Ottobre 1996
M.N. TRA COSCIENZA E MONDO
MAO VALPIANA
OBIETTORI LIBERI DOPO UN SECOLO
LUCA BUZZI
CONTRO LA NAJA IN GUATEMALA
INTERVISTA A J.A. GUTIERREZ
UNA CAMPAGNA PER LIBERARE GLI ODC
L.O.C.
CONTRO IL NUOVO MODELLO DI DIFESA
PADRE ANGELO CAVAGNA
SECESSIONE E GANDHISMO LEGHISTA
ANGELA DOGLIOTTI MARASSO
MATTONI DI PACE
UNA CITTÁ CONTRO LA NESTLÈ
VITA DOLOROSA ED EROICA DI GIACOMO LEOPARDI
CLAUDIO CARDELLI
QUANDO I POVERI DANZANO LA VITA
ALEX ZANOTELLI
DAI RIFIUTI UN POSTO DI LAVORO
MICHELE BOATO
TU CHE ADORI IL TÈ... LO SAPEVI CHE... ?
ALESSANDRA L'ABATE
RECENSIONI
CI HANNO SCRITTO
IN VISTA DEL CONGRESSO
Movimento Nonviolento tra coscienza e mondo
di Mao Valpiana
Il Movimento Nonviolento si avvia verso la celebrazione del suo
diciottesimo Congresso nazionale, che è il momento più alto della
propria vita associativa, dove ci si assumono impegni e responsabilità
ed insieme, collettivamente, coloro che con l'adesione hanno scelto di
costituirsi in Movimento Nonviolento, ne decidono anche gli
orientamenti politici. Siamo ad un momento delicato della vita del
nostro Movimento: la sua struttura gracile, la limitatezza delle
risorse finanziarie e l'esiguità di quelle umane non ci permettono di
offrire tutte le risposte che sarebbero necessarie alle tante richieste
che ci vengono rivolte; ma d'altra parte si va anche diffondendo la
convinzione che non sarà dalla politica che giungeranno soluzioni
definitive ad un malessere e disagio sempre più diffusi fin dentro le
coscienze di molti. La ricerca intrapresa sulla via della nonviolenza
vuole andare sempre più in profondità, passando anche dalla politica,
ma senza lasciarsene fagocitare: è anche per questo che nel titolo di
questo nostro prossimo Congresso si parla della vita e del modo di
vivere. Un tema troppo ambizioso per un movimento associativo?... In
fondo ognuno di noi si interroga ogni giorno sulla propria vita, e la
ricerca nonviolenta, da Gandhi a Capitini, pone al centro il senso
ultimo della vita e la personale responsabilità nel mondo. Per questo
non possiamo limitarci a preservare l'eredità nonviolenta che abbiamo
ricevuto (filosofica, culturale e politica) e dobbiamo proseguire in
questo difficile ma affascinante peregrinare nonviolento sulle vie del
mondo e della nostra coscienza.
Oggi rischiamo di essere frastornati
dalle sirene dei mezzi di informazione: troppi allarmi, troppe notizie,
troppe pseudoinformazioni, troppo chiasso, troppa confusione...basti
pensare che per due mesi non si è parlato d'altro che di quella
sciocchezza della secessione della Padania, mentre in altri luoghi
proseguivano indisturbati i traffici d'armi (che coinvolgono anche
settori dello Stato), illegali anche se "legali", in violazione persino
degli embarghi internazionali, con un giro vorticoso di migliaia di
miliardi, con tangenti, spionaggio, servizi segreti, mediazioni con la
mafia, commistioni con il traffico mondiale della droga...e intanto il
nuovo governo, volente o nolente, sembra lasciar proseguire il disegno
militare del "nuovo modello di difesa" che ci costerà 50.000 miliardi
(quanto richiesto dalla nuova legge finanziaria, fra tagli e nuove
tasse, per "entrare" in Europa). Viene da chiedersi se un sistema che
al proprio interno registra queste storture e accetta la violenza
legalizzata, sia riformabile o debba essere lasciato affondare fino in
fondo (cercando solo di limitare i danni alle persone).
Questo
numero di Azione nonviolenta, che resta uno strumento prezioso di
dialogo e confronto fra coloro che riconoscono nel Movimento
Nonviolento un punto di riferimento, affronta il tema dello sviluppo
dell'obiezione di coscienza, pietra d'angolo dell'agire nonviolento,
ancora temuta in tanti Stati del mondo; poi dall'Africa padre Zanotelli
ci racconta della disperazione di quei poveri, che però riescono a
trovare la forza per danzare la vita; e ancora le concrete azioni
nonviolente della città di Asti che boicotta la Nestlé e l'economia dei
rifiuti che crea nuovi posti di lavoro.
Ogni mese cerchiamo di
essere lo specchio di una nonviolenza che ha bisogno di gambe per
camminare e saldi riferimenti per non perdere l'orientamento in un
mondo sempre più caotico; una profonda coscienza è aiuto indispensabile
per questa sfida.
Con un occhio alla coscienza e uno al mondo, ci prepariamo per il nostro Congresso.
DIBATTITO PRECONGRESSUALE
Nonviolenza, secessione e gandhismo leghista
di Angela Dogliotti Marasso
Molti saranno i temi del XVIII Congresso del Movimento, per i quali
speriamo ci giungano contributi dai lettori di Azione Nonviolenta.
In
questi giorni mi pare urgente intervenire ancora una volta sulla
questione leghista, sia perchè ci siamo tirati un po’ per i capelli
dalle reiterate professioni di “gandhismo” di Bossi, sia perchè il
problema, nel merito e nel metodo, rappresenta certo un nodo
ineludibile del futuro dibattito precongressuale.
Provo perciò ad enucleare alcuni aspetti.
Il “gandhismo” di Bossi.
Riferendosi alla strategia nonviolenta gandhiana, Alberto L’Abate
suole ricordare la distinzione tra satyagraha, nonviolenza di
principio, e duragraha, azione condotta senza uso della violenza.
Nel
primo caso, nella lotta portata avanti secondo i principi del
satyagraha, vi è stretta aderenza ad alcuni principi di base della
nonviolenza, tra cui:
-scelta cosciente di mezzi nonviolenti
-accettazione del sacrificio su di sé e riduzione delle sofferenze dell’avversario
-obiettività, imparzialità, apertura
-gradualità nell’uso degli strumenti di lotta
-presenza di un programma costruttivo
Nel
secondo caso vi è una scelta programmatica di uso di tecniche
nonviolente (come la disobbedienza civile o il boicottaggio, ad es.)
anche senza condivisione dei fondamenti teorici della nonviolenza.
Se
una scelta nonviolenta è stata fatta dalla Lega, il che sarebbe
certamente auspicabile, anche se a mio parere poco credibile dal
momento che contemporaneamente si intende costituire una “guardia
nazionale padana”, si tratta di una azione di questo secondo tipo, cioè
di una scelta “tattica”.
Fin qui nulla da eccepire. Molti movimenti
di resistenza non armata che si sono sviluppati nel nostro secolo sono
stati caratterizzati, per motivi diversi, da una scelta più o meno
consapevole di questo tipo, mentre pochi sono i casi che si distinguono
per una scelta nonviolenta di principio. Questo perchè la nonviolenza,
pur essendo “antica come le montagne” e perciò talvolta spontaneamente
praticata come strumento di lotta facilmente accessibile a tutti, è
ancora piuttosto giovane e poco conosciuta come dottrina
filosofico-politica originale e radicalmente innovativa nella gestione
dei conflitti a tutti i livelli. Ciò che stride, però, nel preteso
“gandhismo” di Bossi è la totale separazione operata tra mezzi e fini,
nel momento in cui ciò che viene perseguito attraverso un metodo di
lotta nonviolento è intrinsecabilmente contrario alle ragioni di fondo
che porterebbero a scegliere un simile metodo. Intendo dire che se è
legittimo e auspicabile scegliere mezzi di lotta senza violenza anche
se non si condividono o non si conoscono lo spirito ed i principi della
nonviolenza, si contraddice quello stesso metodo se il fine che si
vuole raggiungere è un fine violento.
La stretta continuità tra
mezzi e fini, principio fondante della nonviolenza gandhiana, non
tollera infatti eccezioni, nemmeno per una scelta puramente tattica di
nonviolenza, pena lo svuotamento totale di significato delle parole
stesse, con conseguente grande confusione. Se sulla necessaria
omogeneità tra mezzi e fini credo non si possa che concordare, ciò che
si tratta a questo punto di discutere è se il fine che Bossi si propone
di raggiungere è intrinsecamente violento, come ho affermato sopra,
oppure no.
Autonomia, federalismo, secessione
Uno degli aspetti più tipici del pensiero nonviolento è certamente
la difesa dei poteri locali, intesi come spazi di identità e autonomia
in cui si può esprimere la partecipazione di ciascuno e dunque può
diventare reale e concreto il “potere di tutti”.
Il decentramento
politico, economico ed amministrativo é ritenuto essenziale in una
concezione di nonviolenza gandhiana e capitiniana, per realizzare quel
potere dal basso che caratterizza una democrazia effettiva.
L’autogoverno
delle comunità locali si colloca, però, entro i confini di “patrie” più
ampie, che a loro volta si aprono al mondo intero, vista la dimensione
planetaria dell’uomo contemporaneo.
Mi pare che tutto ciò non abbia
nulla a che vedere con la Padania della Lega, mentre ci sono
nell’Italia del Nord diverse minoranze che giustamente intendono
tutelare la propria identità linguistica e culturale, dagli occitani ai
ladini, dai sudtirolesi ai walser, la Padania come identità
storico-linguistica é una pura invenzione escogitata per dare dignità
di rivendicazione politica a esigenze di tutt’altro genere,
strumentalizzando un effettivo e reale disagio di estese fasce sociali.
Ma
tutto ciò non sarebbe ancora molto pericoloso. L’elemento di violenza
inaccettabile presente nell’ideologia leghista, é dato dall’idea di
secessione intesa come creazione di una “zona libera” da elementi che
non appartengono alla “etnia padana”(!), meridionali e immigrati in
genere (secessione che una minoranza vorrebbe imporre ad una
maggioranza di abitanti del Nord).
Tutto ciò ricorda molto da vicino
l’idea nazista del Reich “Sudenfrei”, del territorio ariano ripulito
dagli ebrei, concezione che allora portò ad utilizzare la pulizia
etnica come fase intermedia tra la politica di separazioni di ariani ed
ebrei e la politica di sterminio del popolo ebraico. Non voglio dire
che si debba arrivare a tanto, ma il riferimento non sembri una
esagerazione: quando si afferma che si vogliono cacciare gli insegnanti
meridionali dalle scuole, i giudici meridionali dalle aule giudiziarie,
gli impiegati meridionali dagli uffici pubblici ecc. , il seme della
divisione su base “etnica” e territoriale, della identità chiusa e
primitiva data dalla terra e dal sangue, é gettato.
(“Bravo Bossi, vai avanti - sentivo dire in questi giorni da leghisti nostrani - che ci togli dai piedi ‘stì meridionali’! “).
D’altra
parte, il “celodurismo”, la violenza verbale, gli insulti così
frequenti nel linguaggio usato da esponenti leghisti, sono più omogenei
a questo seme di razzismo che alla professione di gandhismo o ai
proclami di libertà e indipendenza.
Anche per queste ragioni, a me
parrebbe più opportuno e più qualificante, culturalmente e
storicamente, contrapporre ai simboli e ai vessilli leghisti, anziché
il tricolore nazionale, l’arcobaleno della pace, simbolo forte di
cosmopolitismo e di convivenza delle differenze.
Detto questo, resta
tutto aperto il problema di come rispondere in modo efficace e
nonviolento sia alle iniziative leghiste, sia ai disagi ed alle
esigenze reali alle quali il movimento della Lega, almeno in parte, ha
dato voce.
ECOLOGIA, OCCUPAZIONE E SOLIDARIETA’
IL RIUTILIZZO DEI RIFIUTI
di Michele Boato
Il problema dell’occupazione è uno dei più gravi in Italia: sono
quasi tre milioni i disoccupati ufficiali, e molti di più quelli
(soprattutto giovani e donne) che lo sono nei fatti, ma non risultano
dalle statistiche ufficiali: a livello mondiale il numero di
disoccupati riconosciuti tali è di oltre 800 milioni; ed esserlo, nei
Paesi più poveri, vuol dire spesso rischiare la morte di fame.
L’ecologia può collaborare a risolvere il problema occupazionale?
