e circa 800 hanno partecipato ai nostri corsi di formazione: di tutti questi solo qualche rarissimo esemplare ha poi continuato a collaborare direttamente nel Movimento Nonviolento, mentre la gestione di queste attività ci ha assorbito molte forze.

Dov’è finita la Costituente nonviolenta?
“Si apre per il MN una prospettiva di impegno direttamente politico che deve svolgersi fuori e dentro le istituzioni”, dicevamo al Congresso di 3 anni fa. L’idea impegnativa e ambiziosa della Costituente Nonviolenta, promossa assieme al MIR, pur producendo incontri interessanti, seminari, agganci con realtà significative (Libera, Comitati Difesa Costituzione, Campagna Kossovo) ha dato l’impressione di disperdersi in svariati rivoli, confondendosi fra altre costituenti, convenzioni, coalizioni e federazioni, nate a volte scomparse in questo stesso periodo.
Continuo a chiedermi se è possibile e giusto che la nonviolenza specifica si affermi attraverso una presenza organizzativa in grado di esercitare un peso politico a tutti gli affetti. Certi episodi e certe storie hanno indicato in modo evidente questa possibilità, in luoghi e periodi precisi. Sono state eccezioni alla regola o sono la prefigurazione di quello che la nonviolenza sta costruendo? Per rispondere dovremmo attivare spazi e strumenti di analisi e verifica che non ci sono estranei ma che difficilmente siamo abituati a utilizzare, presi come siamo dalle emergenze contingenti.
Nonviolenza pragmatica e appetibile
Il crollo delle ideologie e dei partiti “storici”, lo stravincere del Mercato che è il vero potere che domina i governi, lasciano enormi vuoti che attendono nuove proposte e prospettive di aggregazione. Si sente il bisogno di una nonviolenza pragmatica e non ideologica, liberante e non moralistica, in grado di arricchire chi la interpella e di crescere sui contatti che riesce a stabilire: i 40.000 giovani che ogni anno scelgono l’obiezione al servizio militare, le centinaia di gruppi che intervengono contro le criminalità organizzate, i volontari che lavorano per le ONG, i partecipanti alle iniziative dei Beati Costruttori di Pace e, chissà (!?) gli attivisti della Lega Nord che si rifanno alla nonviolenza gandhiana, non hanno bisogno di indottrinamenti scolastici su cosa è e cosa non è nonviolenza ma, sicuramente, sono disponibili a considerare orientamenti concreti per crescere anche in un’ottica nonviolenta. È qui che potrebbe stare la nostra scommessa.

Strumenti consolidati
In qualche aspetto c’è stata maturazione! Per esempio, l’acquisizione di sedi intese come mattoni, tegole e spazi agibili per noi e per altri: Verona, Brescia e Torino sono realtà dove le case del MN si consolidano e addirittura si migliorano e si ampliano. Poi, la produzione di strumenti significativi per la diffusione della nonviolenza e delle nostre attività, primo fra tutti la rivista Azione Nonviolenta, che esce puntualmente con una tiratura e una diffusione uniche rispetto ad altre riviste dell’area. Ma non c’è solo AN, ci sono anche altri materiali come il “manuale” OdC su dischetto prodotto dalla sede di Verona che ha ottenuto un notevole successo e, fra gli altri a noi vicinissimi, le agende “Giorni nonviolenti” (Qualevita) e “Pace Nonviolenta” (MIR Roma) che da alcuni anni trovano ampia diffusione. Sappiamo dunque realizzare materiali validi che vengono diffusi e utilizzati ben oltre il nostro stretto giro.
Le “Case della Nonviolenza” e i materiali prodotti ci possono mettere in diretto contatto con altri gruppi e persone: potremmo impegnarci ad andare oltre giocando meglio le carte che abbiamo della formazione/autoformazione.

Formazione e autoformazione
Negli ultimi due Congressi abbiamo parlato di formazione permanente e, anche in questo si prevedono tematiche simili. Ma non è sufficiente un dibattito ogni due o tre anni e qualche buona iniziativa sporadica. Occorre investire in questo settore come spazio di crescita in tutti i sensi, per affrontare in modo serio e puntuale le nuove e importanti sollecitazioni che ci possono essere proposte, ad es.: i nuovi equilibri militari, la mafia e le criminalità organizzate, l’immigrazione, il federalismo, l’affermazione delle identità nazionali ed etniche, ecc. Come detto in altre occasioni, basterebbe istituire una commissione che programmi con continuità e metodo gli approfondimenti di interesse generale, da un punto di vista nonviolento. In pratica, si tratterebbe di organizzare seminari, tenuti da persone dell’area nonviolenta e non, esperte sul problema richiesto, utilizzando le nostre sedi e strutture. Dall’approfondimento con persone competenti e confronto con le esperienze locali, si potrebbe arrivare a nuovi impegni per il MN.
In questo senso mi sembrerebbe produttivo individuare alcuni campi di ricerca su aspetti che coinvolgano la quotidianità ordinaria e che, quindi, ci mettano in grado di dialogare con chiunque portando un nostro specifico valido ed originale. Il campo è vasto, ma possiamo trovare da subito filoni di lavoro che ci vedono già impegnati come movimento o come singoli iscritti. Ne ricordo tre fra quelli che conosco:
- Consumo etico: dal boicottaggio della Nestlè, collegato ad altre campagne di boicottaggio e alle ricerche del Centro di Vecchiano, stiamo per arrivare a un’iniziativa unica che verrebbe finalmente a rispondere a un’esigenza spesso avanzata da molti;
- Zone economiche locali: scambi, baratti, banche del tempo, riciclo e riuso. Nel momento in cui l’economia di mercato trionfa, trovare il modo di sfuggirle dove e quanto più si può! Qui la nostra cultura unita a esperienze già esistenti, può concretizzare proposte interessanti;
- Libertà di scelte terapeutiche: qualcuno ricorderà un convegno sulla “Medicina nonviolenta” a Verona nel ‘77, gli stessi Gandhi e Capitini hanno costantemente ricercato una salute in armonia con la prospettiva nonviolenta. Il problema è sentito di fronte agli scandali della malasanità e all’esigenza di una vita più sana e naturale. Esistono iniziative per il pieno riconoscimento delle medicine alternative e per la libertà da imposizioni come le vaccinazioni obbligatorie, che vedono già impegnati alcuni di noi.

Ci troviamo a vivere in un contesto complesso, ci confrontiamo con condizioni difficili, ma possiamo contare su qualche persona e su qualche strumento valido: a tutti noi riuniti nel Movimento Nonviolento, la scelta sul da farsi. Il mio augurio è che la scelta sia la migliore possibile!

 

BUTTA VIA L’AUTO ...

di Daniele Lugli

In Francia negli ultimi due anni lo Stato ha regalato un milione e mezzo a chi ha cambiato la propria auto, vecchia di almeno otto anni. Se ne è parlato anche in Italia: auto più sicure, meno inquinanti, un contributo all’occupazione (e magari all’accoglimento delle giustificate richieste dei metalmeccanici) ne sarebbero i benefici risultati. I problemi dell’occupazione e quelli collegati alla motorizzazione di massa sono certo pressanti ed ingenti. Ogni contributo che li affronti positivamente è dunque benvenuto. Non lo è l’incentivo (in questo caso con una palese sovvenzione pubblica, aggiunta alle numerose occulte) ad ulteriore consumi nel campo della motorizzazione privata.

Nei paesi ricchi, tra i quali è il nostro, la diffusione al di là di ogni logica dell’automobile ha prodotto guasti tali da non essere spesso più neppure rilevati, accettati come un fatto naturale, un’inevitabile conseguenza del progresso. Sembra imporsi, dal Nord al Sud del mondo un unico modello di vita, di consumo, di assetto sociale e territoriale, di pensiero. Di questo modello, che resta tuttavia irraggiungibile per la più gran parte dell’umanità, l’umanità è simbolo ed elemento rilevantissimo. Un recente, documento e stimolante libro di Guido Viale, Tutti in taxi - Ed. Feltrinelli, tratta con competenza questi temi.

“Prendiamo un tipico prodotto industriale, come l’automobile - diceva introducendo il Convegno sul commercio equo e solidale, qualche mese fa a Bologna, Marco Revelli - vediamo che fino ai tardi anni ‘60 era possibile ricostruire la sua topografia produttiva con la semplice mappa di uno stabilimento. Quindi per una 127 prendevamo la mappa di Mirafiori e potevamo localizzare tutti i luoghi della produzione. Per lo stesso prodotto negli anni ‘70 avremmo avuto bisogno di una carta geografica della regione Piemonte, perchè le lavorazioni erano state decentrate oltre i confini della fabbrica. Oggi, se vogliamo ricostruire la mappa della produzione di una Punto, dobbiamo metterci davanti a un planisfero: alcune produzioni sono eseguite a Torino, altre a Taiwan, altre ancora in Corea, in Polonia, in Brasile, nell’ex Unione Sovietica... Tuttavia la globalizzazione della disponibilità di forza di lavoro non significa che tutti questi produttori possano essere trasformati in consumatori... Buona parte dell’umanità viene considerata produttore potenziale (la World Bank parla di un esercito del lavoro di due miliardi e mezzo di persone), ma solo poche centinaia di milioni possono essere considerati consumatori potenziali... con un reddito capace di acquistare quelle merci che altri sono chiamati solo a produrre”. Così una motorizzazione, che con il solo “effetto serra” ha già superato i livelli di guardia, è in fondo una questione che riguarda il 9% scarso della popolazione mondiale: il 91% continua ad andare a piedi.

Questo impatto planetario non ci meraviglia se pensiamo che gli autoveicoli ora esistenti, messi in fila l’uno dietro l’altro, farebbero quasi 90 volte il giro della terra all’Equatore. Si pensi a quali vertiginosi risultati si arriverebbe se la motorizzazione si estendesse con le medie dei paesi ricchi a tutto il mondo. Si avverte l’insostenibilità, addirittura fisica, di una tale prospettiva. È una prospettiva che appare comunque esclusa anche da ragioni economiche. È stato calcolato che un cinese o un indiano, di reddito medio, dovrebbe accantonare tutto quello che guadagna (omettendo di mangiare, vestirsi, scaldarsi, ecc.) per vent’anni per potersi permettere un’utilitaria a prezzi occidentali, un abitante dello Zaire o del Bangladesh per trenta anni, un vietnamita o un tanzaniano per sessanta. E la motorizzazione privata dei gruppi privilegiati, che tuttavia procede anche in questi paesi, intacca direttamente i livelli di sussistenza della stragrande maggioranza della popolazione. Così, ricorda Viale nel libro citato, “si sta cercando di liberare le strade di Pechino dagli sciami di biciclette che la percorrono a tutte le ore del giorno per lasciare un po’ di spazio ai poveri automobilisti, che hanno costruito fortune miliardarie sulla pelle di lavoratori e disoccupati, ciclisti e appiedati”.

