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Azione nonviolenta - Ottobre 1996 PDF Print E-mail
Ottobre 1996

M.N. TRA COSCIENZA E MONDO
MAO VALPIANA

OBIETTORI LIBERI DOPO UN SECOLO
LUCA BUZZI

CONTRO LA NAJA IN GUATEMALA
INTERVISTA A J.A. GUTIERREZ

UNA CAMPAGNA PER LIBERARE GLI ODC
L.O.C.

CONTRO IL NUOVO MODELLO DI DIFESA
PADRE ANGELO CAVAGNA

SECESSIONE E GANDHISMO LEGHISTA
ANGELA DOGLIOTTI MARASSO

MATTONI DI PACE

UNA CITTÁ CONTRO LA NESTLÈ

VITA DOLOROSA ED EROICA DI GIACOMO LEOPARDI
CLAUDIO CARDELLI

QUANDO I POVERI DANZANO LA VITA
ALEX ZANOTELLI

DAI RIFIUTI UN POSTO DI LAVORO
MICHELE BOATO

TU CHE ADORI IL TÈ... LO SAPEVI CHE... ?
ALESSANDRA L'ABATE

RECENSIONI

CI HANNO SCRITTO

IN VISTA DEL CONGRESSO

Movimento Nonviolento tra coscienza e mondo

di Mao Valpiana

Il Movimento Nonviolento si avvia verso la celebrazione del suo diciottesimo Congresso nazionale, che è il momento più alto della propria vita associativa, dove ci si assumono impegni e responsabilità ed insieme, collettivamente, coloro che con l'adesione hanno scelto di costituirsi in Movimento Nonviolento, ne decidono anche gli orientamenti politici. Siamo ad un momento delicato della vita del nostro Movimento: la sua struttura gracile, la limitatezza delle risorse finanziarie e l'esiguità di quelle umane non ci permettono di offrire tutte le risposte che sarebbero necessarie alle tante richieste che ci vengono rivolte; ma d'altra parte si va anche diffondendo la convinzione che non sarà dalla politica che giungeranno soluzioni definitive ad un malessere e disagio sempre più diffusi fin dentro le coscienze di molti. La ricerca intrapresa sulla via della nonviolenza vuole andare sempre più in profondità, passando anche dalla politica, ma senza lasciarsene fagocitare: è anche per questo che nel titolo di questo nostro prossimo Congresso si parla della vita e del modo di vivere. Un tema troppo ambizioso per un movimento associativo?... In fondo ognuno di noi si interroga ogni giorno sulla propria vita, e la ricerca nonviolenta, da Gandhi a Capitini, pone al centro il senso ultimo della vita e la personale responsabilità nel mondo. Per questo non possiamo limitarci a preservare l'eredità nonviolenta che abbiamo ricevuto (filosofica, culturale e politica) e dobbiamo proseguire in questo difficile ma affascinante peregrinare nonviolento sulle vie del mondo e della nostra coscienza.
Oggi rischiamo di essere frastornati dalle sirene dei mezzi di informazione: troppi allarmi, troppe notizie, troppe pseudoinformazioni, troppo chiasso, troppa confusione...basti pensare che per due mesi non si è parlato d'altro che di quella sciocchezza della secessione della Padania, mentre in altri luoghi proseguivano indisturbati i traffici d'armi (che coinvolgono anche settori dello Stato), illegali anche se "legali", in violazione persino degli embarghi internazionali, con un giro vorticoso di migliaia di miliardi, con tangenti, spionaggio, servizi segreti, mediazioni con la mafia, commistioni con il traffico mondiale della droga...e intanto il nuovo governo, volente o nolente, sembra lasciar proseguire il disegno militare del "nuovo modello di difesa" che ci costerà 50.000 miliardi (quanto richiesto dalla nuova legge finanziaria, fra tagli e nuove tasse, per "entrare" in Europa). Viene da chiedersi se un sistema che al proprio interno registra queste storture e accetta la violenza legalizzata, sia riformabile o debba essere lasciato affondare fino in fondo (cercando solo di limitare i danni alle persone).
Questo numero di Azione nonviolenta, che resta uno strumento prezioso di dialogo e confronto fra coloro che riconoscono nel Movimento Nonviolento un punto di riferimento, affronta il tema dello sviluppo dell'obiezione di coscienza, pietra d'angolo dell'agire nonviolento, ancora temuta in tanti Stati del mondo; poi dall'Africa padre Zanotelli ci racconta della disperazione di quei poveri, che però riescono a trovare la forza per danzare la vita; e ancora le concrete azioni nonviolente della città di Asti che boicotta la Nestlé e l'economia dei rifiuti che crea nuovi posti di lavoro.
Ogni mese cerchiamo di essere lo specchio di una nonviolenza che ha bisogno di gambe per camminare e saldi riferimenti per non perdere l'orientamento in un mondo sempre più caotico; una profonda coscienza è aiuto indispensabile per questa sfida.
Con un occhio alla coscienza e uno al mondo, ci prepariamo per il nostro Congresso.

 

DIBATTITO PRECONGRESSUALE

Nonviolenza, secessione e gandhismo leghista

di Angela Dogliotti Marasso

Molti saranno i temi del XVIII Congresso del Movimento, per i quali speriamo ci giungano contributi dai lettori di Azione Nonviolenta.
In questi giorni mi pare urgente intervenire ancora una volta sulla questione leghista, sia perchè ci siamo tirati un po’ per i capelli dalle reiterate professioni di “gandhismo” di Bossi, sia perchè il problema, nel merito e nel metodo, rappresenta certo un nodo ineludibile del futuro dibattito precongressuale.
Provo perciò ad enucleare alcuni aspetti.

Il “gandhismo” di Bossi.

Riferendosi alla strategia nonviolenta gandhiana, Alberto L’Abate suole ricordare la distinzione tra satyagraha, nonviolenza di principio, e duragraha, azione condotta senza uso della violenza.
Nel primo caso, nella lotta portata avanti secondo i principi del satyagraha, vi è stretta aderenza ad alcuni principi di base della nonviolenza, tra cui:
-scelta cosciente di mezzi nonviolenti
-accettazione del sacrificio su di sé e riduzione delle sofferenze dell’avversario
-obiettività, imparzialità, apertura
-gradualità nell’uso degli strumenti di lotta
-presenza di un programma costruttivo
Nel secondo caso vi è una scelta programmatica di uso di tecniche nonviolente (come la disobbedienza civile o il boicottaggio, ad es.) anche senza condivisione dei fondamenti teorici della nonviolenza.
Se una scelta nonviolenta è stata fatta dalla Lega, il che sarebbe certamente auspicabile, anche se a mio parere poco credibile dal momento che contemporaneamente si intende costituire una “guardia nazionale padana”, si tratta di una azione di questo secondo tipo, cioè di una scelta “tattica”.
Fin qui nulla da eccepire. Molti movimenti di resistenza non armata che si sono sviluppati nel nostro secolo sono stati caratterizzati, per motivi diversi, da una scelta più o meno consapevole di questo tipo, mentre pochi sono i casi che si distinguono per una scelta nonviolenta di principio. Questo perchè la nonviolenza, pur essendo “antica come le montagne” e perciò talvolta spontaneamente praticata come strumento di lotta facilmente accessibile a tutti, è ancora piuttosto giovane e poco conosciuta come dottrina filosofico-politica originale e radicalmente innovativa nella gestione dei conflitti a tutti i livelli. Ciò che stride, però, nel preteso “gandhismo” di Bossi è la totale separazione operata tra mezzi e fini, nel momento in cui ciò che viene perseguito attraverso un metodo di lotta nonviolento è intrinsecabilmente contrario alle ragioni di fondo che porterebbero a scegliere un simile metodo. Intendo dire che se è legittimo e auspicabile scegliere mezzi di lotta senza violenza anche se non si condividono o non si conoscono lo spirito ed i principi della nonviolenza, si contraddice quello stesso metodo se il fine che si vuole raggiungere è un fine violento.
La stretta continuità tra mezzi e fini, principio fondante della nonviolenza gandhiana, non tollera infatti eccezioni, nemmeno per una scelta puramente tattica di nonviolenza, pena lo svuotamento totale di significato delle parole stesse, con conseguente grande confusione. Se sulla necessaria omogeneità tra mezzi e fini credo non si possa che concordare, ciò che si tratta a questo punto di discutere è se il fine che Bossi si propone di raggiungere è intrinsecamente violento, come ho affermato sopra, oppure no.

Autonomia, federalismo, secessione

Uno degli aspetti più tipici del pensiero nonviolento è certamente la difesa dei poteri locali, intesi come spazi di identità e autonomia in cui si può esprimere la partecipazione di ciascuno e dunque può diventare reale e concreto il “potere di tutti”.
Il decentramento politico, economico ed amministrativo é ritenuto essenziale in una concezione di nonviolenza gandhiana e capitiniana, per realizzare quel potere dal basso che caratterizza una democrazia effettiva.
L’autogoverno delle comunità locali si colloca, però, entro i confini di “patrie” più ampie, che a loro volta si aprono al mondo intero, vista la dimensione planetaria dell’uomo contemporaneo.
Mi pare che tutto ciò non abbia nulla a che vedere con la Padania della Lega, mentre ci sono nell’Italia del Nord diverse minoranze che giustamente intendono tutelare la propria identità linguistica e culturale, dagli occitani ai ladini, dai sudtirolesi ai walser, la Padania come identità storico-linguistica é una pura invenzione escogitata per dare dignità di rivendicazione politica a esigenze di tutt’altro genere, strumentalizzando un effettivo e reale disagio di estese fasce sociali.
Ma tutto ciò non sarebbe ancora molto pericoloso. L’elemento di violenza inaccettabile presente nell’ideologia leghista, é dato dall’idea di secessione intesa come creazione di una “zona libera” da elementi che non appartengono alla “etnia padana”(!), meridionali e immigrati in genere (secessione che una minoranza vorrebbe imporre ad una maggioranza di abitanti del Nord).
Tutto ciò ricorda molto da vicino l’idea nazista del Reich “Sudenfrei”, del territorio ariano ripulito dagli ebrei, concezione che allora portò ad utilizzare la pulizia etnica come fase intermedia tra la politica di separazioni di ariani ed ebrei e la politica di sterminio del popolo ebraico. Non voglio dire che si debba arrivare a tanto, ma il riferimento non sembri una esagerazione: quando si afferma che si vogliono cacciare gli insegnanti meridionali dalle scuole, i giudici meridionali dalle aule giudiziarie, gli impiegati meridionali dagli uffici pubblici ecc. , il seme della divisione su base “etnica” e territoriale, della identità chiusa e primitiva data dalla terra e dal sangue, é gettato.
(“Bravo Bossi, vai avanti - sentivo dire in questi giorni da leghisti nostrani - che ci togli dai piedi ‘stì meridionali’! “).
D’altra parte, il “celodurismo”, la violenza verbale, gli insulti così frequenti nel linguaggio usato da esponenti leghisti, sono più omogenei a questo seme di razzismo che alla professione di gandhismo o ai proclami di libertà e indipendenza.
Anche per queste ragioni, a me parrebbe più opportuno e più qualificante, culturalmente e storicamente, contrapporre ai simboli e ai vessilli leghisti, anziché il tricolore nazionale, l’arcobaleno della pace, simbolo forte di cosmopolitismo e di convivenza delle differenze.
Detto questo, resta tutto aperto il problema di come rispondere in modo efficace e nonviolento sia alle iniziative leghiste, sia ai disagi ed alle esigenze reali alle quali il movimento della Lega, almeno in parte, ha dato voce.

ECOLOGIA, OCCUPAZIONE E SOLIDARIETA’
IL RIUTILIZZO DEI RIFIUTI

di Michele Boato

Il problema dell’occupazione è uno dei più gravi in Italia: sono quasi tre milioni i disoccupati ufficiali, e molti di più quelli (soprattutto giovani e donne) che lo sono nei fatti, ma non risultano dalle statistiche ufficiali: a livello mondiale il numero di disoccupati riconosciuti tali è di oltre 800 milioni; ed esserlo, nei Paesi più poveri, vuol dire spesso rischiare la morte di fame.

