Novembre 1996
AGGIORNARE LA CULTURA DEL M.N.
GIUSEPPE BARBIERO
UNA CAMPAGNA PER LE SCARPE GIUSTE
CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
REEBOK DIFENDE I DIRITTI UMANI ?
DOUG CAHN
FRA IL DIRE E IL FARE CÈ DI MEZZO ...
FRANCESCO GESUALDI
HORTA E BELO LEADERS NONVIOLENTI A TIMOR EST
ALBERTO MELANDRI
INTERVENTO PRECONGRESSUALE
PAOLO PREDIERI
CORSO DI FORMAZIONE PER GLI ODC IN BOSNIA
ANTONINO DRAGO
SCIOPERO DELLA FAME PER LA NUOVA LEGGE
PADRE ANGELO CAVAGNA
NOTIZIE DAL FRONTE ISTITUZIONALE
LAVORARE CON LA TESTA E CON IL CUORE
GIGI EUSEBI
PRENDI L'AUTO E BUTTALA VIA
DANIELE LUGLI
DON PRIMO MAZZOLARI
CLAUDIO CARDELLI
CI HANNO SCRITTO
VERSO IL CONGRESSO
Aggiornare la cultura del Movimento Nonviolento
di Giuseppe Barbiero
“Vivresti come sostieni si dovrebbe vivere?”. La domanda del
XVIII Congresso del Movimento Nonviolento (MN) ne cela un’altra,
implicita, di questo tenore: “vuoi vivere come si vive oggi?”. La
risposta è no, al Sud come al Nord. Al Sud perchè è sufficiente leggere
(su Nigrizia o su Azione Nonviolenta) o ascoltare la voce di Alex
Zanotelli e non vi sono altre parole. Al Nord perchè abbiamo
potenzialmente tutto, ma per uno strano incanto, novelli re Mida, non
riusciamo a goderlo.
Siamo alla ricerca di un modo di vivere diverso. Questo è il punto di partenza.
Per
questa avventura disponiamo di alcune mappe, ma i sentieri che
concretamente percorriamo non sono mai stati battuti prima. Siamo
obbligati a condurre esperimenti e inevitabilmente a commettere errori.
Ciononostante, alla domanda di Langer e del Congresso credo di poter
rispondere: “Si, cerco di vivere come sostengo si dovrebbe vivere”. E,
tutto sommato, non mi sembra di vivere male. La ricerca e la
sperimentazione si svolgono su due dimensioni: una personale e
familiare e l’altra più ampia e collettiva. Il MN è uno di quei luoghi
dove la ricerca può essere condivisa sul piano dell’iniziativa
politica. Il MN è certamente un movimento esile, ma non è detto che se
fosse maggiormente robusto sarebbe ancora adatto al compito che oggi
svolge.
Non diamocene pena. Ciò che conta, come ripete sempre
Pietro Pinna, è alimentare la fiammella dei nostri ideali, affinché
possa illuminare noi stessi e gli altri.
Ho l’impressione che oggi
scarseggi l’olio per le nostre lampade. Non tanto dal punto di vista
ideale, quanto nell’aggiornamento della nostra proposta culturale. Il
MN è nato nel 1964 come espressione della componente più
fondamentalista del movimento per la pace italiano, dove si cercava di
fondere l’esperienza personale (ad esempio l’orientamento vegetariano)
con l’istanza politica (il disarmo) in un “intero” coerente, vissuto al
di là delle contingenze più o meno favorevoli alla pace. Questo è stato
il MN di Aldo Capitini e del disarmo unilaterale. Per 25 anni il MN,
praticamente da solo, ha indicato nel disarmo unilaterale la via più
realistica e praticabile per uscire dalla logica dei blocchi di Yalta.
I passi di disarmo unilaterale promossi da Gorbaciov hanno chiuso
definitivamente la Guerra Fredda e aperto la strada alle rivoluzioni
del 1989.
Nonostante che il rischio di una catastrofe nucleare si
sia obbiettivamente di un poco allontanato, la guerra rimane una
tragica realtà. E la cultura del MN appare oggi arretrata di fronte ai
grandi conflitti che generano o che possono generare le guerre cui
assistiamo. Ne cito uno a titolo di esempio: l’intreccio tra crescita
della popolazione, limiti della produzione agricola, e conservazione
dell’ambiente naturale. Lester Brown del World Watch Institute, cifre e
dati alla mano, sottolinea costantemente la gravità della situazione.
Abbiamo
bisogno di una nuova cultura, di imparare a tradurre la conoscenza
scientifica in un quadro coerente di proposte. Possiamo farlo se ci
attrezziamo per farlo.
In questa direzione si possono registrare
alcuni segnali importanti. Il MN è piccolo ma gode di un grosso
credito, per certi versi persino sproporzionato: Azione Nonviolenta ha
un numero di abbonati di circa dieci volte superiore al numero degli
iscritti al MN; i gruppi locali che sono attivi da anni (Torino, Ivrea,
Varese, Verona, Brescia) hanno saputo raccogliere fondi consistenti per
l’acquisto e la ristrutturazione delle proprie sedi.
Questo è
possibile perchè c’è sempre una grossa aspettativa sul nostro conto. E
stiamo sempre più trasformando le nostre sedi in centri di incontro
neutrali dove si trova facilitato lo scambio di esperienze differenti.
Ora sta a noi investire energie, denaro, intelligenze affinché le Case
per la pace che abbiamo costruito e la documentazione che vi abbiamo
raccolto dentro non rimangano inerti ma siano il terreno fertile dove
fiorisce una nuova cultura che vada ad incidere nel profondo delle
scelte di vita collettiva. In pace, con forza e con gioia.
DIBATTITO PRECONGRESSUALE
di Paolo Predieri
Il 18° Congresso segnerà l’entrata del Movimento Nonviolento nell’età matura?
Tre
anni fa, nel documento politico generale dicevamo di aver “inaugurato
una nuova stagione di vita del Movimento”... Ma la nuova stagione è
difficile da decifrare: la situazione esterna continua a modificarsi
rapidamente, mentre all’interno del MN facciamo fatica a rinnovarci.
Gli impegni storici dell’antimilitarismo, delle obiezioni di coscienza
ad servizio e alle spese militari, pur mantenendo intatto il loro
valore ideale ed etico, richiedono ripensamenti profondi e nuove
soluzioni operative. La Campagna OSM, in particolare, dopo tanti anni
va portata a una degna conclusione per non trascinarsi a un inutile
esaurimento.
Le adesioni al Movimento certo non maturano, restano
ancorate a piccoli numeri, le sezioni locali tendono a diminuire e, in
quelle che resistono, la partecipazione di persone sembra scarseggiare
sempre di più.
Attualmente questo non è solo un problema nostro,
ma di molte realtà associative basate sul volontariato, però ci manca
una seria riflessione collettiva sulla nostra storia per comprendere
quali sono gli aspetti strutturali che ci portano a questo risultato.
Storie da meditare
Siamo stati in alcuni casi all’origine di
idee, proposte, progetti e mobilitazioni, punto di riferimento e
orientamento per aree di persone superiori alle nostre capacità di
coinvolgimento, sia in diverse realtà locali, sia a livello nazionale.
Dove noi non siamo cresciuti e, a volte abbiamo esaurito energie, altri
sono nati e cresciuti: Partito Radicale, Verdi, Caritas, Legambiente,
Assopace, per fare qualche nome fra i più noti, hanno beneficiato dei
momenti di aggregazione, degli obiettivi, delle riflessioni, delle
persone passate e cresciute magari nelle nostre iniziative, dalle marce
antimilitariste ai diversi convegni organizzati spesso insieme al MIR,
alle azioni antinucleari, alle lotte per l’obiezione di coscienza e il
servizio civile.
In 20 anni, per osservare un dato specifico, circa
500 obiettori sono stati in servizio fra MIR e MN e circa 800 hanno
partecipato ai nostri corsi di formazione: di tutti questi solo qualche
rarissimo esemplare ha poi continuato a collaborare direttamente nel
Movimento Nonviolento, mentre la gestione di queste attività ci ha
assorbito molte forze.
Dov’è finita la Costituente nonviolenta?
“Si apre per il MN una
prospettiva di impegno direttamente politico che deve svolgersi fuori e
dentro le istituzioni”, dicevamo al Congresso di 3 anni fa. L’idea
impegnativa e ambiziosa della Costituente Nonviolenta, promossa assieme
al MIR, pur producendo incontri interessanti, seminari, agganci con
realtà significative (Libera, Comitati Difesa Costituzione, Campagna
Kossovo) ha dato l’impressione di disperdersi in svariati rivoli,
confondendosi fra altre costituenti, convenzioni, coalizioni e
federazioni, nate a volte scomparse in questo stesso periodo.
Continuo
a chiedermi se è possibile e giusto che la nonviolenza specifica si
affermi attraverso una presenza organizzativa in grado di esercitare un
peso politico a tutti gli affetti. Certi episodi e certe storie hanno
indicato in modo evidente questa possibilità, in luoghi e periodi
precisi. Sono state eccezioni alla regola o sono la prefigurazione di
quello che la nonviolenza sta costruendo? Per rispondere dovremmo
attivare spazi e strumenti di analisi e verifica che non ci sono
estranei ma che difficilmente siamo abituati a utilizzare, presi come
siamo dalle emergenze contingenti.
Nonviolenza pragmatica e appetibile
Il
crollo delle ideologie e dei partiti “storici”, lo stravincere del
Mercato che è il vero potere che domina i governi, lasciano enormi
vuoti che attendono nuove proposte e prospettive di aggregazione. Si
sente il bisogno di una nonviolenza pragmatica e non ideologica,
liberante e non moralistica, in grado di arricchire chi la interpella e
di crescere sui contatti che riesce a stabilire: i 40.000 giovani che
ogni anno scelgono l’obiezione al servizio militare, le centinaia di
gruppi che intervengono contro le criminalità organizzate, i volontari
che lavorano per le ONG, i partecipanti alle iniziative dei Beati
Costruttori di Pace e, chissà (!?) gli attivisti della Lega Nord che si
rifanno alla nonviolenza gandhiana, non hanno bisogno di
indottrinamenti scolastici su cosa è e cosa non è nonviolenza ma,
sicuramente, sono disponibili a considerare orientamenti concreti per
crescere anche in un’ottica nonviolenta. È qui che potrebbe stare la
nostra scommessa.
Strumenti consolidati
In qualche aspetto c’è stata maturazione!
Per esempio, l’acquisizione di sedi intese come mattoni, tegole e spazi
agibili per noi e per altri: Verona, Brescia e Torino sono realtà dove
le case del MN si consolidano e addirittura si migliorano e si
ampliano. Poi, la produzione di strumenti significativi per la
diffusione della nonviolenza e delle nostre attività, primo fra tutti
la rivista Azione Nonviolenta, che esce puntualmente con una tiratura e
una diffusione uniche rispetto ad altre riviste dell’area. Ma non c’è
solo AN, ci sono anche altri materiali come il “manuale” OdC su
dischetto prodotto dalla sede di Verona che ha ottenuto un notevole
successo e, fra gli altri a noi vicinissimi, le agende “Giorni
nonviolenti” (Qualevita) e “Pace Nonviolenta” (MIR Roma) che da alcuni
anni trovano ampia diffusione. Sappiamo dunque realizzare materiali
validi che vengono diffusi e utilizzati ben oltre il nostro stretto
giro.
Le “Case della Nonviolenza” e i materiali prodotti ci possono
mettere in diretto contatto con altri gruppi e persone: potremmo
impegnarci ad andare oltre giocando meglio le carte che abbiamo della
formazione/autoformazione.
Formazione e autoformazione
Negli ultimi due Congressi abbiamo
parlato di formazione permanente e, anche in questo si prevedono
tematiche simili. Ma non è sufficiente un dibattito ogni due o tre anni
e qualche buona iniziativa sporadica. Occorre investire in questo
settore come spazio di crescita in tutti i sensi, per affrontare in
modo serio e puntuale le nuove e importanti sollecitazioni che ci
possono essere proposte, ad es.: i nuovi equilibri militari, la mafia e
le criminalità organizzate, l’immigrazione, il federalismo,
l’affermazione delle identità nazionali ed etniche, ecc. Come detto in
altre occasioni, basterebbe istituire una commissione che programmi con
continuità e metodo gli approfondimenti di interesse generale, da un
punto di vista nonviolento. In pratica, si tratterebbe di organizzare
seminari, tenuti da persone dell’area nonviolenta e non, esperte sul
problema richiesto, utilizzando le nostre sedi e strutture.
