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Azione nonviolenta - Settembre 1996 PDF Print E-mail
Settembre 1996

UMANITÁ DISUMANA
SANDRO CANESTRINI

GANDHI, ECONOMIA E INDIPENDENZA
DANIELE LUGLI

MOVIMENTO NONVIOLENTO VERSO IL CONGRESSO
ANGELA DOGLIOTTI MARASSO

VOGLIAMO RILANCIARE LA CAMPAGNA OSM
PIERCARLO RACCA

DOBBIAMO RIFONDARE IL NOSTRO MOVIMENTO
GLORIA GAZZERI

RIFORMARE LA LEVA :SÍ, MA COME ?
STEFANO GUFFANTI

GIOVANNI PASCOLI, UN AMICO DELLA NONVIOLENZA

MARIA MONTESSORI, EDUCATRICE DI PACE

RECENSIONI

CI HANNO SCRITTO

Umanità disumana

di Sandro Canestrini

La persona umana nasce già inclinata al “male” o al “bene”? Oppure è una lavagna sulla quale, a mano a mano che cresce, vengono descritte le conseguenze negative o positive della sua condotta? Oppure ancora, invece, tutto è già predeterminato per il susseguirsi dei suoi comportamenti?
Sono alcune delle domande, perché non sono le sole, che si sono poste fino dalle origini dell’uomo civile, ottenendo risposte diverse a seconda delle scuole di pensiero, delle filosofie, delle religioni, del periodo storico.
Non è qui né la sede né il momento più opportuno per discuterne diffusamente ma rimane comunque, alla evidenza della vita di oggi, tutta una problematica, nei fatti e attraverso i fatti che deve pure essere affrontata.
È uscito recentemente presso Einaudi un volume sconvolgente intitolato: “Uomini comuni - polizia tedesca e soluzione finale in Polonia” ad opera dello storico inglese Christopher R. Browing. Nelle sue ricerche lo studioso ha ritrovato la documentazione dettagliata della attività, nelle zone occupate dai nazisti nell’est europeo, di un battaglione ed esattamente il Battaglione n. 101 formato da riservisti germanici. L’interesse e la novità della ricerca stanno proprio nella qualifica di queste persone che, appunto prima di essere state arruolate nella riserva della polizia e mandate in Polonia, erano “gente comune, di uomini di mezza età, operai e artigiani”. L’interesse dello storico si appunta su una sconvolgente documentazione per la quale questi uomini, alla loro prima operazione, in particolare nei confronti della popolazione israelita, uccidono 1500 persone, donne, vecchi e bambini, mentre alla fine del conflitto hanno contribuito alla soppressione di 83.000 persone. L’ovvia domanda è questa: come è stato possibile? Non si trattava di ragazzi fanatizzati dalla propaganda del regime, non si trattava di SS specialiste nel terrore, si trattava solo di anziani riservisti, che dopo alcune settimane di “sistemazione psicologica” di fronte agli ordini che ricevevano, non hanno avuto nessuna remora a comportarsi come spaventosi seviziatori e massacratori. Allora: sono gli ordini recepiti in modo che non si possa discuterli i responsabili di tutto ciò? Ma come accade che l’orrore delle stragi, precedute da tormenti senza nome, possa ad un certo punto abituare, e poi scivolare di nuovo, come l’acqua sulla roccia, finita l’allucinante esperienza di tre anni, quando questi uomini sono tornati alle loro case a riabbracciare i nipotini?
È sufficiente parlare di “banalità del male” come ci ha insegnato la Arendt?
Questo interrogativo si pone ancora e sempre di spaventosa attualità quando leggiamo in questi giorni sui giornali le rivelazioni dell’Ansa e della stampa bosniaca sugli stupri generalizzati commessi dai soldati delle Nazioni Unite a Sarajevo. L’orrore della notizia è persino aggravato dal fatto che per questi uomini, mandati in quella infelice terra per intromettersi come serena forza di pace da questa denuncia vengono fuori comportamenti inumani e disumani di prepotenza e di violenza; essi avevano organizzato nella cittadina di Vogosea, 15 Km a nord di Sarajevo, un punto di raccolta nel quale venivano portate donne catturate in guerra dai Serbi e “cedute” dagli stessi ai soldati della cosiddetta “Forza di Pace”. Le poverette, prostitute a forza, venivano poi uccise per eliminare vittime e testimoni pericolose dell’infame traffico. Ripeto: non la violenza occasionale, legata alla guerra, pur infame, tanto più se messa in atto da forze di interposizione pacifica, ma organizzazione sistematica di sofferenze, torture e morte, in un luogo preciso, l’Hotel Sonia di quella località, attraverso contatti precisi tra organizzazioni militari di diverse ed opposte posizioni, praticamente alla luce del sole.
Torna la domanda: se siamo certamente ai limiti della credibilità, tanto è profonda l’infame crudeltà di questi comportamenti fino a che punto l’uomo è belva a sé stesso? Cultura, educazione, tradizione, ideologia, religioni ecc., ecc. quale influenza hanno avuto ed hanno? E, domanda ancora più terribile, se la hanno è un’influenza positiva o persino negativa?
Ed ora seguiamo pure sui giornali anche il caso Priebke, con i particolari allucinanti dei cinque ostaggi fucilati in più rispetto al già orrendo previsto e stabilito, e solo perché - come hanno detto le testimonianze - gli infelici avevano visto troppo e, rimandandoli in carcere, riconoscendo così l’errore “di calcolo”, sarebbero sopravvissuti testimoni pericolosi. Così, delle vite umane giocate come birilli che si possono lasciare in piedi o abbattere, indifferentemente, a seconda dell’interesse, del piacere, della decisione del momento.
No, nella Polonia del ‘42, nella Bosnia del ‘96, così come nella Roma del 1944, non si può solo dire che ciò che è successo continua a succedere e che è scritto nel destino umano che debba essere sempre così. Punire, certo, additare alla pubblica infamia gli autori di tali fatti.
Ma non è sufficiente perché, come diceva il grande poeta Bertold Brecht, le radici della crudeltà e della violenza non sono state tagliate, e Norimberga e il Tribunale dell’Aja non hanno, e non possono avere, compiti di rivoluzione politica. E allora la scuola, la stampa, il missionario religioso e laico teso alla non violenza, i movimenti alternativi e quelli pacifisti, quelli delle donne così come quelli che collegano tutte le persone di buona volontà, hanno di fronte a loro ancora e sempre un compito immenso. Non credo che le urla che ci giungono dal passato e quelle che dovremmo sentire anche nel presente ci lasciano dormire tranquilli.