Anche in questo campo si deve quindi prendere atto dell’esistenza di limiti che per molto tempo si è creduto di poter ignorare: limiti delle risorse, limiti della ricettività dell’ambiente, limiti delle possibilità di trovare sempre e comunque sbocco alle merci prodotte. E allora, perchè non si inceppi il meccanismo di produzione e consumo, occorre che, se nuovi consumatori non sono pronti, consumino di più i soliti. Ecco che sono benvenute tutte le iniziative, meglio se ammantate da ragioni sociali, che provocano e sostengono lo spreco ed il consumo opulento nelle aree più ricche. Ecco il governo francese può congratularsi per il sostegno offerto al mercato interno, che quest’anno assorbirà la vendita di oltre due milioni di nuove macchine, distanziando di oltre il 20% quello italiano, con il rammarico tuttavia del raddoppio delle vendite Fiat ai cittadini francesi, grazie alla svalutazione della lira. Bisognerà escogitare qualcos’altro ancora.

Il prodotto di questa logica è sotto i nostri occhi, se solo li teniamo aperti e non distogliamo lo sguardo. L’automobile, come ricorda Viale nella conclusione del suo libro, “è uno degli elementi più appariscenti dello squilibrio tra Nord e Sud del mondo; un vettore di esportazione in quest’ultimo degli aspetti più deteriori dei modelli di vita, di consumo e di assetto del territorio sviluppatisi nel primo: l’automobile è l’oggetto di consumo più appariscente (e desiderato) dello stile di vita dei paesi sviluppati; ma anche uno dei principali fattori di corruzione delle élite dei paesi in via di sviluppo e di degrado del loro territorio”. La riflessione su questo particolare consumo è perciò particolarmente rilevante, per comprendere i processi che costituiscono, consolidano, ampliano la frattura tra le cittadelle dei privilegiati e le masse degli esclusi. Torneremo pertanto ad occuparci di questo argomento, complesso e non liquidabile con slogan. Una cosa è però chiara fin d’ora: nessun dialogo è possibile nessuna collaborazione ipotizzabile tra chi sta nelle cittadelle dei consumi e chi ne è escluso se non vi è la disponibilità a rimettere in discussione anche i propri stili di vita e le proprie scelte.
Non è solo un’esigenza etica, che già non sarebbe poco, quella che ci impone perciò di riflettere sul fatto che il cittadino di un paese ricco e motorizzato consuma merce, energia, materie prime, aria, acqua, spazio quanto ne occorrerebbe per sostentare la popolazione di un villaggio di un paese povero.

INTERROGAZIONI A RISPOSTA IN COMMISSIONE

VALPIANA, NARDINI e PISTONE - Al Ministro delle Finanze - Per sapere - premesso che:

già dalle precedenti legislature sono state presentate proposte di legge per disciplinare la possibilità, da parte dei cittadini che non intendono concorrere per motivi di coscienza al bilancio della difesa di scegliere una diversa opzione per la quota fiscale dovuta;
da quindici anni esiste in Italia una Campagna nazionale di obiezione alle spese militari;
fin dall’inizio della loro disubbidienza civile, gli obiettori, che chiedono la possibilità di finanziare una difesa popolare nonviolenta attraverso l’opzione fiscale, hanno chiesto di uscire dall’illegalità della loro posizione inviando anno dopo anno al Presidente della Repubblica i soldi che la coscienza imponeva loro di sottrarre alle spese militari;
dal 1982 al 1993 la cifra inviata al Presidente della Repubblica dalla Campagna nazionale è sempre stata respinta al mittente;
nel 1994, il Presidente della Repubblica Scalfaro ha consigliato agli obiettori di indirizzare i loro soldi al Ministero delle Finanze;
il 9 gennaio 1995 la cifra obbiettata di £ 171.278.321, è stata inviata al Ministro delle Finanze;
successivamente si è sollecitato con due lettere una risposta da parte del medesimo ministero;
non ottenendo alcuna risposta si è provveduto ad effettuare una ricerca presso gli uffici del Ministero delle Finanze al fine di riuscire finalmente ad avere notizie certe della pratica;
è emerso che il fascicolo, dopo essere passato attraverso la Direzione personale e organizzazione, è approdato al Gabinetto del Ministro;
il dottor Pacifico ha indirizzato al Dipartimento delle entrate, cui la pratica era stata inviata per competenza;
presso tale dipartimento, tramite colloqui con il dottor Monaco della Segreteria del direttore dottor Rocfaz, si è saputo che la pratica è stata affidata alla Direzione centrale accertamento e programmazione dove risulterebbe tuttora trovarsi;
ormai da più di un anno quindi il Ministero delle Finanze trattiene presso di sé un assegno il cui importo è il risultato dell’obiezione alle spese militari del 1994;
se da questo comportamento i promotori della campagna debbano desumere un’accettazione dell’assegno da parte del Ministro delle Finanze;
dove si trovi attualmente l’assegno in questione e, se riscosso, a quale titolo la cifra sia stata iscritta nel bilancio del ministero e cosa si intenda farne;
se intenda incontrare una delegazione della Campagna di obiezione alle spese militari, per valutare che tipo di posizioni sia possibile assumere per il futuro.
(5-00169)

In ricordo di una compagna di viaggio: Marilena Cardone

Ci sono momenti nella vita in cui vorremmo saper scrivere canzoni o poesie per fare memoria, vorremmo saper mettere insieme metafore e ritmi che lascino un segno, ma non sappiamo che pregare. Ci sono momenti in cui vorremmo raggiungere chi non c’è più, come il fumo dei rituali sciamanici raggiunge il cielo.
Ci sono momenti in cui la nostra intelligenza emotiva suggerisce immagini e sensazioni che vorremmo poter condividere con altri che, come noi, l’hanno conosciuta, ma non sappiamo che pregare.
Con Marilena abbiamo cominciato ad esplorare le strade dell’educazione alla pace a S. Gimignano, durante i campi di Coordinamento insegnanti per la nonviolenza. Con lei abbiamo ricordato gli odori della nostra infanzia rimparando a giocare, a costruire giocattoli, a inventare fiabe sotto le stelle...e scoprendoci felici di essere ancora un po’ bambini. Con lei abbiamo viaggiato attraverso “l’isola che c’è” conquistando capacità e fiducia nel creare un mondo migliore. Con lei abbiamo cantato e ballato alla “fiera delle meraviglie” in quello splendido paese della Toscana.
Poi abbiamo seguito a distanza il suo cammino attraverso le pubblicazioni e la sua malattia e l’abbiamo anche invitata a stare ancora con noi in un percorso per genitori. Quella è l’ultima immagine che ci rimane di lei. Tre giorni nella masseria S. Anna, ai margini della Valle d’Itria.
Con i suoi abiti indiani ed il foulard alla zingara, che sostituiva i bei capelli portati via dalla terapia, ci ha accompagnati con leggerezza e discrezione tra le difficoltà di essere genitori di pace.
Ci restano ancora le bambole di lana, i teatrini, le marionette che abbiamo costruito con i nostri figli in quel week-end assolato tra i trulli come tracce del suo passaggio caldo ed accogliente.
Ci ha ringraziato del calore e dell’energia che portava via, dopo quell’incontro. Ha ringraziato noi, lei che si era sobbarcata di un viaggio così lungo, da Torino a Bari, per rispondere al nostro bisogno, lei che aveva dimenticato se stessa, seguendoci nella scoperta del nostro stile educativo.
Si è spenta come il rumore nel gioco della pioggia che ci ha insegnato.
Vorremmo essere poeti, cantautori, scrittori per farla ricordare, ma possiamo solo pregare con le parole del salmista:

“Il giusto sarà sempre ricordato
non temerà annuncio di sventura,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
Sicuro è il suo cuore, non teme
finché trionferà dei suoi nemici”.

Marilena era un giusto che ha trionfato sul suo nemico.

Franca, Gegè, Gianpaolo, Giovanni, Margaret, Rosalina, Rossella
del Gruppo Educhiamoci alla Pace (G.E.P.) di Bari

 

PROPOSTA DI UN CORSO NAZIONALE DI FORMAZIONE

PER GLI OBIETTORI CHE VOGLIONO ANDARE IN BOSNIA (D.L. 346/96)