Dall’approfondimento con persone competenti e confronto con le
esperienze locali, si potrebbe arrivare a nuovi impegni per il MN.
In
questo senso mi sembrerebbe produttivo individuare alcuni campi di
ricerca su aspetti che coinvolgano la quotidianità ordinaria e che,
quindi, ci mettano in grado di dialogare con chiunque portando un
nostro specifico valido ed originale. Il campo è vasto, ma possiamo
trovare da subito filoni di lavoro che ci vedono già impegnati come
movimento o come singoli iscritti. Ne ricordo tre fra quelli che
conosco:
- Consumo etico: dal boicottaggio della Nestlè, collegato
ad altre campagne di boicottaggio e alle ricerche del Centro di
Vecchiano, stiamo per arrivare a un’iniziativa unica che verrebbe
finalmente a rispondere a un’esigenza spesso avanzata da molti;
-
Zone economiche locali: scambi, baratti, banche del tempo, riciclo e
riuso. Nel momento in cui l’economia di mercato trionfa, trovare il
modo di sfuggirle dove e quanto più si può! Qui la nostra cultura unita
a esperienze già esistenti, può concretizzare proposte interessanti;
-
Libertà di scelte terapeutiche: qualcuno ricorderà un convegno sulla
“Medicina nonviolenta” a Verona nel ‘77, gli stessi Gandhi e Capitini
hanno costantemente ricercato una salute in armonia con la prospettiva
nonviolenta. Il problema è sentito di fronte agli scandali della
malasanità e all’esigenza di una vita più sana e naturale. Esistono
iniziative per il pieno riconoscimento delle medicine alternative e per
la libertà da imposizioni come le vaccinazioni obbligatorie, che vedono
già impegnati alcuni di noi.
Ci troviamo a vivere in un contesto complesso, ci confrontiamo con
condizioni difficili, ma possiamo contare su qualche persona e su
qualche strumento valido: a tutti noi riuniti nel Movimento
Nonviolento, la scelta sul da farsi. Il mio augurio è che la scelta sia
la migliore possibile!
BUTTA VIA L’AUTO ...
di Daniele Lugli
In Francia negli ultimi due anni lo Stato ha regalato un milione e
mezzo a chi ha cambiato la propria auto, vecchia di almeno otto anni.
Se ne è parlato anche in Italia: auto più sicure, meno inquinanti, un
contributo all’occupazione (e magari all’accoglimento delle
giustificate richieste dei metalmeccanici) ne sarebbero i benefici
risultati. I problemi dell’occupazione e quelli collegati alla
motorizzazione di massa sono certo pressanti ed ingenti. Ogni
contributo che li affronti positivamente è dunque benvenuto. Non lo è
l’incentivo (in questo caso con una palese sovvenzione pubblica,
aggiunta alle numerose occulte) ad ulteriore consumi nel campo della
motorizzazione privata.
Nei paesi ricchi, tra i quali è il nostro, la diffusione al di là di
ogni logica dell’automobile ha prodotto guasti tali da non essere
spesso più neppure rilevati, accettati come un fatto naturale,
un’inevitabile conseguenza del progresso. Sembra imporsi, dal Nord al
Sud del mondo un unico modello di vita, di consumo, di assetto sociale
e territoriale, di pensiero. Di questo modello, che resta tuttavia
irraggiungibile per la più gran parte dell’umanità, l’umanità è simbolo
ed elemento rilevantissimo. Un recente, documento e stimolante libro di
Guido Viale, Tutti in taxi - Ed. Feltrinelli, tratta con competenza
questi temi.
“Prendiamo un tipico prodotto industriale, come l’automobile -
diceva introducendo il Convegno sul commercio equo e solidale, qualche
mese fa a Bologna, Marco Revelli - vediamo che fino ai tardi anni ‘60
era possibile ricostruire la sua topografia produttiva con la semplice
mappa di uno stabilimento. Quindi per una 127 prendevamo la mappa di
Mirafiori e potevamo localizzare tutti i luoghi della produzione. Per
lo stesso prodotto negli anni ‘70 avremmo avuto bisogno di una carta
geografica della regione Piemonte, perchè le lavorazioni erano state
decentrate oltre i confini della fabbrica. Oggi, se vogliamo
ricostruire la mappa della produzione di una Punto, dobbiamo metterci
davanti a un planisfero: alcune produzioni sono eseguite a Torino,
altre a Taiwan, altre ancora in Corea, in Polonia, in Brasile, nell’ex
Unione Sovietica... Tuttavia la globalizzazione della disponibilità di
forza di lavoro non significa che tutti questi produttori possano
essere trasformati in consumatori... Buona parte dell’umanità viene
considerata produttore potenziale (la World Bank parla di un esercito
del lavoro di due miliardi e mezzo di persone), ma solo poche centinaia
di milioni possono essere considerati consumatori potenziali... con un
reddito capace di acquistare quelle merci che altri sono chiamati solo
a produrre”. Così una motorizzazione, che con il solo “effetto serra”
ha già superato i livelli di guardia, è in fondo una questione che
riguarda il 9% scarso della popolazione mondiale: il 91% continua ad
andare a piedi.
Questo impatto planetario non ci meraviglia se pensiamo che gli
autoveicoli ora esistenti, messi in fila l’uno dietro l’altro,
farebbero quasi 90 volte il giro della terra all’Equatore. Si pensi a
quali vertiginosi risultati si arriverebbe se la motorizzazione si
estendesse con le medie dei paesi ricchi a tutto il mondo. Si avverte
l’insostenibilità, addirittura fisica, di una tale prospettiva. È una
prospettiva che appare comunque esclusa anche da ragioni economiche. È
stato calcolato che un cinese o un indiano, di reddito medio, dovrebbe
accantonare tutto quello che guadagna (omettendo di mangiare, vestirsi,
scaldarsi, ecc.) per vent’anni per potersi permettere un’utilitaria a
prezzi occidentali, un abitante dello Zaire o del Bangladesh per trenta
anni, un vietnamita o un tanzaniano per sessanta. E la motorizzazione
privata dei gruppi privilegiati, che tuttavia procede anche in questi
paesi, intacca direttamente i livelli di sussistenza della stragrande
maggioranza della popolazione. Così, ricorda Viale nel libro citato,
“si sta cercando di liberare le strade di Pechino dagli sciami di
biciclette che la percorrono a tutte le ore del giorno per lasciare un
po’ di spazio ai poveri automobilisti, che hanno costruito fortune
miliardarie sulla pelle di lavoratori e disoccupati, ciclisti e
appiedati”.
Anche in questo campo si deve quindi prendere atto dell’esistenza di
limiti che per molto tempo si è creduto di poter ignorare: limiti delle
risorse, limiti della ricettività dell’ambiente, limiti delle
possibilità di trovare sempre e comunque sbocco alle merci prodotte. E
allora, perchè non si inceppi il meccanismo di produzione e consumo,
occorre che, se nuovi consumatori non sono pronti, consumino di più i
soliti. Ecco che sono benvenute tutte le iniziative, meglio se
ammantate da ragioni sociali, che provocano e sostengono lo spreco ed
il consumo opulento nelle aree più ricche. Ecco il governo francese può
congratularsi per il sostegno offerto al mercato interno, che
quest’anno assorbirà la vendita di oltre due milioni di nuove macchine,
distanziando di oltre il 20% quello italiano, con il rammarico tuttavia
del raddoppio delle vendite Fiat ai cittadini francesi, grazie alla
svalutazione della lira. Bisognerà escogitare qualcos’altro ancora.
Il prodotto di questa logica è sotto i nostri occhi, se solo li
teniamo aperti e non distogliamo lo sguardo. L’automobile, come ricorda
Viale nella conclusione del suo libro, “è uno degli elementi più
appariscenti dello squilibrio tra Nord e Sud del mondo; un vettore di
esportazione in quest’ultimo degli aspetti più deteriori dei modelli di
vita, di consumo e di assetto del territorio sviluppatisi nel primo:
l’automobile è l’oggetto di consumo più appariscente (e desiderato)
dello stile di vita dei paesi sviluppati; ma anche uno dei principali
fattori di corruzione delle élite dei paesi in via di sviluppo e di
degrado del loro territorio”. La riflessione su questo particolare
consumo è perciò particolarmente rilevante, per comprendere i processi
che costituiscono, consolidano, ampliano la frattura tra le cittadelle
dei privilegiati e le masse degli esclusi. Torneremo pertanto ad
occuparci di questo argomento, complesso e non liquidabile con slogan.
Una cosa è però chiara fin d’ora: nessun dialogo è possibile nessuna
collaborazione ipotizzabile tra chi sta nelle cittadelle dei consumi e
chi ne è escluso se non vi è la disponibilità a rimettere in
discussione anche i propri stili di vita e le proprie scelte.
Non è
solo un’esigenza etica, che già non sarebbe poco, quella che ci impone
perciò di riflettere sul fatto che il cittadino di un paese ricco e
motorizzato consuma merce, energia, materie prime, aria, acqua, spazio
quanto ne occorrerebbe per sostentare la popolazione di un villaggio di
un paese povero.
INTERROGAZIONI A RISPOSTA IN COMMISSIONE
VALPIANA, NARDINI e PISTONE - Al Ministro delle Finanze - Per sapere - premesso che:
già dalle precedenti legislature sono state presentate proposte di
legge per disciplinare la possibilità, da parte dei cittadini che non
intendono concorrere per motivi di coscienza al bilancio della difesa
di scegliere una diversa opzione per la quota fiscale dovuta;
da quindici anni esiste in Italia una Campagna nazionale di obiezione alle spese militari;
fin
dall’inizio della loro disubbidienza civile, gli obiettori, che
chiedono la possibilità di finanziare una difesa popolare nonviolenta
attraverso l’opzione fiscale, hanno chiesto di uscire dall’illegalità
della loro posizione inviando anno dopo anno al Presidente della
Repubblica i soldi che la coscienza imponeva loro di sottrarre alle
spese militari;
dal 1982 al 1993 la cifra inviata al Presidente della Repubblica dalla Campagna nazionale è sempre stata respinta al mittente;
nel
1994, il Presidente della Repubblica Scalfaro ha consigliato agli
obiettori di indirizzare i loro soldi al Ministero delle Finanze;
il 9 gennaio 1995 la cifra obbiettata di £ 171.278.321, è stata inviata al Ministro delle Finanze;
successivamente si è sollecitato con due lettere una risposta da parte del medesimo ministero;
non
ottenendo alcuna risposta si è provveduto ad effettuare una ricerca
presso gli uffici del Ministero delle Finanze al fine di riuscire
finalmente ad avere notizie certe della pratica;
è emerso che il
fascicolo, dopo essere passato attraverso la Direzione personale e
organizzazione, è approdato al Gabinetto del Ministro;
il dottor Pacifico ha indirizzato al Dipartimento delle entrate, cui la pratica era stata inviata per competenza;
presso
tale dipartimento, tramite colloqui con il dottor Monaco della
Segreteria del direttore dottor Rocfaz, si è saputo che la pratica è
stata affidata alla Direzione centrale accertamento e programmazione
dove risulterebbe tuttora trovarsi;
ormai da più di un anno quindi
il Ministero delle Finanze trattiene presso di sé un assegno il cui
importo è il risultato dell’obiezione alle spese militari del 1994;
se
da questo comportamento i promotori della campagna debbano desumere
un’accettazione dell’assegno da parte del Ministro delle Finanze;
dove
si trovi attualmente l’assegno in questione e, se riscosso, a quale
titolo la cifra sia stata iscritta nel bilancio del ministero e cosa si
intenda farne;
se intenda incontrare una delegazione della Campagna
di obiezione alle spese militari, per valutare che tipo di posizioni
sia possibile assumere per il futuro.