Gandhi

di Daniele Lugli

In una recente conversazione con amiche ed amici avevamo convenuto sulla ricchezza dell’insegnamento di Gandhi (1869-1948) e sulla sua fecondità teorica e pratica, fin qui appena esplorata: una singolare conferma può essere considerata la pretesa ispirazione gandhiana delle iniziative leghiste per la Padania.
Personalmente non ne sono dispiaciuto: l’avvicinarsi, anche strumentale, a quel pensiero ed a quella esperienza non può fare che bene. Non è la nonviolenza come l’albero del sandalo che profuma anche l’ascia che lo taglia?
L’approfondimento dei temi del commercio equo e solidale, in corso su Terra di nessuno, mi suggerisce di proporre una piccolissima scelta di scritti gandhiani, che sembrano attinenti.
La sua autobiografia incomincia così: “I Gandhi appartengono alla casta dei Bania (mercanti) ed in origine sembra fossero speziali”. Ed è al tema della lealtà negli affari che è dedicato il suo primo discorso pubblicato, tenuto a Pretoria, Sud Africa, nel maggio del 1893. La circostanza appare notevole se si considera che Gandhi, giovane avvocato laureatosi a Londra, si era recato in Sud Africa dall’India per una vertenza tra due ditte indiane ed era reduce da un’esperienza particolarmente spiacevole; era stato scaricato a forza a Maritzburg, tra Durban e Pretoria, essendosi rifiutato di passare dalla prima, per la quale aveva regolare biglietto, alla terza classe del treno. All’incontro, che Gandhi organizza per prendere contatto con gli indiani di Pretoria, sono presenti soprattutto mercanti.
“Il discorso che feci durante quella riunione fu praticamente il primo discorso pubblico della mia vita. Mi era abbastanza preparato l’argomento, essendo il rispetto della verità negli affari. Avevo sempre sentito dire dai commercianti che in affari non è possibile essere onesti. Non era d’accordo, allora, e non lo sono neanche oggi; ho ancora amici mercanti i quali sostengono che la verità è incompatibile con il commercio: gli affari, dicono, sono una cosa pratica, mentre la verità è una questione religiosa; e sostengono che gli affari pratici sono una cosa, mentre altra cosa è la religione. In affari, affermano, è escluso che si possa dire la pura verità, la si dirà solo finchè conviene.
Nel mio discorso contestai fermamente questa convinzione e incitai i mercanti a rendersi conto del loro dovere...”
Fin dal primo discorso emerge dunque l’importanza dell’informazione veritiera e del leale comportamento delle imprese come condizione per un diverso modello di commercio, di produzione, di consumo. Alla costruzione di questo modello, attraverso concrete esperienze e proposte, Gandhi dedicò gran parte della sua vita. Quel che vale per gli affari vale anche per la politica, che Gandhi ben conosceva per tradizione familiare; da tre generazioni i Gandhi erano primi ministri in vari Stati: “alcuni amici mi hanno detto che la verità e la nonviolenza non trovano posto nella politica e negli affari di questo mondo. Non sono d’accordo. Non so che farmene come mezzi di salvezza individuale. Ho continuamente sperimentati il loro inserimento e la loro applicazione nella vita di ogni giorno”.
È indispensabile opporsi all’ingiustizia sociale (e quale più evidente, oggi forse anche più di allora, di quella che contrappone Nord e Sud del mondo?). “Nessuno potrebbe essere attivamente nonviolento e non insorgere contro l’ingiustizia sociale in qualsiasi luogo si manifesti”. Occorre spezzare la subalternità, la complicità addirittura, dello sfruttato nei confronti dello sfruttatore. “Ogni sfruttamento è basato sulla collaborazione, volontaria o forzata, dello sfruttato. Per quanto ci possa ripugnare ammetterlo rimane un fatto, che non vi sarebbe sfruttamento se la gente rifiutasse di ubbidire allo sfruttatore. Ma ecco intervenire l’io e noi abbracciamo le catene che ci legano. Questo deve cessare”.
È necessario inoltre lavorare alla costruzione di concrete alternative pratiche: “Non mi metto a giudicare il mondo per i suoi molti misfatti. Essendo io stesso imperfetto ed avendo bisogno di tolleranza e carità, sopporto le imperfezioni del mondo fino a quando non troverò o creerò un’occasione di rimostranza feconda”.
I cosiddetti “aiuti” non sono una soluzione. Bisogna renderci conto dei collegamenti, delle cause e delle conseguenze di ogni transazione economica.
“Seguite il percorso di ogni moneta che entra nella vostra tasca e capirete la verità di quello che scrivo”. La soluzione può essere ricercata solo nella condivisione e nella cooperazione onesta. “Devo rifiutare di insultare gli ignudi dando loro vesti di cui non hanno bisogno, invece di dar loro il lavoro di cui hanno dolorosamente bisogno.
Non commetterò la colpa di farmi loro benefattore, ma imparando di aver contribuito a ridurli in miseria non vorrò dar loro né briciole né vestiti smessi, ma il meglio del mio cibo e dei miei abiti e mi unirò a loro nel lavoro”.
L’uomo di religione, salutato da intere popolazioni come Bapu (padre) e Mahatma (grande anima), pesa bene le parole quando afferma, “L’unica forma accettabile in cui Dio può osare di presentarsi ad un popolo affamato e disoccupato è il lavoro e la promessa di cibo come salario”, e quando condanna ogni fondamentalismo e intolleranza, che trovano ancor oggi seguito in masse disorientate e disperate, emarginate da uno sviluppo che si concentra nelle roccaforti dei paesi più ricchi.
“Mi sforzo di vedere Dio attraverso il servizio dell’umanità, perché so che Dio non è in cielo né quaggiù, ma in ciascuno di noi. Fino a quando ci sono religioni diverse ciascuna di esse può avere bisogno di un simbolo distintivo. Ma quando il simbolo di trasforma in un idolo ed in uno strumento per vantare la superiorità della propria religione sulle altre è buono soltanto per essere gettato via”.
Forse oggi siamo più in grado di comprendere la fondatezza delle preoccupazioni di Gandhi, di fronte ad uno sviluppo economico privo di ogni finalizzazione sociale e fuori da ogni controllo da parte delle persone coinvolte. “Devo confessare che non tiro una linea netta e non faccio distinzione tra economia ed etica... La produzione di massa non tiene conto della domanda reale del consumatore. Se la produzione di massa fosse valida in sé stessa sarebbe in grado di moltiplicarsi illimitatamente. Ma si può dimostrare in modo preciso che la produzione di massa ha i propri limiti in sé stessa. Se tutti i paesi adottassero il sistema di produzione di massa, non ci sarebbe un mercato abbastanza vasto per i loro prodotti... Le macchine hanno il loro posto: si sono affermate. Ma non bisogna permettere che sostituiscano il necessario lavoro umano...
Mi oppongo alla follia delle macchine, non alla macchina come tale. La follia riguarda le cosiddette macchine risparmiatrici di lavoro. Gli uomini continuano a risparmiare lavoro fino a che migliaia di individui rimangono senza lavoro e sono gettati sulle pubbliche strade a morire di fame. Voglio economizzare tempo e lavoro non per una frazione dell’umanità, ma per tutti; voglio l’accentramento dei beni non nelle mani di pochi, ma nelle mani di tutti. La macchina oggi serve soltanto a far salire i pochi sulla schiena delle moltitudini”.
La filatura tradizionale, il boicottaggio delle stoffe inglesi si inserivano anche in questo quadro, che non ha perso di attualità.
In un mondo dominato dalle multinazionali, capaci di sfruttare dividendo (e di dividere sfruttando) nel Nord e nel Sud, è indispensabile riuscire a dialogare per affrontare con iniziative coordinare ed efficaci i meccanismi di ingiustizia e di emarginazione. Ciò è tanto più necessario quando gli interessi sembrano contrastare in modo inconciliabile. Gandhi ce ne fornice un buon esempio, nel suo viaggio in Inghilterra nel 1931 (da Gandhi il mahatma, di B.R. Nanda): “Una delle sorprese più gradevoli del viaggio fu la cortesia, l’affetto addirittura, prodigati a Gandhi dagli operai cotonieri del Lancashire, i più duramente colpiti dal boicottaggio delle stoffe britanniche organizzato dal Congresso (è il Congresso nazionale indiano di cui Gandhi era leader). Egli ascoltò con attenzione e simpatia evidenti i racconti di privazione dei disoccupati. Molti di loro si resero conto dei motivi del boicottaggio ch’egli aveva promosso, quando disse: “Voi avete tre milioni di disoccupati, noi ne abbiamo quasi trecento per una buona metà dell’anno. Il vostro sussidio medio di disoccupazione è di settanta scellini, il nostro è di sette scellini e sei pence al mese”.