A
scorrere le cronache dei casi di declino industriale come Marghera, la
Farmoplat di Carrara, o l’ACNA della Val Bormida-Piemonte legate ad
impianti chimici fortemente inquinanti, la risposta sembra essere un
“no” secco. Di qui la diffidenza, così diffusa nel mondo sindacale ed
imprenditoriale, verso le istanze ambientaliste, viste comunemente come
dei puri ostacoli allo sviluppo economico e perciò all’occupazione.
Occorre
però guardare più attentamente sia alle cause della moderna
disoccupazione, sia alle proposte che possono nascere da una visione
dell’economia più attenta agli equilibri ecologici.
Le cause della riduzione dei posti di lavoro
Negli anni 80, in
Italia come in tutto il mondo occidentale-industriale, si è invertito
il rapporto tra progresso tecnologico e occupazione: mentre fino agli
anni 70 a nuove tecnologie corrispondevano nuovo benessere diffuso e
nuova occupazione; ora, con la penetrazione dell’informatica sia nei
settori produttivi che in quelli amministrativi, a uno sviluppo della
produzione e della ricchezza corrisponde una riduzione implacabile dei
posti di lavoro: prima è toccato agli operai, che sono stati superati
in numero dai “colletti bianchi”, e poi anche a questi ultimi, che sono
andati ad ingrossare l’esercito della disoccupazione intellettuale.
Insomma siamo di fronte ad una evoluzione rapidissima dell’economia
che, ad appena un secolo dal sorpasso dei lavoratori industriali sui
contadini (Inghilterra metà del XIX secolo), vede trasformarsi la
società industriale in post-industriale col sorpasso degli impiegati
sugli operai prima negli USA e poi in tutta Europa e in Giappone.
In Italia, dove nell’ultimo secolo è scomparso l’80% degli agricoltori, negli ultimi anni è scomparso il 20% degli operai. (1)
Di pari passo con l’informatizzazione, è proceduta la concentrazione
finanziaria ed organizzativa in grandi imprese transnazionali che hanno
aumentato a tassi elevatissimi produzione e profitti sostituendo
progressivamente il lavoro umano con investimenti in tecnologia: le 500
maggiori compagnie del mondo controllano il 25% della produzione
economica mondiale, ma occupano solo lo 0,05% (un ventesimo dell’1%)
della popolazione del pianeta. (2)
Nuove strategie per l’occupazione in Europa
Da questa breve
analisi si ricava la necessità di una serie di nuove proposte per
uscire, a piccoli ma decisi passi, dalla forbice, in cui la società
degli occupati (che diminuiscono di anno in anno) sta sempre meglio e
quella dei disoccupati (che aumentano di anno in anno) sta sempre
peggio, a livello nazionale e, ancor più, a livello mondiale.
Lo ha
capito anche l’Unione Europea che, attraverso il Presidente della
Commissione J. Delors ha pubblicato nel 1994 il Libro Bianco dal titolo
“Crescita, competitività, occupazione. Le sfide e le vie da percorrere
per entrare nel XXI secolo” in cui si pone l’obiettivo principale di
creare, entro il 2000, 15 milioni di posti di lavoro.
Delors,
all’eccessiva fiducia nella capacità del mercato di garantire la
crescita di reddito e di occupazione tipica dei documenti alla base del
Trattato di Maastricht, sostituisce la necessità di limitare i
fallimenti del mercato favorendo l’impresa sociale, l’impresa del
“terzo settore” che punta a soddisfare esigenze di assistenza (agli
anziani, ai portatori di handicap), di miglioramento della qualità
della vita (nei quartieri più svantaggiati) e di protezione
dell’ambiente sia da danni già causati, da rimediare, sia nel senso di
prevenzione.
In questi tre settori, sostiene il Libro Bianco, “si
potrebbe avanzare una previsione di 3 milioni di nuovi posti di lavoro
(un quinto dei 15 che l’U.E. ritiene si debbano creare)”. (3)
Dal riuso e riciclo dei “rifiuti” nuova occupazione
Naturalmente
si sente nel sottofondo il brusio dei benestanti (magari evasori
fiscali o beneficiati da qualche ente pubblico) che sale: “basta
assistenza, basta sprechi!” temendo che queste proposte nascondano un
ulteriore appesantimento dello Stato sociale.
Non è così, è vero il contrario.
Nel
settore dei rifiuti la crescita dello spreco, con il raddoppio in 15
anni (dal 1979 al 94) di ciò che finisce in discarica o inceneritore è
andato di pari passo con l’aumento della spesa pubblica per lo
smaltimento e delle tasse sui rifiuti per far fronte a tale spesa.
Il
tutto a fronte di scarsissimi e (dequalificanti) posti di lavoro
aggiuntivi e sempre crescenti profitti delle aziende del settore.
La
proposta di passare con decisione ad una politica di riduzione dei
rifiuti, di raccolta differenziata di materiali umidi (per fare un buon
compost) e secchi (vetro, metalli, carta/cartoni, plastica, tessuti,
mobili ed altro) attraverso il sistema porta a porta, integrato dalle
“stazioni ecologiche” sta ottenendo in questi ultimi 2 anni grandissimi
risultati soprattutto in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, ma anche
in altre regioni.
Queste esperienze, che ormai si contano a
centinaia e comprendono, tra le altre, anche la metropoli di Milano col
suo milione e mezzo di abitanti, raggiungono ormai con sistematicità
risultati ritenuti fino a ieri “impossibili” dai cantori dello sviluppo
tecnologico senz’anima. Vengono recuperate e valorizzate economicamente
percentuali di (ex) rifiuti che vanno dal 35% di Milano, al 50% di Dolo
e Campolongo Maggiore (VE) fino al 60-75% di una cinquantina di comuni
padovani, milanesi e bergamaschi.
Tutto ciò comporta un risparmio di
spesa pubblica del 10% ottenuto attraverso un aumento di costi per la
raccolta porta a porta (con un grande aumento di occupati) e un ancor
maggior aumento dei ricavi dalla vendita dei metalli, tessuti, cartoni,
ecc. Recuperati in grande quantità.
Non si tratta perciò né di
utopie irrealizzabili, come incredibilmente continuano a sostenere
certi “tecnici ed esperti” organici alla lobby degli inceneritori, né
di maggiori costi per i cittadini, i quali anzi in molti dei comuni
interessati hanno cominciato a trovare gradita la sorpresa di una
riduzione delle tasse.
Una proposta al nuovo governo
Faccio perciò una proposta al
governo Prodi e, in particolare, al Ministro per l’Ambiente Edo Ronchi:
nelle casse di tutte le regioni italiane giacciono inutilizzati
centinaia di miliardi, destinati dalla fine degli anni 80 alla
costruzione di grandi impianti di rifiuti a tecnologia complessa: quasi
nessuno di essi è andato in porto perchè basati su concezioni sbagliate
di selezione meccanica di rifiuti raccolti tutti insieme.
Sono stati
rifiutati dalle popolazioni, non hanno trovato i siti dove collocarsi e
continuano a rimanere nel limbo oppure, peggio, hanno aumentato i loro
già altissimi costi col passare degli anni, non venendo perciò mai né
completati né, tanto meno, messi in funzione.
Proposta: dare la
possibilità con un decreto legge alla regione di utilizzare almeno una
parte di questi fondi per finanziare il decollo generale della raccolta
differenziata, con piccoli impianti di compostaggio (comunali o
intercomunali), stazioni ecologiche e la pressatura delle frazioni
secche riciclabili raccolte separatamente dall’umido (vetro, metalli,
plastica).
I vantaggi di questa proposta sono evidenti:
a) la
fattibilità sociale degli impianti piccoli, non “calati sulla testa”
degli abitanti di un comune, ma essi controllati e usati;
b) l’abbattimento dei costi da 10 a1;
c) la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro;
d) il recupero di enormi quantità di risorse e la parallela riduzione di discariche e inceneritori.
Due esempi di Emmaus in Italia e in Benin (Africa)
Solo nel 1995
le otto Comunità Emmaus operanti in Italia nel settore del recupero dei
rifiuti hanno raccolto e riciclato 35.000 quintali di carta, indumenti,
lana, vetro, metalli, mobili ed altri oggetti, con un ricavo di oltre 4
miliardi.
Tutto ciò ha permesso di dare un reddito dignitoso a 150
persone ma addirittura di utilizzare 1.043 milioni per sostenere
progetti di solidarietà in Colombia, Bosmia, Burghina Fasu, Italia. (4)
Inoltre
a Toquè, in Benin (Africa), Emmaus ha fondato una comunità in cui 35
giovani si mantengono producendo e vendendo circa 10.000 metri
cubi/anno di buon compost derivato da rifiuti “verdi” (sfalcio e scarti
alimentari).
In Italia, oltre ad Emmaus sono già alcune decine le cooperative di
giovani che, (a Brescia, Bergamo, Bassano, Pisa, ecc.) vivono in
armonia tra loro, con l’ambiente e con i propri ideali, raccogliendo e
riutilizzando,/riparando/riciclando ogni genere di rifiuto.
NOTE
(1) D. Demasi, “L’implacabile riduzione dei posti di lavoro”, Il Gazzettino del 5 maggio 1996.
(2) H. Kane, “Imprese”, in Word Watch del maggio 1996.
(3) C. Borzaga, “La CEE scopre l’imprenditore sociale”, in Impresa Social n. 14 del marzo/aprile 1994.
(4)
C. Zoni intervento a “Il riutilizzo dei rifiuti: ecologia e
solidarietà”, in Civitas - salone nazionale dell’economia sociale e
civile, Padova 5 maggio 1996.
NUOVO MODELLO DI DIFESA PATTO SCELLERATO ?
di padre Angelo Cavagna
È dalla caduta del muro di Berlino e dal successivo scioglimento del Patto di Varsavia che si parla di nuovo modello di difesa.
Per alcuni è un soccorso umanitario da gigante buono.
Gli
eserciti agili, di volontari professionalizzati, sono in grado di
piombare qua e là nel mondo per proteggere la pace (peace keeping),
imporre la pace (peace enforcing).
Per altri, il nuovo modello di
difesa è un “patto scellerato”. Esso fu escogitato per rilegittimare
gli eserciti. In particolare la NATO, e per rilanciare la industria
bellica. E allora ecco il nuovo nemico, il fondamentalismo islamico (da
non sottovalutare, come anche altri fondamentalismi, ma nemmeno da
affrontare con guerre di religione): ecco la nuova realtà da difendere,
gli “interessi vitali” al di là dei confini nazionali, cioè “le materie
prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati” presenti nel
Terzo mondo (documento della Difesa presentato in Parlamento
nell’ottobre del ‘91, pp. 16 e 17).
Noi sottoscritti preti e donne
consacrate apparteniamo ai secondi, pur nel rispetto di politici,
militari e cappellani dei soldati che in buona fede e a volte con
sacrificio personale appartengono ai primi.
L’espressione centrale
che gira in tutte le leggi o proposte di legge dei vari paesi
industrializzati per avvallare il nuovo modello di difesa” è la difesa,
appunto, degli “interessi vitali della nazione”. Le esplicazioni
chiariscono che si tratta di interessi economici: materie prime, come
il petrolio, latifondi acquistati con poco o niente, con gente che
lavora pure per poco o niente, difesa e conquista di mercati, traffici
di droga e armi, multinazionali che spadroneggiano su popoli e Stati,
anche i potenti (Centesimus Annus n. 58).
Il problema è dunque la
“globalizzazione della economia”, il potere mondiale non è statale e
nemmeno continentale, ma della finanza che si impadronisce dei governi
e degli eserciti. La rinascita dell’esercito giapponese è un puro gioco
finanziario; idem per la Germania a protezione dei suoi mercati; la
Francia di Mitterand aveva già votato in Parlamento la legge per l’uso
dell’atomica oltre i confini nazionali a difesa dei suoi “interessi
vitali”: le potenze atomiche vogliono imporre il “trattato di non
proliferazione nucleare” agli altri paesi, ma non vogliono nemmeno
sentir parlare di un “disarmo nucleare”; il generale russo Lebed spiega
la guerra cecena con i traffici sporchi; la guerra che da quarant’anni
martirizza il popolo sudanese è dovuta al petrolio ecc. Ecc.
Tutto
ciò sta a dire che il nuovo modello di difesa è funzionale al
predominio dei paesi industrializzati sul Terzo mondo e delle
multinazionali sugli stessi paesi industrializzati.
I problemi oggi
sono mondiali. Occorre un’autorità mondiale che imbrigli il potere
economico. Libertà economica si; liberismo no. La concorrenza spietata
tra poche multinazionali (7 sorelle del petrolio, 5 sorelle del grano
ecc.) non rispetta né la giustizia, né la pace, né l’ambiente.