(5-00169)
In ricordo di una compagna di viaggio: Marilena Cardone
Ci sono momenti nella vita in cui vorremmo saper scrivere canzoni o
poesie per fare memoria, vorremmo saper mettere insieme metafore e
ritmi che lascino un segno, ma non sappiamo che pregare. Ci sono
momenti in cui vorremmo raggiungere chi non c’è più, come il fumo dei
rituali sciamanici raggiunge il cielo.
Ci sono momenti in cui la
nostra intelligenza emotiva suggerisce immagini e sensazioni che
vorremmo poter condividere con altri che, come noi, l’hanno conosciuta,
ma non sappiamo che pregare.
Con Marilena abbiamo cominciato ad
esplorare le strade dell’educazione alla pace a S. Gimignano, durante i
campi di Coordinamento insegnanti per la nonviolenza. Con lei abbiamo
ricordato gli odori della nostra infanzia rimparando a giocare, a
costruire giocattoli, a inventare fiabe sotto le stelle...e scoprendoci
felici di essere ancora un po’ bambini. Con lei abbiamo viaggiato
attraverso “l’isola che c’è” conquistando capacità e fiducia nel creare
un mondo migliore. Con lei abbiamo cantato e ballato alla “fiera delle
meraviglie” in quello splendido paese della Toscana.
Poi abbiamo
seguito a distanza il suo cammino attraverso le pubblicazioni e la sua
malattia e l’abbiamo anche invitata a stare ancora con noi in un
percorso per genitori. Quella è l’ultima immagine che ci rimane di lei.
Tre giorni nella masseria S. Anna, ai margini della Valle d’Itria.
Con
i suoi abiti indiani ed il foulard alla zingara, che sostituiva i bei
capelli portati via dalla terapia, ci ha accompagnati con leggerezza e
discrezione tra le difficoltà di essere genitori di pace.
Ci restano
ancora le bambole di lana, i teatrini, le marionette che abbiamo
costruito con i nostri figli in quel week-end assolato tra i trulli
come tracce del suo passaggio caldo ed accogliente.
Ci ha
ringraziato del calore e dell’energia che portava via, dopo
quell’incontro. Ha ringraziato noi, lei che si era sobbarcata di un
viaggio così lungo, da Torino a Bari, per rispondere al nostro bisogno,
lei che aveva dimenticato se stessa, seguendoci nella scoperta del
nostro stile educativo.
Si è spenta come il rumore nel gioco della pioggia che ci ha insegnato.
Vorremmo essere poeti, cantautori, scrittori per farla ricordare, ma possiamo solo pregare con le parole del salmista:
“Il giusto sarà sempre ricordato
non temerà annuncio di sventura,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
Sicuro è il suo cuore, non teme
finché trionferà dei suoi nemici”.
Marilena era un giusto che ha trionfato sul suo nemico.
Franca, Gegè, Gianpaolo, Giovanni, Margaret, Rosalina, Rossella
del Gruppo Educhiamoci alla Pace (G.E.P.) di Bari
PROPOSTA DI UN CORSO NAZIONALE DI FORMAZIONE
PER GLI OBIETTORI CHE VOGLIONO ANDARE IN BOSNIA (D.L. 346/96)
di Antonino Drago*
Con la Legge 346/96 si è aperta la possibilità legale per gli
obiettori in servizio civile di essere inviati in missione all’estero
nelle tensioni internazionali.
Questa possibilità è di grande
interesse per la Campagna OSM che è finalizzata ad ottenere una “prima
istituzione di DPN”, che potrebbe essere appunto questa, pur di poterla
finanziare attraverso le dichiarazioni dei redditi e pur di effettuarla
in modo coordinato, sotto la responsabilità di un Ministero; secondo ad
esempio quanto è contemplato dalla Legge 180/92 sulle missioni civili
di pace all’estero (una legge poco attuata e male, benché ben
concepita).
Da anni ci sono state iniziative per approssimare questo
obiettivo: lotta per l’approvazione della riforma della 772/72 la quale
prevede l’invio di odc all’estero e la sperimentazione della DPN,
presentazione di progetti di legge su opzione fiscale e su diplomazia
popolare, Volontari nel Medio Oriente durante la guerra del Golfo,
Ambasciata di Pace a Pristina, Scuole di Formatori per odc,
pubblicazione di testi preparatori, collegamento tra ricercatori DPN,
ecc. Per questo motivo oggi la preparazione di progetti di invio di odc
in Bosnia trova l’interesse di molti enti e in particolare dei
ricercatori DPN, collegati attorno al Progetto Nazionale di Ricerca
sulla DPN, istituito dall’IPRI (Istituto Italiano di Ricerche per la
Pace) e finanziato dalla Campagna OSM.
Fatta salva la autonomia
degli Enti di SC che vorranno dare questa possibilità ad odc in SC
presso di loro e ferma restando la autonomia di intervento del medesimo
Ente, resta il problema di utilizzare questo primo riconoscimento
istituzionale per un salto di qualità del movimento più ampio e per
iniziare una collaborazione che d’altronde si rende necessaria in
quanto oggi i compiti possono essere molto più pesanti (chi saprebbe
far fronte ad una richiesta di numerosi odc? Come fa un Ente di SC
nazionale a prendere rapporti internazionali senza associarsi ad una
ONG? Come collegarsi sul campo di intervento con le ONG e gli organismi
di base e istituzionali che operano sullo stesso terreno?).
Senza
voler prefigurare grandi passi comuni, un obiettivo comune sembra
cruciale, sia per l’importanza che ha verso gli odc che vogliono andare
in Bosnia, sia per gli Enti che intervengono, sia per gli altri Enti e
organismi interessati in vario modo all’operazione: il Corso nazionale
di formazione degli odc.
Questo Corso ovviamente dovrà soddisfare le
esigenze operative dell’Ente di SC presso cui l’odc opera. Ma non può
restringersi a quelle, perchè il tipo di intervento non è ordinario. È
straordinario sia perchè è la prima volta che si apre questa strada
istituzionale e l’opinione pubblica andrà a fare i conti a questa nuova
iniziativa; ma è straordinario perchè si tratta di agire in zona di
tensione internazionale con un minimo di competenze; si deve andare
oltre l’assistenzialismo, affinché gli odc possano esprimere la loro
novità in tema di difesa e pace; quindi debbono saper dar prova che il
loro intervento non è quello delle crocerossine, né quello di generiche
persone di buona volontà, né quello di religiosi. Quindi la formazione
degli odc dovrà riguardare il monitoraggio dei diritti umani, la
capacità di saperne denunziare la violazione facendone rapporti
adeguati, la educazione della popolazione alla ripresa del suo potere,
la partecipazione ai processi di mediazione e interposizione per
risolvere i conflitti tra comunità diverse, ecc. (v. alleg. Fischer).
Su questi quesiti la formazione degli odc è simile a quella che viene
impartita nei migliori corsi di peacekeeping (v. alleg. sul Corso IPT
Schlaining). Il che rende questo Corso ancor più importante; crea un
precedente anche per la tematica più ampia del peacekeeping che per ora
in Italia è stato incanalato nella direzione del solo peacekeeping da
militari. Come si vede, è nella logica dei fatti stessi che le
iniziative per gli odc in Bosnia hanno molte implicazioni.
In
concreto, si può proporre un Corso di formazione che sia all’altezza
delle aspettative della opinione pubblica per una novità cruciale sul
tema della pace.
Questo Corso chiaramente dovrebbe esprimere la
collaborazione la più ampia possibile (nei limiti delle possibilità di
una intesa strategica e delle possibilità di una efficacia operativa).
Esso dovrebbe risultare da un accordo tra gli Enti che inviano odc in
Bosnia e che propongono perciò una formazione comune (più una specifica
per l’iniziativa del singolo Ente). Finora si sa di iniziative in
Jugoslavia di AGESCI, Caritas italiana, Comunità Papa Giovanni XXIII di
Rimini.
A questo accordo potrebbe aggiungersi un accordo tra ONG
riconosciute dal Ministero AAEE, al fine di accedere, per loro tramite,
ai fondi della 180/92, una legge da far rifinanziare dallo Stato ed
eventualmente dagli obiettori fiscali; le ONG inoltre possono ricevere
per legge versamenti fino al 2% dell’imponibile del contribuente. Esse
li potrebbero girare agli Enti che inviano odc in Bosnia creando un
ulteriore accordo di collaborazione. Finora CEFA Bologna, Com. Prom.
Sviluppo C. Mare, Mani Tese Milano, Overseas Modena si sono dichiarate
interessate.
Sarebbero gli Enti di SC che decidono il tipo di Corso
da far seguire agli odc e che se ne prendono il carico per quanto
riguarda la organizzazione generale e il sostegno logistico degli odc.
Invece
per la parte scientifica e didattica del Corso ci può essere la
collaborazione del Centro Diritti Umani e dei Popoli , Univ. di Padova,
Centro Educazione alla Pace dell’Univ. di Napoli, CIRUP Università di
Bologna, Progetto di Ricerca Interuniversitario Min. Univ. e Ric. Sci.
40% su “Educazione alla Pace”.
In particolare il gruppo di studiosi
universitari di quest’ultimo Progetto ha come uno dei suoi due temi
specifici la ricerca sulla formazione degli odc; quindi è
istituzionalmente finalizzato a valorizzare esperienze di formazione
degli odc. In questo senso esso può non solo provvedere a validi
docenti del corso, ma anche, grazie ai finanziamenti già ottenuti dal
Ministero P.I., assumersi l’impegno finanziario dell’invito di relatori
italiani e stranieri.
La sede del corso potrebbe essere l’Università
di Bologna (sede del CIRUP e di un gruppo del Gruppo MURST 40%) o di
Napoli (sede di altro gruppo locale dello stesso tipo) o di Padova
(sede del Centro Diritti Umani e dei Popoli).
Relatori stranieri
possono essere: Johan Galtung (Univ. Hawaii, massimo esperto di
ricerche per la pace), T. Ebert (Freie Univ. Berlino, autore di un
progetto nazionale tedesco di Servizio Civile di Pace, anche per odc),
K. Kupfmueller (Univ. Graz, formatore degli odc del Servizio Civile di
Pace in Jugoslavia in questi ultimi quattro anni, servizio aperto anche
alle donne), Arno Truger (Direttore IPT program di formazione di
peacekeeping a Schlaining, Austria, la prima scuola ONU di questo
tipo), Christine Schweitzer (Lega per la DPN tedesca, leader
dell’intervento internazionale di pace in Jugoslavia).
Relatori
italiani possono essere: L. Corradini, Univ, Roma; A. Drago, Univ.
Napoli; A. L’Abate, Univ. Firenze; G. Martirani, Univ. Napoli; E.
Butturini, Univ. Verona; A. Palmonari, Univ. Bologna; A. Papisca, Univ.
Padova; G. Pontara, Univ. Stoccolma; G. Salio, Univ. Torino; d. V.
Savoldi, Univ. Alfonsianum Roma; G. Scotto Freie Univ. Berlino; R.
Venditti, Univ. Torino; E. Zerbino, Univ. Catt. Roma.
Personalità
istituzionali che potrebbero inaugurare la Scuola sono: F.P. Casavola
(ex-Pres. Corte Cost.), on. F. Chiavacci (PDS, Comm. Difesa), Ettore
Gallo (ex-Pres. Corte Cost.), prof. L. Guerzoni (sottosegr. Min. P.I.),
Sen E. Ronchi (Ministro per l’Ambiente), Sen. G. Russo Spena (PRC,
Comm. Esteri), on T. Valpiana (PRC, Affari Soc.).
* Per l’IPRI e Segr. Prog. Ric. DPN
“LAVORARE CON LA TESTA E CON IL CUORE”
- LA KHOCHALITA - BOLIVIA
di Gigi Eusebi
“Khochala” è una parola della lingua indigena quechua - la più
diffusa sugli altipiani andini dell’America del Sud - che identifica
gli abitanti di Cochabamba, una delle tre principali città della
Bolivia (le altre sono la capitale politica, La Paz e la capitale
economica, Santa Cruz de la Sierra), dove “passa” quasi tutto il paese
che “conta”: dalle strade transitabili agli affari, dal turismo al
commercio, anche quello equo e solidale.