 

Campo M.N.

di Angela Dogliotti Marasso

Dal 20 al 23 giugno si è svolto a Cà Fornelletti il seminario estivo organizzato dal Movimento Nonviolento. Con la sintesi dei lavori, che qui presentiamo, intendiamo aprire il dibattito pre-congressuale.

1. La Campagna O.S.M.: problemi aperti e prospettive future
La Campagna di obiezione alle spese militari ha rappresentato uno dei momenti forti di mobilitazione, organizzazione e capacità propositiva dei movimenti nonviolenti e della lotta per la pace del nostro paese, raggiungendo la quota di 10.000 obiettori e raccogliendo 425 milioni nel suo anno di massimo sviluppo (1991). Dopo 15 anni manifesta forti segni di crisi, che richiedono una chiara analisi della situazione.
Il Movimento Nonviolento intende contribuire al necessario ripensamento della Campagna proponendo una mozione alla prossima assemblea OSM che abbia come punti fermi:
A) la necessità di riprendere la Campagna in modo efficace ed adeguato alla nuova situazione, fino al raggiungimento di alcuni obiettivi terminali;
B) la riaffermazione dei seguenti obiettivi politici:
1 - rapida approvazione della Legge di riforma della 772 sull’obiezione di coscienza;
2 - riconoscimento del diritto di “opzione fiscale” come estensione a tutti i cittadini, uomini e donne, del diritto di obiezione di coscienza al militarismo, nella forma del rifiuto di finanziare le spese militari, finanziando in alternative forme di difesa non armate e nonviolente;
3 - pieno riconoscimento e sperimentazione a livello istituzionale di forme di difesa non armata; sostegno ad iniziative quali la costituzione di un Corpo civile europeo di pace (v. più avanti).
C) La revisione delle modalità di partecipazione alla Campagna, con forme che comprendano sia il versamento volontario, accompagnato da una dichiarazione di obiezione, a sostegno della campagna stessa, o a favore di una ONG, o ancora, a favore della Legge 180/92 (sostegno a iniziative e interventi di pace di associazioni non governative in paesi esteri).
Nell’autunno sarà necessario intensificare gli sforzi per ottenere un riconoscimento istituzionale, sia attraverso contatti con parlamentari, sia con manifestazioni pubbliche, sia con una nostra specifica richiesta di riduzione delle spese militari nell’ambito del programma di risanamento della spesa pubblica portato avanti dal governo Prodi.

2. Situazione politica
Dopo un vivace dibattito sull’attuale quadro politico aperto dalla lettura di un documento inviato da Luca Chiarei si è cercato di capire che cosa può significare per noi una politica nonviolenta.
Al di là delle differenze di opinione circa l’opportunità o meno di una nostra presenza organizzata a livello istituzionale, sono stati individuati alcuni principi orientativi che ci pongono in forte critica rispetto alle parole d’ordine della politica tradizionalmente intesa:
-attenzione al metodo, al “cammino”, al mezzo come specifico di una politica nonviolenta;
-federalismo dal basso, inteso come capitiniano “potere di tutti”, potere frantumato per avere luoghi più vicini ed articolati in cui far valere le nostre istanze;
-rifiuto di una concezione che privilegia in modo assoluto le compatibilità economiche e si muove solo all’interno della logica di mercato, orientato verso un “consumo etico”, verso “bilanci di giustizia”, verso una economia autocentrata;
-politica dei “piccoli passi” per individuare proposte concrete e capaci di coinvolgere le persone nel cambiamento dei modelli di vita e di consumo (es.: campagne come quella promossa da Legambiente contro il consumo di particolari tipi di carne; valorizzazione di certi beni prodotti secondo criteri di equità sociale e rispetto dell’ambiente, anche con azioni promozionali; boicottaggio di altri...)
- sostegno alle iniziative locali tipo Leggi regionali per la promozione di una cultura di pace, istituzione di Uffici Pace a livello comunale ecc....; censimento delle iniziative e collegamenti tra le realtà...
-sviluppo delle attività di formazione, educazione alla pace, mediazione sociale...
-opposizione radicale alla guerra e “nuovo modello di difesa” nonviolenta (d.p.n.)