L’ecologia può collaborare a risolvere il problema occupazionale?
A scorrere le cronache dei casi di declino industriale come Marghera, la Farmoplat di Carrara, o l’ACNA della Val Bormida-Piemonte legate ad impianti chimici fortemente inquinanti, la risposta sembra essere un “no” secco. Di qui la diffidenza, così diffusa nel mondo sindacale ed imprenditoriale, verso le istanze ambientaliste, viste comunemente come dei puri ostacoli allo sviluppo economico e perciò all’occupazione.
Occorre però guardare più attentamente sia alle cause della moderna disoccupazione, sia alle proposte che possono nascere da una visione dell’economia più attenta agli equilibri ecologici.

Le cause della riduzione dei posti di lavoro
Negli anni 80, in Italia come in tutto il mondo occidentale-industriale, si è invertito il rapporto tra progresso tecnologico e occupazione: mentre fino agli anni 70 a nuove tecnologie corrispondevano nuovo benessere diffuso e nuova occupazione; ora, con la penetrazione dell’informatica sia nei settori produttivi che in quelli amministrativi, a uno sviluppo della produzione e della ricchezza corrisponde una riduzione implacabile dei posti di lavoro: prima è toccato agli operai, che sono stati superati in numero dai “colletti bianchi”, e poi anche a questi ultimi, che sono andati ad ingrossare l’esercito della disoccupazione intellettuale.

Insomma siamo di fronte ad una evoluzione rapidissima dell’economia che, ad appena un secolo dal sorpasso dei lavoratori industriali sui contadini (Inghilterra metà del XIX secolo), vede trasformarsi la società industriale in post-industriale col sorpasso degli impiegati sugli operai prima negli USA e poi in tutta Europa e in Giappone.
In Italia, dove nell’ultimo secolo è scomparso l’80% degli agricoltori, negli ultimi anni è scomparso il 20% degli operai. (1)

Di pari passo con l’informatizzazione, è proceduta la concentrazione finanziaria ed organizzativa in grandi imprese transnazionali che hanno aumentato a tassi elevatissimi produzione e profitti sostituendo progressivamente il lavoro umano con investimenti in tecnologia: le 500 maggiori compagnie del mondo controllano il 25% della produzione economica mondiale, ma occupano solo lo 0,05% (un ventesimo dell’1%) della popolazione del pianeta. (2)

Nuove strategie per l’occupazione in Europa
Da questa breve analisi si ricava la necessità di una serie di nuove proposte per uscire, a piccoli ma decisi passi, dalla forbice, in cui la società degli occupati (che diminuiscono di anno in anno) sta sempre meglio e quella dei disoccupati (che aumentano di anno in anno) sta sempre peggio, a livello nazionale e, ancor più, a livello mondiale.
Lo ha capito anche l’Unione Europea che, attraverso il Presidente della Commissione J. Delors ha pubblicato nel 1994 il Libro Bianco dal titolo “Crescita, competitività, occupazione. Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo” in cui si pone l’obiettivo principale di creare, entro il 2000, 15 milioni di posti di lavoro.
Delors, all’eccessiva fiducia nella capacità del mercato di garantire la crescita di reddito e di occupazione tipica dei documenti alla base del Trattato di Maastricht, sostituisce la necessità di limitare i fallimenti del mercato favorendo l’impresa sociale, l’impresa del “terzo settore” che punta a soddisfare esigenze di assistenza (agli anziani, ai portatori di handicap), di miglioramento della qualità della vita (nei quartieri più svantaggiati) e di protezione dell’ambiente sia da danni già causati, da rimediare, sia nel senso di prevenzione.
In questi tre settori, sostiene il Libro Bianco, “si potrebbe avanzare una previsione di 3 milioni di nuovi posti di lavoro (un quinto dei 15 che l’U.E. ritiene si debbano creare)”. (3)

Dal riuso e riciclo dei “rifiuti” nuova occupazione
Naturalmente si sente nel sottofondo il brusio dei benestanti (magari evasori fiscali o beneficiati da qualche ente pubblico) che sale: “basta assistenza, basta sprechi!” temendo che queste proposte nascondano un ulteriore appesantimento dello Stato sociale.
Non è così, è vero il contrario.
Nel settore dei rifiuti la crescita dello spreco, con il raddoppio in 15 anni (dal 1979 al 94) di ciò che finisce in discarica o inceneritore è andato di pari passo con l’aumento della spesa pubblica per lo smaltimento e delle tasse sui rifiuti per far fronte a tale spesa.
Il tutto a fronte di scarsissimi e (dequalificanti) posti di lavoro aggiuntivi e sempre crescenti profitti delle aziende del settore.
La proposta di passare con decisione ad una politica di riduzione dei rifiuti, di raccolta differenziata di materiali umidi (per fare un buon compost) e secchi (vetro, metalli, carta/cartoni, plastica, tessuti, mobili ed altro) attraverso il sistema porta a porta, integrato dalle “stazioni ecologiche” sta ottenendo in questi ultimi 2 anni grandissimi risultati soprattutto in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, ma anche in altre regioni.
Queste esperienze, che ormai si contano a centinaia e comprendono, tra le altre, anche la metropoli di Milano col suo milione e mezzo di abitanti, raggiungono ormai con sistematicità risultati ritenuti fino a ieri “impossibili” dai cantori dello sviluppo tecnologico senz’anima. Vengono recuperate e valorizzate economicamente percentuali di (ex) rifiuti che vanno dal 35% di Milano, al 50% di Dolo e Campolongo Maggiore (VE) fino al 60-75% di una cinquantina di comuni padovani, milanesi e bergamaschi.
Tutto ciò comporta un risparmio di spesa pubblica del 10% ottenuto attraverso un aumento di costi per la raccolta porta a porta (con un grande aumento di occupati) e un ancor maggior aumento dei ricavi dalla vendita dei metalli, tessuti, cartoni, ecc. Recuperati in grande quantità.
Non si tratta perciò né di utopie irrealizzabili, come incredibilmente continuano a sostenere certi “tecnici ed esperti” organici alla lobby degli inceneritori, né di maggiori costi per i cittadini, i quali anzi in molti dei comuni interessati hanno cominciato a trovare gradita la sorpresa di una riduzione delle tasse.

Una proposta al nuovo governo
Faccio perciò una proposta al governo Prodi e, in particolare, al Ministro per l’Ambiente Edo Ronchi: nelle casse di tutte le regioni italiane giacciono inutilizzati centinaia di miliardi, destinati dalla fine degli anni 80 alla costruzione di grandi impianti di rifiuti a tecnologia complessa: quasi nessuno di essi è andato in porto perchè basati su concezioni sbagliate di selezione meccanica di rifiuti raccolti tutti insieme.
Sono stati rifiutati dalle popolazioni, non hanno trovato i siti dove collocarsi e continuano a rimanere nel limbo oppure, peggio, hanno aumentato i loro già altissimi costi col passare degli anni, non venendo perciò mai né completati né, tanto meno, messi in funzione.
Proposta: dare la possibilità con un decreto legge alla regione di utilizzare almeno una parte di questi fondi per finanziare il decollo generale della raccolta differenziata, con piccoli impianti di compostaggio (comunali o intercomunali), stazioni ecologiche e la pressatura delle frazioni secche riciclabili raccolte separatamente dall’umido (vetro, metalli, plastica).
I vantaggi di questa proposta sono evidenti:
a) la fattibilità sociale degli impianti piccoli, non “calati sulla testa” degli abitanti di un comune, ma essi controllati e usati;
b) l’abbattimento dei costi da 10 a1;
c) la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro;
d) il recupero di enormi quantità di risorse e la parallela riduzione di discariche e inceneritori.

Due esempi di Emmaus in Italia e in Benin (Africa)
Solo nel 1995 le otto Comunità Emmaus operanti in Italia nel settore del recupero dei rifiuti hanno raccolto e riciclato 35.000 quintali di carta, indumenti, lana, vetro, metalli, mobili ed altri oggetti, con un ricavo di oltre 4 miliardi.
Tutto ciò ha permesso di dare un reddito dignitoso a 150 persone ma addirittura di utilizzare 1.043 milioni per sostenere progetti di solidarietà in Colombia, Bosmia, Burghina Fasu, Italia. (4)
Inoltre a Toquè, in Benin (Africa), Emmaus ha fondato una comunità in cui 35 giovani si mantengono producendo e vendendo circa 10.000 metri cubi/anno di buon compost derivato da rifiuti “verdi” (sfalcio e scarti alimentari).

In Italia, oltre ad Emmaus sono già alcune decine le cooperative di giovani che, (a Brescia, Bergamo, Bassano, Pisa, ecc.) vivono in armonia tra loro, con l’ambiente e con i propri ideali, raccogliendo e riutilizzando,/riparando/riciclando ogni genere di rifiuto.

NOTE

(1) D. Demasi, “L’implacabile riduzione dei posti di lavoro”, Il Gazzettino del 5 maggio 1996.
(2) H. Kane, “Imprese”, in Word Watch del maggio 1996.
(3) C. Borzaga, “La CEE scopre l’imprenditore sociale”, in Impresa Social n. 14 del marzo/aprile 1994.
(4) C. Zoni intervento a “Il riutilizzo dei rifiuti: ecologia e solidarietà”, in Civitas - salone nazionale dell’economia sociale e civile, Padova 5 maggio 1996.

NUOVO MODELLO DI DIFESA PATTO SCELLERATO ?

di padre Angelo Cavagna

È dalla caduta del muro di Berlino e dal successivo scioglimento del Patto di Varsavia che si parla di nuovo modello di difesa.
Per alcuni è un soccorso umanitario da gigante buono.
Gli eserciti agili, di volontari professionalizzati, sono in grado di piombare qua e là nel mondo per proteggere la pace (peace keeping), imporre la pace (peace enforcing).
Per altri, il nuovo modello di difesa è un “patto scellerato”. Esso fu escogitato per rilegittimare gli eserciti. In particolare la NATO, e per rilanciare la industria bellica. E allora ecco il nuovo nemico, il fondamentalismo islamico (da non sottovalutare, come anche altri fondamentalismi, ma nemmeno da affrontare con guerre di religione): ecco la nuova realtà da difendere, gli “interessi vitali” al di là dei confini nazionali, cioè “le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati” presenti nel Terzo mondo (documento della Difesa presentato in Parlamento nell’ottobre del ‘91, pp. 16 e 17).
Noi sottoscritti preti e donne consacrate apparteniamo ai secondi, pur nel rispetto di politici, militari e cappellani dei soldati che in buona fede e a volte con sacrificio personale appartengono ai primi.
L’espressione centrale che gira in tutte le leggi o proposte di legge dei vari paesi industrializzati per avvallare il nuovo modello di difesa” è la difesa, appunto, degli “interessi vitali della nazione”. Le esplicazioni chiariscono che si tratta di interessi economici: materie prime, come il petrolio, latifondi acquistati con poco o niente, con gente che lavora pure per poco o niente, difesa e conquista di mercati, traffici di droga e armi, multinazionali che spadroneggiano su popoli e Stati, anche i potenti (Centesimus Annus n. 58).
Il problema è dunque la “globalizzazione della economia”, il potere mondiale non è statale e nemmeno continentale, ma della finanza che si impadronisce dei governi e degli eserciti. La rinascita dell’esercito giapponese è un puro gioco finanziario; idem per la Germania a protezione dei suoi mercati; la Francia di Mitterand aveva già votato in Parlamento la legge per l’uso dell’atomica oltre i confini nazionali a difesa dei suoi “interessi vitali”: le potenze atomiche vogliono imporre il “trattato di non proliferazione nucleare” agli altri paesi, ma non vogliono nemmeno sentir parlare di un “disarmo nucleare”; il generale russo Lebed spiega la guerra cecena con i traffici sporchi; la guerra che da quarant’anni martirizza il popolo sudanese è dovuta al petrolio ecc. Ecc.
Tutto ciò sta a dire che il nuovo modello di difesa è funzionale al predominio dei paesi industrializzati sul Terzo mondo e delle multinazionali sugli stessi paesi industrializzati.
I problemi oggi sono mondiali. Occorre un’autorità mondiale che imbrigli il potere economico. Libertà economica si; liberismo no. La concorrenza spietata tra poche multinazionali (7 sorelle del petrolio, 5 sorelle del grano ecc.) non rispetta né la giustizia, né la pace, né l’ambiente.
La marcia Perugia-Assisi del ‘95 ha ben individuato il problema ONU. Non l’ONU di oggi, ossia dei vincitori, con diritto di veto e in seduta permanente al Consiglio di sicurezza, con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che, agli ordini delle multinazionali, strapazzano i miserabili, ma l’ONU DEI POPOLI, democratizzata e rafforzata.
Il nuovo modello di difesa appare a noi un “patto scellerato” dei paesi industrializzati per continuare lo sfruttamento del Terzo mondo; è qualcosa di simile alla Conferenza di Berlino del 1884-85, dove l’Africa fu quasi completamente spartita a tavolino fra le potenze partecipanti; poi gli eserciti coloniali fecero il servizio.
Il nuovo modello di difesa, tra l’altro, è più costoso e discriminante dell’esercito di leva. È costoso, per la innovazione tecnologica in prospettiva planetaria e spaziale, e per la incentivazione salariale alla ferma: è discriminante, per lo sbocco occupazionale dei militari nei Ministeri statali.
La cosa principale che possono fare i politici, oggi, è di mettere in piedi una nuova ONU: l’ONU della pace, dei popoli, dell’ordine umano, rispettando la libera economia, ma mettendo un semaforo regolatore, per sottometterla alla razionalità politica secondo il principio di sussidiarietà.
La gente, da parte sua, deve aprire gli occhi sul vero significato di questo nuovo modello di difesa: soprattutto deve unirsi per umanizzare il mondo, come i lavoratori uniti sono riusciti ad umanizzare, almeno un po’, il fenomeno industriale. È urgente, in particolare, che si uniscano tutti i costruttori di giustizia e di pace in vista dei prossimi appuntamenti legislativi: nuova legge-obiettori e finanziaria, soprattutto in occasione del 4 novembre.