La Khochalita,
l’associazione civile senza fini di lucro di cui ci occupiamo in questo
servizio, è un nome tipicamente “cochabambino”, che significa il popolo
della pianura pantanosa, dalle parole quechua “khocha” e “pampa”. È
nata nel ‘78, come tentativo di risposta organizzata al problema
drammatico della povertà, in un contesto dove miseria, disperazione,
fame, paura, sfiducia, corruzione, ingiustizia, ignoranza sono costanti
della vita quotidiana. la Khochalita si è proposta l’obiettivo di
attenuare queste difficoltà attraverso il consolidamento di un’attività
produttiva multi-settoriale e la formazione dei suoi membri, fattori
che contribuiscono a creare delle alternative economiche concrete,
utili anche ad uscire dal circolo vizioso legato alla coltivazione e
trasformazione della coca. La Khochalita non è l’unica esperienza di
base presente nella regione, ma è certamente la più strutturata. Conta
con più di 800 famiglie, organizzate in 32 centri di produzione: 28 nel
settore dei tessuti di lana e alpaca (e, più recentemente, nel
confezionamento di jeans, come sarà presto visibile nelle Botteghe del
Mondo, dove faranno capolino i jeans a “marchio” CTM...), gli altri 4
nella produzione/trasformazione della banana essiccata e della canna da
zucchero, del vetro e della carta riciclata. Il coordinamento è
effettuato da un comitato composto da sette membri, eletti
democraticamente dai soci, i quali sono rappresentati anche nel
Consiglio dei vari centri di produzione. Il lavoro è svolto
prevalentemente in casa, con la supervisione di tecnici specializzati.
L’ufficio centrale di Cochabamba ha la delega operativa del
coordinamento, per amministrare al meglio l’attività: organizza e
ripartisce gli ordini a seconda delle richieste e della
specializzazione, cura il controllo di qualità e la spedizione
all’estero, fornisce la materia prima necessaria per la produzione
mediante acquisti comunitari che riducono i costi, stabilisce la data
per la consegna del prodotto finito (con qualche polemica interna,
alimentata - va detto - dalla concorrenza: c’è chi sostiene che in caso
di ritardo si “scontino” dai pagamenti degli artigiani uno o più
boliviano per ogni giorno di ritardo).
“Hay que trabajar con la
cabeza y el corazòn”, dice “Don” Demetrio Zurita, il gerente e
animatore principale, un simpatico cochambino di mezza età, che nella
Khochalita ha investito un “corazòn” grande come quello del buon papà e
una “cabeza” degna di un manager smaliziato, attento alla cura di tutti
i dettagli, dalle transazioni economiche alle pubbliche relazioni con
gli operatori commerciali, soprattutto con noi “gringos” equi e
solidali. “Very professional”, non c’è che dire!
Servizi sociali ad “alta velocità”
Dove la Khochalita dimostra
maggiormente la sua vocazione solidale è nel settore dei servizi a
favore dei soci. Il principale è l’assistenza sanitaria, nel
consultorio situato nell’ufficio centrale dove si alternano 14
specialisti di differenti aree, per curare a costi poco più che
simbolici gli artigiani e le loro famiglie (circa un dollaro e mezzo,
detratto dal pagamento dei prodotti). Viene curata anche la
prevenzione, formando le persone - soprattutto donne - alla conoscenza
delle principali malattie e all’educazione sessuale, di coppia, alla
cura dei bambini, alla vaccinazione, con l’ausilio di opuscoli, video
popolari, audiovisivi. La cura dei denti è affidata a dentisti che
trattano i pazienti con interventi pubblicizzati con slogan che è tutto
un programma, ad “alta velocidad” (e chi scrive ne è testimone diretto,
perchè in una seduta resasi necessaria per un dolore diventato
insostenibile, ho dovuto fuggire, perchè la scrupolosa dentista voleva
estrarmi immediatamente un canino ad “alta velocidad”...). Gli altri
servizi offerti ai soci, sono assistenza giuridica gratuita,
convenzioni con fornitori e negozi di Cochabamba per ottenere sconti
per gli acquisti dei prodotti di base (cibo, vestiti, materiale per la
scuola), accordi con le banche per praticare credito agevolato a favore
dei produttori, corsi di formazione alla commercializzazione, ricerca
di canali per aprire nuovi mercati di vendita, assistenza tecnica e
capacitazione per migliorare la qualità dei prodotti ed il controllo
finale, appoggio ai contadini, mediante consulenze, fornitura di
macchinari e consegna di piante da frutta.
L’80% degli artigiani
sono donne, spesso vedove o comunque abbandonate, sempre con molti
figli a carico. Gli artigiani sono ben pagati, almeno quando il lavoro
e gli ordini sono costanti, arrivando a guadagnare mediamente 160
dollari mensili, contro i 60 del salario minimo boliviano. “Don”
Demetrio tiene a sottolineare che si riconosce regolarmente ai
produttori anche “l’aguinaldo”, una specie di tredicesima che
irrobustisce il Natale cochabambino. Il fatturato della Khochalita
nell’ultimo anno ha superato i 200.000 dollari, quasi totalmente
derivanti dagli acquisti delle centrali europee del commercio equo,
anche perchè sul mercato interno l’artigianato ed a volte addirittura
gli alimenti tipici della cultura locale sono poco valorizzati (la
quinua, ad esempio, il cereale che da anni arricchisce gli scaffali
delle Botteghe, è definito sul posto “il mangime dei poveri”).
“MIneros recuperados”
Per comprendere l’importanza sociale di
queste opportunità lavorative e dei servizi offerti dalla Khochalita è
necessario conoscere meglio la Bolivia, un paese povero, storicamente
uno dei più “sfigati” dell’America Latina: le guerre pre e
post-coloniali - regolarmente perse - le hanno tolto porzioni
significative di territorio e, quel che è peggio, lo sbocco sul mare,
penalizzando un’economia già emarginata da un territorio molto
impegnativo, con passi andini a 5.000 metri e strade mozzafiato, spesso
intransitabili, pericolosissime, prive di ogni protezione, con
strapiombi di migliaia di metri dove quotidianamente avvengono
incidenti. Gli scandali, i successivi golpe militari (quasi cento
nell’ultimo secolo), l’inflazione, prima a sette zeri ed oggi debellata
a prezzo di un’altissima recessione sociale, come impongono le ricette
neo-liberiste del FMI, rendono la Bolivia un paese “sin vez”, senza
opportunità. Le possibilità di ottenere un’occupazione stabile sono
scarse e più di metà della popolazione vive della cosiddetta economia
informale, fatta di precarietà, spesso di piccoli commerci ambulanti.
Anche per queste ragioni la produzione ed il traffico della coca ha
trovato “terreno” fertile, soprattutto nella regione del Chapare, non
distante dalle zone dove vivono i soci della Khochalita, in quanto
costituisce una risposta immediata ad una domanda di lavoro, di vita
dignitosa che non riesce ad essere soddisfatta da attività meno
rischiose.
La vita sugli altipiani è durissima: ci vivono i “kolla”,
i contadini e gli indigeni, che faticano sempre più a resistere e
tendono ad emigrare verso le periferie delle città principali, nelle
quali non trovano lavoro né tantomeno ad emigrare verso le periferie
delle città principali, nelle quali non trovano lavoro né tantomeno un
ambiente, una cultura disponibile all’integrazione (in particolare
nella regione di Santa Cruz si verifica il maggiore shock culturale,
per la predominanza dei “cambia”, gli abitanti dell’oriente boliviano,
molto nazionalisti, una sorta di “leghisti” andini). Nelle zone
minerarie, come a Kami - un altro progetto vicino al commercio equo -
la situazione, se possibile, è ancora più difficile: la vita media
degli uomini è di 35 anni, falcidiata da silicosi, tubercolosi, da un
quotidiano fatto di freddo polare, fame, camminate di settimane
scendendo e scalando montagne, magari per consegnare una “chompa”
(maglione), correndo il rischio di essere colpiti dai fulmini,
micidiali sui sentieri di cresta.
“Per me questa gente appartiene al
genere umano, come noi, ma non è uguale agli altri uomini - confessa
Serafino, un missionario... Kamikaze. La capacità di sopportazione
fisica e psicologica dei kolla, il modo di vivere sempre uguale da
mille anni li rende “animali” di un’altra categoria, irraggiungibile
per i comuni mortali”.
Per le donne e gli uomini della regione di
Cochabamba, vedove le une e spesso ammalati o prostrati gli altri,
l’opportunità offerta da strutture coma la Khochalita è preziosissima,
in quanto consente loro di costruire delle basi economiche ed anche
psicologiche dignitose, come nel caso dei “minatori recuperatori”,
adulti distrutti dal lavoro in miniera che riescono a riciclarsi come
artigiani, utilizzando al meglio le poche energie fisiche rimaste. È
anche questo il caso di “Supercristal”, l’impresa familiare di
produzione di vetro riciclato, socia della Khochalita e fornitrice del
vetro importato dalla CTM. Sotto gli occhi attenti di Dona Gabi e Don
Jorge, una quarantina di persone - tra cui diversi handicappati ed
alcuni minorenni “adottati”, che vivono con la coppia - fondono e
modellano il vetro ottenuto da 40 quintali alla settimana di scarti,
ricavati dalle discariche e dal riutilizzo di confezioni di marmellata,
pomodoro, tonno, maionese. La cultura “ecologica” di questo gruppo si
rivela anche nell’uso di carta da giornale e di cartoni per
l’imballaggio dei prodotti finiti (fino a 20 tonnellate annue
riciclate) e nell’uso di utensili per il lavoro ricavati da ferramenta
e scarti domestici. In un processo quasi totalmente manuale, il vetro è
prima lavato, poi posto in un forno a 1400°, per essere in seguito
modellato ed infine raffreddato per 24 ore in un altro forno a 650°,
con successivo bagno in acqua tiepida e fredda. Il prodotto finale?
Vasi,
coppe, bottiglie, bicchieri, oggetti decorativi, specchi. I lavoratori
ricevono il 35% del prezzo di vendita, a dimostrazione che a volte nel
commercio equo ci sono strutture più democratiche di fatto,
indipendentemente dalla forma giuridica, rispetto a tante cooperative o
associazioni formalmente “popolari”.
Commentando queste impressioni
con Dona Gabi, ho ricevuto un sorriso ed un augurio, tipico della dolce
ironia boliviana: “Que te vaya bien...hasta a la esquina!” (Buona
fortuna, ma solo fino al prossimo incrocio...!).
Murder victims’ families for reconciliation
Gli Stati Uniti hanno un sistema carcerario enorme e costoso ed
imprigionato più persone di qualsiasi altro paese al mondo: più di un
milione di americani sono attualmente immagazzinati in celle e quasi
tremila sono condannati a morte. Le esecuzioni si verificano
regolarmente e sono i poveri, i ritardati mentali, i malati di mente e
membri di minoranze razziali ed etniche a morire per i loro crimini.
Alcune delle persone uccise erano innocenti.
MVFR (Famiglie delle Vittime di Omicidi per la Riconciliazione) è
un’organizzazione composta da persone che hanno perso per colpa di un
omicidio un membro della loro famiglia, la famiglie di uomini e donne
“giustiziati” dallo Stato, e da coloro i quali sostengono le
convinzioni e gli obiettivi dell’organizzazione. Noi rifiutiamo la pena
di morte in ogni caso perchè sappiamo fin troppo bene che una vita non
può restituire un’altra vita, che la violenza da parte dello Stato non
può produrre una società sicura e pacifica e che uccidere è sbagliato,
a prescindere da chi commette l’omicidio. Sosteniamo programmi che sono
utili alle famiglie delle vittime e che chiedono un’efficace
prevenzione del crimine.
I politici che non riescono a fornire nessuna di queste due cose,
presentano la pena di morte camuffata da consolazione per le famiglie
delle vittime e da misura per la prevenzione del crimine. Non è né
l’una né l’altra. Tuttavia, procura voti da parte di quelli che credono
a questa retorica. Le famiglie delle vittime hanno molti bisogni prima
di poter cominciare a guarire e ad andare avanti con le loro vite dopo
la tragica perdita di una persona amata per un’uccisione senza senso.