di Antonino Drago*

Con la Legge 346/96 si è aperta la possibilità legale per gli obiettori in servizio civile di essere inviati in missione all’estero nelle tensioni internazionali.
Questa possibilità è di grande interesse per la Campagna OSM che è finalizzata ad ottenere una “prima istituzione di DPN”, che potrebbe essere appunto questa, pur di poterla finanziare attraverso le dichiarazioni dei redditi e pur di effettuarla in modo coordinato, sotto la responsabilità di un Ministero; secondo ad esempio quanto è contemplato dalla Legge 180/92 sulle missioni civili di pace all’estero (una legge poco attuata e male, benché ben concepita).
Da anni ci sono state iniziative per approssimare questo obiettivo: lotta per l’approvazione della riforma della 772/72 la quale prevede l’invio di odc all’estero e la sperimentazione della DPN, presentazione di progetti di legge su opzione fiscale e su diplomazia popolare, Volontari nel Medio Oriente durante la guerra del Golfo, Ambasciata di Pace a Pristina, Scuole di Formatori per odc, pubblicazione di testi preparatori, collegamento tra ricercatori DPN, ecc. Per questo motivo oggi la preparazione di progetti di invio di odc in Bosnia trova l’interesse di molti enti e in particolare dei ricercatori DPN, collegati attorno al Progetto Nazionale di Ricerca sulla DPN, istituito dall’IPRI (Istituto Italiano di Ricerche per la Pace) e finanziato dalla Campagna OSM.
Fatta salva la autonomia degli Enti di SC che vorranno dare questa possibilità ad odc in SC presso di loro e ferma restando la autonomia di intervento del medesimo Ente, resta il problema di utilizzare questo primo riconoscimento istituzionale per un salto di qualità del movimento più ampio e per iniziare una collaborazione che d’altronde si rende necessaria in quanto oggi i compiti possono essere molto più pesanti (chi saprebbe far fronte ad una richiesta di numerosi odc? Come fa un Ente di SC nazionale a prendere rapporti internazionali senza associarsi ad una ONG? Come collegarsi sul campo di intervento con le ONG e gli organismi di base e istituzionali che operano sullo stesso terreno?).
Senza voler prefigurare grandi passi comuni, un obiettivo comune sembra cruciale, sia per l’importanza che ha verso gli odc che vogliono andare in Bosnia, sia per gli Enti che intervengono, sia per gli altri Enti e organismi interessati in vario modo all’operazione: il Corso nazionale di formazione degli odc.
Questo Corso ovviamente dovrà soddisfare le esigenze operative dell’Ente di SC presso cui l’odc opera. Ma non può restringersi a quelle, perchè il tipo di intervento non è ordinario. È straordinario sia perchè è la prima volta che si apre questa strada istituzionale e l’opinione pubblica andrà a fare i conti a questa nuova iniziativa; ma è straordinario perchè si tratta di agire in zona di tensione internazionale con un minimo di competenze; si deve andare oltre l’assistenzialismo, affinché gli odc possano esprimere la loro novità in tema di difesa e pace; quindi debbono saper dar prova che il loro intervento non è quello delle crocerossine, né quello di generiche persone di buona volontà, né quello di religiosi. Quindi la formazione degli odc dovrà riguardare il monitoraggio dei diritti umani, la capacità di saperne denunziare la violazione facendone rapporti adeguati, la educazione della popolazione alla ripresa del suo potere, la partecipazione ai processi di mediazione e interposizione per risolvere i conflitti tra comunità diverse, ecc. (v. alleg. Fischer). Su questi quesiti la formazione degli odc è simile a quella che viene impartita nei migliori corsi di peacekeeping (v. alleg. sul Corso IPT Schlaining). Il che rende questo Corso ancor più importante; crea un precedente anche per la tematica più ampia del peacekeeping che per ora in Italia è stato incanalato nella direzione del solo peacekeeping da militari. Come si vede, è nella logica dei fatti stessi che le iniziative per gli odc in Bosnia hanno molte implicazioni.
In concreto, si può proporre un Corso di formazione che sia all’altezza delle aspettative della opinione pubblica per una novità cruciale sul tema della pace.
Questo Corso chiaramente dovrebbe esprimere la collaborazione la più ampia possibile (nei limiti delle possibilità di una intesa strategica e delle possibilità di una efficacia operativa). Esso dovrebbe risultare da un accordo tra gli Enti che inviano odc in Bosnia e che propongono perciò una formazione comune (più una specifica per l’iniziativa del singolo Ente). Finora si sa di iniziative in Jugoslavia di AGESCI, Caritas italiana, Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini.
A questo accordo potrebbe aggiungersi un accordo tra ONG riconosciute dal Ministero AAEE, al fine di accedere, per loro tramite, ai fondi della 180/92, una legge da far rifinanziare dallo Stato ed eventualmente dagli obiettori fiscali; le ONG inoltre possono ricevere per legge versamenti fino al 2% dell’imponibile del contribuente. Esse li potrebbero girare agli Enti che inviano odc in Bosnia creando un ulteriore accordo di collaborazione. Finora CEFA Bologna, Com. Prom. Sviluppo C. Mare, Mani Tese Milano, Overseas Modena si sono dichiarate interessate.
Sarebbero gli Enti di SC che decidono il tipo di Corso da far seguire agli odc e che se ne prendono il carico per quanto riguarda la organizzazione generale e il sostegno logistico degli odc.
Invece per la parte scientifica e didattica del Corso ci può essere la collaborazione del Centro Diritti Umani e dei Popoli , Univ. di Padova, Centro Educazione alla Pace dell’Univ. di Napoli, CIRUP Università di Bologna, Progetto di Ricerca Interuniversitario Min. Univ. e Ric. Sci. 40% su “Educazione alla Pace”.
In particolare il gruppo di studiosi universitari di quest’ultimo Progetto ha come uno dei suoi due temi specifici la ricerca sulla formazione degli odc; quindi è istituzionalmente finalizzato a valorizzare esperienze di formazione degli odc. In questo senso esso può non solo provvedere a validi docenti del corso, ma anche, grazie ai finanziamenti già ottenuti dal Ministero P.I., assumersi l’impegno finanziario dell’invito di relatori italiani e stranieri.
La sede del corso potrebbe essere l’Università di Bologna (sede del CIRUP e di un gruppo del Gruppo MURST 40%) o di Napoli (sede di altro gruppo locale dello stesso tipo) o di Padova (sede del Centro Diritti Umani e dei Popoli).
Relatori stranieri possono essere: Johan Galtung (Univ. Hawaii, massimo esperto di ricerche per la pace), T. Ebert (Freie Univ. Berlino, autore di un progetto nazionale tedesco di Servizio Civile di Pace, anche per odc), K. Kupfmueller (Univ. Graz, formatore degli odc del Servizio Civile di Pace in Jugoslavia in questi ultimi quattro anni, servizio aperto anche alle donne), Arno Truger (Direttore IPT program di formazione di peacekeeping a Schlaining, Austria, la prima scuola ONU di questo tipo), Christine Schweitzer (Lega per la DPN tedesca, leader dell’intervento internazionale di pace in Jugoslavia).
Relatori italiani possono essere: L. Corradini, Univ, Roma; A. Drago, Univ. Napoli; A. L’Abate, Univ. Firenze; G. Martirani, Univ. Napoli; E. Butturini, Univ. Verona; A. Palmonari, Univ. Bologna; A. Papisca, Univ. Padova; G. Pontara, Univ. Stoccolma; G. Salio, Univ. Torino; d. V. Savoldi, Univ. Alfonsianum Roma; G. Scotto Freie Univ. Berlino; R. Venditti, Univ. Torino; E. Zerbino, Univ. Catt. Roma.
Personalità istituzionali che potrebbero inaugurare la Scuola sono: F.P. Casavola (ex-Pres. Corte Cost.), on. F. Chiavacci (PDS, Comm. Difesa), Ettore Gallo (ex-Pres. Corte Cost.), prof. L. Guerzoni (sottosegr. Min. P.I.), Sen E. Ronchi (Ministro per l’Ambiente), Sen. G. Russo Spena (PRC, Comm. Esteri), on T. Valpiana (PRC, Affari Soc.).

* Per l’IPRI e Segr. Prog. Ric. DPN

 

“LAVORARE CON LA TESTA E CON IL CUORE”
- LA KHOCHALITA - BOLIVIA

di Gigi Eusebi

“Khochala” è una parola della lingua indigena quechua - la più diffusa sugli altipiani andini dell’America del Sud - che identifica gli abitanti di Cochabamba, una delle tre principali città della Bolivia (le altre sono la capitale politica, La Paz e la capitale economica, Santa Cruz de la Sierra), dove “passa” quasi tutto il paese che “conta”: dalle strade transitabili agli affari, dal turismo al commercio, anche quello equo e solidale.
La Khochalita, l’associazione civile senza fini di lucro di cui ci occupiamo in questo servizio, è un nome tipicamente “cochabambino”, che significa il popolo della pianura pantanosa, dalle parole quechua “khocha” e “pampa”. È nata nel ‘78, come tentativo di risposta organizzata al problema drammatico della povertà, in un contesto dove miseria, disperazione, fame, paura, sfiducia, corruzione, ingiustizia, ignoranza sono costanti della vita quotidiana. la Khochalita si è proposta l’obiettivo di attenuare queste difficoltà attraverso il consolidamento di un’attività produttiva multi-settoriale e la formazione dei suoi membri, fattori che contribuiscono a creare delle alternative economiche concrete, utili anche ad uscire dal circolo vizioso legato alla coltivazione e trasformazione della coca. La Khochalita non è l’unica esperienza di base presente nella regione, ma è certamente la più strutturata. Conta con più di 800 famiglie, organizzate in 32 centri di produzione: 28 nel settore dei tessuti di lana e alpaca (e, più recentemente, nel confezionamento di jeans, come sarà presto visibile nelle Botteghe del Mondo, dove faranno capolino i jeans a “marchio” CTM...), gli altri 4 nella produzione/trasformazione della banana essiccata e della canna da zucchero, del vetro e della carta riciclata. Il coordinamento è effettuato da un comitato composto da sette membri, eletti democraticamente dai soci, i quali sono rappresentati anche nel Consiglio dei vari centri di produzione. Il lavoro è svolto prevalentemente in casa, con la supervisione di tecnici specializzati. L’ufficio centrale di Cochabamba ha la delega operativa del coordinamento, per amministrare al meglio l’attività: organizza e ripartisce gli ordini a seconda delle richieste e della specializzazione, cura il controllo di qualità e la spedizione all’estero, fornisce la materia prima necessaria per la produzione mediante acquisti comunitari che riducono i costi, stabilisce la data per la consegna del prodotto finito (con qualche polemica interna, alimentata - va detto - dalla concorrenza: c’è chi sostiene che in caso di ritardo si “scontino” dai pagamenti degli artigiani uno o più boliviano per ogni giorno di ritardo).
“Hay que trabajar con la cabeza y el corazòn”, dice “Don” Demetrio Zurita, il gerente e animatore principale, un simpatico cochambino di mezza età, che nella Khochalita ha investito un “corazòn” grande come quello del buon papà e una “cabeza” degna di un manager smaliziato, attento alla cura di tutti i dettagli, dalle transazioni economiche alle pubbliche relazioni con gli operatori commerciali, soprattutto con noi “gringos” equi e solidali. “Very professional”, non c’è che dire!

Servizi sociali ad “alta velocità”
Dove la Khochalita dimostra maggiormente la sua vocazione solidale è nel settore dei servizi a favore dei soci. Il principale è l’assistenza sanitaria, nel consultorio situato nell’ufficio centrale dove si alternano 14 specialisti di differenti aree, per curare a costi poco più che simbolici gli artigiani e le loro famiglie (circa un dollaro e mezzo, detratto dal pagamento dei prodotti). Viene curata anche la prevenzione, formando le persone - soprattutto donne - alla conoscenza delle principali malattie e all’educazione sessuale, di coppia, alla cura dei bambini, alla vaccinazione, con l’ausilio di opuscoli, video popolari, audiovisivi. La cura dei denti è affidata a dentisti che trattano i pazienti con interventi pubblicizzati con slogan che è tutto un programma, ad “alta velocidad” (e chi scrive ne è testimone diretto, perchè in una seduta resasi necessaria per un dolore diventato insostenibile, ho dovuto fuggire, perchè la scrupolosa dentista voleva estrarmi immediatamente un canino ad “alta velocidad”...). Gli altri servizi offerti ai soci, sono assistenza giuridica gratuita, convenzioni con fornitori e negozi di Cochabamba per ottenere sconti per gli acquisti dei prodotti di base (cibo, vestiti, materiale per la scuola), accordi con le banche per praticare credito agevolato a favore dei produttori, corsi di formazione alla commercializzazione, ricerca di canali per aprire nuovi mercati di vendita, assistenza tecnica e capacitazione per migliorare la qualità dei prodotti ed il controllo finale, appoggio ai contadini, mediante consulenze, fornitura di macchinari e consegna di piante da frutta.
L’80% degli artigiani sono donne, spesso vedove o comunque abbandonate, sempre con molti figli a carico. Gli artigiani sono ben pagati, almeno quando il lavoro e gli ordini sono costanti, arrivando a guadagnare mediamente 160 dollari mensili, contro i 60 del salario minimo boliviano. “Don” Demetrio tiene a sottolineare che si riconosce regolarmente ai produttori anche “l’aguinaldo”, una specie di tredicesima che irrobustisce il Natale cochabambino. Il fatturato della Khochalita nell’ultimo anno ha superato i 200.000 dollari, quasi totalmente derivanti dagli acquisti delle centrali europee del commercio equo, anche perchè sul mercato interno l’artigianato ed a volte addirittura gli alimenti tipici della cultura locale sono poco valorizzati (la quinua, ad esempio, il cereale che da anni arricchisce gli scaffali delle Botteghe, è definito sul posto “il mangime dei poveri”).