Prime sottoscrizioni di preti e suore e persone consacrate

Istituto “Piccole figlie della Croce”: 23. Collegio “Vergini di Gesù”: 10. Istituto “Suore Luigine”: 3. Compagnia Missionaria del S.Cuore: 23. Regalità di n.Signore Gesù Cristo: 1. Figlie Missionarie di Maria: 1. Piccole suore dell’Assunzione: 1. Suore di Maria: 1. Francescane missionarie di Maria: 2. Ancelle del S. Cuore di Gesù: 20. Istituto Gesù buon pastore: 6. Preti diocesani: 39. Religiosi: - Dehoniani: 23 - Marianisti: 5 - Don Calabria: 1 - Don Orione: 1 - Saveriani: 3 - Gesuiti: - Servi di Maria: 2

La sottoscrizione continua aperta a tutti (Tel. e Fax 051/6927098)

35.000 lire al giorno ...

Cara A.N.,
nei giorni scorsi a Verona, dal banchetto della Lega veniva distribuita ai passanti una cartolina da sottoscrivere e inviare al Presidente Luigi Scalfaro. In essa ogni firmatario chiede di diventare zingaro-rom per godere del contributo di 35.000 lire al giorno, beneficio concesso - secondo loro - a queste persone dal decreto legge n. 319 per il solo “onore che ci fanno con la loro presenza”.
Non è un caso isolato, se la mattina di domenica 1 settembre a Milano nella zona del Policlinico erano stati infilati nel tergicristallo delle auto posteggiate volantini analoghi. Si tratta inoltre di una campagna malevola e falsa: queste informazioni infatti sono state smentite da più parti dal volontariato.
Già sul Gazzettino del 12 agosto, con un articolo dalla redazione di Udine, questa informazione veniva smentita da Don Angelo Zanello, coordinatore della Caritas del Nord Est, il quale precisava che: “le 35.000 lire pro capite previste dal decreto legge, sono per l’accoglienza dei profughi di guerra nei centri di raccolta organizzati dallo Stato e sono soldi che non intascano gli assistiti, ma le organizzazioni che provvedono alla loro ospitalità”.
Vorremmo aggiungere, per l’esattezza, che i decreti legge nn. 196 (del 12 aprile 1996), 319 (del 14 giugno 1996) e 412 (del 5 agosto 1996) che si sono succeduti l’uno all’altro mantenendo identico l’art. 1 in favore degli sfollati dalle Repubbliche sorte nei territori della ex Jugoslavia indicano la cifra complessiva della spesa autorizzata e suggeriscono inoltre di “promuovere la definitiva uscita degli sfollati dai centri di accoglienza governativi e la graduale chiusura degli stessi” e favorire gli interventi “finalizzati a promuovere programmi anche assistiti di rimpatrio”. Le circolari prefettizie trasmettono queste indicazioni ai Comuni.
Il Comune di Padova, ad esempio, ha elaborato un programma di rimpatrio che ha già portato allo smaltimento di uno dei tre campi sosta per rom. In questo caso sì, è stata assegnata una cifra pro-capite a quanti lasciavano i campi di accoglienza e acconsentivano a tornare nei paesi di origine, ma, guarda caso, questa spesa non è dispiaciuta a nessuno. Certamente, pagare per non vederli più è ben diverso che pagare “per avere l’onore della loro presenza”, come recita la cartolina.
Fra gli sfollati dalla ex Jugoslavia accolti dai Comuni con il contributo del Ministero degli Interni (D.L. n. 412: gli interventi straordinari possono essere realizzati anche mediante trasferimenti agli enti locali) solo una parte sono rom. Essi comunque devono aver potuto dimostrare tramite passaporto di essere venuti in Italia dopo il 1 giugno 1991, anche per ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari.
A Verona il Comune non ha allestito nessun campo di accoglienza, cosa che hanno fatto i Comuni di Padova e Mestre (giusto per rimanere nell’ambito del Nord Est) e anche se persone singole, sfollate dalla ex Jugoslavia, rom e non-rom, hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, esse non hanno richiesto i contributi di cui si parla.
I rom e i sinti che sostano negli accampamenti di Verona non appartengono alla categoria degli “sfollati” ed è doppiamente ingiusto che questa campagna denigratoria, che comunque trasmette informazioni errate, ottenebri ulteriormente la loro immagine.
Indirizziamo questa informazione alle persone di buona volontà che si sono trovate la suddetta cartolina in mano senza capire e senza sapere. Chi la cartolina l’ha stampata, invece, avrebbe potuto informarsi meglio, ma evidentemente non ha voluto.
Noi siamo sempre del parere che questo voler raccogliere consensi contro una categoria di persone sia incitamento all’odio razziale e che come tale sia perseguibile dalla legge.
Don Francesco Cipriani
Verona

 

L’obiezione di coscienza in Grecia

In Grecia l’obiezione di coscienza non è stata mai riconosciuta a causa di ragioni storiche, politiche e religiose. Prima di tutto bisogna non dimenticare che lo Stato greco si è formato non a causa di una rivoluzione borghese, in cui il popolo partecipa con una coscienza nazionale (stessa lingua, tradizione e cultura), ma attraverso la politica estera inglese. L’Inghilterra non poteva permettere che il crollo dell’impero Ottomano permettesse alla Russia di dominare il Mediterraneo Orientale attraverso il territorio dell’attuale Grecia moderna. La Russia voleva un principato semi-indipendente come era successo con la Moldavia e la Vlacchia regioni situate alla frontiera russa durante l’Impero Ottomano.
Lo Stato greco moderno (formatosi nel 1830) era abitato da un insieme di popoli i quali parlavano molte lingue ed avevano tradizioni diverse. La sola cosa che avevano in comune era la religione (cristiano-ortodossa) la quale esisteva anche in Russia e perciò i Russi cercavano di usarla come strumento della loro politica estera. Le esigenze della politica estera inglese, francese e russa trovarono una soluzione con la formazione del nuovo stato greco. All’interno dello Stato greco si forma l’esercito accettato dalle tre potenze. L’esercito (costituito da soldati provenienti della Baviera e in seguito dai figli dei luogotenenti greci del governo ottomano) impone una forma di coesione sociale. La chiesa ortodossa diventa chiesa di stato e si pone come elemento nazionalistico verso le altre regioni confinanti dell’impero ottomano. Inizia all’interno dello stato greco un’opera di propaganda che vede l’esercito e la chiesa come strumenti d’identificazione nazionale.
Ogni cittadino greco per essere considerato tale, doveva esibire come caratteristica culturale la propria fede nella chiesa ortodossa e nel patriottismo dell’esercito.
Inizia un periodo di espansione dello Stato greco che annette con l’esercito alcuni territori dell’impero ottomano confinanti. Questa espansione dura fino al crollo dello stesso Impero Ottomano con la prima guerra mondiale. I successi dell’esercito rafforzano e consolidano l’identificazione della nazione greca con l’istituzione militare e la chiesa.
Anche oggi in Grecia non è considerato greco colui che non è cristiano ortodosso e non vuole svolgere il servizio militare. Viene considerato: traditore della patria, agente dei Turchi e nemico della Chiesa. La Turchia (rappresenta per i greci l’eredità dell’impero ottomano) paese confinante con la Grecia ha come religione l’Islamismo. Questa religione è considerata dalla chiesa ortodossa come nemica della nazione greca. Durante il recente conflitto Jugoslavo la Grecia ha sostenuto il governo serbo-bosniaco (di religione cristiano-ortodossa) durante il genocidio dei bosniaci-mussulmani. Questa è una evidente prova dell’identificazione della nazione con l’esercito e la chiesa in Grecia.
Purtroppo la formazione dello Stato greco nei primi anni del ‘800, durante un periodo di aumento del nazionalismo in Europa, ha di fatto reso necessaria l’invenzione di una storia nazionale.
La lingua greca parlata dalla metà dei cittadini del nuovo stato diventa la lingua ufficiale ed è usata come pretesto per sostituire la storia dei nuovi popoli aggregati dallo Stato greco con la storia dei greci antichi. I cittadini sono obbligati a dimenticare le loro lingue e le loro tradizioni.
Fino a qualche decennio fa la lingua parlata in Grecia era in molte parti diversa dalla lingua scritta che rimaneva quella dei greci antichi con modificazioni dal greco moderno. Nelle scuole medie rimaneva solo il greco antico come insegnamento della lingua al posto del greco moderno.
La proibizione agli abitanti della Grecia di usare le lingue dei loro genitori e conservare le loro tradizioni ha impedito la creazione di una cultura della Grecia moderna che avrebbe potuto di fatto contestare l’identificazione nazionalista che faceva ricorso alla violenza dell’esercito e alla violenza culturale della chiesa.
Un altro fattore che determina per i greci il valore del servizio militare è il maschilismo che ha una sua origine storica nella formazione della popolazione greca in massima parte costituita da mercenari che lavoravano per l’impero ottomano e dai molti banditi che abitavano le montagne della Grecia fino al 1940. Questi banditi sono stati gli esponenti della “rivoluzione nazionale” del 1821, la quale è considerata dai greci come l’elemento costitutivo del loro Stato.
Conseguenza di questo maschilismo, proveniente anche dalla cultura mussulmana, fa considerare ai greci e ai loro figli che il servizio militare serva per “diventare uomini”.
In questo sfavorevole ambiente politico-sociale gli obiettori di coscienza hanno subito un trattamento simile a quello che gli stati riservano ai colpevoli di alto tradimento alla patria.
Almeno due obiettori di coscienza per motivi religiosi sono stati fucilati dopo la seconda guerra mondiale e non sono pochi gli obiettori che sono stati torturati al punto di ammalarsi psicologicamente. Durante la dittatura militare dei colonnelli (1967-74) ci sono stati anche obiettori di coscienza morti durante le torture.
Fino al 1977 tutti gli obiettori di coscienza espiavano pene di circa venti anni di carcere. Solo il persistente intervento del Parlamento Europeo (1977) ha permesso agli obiettori di coscienza per motivi religiosi una condanna ridotta a 4 anni di reclusione. Secondo il rapporto di Amnesty International sul trattamento degli obiettori di coscienza in Grecia, dal 1930 ad oggi, gli obiettori di coscienza greci hanno espiato circa 5.000 anni di carcere.
Nel 1987 è stato incarcerato il primo obiettore di coscienza per motivi politico-ideologici , Michele Marangakis. Durante la sua reclusione, durata circa due anni e mezzo, si è formato un forte movimento di solidarietà. Marangakis quando stava in carcere ha protestato in diversi modi, dalle lettere di protesta fino a lunghissimi scioperi della fame. La sua dichiarazione di obiettore di coscienza per motivi politico-ideologici è stata seguita da decine di persone durante la sua carcerazione. Il governo greco, che pure era socialista, non ha esitato a incarcerare anche un altro obiettore fra i nuovi che avevano dichiarato l’obiezione di coscienza quando Maragakis era ancora in carcere. Anche lui, Thanassis Makris, durante la sua reclusione che è durata un anno e mezzo, ha fatto scioperi della fame ed ha protestato in vari modi. Il movimento di solidarietà era diventato tanto forte e l’immagine della Grecia all’estero deteriorata che le autorità greche erano state obbligate a liberare i due prigionieri prima che loro avessero espiato i quattro anni di carcere. Un altra conseguenza di questo movimento è che le autorità non arrestarono più gli obiettori che si nascondevano, mantenendo però il mandato di cattura nei loro confronti. Purtroppo questo periodo non è durato molto, nel 1991 è stato arrestato il primo obiettore totale, Nikos Masiotis. Dopo sei mesi di carcere anche lui è stato liberato a causa di un forte movimento sociale di solidarietà nazionale ed internazionale. Durante la sua reclusione anche un altro obiettore totale è stato arrestato. Lui ha avuto lo stesso trattamento.
Il più recente caso di carcerazione di un obiettore di coscienza per motivi ideologici è di Nikos Karanikas. Anche lui arrestato il 25 agosto 1995 è stato liberato alla fine dello stesso anno.
Tuttavia gli obiettori di coscienza per motivi religiosi continuano ad essere condannati a 4 anni di carcere. Oggi ci sono 310 obiettori di coscienza per motivi religiosi rinchiusi nei carceri militari della Grecia. La loro ultima protesta è scritta nella lettera allegata.
Prima di concludere questo articolo devo dire due parole per l’organizzazione politica degli obiettori di coscienza per motivi politico-ideologici.
Gli obiettori totali, quasi tutti anarchici, formano gruppi che non durano molto. Le loro iniziative di lotta si svolgono quando viene arrestato un obiettore totale. Gli obiettori di coscienza che vogliono svolgere un servizio civile insieme ad alcuni obiettori totali hanno costituito l’associazione degli obiettori di coscienza, o meglio la Lega degli Obiettori di Coscienza, la quale ha organizzato molte manifestazioni e concerti informativi. Ogni anno organizza un grande concerto informativo nel centro di Atene che raccoglie circa duemila persone. Ora in Italia ci sono due membri di questa Lega i quali hanno preferito l’esilio al carcere. Insieme con i renitenti alla leva, ex studenti delle università italiane, pensano di organizzare una campagna informativa e di boicottaggio del turismo greco.
Chiunque possa aiutare questa campagna per maggiori informazioni può comunicare con la LOC sede Nazionale di Milano.