Sostenere che prendere un’altra vita migliorerà le cose è non solo una
bugia, è un’umiliazione per la famiglia e per i membri che ha perso.
Molte famiglie non lo capiscono se non dopo l’esecuzione. Non si
sentono meglio; non c’è stata restituzione, proprio come implica il
concetto stesso di “occhio per occhio”. Sono state ingannate e
vittimizzate un’altra volta. Le famiglie delle vittime si meritano di
meglio e MVFR appoggia programmi che consentono alle famiglie ferite di
lasciare il loro odio e cominciare il processo di guarigione il più
presto possibile.
Come risposta alle affermazioni da parte di quelli al potere che la
riabilitazione non funziona, MVFR sostiene un programma in una prigione
della Virginia che fu progettato ed è gestito da prigionieri, uno dei
quali è un ex-condannato a morte che ha rischiato l’esecuzione prima
che gli fosse concessa la grazia per le prove schiaccianti della sua
innocenza. Esso accoglie i condannati per atti violenti, che studiano
la non-violenza leggendo Gandhi, Merton, Martin Luther King ed altri
per imparare e praticare metodi a risposta nuova e non-violenza alle
battaglie. Questo programma espone a persone cresciute in ambienti
violenti e sopravvissute attraverso la violenza, in particolare
all’interno delle prigioni, l’opportunità di imparare nuove vie di
risolvere i problemi che incontrano. Il programma ha il potenziale di
reinserire nella società i partecipanti con l’abilità di cui hanno
bisogno per cambiare la propria vita. Sta avendo successo all’interno
della prigione, si è guadagnato il rispetto degli altri prigionieri,
del personale carcerario e delle persone all’esterno. Noi offriamo
questo programma come prova che esistono metodi per favorire il
cambiamento e rendere la società più sicura senza bisogno di prendere
delle vite. Inoltre, MVFR chiede ai leader del nostro paese di
esaminare a fondo le cause del crimine e di affrontarle offrendo ad
ogni parte della società l’opportunità di vivere con dignità e scopo.
I membri di MVFR s’impegnano per l’abolizione della pena di morte. È
un atto di violenza commesso a nome nostro e con i dollari delle nostre
tasse. Ci rende complici di omicidio. Abbiamo molti oratori eccellenti
che desiderano condividere le loro storie di perdita personale e
chiedono una fine alle uccisioni. “Non uccidere in nome mio” viene
continuamente ripetuto dai membri di MVFR. L’organizzazione sponsorizza
i Journeys of Hope (Viaggi della Speranza). Si tratta di tour educativi
di due settimane in parti scelte della nazione. I partecipanti
viaggiano insieme tenendo discorsi in chiese, scuole, a gruppi della
comunità, organizzazione delle vittime e tenendo riunioni e
dimostrazioni pubbliche. Durante questi tour raggiungono personalmente
migliaia di persone e, con l’uso dei media, milioni. La gente viene ad
ascoltare perchè le storie sono potenti; molti se ne vanno cambiati da
quello che hanno ascoltato. Membri sono disponibili a parlare durante
l’anno. Alcuni di noi parlano all’interno della propria comunità, altri
rispondono ad inviti da altre parti della nazione per lavorare con
gruppi statali per impedire un’esecuzione, per aiutare a rifiutare
legislazioni che prevedono la pena di morte o per impedirne la
reintroduzione in quegli stati che ne sono privi.
Il lavoro svolto da MVFR è arduo ed il bisogno di esso è in aumento.
Le richieste che riceviamo crescono proporzionalmente alle condanne a
morte ed alle esecuzione. I nostri amici all’estero possono contribuire
a porre fine a questo abuso contro i diritti umani intensificando la
consapevolezza che gli Stati Uniti sono l’unica nazione occidentale
industrializzata che giustizia i suoi cittadini. Organizzare un evento
che serva sia ad informare che a raccogliere fondi per aiutare il
nostro lavoro è la maniera più efficace in cui potete essere
personalmente coinvolti. Saremo felici di includere i vostri nomi alla
nostra lista e di tenermi informati con il nostro bollettino, The
Voice, quindi fateci avere presto vostre notizie. Diamo il benvenuto
alle vostre idee, ai vostri commenti, al vostro talento ed alla vostra
partecipazione per porre fine a questa vergognosa pratica che è
l’omicidio di Stato.
MVFR - P.O. Box 208 - Atlantic, VA 23303-0208 - USA
Eugenio Maggi
Pontecurone (AL)
Signor Presidente,
ormai dal 1982, come Lei sa, alcune migliaia
di cittadini, mossi da un alto principio morale che li spinge a non
collaborare in alcun modo, né direttamente né indirettamente, alla
preparazione di conflitti armati, hanno dato il via ad una campagna di
obiezione di coscienza alle spese militari, testimoniando la richiesta
di “lavoro e pace” per tutte le persone del mondo.
I cittadini obiettori fiscali alle spese militari, lontanissimi da
qualsiasi forma di evasione fiscale, ogni anno, all’atto della
compilazione della denuncia dei redditi, indicandolo esplicitamente,
non versando la percentuale destinata dal nostro Paese alle spese
militari, destinandola invece al “fondo per la pace”, utilizzato poi
per usi solidaristici e di promozione della nonviolenza.
Siamo coscienti del fatto che si tratta di un gesto di disobbedienza
civile che, all’apparenza, va contro le leggi vigenti, ma vogliamo
ricordarLe che già da alcune legislature sono depositate sia alla
Camera sia al Senato alcune proposte di legge sull’”opzione fiscale”,
sulla possibilità, cioè, per il cittadino, così come avviene oggi
legalmente per il servizio civile alternativo al servizio millitare, di
seguire i dettami della propria coscienza per contribuire alla
costruzione di un mondo di pace.
Il movimento degli obiettori alle spese militari ha scelto
simbolicamente la data del 4 novembre per la conclusione della campagna
annuale.
Riconoscendo il Lei, come massima autorità e garante dell’unità
nazionale, il più autorevole interlocutore di un movimento che intende
così testimoniare la propria volontà di invertire il cammino doloroso e
sanguinoso dell’umanità, Le chiediamo, a nome nostro e dei movimenti
promotori della Campagna: M.I.R. (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), M.N. (Movimento Nonviolento), L.O.C. (Lega Obiettori
di Coscienza), L.D.U. (Lega Disarmo Unilaterale), Pax Christi,
Associazione per la Pace, S.C.I. (Servizio Civile Internazionale), un
breve incontro il 4 novembre p.v. per poterle illustrare l’andamento e
i risultati ottenuti dalla Campagna, anche sul piano giuridico.
Ringraziando La anticipatamente per quanto saprà e potrà fare, Le esprimiamo i sensi della nostra stima.
Roma, 10 ottobre 1996
On. Tiziana Valpiana
On. Francesca Chiavacci
On. Marco Fumagalli
On. Augusto Battaglia
On. Luigi Upiano
On. Rino Piscitello
On. Fulvia Bandoli
On. Maria Celeste Nardini
On. Franco Bonato
On. Gloria Buffo
On. Annamaria Procacci
On. Lino De Benetti
On. Giovanni Saonara
On. Massimo Scalia
On. Valeria Albanese
On. Rosanna Moroni
On. Marco Boato
On. Walter De Cesaris
On. Rosa Jervolino Russo
On. Piero Ruzzante
Verbania, 10 giugno 1996
Sig. Presidente Scalfaro,
nel comunicarLe il nostro sostegno alla Campagna di obiezione alle spese militari, desideriamo aggiungere alcune considerazioni.
1. Siamo tristemente sorpresi del fatto che, in un momento difficile
per il nostro Paese, i bilanci dello Stato vengono decurtati per tutti
i ministeri tranne che per quello della Difesa. Sembra che l’Italia,
anziché impegnarsi sul piano della cooperazione tra i popoli, si
preoccupi di ammodernare i propri armamenti, quasi fossimo alla vigilia
di una guerra.
Così, mentre i giovani attendono occupazione nei
settori dei Beni culturali ed ambientali (la nostra vera ricchezza!),
le uniche fabbriche che non conoscono crisi sono quelle che producono
armi.
2. A tutte le categorie di cittadini vengono chiesti sacrifici
apparentemente eguali, ma in realtà in proporzione inversa alle loro
capacità contributive: questo avviene quando si aumentano le tasse
indirette (tasse scolastiche, ticket sanitari, benzina, ecc.).
Come
vorremmo vedere i nostri parlamentari affrontare sacrifici in prima
persona rinunciando a una parte dello stipendio, offrendo così ai
cittadini un esempio di autolimitazione dei consumi, anziché
costringervi le categorie più deboli.
Sappiamo di trovare il Lei capacità di ascolto e, vogliamo sperare, di condivisione della sostanza di questo scritto.
Siamo
fiduciosi che questa legislatura saprà guidare l’Italia su strade che
portano alla fratellanza tra i popoli e al superamento dei troppi
conflitti tuttora in corso.
Con rinnovata stima, La salutiamo cordialmente.
Enrico Rinaldelli
Bruna Petroni
Segretariato Generale
della Presidenza della Repubblica
Il Segretario Particolare del Presidente
Roma, 1 luglio 1996
Gent.mi Signori
Enrico Rinaldelli
Bruna Petroni
Via A. Rosa, 56/b
28048 Verbania
È qui pervenuta la Vostra lettera del 10 giugno scorso
indirizzata al Signor Presidente della Repubblica, con la quale avete
ritenuto di comunicare il Vostro sostegno alla Campagna di obiezione
alle spese militari.
Al riguardo desidero informarVi che tutte le numerose dichiarazioni
simili a quella da Voi sottoscritta, qui giunte da varie parti
d’Italia, sono state sottoposte al doveroso esame del competente
Ufficio per gli Affari Giuridici di questa Presidenza.
Mi riservo pertanto di farVi avere ulteriori e più precise notizie
in proposito non appena ne sarò in grado, e frattanto Vi porgo i
migliori saluti.
Luigi Michelangeli
Segretariato Generale
della Presidenza della Repubblica
Il Segretario Particolare del Presidente
Roma, 16 luglio 1996
Gent.mi Signori
Enrico Rinaldelli
Bruna Petroni
Via A. Rosa, 56/b
28048 Verbania
Faccio seguito alla mia lettera del 1 luglio scorso e Vi accludo un
appunto predisposto dall’Ufficio per gli Affari Giuridici di questa
Presidenza cui era stata sottoposta in esame la Vostra comunicazione,
unitamente alle altre numerose dichiarazioni di sostegno alla Campagna
di obiezione alle spese militari, pervenute parte di molti altri
cittadini.
Vogliate gradire i migliori saluti.
Luigi Michelangeli
Allegato
A P P U N T O
Con riferimento alla Campagna di obiezione alle spese militari, per
la quale sono pervenute numerose dichiarazioni di sostegno da parte di
cittadini, si fa presente che negli ultimi anni il “Coordinamento
politico della Campagna obiezione di coscienza alle spese militari” di
Brescia, ha inviato ogni anno al Presidente della Repubblica un assegno
bancario per ingenti somme, corrispondenti all’importo derivante
dall’obiezione fiscale alle spese militari.
L’assegno è stato sempre regolarmente restituito, con l’avvertenza
che la Presidenza della Repubblica non è in alcun modo abilitata a
ricevere denaro proveniente dai cittadini, tanto più se, come nel caso
specifico, costituisce l’equivalente di importi dovuti secondo la legge
e non versati al Fisco.
I cittadini di Verbania che si sono rivolti al Signor Presidente
hanno invece solo comunicato il loro sostegno alla Campagna di
obiezione alle spese militari, allegando copia della ricevuta della
somma versata sul Fondo per la pace.
Non risulta, poi, che i predetti versamenti siano stati sottratti agli adempimenti prescritti dalla normativa tributaria.
Infine si deve anche precisare che il Presidente della Repubblica,
oltre a non possedere poteri costituzionali di intervento diretto su
tali questioni, nella sua carica di Comandante supremo delle Forze
armate trovasi impossibilitato a farsi portatore di interessi
contrastanti con la difesa del Paese.