3. Corpo civile europeo di Pace
Dopo il seminario di Verona molti sono i problemi rimasti aperti e diverse le posizioni che sono emerse circa il tipo di formazione, finalità, funzioni di un simile organismo.
Mentre infatti a Verona alcuni intendevano il Corpo civile come organo da far intervenire solo dopo la conclusione di un conflitto (Arno Truger) e come iniziativa istituzionale, altri (Clarck della W.R.I.) privilegiavano iniziative indipendenti, promosse prevalentemente dal basso, da ONG, anche nel corso di un conflitto, come è avvenuto ad esempio per esperienze quali il Balcan Peace Team o i Volontari di Pace in Medio Oriente.
Si è ribadito perciò l’impegno ad organizzare uno specifico convegno del Movimento Nonviolento per approfondire in modo adeguato l’argomento.
Luciano Capitini sonderà la possibilità di organizzarlo a Pesaro, in collaborazione con la Provincia. All’ordine del giorno delle 2-3 giornate (indicativamente previste per l’11-12-13 aprile ‘97) dovrebbe esservi la valutazione delle esperienze passate, la proposta del Parlamento europeo, le esperienze attuali di formazione al peace keeping civile, i tentativi realizzati dal basso di intervento in situazioni di conflitto.
Intanto Alberto L’Abate ha preparato una relazione sull’esperienza dell’Ambasciata di pace a Pristina che esporrà al Parlamento europeo alla fine del mese.

4. Prossimo Congresso del Movimento Nonviolento
Il 4-5-6 gennaio 1997, in una sede ancora da verificare (probabilmente a Bolzano o Fano) si terrà il XVIII Congresso del Movimento Nonviolento.
Si tratterà di fare il punto sulla situazione del movimento alla luce dei cambiamenti avvenuti sia al nostro interno, sia nel mondo esterno. Certamente l’89 ha modificato il quadro di riferimento generale, ma noi crediamo che la nonviolenza abbia avuto e debba avere ancora un ruolo fondamentale per realizzare un mondo in cui i conflitti possano essere trasformati in modo positivo, nella prospettiva di un’equa ripartizione di potere e risorse a livello planetario.
Dovremo ridiscutere la Carta programmatica, ritrovare le ragioni del nostro impegno, i fondamenti della nostra azione quotidiana, affrontare i problemi organizzativi.
Abbiamo pensato di convocare il Congresso con una efficace espressione del compianto Alex Langer: “vivresti come sostieni che bisognerebbe vivere?” perché ci pare che possa ben indicare la tensione tra progetto politico e impegno quotidiano, tra ideali ed esigenza di concrete realizzazioni, tra ricerca e azione coerente, in definitiva tra tensione politica e tensione morale, che è una delle specificità di un movimento come il nostro.
Si prevedono per ora, salvo ulteriori suggerimenti che possono venire dai lettori di A.N., quattro commissioni di lavoro:
-qualità della vita: servizi, competenze, proposte che il movimento può offrire;
-l’antimilitarismo dei nonviolenti per un “nuovo modello di difesa” non-armata;
-economia, ecologia, pace: formazione, educazione, impegno culturale;
-organizzazione e rapporti con altri movimenti.

La Domenica mattina abbiamo avuto un breve ma interessante incontro con Tiziana Valpiana, eletta per la seconda volta alla Camera, nelle liste di Rifondazione Comunista, la quale ci ha parlato delle sue impressioni sul nuovo clima introdotto dal governo Prodi e delle prospettive che sembrano aprirsi per l’o.d.c. ed il servizio civile.
Per quanto riguarda la politica estera invece è ancora piuttosto debole l’iniziativa a favore di politiche di pace come potrebbe essere l’impegno dell’Italia nella Campagna contro le mine, o nei programmi di riconversione dell’industria bellica previsti dal Parlamento europeo o il sostegno ad iniziative quali la costituzione di un Corpo civile europeo di Pace.
Tiziana si è impegnata in particolare a seguire la vicenda dell’assegno OSM e le eventuali iniziative parlamentari a favore del riconoscimento del diritto di “opzione fiscale”, nonchè, naturalmente, a contrastare con forza i 27.000 miliardi di sprechi imputati dalla Corte dei Conti al Bilancio della Difesa.

Dibattito precongressuale

di Piercarlo Racca

L’obiezione di coscienza alle spese militari è fra le iniziative più importanti su cui il Movimento Nonviolento si è impegnato in questi ultimi 15 anni.
Con preveggenza avevamo detto fin dall’inizio che sarebbe stata una campagna lunga e difficile, come lunga e difficile è stata la lotta per ottenere il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare.
Come Movimento dobbiamo riaffermare quindi la nostra volontà di continuare questa difficile iniziativa.
Come “Congresso nazionale del Movimento Nonviolento” dovremo affrontare questo argomento tenendo conto che nel corso di questi anni alcune associazioni che con noi promuovono questa campagna spesso sono risultate agli effetti pratici “latitanti” che la campagna stà purtroppo perdendo consensi (calo del numero degli obiettori).
In vista della prossima Assemblea nazionale degli O.S.M. che si terrà quasi sicuramente prima del nostro Congresso nazionale vogliamo però andarci fiduciosi. La “proposta di mozione” riassume quindi il nostro contributo per un rilancio della Campagna di obiezione alle spese militari.

 

Proposta di mozione sulla Campagna O.S.M.

L’Assemblea degli obiettori alle spese militari guarda con attenzione al governo di centrosinistra nato dalle ultime elezioni, di cui fanno parte persone che da sempre hanno sostenuto le nostre idee, nella consapevolezza e nella speranza che sia possibile ottenere entro questa legislatura un riconoscimento politico e giuridico al diritto di “obiezione alle spese militari” come conseguenza diretta del già sancito diritto di obiezione al servizio militare e dell’avvio nel nostro paese di forme di difesa civile non armata e nonviolenta (DPN) come prospettato in alcuni articoli della proposta di legge di riforma dell’obiezione di coscienza al servizio militare già approvata dal Senato nella scorsa legislatura.
Vengono quindi riaffermati gli obiettivi terminali della Campagna O.S.M. consistenti nel riconoscimento del diritto di “opzione fiscale” previsto nella proposta di legge del 1987 dell’on. Guerzoni e nell’affermazione della piena legittimità giuridica e costituzionale di forme di difesa non armata e nonviolenta.
Gli obiettori di coscienza alle spese militari, profondamente convinti che una politica di pace, di giustizia e di nonviolenza, non si può costruire con l’uso e l’impiego degli eserciti, ribadiscono la propria contrarietà a qualsiasi tentativo di annullare il diritto soggettivo di “obiezione di coscienza” mediante una riforma delle forze armate, preparata dai vertici militari, definita “nuovo modello di difesa”.
Si ritiene pertanto necessario privilegiare tutte quelle iniziative politiche utili ad ottenere a livello istituzionale gli obiettivi che la campagna persegue, a partire da una rapida approvazione della legge di riforma dell’obiezione di coscienza al servizio militare.