Lega Obiettori di Coscienza via M. Pichi 1 20143 Milano Tel. 02/8378817-58101226 - Fax 02/58101220

Chiunque volesse comunicare con la LOC Greca può telefonare al tel. 0030-1-3802773 (dall’Italia).


L’Obiezione di coscienza in Guatemala

Nostra intervista a Julian Ajqui Gutierrez, Coordinatore del Gruppo Nazionale di Giovani di CONAVIGUA (Coordinamento Nazionale delle Vedove del Guatemala), che coordina il movimento di Obiettori di Coscienza di questo paese

Com’è nato il movimento degli obiettori di coscienza (OdC) in Guatemala e quali iniziative state portando avanti come obiettori?
Dal 1871, anno in cui l’esercito del Guatemala è stato fondato dal Generale Justo Rufino Barrios, ha funzionato mediante il reclutamento forzoso, però questa pratica si è acutizzata negli anni ‘70 e all’inizio degli anni ‘80. Fin dal 1871 ci sono stati giovani che hanno resistito al reclutamento, però poichè la situazione stessa non permetteva di farlo in forma organizzata, hanno resistito in silenzio, a livello individuale. Dall’inizio degli anni 80, in cui si produssero i peggiori massacri, vi fu una maggiore resistenza al servizio militare, però presentarsi come obiettori di coscienza in quei tempi supponeva il cimitero o il “barranco” (letteralmente burrone, vale a dire finire ucciso e buttato in un burrone, come l’immondizia). Adesso che la situazione è venuta poco a poco migliorando, si sono aperti altri spazi e nel 1992 si è cominciata una lotta intensa contro il servizio militare.
Ci fu una forte campagna nel 1993 e da allora si è sviluppata una lotta per il riconoscimento del diritto all’O.d.C. e contro il servizio militare.

E questa lotta è stata una lotta indigena, specialmente delle vedove organizzate in CONAVIGUA?
Si, il reclutamento forzato è arrivato all’estremo che l’esercito catturava i giovani, in particolare indigeni delle comunità rurali dell’altopiano, li faceva scendere dal camion, li picchiava e se li portava via in forma forzata e discriminatoria, con mezzi di chiara violazione dei diritti umani. Proprio per questo, le compagne di CONAVIGUA incominciano una lotta contro il reclutamento militare. Dapprima si comincia raccogliendo firme per presentare al Congresso una Proposta di Legge. Allora sorge il movimento, l’organizzazione, la lotta contro il reclutamento militare forzato dal 1992, però si è accentua nel 1993. Il 18 agosto del 1993 si presenta la Proposta di Legge. In questo documento chiediamo un servizio volontario e che si riconosca l’O.d.C.. Perché? Non solo le nostre madri sono vedove e i nostri fratelli orfani, ma noi stessi ci rendiamo conto che sono i militari che uccisero i nostri padri e che ancora ci vogliono comandare, costringerci con la forza a entrare nelle caserme. È qualcosa di completamente contrario alla nostra volontà, contrario alla nostra etica.

Avete ottenuto che si sospenda il reclutamento militare?
Con il cambiamento del Congresso della Repubblica, abbiamo presentato di nuovo la Proposta di Legge il 23 agosto del 1994. Per la situazione stessa del momento, per le pressioni che sono esercitate, tanto a livello internazionale che nazionale, e per l’Accordo Globale sui Diritti Umani firmato da governo e guerriglia, si è ottenuto che l’allora presidente Ramiro de Leon Carpio sospendesse il reclutamento militare forzato. Dal giugno del 1994, è cessato il reclutamento militare fino ai giorni nostri, anche se la risoluzione stessa indica che è una sospensione temporanea, fino a quando si promulghi una legge globale sul servizio militare, come dice l’Accordo. Noi non stiamo con le braccia incrociate perché da un momento all’altro possono emettere la legge.
Nel 1995 si è accentuato il lavoro esplicitamente sull’O.d.C.. Il 15 maggio, coincidendo con la celebrazione per la prima volta in Guatemala della Giornata Internazionale dell’O.d.C., 17 giovani si sono presentati pubblicamente come obiettori, costituendo il primo gruppo di obiettori che si presenta come tale. Nell’agosto dello stesso anno, abbiamo cercato altri compagni e si presentarono altri 83 giovani, arrivando ora a un gruppo di cento obiettori, anche se si sa che non siamo solo cento: cento siamo quelli che si sono presentati pubblicamente, però c’è un gran numero di giovani nelle diverse comunità che non sono d’accordo nel prestare servizio militare. Siamo un movimento contro il reclutamento militare: sia contro il servizio militare, che contro il militarismo nelle sue differenti espressioni nella società. Pensiamo che debba esistere l’obiezione di coscienza non solo al servizio militare, ma anche a tutte le leggi del paese che violano i diritti umani.

Che obiettivi perseguite?
Il nostro obiettivo immediato è che si emetta una legge a favore del servizio volontario, cioè che riconosca il diritto all’obiezione di coscienza. In oltre 65 paesi del mondo è già stato accettato, allora se il Guatemala è un paese che diciamo si incammina alla democrazia, deve accettare la volontarietà del servizio militare. Consideriamo che le argomentazioni che utilizza l’esercito per giustificare la sua esistenza non sono valide. Dice che protegge il territorio nazionale, però adesso cosa sta facendo? È molta di più la repressione che esercita nelle comunità, il controllo sociale e la prevaricazione con cui tratta la gente. Per questo uno degli obiettivi fondamentali è che venga emessa una legge che riconosca l’obiezione di coscienza. Però d’altro canto chiediamo la volontarietà del servizio militare e attraverso questo otterremo che l’esercito si riduca.

Questa significa un esercito professionale?
Crediamo che non sia raccomandabile la professionalizzazione dell’esercito, perché in un modo o nell’altro la professionalizzazione rende necessario un maggior investimento di denaro, e in questo caso da dove vengono i soldi? Dalla società stessa. Non solo siamo contrari al servizio militare, ma anche a tutte le altre conseguenze che porta con sé il militarismo. Nel caso del Guatemala è una spesa immensa, è il settore che si accaparra la maggior parte del bilancio, più dell’educazione, della sanità ... Pensiamo che non possiamo accettare la professionalizzazione dell’esercito, ma che al contrario devono diminuire le unità dell’esercito e che, se non fosse necessario, l’esercito non esista proprio. Questi potrebbero essere gli obiettivi a lungo termine.
Però come gruppo giovanile pretendiamo anche che la nostra organizzazione sia parte del movimento popolare e che conquisti spazi perché possiamo essere partecipi delle decisioni nei vari settori, per essere partecipi anche nelle decisioni delle differenti branche dello Stato, che si ascoltino le nostre proposte. Uno dei nostri obiettivi è essere un’espressione dei giovani nella società civile. Un altro degli obiettivi sarebbe coordinare attività a livello internazionale, vedere da una prospettiva congiunta la sfida della riduzione degli eserciti nei nostri paesi, che non sia una questione nazionale, ma un tema che si tratti a livello internazionale.

Quanto riflette le vostre idee questa Proposta di Legge e come si sta evolvendo l’iter burocratico?
Nel 1993 presentammo la prima Proposta di Legge in cui si parla del servizio militare volontario, dell’O.d.C. e di un servizio sociale. Questa proposta di legge fu respinta dal Congresso, con l’argomentazione che è necessario un servizio obbligatorio: pretendono giustificare che un servizio militare obbligatorio non sia la stessa cosa di un reclutamento militare forzato. Però noi crediamo che all’interno dell’obbligatorio stia il forzato, per questo non vogliamo che nascondano il forzato dietro l’obbligatorio. Nella Commissione Difesa del Congresso, in cui è presente la nostra compagna Rosalina Tuyuc, il 29 marzo di quest’anno è stata respinta la proposta di legge perché considerano che violi l’art. 135 della Costituzione della Repubblica, in cui si parla dell’obbligatorià del servizio militare. Questo articolo fa riferimento ai “diritti e doveri civici”. Per questo crediamo che ci dia la facoltà di esigere un servizio volontario, perché lì non si parla di obbligatorietà, non si dice “obblighi e diritti”. E troviamo ulteriore fondamento alle nostre richieste nella risoluzione delle Nazioni Unite, dove si sollecitano gli Stati membri ad accettare l’O.d.C.. Di fronte al rifiuto della nostra Proposta di Legge, ci stiamo preparando con attività sia per il 1° maggio che per il 15, Giornata Internazionale dell’O.d.C.. In questa giornata prevediamo presentare pubblicamente altri 100 obiettori. Contemporaneamente stiamo redigendo un’altra Proposta di Legge con un gruppo di avvocati, per presentarla al Congresso. Inoltre stiamo coordinando le attività con gli studenti dell’Università di San Carlos, perché siano partecipi delle lotte che stiamo portando avanti, perché loro stessi in un determinato momento si troveranno ad affrontare il problema.
Vogliamo ampliare la partecipazione ad altri settori, perché il servizio militare obbligatorio, il reclutamento militare forzato, non colpisce solo i giovani indigeni, ma se emetteranno una legge sull’obbligatorietà colpità tutti i giovani. Visto che noi crediamo che il servizio militare sia discriminatorio, l’idea sarebbe di evitare la discriminazione e pianificare l’obbligatorietà per tutti, non solo per i giovani indigeni, insomma una militarizzazione totale. Questo supporrebbe una retrocessione, non staremmo avanzando verso una maggior democratizzazione, ma al contrario staremmo militarizzando maggiormente il paese e con questa ipotesi siamo in totale disaccordo.