Roma, 12 luglio 1996
Un predicatore di pace e giustizia Don Primo Mazzolari
di Claudio Cardelli
Sono tanti i sacerdoti che hanno dato un rivelante contributo alla
diffusione della cultura e pratica nonviolenta in Italia: tra coloro
che ci hanno già lasciato, possiamo ricordare Lorenzo Milani, Ernesto
Balducci, David Maria Turoldo, Tonino Bello e Sirio Politi. Don Primo
Mazzolari ha il merito di aver introdotto per primo la nonviolenza
gandhiana nel campo cattolico fin dagli anni Cinquanta con un
memorabile libro: Tu non uccidere (già pronto nel dicembre del 1952 e
pubblicato nell’aprile del 1955 dalla Editrice La Locusta di Vicenza).
La vita e l’insegnamento
Primo Mazzolari nacque a Santa Maria del
Boschetto, una frazione a quattro chilometri da Cremona il 13 gennaio
1890 da famiglia contadina. Entrato nel Seminario di Cremona
nell’ottobre 1902, fu ordinato sacerdote nel 1912. Fu interventista
nella Prima guerra mondiale e prestò servizio nella Sanità prima come
soldato semplice, poi come caporale all’Ospedale militare di Cremona.
Profondamente
turbato dall’esperienza della guerra, maturò la decisione di lottare
tutta la vita contro la violenza e l’ingiustizia.
Dopo la guerra
divenne parroco di Cicognara di Viadana nel Basso mantovano; nel luglio
del 1932 il vescovo gli affidò le due parrocchie di Bozzolo, che
venivano unificate. A Bozzolo (Mantova) restò per circa 27 anni sino
alla morte (1959). Fu decisamente antifascista e manifestò anche
pubblicamente le proprie convinzioni.
Il 4 novembre 1932, celebrando
l’anniversario della vittoria, espresse un giudizio critico sulla
guerra: “A che valse il sacrificio dei Caduti? Dicevano che
combattevano l’ultima guerra, frase questa che copriva invece interessi
di privati e di partiti”.
Durante il secondo conflitto mondiale,
appoggiò la Resistenza e subì la persecuzione dei fascisti: si salvò
nascondendosi e mutando spesso il proprio rifugio. Nel 1949 diede vita
a un periodico, “Adesso”, attraverso il quale sviluppò i temi della
pace, del dialogo con altre forze politiche (comunisti e socialisti),
della povertà della Chiesa.
Le posizioni di Mazzolari apparvero
troppo ardite alle autorità ecclesiastiche, sicchè un intervento del
Santo Ufficio proibì al parroco di Bozzolo di tenere discorsi fuori
della sua parrocchia e di scrivere su argomenti politico-sociali.
Soltanto con l’avvento del nuovo papa, Giovanni XXIII, don Mazzolari
uscì dall’isolamento e venne ricevuto in udienza dal pontefice nel
febbraio del 1959, pochi mesi prima della morte, avvenuta il 12 aprile
dello stesso anno a Cremona.
La guerra fredda
Nel dopoguerra, mentre cresceva la paura del
comunismo e l’unica via per contrastarlo sembrava la potenza militare
della NATO, don Mazzolari non esitò a proporre la resistenza
nonviolenta.
“-- Se siamo assaliti (dalla Russia o da altri) è doveroso o per lo meno legittimo opporsi con la forza?
Non
discutiamo la legittimità né la doverosità della resistenza
all’invasore. Il cristiano non entra nella resistenza al male quando
vuole e come gli fa comodo; egli è sempre un resistente, un resistente
per vocazione, di fronte a qualsiasi male. Quindi, ogni indifferenza,
ogni compromesso col male, è un peccato.
La divergenza sta nel modo di resistere all’invasore.
C’è
chi trova legittimo e doveroso opporre forza a forza: ora noi, in
considerazione della sincerità che crediamo di riscontrare anche nella
nostra coscienza e nella nostra esperienza, domandiamo semplicemente se
non possiamo sostituire alla resistenza della forza la resistenza dello
spirito, senza venir meno con questo all’impegno della resistenza.
Molti,
anche cristiani cattolici, troveranno tutto ciò un colmo di ingenuità,
ma a noi questo colmo d’ingenuità non sembra del tutto contro o fuori
del sentire cristiano.
Non si rinuncia a resistere, si sceglie un
altro modo di resistere, che può parere estremamente folle, qualora si
dimentichi o non si tenga abbastanza conto dell’orrendo costo della
guerra, la quale non garantisce neppure la difesa di ciò che vogliamo
con essa difendere”.
(Tu non uccidere, pp. 54-55)
Molto sensibile alle rivendicazioni dei ceti popolari, comprese che
il valore della pace è inscindibile dalla giustizia, per la quale si
può lottare col metodo nonviolento.
“Di fronte alla criminale resistenza di molti benpensanti, non è
facile persuadere la povera gente che la giustizia possa arrivare senza
violenza. Se vogliamo ristabilire la fiducia degli oppressi e dei
diseredati nella pace cristiana, dobbiamo, prima che sia troppo tardi,
dimostrare che non è necessario far saltare con la dinamite la
corteccia degli egoismi, i quali impediscono ai poveri di vivere e di
far valere democraticamente i loro diritti. La pace non sarà mai sicura
e tranquilla fino a quando i poveri, per fare un passo avanti in difesa
del loro pane e della loro dignità, saranno lasciati nella diabolica
tentazione di dover rigare di sangue la loro strada. Senza giustizia
non c’è pace”.
“Opus justitiae pax”.
(Tu non uccidere, pg. 126)
Mazzolari non conobbe di persona Gandhi, ma ne apprese
l’insegnamento attraverso la frequentazione di una suora francescana
che l’aveva incontrato in India. Nella prefazione che preparò per la
raccolta dei Pensieri di Gandhi (La Locusta, 1960), manifestò la
propria venerazione per il Mahatma.
“Quasi non vorrei scrivere di lui, per non interrompere la segreta
venerazione che gli ho sempre dato da quando ho cominciato a conoscerlo
e a volergli bene.
I potenti della terra sopportano qualsiasi
parola: i grandi dello spirito si possono profanare con ogni parola che
non venga dal profondo.
Ho conosciuto e voluto bene a Gandhi, non
attraverso i libri o i giornali, ma attraverso il bene che gli portava
una mirabile suora francescana che ebbe la fortuna di incontrarlo in
India e di averlo ospite in Italia. Nella “grande anima” aveva trovato
qualche cosa del Serafico.
Poi vennero anche per noi gli
interminabili giorni dell’iracondia, e il mio bene per lui crebbe a
dismisura, poichè la sua maniera di resistere al Maligno, pur
umiliandosi nel confronto, mi rassicurava come cristiano. (...)”
(Pg. 7)
RISOLUZIONE (A4-0223/96) SUL RISPETTO DEI DIRITTI DELL’UOMO NELL’UNIONE EUROPEA (PE 252.048/17 a 32)
Il Parlamento Europeo
(...)
Libertà di pensiero, di coscienza e di religione (pagg. 25-26)
57. ritiene che ogni persona abbia diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione;
58. ribadisce che l’obiezione di coscienza al servizio militare fa
parte della nozione di libertà di pensiero, di coscienza e di
religione, condanna gli Stati membri che non tutelano tali diritti e
invita con insistenza gli Stati membri a garantirli e tutelarli;
59. sostiene la sua risoluzione del 19 gennaio 1994 sull’obiezione
di coscienza negli Stati membri della Comunità, ribadisce la necessità
che gli Stati membri che ancora non l’abbiano fatto istituiscano un
servizio civile di durata uguale a quello militare e che gli obiettori
di coscienza non siano condannati a causa della mancanza di una
disposizione giuridica che disciplini la prestazione sostitutiva;
60. chiede ancora una volta alla Grecia di astenersi dal perseguire
gli obiettori di coscienza e di liberare coloro che sono detenuti per
tali motivi, dotandosi senza indugio di una legislazione che riconosca
il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e
organizzando un servizio civile non discriminatorio rispetto al
servizio militare;
61. chiede agli Stati membri di non prevedere più la dichiarazione
dell’appartenenza religiosa nella carta d’identità o nel passaporto;
(...)
Campagna promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo
CAMPAGNA SCARPE GIUSTE
Sportivi, smettete di essere complici dello sfruttamento dei lavoratori asiatici
e dello sfruttamento del lavoro minorile.
Pretendete delle scarpe giuste.
È noto che la maggior parte delle scarpe sportive viene prodotta in
Asia da parte di lavoratori che percepiscono salari al di sotto della
linea della povertà, che sono costretti a fare 120-150 ore di
straordinario al mese, che non hanno la garanzia del posto di lavoro,
che non hanno la libertà di scioperare e di organizzarsi in sindacati
indipendenti, che lavorano in condizioni di scarsa sicurezza.
In certi casi, questi lavoratori sono dei bambini.
Aderite alla campagna di pressione popolare promossa dal Centro
Nuovo Modello di Sviluppo in collaborazione con numerose associazioni
italiane ed in collegamento con gruppi che conducono una campagna
analoga in Francia, Inghilterra, USA, Canada, Olanda, Spagna.
Scrivete a Nike e Reebok per richiedere l’adozione di impegni più
stringenti rispetto ai lavoratori asiatici che producono scarpe
sportive.
I nostri obiettivi
Di fronte alla pressione dell’opinione
pubblica e al rischio di una perdita d’immagine, Nike e Reebok si sono
dotate di un codice di autoregolamentazione che fissa i criteri sociali
per l’individuazione delle imprese a cui appaltare la produzione.
Ma
tali codici sono inadeguati perchè fanno riferimento a delle leggi
farsa come sono quelle locali e perchè non prevedono meccanismi di
controllo democratico.
Pertanto noi chiediamo ai dirigenti delle
filiali italiane di Nike e Reebok di intervenire presso le loro sedi
centrali europee e mondiali affinché le loro società adottino
rapidamente un codice di comportamento conforme alle norme
internazionali, definite dalle Convenzioni dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro e dai principi Universali delle Nazioni Unite.
Inoltre
chiediamo a Nike e Reebok di accettare procedure di verifica da parte
di Commissioni indipendenti concordate con le Organizzazioni sindacali
e con le Organizzazioni non governative.
Come aderire alla Campagna
1. Inviate e fate inviare le cartoline n. 1 e n. 2 alla direzione italiana della Nike e della Reebok.
2. Consegnare o inviate a uno dei negozi di sport o al vostro supermercato abituale la cartolina n. 3 di sensibilizzazione.
3.
Spedite al Centro Nuovo Modello di Sviluppo il buono risposta n. 4.
Questo permetterà di valutare l’impatto della Campagna e di valorizzare
la partecipazione presso le imprese e i media.
4. Appoggiate
finanziariamente la Campagna versando un contributo sul ccp 14082564
intestato al Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
5. Ordinate, se lo
desiderate opportuno, altri pieghevoli per fare conoscere la Campagna
agli amici o ad altri gruppi interessati.
Indirizzi utili
Nike Italia S.r.l.: Via dell’Aeronautica, 22 - 42100 Reggio Emilia
Reebok Italia S.p.A.: Centro Colleoni Palazzo Taurus 20041 Agrate Brianza (MI)
Nike USA: Nike Corporation One Bowerman Drive Beaverton, OR 97005, USA
Reebok USA: Reebok International Ltd., 100 Technology Center Drive Stoughton, MA 02072, USA
Coop.: Via Panaro, 14 - 00199 Roma
La Rinascente S.p.A.: Strada, 8 Mirafiori, palazzo 8 - 20089 Rozzano (MI)
Per conoscere meglio le condizioni dei lavoratori asiatici, ciò che
contestiamo alle imprese e cosa vogliamo, richiedi il dossier
informativo al Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Via della Barra, 32 -
56019 Vecchiano (PI). Tel. 050/826354, Fax 050/827165.
Allegare £. 5.000 per le spese.
Reebok
In riferimento alla Campagna “scarpe giuste”, desidero segnalare
alcune imprecisioni e illustrare le diverse iniziative in cui Reebok è
impegnata.