La
marcia Perugia-Assisi del ‘95 ha ben individuato il problema ONU. Non
l’ONU di oggi, ossia dei vincitori, con diritto di veto e in seduta
permanente al Consiglio di sicurezza, con la Banca Mondiale e il Fondo
Monetario Internazionale che, agli ordini delle multinazionali,
strapazzano i miserabili, ma l’ONU DEI POPOLI, democratizzata e
rafforzata.
Il nuovo modello di difesa appare a noi un “patto
scellerato” dei paesi industrializzati per continuare lo sfruttamento
del Terzo mondo; è qualcosa di simile alla Conferenza di Berlino del
1884-85, dove l’Africa fu quasi completamente spartita a tavolino fra
le potenze partecipanti; poi gli eserciti coloniali fecero il servizio.
Il
nuovo modello di difesa, tra l’altro, è più costoso e discriminante
dell’esercito di leva. È costoso, per la innovazione tecnologica in
prospettiva planetaria e spaziale, e per la incentivazione salariale
alla ferma: è discriminante, per lo sbocco occupazionale dei militari
nei Ministeri statali.
La cosa principale che possono fare i
politici, oggi, è di mettere in piedi una nuova ONU: l’ONU della pace,
dei popoli, dell’ordine umano, rispettando la libera economia, ma
mettendo un semaforo regolatore, per sottometterla alla razionalità
politica secondo il principio di sussidiarietà.
La gente, da parte
sua, deve aprire gli occhi sul vero significato di questo nuovo modello
di difesa: soprattutto deve unirsi per umanizzare il mondo, come i
lavoratori uniti sono riusciti ad umanizzare, almeno un po’, il
fenomeno industriale. È urgente, in particolare, che si uniscano tutti
i costruttori di giustizia e di pace in vista dei prossimi appuntamenti
legislativi: nuova legge-obiettori e finanziaria, soprattutto in
occasione del 4 novembre.
Prime sottoscrizioni di preti e suore e persone consacrate
Istituto
“Piccole figlie della Croce”: 23. Collegio “Vergini di Gesù”: 10.
Istituto “Suore Luigine”: 3. Compagnia Missionaria del S.Cuore: 23.
Regalità di n.Signore Gesù Cristo: 1. Figlie Missionarie di Maria: 1.
Piccole suore dell’Assunzione: 1. Suore di Maria: 1. Francescane
missionarie di Maria: 2. Ancelle del S. Cuore di Gesù: 20. Istituto
Gesù buon pastore: 6. Preti diocesani: 39. Religiosi: - Dehoniani: 23 -
Marianisti: 5 - Don Calabria: 1 - Don Orione: 1 - Saveriani: 3 -
Gesuiti: - Servi di Maria: 2
La sottoscrizione continua aperta a tutti (Tel. e Fax 051/6927098)
35.000 lire al giorno ...
Cara A.N.,
nei giorni scorsi a Verona, dal banchetto della Lega
veniva distribuita ai passanti una cartolina da sottoscrivere e inviare
al Presidente Luigi Scalfaro. In essa ogni firmatario chiede di
diventare zingaro-rom per godere del contributo di 35.000 lire al
giorno, beneficio concesso - secondo loro - a queste persone dal
decreto legge n. 319 per il solo “onore che ci fanno con la loro
presenza”.
Non è un caso isolato, se la mattina di domenica 1
settembre a Milano nella zona del Policlinico erano stati infilati nel
tergicristallo delle auto posteggiate volantini analoghi. Si tratta
inoltre di una campagna malevola e falsa: queste informazioni infatti
sono state smentite da più parti dal volontariato.
Già sul
Gazzettino del 12 agosto, con un articolo dalla redazione di Udine,
questa informazione veniva smentita da Don Angelo Zanello, coordinatore
della Caritas del Nord Est, il quale precisava che: “le 35.000 lire pro
capite previste dal decreto legge, sono per l’accoglienza dei profughi
di guerra nei centri di raccolta organizzati dallo Stato e sono soldi
che non intascano gli assistiti, ma le organizzazioni che provvedono
alla loro ospitalità”.
Vorremmo aggiungere, per l’esattezza, che i
decreti legge nn. 196 (del 12 aprile 1996), 319 (del 14 giugno 1996) e
412 (del 5 agosto 1996) che si sono succeduti l’uno all’altro
mantenendo identico l’art. 1 in favore degli sfollati dalle Repubbliche
sorte nei territori della ex Jugoslavia indicano la cifra complessiva
della spesa autorizzata e suggeriscono inoltre di “promuovere la
definitiva uscita degli sfollati dai centri di accoglienza governativi
e la graduale chiusura degli stessi” e favorire gli interventi
“finalizzati a promuovere programmi anche assistiti di rimpatrio”. Le
circolari prefettizie trasmettono queste indicazioni ai Comuni.
Il
Comune di Padova, ad esempio, ha elaborato un programma di rimpatrio
che ha già portato allo smaltimento di uno dei tre campi sosta per rom.
In questo caso sì, è stata assegnata una cifra pro-capite a quanti
lasciavano i campi di accoglienza e acconsentivano a tornare nei paesi
di origine, ma, guarda caso, questa spesa non è dispiaciuta a nessuno.
Certamente, pagare per non vederli più è ben diverso che pagare “per
avere l’onore della loro presenza”, come recita la cartolina.
Fra
gli sfollati dalla ex Jugoslavia accolti dai Comuni con il contributo
del Ministero degli Interni (D.L. n. 412: gli interventi straordinari
possono essere realizzati anche mediante trasferimenti agli enti
locali) solo una parte sono rom. Essi comunque devono aver potuto
dimostrare tramite passaporto di essere venuti in Italia dopo il 1
giugno 1991, anche per ottenere il permesso di soggiorno per motivi
umanitari.
A Verona il Comune non ha allestito nessun campo di
accoglienza, cosa che hanno fatto i Comuni di Padova e Mestre (giusto
per rimanere nell’ambito del Nord Est) e anche se persone singole,
sfollate dalla ex Jugoslavia, rom e non-rom, hanno ottenuto il permesso
di soggiorno per motivi umanitari, esse non hanno richiesto i
contributi di cui si parla.
I rom e i sinti che sostano negli
accampamenti di Verona non appartengono alla categoria degli “sfollati”
ed è doppiamente ingiusto che questa campagna denigratoria, che
comunque trasmette informazioni errate, ottenebri ulteriormente la loro
immagine.
Indirizziamo questa informazione alle persone di buona
volontà che si sono trovate la suddetta cartolina in mano senza capire
e senza sapere. Chi la cartolina l’ha stampata, invece, avrebbe potuto
informarsi meglio, ma evidentemente non ha voluto.
Noi siamo sempre
del parere che questo voler raccogliere consensi contro una categoria
di persone sia incitamento all’odio razziale e che come tale sia
perseguibile dalla legge.
Don Francesco Cipriani
Verona
L’obiezione di coscienza in Grecia
In Grecia l’obiezione di coscienza non è stata mai riconosciuta a
causa di ragioni storiche, politiche e religiose. Prima di tutto
bisogna non dimenticare che lo Stato greco si è formato non a causa di
una rivoluzione borghese, in cui il popolo partecipa con una coscienza
nazionale (stessa lingua, tradizione e cultura), ma attraverso la
politica estera inglese. L’Inghilterra non poteva permettere che il
crollo dell’impero Ottomano permettesse alla Russia di dominare il
Mediterraneo Orientale attraverso il territorio dell’attuale Grecia
moderna. La Russia voleva un principato semi-indipendente come era
successo con la Moldavia e la Vlacchia regioni situate alla frontiera
russa durante l’Impero Ottomano.
Lo Stato greco moderno (formatosi
nel 1830) era abitato da un insieme di popoli i quali parlavano molte
lingue ed avevano tradizioni diverse. La sola cosa che avevano in
comune era la religione (cristiano-ortodossa) la quale esisteva anche
in Russia e perciò i Russi cercavano di usarla come strumento della
loro politica estera. Le esigenze della politica estera inglese,
francese e russa trovarono una soluzione con la formazione del nuovo
stato greco. All’interno dello Stato greco si forma l’esercito
accettato dalle tre potenze. L’esercito (costituito da soldati
provenienti della Baviera e in seguito dai figli dei luogotenenti greci
del governo ottomano) impone una forma di coesione sociale. La chiesa
ortodossa diventa chiesa di stato e si pone come elemento
nazionalistico verso le altre regioni confinanti dell’impero ottomano.
Inizia all’interno dello stato greco un’opera di propaganda che vede
l’esercito e la chiesa come strumenti d’identificazione nazionale.
Ogni
cittadino greco per essere considerato tale, doveva esibire come
caratteristica culturale la propria fede nella chiesa ortodossa e nel
patriottismo dell’esercito.
Inizia un periodo di espansione dello
Stato greco che annette con l’esercito alcuni territori dell’impero
ottomano confinanti. Questa espansione dura fino al crollo dello stesso
Impero Ottomano con la prima guerra mondiale. I successi dell’esercito
rafforzano e consolidano l’identificazione della nazione greca con
l’istituzione militare e la chiesa.
Anche oggi in Grecia non è
considerato greco colui che non è cristiano ortodosso e non vuole
svolgere il servizio militare. Viene considerato: traditore della
patria, agente dei Turchi e nemico della Chiesa. La Turchia
(rappresenta per i greci l’eredità dell’impero ottomano) paese
confinante con la Grecia ha come religione l’Islamismo. Questa
religione è considerata dalla chiesa ortodossa come nemica della
nazione greca. Durante il recente conflitto Jugoslavo la Grecia ha
sostenuto il governo serbo-bosniaco (di religione cristiano-ortodossa)
durante il genocidio dei bosniaci-mussulmani. Questa è una evidente
prova dell’identificazione della nazione con l’esercito e la chiesa in
Grecia.
Purtroppo la formazione dello Stato greco nei primi anni
del ‘800, durante un periodo di aumento del nazionalismo in Europa, ha
di fatto reso necessaria l’invenzione di una storia nazionale.
La
lingua greca parlata dalla metà dei cittadini del nuovo stato diventa
la lingua ufficiale ed è usata come pretesto per sostituire la storia
dei nuovi popoli aggregati dallo Stato greco con la storia dei greci
antichi. I cittadini sono obbligati a dimenticare le loro lingue e le
loro tradizioni.
Fino a qualche decennio fa la lingua parlata in
Grecia era in molte parti diversa dalla lingua scritta che rimaneva
quella dei greci antichi con modificazioni dal greco moderno. Nelle
scuole medie rimaneva solo il greco antico come insegnamento della
lingua al posto del greco moderno.
La proibizione agli abitanti
della Grecia di usare le lingue dei loro genitori e conservare le loro
tradizioni ha impedito la creazione di una cultura della Grecia moderna
che avrebbe potuto di fatto contestare l’identificazione nazionalista
che faceva ricorso alla violenza dell’esercito e alla violenza
culturale della chiesa.
Un altro fattore che determina per i greci
il valore del servizio militare è il maschilismo che ha una sua origine
storica nella formazione della popolazione greca in massima parte
costituita da mercenari che lavoravano per l’impero ottomano e dai
molti banditi che abitavano le montagne della Grecia fino al 1940.
Questi banditi sono stati gli esponenti della “rivoluzione nazionale”
del 1821, la quale è considerata dai greci come l’elemento costitutivo
del loro Stato.
Conseguenza di questo maschilismo, proveniente anche
dalla cultura mussulmana, fa considerare ai greci e ai loro figli che
il servizio militare serva per “diventare uomini”.
In questo
sfavorevole ambiente politico-sociale gli obiettori di coscienza hanno
subito un trattamento simile a quello che gli stati riservano ai
colpevoli di alto tradimento alla patria.
Almeno due obiettori di
coscienza per motivi religiosi sono stati fucilati dopo la seconda
guerra mondiale e non sono pochi gli obiettori che sono stati torturati
al punto di ammalarsi psicologicamente. Durante la dittatura militare
dei colonnelli (1967-74) ci sono stati anche obiettori di coscienza
morti durante le torture.
Fino al 1977 tutti gli obiettori di
coscienza espiavano pene di circa venti anni di carcere. Solo il
persistente intervento del Parlamento Europeo (1977) ha permesso agli
obiettori di coscienza per motivi religiosi una condanna ridotta a 4
anni di reclusione. Secondo il rapporto di Amnesty International sul
trattamento degli obiettori di coscienza in Grecia, dal 1930 ad oggi,
gli obiettori di coscienza greci hanno espiato circa 5.000 anni di
carcere.