Un giovane che vive nell’interno del paese, che non ha mai sentito parlare di O.d.C., come può venirne a conoscenza e come può informarsi sul tema?
Viaggiamo nelle diverse comunita per parlare con i giovani di vari temi. Non parliamo solamente dell’O.d.C., ma anche di diritti umani, degli accordi tra governo e guerriglieri, etc ... nelle comunità l’informazione arriva attraverso i suoi rappresentanti. Nella capitale facciamo corsi di formazione per i rappresentanti dei municipi e loro tornano nelle rispettive comunità e si riuniscono con i propri compagni. E, oltre a questo, visitiamo le comunità e parliamo di questi temi. Qui, in Città di Guatemala, vogliamo estendere il lavoro alle aree marginali.

Parlate del servizio militare volontario, del riconoscimento dell’O.d.C. e dell’esistenza di un servizio civile. Allora una persona o va a prestare servizio militare o si dichiara obiettore di coscienza e presta servizio civile ...
No. Ciò che noi proponiamo è che il servizio militare sia volontario e che d’altro canto lo sia anche il servizio civile, cioè che il servizio civile non sia sostitutivo del servizio militare. Chiediamo che entrambi siano volontari e che però all’interno della volontarietà del servizio militare un soldato si possa dichiarare in un momento dato obiettore di coscienza e optare così per il servizio civile, cioè che si preveda un O.d.C. “sopravvenuta”.
Il fatto è che la Costituzione dice “prestare servizio militare e sociale”, le due cose allo stesso tempo, non dice “o sociale”, che si sarebbe potuto intendere che se non si presta l’uno, si presta, l’altro, però così come dice viene spontaneo intendere che si prestano allo stesso tempo. Per questo deve essere volontario il servizio militare e il servizo civile. E proponiamo che entrambi siano remunerati, per evitare che i giovani scelgano il servizio militare attratti dalla paga che possono ricevere.

Quali implicazioni comporta per voi dichiararvi pubblicamente obiettori di coscienza?
Lo facciamo come strategia, come una forma per esercitare pressione sul governo e sull’esercito, perché accettino la volontarietà del servizio militare e si riconosca l’O.d.C..
Nel 1995, quando ci presentammo pubblicamente, l’esercito ci chiamò per una discussione comune, per vedere a che accordo saremmo potuti arrivare sul servizio militare. Chiamarono gli obiettori di coscienza perché si presentassero davanti all’istituzione militare. Non andammo perché non sapevamo bene quel che volevano, forse minacciarci, forse rinchiuderci per obbligarci al servizio militare. Lo prendemmo come un avvertimento per dirci di non proseguire in questo impegno a favore dell’O.d.C.. Nonostante ciò, siamo sicuri di quello che stiamo facendo, di non volere il servizio militare e del fatto che la maggioranza dei giovani lo rifiuta. Per questo continueremo con la presentazione pubblica di obiettori, continueremo nella nostra lotta.

Già nella prima presentazione pubblica, ci furono delle donne obiettrici, è importante la partecipazione delle donne nel movimento dell’OdC o erano solamente casi isolati?
No, non furono casi isolati. Il fatto è che nel caso del Guatemala siamo partiti da un gruppo di giovani in cui partecipano donne e uomini, e da lì che incomincia la loro partecipazione e le nostre compagne sanno bene ciò che una persona veramente soffre nell’esercito, quali sono le conseguenze e per questo dicono che non piacerebbe al loro marito, al loro figlio, al loro fratello prestare servizio militare. Per questo le compagne stanno con noi e lo fanno perché sanno ciò che succede ai soldati e perché non sono d’accordo non solo con il servizio militare, ma neppure con l’esercito.

Avete qualche tipo di coordinazione con i movimenti di O.d.C. di altri paesi?
Manteniamo contatti con organizzazioni internazionali come War Resistence International (WRI). Da quando abbiamo cominciato il lavoro riceviamo appoggio da molti paesi latinoamericani ed europei. Allo stesso tempo abbiamo partecipato all’Incontro Latinoamericano degli Obiettori di Coscienza (ELOC) che si realizzò nel 1994 in Paraguay e nel 1995 a Santiago del Cile. Adesso tocca a noi organizzare il terzo ELOC alla fine di agosto qui in Guatemala; parteciperanno rappresentanti dei paesi dell’America del Sud, Centroamerica ed alcuni paesi del Caribe.

Intervista a cura dell’Equipe delle Peace Brigades International del Guatemala
(Sabina Zandi e Gianni Rondinella - Volontari nell’Equipe)

Inchiesta: “L’esercito, una istituzione priva di appoggio sociale

I guatemaltechi segnalano l’esercito come il principale violatore di diritti umani nel paese e si esprimono per la demilitarizzazione, secondo un’inchiesta della Fondazione Arias per la Pace e lo Sviluppo.
Tale richiesta è stata realizzata durante le prime settimane del novembre scorso, sia nella capitale che nell’interno del paese e evidenzia la sfiducia generalizzata che risveglia la istituzione armata nella popolazione guatemalteca.
Tra i dati salienti dell’inchiesta, sottolineiamo alcune parti:

- Fiducia
La percentuale di persone che ancora simpatizzano per la istituzione armata è molto ridotta, soltanto un 6,7% segnala di avere “molta fiducia” e un 7,3% “un po’ di fiducia”, al confronto con un 56% che indica di non avere “nessuna fiducia” e un 28,3% di averne “molto poca”.
L’area rurale del paese è la zona in cui è maggiore la sfiducia nell’istituzione armata e sono le donne, con un 83% coloro che meno confidano nei militari.

- Diritti Umani
L’esercito capeggia la lista delle istituzioni che, a giudizio degli intervistati, violano in maniera sistematica, i diritti umani, con una percentuale del 84,5%, seguito dalla Polizia Nazionale con il 83,6, le Pattuglie di Autodifesa Civile con il 57,5% e la Polizia Militare Ambulante con il 55%.

- Governi militari
Il 65% del campione considera che i governi militari di mano dura erano i peggiori e non sono riusciti a risolvere i problemi del paese.

- Futuro dell’esercito
Il 14,2 degli intervistati vuole che l’esercito sparisca, il 62,3% vuole che il numero di effettivi si riduca e solo il 4,7 vuole che continui così com’è.
Nel caso che venisse proposta una iniziativa per l’abolizione dell’esercito, il 36% degli intervistati la appoggerebbe, con una preminenza delle zone del nord e del occidente del paese, che sarebbe maggiormente inclini a questa decisione.

- Spese militari
Per un 52% degli intervistati, le risorse spese per l’istituzione militari sono eccessive e ingiustificate e sostengono che queste risorse dovrebbero essere investite in infrastrutture come sanità e educazione.

- Reclutamento militare
Tre intervistati su quattro segnalano di essere stati reclutati con la forza e sostengono che il servizio militare non lascia niente di positivo ai giovani, mentre d’altro canto fa loro perdere rispetto per la vita e li costringe ad abbandonare il proprio luogo d’origine.

- Paura
Il 57% riconosce di avere paura dell’esercito, percentuale che aumenta nel Nord e nell’Altopiano.

- Ripercussioni per la comunità
Il 75% degli intervistati sostiene che l’esercito non ha lasciato nulla di buono alle comunità e che la sua eredità principale sono stati il gran numero di massacri commessi.

(Tratto dai quotidiani “Siglo XXI”, del 29 aprile 1996 e “Repubblica”, del 14 aprile 1996)

La vita dolorosa ed eroica di Giacomo Leopardi

di Claudio Cardelli

Quando nel 1919 decise di dare solidi fondamenti alla propria cultura, Capitini si accinse da autodidatta allo studio del latino e del greco e si dedicò alla lettura approfondita del Leopardi, del Manzoni e dei Vangeli. Più tardi (1929) tornò al Leopardi con la tesi di perfezionamento presso la Scuola Normale di Pisa: “La formazione dei Canti di Leopardi” (discussa col prof. Attilio Momigliano).
Oggi la popolarità del Leopardi presso i giovani è spesso oscurata dal luogo comune del suo “pessimismo”; in realtà, il poeta di Recanati, pur avendo espresso una visione della vita amara e disincantata, seppe lottare con coraggio per emanciparsi dal soffocante ambiente familiare e dalle idee retrive, dominanti nell’Italia della Restaurazione.
Scrisse ironicamente in una lettera al padre che i poteri legittimi negli Stati “molto saviamente preferiscono alle ragioni, a cui, bene o male, si può sempre replicare, gli argomenti del cannone e del carcere duro, ai quali i loro avversari per ora non hanno che rispondere” (19 febbraio 1836).
A Recanati, nel palazzo paterno dove era nato nel 1798, gli sembrava di intristire ogni giorno di più e fece di tutto per allontanarsene: nel luglio del 1819 progettò persino una fuga, poi fallita. Potè uscirne temporaneamente nel novembre del 1822, e definitivamente dall’aprile del ‘30, affrontando grandi ristrettezze finanziarie, poichè i proventi dell’attività di scrittore non erano sufficienti a garantirgli una vita indipendente. Il padre gli consigliava di avviarsi alla carriera ecclesiastica, ma Giacomo non volle mai tradire le proprie idee di libero pensatore.

“Tornerò a Firenze, passato il freddo; e così sarà, se non muoio prima. Questo amerei che ripeteste a chi parla di prelature o di cappelli, cose ch’io terrei per ingiurie se fossero dette sul serio. Ma sul serio non possono essere dette se non per volontaria menzogna, conoscendosi benissimo la mia maniera di pensare, e sapendosi ch’io non ho mai tradito i miei pensieri e i miei principii colle mie azioni”.
(Lettera al Vieusseux del 27 ottobre 1831)

L’amicizia
Trovò grande conforto nell’amicizia , non nell’amore che gli procurò soltanto atroci disinganni. Tra i tanti amici, due furono i più devoti: il letterato Pietro Giordani e il patriota napoletano Antonio Ranieri, che lo ospitò a Napoli dall’ottobre del ‘33 fino alla morte (14 giugno 1837). In un brano delle Operette morali tesse l’elogio dell’amicizia:

“Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora”.
(Dialogo di Plotino e di Porfirio)

L’esperienza del dolore
Pur essendo, come è noto, gracile e malaticcio, seppe affrontare durante l’adolescenza lo studio dei classici con totale dedizione.

“Io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più”.
(Lettera al Giordani, 2 marzo 1818).

Può essere interessante osservare che anche Capitini, come il Leopardi, compromise in giovinezza la propria salute a causa dello studio troppo intenso; tuttavia l’esperienza del dolore ha portato, nei due pensatori, un affinamento della sensibilità e una più profonda introspezione, e li ha spinti a cercare le ragioni ultime del nostro vivere. Capitini ha scoperto la “compresenza dei morti e dei viventi”; Leopardi ci ha lasciato, nella Ginestra (1836), un testamento spirituale di pace e fratellanza umana.
Viveva con Ranieri in una villetta sulle falde del Vesuvio, poichè a Napoli infuriava il colera; e fu colpito dalle tracce delle eruzioni del vulcano; in quei luoghi desolati, allietati solo dal profumo e dai colori delle ginestre, comprese meglio la reale condizione dell’uomo, un essere fragile, che la potenza distruttrice della natura può annichilire in un attimo. Il poeta rivolge quindi un appello di fraternità agli uomini, perché si uniscano nella lotta contro le calamità naturali.
Trascrivo ora, in una parafrasi fedele, l’appello di Leopardi:

“Nobile natura è quella che ha il coraggio di guardare in faccia il comune destino, e che con linguaggio sincero, nulla sottraendo alla verità, riconosce il male che ci fu dato in sorte e la nostra condizione umile e fragile.
Quella che sa mostrarsi grande e forte nel soffrire, e non aggiunge alle sue miserie gli odi e l’ira verso i fratelli, ancor più gravi di ogni altro male, incolpando del proprio dolore gli uomini; ma dà la colpa alla natura, che veramente è rea e dei mortali è madre di parto, ma nel comportamento matrigna.
Costei chiama nemica; e pensando, come è giusto, che l’umanità debba essere unita e schierata per prima cosa contro di lei, ritiene tutti gli uomini alleati tra loro, e tutti abbraccia con vero amore, porgendo ed aspettando in cambio un valido e pronto aiuto negli alterni pericoli e nelle angosce della guerra comune. E ritiene stolto armare la destra per offendere un altro uomo, e porre lacci ed inciampi al vicino”.
(La ginestra, vv. 111-138)

Per conoscere la vita del poeta di Recanati, si può vedere l’ampia scelta dall’epistolario: G. Leopardi, Storia di un’anima, a cura di Ugo Dotti, BUR, Rizzoli, 1987.