Nel 1992, Reebok è stata una delle poche aziende a promuovere
l’adozione a livello internazionale di un vero e proprio codice di
condotta riguardante il trattamento dei lavoratori, anche in quelle
fabbriche non direttamente gestite o controllate da Reebok.
Tale codice, noto come The Reebok Human Right Production Standards,
vieta il ricorso al lavoro minorile o al lavoro forzato talvolta
imposto, per esempio, ai carcerati di origine straniera quale parte
della condanna da scontare. In esso si legge che nessuna persona
impegnata nella produzione di articoli Reebok possa essere vittima di
discriminazioni o costretto a una mole eccessiva di straordinari, senza
percepire adeguato compenso. Significativi sono inoltre i richiami a un
giusto trattamento economico, alla libertà di associazione e alla
necessità di garantire un ambiente di lavoro salubre e sicuro.
In particolare, vorrei segnalarLe quanto segue:
contrariamente a quanto affermato dall’autore dell’articolo, il
codice di condotta della Reebok fa riferimento a norme riconosciute a
livello internazionale e, in particolare, a quelle stabilite
dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Nel definire tale
politica aziendale, Reebok si è preoccupata che le norme di condotta
adottate fossero eque, rispettose delle differenze culturali e volte a
incoraggiare i dipendenti a trarre soddisfazioni dal proprio lavoro.
Il personale Reebok incaricato di visitare i diversi stabilimenti è
tenuto a una costante verifica del rispetto del Codice di condotta,
raccomandando, ove necessario, azioni correttive volte a migliorare la
qualità di vita in fabbrica.
Esiste inoltre un filo diretto tra azienda e i diversi interlocutori
esterni, fra cui i rappresentanti dei sindacati, dai quali riceviamo
informazioni al fine di assicurare buone condizioni di lavoro.
Se
gli attuali salari di questi lavoratori, convertiti nelle divise
occidentali, possono apparire bassi, in realtà i dipendenti delle
fabbriche Reebok percepiscono oltre al salario una serie di benefici
sotto forma di generi alimentari gratuiti o a prezzi inferiori,
assistenza sanitaria e, in molti casi, trasporto gratuito dalla propria
abitazione al luogo di lavoro. Percepire questi salari e poter godere
di questi benefici consente a migliaia di lavoratori e alle loro
famiglie di godere di un tenore di vita decisamente superiore alla
media.
Le spese pubblicitarie sostenute da Reebok per promuovere i suoi
prodotti in Italia e nel mondo contribuiscono ad accrescere il suo
mercato.
Lungi dal penalizzare i lavoratori, esse consentono al contrario di assumerne di nuovi, offrendo opportunità di impiego.
Numerosi giornali di tutto il mondo hanno riconosciuto i nostri
sforzi; The Asian Wall Street Journal ha definito il nostro codice
“l’eccellente modello che le associazioni impegnate nella difesa dei
diritti umani portano ad esempio al resto del mondo”.
Business Week
si è rivolto alle aziende affinché “contribuiscano a promuovere la
libertà adottando un codice di condotta volontario...come quello della
Reebok”. La Business and Society Review ha sottolineato: “Oltre a farsi
notare per la promozione di premi annuali a chi si impegna nella difesa
dei diritti umani, Reebok ha messo a punto una serie di norme...di
ampio respiro”. Il Washington Post ha dato risalto alle norme Reebok in
un articolo riguardante le aziende che oltre a cercare di ottenere
nuovi profitti in altri paesi si preoccupano di contribuire anche al
loro sviluppo. Il South China Morning Post ha definito le norme Reebok
“un codice di condotta ben concepito ed efficace”. L’Eastern Express di
Hong Kong ha ricordato che: “la Reebok non esita a promuovere qualunque
tipo di azione, ivi compresa la cessazione del rapporto di
collaborazione” se i fornitori non si attengono a tali norme.
Forse i suoi lettori non sono a conoscenza del fatto che Reebok ha
incominciato a prendere a cuore la causa dei diritti umani sin dal
1988, quando si affiancò ad Amnesty International nella
sponsorizzazione del tour Human Right Now!, un’iniziativa volta a
sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dei diritti umani in
concomitanza con il 40° anniversario della Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani dell’ONU.
In quello stesso anno, al termine del tour, e in onore dei tanti
giovani che lottano per la difesa dei diritti umani, Reebok ha
istituito il Reebok Human Right Award.
Giunto oggi alla sua nona edizione, questo premio rimane l’unico
riconoscimento offerto da un’azienda privata ai giovani impegnati in
questa battaglia.
Il Reebok Human Right Award è infatti un
riconoscimento riservato a coloro che, vivendo nella più parte dei casi
in condizioni di grande disagio, si impegnano in prima linea sul fronte
della lotta per i diritti umani riuscendo a migliorare le condizioni di
vita dei loro connazionali.
Ogni anno, fra tutti i nomi proposti dal Reebok Human Right Board of
Advisors - di cui, fra gli altri, fa parte l’ex presidente americano
Jimmi Carter - vengono scelti quattro vincitori. I premiati devono
avere non più di 30 anni di età e devono farsi paladini del principio
della non violenza.
La Fondazione Reebok favorisce inoltre in modo concreto l’impegno a
favore dei diritti umani destinando 25.000 $ a ciascuna delle quattro
organizzazioni designate dai premiati.
In passato, su indicazioni
dei vincitori del premio, le somme sono state destinate a progetti
diversi: alla lotta contro la prostituzione infantile in Tailandia,
alla lotta per il diritto alla terra delle popolazioni native
dell’America, all’assistenza sanitaria alla popolazione femminile di
Haiti, all’istituzione nelle comunità nere sudafricane e alla difesa
dei diritti delle donne maltrattate.
Reebok è profondamente impegnata nella lotta per la difesa dei
diritti umani e non manca di assumersi le proprie responsabilità di
azienda multinazionale che opera con successo nel mercato.
La nostra
sfida costante nel trovare un giusto compromesso fra esigenze diverse,
quali offerta di prodotti di alta qualità, prezzi competitivi, un
ritorno equo degli investimenti e un ambiente di lavoro etico e
responsabile.
È di buon grado che continuiamo a raccogliere questa grande sfida,
convinti di essere riusciti, sino ad oggi, ad affrontarla con successo
e onestà.
Cordiali saluti
Doug Cahn
Responsabile Progetti per i Diritti Umani
Egregio Sig. Doug Cahn,
la sua risposta è un capolavoro di pubbliche relazioni, ma se
davvero vuole difendere l’immagine di Reebok le consiglio di agire
diversamente.
Il primo consiglio che vorrei darLe è di rispondere a
tutte le lettere e non solo agli articoli che appaiono sulla stampa. In
effetti né la sua impresa, né Nike, avete ancora risposto alla lettera
che vi ho mandato il 5 settembre 1996 per informarvi che il nostro
Centro ha lanciato una campagna per rivendicare impegni più stringenti
rispetto alle condizioni dei lavoratori asiatici che producono le
vostre scarpe. Strano atteggiamento per un’impresa che ha addirittura
istituito un premio per i diritti umani!
Il secondo consiglio che
vorrei darLe è di non considerare i consumatori come persone poco
intelligenti e poco informate che si lasciano abbindolare dai maghi
della comunicazione. Tentiamo una volta tanto di essere seri,
ragionando sui fatti senza secondi fini pubblicitari. Reebok ha
istituito un premio per diritti umani e afferma di avere un codice che
fa riferimento alle norme internazionali. Come responsabile dei
progetti per i diritti umani, saprà che il primo diritto dei
lavoratori, da cui dipendono tutti gli altri, è quello di potere
costituire liberamente dei sindacati dei lavoratori e di potere
esercitare attività sindacale compreso il diritto di sciopero. Ma oltre
il 50% delle scarpe Reebok vengono da due paesi (la Cina e l’Indonesia)
che imprigionano chiunque tenti di organizzare un sindacato diverso da
quello governativo e che di fatto vietano il diritto di sciopero. A che
serve scrivere nel codice di condotta, che Reebok cercherà imprese che
si impegnano a garantire la libertà sindacale se poi sceglie paesi che
non ammettono i diritti sindacali? A lei, Sig. Doug Cahn, pare che
questo sia un comportamento coerente di una multinazionale che vuole
difendere davvero i diritti dei lavoratori? Del resto, Sig. Doug Cahn,
se Reebok riconosce davvero il diritto alla contrattazione, perchè non
comincia a farlo contrattando il suo codice di comportamento? Migliaia
di consumatori che hanno aderito alla Campagna “Scarpe giuste”
attendono una risposta a questo proposito: Reebok è disposta ad
adottare un codice di condotta concordato con le Organizzazioni
sindacali internazionali e con le Organizzazioni nongovernative che si
occupano dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori a livello
internazionale? Sig. Doug Cahn per rispondere a questa domanda non
dovrà sforzarsi tanto: deve solo dire sì o no.
La questione dei
diritti sindacali è solo una delle contraddizioni in cui la sua impresa
incorre quotidianamente e potremmo continuare col problema delle
discriminazioni, del lavoro forzato, delle paghe. Lei afferma che
“esiste un filo diretto tra l’azienda e i diversi interlocutori
esterni, fra cui i rappresentanti sindacali”. Ma forse non ha mai
interpellato il Legal Aid di Jakarta, che ha denunciato al mondo intero
la morte di Popon, una donna di 28 anni, madre di due bambini, che un
giorno, dopo 10 ore di lavoro chiese di poter andare a casa perchè si
sentiva male. Il permesso non le venne accordato e morì poco dopo sul
posto di lavoro. Il fatto è avvenuto nel marzo 1996 alla Spotec,
un’impresa indonesiana che lavora per Reebok. Forse non ha mai
interpellato il Christian Industrial Commitee di Hong Kong, secondo cui
il Gruppo Liang Shing, che in Cina produce scarpe per Reebok, licenzia
le donne in gravidanza, fa vigilare i lavoratori da guardie private e
non consente l’uscita dall’area produttiva all’infuori del Sabato sera.
Forse non ha mai interpellato i lavoratori indonesiani che producono
scarpe Reebok nella fabbrica Indoshoes.
Lei saprà che il 19 giugno
1996 questi lavoratori hanno deciso di scioperare per rivendicare un
aumento salariale. Se il trattamento economico garantito nelle
fabbriche che producono per Reebok è così buono, perchè ogni tanto i
lavoratori sfidano la violenza dei regimi sotto i quali vivono per
ottenere degli aumenti salariali?
Del resto, Sig. Doug Cahn, se
nelle fabbriche tutto è così bello, che difficoltà ha Reebok ad
accettare l’istituzione di una commissione indipendente per verificare
l’attuazione del suo codice di comportamento? Anche su questo punto
migliaia di consumatori che hanno aderito alla Campagna “Scarpe giuste”
aspettano una risposta. Ancora una volta, Sig. Doug Cahn, non dovrà
sforzarsi tanto: dovrà solo rispondere se Reebok accetta o non accetta
questa richiesta.
Cordialmente.
Francesco Gesualdi
Coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo
SCIOPERO DELLA FAME/DIGIUNO A TEMPO INDETERMINATO SALVO LA VITA PER NUOVA LEGGE-OBIETTORI - FINANZIARIA DI PACE
di P. Angelo Cavagna
A tre anni dalla morte di Gabriele Moreno Locatelli (3 ottobre
1993), un centinaio di Beati i costruttori di pace si sono recati a
Sarajevo per ricordarlo insieme con la gente del luogo. Abbiamo
percorso la via adiacente al ponte Vrbanja, sul quale si svolse
l’azione pacifista “Ponti al posto di frontiere” e che migliaia di
abitanti chiesero con firme venisse intitolata a lui, come di fatto
avvenne.
Nell’occasione ci siamo ripromessi di continuare a lavorare per costruire la pace, in Bosnia, in Italia e altrove.
Con
questo pensiero dalla mezzanotte di oggi (15 ottobre ‘96), alcune
persone hanno iniziato lo sciopero della fame o digiuno a tempo
indeterminato salvo la vita, per sollecitare una nuova legge-obiettori
e una finanziaria di pace.