Nel 1987 è stato incarcerato il primo obiettore di
coscienza per motivi politico-ideologici , Michele Marangakis. Durante
la sua reclusione, durata circa due anni e mezzo, si è formato un forte
movimento di solidarietà. Marangakis quando stava in carcere ha
protestato in diversi modi, dalle lettere di protesta fino a
lunghissimi scioperi della fame. La sua dichiarazione di obiettore di
coscienza per motivi politico-ideologici è stata seguita da decine di
persone durante la sua carcerazione. Il governo greco, che pure era
socialista, non ha esitato a incarcerare anche un altro obiettore fra i
nuovi che avevano dichiarato l’obiezione di coscienza quando Maragakis
era ancora in carcere. Anche lui, Thanassis Makris, durante la sua
reclusione che è durata un anno e mezzo, ha fatto scioperi della fame
ed ha protestato in vari modi. Il movimento di solidarietà era
diventato tanto forte e l’immagine della Grecia all’estero deteriorata
che le autorità greche erano state obbligate a liberare i due
prigionieri prima che loro avessero espiato i quattro anni di carcere.
Un altra conseguenza di questo movimento è che le autorità non
arrestarono più gli obiettori che si nascondevano, mantenendo però il
mandato di cattura nei loro confronti. Purtroppo questo periodo non è
durato molto, nel 1991 è stato arrestato il primo obiettore totale,
Nikos Masiotis. Dopo sei mesi di carcere anche lui è stato liberato a
causa di un forte movimento sociale di solidarietà nazionale ed
internazionale. Durante la sua reclusione anche un altro obiettore
totale è stato arrestato. Lui ha avuto lo stesso trattamento.
Il più
recente caso di carcerazione di un obiettore di coscienza per motivi
ideologici è di Nikos Karanikas. Anche lui arrestato il 25 agosto 1995
è stato liberato alla fine dello stesso anno.
Tuttavia gli obiettori
di coscienza per motivi religiosi continuano ad essere condannati a 4
anni di carcere. Oggi ci sono 310 obiettori di coscienza per motivi
religiosi rinchiusi nei carceri militari della Grecia. La loro ultima
protesta è scritta nella lettera allegata.
Prima di concludere
questo articolo devo dire due parole per l’organizzazione politica
degli obiettori di coscienza per motivi politico-ideologici.
Gli
obiettori totali, quasi tutti anarchici, formano gruppi che non durano
molto. Le loro iniziative di lotta si svolgono quando viene arrestato
un obiettore totale. Gli obiettori di coscienza che vogliono svolgere
un servizio civile insieme ad alcuni obiettori totali hanno costituito
l’associazione degli obiettori di coscienza, o meglio la Lega degli
Obiettori di Coscienza, la quale ha organizzato molte manifestazioni e
concerti informativi. Ogni anno organizza un grande concerto
informativo nel centro di Atene che raccoglie circa duemila persone.
Ora in Italia ci sono due membri di questa Lega i quali hanno preferito
l’esilio al carcere. Insieme con i renitenti alla leva, ex studenti
delle università italiane, pensano di organizzare una campagna
informativa e di boicottaggio del turismo greco.
Chiunque possa aiutare questa campagna per maggiori informazioni può comunicare con la LOC sede Nazionale di Milano.
Lega Obiettori di Coscienza via M. Pichi 1 20143 Milano Tel. 02/8378817-58101226 - Fax 02/58101220
Chiunque volesse comunicare con la LOC Greca può telefonare al tel. 0030-1-3802773 (dall’Italia).
L’Obiezione di coscienza in Guatemala
Nostra intervista a Julian Ajqui Gutierrez, Coordinatore del Gruppo
Nazionale di Giovani di CONAVIGUA (Coordinamento Nazionale delle Vedove
del Guatemala), che coordina il movimento di Obiettori di Coscienza di
questo paese
Com’è nato il movimento degli obiettori di coscienza (OdC) in Guatemala e quali iniziative state portando avanti come obiettori?
Dal
1871, anno in cui l’esercito del Guatemala è stato fondato dal Generale
Justo Rufino Barrios, ha funzionato mediante il reclutamento forzoso,
però questa pratica si è acutizzata negli anni ‘70 e all’inizio degli
anni ‘80. Fin dal 1871 ci sono stati giovani che hanno resistito al
reclutamento, però poichè la situazione stessa non permetteva di farlo
in forma organizzata, hanno resistito in silenzio, a livello
individuale. Dall’inizio degli anni 80, in cui si produssero i peggiori
massacri, vi fu una maggiore resistenza al servizio militare, però
presentarsi come obiettori di coscienza in quei tempi supponeva il
cimitero o il “barranco” (letteralmente burrone, vale a dire finire
ucciso e buttato in un burrone, come l’immondizia). Adesso che la
situazione è venuta poco a poco migliorando, si sono aperti altri spazi
e nel 1992 si è cominciata una lotta intensa contro il servizio
militare.
Ci fu una forte campagna nel 1993 e da allora si è
sviluppata una lotta per il riconoscimento del diritto all’O.d.C. e
contro il servizio militare.
E questa lotta è stata una lotta indigena, specialmente delle vedove organizzate in CONAVIGUA?
Si,
il reclutamento forzato è arrivato all’estremo che l’esercito catturava
i giovani, in particolare indigeni delle comunità rurali
dell’altopiano, li faceva scendere dal camion, li picchiava e se li
portava via in forma forzata e discriminatoria, con mezzi di chiara
violazione dei diritti umani. Proprio per questo, le compagne di
CONAVIGUA incominciano una lotta contro il reclutamento militare.
Dapprima si comincia raccogliendo firme per presentare al Congresso una
Proposta di Legge. Allora sorge il movimento, l’organizzazione, la
lotta contro il reclutamento militare forzato dal 1992, però si è
accentua nel 1993. Il 18 agosto del 1993 si presenta la Proposta di
Legge. In questo documento chiediamo un servizio volontario e che si
riconosca l’O.d.C.. Perché? Non solo le nostre madri sono vedove e i
nostri fratelli orfani, ma noi stessi ci rendiamo conto che sono i
militari che uccisero i nostri padri e che ancora ci vogliono
comandare, costringerci con la forza a entrare nelle caserme. È
qualcosa di completamente contrario alla nostra volontà, contrario alla
nostra etica.
Avete ottenuto che si sospenda il reclutamento militare?
Con il
cambiamento del Congresso della Repubblica, abbiamo presentato di nuovo
la Proposta di Legge il 23 agosto del 1994. Per la situazione stessa
del momento, per le pressioni che sono esercitate, tanto a livello
internazionale che nazionale, e per l’Accordo Globale sui Diritti Umani
firmato da governo e guerriglia, si è ottenuto che l’allora presidente
Ramiro de Leon Carpio sospendesse il reclutamento militare forzato. Dal
giugno del 1994, è cessato il reclutamento militare fino ai giorni
nostri, anche se la risoluzione stessa indica che è una sospensione
temporanea, fino a quando si promulghi una legge globale sul servizio
militare, come dice l’Accordo. Noi non stiamo con le braccia incrociate
perché da un momento all’altro possono emettere la legge.
Nel 1995
si è accentuato il lavoro esplicitamente sull’O.d.C.. Il 15 maggio,
coincidendo con la celebrazione per la prima volta in Guatemala della
Giornata Internazionale dell’O.d.C., 17 giovani si sono presentati
pubblicamente come obiettori, costituendo il primo gruppo di obiettori
che si presenta come tale. Nell’agosto dello stesso anno, abbiamo
cercato altri compagni e si presentarono altri 83 giovani, arrivando
ora a un gruppo di cento obiettori, anche se si sa che non siamo solo
cento: cento siamo quelli che si sono presentati pubblicamente, però
c’è un gran numero di giovani nelle diverse comunità che non sono
d’accordo nel prestare servizio militare. Siamo un movimento contro il
reclutamento militare: sia contro il servizio militare, che contro il
militarismo nelle sue differenti espressioni nella società. Pensiamo
che debba esistere l’obiezione di coscienza non solo al servizio
militare, ma anche a tutte le leggi del paese che violano i diritti
umani.
Che obiettivi perseguite?
Il nostro obiettivo immediato è che si
emetta una legge a favore del servizio volontario, cioè che riconosca
il diritto all’obiezione di coscienza. In oltre 65 paesi del mondo è
già stato accettato, allora se il Guatemala è un paese che diciamo si
incammina alla democrazia, deve accettare la volontarietà del servizio
militare. Consideriamo che le argomentazioni che utilizza l’esercito
per giustificare la sua esistenza non sono valide. Dice che protegge il
territorio nazionale, però adesso cosa sta facendo? È molta di più la
repressione che esercita nelle comunità, il controllo sociale e la
prevaricazione con cui tratta la gente. Per questo uno degli obiettivi
fondamentali è che venga emessa una legge che riconosca l’obiezione di
coscienza. Però d’altro canto chiediamo la volontarietà del servizio
militare e attraverso questo otterremo che l’esercito si riduca.
Questa significa un esercito professionale?
Crediamo che non sia
raccomandabile la professionalizzazione dell’esercito, perché in un
modo o nell’altro la professionalizzazione rende necessario un maggior
investimento di denaro, e in questo caso da dove vengono i soldi? Dalla
società stessa. Non solo siamo contrari al servizio militare, ma anche
a tutte le altre conseguenze che porta con sé il militarismo. Nel caso
del Guatemala è una spesa immensa, è il settore che si accaparra la
maggior parte del bilancio, più dell’educazione, della sanità ...
Pensiamo che non possiamo accettare la professionalizzazione
dell’esercito, ma che al contrario devono diminuire le unità
dell’esercito e che, se non fosse necessario, l’esercito non esista
proprio. Questi potrebbero essere gli obiettivi a lungo termine.
Però
come gruppo giovanile pretendiamo anche che la nostra organizzazione
sia parte del movimento popolare e che conquisti spazi perché possiamo
essere partecipi delle decisioni nei vari settori, per essere partecipi
anche nelle decisioni delle differenti branche dello Stato, che si
ascoltino le nostre proposte. Uno dei nostri obiettivi è essere
un’espressione dei giovani nella società civile. Un altro degli
obiettivi sarebbe coordinare attività a livello internazionale, vedere
da una prospettiva congiunta la sfida della riduzione degli eserciti
nei nostri paesi, che non sia una questione nazionale, ma un tema che
si tratti a livello internazionale.
Quanto riflette le vostre idee questa Proposta di Legge e come si sta evolvendo l’iter burocratico?
Nel
1993 presentammo la prima Proposta di Legge in cui si parla del
servizio militare volontario, dell’O.d.C. e di un servizio sociale.
Questa proposta di legge fu respinta dal Congresso, con
l’argomentazione che è necessario un servizio obbligatorio: pretendono
giustificare che un servizio militare obbligatorio non sia la stessa
cosa di un reclutamento militare forzato. Però noi crediamo che
all’interno dell’obbligatorio stia il forzato, per questo non vogliamo
che nascondano il forzato dietro l’obbligatorio. Nella Commissione
Difesa del Congresso, in cui è presente la nostra compagna Rosalina
Tuyuc, il 29 marzo di quest’anno è stata respinta la proposta di legge
perché considerano che violi l’art. 135 della Costituzione della
Repubblica, in cui si parla dell’obbligatorià del servizio militare.
Questo articolo fa riferimento ai “diritti e doveri civici”. Per questo
crediamo che ci dia la facoltà di esigere un servizio volontario,
perché lì non si parla di obbligatorietà, non si dice “obblighi e
diritti”. E troviamo ulteriore fondamento alle nostre richieste nella
risoluzione delle Nazioni Unite, dove si sollecitano gli Stati membri
ad accettare l’O.d.C.. Di fronte al rifiuto della nostra Proposta di
Legge, ci stiamo preparando con attività sia per il 1° maggio che per
il 15, Giornata Internazionale dell’O.d.C.. In questa giornata
prevediamo presentare pubblicamente altri 100 obiettori.
Contemporaneamente stiamo redigendo un’altra Proposta di Legge con un
gruppo di avvocati, per presentarla al Congresso. Inoltre stiamo
coordinando le attività con gli studenti dell’Università di San Carlos,
perché siano partecipi delle lotte che stiamo portando avanti, perché
loro stessi in un determinato momento si troveranno ad affrontare il
problema.