 

Una città contro la Nestlè

La città di Asti, tramite l’Assessore ai Servizi sociali, ha negato alla RAI le strutture per l’accoglienza del programma “L’Albero Azzurro”, itinerante per le città e dedicato in fascia mattutina ai bambini, perchè sponsor dell’iniziativa risultava la Nesquik dell’onnipresente multinazionale svizzera.
Di fronte a tale rifiuto, il responsabile della trasmissione si è affrettato a precisare che il contratto di sponsorizzazione, in conclusione a settembre, non verrà più rinnovato. Per la gioia dei bambini di Asti e di tutti noi, la popolare trasmissione sarà quindi prossimamente ospitata nella loro città, ma senza il marchio Nestlè...

L’albero azzurro
in tour

All’Assessore ai Servizi Sociali
del Comune di Asti

Patrocinio:
R.A.I. UNO
R.A.I. DUE


Egr. Assessore,
con la presente abbiamo il piacere di comunicareche l’A.I.D.A./Centro Teatro Ragazzi con il patrocinio di RAIUNO e RAIDUE, sta organizzando la tournée nazionale dello spettacolo per bambini e famiglie “L’Albero Azzurro”, promossa a favore di organizzazioni umanitarie per l’infanzia - cui andranno le offerte raccolte durante gli spettacoli e parte degli incassi.
(...)
La struttura dello spettacolo è prevalentemente quella di un talk-show in cui il pupazzo Dodò, beniamino dei bambini, interagisce con il pubblico. Lo spettacolo può essere rappresentato in teatri, auditorium o teatri-tenda.
Con la presente sono dunque a proporLe la presentazione dell’Albero Azzurro nel Comune da Lei rappresentato, in orario mattutino per le scuole.
(...)
In attesa di un cortese riscontro, cogliamo l’occasione per porgere cordiali saluti

Verona, giugno 1996

per A.I.D.A
Roberto Terribile

Comune di ASTI
L’Assessore Città Persone


Spett/le AIDA

Rispondendo alla vostra cortese proposta spettacolo “L’Albero Azzurro in Tour” del giugno 1996, mentre esprimo il mio apprezzamento per l’iniziativa, certamente afficace dal punto di vista del contenuto, devo purtroppo osservare che l’immagine dello sponsor (Nestlè-Nesquik), oggetto della campagna di boicottaggio internazionale INBC piuttosto nota in città e supportata da varie associazioni di volontariato, attive su questo territorio, non ci permette di accogliere la manifestazione in oggetto.
Qualora si creassero le auspicabili condizioni di caduta delle riserve suddette, sarà mia premura riprendere in considerazione il progetto.
Salutandovi con le più vive cordialità

Asti, 30 luglio 1996
L’Assessore
Maria DeBenedetti

AIDA centro teatro ragazzi

Oggetto: L’Albero Azzurro in Tour

Gent.ma Dr. De Benedetti,
facendo seguito alla Sua lettera del 30 luglio scorso di cui all’oggetto, ci preme comunicarLe che il contratto di sponsorizzazione con la Nestlè-Nesquik si concluderà nel prossimo mese di settembre.
Auspichiamo pertanto che, visto l’interesse da Voi espresso per tale progetto, l’abbandono dello sponsor Nestlè possa rappresentare un valido motivo per riprendere in considerazione l’eventualità di presentare lo spettacolo nel Comune di Asti.
(...)
Confidando nel vostro positivo riscontro, cogliamo l’occasione per porgere i nostri più cordiali saluti.

Verona, 8 agosto 1996

AIDA
Roberto Terribile

NOTA

Desidero fornire un chiarimento, forse utile al lettore interessato. Scrivendo l’articolo che è stato pubblicato su Azione Nonviolenta di giugno, di commento critico ad un lavoro del gentile. Jean, disponevo, come avvertivo subito il lettore, della sola introduzione dattiloscritta di 13 pagine, già estremamente significativa. Il titolo del libro, in una pagina a parte, prima dell’indice generale dei sette capitoli, era quello che ho riferito: Disinteresse nazionale e forze disarmate in Italia. Successivamente, una recensione di Stefano Sivestri su Il Sole-24 Ore di Domenica 28 luglio 1996, pag. 24, fornisce questi estremi del libro (che ha tutta l’apparenza di essere lo stesso di cui ho esaminato l’introduzione, con un titolo definitivo diverso, meno macchinoso e sibillino): Carlo Jean, L’uso della forza - Se vuoi la pace comprendi la guerra, Laterza, Bari-Roma, 1996, ppg. 136, L. 15.000. Per quanto possibile, i nonviolenti dovrebbero conoscere la cultura dei militari per istituire un dialogo critico ma - appunto - nonviolento con loro al fine di favorire almeno una cultura pluralista della difesa, oggi ufficialmente bloccata sul monopolio militare.

Enrico Peyretti


OBIETTORI RELIGIOSI IN GRECIA

APPELLO

Noi, 310 obiettori di coscienza per motivi religiosi (Testimoni di Geova) detenuti nelle carceri greche, ancora una volta facciamo un appello per una soluzione relativa ai diritti umani in Grecia: la questione dell’obiezione di coscienza.
Malgrado le numerose promesse da parte dei vari governi greci che si sono succeduti nel corso degli anni, malgrado le risoluzioni del Parlamento Europeo, malgrado le numerose proposte da parte del Consiglio d’Europa, malgrado le pressioni imposte da organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani, l’obiezione di coscienza non è ancora riconosciuta in Grecia e gli obiettori continuano ad essere condannati a 4 anni di carcere.
Inoltre dopo la liberazione, siamo trattati come ordinari delinquenti e perciò dobbiamo affrontare molti problemi anche per la ricerca di un posto di lavoro.
Tutto questo nonostante che giuristi ed eminenti professori di diritto abbiano espresso parere favorevole circa la soluzione di questo problema l’istituzione di un servizio civile alternativo.
Chiediamo al Governo di realizzare finalmente le sue numerose promesse di scarcerare gli obiettori e stabilire un servizio civile alternativo in conformità con le raccomandazioni internazionali.
Apprezzeremmo molto un vostro intervento presso le autorità greche in qualsiasi modo credeste opportuno.
Per maggiori informazioni, vi preghiamo di non esitare a comunicare con il nostro avvocato autorizzato signor Thanassis Reppas, all’indirizzo riportato.
Vi ringraziamo per tutto ciò che potrete fare per sostenere gli obiettori di coscienza greci e per qualsiasi assistenza potrete e vorrete offrirci in futuro.
(Le firme aggiunte a questo appello sono nelle mani dell’avv. Reppas e sono a disposizione di qualunque interessato).


Sinceramente vostri
310 obiettori di coscienza detenuti per motivi religiosi

Per contattare l’avv. Di fiducia
Thanassis Reppas
Attorney At Lavv
27, A. Paraschou str.
GR - 11473 Athens
Grecia


Carcere Militare di Avlona 45
Carcere Militare di Findos 205
Carcere Rurale di Kassandra 29
Carcere Rurake di Kassavetia 31

Totale 310

 

Obiezione di coscienza e servizio civile in Svizzera

FINALMENTE QUALCOSA SI MUOVE !

di Luca Buzzi

Il 1° ottobre 1996 è entrata finalmente in vigore anche in Svizzera una prima Legge sul servizio civile, comunque ancora molto restrittiva. C’è voluto quasi un secolo per introdurre un servizio civile (SC) per gli obiettori di coscienza al servizio militare (SM), anche in quella nazione che era oramai rimasta una delle ultime d’Europa ad incarcerarli.
In effetti le prime rivendicazioni al proposito datano già 1903 quando, a seguito della condanna per obiezione di coscienza del leader socialista Naine (più tardi divenuto anche consigliere nazionale), fu inoltrata una prima petizione al Consiglio Federale.
Alla stessa ne seguirono regolarmente delle altre sia a livello popolare (ad esempio già nel 1923 si consegnarono 40.000 firme per un servizio civile), ma purtroppo finora sempre senza successo.

Le condanne degli obiettori
Fino ad oggi in Svizzera oltre 22.000 (di cui 12.000 solo negli ultimi 25 anni) sono stati complessivamente gli obiettori di coscienza processati dai tribunali militari e condannati a pene detentive, raggiungendo il massimo di 784 nel 1984, anno in cui il popolo aveva respinto l’iniziativa popolare “Per un vero servizio civile basato sulla prova dell’atto”.
Le pene carcerarie sono variate da alcuni mesi (massimo sei) per gli obiettori religiosi ai quali i tribunali riconoscevano il “grave conflitto di coscienza”, fino a quasi un anno per gli obiettori politici e differivano molto anche da una zona all’altra della Svizzera. Ad esempio negli ultimi 20 anni nella Svizzera italiana le condanne massime non hanno superato i 9 mesi di carcere, mentre in quella tedesca si sono raggiunti anche i 15 mesi, in un qualche caso isolato.
Nel 1991 era stata accettata una revisione del codice penale militare (però considerata da alcuni piuttosto un inasprimento dello stesso), che permetteva di condannare gli obiettori ai quali i tribunali militari riconoscevano “motivi etici fondamentali” invece che al carcere a lavori di pubblico interesse per la durata di regola di una volta e mezzo il SM rifiutato (la condanna massima è stata finora di 540 giorni di lavoro).

La legge sul servizio civile
Nel 1992, anche a causa delle pressioni internazionali, delle continue denunce di Amnesty International e delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa di cui la Svizzera fa parte, il popolo svizzero ha finalmente accettato di completare come segue l’art. 18 cpv. 1 della Costituzione federale: “Ogni svizzero è obbligato al servizio militare. La legge prevede un servizio civile sostitutivo”.
Ci sono però voluti altri 4 anni perchè questa legge e le relative ordinanze d’applicazione fossero effettivamente elaborate e solo il 1° ottobre di quest’anno è entrata in vigore.
Si tratta purtroppo di una legge ancora estremamente restrittiva e penalizzante nei confronti degli obiettori, plasmata dagli apparati militari e condizionata dalla paura generale e dalla “sindrome austriaca” in particolare (dovuta all’aumento improvviso degli obiettori di quella nazione, dopo che nel 1992 hanno soppresso l’esame di coscienza per accedere al SC).