“MIneros recuperados”
Per comprendere l’importanza sociale di queste opportunità lavorative e dei servizi offerti dalla Khochalita è necessario conoscere meglio la Bolivia, un paese povero, storicamente uno dei più “sfigati” dell’America Latina: le guerre pre e post-coloniali - regolarmente perse - le hanno tolto porzioni significative di territorio e, quel che è peggio, lo sbocco sul mare, penalizzando un’economia già emarginata da un territorio molto impegnativo, con passi andini a 5.000 metri e strade mozzafiato, spesso intransitabili, pericolosissime, prive di ogni protezione, con strapiombi di migliaia di metri dove quotidianamente avvengono incidenti. Gli scandali, i successivi golpe militari (quasi cento nell’ultimo secolo), l’inflazione, prima a sette zeri ed oggi debellata a prezzo di un’altissima recessione sociale, come impongono le ricette neo-liberiste del FMI, rendono la Bolivia un paese “sin vez”, senza opportunità. Le possibilità di ottenere un’occupazione stabile sono scarse e più di metà della popolazione vive della cosiddetta economia informale, fatta di precarietà, spesso di piccoli commerci ambulanti. Anche per queste ragioni la produzione ed il traffico della coca ha trovato “terreno” fertile, soprattutto nella regione del Chapare, non distante dalle zone dove vivono i soci della Khochalita, in quanto costituisce una risposta immediata ad una domanda di lavoro, di vita dignitosa che non riesce ad essere soddisfatta da attività meno rischiose.
La vita sugli altipiani è durissima: ci vivono i “kolla”, i contadini e gli indigeni, che faticano sempre più a resistere e tendono ad emigrare verso le periferie delle città principali, nelle quali non trovano lavoro né tantomeno ad emigrare verso le periferie delle città principali, nelle quali non trovano lavoro né tantomeno un ambiente, una cultura disponibile all’integrazione (in particolare nella regione di Santa Cruz si verifica il maggiore shock culturale, per la predominanza dei “cambia”, gli abitanti dell’oriente boliviano, molto nazionalisti, una sorta di “leghisti” andini). Nelle zone minerarie, come a Kami - un altro progetto vicino al commercio equo - la situazione, se possibile, è ancora più difficile: la vita media degli uomini è di 35 anni, falcidiata da silicosi, tubercolosi, da un quotidiano fatto di freddo polare, fame, camminate di settimane scendendo e scalando montagne, magari per consegnare una “chompa” (maglione), correndo il rischio di essere colpiti dai fulmini, micidiali sui sentieri di cresta.
“Per me questa gente appartiene al genere umano, come noi, ma non è uguale agli altri uomini - confessa Serafino, un missionario... Kamikaze. La capacità di sopportazione fisica e psicologica dei kolla, il modo di vivere sempre uguale da mille anni li rende “animali” di un’altra categoria, irraggiungibile per i comuni mortali”.
Per le donne e gli uomini della regione di Cochabamba, vedove le une e spesso ammalati o prostrati gli altri, l’opportunità offerta da strutture coma la Khochalita è preziosissima, in quanto consente loro di costruire delle basi economiche ed anche psicologiche dignitose, come nel caso dei “minatori recuperatori”, adulti distrutti dal lavoro in miniera che riescono a riciclarsi come artigiani, utilizzando al meglio le poche energie fisiche rimaste. È anche questo il caso di “Supercristal”, l’impresa familiare di produzione di vetro riciclato, socia della Khochalita e fornitrice del vetro importato dalla CTM. Sotto gli occhi attenti di Dona Gabi e Don Jorge, una quarantina di persone - tra cui diversi handicappati ed alcuni minorenni “adottati”, che vivono con la coppia - fondono e modellano il vetro ottenuto da 40 quintali alla settimana di scarti, ricavati dalle discariche e dal riutilizzo di confezioni di marmellata, pomodoro, tonno, maionese. La cultura “ecologica” di questo gruppo si rivela anche nell’uso di carta da giornale e di cartoni per l’imballaggio dei prodotti finiti (fino a 20 tonnellate annue riciclate) e nell’uso di utensili per il lavoro ricavati da ferramenta e scarti domestici. In un processo quasi totalmente manuale, il vetro è prima lavato, poi posto in un forno a 1400°, per essere in seguito modellato ed infine raffreddato per 24 ore in un altro forno a 650°, con successivo bagno in acqua tiepida e fredda. Il prodotto finale?
Vasi, coppe, bottiglie, bicchieri, oggetti decorativi, specchi. I lavoratori ricevono il 35% del prezzo di vendita, a dimostrazione che a volte nel commercio equo ci sono strutture più democratiche di fatto, indipendentemente dalla forma giuridica, rispetto a tante cooperative o associazioni formalmente “popolari”.
Commentando queste impressioni con Dona Gabi, ho ricevuto un sorriso ed un augurio, tipico della dolce ironia boliviana: “Que te vaya bien...hasta a la esquina!” (Buona fortuna, ma solo fino al prossimo incrocio...!).

 

Murder victims’ families for reconciliation

Gli Stati Uniti hanno un sistema carcerario enorme e costoso ed imprigionato più persone di qualsiasi altro paese al mondo: più di un milione di americani sono attualmente immagazzinati in celle e quasi tremila sono condannati a morte. Le esecuzioni si verificano regolarmente e sono i poveri, i ritardati mentali, i malati di mente e membri di minoranze razziali ed etniche a morire per i loro crimini. Alcune delle persone uccise erano innocenti.

MVFR (Famiglie delle Vittime di Omicidi per la Riconciliazione) è un’organizzazione composta da persone che hanno perso per colpa di un omicidio un membro della loro famiglia, la famiglie di uomini e donne “giustiziati” dallo Stato, e da coloro i quali sostengono le convinzioni e gli obiettivi dell’organizzazione. Noi rifiutiamo la pena di morte in ogni caso perchè sappiamo fin troppo bene che una vita non può restituire un’altra vita, che la violenza da parte dello Stato non può produrre una società sicura e pacifica e che uccidere è sbagliato, a prescindere da chi commette l’omicidio. Sosteniamo programmi che sono utili alle famiglie delle vittime e che chiedono un’efficace prevenzione del crimine.

I politici che non riescono a fornire nessuna di queste due cose, presentano la pena di morte camuffata da consolazione per le famiglie delle vittime e da misura per la prevenzione del crimine. Non è né l’una né l’altra. Tuttavia, procura voti da parte di quelli che credono a questa retorica. Le famiglie delle vittime hanno molti bisogni prima di poter cominciare a guarire e ad andare avanti con le loro vite dopo la tragica perdita di una persona amata per un’uccisione senza senso. Sostenere che prendere un’altra vita migliorerà le cose è non solo una bugia, è un’umiliazione per la famiglia e per i membri che ha perso. Molte famiglie non lo capiscono se non dopo l’esecuzione. Non si sentono meglio; non c’è stata restituzione, proprio come implica il concetto stesso di “occhio per occhio”. Sono state ingannate e vittimizzate un’altra volta. Le famiglie delle vittime si meritano di meglio e MVFR appoggia programmi che consentono alle famiglie ferite di lasciare il loro odio e cominciare il processo di guarigione il più presto possibile.

Come risposta alle affermazioni da parte di quelli al potere che la riabilitazione non funziona, MVFR sostiene un programma in una prigione della Virginia che fu progettato ed è gestito da prigionieri, uno dei quali è un ex-condannato a morte che ha rischiato l’esecuzione prima che gli fosse concessa la grazia per le prove schiaccianti della sua innocenza. Esso accoglie i condannati per atti violenti, che studiano la non-violenza leggendo Gandhi, Merton, Martin Luther King ed altri per imparare e praticare metodi a risposta nuova e non-violenza alle battaglie. Questo programma espone a persone cresciute in ambienti violenti e sopravvissute attraverso la violenza, in particolare all’interno delle prigioni, l’opportunità di imparare nuove vie di risolvere i problemi che incontrano. Il programma ha il potenziale di reinserire nella società i partecipanti con l’abilità di cui hanno bisogno per cambiare la propria vita. Sta avendo successo all’interno della prigione, si è guadagnato il rispetto degli altri prigionieri, del personale carcerario e delle persone all’esterno. Noi offriamo questo programma come prova che esistono metodi per favorire il cambiamento e rendere la società più sicura senza bisogno di prendere delle vite. Inoltre, MVFR chiede ai leader del nostro paese di esaminare a fondo le cause del crimine e di affrontarle offrendo ad ogni parte della società l’opportunità di vivere con dignità e scopo.

I membri di MVFR s’impegnano per l’abolizione della pena di morte. È un atto di violenza commesso a nome nostro e con i dollari delle nostre tasse. Ci rende complici di omicidio. Abbiamo molti oratori eccellenti che desiderano condividere le loro storie di perdita personale e chiedono una fine alle uccisioni. “Non uccidere in nome mio” viene continuamente ripetuto dai membri di MVFR. L’organizzazione sponsorizza i Journeys of Hope (Viaggi della Speranza). Si tratta di tour educativi di due settimane in parti scelte della nazione. I partecipanti viaggiano insieme tenendo discorsi in chiese, scuole, a gruppi della comunità, organizzazione delle vittime e tenendo riunioni e dimostrazioni pubbliche. Durante questi tour raggiungono personalmente migliaia di persone e, con l’uso dei media, milioni. La gente viene ad ascoltare perchè le storie sono potenti; molti se ne vanno cambiati da quello che hanno ascoltato. Membri sono disponibili a parlare durante l’anno. Alcuni di noi parlano all’interno della propria comunità, altri rispondono ad inviti da altre parti della nazione per lavorare con gruppi statali per impedire un’esecuzione, per aiutare a rifiutare legislazioni che prevedono la pena di morte o per impedirne la reintroduzione in quegli stati che ne sono privi.