Vogliamo ampliare la partecipazione ad altri settori,
perché il servizio militare obbligatorio, il reclutamento militare
forzato, non colpisce solo i giovani indigeni, ma se emetteranno una
legge sull’obbligatorietà colpità tutti i giovani. Visto che noi
crediamo che il servizio militare sia discriminatorio, l’idea sarebbe
di evitare la discriminazione e pianificare l’obbligatorietà per tutti,
non solo per i giovani indigeni, insomma una militarizzazione totale.
Questo supporrebbe una retrocessione, non staremmo avanzando verso una
maggior democratizzazione, ma al contrario staremmo militarizzando
maggiormente il paese e con questa ipotesi siamo in totale disaccordo.
Un giovane che vive nell’interno del paese, che non ha mai sentito
parlare di O.d.C., come può venirne a conoscenza e come può informarsi
sul tema?
Viaggiamo nelle diverse comunita per parlare con i giovani
di vari temi. Non parliamo solamente dell’O.d.C., ma anche di diritti
umani, degli accordi tra governo e guerriglieri, etc ... nelle comunità
l’informazione arriva attraverso i suoi rappresentanti. Nella capitale
facciamo corsi di formazione per i rappresentanti dei municipi e loro
tornano nelle rispettive comunità e si riuniscono con i propri
compagni. E, oltre a questo, visitiamo le comunità e parliamo di questi
temi. Qui, in Città di Guatemala, vogliamo estendere il lavoro alle
aree marginali.
Parlate del servizio militare volontario, del riconoscimento
dell’O.d.C. e dell’esistenza di un servizio civile. Allora una persona
o va a prestare servizio militare o si dichiara obiettore di coscienza
e presta servizio civile ...
No. Ciò che noi proponiamo è che il
servizio militare sia volontario e che d’altro canto lo sia anche il
servizio civile, cioè che il servizio civile non sia sostitutivo del
servizio militare. Chiediamo che entrambi siano volontari e che però
all’interno della volontarietà del servizio militare un soldato si
possa dichiarare in un momento dato obiettore di coscienza e optare
così per il servizio civile, cioè che si preveda un O.d.C.
“sopravvenuta”.
Il fatto è che la Costituzione dice “prestare
servizio militare e sociale”, le due cose allo stesso tempo, non dice
“o sociale”, che si sarebbe potuto intendere che se non si presta
l’uno, si presta, l’altro, però così come dice viene spontaneo
intendere che si prestano allo stesso tempo. Per questo deve essere
volontario il servizio militare e il servizo civile. E proponiamo che
entrambi siano remunerati, per evitare che i giovani scelgano il
servizio militare attratti dalla paga che possono ricevere.
Quali implicazioni comporta per voi dichiararvi pubblicamente obiettori di coscienza?
Lo
facciamo come strategia, come una forma per esercitare pressione sul
governo e sull’esercito, perché accettino la volontarietà del servizio
militare e si riconosca l’O.d.C..
Nel 1995, quando ci presentammo
pubblicamente, l’esercito ci chiamò per una discussione comune, per
vedere a che accordo saremmo potuti arrivare sul servizio militare.
Chiamarono gli obiettori di coscienza perché si presentassero davanti
all’istituzione militare. Non andammo perché non sapevamo bene quel che
volevano, forse minacciarci, forse rinchiuderci per obbligarci al
servizio militare. Lo prendemmo come un avvertimento per dirci di non
proseguire in questo impegno a favore dell’O.d.C.. Nonostante ciò,
siamo sicuri di quello che stiamo facendo, di non volere il servizio
militare e del fatto che la maggioranza dei giovani lo rifiuta. Per
questo continueremo con la presentazione pubblica di obiettori,
continueremo nella nostra lotta.
Già nella prima presentazione pubblica, ci furono delle donne
obiettrici, è importante la partecipazione delle donne nel movimento
dell’OdC o erano solamente casi isolati?
No, non furono casi
isolati. Il fatto è che nel caso del Guatemala siamo partiti da un
gruppo di giovani in cui partecipano donne e uomini, e da lì che
incomincia la loro partecipazione e le nostre compagne sanno bene ciò
che una persona veramente soffre nell’esercito, quali sono le
conseguenze e per questo dicono che non piacerebbe al loro marito, al
loro figlio, al loro fratello prestare servizio militare. Per questo le
compagne stanno con noi e lo fanno perché sanno ciò che succede ai
soldati e perché non sono d’accordo non solo con il servizio militare,
ma neppure con l’esercito.
Avete qualche tipo di coordinazione con i movimenti di O.d.C. di altri paesi?
Manteniamo
contatti con organizzazioni internazionali come War Resistence
International (WRI). Da quando abbiamo cominciato il lavoro riceviamo
appoggio da molti paesi latinoamericani ed europei. Allo stesso tempo
abbiamo partecipato all’Incontro Latinoamericano degli Obiettori di
Coscienza (ELOC) che si realizzò nel 1994 in Paraguay e nel 1995 a
Santiago del Cile. Adesso tocca a noi organizzare il terzo ELOC alla
fine di agosto qui in Guatemala; parteciperanno rappresentanti dei
paesi dell’America del Sud, Centroamerica ed alcuni paesi del Caribe.
Intervista a cura dell’Equipe delle Peace Brigades International del Guatemala
(Sabina Zandi e Gianni Rondinella - Volontari nell’Equipe)
Inchiesta: “L’esercito, una istituzione priva di appoggio sociale
I guatemaltechi segnalano l’esercito come il principale violatore di
diritti umani nel paese e si esprimono per la demilitarizzazione,
secondo un’inchiesta della Fondazione Arias per la Pace e lo Sviluppo.
Tale
richiesta è stata realizzata durante le prime settimane del novembre
scorso, sia nella capitale che nell’interno del paese e evidenzia la
sfiducia generalizzata che risveglia la istituzione armata nella
popolazione guatemalteca.
Tra i dati salienti dell’inchiesta, sottolineiamo alcune parti:
- Fiducia
La percentuale di persone che ancora simpatizzano per
la istituzione armata è molto ridotta, soltanto un 6,7% segnala di
avere “molta fiducia” e un 7,3% “un po’ di fiducia”, al confronto con
un 56% che indica di non avere “nessuna fiducia” e un 28,3% di averne
“molto poca”.
L’area rurale del paese è la zona in cui è maggiore la
sfiducia nell’istituzione armata e sono le donne, con un 83% coloro che
meno confidano nei militari.
- Diritti Umani
L’esercito capeggia la lista delle istituzioni
che, a giudizio degli intervistati, violano in maniera sistematica, i
diritti umani, con una percentuale del 84,5%, seguito dalla Polizia
Nazionale con il 83,6, le Pattuglie di Autodifesa Civile con il 57,5% e
la Polizia Militare Ambulante con il 55%.
- Governi militari
Il 65% del campione considera che i governi
militari di mano dura erano i peggiori e non sono riusciti a risolvere
i problemi del paese.
- Futuro dell’esercito
Il 14,2 degli intervistati vuole che
l’esercito sparisca, il 62,3% vuole che il numero di effettivi si
riduca e solo il 4,7 vuole che continui così com’è.
Nel caso che
venisse proposta una iniziativa per l’abolizione dell’esercito, il 36%
degli intervistati la appoggerebbe, con una preminenza delle zone del
nord e del occidente del paese, che sarebbe maggiormente inclini a
questa decisione.
- Spese militari
Per un 52% degli intervistati, le risorse spese
per l’istituzione militari sono eccessive e ingiustificate e sostengono
che queste risorse dovrebbero essere investite in infrastrutture come
sanità e educazione.
- Reclutamento militare
Tre intervistati su quattro segnalano di
essere stati reclutati con la forza e sostengono che il servizio
militare non lascia niente di positivo ai giovani, mentre d’altro canto
fa loro perdere rispetto per la vita e li costringe ad abbandonare il
proprio luogo d’origine.
- Paura
Il 57% riconosce di avere paura dell’esercito, percentuale che aumenta nel Nord e nell’Altopiano.
- Ripercussioni per la comunità
Il 75% degli intervistati
sostiene che l’esercito non ha lasciato nulla di buono alle comunità e
che la sua eredità principale sono stati il gran numero di massacri
commessi.
(Tratto dai quotidiani “Siglo XXI”, del 29 aprile 1996 e “Repubblica”, del 14 aprile 1996)
La vita dolorosa ed eroica di Giacomo Leopardi
di Claudio Cardelli
Quando nel 1919 decise di dare solidi fondamenti alla propria
cultura, Capitini si accinse da autodidatta allo studio del latino e
del greco e si dedicò alla lettura approfondita del Leopardi, del
Manzoni e dei Vangeli. Più tardi (1929) tornò al Leopardi con la tesi
di perfezionamento presso la Scuola Normale di Pisa: “La formazione dei
Canti di Leopardi” (discussa col prof. Attilio Momigliano).
Oggi la
popolarità del Leopardi presso i giovani è spesso oscurata dal luogo
comune del suo “pessimismo”; in realtà, il poeta di Recanati, pur
avendo espresso una visione della vita amara e disincantata, seppe
lottare con coraggio per emanciparsi dal soffocante ambiente familiare
e dalle idee retrive, dominanti nell’Italia della Restaurazione.
Scrisse
ironicamente in una lettera al padre che i poteri legittimi negli Stati
“molto saviamente preferiscono alle ragioni, a cui, bene o male, si può
sempre replicare, gli argomenti del cannone e del carcere duro, ai
quali i loro avversari per ora non hanno che rispondere” (19 febbraio
1836).
A Recanati, nel palazzo paterno dove era nato nel 1798, gli
sembrava di intristire ogni giorno di più e fece di tutto per
allontanarsene: nel luglio del 1819 progettò persino una fuga, poi
fallita. Potè uscirne temporaneamente nel novembre del 1822, e
definitivamente dall’aprile del ‘30, affrontando grandi ristrettezze
finanziarie, poichè i proventi dell’attività di scrittore non erano
sufficienti a garantirgli una vita indipendente. Il padre gli
consigliava di avviarsi alla carriera ecclesiastica, ma Giacomo non
volle mai tradire le proprie idee di libero pensatore.
“Tornerò a Firenze, passato il freddo; e così sarà, se non muoio
prima. Questo amerei che ripeteste a chi parla di prelature o di
cappelli, cose ch’io terrei per ingiurie se fossero dette sul serio. Ma
sul serio non possono essere dette se non per volontaria menzogna,
conoscendosi benissimo la mia maniera di pensare, e sapendosi ch’io non
ho mai tradito i miei pensieri e i miei principii colle mie azioni”.
(Lettera al Vieusseux del 27 ottobre 1831)
L’amicizia
Trovò grande conforto nell’amicizia , non nell’amore
che gli procurò soltanto atroci disinganni. Tra i tanti amici, due
furono i più devoti: il letterato Pietro Giordani e il patriota
napoletano Antonio Ranieri, che lo ospitò a Napoli dall’ottobre del ‘33
fino alla morte (14 giugno 1837). In un brano delle Operette morali
tesse l’elogio dell’amicizia:
“Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di
portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della
nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e
andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per
compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza
alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo:
e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno:
e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte
volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora”.
(Dialogo di Plotino e di Porfirio)
L’esperienza del dolore
Pur essendo, come è noto, gracile e
malaticcio, seppe affrontare durante l’adolescenza lo studio dei
classici con totale dedizione.
“Io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo
in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la
complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per
tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima
tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più”.
(Lettera al Giordani, 2 marzo 1818).
Può essere interessante osservare che anche Capitini, come il
Leopardi, compromise in giovinezza la propria salute a causa dello
studio troppo intenso; tuttavia l’esperienza del dolore ha portato, nei
due pensatori, un affinamento della sensibilità e una più profonda
introspezione, e li ha spinti a cercare le ragioni ultime del nostro
vivere. Capitini ha scoperto la “compresenza dei morti e dei viventi”;
Leopardi ci ha lasciato, nella Ginestra (1836), un testamento
spirituale di pace e fratellanza umana.
Viveva con Ranieri in una
villetta sulle falde del Vesuvio, poichè a Napoli infuriava il colera;
e fu colpito dalle tracce delle eruzioni del vulcano; in quei luoghi
desolati, allietati solo dal profumo e dai colori delle ginestre,
comprese meglio la reale condizione dell’uomo, un essere fragile, che
la potenza distruttrice della natura può annichilire in un attimo. Il
poeta rivolge quindi un appello di fraternità agli uomini, perché si
uniscano nella lotta contro le calamità naturali.
Trascrivo ora, in una parafrasi fedele, l’appello di Leopardi:
“Nobile natura è quella che ha il coraggio di guardare in faccia il
comune destino, e che con linguaggio sincero, nulla sottraendo alla
verità, riconosce il male che ci fu dato in sorte e la nostra
condizione umile e fragile.