La nuova legge-obiettori ha ricominciato
(per la quinta legislatura) il suo iter parlamentare al Senato, con
tempi da lumaca. Alla prima votazione è mancato il numero legale dei
presenti.
La spesa militare, prevista in Finanziaria, pur con tagli
positivi al numero (e quindi alla spesa) degli ufficiali e
all’Ausiliaria (una specie di pensioni militari-truffa), resta
invariata, mentre si taglia maledettamente sulla cooperazione
internazionale (penalizzando soprattutto il vero volontariato
internazionale, che ne è la forma più efficace ed economica) e in
genere sulla spesa sociale, in particolare vengono incrementate le
spese per sistemi d’arma e militari in ferma volontaria, nella
prospettiva del nuovo modello di difesa, ignorandone o fingendo di
ignorarne i risvolti di un patto scellerato (v. Adista 28 settembre
1996, pp. 11-12 e Missione oggi ottobre ‘96, pp. 15-16).
Fortunatamente,
fra le associazioni di obiettori (LOC e MON) e di enti di servizio
civile (CESC e CNESC) c’è piena convergenza di vedute sull’urgenza
della nuova legge-obiettori, con pochi ed essenziali emendamenti (v.
proposta cesc. presso Rossano Salvatore: Tel. 06/7185594; Fax
06/7187005-
Le analisi e le prospettive per una finanziaria di pace
sono pure state concordate fra le associazioni aderenti alla Campagna
Venti di Pace (per averne copie, volantini, ecc. rivolgersi
all’Assopace: tel. 06/8841958; Fax 06/8841749).
In sostanza, si
chiede un nuovo modello di difesa inquadrato nel nuovo diritto
internazionale, basato sulla difesa popolare nonviolenta e sulla
trasformazione radicale degli eserciti, per struttura e addestramento,
in corpo di polizia internazionale, alle dirette dipendenze di una ONU
DEI POPOLI, democratizzata e rafforzata. In questa prospettiva, i tagli
alla spesa militare sono possibili e necessari. Come minimo si chiede
di tagliare i 2.700 miliardi di sprechi denunciati sul bilancio della
Difesa (a parte la tangentopoli militare) dalla Corte dei Conti e che
la Finanziaria dello scorso anno non ha voluto tagliare: anzi, vi ha
aggiunto 5.000 miliardi (aumento del 20% da 26.000 a 31.000).
Chiediamo
di cominciare a tagliare davvero anche sulla spesa militare e di
utilizzare questi miliardi risparmiati per diminuire le tasse
universitarie, avviare lo sminamento del mondo, diminuire i costi di
medicine e cure, garantire almeno le già misere paghe degli obiettori
(£ 6.000 scarse al giorno per vitto e alloggio), riaprire il sostegno
ai volontari internazionali, rafforzare la protezione civile per
prevenire morti, alluvioni, incendi, sporcizie, ecc.
DIMINUIAMO LA SPESA MILITARE!
DIFENDIAMO LA SPESA SOCIALE!
NOTABENE:
lo sciopero della fame/digiuno è rigorosissimo: solo
acqua, né tè, né caffè, né altro. I giorni di digiuno devono essere
interi: da mezzanotte a mezzanotte: nemmeno un minuto in meno.
Per
lo sciopero della fame/digiuno a tempo indeterminato é indispensabile
il controllo medico, almeno due volte la settimana, e vuotare
l’intestino (purga o clistere).
Per tutti: bere circa due litri d’acqua al giorno.
Chi
fa lo sciopero della fame/digiuno è opportuno che stia in pubblico dove
si svolgono azioni contemporanee di sensibilizzazione (volantinaggio,
sit-in, tenda in piazza ecc.). Se non può, è libero di svolgere
normalmente le sue attività, forze permettendo. Comunque, si deve
pubblicizzare al massimo lo sciopero della fame/digiuno unitamente agli
obiettivi: nuova legge-obiettori - Finanziaria di Pace.
Per lo
sciopero della fame/digiuno a tempo indeterminato o a staffetta (gruppi
che fanno lo sciopero della fame/digiuno un giorno ciascuno a turno per
una settimana o un mese), tenere informato p. Cavagna (tel. 051/6927098
oppure 051/331354).
UN NOBEL DOPPIO PER IL COCCODRILLO SOGNATORE
di Alberto Melandri*
Nel maggio 1983, il Vaticano, cedendo alle pressioni indonesiane,
decise di sostituire il vescovo di Dili, la capitale di Timor Est, il
coraggioso mons. Martinho da Costa Lopes, troppo “scomodo” per aver
denunciato con grande energia le violenze delle truppe indonesiane sul
suo popolo. Fu scelto un prete più giovane e, pareva, più tranquillo ed
arrendevole, proveniente da una famiglia non ostile agli indonesiani,
mons. Carlos Felipe Ximenes Belo. Certo i generali di Giakarta non
immaginavano che quel sacerdote avrebbe dimostrato una tale fermezza
nel difendere i diritti umani del suo popolo da meritare 13 anni dopo
il Premio Nobel per la Pace.
Ma la situazione timorese può lasciare
tranquille solo due categorie di persone: coloro che la sfruttano per
ragioni di potere e/o di profitto e coloro che non ne sono al corrente.
Un timorese che ha visto un terzo dei suoi compatrioti uccisi, violati,
torturati, scomparsi, non può rimanere indifferente. E così mons. Belo
ha assunto progressivamente una posizione sempre più ferma, chiedendo
con forza fondamentalmente due cose per il suo popolo: il rispetto dei
diritti umani e la possibilità di esercitare il diritto
all’autodeterminazione.
Timor Est è una ex-colonia portoghese, o
meglio tuttora un è territorio da decolonizzare, visto che dopo
l’invasione del 1975, la dichiarazione unilaterale di annessione da
parte dell’Indonesia non è stata riconosciuta a livello internazionale
e l’Assemblea Generale dell’ONU ha ripetuto più volte, dal 1975 ad
1982, una serie di risoluzioni che condannano l’aggressione di
Giakarta. Timor Est, cioè la parte orientale dell’isola di Timor (Timor
Ovest è entrato nell’Indonesia con tutto l’ex-impero coloniale delle
Indie Orientali Olandesi nell’ultimo dopoguerra), è un territorio
grande come il Veneto, abitato da una popolazione di circa 700.000
persone, 100.000 delle quali sono costituite da indonesiani, soldati ed
impiegati, categorie necessarie per sottomettere un popolo poco
disponibile alla collaborazione con l’invasore (un bell’esempio di DPN)
e da contadini, deportati da zone povere dell’arcipelago indonesiano ad
occupare terre espropriate ad ancora più poveri timoresi.
La
presenza nel Mar di Timor di una delle più ricche riserve del mondo di
petrolio e gas naturale ha eccitato gli appetiti di molte
multinazionali del settore e soprattutto del governo australiano che,
dopo essersi spartito la zona con quello indonesiano, è divenuto più
cauto dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia
dell’Aja, a cui si era rivolto il Portogallo, che sia pure
indirettamente ha messo in discussione il diritto indonesiano di
sfruttare risorse che non gli appartengono.
Del resto proprio
l’altro timorese insignito del Nobel, Josè Ramos Horta, quando muoveva
i suoi primi passi di ambasciatore itinerante, aveva ricevuto
rassicurazioni scritte da parte dell’allora Ministro degli Affari
Esteri indonesiano Adam Malik della volontà di Giakarta di non
interferire nel processo di decolonizzazione del dominio portoghese del
territorio. Era il 1974 e solo un anno dopo l’Indonesia, con il
beneplacito degli Stati Uniti ed il complice silenzio internazionale,
assaliva Timor Est, otto giorni dopo la proclamazione
dell’indipendenza. Fu proprio dopo una visita di una delegazione
indonesiana a Washington che si registrò un radicale cambiamento di
posizione: la guerra del Vietnam stava finendo con uno smacco per gli
USA e la fine della Cambogia era vicina: Ford e Kissinger non volevano
assolutamente che nell’area del Sud-Est asiatico nascesse un nuovo
stato in cui la maggioranza della popolazione dimostrava pericolose
simpatie per il socialismo: meglio affidarsi ad un gruppo di generali
fidati come Suharto e soci, che, eliminando un milione di oppositori
politici nel corso del Golpe del 1965 avevano dimostrato “efficienza”
ed “affidabilità”. Così, mentre l’aereo di Ford e Kissinger decollava
da Giakarta, il 7 dicembre 1975, i paracadutisti indonesiani, sostenuti
da truppe di terra e dalla marina, invadevano Timor Est.
Da allora
Josè Ramos Horta, fuggito in esilio si è prodigato, prima come
rappresentante della Resistenza Timorese presso l’ONU, poi come
ambasciatore itinerante in tutto il mondo per evitare che i 200.000
morti timoresi rimanessero dimenticati e per far conoscere i mille modi
con cui le donne e gli uomini timoresi hanno tenuto e continuano a
tenere impegnati gli invasori. E così i lavoratori dei servizi pubblici
che hanno ostacolato l’indonesizzazione forzata, gli studenti che hanno
occupato le ambasciate occidentali a Giakarta, i parroci che continuano
ad usare i tetum, la lingua locale, ed il portoghese nella loro
attività pastorale, violando il divieto che obbliga a parlare solo in
bahasa Indonesia, le donne che lottano contro la sterilizzazione
forzata del loro ventre, riescono a fare arrivare la loro protesta
contro chi vuole cancellarle e cancellarli.
Negli ultimi anni, poi,
la rivolta contro il regime militare in vaste zone dell’Indonesia ha
saputo coniugarsi con quella del popolo timorese (vedi l’intervista al
sindacalista indonesiano Wilson sul numero di maggio di A.N. di
quest’anno): timoresi ed indonesiani sono stati insieme di fronte alle
ambasciate a manifestare per una stessa comune liberazione.
In una
favola timorese un coccodrillo, che simboleggia l’isola ed il suo
popolo, soffre per gli spazi angusti e la mancanza di cibo con cui è
costretto a convivere, rischiando di morire per il sole cocente che lo
tortura, ma continua a coltivare grandi sogni per spazi aperti e
liberi: aiutiamo mons. Belo, Ramos Horta ed il loro popolo a tradurre
in realtà il loro sogno!
* del CIES/Coordinamento italiano di solidarietà con il popolo di Timor Est
CARLOS FILIPE XIMENES BELO è nato il 3 febbraio a Baucau (Timor
Est), ha svolto i suoi studi nelle scuole salesiane sull’isola e poi a
Macao, presso l’Università Cattolica di Lisbona e poi presso la
Università Salesiana Pontificia a Roma. È stato ordinato prete nel 1980
a Lisbona, è tornato a Timor nel 1981 ed ha lavorato come preside del
College Fatumaca a Baucau fino al maggio 1983, quando è diventato
Amministratore apostolico della diocesi di Dili. Nel febbraio 1989 ha
inviato una lettera al Segretario Generale dell’ONU, chiedendo un
referendum sotto il controllo internazionale, per consentire al popolo
di Timor Est di esprimere la sua volontà in tema di autodeterminazione.
Dopo la strage del novembre 1991, al cimitero di Santa Cruz, ha accolto
nel vescovado un centinaio di giovani, per proteggerli dalla furia
delle truppe indonesiane.
La sua attività è sottoposta a stretta sorveglianza da parte delle forze armate indonesiane.
JOSÈ RAMOS HORTA, nato nel 1945, è figlio di un ufficiale della
marina portoghese deportato a Dili a metà degli anni ‘30 per dissensi
con il regime fascista di Lisbona. La madre è timorese. Ha studiato
giornalismo ed ai tempi dell’Università è stato esiliato per un anno in
Mozambico per aver criticato il colonialismo portoghese.
Nel 1974 fu
lui ad aver i primi contatti con l’Indonesia che vedeva positivamente
le prospettive di una Timor Est indipendente nell’ambito del movimento
dei non-allineati.
È stato anche allievo di Noam Chomsky negli Stati
Uniti e per dieci anni ha rappresentato il FRETILIN (Fronte Timorese di
Liberazione Nazionale) e poi la CNRM (il Coordinamento unitario della
Resistenza Timorese) all’ONU. Da alcuni anni dirige un Centro per i
diritti umani a Sidney in Australia.
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