Molto sinteticamente queste sono le caratteristiche del futuro SC “alla svizzera”:
- si tratta esclusivamente di un SC sostitutivo e non alternativo del SM, e non ne viene riconosciuto nessun particolare valore intrinseco;
- ne vengono a priori esclusi tutti coloro che non hanno superato la visita sanitaria di reclutamento;
- oltre agli obiettori etici e religiosi, almeno teoricamente, dovrebbero essere ammessi anche quelli cosiddetti “politici”, ma comunque tutti i candidati dovranno sottostare ad un esame “di credibilità” da parte di una commissione civile, la cui composizione non è ancora attualmente nota, ma che dovrà essere approvata dal Dipartimento militare federale. Coloro che non saranno ammessi verranno di nuovo rinviati ai tribunali militari e condannati alla detenzione;
- la durata del SC sarà di una volta e mezzo il SM rifiutato. Per chi obietta fin dall’inizio, il SC durerà quindi 450 giorni. Questi giorni di SC dovranno essere prestati in più periodi d’impiego fino a 42 anni sul modello dell’organizzazione militare svizzera (attualmente 300 giorni di SM, suddivisi tra scuola reclute e successivi corsi di ripetizione annuali);
- gli ambiti d’attività previsti sono: sanità, servizi sociali, conservazione dei beni culturali e ricerca, protezione dell’ambiente e della natura e salvaguardia del paesaggio, foreste, agricoltura, cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario e aiuto in caso di catastrofe. Non ci sarà invece la possibilità di lavoro nell’ambito diretto del promuovimento della pace e sono praticamente esclusi gli interventi all’estero;
- per motivi di risparmio, nelle regioni periferiche l’esecuzione e la sorveglianza del SC verrà affidata a privata (in genere ditte di collocamento, ma senza nessuna particolare esperienza nel sociale);
- gli obiettori, alla stregua di mano d’opera a buon mercato, verranno inseriti in Istituti pubblici o privati d’interesse pubblico, che dovranno parzialmente rimborsare alla Confederazione una percentuale del corrispondente salario usuale per quel lavoro. D’altra parte dovrebbero però preoccuparsi, almeno teoricamente, di evitare qualsiasi concorrenza sul mercato del lavoro.

Le prossime tappe

Come vedete molti sono ancora i passi che ci restano da fare per il pieno riconoscimento anche in Svizzera del diritto all’obiezione di coscienza e l’introduzione di un vero SC per la costruzione della pace, da scegliere liberamente in alternativa al SM. Anche per i prossimi anni (speriamo almeno non per un altro secolo...!!) dovremo quindi contare sull’impegno attivo dei movimenti pacifisti e non violenti.
Per il momento noi speriamo comunque di riuscire a convincere molti giovani ad inoltrare la loro domanda d’ammissione al SC, per tentare dal 1° ottobre di “sommergere” di queste domande l’ufficio preposto.
Sarebbe per ora la migliore risposta da dare a chi ha fatto di tutto per ritardare questo momento, per inasprire al massimo questa prima Legge sul SC e per rendere così meno attrattivo e il più penalizzante possibile questo futuro SC.

PARTE UN TRENO DAL SUD

I gruppi di Pax Christi, da anni impegnati, in Italia, nella promozione della cultura della Pace e del rispetto delle differenze nella Convivialità, vogliono richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui pericoli derivanti da una crescente cultura “leghista”, sia al Nord che al Sud, della nostra penisola.
Tale cultura secessionista inficia pericolosamente la memoria storica della Resistenza ed il bene comune dell’unità nazionale.
Tutti i gruppi impegnati per la Pace e tutti i singoli che credono nel valore dell’Unità, ritengono prioritario agire per una puntuale ed efficace promozione di “educazione alla Pace” nel rispetto delle differenze e dell’interdipendenza socio-economica del Paese, mediante la proposta di una metodologia nonviolenta.
Il problema delle Leghe evidenzia, in realtà, l’egoismo e l’individualismo di massa, che, in termini politici, si traduce nelle problematiche sollevate attualmente dalla Lega.
Perché dal Nord si invoca, a volte anche in maniera violenta, il Secessionismo (pericolo grave... e la ex-Jugoslavia insegna...!)?
Perché dal Sud parte un treno (a costo zero per i partecipanti!) con quattrocento persone per indicare, in maniera altrettanto violenta e pericolosa, quale sia la strada da seguire in nome dell’unità nazionale attorno al Fascio tricolore e ai saluti romani?
Vogliamo ricordarvi, inoltre, un articolo apparso su diversi quotidiani (La repubblica e Liberazione) in cui si fa riferimento ad un tale di nome Arkan (genero e braccio destro di Milosevic) che finanzierebbe una Lega meridionale, fomentando e seminando odio (azione a lui non nuova e per niente difficile).
Non si può continuare, inermi, di fronte a questo triste spettacolo... Ricordiamo anche il testo della lettera del Papa sulle responsabilità dei cattolici nell’ora presente (nn. 1 e 7) del 6 gennaio 1994, ancora, il Convegno di Palermo (Discorso n. 6), in cui tanto più uno semina odio e violenza, a volte con urli e con atti contro la persona umana, tanto più sembra aver ragione.
Come cittadini, cristiani e appartenenti alla stessa umanità oltre che alla stessa Nazione, e ricordando anche il discorso di Mons. Ruini all’assemblea della C.E.I. sentiamoci parte dello stesso mondo, fratelli e non nemici, cercando di portare avanti progetti politici e sociali unitari e non divisori.
Smettiamola di legittimare situazioni di disagio con divisioni e secessioni anacronistiche e prive di qualsiasi senso logico. Sia sa Nord che da Sud la logica del partito “Lega” è la medesima. Chi è contro Bossi non può essere con Cito e viceversa, la logica dell’uno legittima l’altro.
Le alternative, con le forme democratiche e costituzionali previste, sono tante e varie. Non facciamo l’errore di chiuderci e pretendere che l’altro si adegui alla nostra ragione. La storia insegna che nella mediazione e nel compromesso si beneficia entrambi e in qualità superiore che non nel contrasto, nel muro contro muro, e per dirla in una parola, nella guerra, avventura senza ritorno (Don Tonino Bello).
Le armi determinano le guerre e non viceversa, quindi sentiamoci in prima persona coinvolti in quest’opera di ricucitura, adesso che il taglio è superficiale e di piccole dimensioni, prima che la lama degli odii e delle divisioni crei un trauma ancora più profondo ed irreversibile e ci coinvolga in un escalation simile ad altri Paesi europei che, purtroppo, sono stati vittime e carnefici dello stesso sistema.
E non dimentichiamoci che il primo obiettivo come cristiani deve essere quello della riconversione delle industrie belliche in industrie “belle”, cioè vitali, ricordando che oltre il 70% di queste industrie risiede proprio in zone in cui la Lega Nord ha grossi consensi popolari e zone in cui il Cattolicesimo è, comunque, altrettanto presente.

Pax Christi
Bari

Sri Lanka: 800.000 Tamil nelle piantagioni, un popolo in semi-schiavitù

 

TU CHE ADORI IL TÈ ... LO SAPEVI CHE ...?

di Alessandra L’Abate

Sri Lanka, un’isola tropicale di 38 Km. quadrati, abitata da 17, 5 milioni di abitanti di svariate origini.
Vi troviamo, nei ceti benestanti, i “burgers”, ovvero comunità di origine mista dai tempi delle colonie portoghesi, olandesi, inglesi, oppure più recentemente mescolatisi a giapponesi, europei, americani, avventuratisi sull’isola per affari o per piacere.
Scendendo un po’ più in basso nella scala del benessere, troviamo la popolazione musulmana, di origine indiana e abili commercianti.
Troviamo poi i singalesi purosangue, un popolo che appare pigro quanto astuto, in cerca di facili guadagni che siano adeguati alla corsa sfrenata verso la tecnologia moderna.
Confesso che è incredibile notare la sostanziale differenza delle condizioni economiche fra Sri Lanka e il sud dell’India; qui troviamo supermercati pieni di prodotti esportati a qualunque prezzo dall’Australia, dall’Arabia Saudita, dal Pakistan...
Fra i pochi prodotti indubbiamente locali ci sono quelli delle estese piantagioni dove si coltivano tè, noci di cocco e gomma, piantagioni situate in zone collinari nell’entroterra dell’isola.
In uno dei gradini più bassi della scala del benessere vi troviamo il 90% dei braccianti dell’estate ovvero 700.000 Tamil (originari del sud dell’India), importati nell’isola dai colonialisti inglesi nel 1820.
La maggior parte di queste persone non ha mai visto la sua terra, ma nonni e bisnonni hanno tramandato fedelmente lingua, riti, usi, costumi e religione indù... (da notare che la religione di Stato è il buddismo).
Questo quadro, che sempre più di allontana da quell’etica gandhiana che nel 1994 mi spinse nel sud dell’Asia, è aggravato non solo dall’estenuante conflitto a Jaffna con LTTE (terroristi Tamil in guerra per l’indipendenza).
Dopo vari tentativi di scendere a patti il nuovo governo Chandrika Bandaranayke ha infine dichiarato lo stato d’allarme sparpagliando forze militari e blocchi di polizia per tutto il territorio nazionale. Questa situazione si ritorce gravemente verso tutta la popolazione Tamil.
Quanto è palese una guerra a fuoco nel nord dell’isola altrettanto sfugge, agli occhi dell’occidentale, la guerra fredda fra Singalesi e Tamil, in corso su tutto il territorio nazionale.
Decine di Tamil vengono arrestati ogni giorno e trattenuti in questura per controlli di documenti che non posseggono tanto è vero che non è mai stato loro riconosciuto il diritto alla cittadinanza.
D’altra parte non possono essi nemmeno sognare di tornare nella patria sconosciuta da quando, nel 1983, sono stati sospesi tutti i trasporti via mare.
Si trovano pertanto schiavi e prigionieri nelle piantagioni, costretti a lavorare alla giornata ed a vivere ammassati, con le loro famiglie, in stanze oltrecentenarie di tre metri quadri senza luce, latrine e con poca acqua.
La scuola per i bambini è quasi un lusso, tant’è che in alcune scuolette troviamo un’insegnante con 55 allievi.
Lo stipendio di 72 rupie giornaliere (se non piove) è stabilito dal Governo il quale, nel ‘92, ha affidato la gestione delle piantagioni a varie compagnie private, che mirano ovviamente al massimo profitto.
Fra i più grossi intermediari del commercio internazionale troviamo Lipton e Brown, che non possono certo pianger miseria: nell’ultimo decennio, l’esportazione dei prodotti agricoli ha costituito il 60% dell’intero reddito proveniente dall’estero, eppure gli investimenti per la salvaguardia dei diritti umani dei braccianti vengono volentieri delegati alle Organizzazioni non governative (ONG).
Fra le 193 ONG (fonte IRED ‘91) operanti nello Sri Lanka con partner stranieri...poche sono quelle che si occupano della condizione dei braccianti nelle piantagioni.
E mentre si costruiscono scuole meravigliose che ospiteranno un pugno di handicappati, mancano i fondi per costruire latrine ai Tamil nelle piantagioni.
Come si può notare, i fondi utilizzati nei progetti di cooperazione internazionale, sono spesso mal distribuiti, (piove sempre sul bagnato?) ed i piccoli gruppi sociali, che fanno un serio lavoro, fanno fatica a sopravvivere.
Sorseggiavo un tè, mentre ascoltavo questo racconto di P.P. Sivaprasagam, coordinatore di HDO, Human Development Organisation, con sede a Kandy in 37, Mulganpola road.
HDO è nata nel 1990 per promuovere uno sviluppo sostenibile nelle dieci piantagioni di tè del distretto di Kegallé.
HDO oltre a promuovere attività per la coscientizzazione della gente, raccoglie informazioni e produce un bollettino mensile (Plantation View), che distribuisce su territorio nazionale ed internazionale. HDO è ben disposto a nuovi contatti, che, con questo articolo, io stessa auspico.
E per finire, forse con un po’ di retorica, caro lettore se adori il tè rivolgiti alle botteghe del commercio equo e solidale.

Cara A.N.,
leggo la Costituzione della nostra Repubblica:
- art. 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
- art. 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto [...]”.