Quella che sa mostrarsi grande e forte
nel soffrire, e non aggiunge alle sue miserie gli odi e l’ira verso i
fratelli, ancor più gravi di ogni altro male, incolpando del proprio
dolore gli uomini; ma dà la colpa alla natura, che veramente è rea e
dei mortali è madre di parto, ma nel comportamento matrigna.
Costei
chiama nemica; e pensando, come è giusto, che l’umanità debba essere
unita e schierata per prima cosa contro di lei, ritiene tutti gli
uomini alleati tra loro, e tutti abbraccia con vero amore, porgendo ed
aspettando in cambio un valido e pronto aiuto negli alterni pericoli e
nelle angosce della guerra comune. E ritiene stolto armare la destra
per offendere un altro uomo, e porre lacci ed inciampi al vicino”.
(La ginestra, vv. 111-138)
Per conoscere la vita del poeta di Recanati, si può vedere l’ampia
scelta dall’epistolario: G. Leopardi, Storia di un’anima, a cura di Ugo
Dotti, BUR, Rizzoli, 1987.
Una città contro la Nestlè
La città di Asti, tramite l’Assessore ai Servizi sociali, ha negato
alla RAI le strutture per l’accoglienza del programma “L’Albero
Azzurro”, itinerante per le città e dedicato in fascia mattutina ai
bambini, perchè sponsor dell’iniziativa risultava la Nesquik
dell’onnipresente multinazionale svizzera.
Di fronte a tale rifiuto,
il responsabile della trasmissione si è affrettato a precisare che il
contratto di sponsorizzazione, in conclusione a settembre, non verrà
più rinnovato. Per la gioia dei bambini di Asti e di tutti noi, la
popolare trasmissione sarà quindi prossimamente ospitata nella loro
città, ma senza il marchio Nestlè...
L’albero azzurro
in tour
All’Assessore ai Servizi Sociali
del Comune di Asti
Patrocinio:
R.A.I. UNO
R.A.I. DUE
Egr. Assessore,
con la presente abbiamo il piacere di
comunicareche l’A.I.D.A./Centro Teatro Ragazzi con il patrocinio di
RAIUNO e RAIDUE, sta organizzando la tournée nazionale dello spettacolo
per bambini e famiglie “L’Albero Azzurro”, promossa a favore di
organizzazioni umanitarie per l’infanzia - cui andranno le offerte
raccolte durante gli spettacoli e parte degli incassi.
(...)
La
struttura dello spettacolo è prevalentemente quella di un talk-show in
cui il pupazzo Dodò, beniamino dei bambini, interagisce con il
pubblico. Lo spettacolo può essere rappresentato in teatri, auditorium
o teatri-tenda.
Con la presente sono dunque a proporLe la
presentazione dell’Albero Azzurro nel Comune da Lei rappresentato, in
orario mattutino per le scuole.
(...)
In attesa di un cortese riscontro, cogliamo l’occasione per porgere cordiali saluti
Verona, giugno 1996
per A.I.D.A
Roberto Terribile
Comune di ASTI
L’Assessore Città Persone
Spett/le AIDA
Rispondendo alla vostra cortese proposta spettacolo “L’Albero
Azzurro in Tour” del giugno 1996, mentre esprimo il mio apprezzamento
per l’iniziativa, certamente afficace dal punto di vista del contenuto,
devo purtroppo osservare che l’immagine dello sponsor (Nestlè-Nesquik),
oggetto della campagna di boicottaggio internazionale INBC piuttosto
nota in città e supportata da varie associazioni di volontariato,
attive su questo territorio, non ci permette di accogliere la
manifestazione in oggetto.
Qualora si creassero le auspicabili
condizioni di caduta delle riserve suddette, sarà mia premura
riprendere in considerazione il progetto.
Salutandovi con le più vive cordialità
Asti, 30 luglio 1996
L’Assessore
Maria DeBenedetti
AIDA centro teatro ragazzi
Oggetto: L’Albero Azzurro in Tour
Gent.ma Dr. De Benedetti,
facendo seguito alla Sua lettera del 30
luglio scorso di cui all’oggetto, ci preme comunicarLe che il contratto
di sponsorizzazione con la Nestlè-Nesquik si concluderà nel prossimo
mese di settembre.
Auspichiamo pertanto che, visto l’interesse da
Voi espresso per tale progetto, l’abbandono dello sponsor Nestlè possa
rappresentare un valido motivo per riprendere in considerazione
l’eventualità di presentare lo spettacolo nel Comune di Asti.
(...)
Confidando nel vostro positivo riscontro, cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.
Verona, 8 agosto 1996
AIDA
Roberto Terribile
NOTA
Desidero fornire un chiarimento, forse utile al lettore interessato.
Scrivendo l’articolo che è stato pubblicato su Azione Nonviolenta di
giugno, di commento critico ad un lavoro del gentile. Jean, disponevo,
come avvertivo subito il lettore, della sola introduzione
dattiloscritta di 13 pagine, già estremamente significativa. Il titolo
del libro, in una pagina a parte, prima dell’indice generale dei sette
capitoli, era quello che ho riferito: Disinteresse nazionale e forze
disarmate in Italia. Successivamente, una recensione di Stefano
Sivestri su Il Sole-24 Ore di Domenica 28 luglio 1996, pag. 24,
fornisce questi estremi del libro (che ha tutta l’apparenza di essere
lo stesso di cui ho esaminato l’introduzione, con un titolo definitivo
diverso, meno macchinoso e sibillino): Carlo Jean, L’uso della forza -
Se vuoi la pace comprendi la guerra, Laterza, Bari-Roma, 1996, ppg.
136, L. 15.000. Per quanto possibile, i nonviolenti dovrebbero
conoscere la cultura dei militari per istituire un dialogo critico ma -
appunto - nonviolento con loro al fine di favorire almeno una cultura
pluralista della difesa, oggi ufficialmente bloccata sul monopolio
militare.
Enrico Peyretti
OBIETTORI RELIGIOSI IN GRECIA
APPELLO
Noi, 310 obiettori di coscienza per motivi religiosi (Testimoni di
Geova) detenuti nelle carceri greche, ancora una volta facciamo un
appello per una soluzione relativa ai diritti umani in Grecia: la
questione dell’obiezione di coscienza.
Malgrado le numerose promesse
da parte dei vari governi greci che si sono succeduti nel corso degli
anni, malgrado le risoluzioni del Parlamento Europeo, malgrado le
numerose proposte da parte del Consiglio d’Europa, malgrado le
pressioni imposte da organizzazioni internazionali impegnate nella
difesa dei diritti umani, l’obiezione di coscienza non è ancora
riconosciuta in Grecia e gli obiettori continuano ad essere condannati
a 4 anni di carcere.
Inoltre dopo la liberazione, siamo trattati
come ordinari delinquenti e perciò dobbiamo affrontare molti problemi
anche per la ricerca di un posto di lavoro.
Tutto questo nonostante
che giuristi ed eminenti professori di diritto abbiano espresso parere
favorevole circa la soluzione di questo problema l’istituzione di un
servizio civile alternativo.
Chiediamo al Governo di realizzare
finalmente le sue numerose promesse di scarcerare gli obiettori e
stabilire un servizio civile alternativo in conformità con le
raccomandazioni internazionali.
Apprezzeremmo molto un vostro intervento presso le autorità greche in qualsiasi modo credeste opportuno.
Per
maggiori informazioni, vi preghiamo di non esitare a comunicare con il
nostro avvocato autorizzato signor Thanassis Reppas, all’indirizzo
riportato.
Vi ringraziamo per tutto ciò che potrete fare per
sostenere gli obiettori di coscienza greci e per qualsiasi assistenza
potrete e vorrete offrirci in futuro.
(Le firme aggiunte a questo appello sono nelle mani dell’avv. Reppas e sono a disposizione di qualunque interessato).
Sinceramente vostri
310 obiettori di coscienza detenuti per motivi religiosi
Per contattare l’avv. Di fiducia
Thanassis Reppas
Attorney At Lavv
27, A. Paraschou str.
GR - 11473 Athens
Grecia
Carcere Militare di Avlona 45
Carcere Militare di Findos 205
Carcere Rurale di Kassandra 29
Carcere Rurake di Kassavetia 31
Totale 310
Obiezione di coscienza e servizio civile in Svizzera
FINALMENTE QUALCOSA SI MUOVE !
di Luca Buzzi
Il 1° ottobre 1996 è entrata finalmente in vigore anche in Svizzera
una prima Legge sul servizio civile, comunque ancora molto restrittiva.
C’è voluto quasi un secolo per introdurre un servizio civile (SC) per
gli obiettori di coscienza al servizio militare (SM), anche in quella
nazione che era oramai rimasta una delle ultime d’Europa ad
incarcerarli.
In effetti le prime rivendicazioni al proposito datano
già 1903 quando, a seguito della condanna per obiezione di coscienza
del leader socialista Naine (più tardi divenuto anche consigliere
nazionale), fu inoltrata una prima petizione al Consiglio Federale.
Alla
stessa ne seguirono regolarmente delle altre sia a livello popolare (ad
esempio già nel 1923 si consegnarono 40.000 firme per un servizio
civile), ma purtroppo finora sempre senza successo.
Le condanne degli obiettori
Fino ad oggi in Svizzera oltre 22.000
(di cui 12.000 solo negli ultimi 25 anni) sono stati complessivamente
gli obiettori di coscienza processati dai tribunali militari e
condannati a pene detentive, raggiungendo il massimo di 784 nel 1984,
anno in cui il popolo aveva respinto l’iniziativa popolare “Per un vero
servizio civile basato sulla prova dell’atto”.
Le pene carcerarie
sono variate da alcuni mesi (massimo sei) per gli obiettori religiosi
ai quali i tribunali riconoscevano il “grave conflitto di coscienza”,
fino a quasi un anno per gli obiettori politici e differivano molto
anche da una zona all’altra della Svizzera. Ad esempio negli ultimi 20
anni nella Svizzera italiana le condanne massime non hanno superato i 9
mesi di carcere, mentre in quella tedesca si sono raggiunti anche i 15
mesi, in un qualche caso isolato.
Nel 1991 era stata accettata una
revisione del codice penale militare (però considerata da alcuni
piuttosto un inasprimento dello stesso), che permetteva di condannare
gli obiettori ai quali i tribunali militari riconoscevano “motivi etici
fondamentali” invece che al carcere a lavori di pubblico interesse per
la durata di regola di una volta e mezzo il SM rifiutato (la condanna
massima è stata finora di 540 giorni di lavoro).
La legge sul servizio civile
Nel 1992, anche a causa delle
pressioni internazionali, delle continue denunce di Amnesty
International e delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa di cui la
Svizzera fa parte, il popolo svizzero ha finalmente accettato di
completare come segue l’art. 18 cpv. 1 della Costituzione federale:
“Ogni svizzero è obbligato al servizio militare. La legge prevede un
servizio civile sostitutivo”.
Ci sono però voluti altri 4 anni
perchè questa legge e le relative ordinanze d’applicazione fossero
effettivamente elaborate e solo il 1° ottobre di quest’anno è entrata
in vigore.
Si tratta purtroppo di una legge ancora estremamente
restrittiva e penalizzante nei confronti degli obiettori, plasmata
dagli apparati militari e condizionata dalla paura generale e dalla
“sindrome austriaca” in particolare (dovuta all’aumento improvviso
degli obiettori di quella nazione, dopo che nel 1992 hanno soppresso
l’esame di coscienza per accedere al SC).
Molto sinteticamente queste sono le caratteristiche del futuro SC “alla svizzera”:
-
si tratta esclusivamente di un SC sostitutivo e non alternativo del SM,
e non ne viene riconosciuto nessun particolare valore intrinseco;
- ne vengono a priori esclusi tutti coloro che non hanno superato la visita sanitaria di reclutamento;
-
oltre agli obiettori etici e religiosi, almeno teoricamente, dovrebbero
essere ammessi anche quelli cosiddetti “politici”, ma comunque tutti i
candidati dovranno sottostare ad un esame “di credibilità” da parte di
una commissione civile, la cui composizione non è ancora attualmente
nota, ma che dovrà essere approvata dal Dipartimento militare federale.