Il lavoro svolto da MVFR è arduo ed il bisogno di esso è in aumento. Le richieste che riceviamo crescono proporzionalmente alle condanne a morte ed alle esecuzione. I nostri amici all’estero possono contribuire a porre fine a questo abuso contro i diritti umani intensificando la consapevolezza che gli Stati Uniti sono l’unica nazione occidentale industrializzata che giustizia i suoi cittadini. Organizzare un evento che serva sia ad informare che a raccogliere fondi per aiutare il nostro lavoro è la maniera più efficace in cui potete essere personalmente coinvolti. Saremo felici di includere i vostri nomi alla nostra lista e di tenermi informati con il nostro bollettino, The Voice, quindi fateci avere presto vostre notizie. Diamo il benvenuto alle vostre idee, ai vostri commenti, al vostro talento ed alla vostra partecipazione per porre fine a questa vergognosa pratica che è l’omicidio di Stato.

MVFR - P.O. Box 208 - Atlantic, VA 23303-0208 - USA
Eugenio Maggi
Pontecurone (AL)

 

 

 

Signor Presidente,
ormai dal 1982, come Lei sa, alcune migliaia di cittadini, mossi da un alto principio morale che li spinge a non collaborare in alcun modo, né direttamente né indirettamente, alla preparazione di conflitti armati, hanno dato il via ad una campagna di obiezione di coscienza alle spese militari, testimoniando la richiesta di “lavoro e pace” per tutte le persone del mondo.

I cittadini obiettori fiscali alle spese militari, lontanissimi da qualsiasi forma di evasione fiscale, ogni anno, all’atto della compilazione della denuncia dei redditi, indicandolo esplicitamente, non versando la percentuale destinata dal nostro Paese alle spese militari, destinandola invece al “fondo per la pace”, utilizzato poi per usi solidaristici e di promozione della nonviolenza.

Siamo coscienti del fatto che si tratta di un gesto di disobbedienza civile che, all’apparenza, va contro le leggi vigenti, ma vogliamo ricordarLe che già da alcune legislature sono depositate sia alla Camera sia al Senato alcune proposte di legge sull’”opzione fiscale”, sulla possibilità, cioè, per il cittadino, così come avviene oggi legalmente per il servizio civile alternativo al servizio millitare, di seguire i dettami della propria coscienza per contribuire alla costruzione di un mondo di pace.

Il movimento degli obiettori alle spese militari ha scelto simbolicamente la data del 4 novembre per la conclusione della campagna annuale.

Riconoscendo il Lei, come massima autorità e garante dell’unità nazionale, il più autorevole interlocutore di un movimento che intende così testimoniare la propria volontà di invertire il cammino doloroso e sanguinoso dell’umanità, Le chiediamo, a nome nostro e dei movimenti promotori della Campagna: M.I.R. (Movimento Internazionale della Riconciliazione), M.N. (Movimento Nonviolento), L.O.C. (Lega Obiettori di Coscienza), L.D.U. (Lega Disarmo Unilaterale), Pax Christi, Associazione per la Pace, S.C.I. (Servizio Civile Internazionale), un breve incontro il 4 novembre p.v. per poterle illustrare l’andamento e i risultati ottenuti dalla Campagna, anche sul piano giuridico.

Ringraziando La anticipatamente per quanto saprà e potrà fare, Le esprimiamo i sensi della nostra stima.

Roma, 10 ottobre 1996

On. Tiziana Valpiana
On. Francesca Chiavacci
On. Marco Fumagalli
On. Augusto Battaglia
On. Luigi Upiano
On. Rino Piscitello
On. Fulvia Bandoli
On. Maria Celeste Nardini
On. Franco Bonato
On. Gloria Buffo
On. Annamaria Procacci
On. Lino De Benetti
On. Giovanni Saonara
On. Massimo Scalia
On. Valeria Albanese
On. Rosanna Moroni
On. Marco Boato
On. Walter De Cesaris
On. Rosa Jervolino Russo
On. Piero Ruzzante

Verbania, 10 giugno 1996

Sig. Presidente Scalfaro,

nel comunicarLe il nostro sostegno alla Campagna di obiezione alle spese militari, desideriamo aggiungere alcune considerazioni.

1. Siamo tristemente sorpresi del fatto che, in un momento difficile per il nostro Paese, i bilanci dello Stato vengono decurtati per tutti i ministeri tranne che per quello della Difesa. Sembra che l’Italia, anziché impegnarsi sul piano della cooperazione tra i popoli, si preoccupi di ammodernare i propri armamenti, quasi fossimo alla vigilia di una guerra.
Così, mentre i giovani attendono occupazione nei settori dei Beni culturali ed ambientali (la nostra vera ricchezza!), le uniche fabbriche che non conoscono crisi sono quelle che producono armi.

2. A tutte le categorie di cittadini vengono chiesti sacrifici apparentemente eguali, ma in realtà in proporzione inversa alle loro capacità contributive: questo avviene quando si aumentano le tasse indirette (tasse scolastiche, ticket sanitari, benzina, ecc.).
Come vorremmo vedere i nostri parlamentari affrontare sacrifici in prima persona rinunciando a una parte dello stipendio, offrendo così ai cittadini un esempio di autolimitazione dei consumi, anziché costringervi le categorie più deboli.

Sappiamo di trovare il Lei capacità di ascolto e, vogliamo sperare, di condivisione della sostanza di questo scritto.
Siamo fiduciosi che questa legislatura saprà guidare l’Italia su strade che portano alla fratellanza tra i popoli e al superamento dei troppi conflitti tuttora in corso.

Con rinnovata stima, La salutiamo cordialmente.

Enrico Rinaldelli
Bruna Petroni

 

Segretariato Generale
della Presidenza della Repubblica

Il Segretario Particolare del Presidente

Roma, 1 luglio 1996

Gent.mi Signori
Enrico Rinaldelli
Bruna Petroni
Via A. Rosa, 56/b
28048 Verbania


È qui pervenuta la Vostra lettera del 10 giugno scorso indirizzata al Signor Presidente della Repubblica, con la quale avete ritenuto di comunicare il Vostro sostegno alla Campagna di obiezione alle spese militari.

Al riguardo desidero informarVi che tutte le numerose dichiarazioni simili a quella da Voi sottoscritta, qui giunte da varie parti d’Italia, sono state sottoposte al doveroso esame del competente Ufficio per gli Affari Giuridici di questa Presidenza.

Mi riservo pertanto di farVi avere ulteriori e più precise notizie in proposito non appena ne sarò in grado, e frattanto Vi porgo i migliori saluti.

Luigi Michelangeli

Segretariato Generale
della Presidenza della Repubblica

Il Segretario Particolare del Presidente

Roma, 16 luglio 1996

Gent.mi Signori
Enrico Rinaldelli
Bruna Petroni
Via A. Rosa, 56/b
28048 Verbania

Faccio seguito alla mia lettera del 1 luglio scorso e Vi accludo un appunto predisposto dall’Ufficio per gli Affari Giuridici di questa Presidenza cui era stata sottoposta in esame la Vostra comunicazione, unitamente alle altre numerose dichiarazioni di sostegno alla Campagna di obiezione alle spese militari, pervenute parte di molti altri cittadini.

Vogliate gradire i migliori saluti.


Luigi Michelangeli

Allegato


A P P U N T O

Con riferimento alla Campagna di obiezione alle spese militari, per la quale sono pervenute numerose dichiarazioni di sostegno da parte di cittadini, si fa presente che negli ultimi anni il “Coordinamento politico della Campagna obiezione di coscienza alle spese militari” di Brescia, ha inviato ogni anno al Presidente della Repubblica un assegno bancario per ingenti somme, corrispondenti all’importo derivante dall’obiezione fiscale alle spese militari.

L’assegno è stato sempre regolarmente restituito, con l’avvertenza che la Presidenza della Repubblica non è in alcun modo abilitata a ricevere denaro proveniente dai cittadini, tanto più se, come nel caso specifico, costituisce l’equivalente di importi dovuti secondo la legge e non versati al Fisco.

I cittadini di Verbania che si sono rivolti al Signor Presidente hanno invece solo comunicato il loro sostegno alla Campagna di obiezione alle spese militari, allegando copia della ricevuta della somma versata sul Fondo per la pace.

Non risulta, poi, che i predetti versamenti siano stati sottratti agli adempimenti prescritti dalla normativa tributaria.

Infine si deve anche precisare che il Presidente della Repubblica, oltre a non possedere poteri costituzionali di intervento diretto su tali questioni, nella sua carica di Comandante supremo delle Forze armate trovasi impossibilitato a farsi portatore di interessi contrastanti con la difesa del Paese.

Roma, 12 luglio 1996

 

 

Un predicatore di pace e giustizia Don Primo Mazzolari

di Claudio Cardelli

Sono tanti i sacerdoti che hanno dato un rivelante contributo alla diffusione della cultura e pratica nonviolenta in Italia: tra coloro che ci hanno già lasciato, possiamo ricordare Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Tonino Bello e Sirio Politi. Don Primo Mazzolari ha il merito di aver introdotto per primo la nonviolenza gandhiana nel campo cattolico fin dagli anni Cinquanta con un memorabile libro: Tu non uccidere (già pronto nel dicembre del 1952 e pubblicato nell’aprile del 1955 dalla Editrice La Locusta di Vicenza).

La vita e l’insegnamento
Primo Mazzolari nacque a Santa Maria del Boschetto, una frazione a quattro chilometri da Cremona il 13 gennaio 1890 da famiglia contadina. Entrato nel Seminario di Cremona nell’ottobre 1902, fu ordinato sacerdote nel 1912. Fu interventista nella Prima guerra mondiale e prestò servizio nella Sanità prima come soldato semplice, poi come caporale all’Ospedale militare di Cremona.
Profondamente turbato dall’esperienza della guerra, maturò la decisione di lottare tutta la vita contro la violenza e l’ingiustizia.
Dopo la guerra divenne parroco di Cicognara di Viadana nel Basso mantovano; nel luglio del 1932 il vescovo gli affidò le due parrocchie di Bozzolo, che venivano unificate. A Bozzolo (Mantova) restò per circa 27 anni sino alla morte (1959). Fu decisamente antifascista e manifestò anche pubblicamente le proprie convinzioni.
Il 4 novembre 1932, celebrando l’anniversario della vittoria, espresse un giudizio critico sulla guerra: “A che valse il sacrificio dei Caduti? Dicevano che combattevano l’ultima guerra, frase questa che copriva invece interessi di privati e di partiti”.
Durante il secondo conflitto mondiale, appoggiò la Resistenza e subì la persecuzione dei fascisti: si salvò nascondendosi e mutando spesso il proprio rifugio. Nel 1949 diede vita a un periodico, “Adesso”, attraverso il quale sviluppò i temi della pace, del dialogo con altre forze politiche (comunisti e socialisti), della povertà della Chiesa.
Le posizioni di Mazzolari apparvero troppo ardite alle autorità ecclesiastiche, sicchè un intervento del Santo Ufficio proibì al parroco di Bozzolo di tenere discorsi fuori della sua parrocchia e di scrivere su argomenti politico-sociali. Soltanto con l’avvento del nuovo papa, Giovanni XXIII, don Mazzolari uscì dall’isolamento e venne ricevuto in udienza dal pontefice nel febbraio del 1959, pochi mesi prima della morte, avvenuta il 12 aprile dello stesso anno a Cremona.