Al fine di rendere la Campagna O.S.M. uno strumento di forte e ampia aggregazione politica di tutti coloro che riconoscendosi nelle ragioni della nonviolenza intendono riaffermare la propria contrarietà ad ogni ipotesi di guerra, l’assemblea decide di avviare la Campagna di obiezione alle spese militari 1997 rivedendone in parte le modalità e l’organizzazione.
Modalità:
-l’O.S.M. si pratica mediante la personale sottoscrizione di una dichiarazione di obiezione di coscienza da inviarsi al Presidente del Consiglio, accompagnata da un versamento di sostegno alla campagna;
-la campagna tramite un proprio centro coordinatore nazionale rilascia su carta intestata di uno dei movimenti promotori una regolare ricevuta attestante il versamento riscosso;
-l’obiettore ha la facoltà di esercitare un’ulteriore pressione politica mediante un gesto di disobbedienza civile portando in detrazione l’anno successivo nella propria dichiarazione di reddito (mod. 730 o 740) quanto versato a sostegno della campagna.


La campagna guarda altresì con interesse ad altre possibili modalità di praticare l’obiezione utili soprattutto se riescono a coinvolgere altri soggetti politici (ONG) o se permettono di ottenere risultati positivi a livello istituzionale mediante un versamento a favore della Legge 180/92.
Qualora alcuni coordinamenti locali optassero di coinvolgere nella campagna una o più ONG riconosciute (con versamenti a favore di queste) devono assumere l’impegno di comunicare al centro coordinatore nazionale i risultati ottenuti, l’elenco degli OSM, nonchè una quota di compartecipazione alle spese organizzative nazionali e internazionali.
Qualora obiettori alle spese militari in situazione di “debito” nel momento della dichiarazione di reddito tramite il mod. 740 optassero di versare come “opzione” a favore della Legge 180/92 (sostegno a iniziative e interventi di pace di associazioni non governative in paesi esteri) dovranno essere sostenuti legalmente e finanziariamente nei contenziosi giuridici davanti alle commissioni tributarie.
Anche per queste due modalità di partecipazione alla Campagna OSM deve essere sottoscritta una dichiarazione personale di obiezione di coscienza alle spese militari da inviarsi al Presidente del Consiglio.

Organizzazione e risorse:
L’Assemblea ritiene che dopo 15 anni di Campagna O.S.M. pur avendo ottenuto qualche piccolo risultato e aver realizzato lodevoli iniziative nel campo della sperimentazione, della ricerca e della formazione alla DPN, occorre ora concentrare i nostri sforzi nella direzione di un riconoscimento istituzionale, pertanto ritiene necessario destinare la maggior parte delle risorse economiche che si renderanno disponibili con la Campagna 1997 alla promozione di iniziative utili al ottenere un riconoscimento politico. L’Assemblea richiama i movimenti promotori della Campagna O.S.M. ad una maggior presenza e ad un maggior impegno a sostenere la campagna in tutte le sue fasi e a promuovere almeno una manifestazione nazionale per rivendicare il “diritto di obiezione alle spese militari” (opzione fiscale).
Per la messa in opera della Campagna 1997 l’Assemblea conferma la validità di un centro coordinatore nazionale e di un coordinamento politico ai quali devono essere demandati compiti organizzativi generali e compiti di promozione di iniziative politiche.
L’Assemblea, nella consapevolezza di aver avviato per l’anno 1997, una profonda revisione della campagna, dichiara sospeso lo statuto della Campagna O.S.M. in tutte quelle parti ritenute non necessarie allo svolgimento della campagna stessa (art. 8-9-10-11-12). Da mandato al centro coordinatore nazionale di verificare l’effettiva volontà di partecipazione alla Campagna 1997 delle associazioni promotrici.
Rimangono in vigore gli impegni assunti a livello internazionale con le altre Campagna O.S.M. e la possibilità ai coordinamenti locali di chiedere di gestire in proprio fino al 70% dei fondi O.S.M. della propria zona.

Movimento Nonviolento
10 luglio 1996

 

Commento e presentazione

di Piercarlo Racca

Questa proposta di mozione vuole essere un contributo costruttivo per favorire una ripresa della Campagna OSM cui noi abbiamo dedicato molte energie e che riteniamo debba concludersi solo con l’ottenimento di un risultato politico apprezzabile.
Essa è il frutto di una ampia riflessione e discussione fatta dal M.N. nel seminario a Cà Fornelletti (21-23 giugno ‘96).
In essa vengono ricordati e ribaditi quali sono gli obiettivi terminali della campagna. La necessità di andare velocemente a verificare, anche con manifestazioni e iniziative pubbliche, se esiste una qualche disponibilità da parte di questo nuovo governo alle nostre richieste.

Per superare le difficoltà tecniche di fare “obiezione fiscale”, in quanto la maggior parte dei contribuenti è in “credito” nei confronti dell’erario, si propone una semplice modalità utilizzabile da tutti i contribuenti per l’anno 1997; nel contempo si è voluto anche lasciare aperte due possibilità da praticarsi laddove ne sussistano le condizioni, in quanto un coinvolgimento di ONG può portare ad un incremento degli obiettori da far pesare politicamente; altrettanto importante sarebbe ottenere un riconoscimento giuridico su versamenti di obiezione fiscale effettuati a favore della Legge 180/92. In tal senso la mozione impegna la campagna a sostenere gli eventuali contenziosi davanti alle commissioni tributarie e su cui occorrerebbe fin d’ora impegnare degli avvocati politicamente motivati.
Sulla parte organizzativa chiediamo di concentrare tutti gli sforzi in direzione di un riconoscimento istituzionale.
Non abbiamo indicato particolari iniziative se non una manifestazione nazionale (potrebbe essere una Perugia-Assisi ‘97), inoltre come M.N. abbiamo già previsto un convegno internazionale su un Corpo Civile Europeo di Pace. Riteniamo però che il coordinamento politico della campagna debba attivarsi nei confronti di alcuni esponenti del governo e in particolare dei Ministri delle Finanze e degli Affari Sociali.
Per quanto riguarda l’utilizzo delle risorse economiche che la campagna ‘97 produrrà (sicuramente saranno somme modeste visto l’attuale numero degli OSM), chiediamo vengano finalizzate al raggiungimento degli obiettivi della campagna e utilizzati per sostenere le iniziative che il coordinamento politico deciderà di avviare.
Abbiamo voluto mantenere, nella stessa forma ed entità, la possibilità ai coordinamenti locali di poter gestire in proprio le somme OSM della propria zona. Questo significa anche non voler precludere a nessun gruppo o progetto la possibilità di usufruire di un sostegno economico.