Coloro che non saranno ammessi verranno di nuovo rinviati ai tribunali
militari e condannati alla detenzione;
- la durata del SC sarà di
una volta e mezzo il SM rifiutato. Per chi obietta fin dall’inizio, il
SC durerà quindi 450 giorni. Questi giorni di SC dovranno essere
prestati in più periodi d’impiego fino a 42 anni sul modello
dell’organizzazione militare svizzera (attualmente 300 giorni di SM,
suddivisi tra scuola reclute e successivi corsi di ripetizione annuali);
-
gli ambiti d’attività previsti sono: sanità, servizi sociali,
conservazione dei beni culturali e ricerca, protezione dell’ambiente e
della natura e salvaguardia del paesaggio, foreste, agricoltura,
cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario e aiuto in caso di
catastrofe. Non ci sarà invece la possibilità di lavoro nell’ambito
diretto del promuovimento della pace e sono praticamente esclusi gli
interventi all’estero;
- per motivi di risparmio, nelle regioni
periferiche l’esecuzione e la sorveglianza del SC verrà affidata a
privata (in genere ditte di collocamento, ma senza nessuna particolare
esperienza nel sociale);
- gli obiettori, alla stregua di mano
d’opera a buon mercato, verranno inseriti in Istituti pubblici o
privati d’interesse pubblico, che dovranno parzialmente rimborsare alla
Confederazione una percentuale del corrispondente salario usuale per
quel lavoro. D’altra parte dovrebbero però preoccuparsi, almeno
teoricamente, di evitare qualsiasi concorrenza sul mercato del lavoro.
Le prossime tappe
Come vedete molti sono ancora i passi che ci restano da fare per il
pieno riconoscimento anche in Svizzera del diritto all’obiezione di
coscienza e l’introduzione di un vero SC per la costruzione della pace,
da scegliere liberamente in alternativa al SM. Anche per i prossimi
anni (speriamo almeno non per un altro secolo...!!) dovremo quindi
contare sull’impegno attivo dei movimenti pacifisti e non violenti.
Per
il momento noi speriamo comunque di riuscire a convincere molti giovani
ad inoltrare la loro domanda d’ammissione al SC, per tentare dal 1°
ottobre di “sommergere” di queste domande l’ufficio preposto.
Sarebbe
per ora la migliore risposta da dare a chi ha fatto di tutto per
ritardare questo momento, per inasprire al massimo questa prima Legge
sul SC e per rendere così meno attrattivo e il più penalizzante
possibile questo futuro SC.
PARTE UN TRENO DAL SUD
I gruppi di Pax Christi, da anni impegnati, in Italia, nella
promozione della cultura della Pace e del rispetto delle differenze
nella Convivialità, vogliono richiamare l’attenzione dell’opinione
pubblica sui pericoli derivanti da una crescente cultura “leghista”,
sia al Nord che al Sud, della nostra penisola.
Tale cultura secessionista inficia pericolosamente la memoria storica della Resistenza ed il bene comune dell’unità nazionale.
Tutti
i gruppi impegnati per la Pace e tutti i singoli che credono nel valore
dell’Unità, ritengono prioritario agire per una puntuale ed efficace
promozione di “educazione alla Pace” nel rispetto delle differenze e
dell’interdipendenza socio-economica del Paese, mediante la proposta di
una metodologia nonviolenta.
Il problema delle Leghe evidenzia, in
realtà, l’egoismo e l’individualismo di massa, che, in termini
politici, si traduce nelle problematiche sollevate attualmente dalla
Lega.
Perché dal Nord si invoca, a volte anche in maniera violenta,
il Secessionismo (pericolo grave... e la ex-Jugoslavia insegna...!)?
Perché
dal Sud parte un treno (a costo zero per i partecipanti!) con
quattrocento persone per indicare, in maniera altrettanto violenta e
pericolosa, quale sia la strada da seguire in nome dell’unità nazionale
attorno al Fascio tricolore e ai saluti romani?
Vogliamo ricordarvi,
inoltre, un articolo apparso su diversi quotidiani (La repubblica e
Liberazione) in cui si fa riferimento ad un tale di nome Arkan (genero
e braccio destro di Milosevic) che finanzierebbe una Lega meridionale,
fomentando e seminando odio (azione a lui non nuova e per niente
difficile).
Non si può continuare, inermi, di fronte a questo triste
spettacolo... Ricordiamo anche il testo della lettera del Papa sulle
responsabilità dei cattolici nell’ora presente (nn. 1 e 7) del 6
gennaio 1994, ancora, il Convegno di Palermo (Discorso n. 6), in cui
tanto più uno semina odio e violenza, a volte con urli e con atti
contro la persona umana, tanto più sembra aver ragione.
Come
cittadini, cristiani e appartenenti alla stessa umanità oltre che alla
stessa Nazione, e ricordando anche il discorso di Mons. Ruini
all’assemblea della C.E.I. sentiamoci parte dello stesso mondo,
fratelli e non nemici, cercando di portare avanti progetti politici e
sociali unitari e non divisori.
Smettiamola di legittimare
situazioni di disagio con divisioni e secessioni anacronistiche e prive
di qualsiasi senso logico. Sia sa Nord che da Sud la logica del partito
“Lega” è la medesima. Chi è contro Bossi non può essere con Cito e
viceversa, la logica dell’uno legittima l’altro.
Le alternative,
con le forme democratiche e costituzionali previste, sono tante e
varie. Non facciamo l’errore di chiuderci e pretendere che l’altro si
adegui alla nostra ragione. La storia insegna che nella mediazione e
nel compromesso si beneficia entrambi e in qualità superiore che non
nel contrasto, nel muro contro muro, e per dirla in una parola, nella
guerra, avventura senza ritorno (Don Tonino Bello).
Le armi
determinano le guerre e non viceversa, quindi sentiamoci in prima
persona coinvolti in quest’opera di ricucitura, adesso che il taglio è
superficiale e di piccole dimensioni, prima che la lama degli odii e
delle divisioni crei un trauma ancora più profondo ed irreversibile e
ci coinvolga in un escalation simile ad altri Paesi europei che,
purtroppo, sono stati vittime e carnefici dello stesso sistema.
E
non dimentichiamoci che il primo obiettivo come cristiani deve essere
quello della riconversione delle industrie belliche in industrie
“belle”, cioè vitali, ricordando che oltre il 70% di queste industrie
risiede proprio in zone in cui la Lega Nord ha grossi consensi popolari
e zone in cui il Cattolicesimo è, comunque, altrettanto presente.
Pax Christi
Bari
Sri Lanka: 800.000 Tamil nelle piantagioni, un popolo in semi-schiavitù
TU CHE ADORI IL TÈ ... LO SAPEVI CHE ...?
di Alessandra L’Abate
Sri Lanka, un’isola tropicale di 38 Km. quadrati, abitata da 17, 5 milioni di abitanti di svariate origini.
Vi
troviamo, nei ceti benestanti, i “burgers”, ovvero comunità di origine
mista dai tempi delle colonie portoghesi, olandesi, inglesi, oppure più
recentemente mescolatisi a giapponesi, europei, americani,
avventuratisi sull’isola per affari o per piacere.
Scendendo un po’
più in basso nella scala del benessere, troviamo la popolazione
musulmana, di origine indiana e abili commercianti.
Troviamo poi i
singalesi purosangue, un popolo che appare pigro quanto astuto, in
cerca di facili guadagni che siano adeguati alla corsa sfrenata verso
la tecnologia moderna.
Confesso che è incredibile notare la
sostanziale differenza delle condizioni economiche fra Sri Lanka e il
sud dell’India; qui troviamo supermercati pieni di prodotti esportati a
qualunque prezzo dall’Australia, dall’Arabia Saudita, dal Pakistan...
Fra
i pochi prodotti indubbiamente locali ci sono quelli delle estese
piantagioni dove si coltivano tè, noci di cocco e gomma, piantagioni
situate in zone collinari nell’entroterra dell’isola.
In uno dei
gradini più bassi della scala del benessere vi troviamo il 90% dei
braccianti dell’estate ovvero 700.000 Tamil (originari del sud
dell’India), importati nell’isola dai colonialisti inglesi nel 1820.
La
maggior parte di queste persone non ha mai visto la sua terra, ma nonni
e bisnonni hanno tramandato fedelmente lingua, riti, usi, costumi e
religione indù... (da notare che la religione di Stato è il buddismo).
Questo
quadro, che sempre più di allontana da quell’etica gandhiana che nel
1994 mi spinse nel sud dell’Asia, è aggravato non solo dall’estenuante
conflitto a Jaffna con LTTE (terroristi Tamil in guerra per
l’indipendenza).
Dopo vari tentativi di scendere a patti il nuovo
governo Chandrika Bandaranayke ha infine dichiarato lo stato d’allarme
sparpagliando forze militari e blocchi di polizia per tutto il
territorio nazionale. Questa situazione si ritorce gravemente verso
tutta la popolazione Tamil.
Quanto è palese una guerra a fuoco nel
nord dell’isola altrettanto sfugge, agli occhi dell’occidentale, la
guerra fredda fra Singalesi e Tamil, in corso su tutto il territorio
nazionale.
Decine di Tamil vengono arrestati ogni giorno e
trattenuti in questura per controlli di documenti che non posseggono
tanto è vero che non è mai stato loro riconosciuto il diritto alla
cittadinanza.
D’altra parte non possono essi nemmeno sognare di
tornare nella patria sconosciuta da quando, nel 1983, sono stati
sospesi tutti i trasporti via mare.
Si trovano pertanto schiavi e
prigionieri nelle piantagioni, costretti a lavorare alla giornata ed a
vivere ammassati, con le loro famiglie, in stanze oltrecentenarie di
tre metri quadri senza luce, latrine e con poca acqua.
La scuola per i bambini è quasi un lusso, tant’è che in alcune scuolette troviamo un’insegnante con 55 allievi.
Lo
stipendio di 72 rupie giornaliere (se non piove) è stabilito dal
Governo il quale, nel ‘92, ha affidato la gestione delle piantagioni a
varie compagnie private, che mirano ovviamente al massimo profitto.
Fra
i più grossi intermediari del commercio internazionale troviamo Lipton
e Brown, che non possono certo pianger miseria: nell’ultimo decennio,
l’esportazione dei prodotti agricoli ha costituito il 60% dell’intero
reddito proveniente dall’estero, eppure gli investimenti per la
salvaguardia dei diritti umani dei braccianti vengono volentieri
delegati alle Organizzazioni non governative (ONG).
Fra le 193 ONG
(fonte IRED ‘91) operanti nello Sri Lanka con partner stranieri...poche
sono quelle che si occupano della condizione dei braccianti nelle
piantagioni.
E mentre si costruiscono scuole meravigliose che
ospiteranno un pugno di handicappati, mancano i fondi per costruire
latrine ai Tamil nelle piantagioni.
Come si può notare, i fondi
utilizzati nei progetti di cooperazione internazionale, sono spesso mal
distribuiti, (piove sempre sul bagnato?) ed i piccoli gruppi sociali,
che fanno un serio lavoro, fanno fatica a sopravvivere.
Sorseggiavo
un tè, mentre ascoltavo questo racconto di P.P. Sivaprasagam,
coordinatore di HDO, Human Development Organisation, con sede a Kandy
in 37, Mulganpola road.
HDO è nata nel 1990 per promuovere uno sviluppo sostenibile nelle dieci piantagioni di tè del distretto di Kegallé.
HDO
oltre a promuovere attività per la coscientizzazione della gente,
raccoglie informazioni e produce un bollettino mensile (Plantation
View), che distribuisce su territorio nazionale ed internazionale. HDO
è ben disposto a nuovi contatti, che, con questo articolo, io stessa
auspico.
E per finire, forse con un po’ di retorica, caro lettore se adori il tè rivolgiti alle botteghe del commercio equo e solidale.
Cara A.N.,
leggo la Costituzione della nostra Repubblica:
-
art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in
ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è
informato a criteri di progressività”.
- art. 4: “La Repubblica
riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e promuove le
condizioni che rendono effettivo questo diritto [...]”.
L’art. 4 chiarisce che il creare lavoro e renderlo disponibile ai
cittadini non è per lo Stato italiano un optional, un lusso, o una
facoltativa opera di carità; è, invece, un preciso dovere fissato dalla
sua legge fondamentale (che garantisce ben altro in proposito).
Se
dunque lo Stato, per risparmiare, non assume, licenzia, taglia gli
stipendi, e posticipa le pensioni, agisce in flagrante contrasto con la
sua stessa legge, agisce da fuorilegge.
Per creare ed offrire lavoro
occorre denaro. Il mezzo disponibile per raccogliere denaro, è, da
parte dello Stato, la raccolta delle tasse.
Lo Stato può, se vuole,
raccogliere denaro anche vendendo beni di sua proprietà, ma, come ogni
altra vendita, le proprietà disponibili sono destinate ad esaurirsi (a
parte il fatto che alcune essenziali non sono alienabili).