La guerra fredda
Nel dopoguerra, mentre cresceva la paura del comunismo e l’unica via per contrastarlo sembrava la potenza militare della NATO, don Mazzolari non esitò a proporre la resistenza nonviolenta.

“-- Se siamo assaliti (dalla Russia o da altri) è doveroso o per lo meno legittimo opporsi con la forza?
Non discutiamo la legittimità né la doverosità della resistenza all’invasore. Il cristiano non entra nella resistenza al male quando vuole e come gli fa comodo; egli è sempre un resistente, un resistente per vocazione, di fronte a qualsiasi male. Quindi, ogni indifferenza, ogni compromesso col male, è un peccato.
La divergenza sta nel modo di resistere all’invasore.
C’è chi trova legittimo e doveroso opporre forza a forza: ora noi, in considerazione della sincerità che crediamo di riscontrare anche nella nostra coscienza e nella nostra esperienza, domandiamo semplicemente se non possiamo sostituire alla resistenza della forza la resistenza dello spirito, senza venir meno con questo all’impegno della resistenza.
Molti, anche cristiani cattolici, troveranno tutto ciò un colmo di ingenuità, ma a noi questo colmo d’ingenuità non sembra del tutto contro o fuori del sentire cristiano.
Non si rinuncia a resistere, si sceglie un altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si dimentichi o non si tenga abbastanza conto dell’orrendo costo della guerra, la quale non garantisce neppure la difesa di ciò che vogliamo con essa difendere”.
(Tu non uccidere, pp. 54-55)

Molto sensibile alle rivendicazioni dei ceti popolari, comprese che il valore della pace è inscindibile dalla giustizia, per la quale si può lottare col metodo nonviolento.

“Di fronte alla criminale resistenza di molti benpensanti, non è facile persuadere la povera gente che la giustizia possa arrivare senza violenza. Se vogliamo ristabilire la fiducia degli oppressi e dei diseredati nella pace cristiana, dobbiamo, prima che sia troppo tardi, dimostrare che non è necessario far saltare con la dinamite la corteccia degli egoismi, i quali impediscono ai poveri di vivere e di far valere democraticamente i loro diritti. La pace non sarà mai sicura e tranquilla fino a quando i poveri, per fare un passo avanti in difesa del loro pane e della loro dignità, saranno lasciati nella diabolica tentazione di dover rigare di sangue la loro strada. Senza giustizia non c’è pace”.
“Opus justitiae pax”.
(Tu non uccidere, pg. 126)

Mazzolari non conobbe di persona Gandhi, ma ne apprese l’insegnamento attraverso la frequentazione di una suora francescana che l’aveva incontrato in India. Nella prefazione che preparò per la raccolta dei Pensieri di Gandhi (La Locusta, 1960), manifestò la propria venerazione per il Mahatma.

“Quasi non vorrei scrivere di lui, per non interrompere la segreta venerazione che gli ho sempre dato da quando ho cominciato a conoscerlo e a volergli bene.
I potenti della terra sopportano qualsiasi parola: i grandi dello spirito si possono profanare con ogni parola che non venga dal profondo.
Ho conosciuto e voluto bene a Gandhi, non attraverso i libri o i giornali, ma attraverso il bene che gli portava una mirabile suora francescana che ebbe la fortuna di incontrarlo in India e di averlo ospite in Italia. Nella “grande anima” aveva trovato qualche cosa del Serafico.
Poi vennero anche per noi gli interminabili giorni dell’iracondia, e il mio bene per lui crebbe a dismisura, poichè la sua maniera di resistere al Maligno, pur umiliandosi nel confronto, mi rassicurava come cristiano. (...)”
(Pg. 7)

 

 

RISOLUZIONE (A4-0223/96) SUL RISPETTO DEI DIRITTI DELL’UOMO NELL’UNIONE EUROPEA (PE 252.048/17 a 32)

Il Parlamento Europeo

(...)

Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (pagg. 25-26)

57. ritiene che ogni persona abbia diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione;

58. ribadisce che l’obiezione di coscienza al servizio militare fa parte della nozione di libertà di pensiero, di coscienza e di religione, condanna gli Stati membri che non tutelano tali diritti e invita con insistenza gli Stati membri a garantirli e tutelarli;

59. sostiene la sua risoluzione del 19 gennaio 1994 sull’obiezione di coscienza negli Stati membri della Comunità, ribadisce la necessità che gli Stati membri che ancora non l’abbiano fatto istituiscano un servizio civile di durata uguale a quello militare e che gli obiettori di coscienza non siano condannati a causa della mancanza di una disposizione giuridica che disciplini la prestazione sostitutiva;

60. chiede ancora una volta alla Grecia di astenersi dal perseguire gli obiettori di coscienza e di liberare coloro che sono detenuti per tali motivi, dotandosi senza indugio di una legislazione che riconosca il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e organizzando un servizio civile non discriminatorio rispetto al servizio militare;

61. chiede agli Stati membri di non prevedere più la dichiarazione dell’appartenenza religiosa nella carta d’identità o nel passaporto;

(...)

 

Campagna promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo

 

CAMPAGNA SCARPE GIUSTE

Sportivi, smettete di essere complici dello sfruttamento dei lavoratori asiatici
e dello sfruttamento del lavoro minorile.
Pretendete delle scarpe giuste.

È noto che la maggior parte delle scarpe sportive viene prodotta in Asia da parte di lavoratori che percepiscono salari al di sotto della linea della povertà, che sono costretti a fare 120-150 ore di straordinario al mese, che non hanno la garanzia del posto di lavoro, che non hanno la libertà di scioperare e di organizzarsi in sindacati indipendenti, che lavorano in condizioni di scarsa sicurezza.
In certi casi, questi lavoratori sono dei bambini.

Aderite alla campagna di pressione popolare promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo in collaborazione con numerose associazioni italiane ed in collegamento con gruppi che conducono una campagna analoga in Francia, Inghilterra, USA, Canada, Olanda, Spagna.

Scrivete a Nike e Reebok per richiedere l’adozione di impegni più stringenti rispetto ai lavoratori asiatici che producono scarpe sportive.

I nostri obiettivi
Di fronte alla pressione dell’opinione pubblica e al rischio di una perdita d’immagine, Nike e Reebok si sono dotate di un codice di autoregolamentazione che fissa i criteri sociali per l’individuazione delle imprese a cui appaltare la produzione.
Ma tali codici sono inadeguati perchè fanno riferimento a delle leggi farsa come sono quelle locali e perchè non prevedono meccanismi di controllo democratico.
Pertanto noi chiediamo ai dirigenti delle filiali italiane di Nike e Reebok di intervenire presso le loro sedi centrali europee e mondiali affinché le loro società adottino rapidamente un codice di comportamento conforme alle norme internazionali, definite dalle Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dai principi Universali delle Nazioni Unite.
Inoltre chiediamo a Nike e Reebok di accettare procedure di verifica da parte di Commissioni indipendenti concordate con le Organizzazioni sindacali e con le Organizzazioni non governative.

Come aderire alla Campagna
1. Inviate e fate inviare le cartoline n. 1 e n. 2 alla direzione italiana della Nike e della Reebok.
2. Consegnare o inviate a uno dei negozi di sport o al vostro supermercato abituale la cartolina n. 3 di sensibilizzazione.
3. Spedite al Centro Nuovo Modello di Sviluppo il buono risposta n. 4. Questo permetterà di valutare l’impatto della Campagna e di valorizzare la partecipazione presso le imprese e i media.
4. Appoggiate finanziariamente la Campagna versando un contributo sul ccp 14082564 intestato al Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
5. Ordinate, se lo desiderate opportuno, altri pieghevoli per fare conoscere la Campagna agli amici o ad altri gruppi interessati.

Indirizzi utili
Nike Italia S.r.l.: Via dell’Aeronautica, 22 - 42100 Reggio Emilia
Reebok Italia S.p.A.: Centro Colleoni Palazzo Taurus 20041 Agrate Brianza (MI)
Nike USA: Nike Corporation One Bowerman Drive Beaverton, OR 97005, USA
Reebok USA: Reebok International Ltd., 100 Technology Center Drive Stoughton, MA 02072, USA
Coop.: Via Panaro, 14 - 00199 Roma
La Rinascente S.p.A.: Strada, 8 Mirafiori, palazzo 8 - 20089 Rozzano (MI)

Per conoscere meglio le condizioni dei lavoratori asiatici, ciò che contestiamo alle imprese e cosa vogliamo, richiedi il dossier informativo al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Via della Barra, 32 - 56019 Vecchiano (PI). Tel. 050/826354, Fax 050/827165.
Allegare £. 5.000 per le spese.

 

Reebok

In riferimento alla Campagna “scarpe giuste”, desidero segnalare alcune imprecisioni e illustrare le diverse iniziative in cui Reebok è impegnata.

Nel 1992, Reebok è stata una delle poche aziende a promuovere l’adozione a livello internazionale di un vero e proprio codice di condotta riguardante il trattamento dei lavoratori, anche in quelle fabbriche non direttamente gestite o controllate da Reebok.

Tale codice, noto come The Reebok Human Right Production Standards, vieta il ricorso al lavoro minorile o al lavoro forzato talvolta imposto, per esempio, ai carcerati di origine straniera quale parte della condanna da scontare. In esso si legge che nessuna persona impegnata nella produzione di articoli Reebok possa essere vittima di discriminazioni o costretto a una mole eccessiva di straordinari, senza percepire adeguato compenso. Significativi sono inoltre i richiami a un giusto trattamento economico, alla libertà di associazione e alla necessità di garantire un ambiente di lavoro salubre e sicuro.

In particolare, vorrei segnalarLe quanto segue:

contrariamente a quanto affermato dall’autore dell’articolo, il codice di condotta della Reebok fa riferimento a norme riconosciute a livello internazionale e, in particolare, a quelle stabilite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Nel definire tale politica aziendale, Reebok si è preoccupata che le norme di condotta adottate fossero eque, rispettose delle differenze culturali e volte a incoraggiare i dipendenti a trarre soddisfazioni dal proprio lavoro.

Il personale Reebok incaricato di visitare i diversi stabilimenti è tenuto a una costante verifica del rispetto del Codice di condotta, raccomandando, ove necessario, azioni correttive volte a migliorare la qualità di vita in fabbrica.

Esiste inoltre un filo diretto tra azienda e i diversi interlocutori esterni, fra cui i rappresentanti dei sindacati, dai quali riceviamo informazioni al fine di assicurare buone condizioni di lavoro.
Se gli attuali salari di questi lavoratori, convertiti nelle divise occidentali, possono apparire bassi, in realtà i dipendenti delle fabbriche Reebok percepiscono oltre al salario una serie di benefici sotto forma di generi alimentari gratuiti o a prezzi inferiori, assistenza sanitaria e, in molti casi, trasporto gratuito dalla propria abitazione al luogo di lavoro. Percepire questi salari e poter godere di questi benefici consente a migliaia di lavoratori e alle loro famiglie di godere di un tenore di vita decisamente superiore alla media.