Questa mozione che riguarda solo la campagna ‘97 ha il pregio di non andare ad ipotecare altre successive campagne il cui avvio dovrà essere deciso tenendo conto dei risultati che otterremo a livello istituzionale.
Volutamente non si è parlato delle somme delle campagne fin qui svolte.
Resta compito dei garanti finanziare quanto fino ad oggi approvato e garantire un accantonamento per le spese organizzative che la campagna ‘97 dovrà affrontare. Se poi ci saranno fondi residui si potrà discutere e decidere sul loro impiego.

Alcune riflessioni per il dibattito precongressuale

di Gloria Gazzeri

Per il dibattito precongressuale, inviamo alcune riflessioni schematiche; se qualcuno dei punti toccati susciterà interesse, potremo approfondirlo.
1) Occorre partire, crediamo, dalla presa di coscienza della crisi gravissima, politico-economico-sociale che travaglia l’Italia, anzi tutta la nostra civiltà, e nello specifico della situazione di stallo, incertezza, scarsa creatività e incisività del movimento nonviolento; e questo non per fare inutile catastrofismo, ma per essere stimolati a reagire con più energia e determinazione.
2) Due strade, ci sembra, possono aprirsi per il Movimento Nonviolento: o proseguire sugli itinerari già tracciati, ma con precisione e rigore sempre maggiore, magari fare poco, senza ambizioni, ma farlo bene, mantenere la memoria storica, curare la rivista sempre più ecc. Andrebbe riletto il programma deciso all’ultimo congresso, per vedere con oggettività che cosa ha dato frutto (non molto penso), che cosa non è riuscito in questi due anni. Aumentando le difficoltà, le associazioni che non hanno forte motivazione e rigore tendono ad esser spazzate via, altre le sostituiranno.
Questo mantenere le posizioni potrebbe risolversi però, alla fine, in un dignitoso declino.
L’altra strada passa per una “rifondazione” (che adesso è di moda!); cambiamenti sostanziosi di programma, fare il punto e ripartire da capo o quasi, aprirsi ad altri gruppi ecc. Per questo ci vorrebbe però il sacrificio “eroico” della attuale dirigenza, che dovrebbe offrirsi come organizzatrice e coordinatrice al servizio di altri gruppi, altre istanze più creative (cosa che dovrebbe farsi in tutte le istituzioni, riviste, partiti, chiese, dove col tempo i gruppi dirigenti tendono a sclerotizzarsi, divenire ripetitivi, ma cosa che in realtà non si fa mai) e bisognerebbe anche capire, se queste forze nuove, che dovrebbero esprimersi, in realtà esistono.
3) In ambedue i casi, ci sembra, in questo momento occorre lavorare sul fronte culturale, sulla presa di coscienza più che su attività all’esterno. Già due o tre anni fa avevamo proposto questo: due anni di studio, preparazione, rafforzamento interno, prima di passare all’azione, perché le azioni, devono essere ben preparate e compiute da persone preparate.
Attualmente il compito principale del Movimento Nonviolento sarebbe trasformare le coscienze, incidere sulla opinione pubblica, ma non si può farlo se non si ha niente di serio e preciso da dire. Purtroppo da un Gandhi non ben compreso (Gandhi infatti si preparò per molti anni prima di passare all’attività politica) e forse anche dalla matrice cattolica nasce nel M.N. una specie di disprezzo di fondo per la cultura, per prediligere un attivismo non razionalmente fondato. Non per fare casi personali, ma come esempio, noi abbiamo tradotto dal russo testi importantissimi di Tolstoj sulla nonviolenza e non riusciamo a farli conoscere; ci sembra poi che l’edizione delle opere di Gandhi curata da Azione Nonviolenta abbia avuto grosse difficoltà; un autore moderno importante come Max Muller non viene mai citato, ecc., ecc.
Studiare di più, non significa evadere nell’intellettualismo, uscire dalla realtà, al contrario, maggiori conoscenze e analisi più precise della realtà politica eviterebbero abbagli, come quello (di Galtung se non vado errata) di attribuire ai movimenti nonviolenti la caduta del comunismo in Russia, caduta che fu invece opera di assai più scaltre forze politiche (basti pensare che sia Gorbaciov che Eltsin sono notoriamente massoni e che se ci fosse stata una coscienza popolare nonviolenta, la Russia non sarebbe stata consegnata al caos, alla speculazione, alla mafia e non massacrerebbe i Ceceni!!).
Nell’ottica di un approfondimento culturale, sarebbe utile scrivere un manuale della nonviolenza con la storia, i concetti principali ecc. (Cosa che fece già E. Marcucci, l’amico di Capitini, ma è ormai superato) e bisognerebbe programmare anche lo studio degli autori classici della nonviolenza nei corsi di addestramento, che non so, veramente che programma hanno ora.
4) Se poi si volesse affrontare una “rifondazione”, ci sembra che alcuni dei nodi da sciogliere sarebbero questi: liberarsi dalla eccessiva identificazione fra nonviolenza e antimilitarismo, allargando il concetto di pace: pace con la natura, pace con se stessi, pace con la società. Analizzare e combattere la violenza strutturale, soprattutto economica, ma anche degli spettacoli TV, della pubblicità (vera sottile violenza sul consumatore), ecc., si aprirebbero enormi campi di azione.
Bisogna capire che la nonviolenza non può applicarsi al vecchio sistema di vita, come non si può applicare una pezza nuova ad un abito vecchio (a detta del Vangelo!).
5) Occorrerebbe ripartire dal principio tolstoiano: per cancellare il male fuori di noi, dobbiamo cancellare il male in noi, per cambiare il mondo bisogna cambiare se stessi, cioè lavorare all’interno, al proprio perfezionamento, cambiamento di stile di vita, alimentazione, mentalità (rifiuto dell’ego, amore reciproco ecc.), un ridirezionamento di energie, senza però chiudersi o perdere di vista il mondo esterno.
6) Importante sarebbe anche chiarire meglio il problema religioso, più o meno rimosso. C’è una specie di pudore all’interno del Movimento Nonviolento a confessarsi credenti, d’altra parte i non credenti dovrebbero chiarire meglio a se stessi e agli altri in che cosa veramente credono (o non credono) per trovare i punti comuni.
7) Terribilmente necessario sarebbe un maggior rapporto con gli altri movimenti dell’area, da Pax Christi ai Beati Costruttori di Pace, con altre riviste, da Mosaico di Pace a Qualevita, e anche maggiori contatti con l’estero; l’unificazione, almeno su certi programmi, sarebbe forse l’unica via per rinnovarsi e porterebbe al rafforzamento “esponenziale” di tutti; (Ci si sta muovendo in questo senso: Alex Zanotelli, Cipax di Romacce).
E anche un maggior dialogo interno non guasterebbe...
Quando ho provato a scrivere qualche dubbio o possibile correzione alla DPN o agli Obiettori alle spese militari non ho mai avuto riscontri!
Altri punti per un cambiamento dovrebbero naturalmente uscir fuori da un dibattito, se si aprirà.
Veramente, allo stato presente delle cose, una vera e propria “rifondazione” mi sembra improbabile, non però impossibile.
Chi vivrà, vedrà...