Può, in
teoria, trovare denaro tramite attività produttive, ma il solo fatto di
avere un bilancio da lungo tempo in passivo, mostra che non è in grado
di farlo. In ogni caso, non è, questo, un suo dovere: la Costituzione
non dice mai che lo Stato debba essere o trasformarsi in un’azienda o
in un’industria.
Dunque, è dovere attuare l’art. 4 tramite
l’applicazione dell’art. 53, cioè è dovere dello Stato offrire lavoro
ai cittadini utilizzando il denaro raccolto con le tasse.
Poiché lo
Stato non riesce a fornire lavoro per mancanza di denaro, ciò significa
che non ne raccoglie abbastanza, ovvero che le tasse sono poche, non
troppe.
Il fatto poi che lo Stato abbia un deficit, cioè dei debiti,
accresce il suo dovere di raccogliere denaro tramite le tasse. Infatti
i debiti dello Stato sono debiti di tutti noi, la collettività siamo
noi, e i debiti si devono pagare, salvo impossibilità materiale a farlo.
Piuttosto, bisogna pensare bene prima di accettarli, i debiti.
Dunque,
si può discutere se le tasse siano raccolte secondo criteri equi oppure
no, e si può giustamente discutere se il ricavato è utilizzato in modo
opportuno o no, ma chi sostiene che le tasse sono troppe si pone contro
la Costituzione, ed è morso o da ignoranza, o da puro desiderio di
tenersi in tasca i soldi che ha, alla faccia degli altri...
Goodbye!!!
Vincenzo Zamboni
Verona
Lettera dall’Africa
di Alex Zanotelli
Questa è la prima lettera (inedita) scritta dal missionario trentino
padre Alex Zanotelli ad amici e parenti dopo il suo ritorno nella
baraccopoli di Nairobi.
Carissimi, jambo!
L’aereo scivola via liscio e sicuro lasciando
alle spalle i cieli del Nord diretto a Sud, verso il cuore dell’Africa,
Nairobi. È la mia “ridiscesa” agli inferi (dopo “l’ascesa” nel paradiso
consumista), nei “sotterranei della vita e della storia”, a Korogocho,
una baraccopoli della capitale del Kenya. Con gli occhi umidi, con il
cuore gonfio di gioia, con le mani cariche di tenerezza ... per i
volti, per le persone incontrate nei sei mesi passati, pellegrino sulle
strade d’Italia. Volti (tanti e belli) in tutti gli angoli della
penisola, nei momenti più impensati soprattutto nel cuore delle notti
che sembravano fatte su misura per pregare.
Mentre dal finestrino
osservo la valle del Nilo, un senso profondo di gratitudine, di gioia e
di pienezza mi sgorga dentro, per tutti quei volti incontrati.
Volti
che diventano ora il volto, sempre sereno e radioso, della mamma che
riscopre doppiamente madre, “Valà, valà, pop, - mi diceva in dialetto
della Val di Non, mentre le chiedevo scusa per averla trascurata -. No
preocuparte no perchè ti no ses mia nat par noi”. (“Non preoccuparti
perchè non sei mica nato per noi”). E ammoniva: “Varda de no dirge de
no a nciun par colpa mia” (“Non dire no a nessuno per colpa mia”). Non
ero nato per lei, ma per gli altri.
Un calore e una simpatia che
vedo brillare sui volti degli “straccioni” della discarica di Nairobi
venuti con Gino (straordinario esemplare di missionario laico) a darmi
il loro karibu (benvenuto) all’aeroporto Jomo Kenyatta. Splendida
accoglienza da parte di queste “figure” così estranee a quell’ambiente!
Mi toccano, mi palpano per vedere se sono proprio io! E ridono.
Tra
loro c’è anche Njoroge, il gigante dal volto di bimbo. Che festa, il
ritorno! E poi l’accoglienza della gente! Karibu nyumbani! (Benvenuto a
casa tua !) mi dicono lungo la strada. Huyu ni wetu (Questo è dei
nostri).
Davvero mi sento a casa mia, Korogocho è la mia casa, questa gente la mia gente.
Un
sentimento reso ancora più toccante dalla miriade di bimbi che mi si
aggrappano addosso, che saltano, che ballano ... Che splendidi volti,
volti segnati dalla sofferenza che sbucano da ogni dove...
“Mi
butterò nell’acquitrino - mi dice Wanja, una ragazzina smaliziata e
tanto provata - e così mi ricongiungerò con mia madre”. Un’altra
ragazzina mi sussurra nell’orecchio: “Il mio bimbo ha l’Aids ... Forse
ce l’ho anch’io !”.
Guardo il volto dolcissimo di mama Mweru (era da
molto che non la vedevo più!) che lotta in condizioni impossibili a
tirar su i suoi cinque figli (il marito è alcolizzato).
Si asciuga le lacrime. (Ma dove trovano i poveri tanta forza per resistere nonostante tutto?)
Il
volto di Mwangi, uno dei raccoglitori di rifiuti nella discarica,
distrutto ora dall’alcol e dall’Aids... “Grazie Alex perchè mentre
tutti mi hanno abbandonato, tu sei venuto a pregare con me - mi dice
ergendosi sui quattro stracci che ha in una baracca sgangherata -
Grazie Alex!” .
Sembra Giobbe. Spezziamo il pane nella notte: è la
sua prima ed ultima eucaristia. Lascia alle spalle una tragica eredità:
la mamma, morta pochi giorni prima di lui e ancora non sepolta, un
fratello alcolizzato e un altro in galera e infine una sorellina per
gestire l’ingestibile.
Tanti volti amati che scompaiono così ... Il
volto di Njeri, una donna dolce e serena, minata dall’Aids, che mi
aspettava con ansia per accompagnarla nel suo passaggio nell’Oltre ...
“Se Alex fosse qui ...” diceva prima di morire. Il volto di Wangari
(come dimenticare la radiosità di quel volto il giorno del suo
battesimo nella sua baracca !) che muore lasciando alla sorellina un
compito impossibile: otto figli ... e un cadavere (quello della
sorellina) che non riesce a seppellire! Volti ... e tante tragedie. È
l’immensa tragedia dei poveri di Korogocho e di tutte le Korogocho del
mondo.
Me la sento dentro come un macigno che pesa! Pesa come la
storia di Wangoi di cui vi ho raccontato nelle mie serate italiane. “La
tua partenza mi ha ammazzato: mi sono sentita abbandonata”, mi dice
Wangoi con volto triste e distrutto. “Ho trovato un po’ di lavoro su
una bancarella in città alle dipendenze di un indiano, ma guadagno
quasi nulla ... Ho quattro bimbi”. E scoppia in un pianto
irrefrenabile. “Ma non ce la faccio più!” Le metto la mano sulla testa
... Poi stringo fra le mie braccia Kamau, il bimbo più grande della
sorella morta di Aids: “Njoki è qui con noi!” le sussurro.
Metto nelle mani di Wangoi un anello e una collanina, dono di due amiche italiane.
Che mistero è la vita ... questi intrecci ...
Volto
di Wangoi in lacrime ... volti di bimbi ammucchiati nell’angolo di una
baracca ... Tolgo lo straccio che li avvolge ... È una topaia con tanfo
indescrivibile!
“Sono cinque bimbi abbandonati dalla mamma, - mi
dice un giovane che mi ha portato da loro - è da cinque mesi che vivono
così, di nulla!”. Li prendo per mano, li tiro fuori da quel pagliaio,
li accompagno alla mia baracca. Preparo un po’ di tè, un po’ di pane
... “E spezziamo il pane” insieme... È Pentecoste! E penso a quel
povero Cristo nella sua Galilea, depressa e schiacciata
dall’imperialismo romano legato a quello del Tempio. “Lo spirito del
Signore mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio” (Lu:
4, 18).
Davvero lo Spirito è il “Padre dei poveri, consolatore
degli afflitti, go’el degli emarginati, promotore di libertà, avvocato
per la giustizia del Regno” (Pedro Casaldaliga). Guardo quei cinque
bimbi che bevono e mangiano ... e penso a Gesù, grande speranza per i
poveri della Galilea, che ci ha lasciato il suo avvocato (paraklitos)
che “convincerà” il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al
giudizio (Gv: 16, 8). È lo Spirito il grande avvocato che convincerà il
sistema (il “mondo”) di “peccato”, perchè un sistema che crea disastri
umani come Korogocho è un sistema di peccato. È il grande peccato che
uccide i figli e li rende schiavi, strumenti, oggetti ... morte!
È
Pentecoste! E nonostante tutto ... la festa esplode. È la Festa dei
poveri! Tutte le piccole comunità cristiane si sono date appuntamento
con le loro bandiere, con i loro simboli, nel grande cortile antistante
la chiesetta di St. John. Vengono a celebrare, a danzare, a
sperimentare il vento “che non sai di dove viene e dove va ...” Una
lunga solenne celebrazione di quattro ore fatta di canti, di preghiere,
di danze, di segni (tanti segni!). Che bello ascoltare le preghiere dei
rappresentanti delle piccole comunità cristiane speciali (Kindugu,
Udada e Mukuru) mentre accendono il grande candelabro ebraico dei sette
ceri, simbolo dello Spirito. “Noi eravamo quei giovani delinquenti che
derubavano i passanti sulla strada di Korogocho - dice uno dei giovani
dei Kindugu -. Oggi siamo qui per dirti grazie, o Signore, perchè ci
hai fatti entrare in un’altra strada... quella della vita!” E il
rappresentante della comunità della Discarica: “Noi, Signore, eravamo i
più disprezzati di Korogocho, ma oggi ci hai ridato dignità,
speranza...”
È incredibile il cammino fatto dai raccoglitori di
rifiuti... E ogni comunità ha la sua storia di peccato... e di grazia!
Davvero lo Spirito continua ad operare le sue meraviglie anche a
Korogocho. Quanta strada fatta in questi mesi... mentre io ho camminato
per le strade d’Italia! Guardo il volto stanco di padre Antonio che ho
accanto per la solenne celebrazione...
Tra la folla distinguo il
volto di Gino che ha portato, insieme a padre Gianni e a suor Marta, il
peso di questi mesi... Insieme con questa moltitudine di popoli, etnie,
lingue... abbiamo ballato, cantato, danzato. È quello Spirito che ci
permette di essere fratelli e sorelle al di là di razze, religioni,
ideologie!
È Pentecoste! Simbolicamente espressa da quella
sciarpa-arcobaleno che porto al collo e che mi ha accompagnato per le
strade d’Italia.
Mi era stata data da una donna eccezionale
dell’Ecuador, Midia: “È il simbolo dei popoli indigeni dell’America
Latina. Portala”. E l’ho portata, proclamando in tutte le città
d’Italia che o impariamo a diventare il popolo di Dio dell’Arcobaleno,
come dice Desmond Tutu, o non c’è futuro per l’umanità.
Ora questa
sciarpa-arcobaleno la faccio passare di collo in collo, segno di quel
mondo nuovo che lo Spirito può creare dal caos attuale. Segno
dell’unità che deve legare le comunità di resistenza al Nord con la
comunità dei poveri perchè nasca un mondo “altro” da quello che abbiamo
fra le mani. Lo spirito soffia... sulle strade. Che bello riprendere a
camminare sulle strade fangose dei poveri (quanto fango a Korogocho!)
con questo vento di Pentecoste. È stato questo vento che mi ha spinto a
ritornare pellegrino sulle vostre strade...
È lo stesso Spirito che
mi riporta ora sulle strade dei poveri con gli occhi fissi alla croce
del Sud che brilla in queste notti tropicali. È un unico vento-Spirito
che ci spinge a sognare, a costruire quel mondo “altro”. Sento con
l’amico prete-operaio, Sizio Politi (recentemente scomparso) che: “Mi è
stato dato di non poter restare a guardare lo scorrere del fiume,
seduto comodamente tra i fiori e l’erba dell’argine.
Sono stato
preso e gettato nel turbinio della corrente e ne sono stato travolto.
Ma semplicemente fare qualcosa per logorare gli argini e sfondali nella
fiducia che la fiumana abbia a straripare, a inondare e dilagare
deserti assetati. Se questo sogno non dovesse farsi realtà nella storia
del mio tempo, allora preferisco rimanere travolto dai flutti e
perdermi insieme, a tutti perchè vorrebbe dire che l’umanità ha ancora
bisogno di morte per la sua risurrezione, per il tempo nuovo della sua
storia”.
Che lo Spirito faccia nascere il novum, che faccia germinare Vita. I poveri già la danzano con il vento di Pentecoste. Sijambo.
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