Le spese pubblicitarie sostenute da Reebok per promuovere i suoi prodotti in Italia e nel mondo contribuiscono ad accrescere il suo mercato.
Lungi dal penalizzare i lavoratori, esse consentono al contrario di assumerne di nuovi, offrendo opportunità di impiego.

Numerosi giornali di tutto il mondo hanno riconosciuto i nostri sforzi; The Asian Wall Street Journal ha definito il nostro codice “l’eccellente modello che le associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani portano ad esempio al resto del mondo”.
Business Week si è rivolto alle aziende affinché “contribuiscano a promuovere la libertà adottando un codice di condotta volontario...come quello della Reebok”. La Business and Society Review ha sottolineato: “Oltre a farsi notare per la promozione di premi annuali a chi si impegna nella difesa dei diritti umani, Reebok ha messo a punto una serie di norme...di ampio respiro”. Il Washington Post ha dato risalto alle norme Reebok in un articolo riguardante le aziende che oltre a cercare di ottenere nuovi profitti in altri paesi si preoccupano di contribuire anche al loro sviluppo. Il South China Morning Post ha definito le norme Reebok “un codice di condotta ben concepito ed efficace”. L’Eastern Express di Hong Kong ha ricordato che: “la Reebok non esita a promuovere qualunque tipo di azione, ivi compresa la cessazione del rapporto di collaborazione” se i fornitori non si attengono a tali norme.

Forse i suoi lettori non sono a conoscenza del fatto che Reebok ha incominciato a prendere a cuore la causa dei diritti umani sin dal 1988, quando si affiancò ad Amnesty International nella sponsorizzazione del tour Human Right Now!, un’iniziativa volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dei diritti umani in concomitanza con il 40° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU.

In quello stesso anno, al termine del tour, e in onore dei tanti giovani che lottano per la difesa dei diritti umani, Reebok ha istituito il Reebok Human Right Award.

Giunto oggi alla sua nona edizione, questo premio rimane l’unico riconoscimento offerto da un’azienda privata ai giovani impegnati in questa battaglia.
Il Reebok Human Right Award è infatti un riconoscimento riservato a coloro che, vivendo nella più parte dei casi in condizioni di grande disagio, si impegnano in prima linea sul fronte della lotta per i diritti umani riuscendo a migliorare le condizioni di vita dei loro connazionali.

Ogni anno, fra tutti i nomi proposti dal Reebok Human Right Board of Advisors - di cui, fra gli altri, fa parte l’ex presidente americano Jimmi Carter - vengono scelti quattro vincitori. I premiati devono avere non più di 30 anni di età e devono farsi paladini del principio della non violenza.

La Fondazione Reebok favorisce inoltre in modo concreto l’impegno a favore dei diritti umani destinando 25.000 $ a ciascuna delle quattro organizzazioni designate dai premiati.
In passato, su indicazioni dei vincitori del premio, le somme sono state destinate a progetti diversi: alla lotta contro la prostituzione infantile in Tailandia, alla lotta per il diritto alla terra delle popolazioni native dell’America, all’assistenza sanitaria alla popolazione femminile di Haiti, all’istituzione nelle comunità nere sudafricane e alla difesa dei diritti delle donne maltrattate.

Reebok è profondamente impegnata nella lotta per la difesa dei diritti umani e non manca di assumersi le proprie responsabilità di azienda multinazionale che opera con successo nel mercato.
La nostra sfida costante nel trovare un giusto compromesso fra esigenze diverse, quali offerta di prodotti di alta qualità, prezzi competitivi, un ritorno equo degli investimenti e un ambiente di lavoro etico e responsabile.

È di buon grado che continuiamo a raccogliere questa grande sfida, convinti di essere riusciti, sino ad oggi, ad affrontarla con successo e onestà.

Cordiali saluti

Doug Cahn
Responsabile Progetti per i Diritti Umani

 

Egregio Sig. Doug Cahn,

la sua risposta è un capolavoro di pubbliche relazioni, ma se davvero vuole difendere l’immagine di Reebok le consiglio di agire diversamente.
Il primo consiglio che vorrei darLe è di rispondere a tutte le lettere e non solo agli articoli che appaiono sulla stampa. In effetti né la sua impresa, né Nike, avete ancora risposto alla lettera che vi ho mandato il 5 settembre 1996 per informarvi che il nostro Centro ha lanciato una campagna per rivendicare impegni più stringenti rispetto alle condizioni dei lavoratori asiatici che producono le vostre scarpe. Strano atteggiamento per un’impresa che ha addirittura istituito un premio per i diritti umani!
Il secondo consiglio che vorrei darLe è di non considerare i consumatori come persone poco intelligenti e poco informate che si lasciano abbindolare dai maghi della comunicazione. Tentiamo una volta tanto di essere seri, ragionando sui fatti senza secondi fini pubblicitari. Reebok ha istituito un premio per diritti umani e afferma di avere un codice che fa riferimento alle norme internazionali. Come responsabile dei progetti per i diritti umani, saprà che il primo diritto dei lavoratori, da cui dipendono tutti gli altri, è quello di potere costituire liberamente dei sindacati dei lavoratori e di potere esercitare attività sindacale compreso il diritto di sciopero. Ma oltre il 50% delle scarpe Reebok vengono da due paesi (la Cina e l’Indonesia) che imprigionano chiunque tenti di organizzare un sindacato diverso da quello governativo e che di fatto vietano il diritto di sciopero. A che serve scrivere nel codice di condotta, che Reebok cercherà imprese che si impegnano a garantire la libertà sindacale se poi sceglie paesi che non ammettono i diritti sindacali? A lei, Sig. Doug Cahn, pare che questo sia un comportamento coerente di una multinazionale che vuole difendere davvero i diritti dei lavoratori? Del resto, Sig. Doug Cahn, se Reebok riconosce davvero il diritto alla contrattazione, perchè non comincia a farlo contrattando il suo codice di comportamento? Migliaia di consumatori che hanno aderito alla Campagna “Scarpe giuste” attendono una risposta a questo proposito: Reebok è disposta ad adottare un codice di condotta concordato con le Organizzazioni sindacali internazionali e con le Organizzazioni nongovernative che si occupano dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori a livello internazionale? Sig. Doug Cahn per rispondere a questa domanda non dovrà sforzarsi tanto: deve solo dire sì o no.
La questione dei diritti sindacali è solo una delle contraddizioni in cui la sua impresa incorre quotidianamente e potremmo continuare col problema delle discriminazioni, del lavoro forzato, delle paghe. Lei afferma che “esiste un filo diretto tra l’azienda e i diversi interlocutori esterni, fra cui i rappresentanti sindacali”. Ma forse non ha mai interpellato il Legal Aid di Jakarta, che ha denunciato al mondo intero la morte di Popon, una donna di 28 anni, madre di due bambini, che un giorno, dopo 10 ore di lavoro chiese di poter andare a casa perchè si sentiva male. Il permesso non le venne accordato e morì poco dopo sul posto di lavoro. Il fatto è avvenuto nel marzo 1996 alla Spotec, un’impresa indonesiana che lavora per Reebok. Forse non ha mai interpellato il Christian Industrial Commitee di Hong Kong, secondo cui il Gruppo Liang Shing, che in Cina produce scarpe per Reebok, licenzia le donne in gravidanza, fa vigilare i lavoratori da guardie private e non consente l’uscita dall’area produttiva all’infuori del Sabato sera. Forse non ha mai interpellato i lavoratori indonesiani che producono scarpe Reebok nella fabbrica Indoshoes.
Lei saprà che il 19 giugno 1996 questi lavoratori hanno deciso di scioperare per rivendicare un aumento salariale. Se il trattamento economico garantito nelle fabbriche che producono per Reebok è così buono, perchè ogni tanto i lavoratori sfidano la violenza dei regimi sotto i quali vivono per ottenere degli aumenti salariali?
Del resto, Sig. Doug Cahn, se nelle fabbriche tutto è così bello, che difficoltà ha Reebok ad accettare l’istituzione di una commissione indipendente per verificare l’attuazione del suo codice di comportamento? Anche su questo punto migliaia di consumatori che hanno aderito alla Campagna “Scarpe giuste” aspettano una risposta. Ancora una volta, Sig. Doug Cahn, non dovrà sforzarsi tanto: dovrà solo rispondere se Reebok accetta o non accetta questa richiesta.
Cordialmente.

Francesco Gesualdi
Coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

 

 

SCIOPERO DELLA FAME/DIGIUNO A TEMPO INDETERMINATO SALVO LA VITA PER NUOVA LEGGE-OBIETTORI - FINANZIARIA DI PACE

di P. Angelo Cavagna

A tre anni dalla morte di Gabriele Moreno Locatelli (3 ottobre 1993), un centinaio di Beati i costruttori di pace si sono recati a Sarajevo per ricordarlo insieme con la gente del luogo. Abbiamo percorso la via adiacente al ponte Vrbanja, sul quale si svolse l’azione pacifista “Ponti al posto di frontiere” e che migliaia di abitanti chiesero con firme venisse intitolata a lui, come di fatto avvenne.
Nell’occasione ci siamo ripromessi di continuare a lavorare per costruire la pace, in Bosnia, in Italia e altrove.
Con questo pensiero dalla mezzanotte di oggi (15 ottobre ‘96), alcune persone hanno iniziato lo sciopero della fame o digiuno a tempo indeterminato salvo la vita, per sollecitare una nuova legge-obiettori e una finanziaria di pace.
La nuova legge-obiettori ha ricominciato (per la quinta legislatura) il suo iter parlamentare al Senato, con tempi da lumaca. Alla prima votazione è mancato il numero legale dei presenti.
La spesa militare, prevista in Finanziaria, pur con tagli positivi al numero (e quindi alla spesa) degli ufficiali e all’Ausiliaria (una specie di pensioni militari-truffa), resta invariata, mentre si taglia maledettamente sulla cooperazione internazionale (penalizzando soprattutto il vero volontariato internazionale, che ne è la forma più efficace ed economica) e in genere sulla spesa sociale, in particolare vengono incrementate le spese per sistemi d’arma e militari in ferma volontaria, nella prospettiva del nuovo modello di difesa, ignorandone o fingendo di ignorarne i risvolti di un patto scellerato (v. Adista 28 settembre 1996, pp. 11-12 e Missione oggi ottobre ‘96, pp. 15-16).
Fortunatamente, fra le associazioni di obiettori (LOC e MON) e di enti di servizio civile (CESC e CNESC) c’è piena convergenza di vedute sull’urgenza della nuova legge-obiettori, con pochi ed essenziali emendamenti (v. proposta cesc. presso Rossano Salvatore: Tel. 06/7185594; Fax 06/7187005-
Le analisi e le prospettive per una finanziaria di pace sono pure state concordate fra le associazioni aderenti alla Campagna Venti di Pace (per averne copie, volantini, ecc. rivolgersi all’Assopace: tel. 06/8841958; Fax 06/8841749).
In sostanza, si chiede un nuovo modello di difesa inquadrato nel nuovo diritto internazionale, basato sulla difesa popolare nonviolenta e sulla trasformazione radicale degli eserciti, per struttura e addestramento, in corpo di polizia internazionale, alle dirette dipendenze di una ONU DEI POPOLI, democratizzata e rafforzata. In questa prospettiva, i tagli alla spesa militare sono possibili e necessari. Come minimo si chiede di tagliare i 2.700 miliardi di sprechi denunciati sul bilancio della Difesa (a parte la tangentopoli militare) dalla Corte dei Conti e che la Finanziaria dello scorso anno non ha voluto tagliare: anzi, vi ha aggiunto 5.000 miliardi (aumento del 20% da 26.000 a 31.000).
Chiediamo di cominciare a tagliare davvero anche sulla spesa militare e di utilizzare questi miliardi risparmiati per diminuire le tasse universitarie, avviare lo sminamento del mondo, diminuire i costi di medicine e cure, garantire almeno le già misere paghe degli obiettori (£ 6.000 scarse al giorno per vitto e alloggio), riaprire il sostegno ai volontari internazionali, rafforzare la protezione civile per prevenire morti, alluvioni, incendi, sporcizie, ecc.
DIMINUIAMO LA SPESA MILITARE!
DIFENDIAMO LA SPESA SOCIALE!