Riformare la leva: sì ma come?

Alcune riflessioni per/dagli obiettori

 

1. Premessa
I risultati elettorali aprono, in via del tutto ipotetica, la strada alla riforma della leva che, a detta di alcuni rappresentanti dell’Ulivo, sarebbe stato uno dei punti fondanti del programma elettorale del centrosinistra.
Non dobbiamo escludere, quindi, che nel medio periodo si apra il dibattito su questa possibile riforma e, se non sono state solo “promesse elettorali”, potrebbe esservi la posssibilità di addivenire a qualcosa di concreto, visto che la questione “leva” può essere vista come uno strumento per raccogliere facili e superficiali consensi da quanti (e sono tanti), stufi di essere obbligati a fare il servizio militare, sarebbero ben lieti che gli obblighi di leva o si svolgessero in forma civile o, addirittura, venissero aboliti.
In ogni caso, senza prospettare riforme di fondo, già la riduzione della durata del servizio di leva, la “riforma” più populista, semplice ed immediata da attuare, porterebbe un’immediata crescita di consenso a chiunque la attuasse, soprattutto tra i giovani (settore in cui l’Ulivo ha bisogno di crescere.
Detto questo è comunque innegabile che, con il governo del centrosinistra, appoggiato dal PRC, vi sia un rimescolamento di carte che potrebbe porre il mondo dell’associazionismo, in un certo modo inaspettatamente, in una nuova posizione: si potrebbe passare dall’essere quelli destinati a vita a rivestire il ruolo di Cassandre inascoltate, ad essere, non dico “consiglieri” ma, per lo meno, interlocutori (almeno della parte più sinistrese del nuovo schieramento di governo).
Questo ribaltamento dei ruoli, per quanto inaspettato e tutto da verificare, pone in modo ancora più urgente, la necessità di avviare un chiarimento di idee e un’elaborazione politica all’altezza di uno scambio politico con forze di governo.
Forse sto ancora vaneggiando, intontito dai numeri e dalla soddisfazione per la sconfitta della destra ma, non mi era mai capitato di votare per uno schieramento che vincesse le elezioni e, forse ingenuamente, credo che tutto ciò potrebbe modificare notevolmente il nostro ruolo, non fosse altro per il diverso ruolo che verrà ad assumere il PRC nella nuova legislatura.

2. Affrontiamo i nodi
In questi ultimi mesi alcuni episodi hanno riportato di attualità il dibattito sulla riforma della leva.
In Francia Chirac e la destra francese hanno avviato la professionalizzazione delle FF.AA., a queste verrà affiancato un servizio civile nazionale per maschi e femmine; questa proposta sembra del tutto simile a quanto proclamato, in Italia, dai programmi dell’Ulivo e da Prodi.
D’Alema, invece, è parso dissentire da questa linea, e nel corso di un intervista (poi chiarita in un altro senso) ha proposto di abolire la leva obbligatoria e di professionalizzare totalmente la difesa nazionale; per il leader del PDS, a differenza di Prodi, si dovrebbe istituire un servizio civile volontario, aperto anche alle ragazze.
Per quanto possa sembrare strano per gli schieramenti politici di appartenenza e per quanto vi siano differenze nei dettagli, possiamo dire che le due linee (Prodi, Chirac da un lato, D’Alema dall’altro) convergono nell’impostazione e nel modello di difesa che sottintendono sul lato militare: organizzare le FF.AA. su base volontaria e professionale con l’obiettivo operativo di disporre di corpi armati meno numerosi ma con uomini meglio addestrati e con armamenti più sofisticati, rispondenti alle esigenze delle nuove guerre “intelligenti e hi-tec”.
Chirac, in particolare, si fa forte del proprio arsenale atomico ma, nell’offrire la propria copertura a tutta la struttura militare europea, permette anche agli “strateghi” italiani di progettare il nuovo modello di difesa italiano, forte di un ombrello nucleare alleato.
In realtà queste strane convergenze nelle proposte di ristrutturazione degli eserciti nazionali non ci devono stupire in quanto esse non sono altro che la messa in opera di decisioni prese a livello sovranazionale (NATO, UEO, OSCE), cui i governi nazionali devono limitarsi ad obbedire.

2. La reazione degli obiettori a queste proposte
Devo dire che, di fronte a queste proposte, ho sentito, dagli ambienti degli obiettori, reazioni molto discordanti, a sottolineare le divergenze in materia di organizzazione di leva, dovute più che altro alla mancanza di un dibattito capace di uniformare elaborazioni spesso esclusivamente personali; a questa difficoltà a dialogare si affianca (e questo lo vedo meno positivamente) la valutazione per appartenenza politica; il giudizio sui contenuti viene mediato dalla simpatia o antipatia che l’uditore nutre per il proponente e quindi, slegandosi dal dibattito su principi, si entra nella tattica politica quotidiana che, dobbiamo ammetterlo, di questi tempi è molto scadente.
Nell’ascoltare le posizioni degli obiettori posso dire di aver individuato almeno tre posizioni che, di seguito, proverò a schematizzare:
1) Apprezzamenti per D’Alema poiché propone l’abolizione della coscrizione obbligatoria;
2) Apprezzamenti per Prodi perché propone l’obbligatorietà del servizio civile;
3) Critica ad entrambi perché nessuno dei due si pone il problema di limitare la militarizzazione del territorio, della politica interna ed estera, vero nodo della questione difesa.
Questo modo di schierarsi evidenzia differenti modalità di approccio ai seguenti punti chiave:
a) la coscrizione obbligatoria;
b) il servizio civile;
c) l’uso delle FF.AA.