L’art. 4 chiarisce che il creare lavoro e renderlo disponibile ai cittadini non è per lo Stato italiano un optional, un lusso, o una facoltativa opera di carità; è, invece, un preciso dovere fissato dalla sua legge fondamentale (che garantisce ben altro in proposito).
Se dunque lo Stato, per risparmiare, non assume, licenzia, taglia gli stipendi, e posticipa le pensioni, agisce in flagrante contrasto con la sua stessa legge, agisce da fuorilegge.
Per creare ed offrire lavoro occorre denaro. Il mezzo disponibile per raccogliere denaro, è, da parte dello Stato, la raccolta delle tasse.
Lo Stato può, se vuole, raccogliere denaro anche vendendo beni di sua proprietà, ma, come ogni altra vendita, le proprietà disponibili sono destinate ad esaurirsi (a parte il fatto che alcune essenziali non sono alienabili).
Può, in teoria, trovare denaro tramite attività produttive, ma il solo fatto di avere un bilancio da lungo tempo in passivo, mostra che non è in grado di farlo. In ogni caso, non è, questo, un suo dovere: la Costituzione non dice mai che lo Stato debba essere o trasformarsi in un’azienda o in un’industria.
Dunque, è dovere attuare l’art. 4 tramite l’applicazione dell’art. 53, cioè è dovere dello Stato offrire lavoro ai cittadini utilizzando il denaro raccolto con le tasse.
Poiché lo Stato non riesce a fornire lavoro per mancanza di denaro, ciò significa che non ne raccoglie abbastanza, ovvero che le tasse sono poche, non troppe.
Il fatto poi che lo Stato abbia un deficit, cioè dei debiti, accresce il suo dovere di raccogliere denaro tramite le tasse. Infatti i debiti dello Stato sono debiti di tutti noi, la collettività siamo noi, e i debiti si devono pagare, salvo impossibilità materiale a farlo.
Piuttosto, bisogna pensare bene prima di accettarli, i debiti.
Dunque, si può discutere se le tasse siano raccolte secondo criteri equi oppure no, e si può giustamente discutere se il ricavato è utilizzato in modo opportuno o no, ma chi sostiene che le tasse sono troppe si pone contro la Costituzione, ed è morso o da ignoranza, o da puro desiderio di tenersi in tasca i soldi che ha, alla faccia degli altri...
Goodbye!!!
Vincenzo Zamboni
Verona

 

Lettera dall’Africa

di Alex Zanotelli

Questa è la prima lettera (inedita) scritta dal missionario trentino padre Alex Zanotelli ad amici e parenti dopo il suo ritorno nella baraccopoli di Nairobi.

Carissimi, jambo!
L’aereo scivola via liscio e sicuro lasciando alle spalle i cieli del Nord diretto a Sud, verso il cuore dell’Africa, Nairobi. È la mia “ridiscesa” agli inferi (dopo “l’ascesa” nel paradiso consumista), nei “sotterranei della vita e della storia”, a Korogocho, una baraccopoli della capitale del Kenya. Con gli occhi umidi, con il cuore gonfio di gioia, con le mani cariche di tenerezza ... per i volti, per le persone incontrate nei sei mesi passati, pellegrino sulle strade d’Italia. Volti (tanti e belli) in tutti gli angoli della penisola, nei momenti più impensati soprattutto nel cuore delle notti che sembravano fatte su misura per pregare.
Mentre dal finestrino osservo la valle del Nilo, un senso profondo di gratitudine, di gioia e di pienezza mi sgorga dentro, per tutti quei volti incontrati.
Volti che diventano ora il volto, sempre sereno e radioso, della mamma che riscopre doppiamente madre, “Valà, valà, pop, - mi diceva in dialetto della Val di Non, mentre le chiedevo scusa per averla trascurata -. No preocuparte no perchè ti no ses mia nat par noi”. (“Non preoccuparti perchè non sei mica nato per noi”). E ammoniva: “Varda de no dirge de no a nciun par colpa mia” (“Non dire no a nessuno per colpa mia”). Non ero nato per lei, ma per gli altri.
Un calore e una simpatia che vedo brillare sui volti degli “straccioni” della discarica di Nairobi venuti con Gino (straordinario esemplare di missionario laico) a darmi il loro karibu (benvenuto) all’aeroporto Jomo Kenyatta. Splendida accoglienza da parte di queste “figure” così estranee a quell’ambiente!
Mi toccano, mi palpano per vedere se sono proprio io! E ridono.
Tra loro c’è anche Njoroge, il gigante dal volto di bimbo. Che festa, il ritorno! E poi l’accoglienza della gente! Karibu nyumbani! (Benvenuto a casa tua !) mi dicono lungo la strada. Huyu ni wetu (Questo è dei nostri).
Davvero mi sento a casa mia, Korogocho è la mia casa, questa gente la mia gente.
Un sentimento reso ancora più toccante dalla miriade di bimbi che mi si aggrappano addosso, che saltano, che ballano ... Che splendidi volti, volti segnati dalla sofferenza che sbucano da ogni dove...
“Mi butterò nell’acquitrino - mi dice Wanja, una ragazzina smaliziata e tanto provata - e così mi ricongiungerò con mia madre”. Un’altra ragazzina mi sussurra nell’orecchio: “Il mio bimbo ha l’Aids ... Forse ce l’ho anch’io !”.
Guardo il volto dolcissimo di mama Mweru (era da molto che non la vedevo più!) che lotta in condizioni impossibili a tirar su i suoi cinque figli (il marito è alcolizzato).
Si asciuga le lacrime. (Ma dove trovano i poveri tanta forza per resistere nonostante tutto?)
Il volto di Mwangi, uno dei raccoglitori di rifiuti nella discarica, distrutto ora dall’alcol e dall’Aids... “Grazie Alex perchè mentre tutti mi hanno abbandonato, tu sei venuto a pregare con me - mi dice ergendosi sui quattro stracci che ha in una baracca sgangherata - Grazie Alex!” .
Sembra Giobbe. Spezziamo il pane nella notte: è la sua prima ed ultima eucaristia. Lascia alle spalle una tragica eredità: la mamma, morta pochi giorni prima di lui e ancora non sepolta, un fratello alcolizzato e un altro in galera e infine una sorellina per gestire l’ingestibile.
Tanti volti amati che scompaiono così ... Il volto di Njeri, una donna dolce e serena, minata dall’Aids, che mi aspettava con ansia per accompagnarla nel suo passaggio nell’Oltre ... “Se Alex fosse qui ...” diceva prima di morire. Il volto di Wangari (come dimenticare la radiosità di quel volto il giorno del suo battesimo nella sua baracca !) che muore lasciando alla sorellina un compito impossibile: otto figli ... e un cadavere (quello della sorellina) che non riesce a seppellire! Volti ... e tante tragedie. È l’immensa tragedia dei poveri di Korogocho e di tutte le Korogocho del mondo.
Me la sento dentro come un macigno che pesa! Pesa come la storia di Wangoi di cui vi ho raccontato nelle mie serate italiane. “La tua partenza mi ha ammazzato: mi sono sentita abbandonata”, mi dice Wangoi con volto triste e distrutto. “Ho trovato un po’ di lavoro su una bancarella in città alle dipendenze di un indiano, ma guadagno quasi nulla ... Ho quattro bimbi”. E scoppia in un pianto irrefrenabile. “Ma non ce la faccio più!” Le metto la mano sulla testa ... Poi stringo fra le mie braccia Kamau, il bimbo più grande della sorella morta di Aids: “Njoki è qui con noi!” le sussurro.
Metto nelle mani di Wangoi un anello e una collanina, dono di due amiche italiane.
Che mistero è la vita ... questi intrecci ...
Volto di Wangoi in lacrime ... volti di bimbi ammucchiati nell’angolo di una baracca ... Tolgo lo straccio che li avvolge ... È una topaia con tanfo indescrivibile!
“Sono cinque bimbi abbandonati dalla mamma, - mi dice un giovane che mi ha portato da loro - è da cinque mesi che vivono così, di nulla!”. Li prendo per mano, li tiro fuori da quel pagliaio, li accompagno alla mia baracca. Preparo un po’ di tè, un po’ di pane ... “E spezziamo il pane” insieme... È Pentecoste! E penso a quel povero Cristo nella sua Galilea, depressa e schiacciata dall’imperialismo romano legato a quello del Tempio. “Lo spirito del Signore mi ha mandato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio” (Lu: 4, 18).
Davvero lo Spirito è il “Padre dei poveri, consolatore degli afflitti, go’el degli emarginati, promotore di libertà, avvocato per la giustizia del Regno” (Pedro Casaldaliga). Guardo quei cinque bimbi che bevono e mangiano ... e penso a Gesù, grande speranza per i poveri della Galilea, che ci ha lasciato il suo avvocato (paraklitos) che “convincerà” il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv: 16, 8). È lo Spirito il grande avvocato che convincerà il sistema (il “mondo”) di “peccato”, perchè un sistema che crea disastri umani come Korogocho è un sistema di peccato. È il grande peccato che uccide i figli e li rende schiavi, strumenti, oggetti ... morte!
È Pentecoste! E nonostante tutto ... la festa esplode. È la Festa dei poveri! Tutte le piccole comunità cristiane si sono date appuntamento con le loro bandiere, con i loro simboli, nel grande cortile antistante la chiesetta di St. John. Vengono a celebrare, a danzare, a sperimentare il vento “che non sai di dove viene e dove va ...” Una lunga solenne celebrazione di quattro ore fatta di canti, di preghiere, di danze, di segni (tanti segni!). Che bello ascoltare le preghiere dei rappresentanti delle piccole comunità cristiane speciali (Kindugu, Udada e Mukuru) mentre accendono il grande candelabro ebraico dei sette ceri, simbolo dello Spirito. “Noi eravamo quei giovani delinquenti che derubavano i passanti sulla strada di Korogocho - dice uno dei giovani dei Kindugu -. Oggi siamo qui per dirti grazie, o Signore, perchè ci hai fatti entrare in un’altra strada... quella della vita!” E il rappresentante della comunità della Discarica: “Noi, Signore, eravamo i più disprezzati di Korogocho, ma oggi ci hai ridato dignità, speranza...”
È incredibile il cammino fatto dai raccoglitori di rifiuti... E ogni comunità ha la sua storia di peccato... e di grazia! Davvero lo Spirito continua ad operare le sue meraviglie anche a Korogocho. Quanta strada fatta in questi mesi... mentre io ho camminato per le strade d’Italia! Guardo il volto stanco di padre Antonio che ho accanto per la solenne celebrazione...
Tra la folla distinguo il volto di Gino che ha portato, insieme a padre Gianni e a suor Marta, il peso di questi mesi... Insieme con questa moltitudine di popoli, etnie, lingue... abbiamo ballato, cantato, danzato. È quello Spirito che ci permette di essere fratelli e sorelle al di là di razze, religioni, ideologie!
È Pentecoste! Simbolicamente espressa da quella sciarpa-arcobaleno che porto al collo e che mi ha accompagnato per le strade d’Italia.
Mi era stata data da una donna eccezionale dell’Ecuador, Midia: “È il simbolo dei popoli indigeni dell’America Latina. Portala”. E l’ho portata, proclamando in tutte le città d’Italia che o impariamo a diventare il popolo di Dio dell’Arcobaleno, come dice Desmond Tutu, o non c’è futuro per l’umanità.
Ora questa sciarpa-arcobaleno la faccio passare di collo in collo, segno di quel mondo nuovo che lo Spirito può creare dal caos attuale. Segno dell’unità che deve legare le comunità di resistenza al Nord con la comunità dei poveri perchè nasca un mondo “altro” da quello che abbiamo fra le mani. Lo spirito soffia... sulle strade. Che bello riprendere a camminare sulle strade fangose dei poveri (quanto fango a Korogocho!) con questo vento di Pentecoste. È stato questo vento che mi ha spinto a ritornare pellegrino sulle vostre strade...
È lo stesso Spirito che mi riporta ora sulle strade dei poveri con gli occhi fissi alla croce del Sud che brilla in queste notti tropicali. È un unico vento-Spirito che ci spinge a sognare, a costruire quel mondo “altro”. Sento con l’amico prete-operaio, Sizio Politi (recentemente scomparso) che: “Mi è stato dato di non poter restare a guardare lo scorrere del fiume, seduto comodamente tra i fiori e l’erba dell’argine.
Sono stato preso e gettato nel turbinio della corrente e ne sono stato travolto. Ma semplicemente fare qualcosa per logorare gli argini e sfondali nella fiducia che la fiumana abbia a straripare, a inondare e dilagare deserti assetati. Se questo sogno non dovesse farsi realtà nella storia del mio tempo, allora preferisco rimanere travolto dai flutti e perdermi insieme, a tutti perchè vorrebbe dire che l’umanità ha ancora bisogno di morte per la sua risurrezione, per il tempo nuovo della sua storia”.
Che lo Spirito faccia nascere il novum, che faccia germinare Vita. I poveri già la danzano con il vento di Pentecoste. Sijambo.


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