NOTABENE:
lo sciopero della fame/digiuno è rigorosissimo: solo acqua, né tè, né caffè, né altro. I giorni di digiuno devono essere interi: da mezzanotte a mezzanotte: nemmeno un minuto in meno.
Per lo sciopero della fame/digiuno a tempo indeterminato é indispensabile il controllo medico, almeno due volte la settimana, e vuotare l’intestino (purga o clistere).
Per tutti: bere circa due litri d’acqua al giorno.
Chi fa lo sciopero della fame/digiuno è opportuno che stia in pubblico dove si svolgono azioni contemporanee di sensibilizzazione (volantinaggio, sit-in, tenda in piazza ecc.). Se non può, è libero di svolgere normalmente le sue attività, forze permettendo. Comunque, si deve pubblicizzare al massimo lo sciopero della fame/digiuno unitamente agli obiettivi: nuova legge-obiettori - Finanziaria di Pace.
Per lo sciopero della fame/digiuno a tempo indeterminato o a staffetta (gruppi che fanno lo sciopero della fame/digiuno un giorno ciascuno a turno per una settimana o un mese), tenere informato p. Cavagna (tel. 051/6927098 oppure 051/331354).

 

UN NOBEL DOPPIO PER IL COCCODRILLO SOGNATORE

di Alberto Melandri*

Nel maggio 1983, il Vaticano, cedendo alle pressioni indonesiane, decise di sostituire il vescovo di Dili, la capitale di Timor Est, il coraggioso mons. Martinho da Costa Lopes, troppo “scomodo” per aver denunciato con grande energia le violenze delle truppe indonesiane sul suo popolo. Fu scelto un prete più giovane e, pareva, più tranquillo ed arrendevole, proveniente da una famiglia non ostile agli indonesiani, mons. Carlos Felipe Ximenes Belo. Certo i generali di Giakarta non immaginavano che quel sacerdote avrebbe dimostrato una tale fermezza nel difendere i diritti umani del suo popolo da meritare 13 anni dopo il Premio Nobel per la Pace.
Ma la situazione timorese può lasciare tranquille solo due categorie di persone: coloro che la sfruttano per ragioni di potere e/o di profitto e coloro che non ne sono al corrente. Un timorese che ha visto un terzo dei suoi compatrioti uccisi, violati, torturati, scomparsi, non può rimanere indifferente. E così mons. Belo ha assunto progressivamente una posizione sempre più ferma, chiedendo con forza fondamentalmente due cose per il suo popolo: il rispetto dei diritti umani e la possibilità di esercitare il diritto all’autodeterminazione.
Timor Est è una ex-colonia portoghese, o meglio tuttora un è territorio da decolonizzare, visto che dopo l’invasione del 1975, la dichiarazione unilaterale di annessione da parte dell’Indonesia non è stata riconosciuta a livello internazionale e l’Assemblea Generale dell’ONU ha ripetuto più volte, dal 1975 ad 1982, una serie di risoluzioni che condannano l’aggressione di Giakarta. Timor Est, cioè la parte orientale dell’isola di Timor (Timor Ovest è entrato nell’Indonesia con tutto l’ex-impero coloniale delle Indie Orientali Olandesi nell’ultimo dopoguerra), è un territorio grande come il Veneto, abitato da una popolazione di circa 700.000 persone, 100.000 delle quali sono costituite da indonesiani, soldati ed impiegati, categorie necessarie per sottomettere un popolo poco disponibile alla collaborazione con l’invasore (un bell’esempio di DPN) e da contadini, deportati da zone povere dell’arcipelago indonesiano ad occupare terre espropriate ad ancora più poveri timoresi.
La presenza nel Mar di Timor di una delle più ricche riserve del mondo di petrolio e gas naturale ha eccitato gli appetiti di molte multinazionali del settore e soprattutto del governo australiano che, dopo essersi spartito la zona con quello indonesiano, è divenuto più cauto dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, a cui si era rivolto il Portogallo, che sia pure indirettamente ha messo in discussione il diritto indonesiano di sfruttare risorse che non gli appartengono.
Del resto proprio l’altro timorese insignito del Nobel, Josè Ramos Horta, quando muoveva i suoi primi passi di ambasciatore itinerante, aveva ricevuto rassicurazioni scritte da parte dell’allora Ministro degli Affari Esteri indonesiano Adam Malik della volontà di Giakarta di non interferire nel processo di decolonizzazione del dominio portoghese del territorio. Era il 1974 e solo un anno dopo l’Indonesia, con il beneplacito degli Stati Uniti ed il complice silenzio internazionale, assaliva Timor Est, otto giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza. Fu proprio dopo una visita di una delegazione indonesiana a Washington che si registrò un radicale cambiamento di posizione: la guerra del Vietnam stava finendo con uno smacco per gli USA e la fine della Cambogia era vicina: Ford e Kissinger non volevano assolutamente che nell’area del Sud-Est asiatico nascesse un nuovo stato in cui la maggioranza della popolazione dimostrava pericolose simpatie per il socialismo: meglio affidarsi ad un gruppo di generali fidati come Suharto e soci, che, eliminando un milione di oppositori politici nel corso del Golpe del 1965 avevano dimostrato “efficienza” ed “affidabilità”. Così, mentre l’aereo di Ford e Kissinger decollava da Giakarta, il 7 dicembre 1975, i paracadutisti indonesiani, sostenuti da truppe di terra e dalla marina, invadevano Timor Est.
Da allora Josè Ramos Horta, fuggito in esilio si è prodigato, prima come rappresentante della Resistenza Timorese presso l’ONU, poi come ambasciatore itinerante in tutto il mondo per evitare che i 200.000 morti timoresi rimanessero dimenticati e per far conoscere i mille modi con cui le donne e gli uomini timoresi hanno tenuto e continuano a tenere impegnati gli invasori. E così i lavoratori dei servizi pubblici che hanno ostacolato l’indonesizzazione forzata, gli studenti che hanno occupato le ambasciate occidentali a Giakarta, i parroci che continuano ad usare i tetum, la lingua locale, ed il portoghese nella loro attività pastorale, violando il divieto che obbliga a parlare solo in bahasa Indonesia, le donne che lottano contro la sterilizzazione forzata del loro ventre, riescono a fare arrivare la loro protesta contro chi vuole cancellarle e cancellarli.
Negli ultimi anni, poi, la rivolta contro il regime militare in vaste zone dell’Indonesia ha saputo coniugarsi con quella del popolo timorese (vedi l’intervista al sindacalista indonesiano Wilson sul numero di maggio di A.N. di quest’anno): timoresi ed indonesiani sono stati insieme di fronte alle ambasciate a manifestare per una stessa comune liberazione.
In una favola timorese un coccodrillo, che simboleggia l’isola ed il suo popolo, soffre per gli spazi angusti e la mancanza di cibo con cui è costretto a convivere, rischiando di morire per il sole cocente che lo tortura, ma continua a coltivare grandi sogni per spazi aperti e liberi: aiutiamo mons. Belo, Ramos Horta ed il loro popolo a tradurre in realtà il loro sogno!

* del CIES/Coordinamento italiano di solidarietà con il popolo di Timor Est

 

CARLOS FILIPE XIMENES BELO è nato il 3 febbraio a Baucau (Timor Est), ha svolto i suoi studi nelle scuole salesiane sull’isola e poi a Macao, presso l’Università Cattolica di Lisbona e poi presso la Università Salesiana Pontificia a Roma. È stato ordinato prete nel 1980 a Lisbona, è tornato a Timor nel 1981 ed ha lavorato come preside del College Fatumaca a Baucau fino al maggio 1983, quando è diventato Amministratore apostolico della diocesi di Dili. Nel febbraio 1989 ha inviato una lettera al Segretario Generale dell’ONU, chiedendo un referendum sotto il controllo internazionale, per consentire al popolo di Timor Est di esprimere la sua volontà in tema di autodeterminazione. Dopo la strage del novembre 1991, al cimitero di Santa Cruz, ha accolto nel vescovado un centinaio di giovani, per proteggerli dalla furia delle truppe indonesiane.
La sua attività è sottoposta a stretta sorveglianza da parte delle forze armate indonesiane.

JOSÈ RAMOS HORTA, nato nel 1945, è figlio di un ufficiale della marina portoghese deportato a Dili a metà degli anni ‘30 per dissensi con il regime fascista di Lisbona. La madre è timorese. Ha studiato giornalismo ed ai tempi dell’Università è stato esiliato per un anno in Mozambico per aver criticato il colonialismo portoghese.
Nel 1974 fu lui ad aver i primi contatti con l’Indonesia che vedeva positivamente le prospettive di una Timor Est indipendente nell’ambito del movimento dei non-allineati.
È stato anche allievo di Noam Chomsky negli Stati Uniti e per dieci anni ha rappresentato il FRETILIN (Fronte Timorese di Liberazione Nazionale) e poi la CNRM (il Coordinamento unitario della Resistenza Timorese) all’ONU. Da alcuni anni dirige un Centro per i diritti umani a Sidney in Australia.


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