3. La coscrizione obbligatoria
I primi obiettori di coscienza esprimevano l’esigenza di mettere in discussione non tanto l’esistenza di un esercito, quanto la necessità di potersi sottrarre, a livello individuale, alla collaborazione con esso.
Un numero di obiettori via via sempre crescente, nel corso degli anni, ha visto nell’obiezione di coscienza al servizio militare uno strumento politico per lottare contro l’esistenza degli eserciti o, per lo meno, di questo esercito.
L’obiezione di coscienza è passata così da una forma di testimonianza e di ricerca di una soluzione che sottraesse l’individuo da un obbligo ritenuto inaccettabile, ad una forma di lotta, politica e collettiva, che si prefiggeva uno scopo che avrebbe determinato dei cambiamenti anche per i non obiettori.
Dobbiamo lottare per una società che ci permetta di non essere coinvolti nelle politiche di guerra oppure dobbiamo impegnarci per costruire una società nella quale sia impedita a tutti la politica di guerra, foss’anche solo in fase preparatoria e/o progettuale?
Personalmente credo di riconoscermi nel secondo modo di vedere l’obiezione di coscienza e, quindi, non credo che le problematiche poste da questo modo di intendere l’obiezione possano essere risolte semplicemente abolendo la coscrizione obbligatoria.
Dove finiscono i problemi delle spese militari, della militarizzazione del territorio dell’economia e della politica, del controllo democratico e politico sull’uso che viene fatto delle FF.AA.?
Certo mi si potrà contestare che nemmeno un esercito di leva, basato sulla coscrizione obbligatoria risponde a queste problematiche e che gli eserciti di Pinochet o quello statunitense in Vietnam erano di leva.
Tutto questo è vero, però è anche vero che se l’esercito in Vietnam non fosse stato di leva, molto probabilmente non vi sarebbe stato il movimento pacifista americano degli anni 60 e la guerra avrebbe avuto un altro esito, tanto è vero che, proprio a seguito della guerra del Vietnam, è stata abolita la coscrizione obbligatoria e gli USA hanno potuto costruire la terribile e micidiale macchina da guerra del pianeta.
In ogni caso tutte queste osservazioni stanno a dimostrare una cosa: il problema non è quello di avere un esercito di leva piuttosto che un esercito di volontari.
Il problema è di eliminare ogni esercito, a partire dal nostro!
Utopia, diranno tutti, e nel frattempo cosa facciamo?
Sul piano dei diritti civili l’obbligatorietà della leva è un’imposizione autoritaria sui cittadini e, quindi, se venisse abolita non ci sarebbe certo da piangere; il problema, però non è tanto questo, quanto quello di discutere dell’uso, delle dimensioni e dei costi delle FF.AA.
Quindi, in attesa della completa eliminazione delle FF.AA., posso dirmi disposto a tollerare e cogliere come tendenza positiva solo quelle proposte che vadano nel senso di ridurre il peso ed i costi delle FF.AA., ridimensionandone fortemente i compiti a quelli esclusivi di difesa territoriale
Il problema è che oggi si sbandiera la creazione di un esercito volontario per rendere più accettabile ai cittadini i costi della ristrutturazione delle FF.AA.; con la promessa di esonerare dagli obblighi di leva una grossa fetta di popolazione, si cerca di conquistarne i favori politici ed elettorali; ma nel fare questo, però, si tace su quale sia il reale progetto bellicista, guerrafondaio e dissipatore di risorse sotteso al Nuovo Modello di Difesa.
Sono convinto, e cercherò di darne ampia dimostrazione anche oltre, che l’abolizione della coscrizione obbligatoria (secondo la proposta D’Alema) non può possa, da sola, essere considerata condizione sufficiente a farmi invertire il giudizio totalmente negativo sul Nuovo Modello di Difesa.

4. Il servizio civile
Il servizio civile, nella mentalità e nella cultura degli obiettori italiani, ha sempre assunto una valenza particolare in quanto ha rappresentato la chiave di volta per rendere legale l’obiezione di coscienza e dimostrare, a quanti si dichiaravano ostili all’obiezione, che gli obiettori non erano imboscati, anzi, erano disposti a lavorare ed a sacrificarsi più degli altri.
La mentalità che l’obiettore deve dimostrare di essere tale facendo maggiori sacrifici di chi svolge il normale servizio militare era talmente radicata che, quando la durata tra servizio militare e servizio di leva fu parificata, molti furono gli scontenti poiché ritenevano giusta questa “selezione” naturale.
A questo desiderio di legittimazione, in parte soddisfatto dalle sentenze della Corte Costituzionale, si è man mano aggiunta la posizione di quanti, portati ad impegnarsi nel volontariato (e sono tanti), si sono avvicinati all’obiezione di coscienza non tanto per motivi nonviolenti o antimilitaristi, quanto per fare un servizio più “utile” che non un servizio militare, pur non avendo particolare ostilità nei confronti degli eserciti (a patto che non li coinvolgessero).
In ultimo sono arrivati anche gli enti di servizio civile, soprattutto quelli a rilevanza nazionale, i quali hanno capito che, senza persone obbligate a fare il servizio civile, sarebbero costretti a sopprimere molte delle loro attività (per costoro il riallungamento del servizio civile a 15 mesi non è mai stato considerato come un danno e l’ipotesi di un servizio civile obbligatorio per tutti, maschi femmine, abili e non è considerato come una manna; se lavorano gratis vanno bene tutti; qualcosa da fargli fare gliela si trova di sicuro).
Si è creato così un mix di posizioni coincidenti, seppur congiunturalmente: obiettori desiderosi di legittimazione sociale e politica, servizio civilisti, enti assetati di manodopera gratuita.
L’obiezione di coscienza, quale scelta nonviolenta ed antimilitarista, si è vieppiù annacquata, finendo per appiattirsi e coincidere con il servizio civile.
Se, una volta, c’era chi era disposto a fare 20 mesi di servizio civile pur di dichiararsi obiettore di coscienza, oggi c’é chi è disposto a dichiararsi obiettore di coscienza pur di fare il servizio civile; i termini si sono invertiti; il servizio civile non è più la conseguenza legale dell’obiezione ma l’obiezione è il prerequisito obbligatorio per legge per il servizio civile.
Chi sostiene la necessità di passare al servizio civile nazionale, magari obbligatorio anche per le ragazze, sostiene che è ora di superare questa fase semiclandestina che obbliga a dichiararsi obiettore di coscienza anche chi obiettore non è; chi lo desidera deve poter svolgere il servizio civile senza dare nessun tipo di motivazione di coscienza (vera o falsa che sia).
A quanti sostengono questa ipotesi non riesco a non contrapporre alcune riflessioni:
a) obiettivo dell’obiezione di coscienza è quello di superare gli eserciti; non quello di obbligare tutti i giovani a lavorare per un anno gratuitamente per lo Stato; questo, semmai, sarà interesse della Pubblica Amministrazione e/o di alcuni enti convenzionati, il cui obiettivo è quello di risparmiare sulla manodopera.
b) se tutti i giovani (in tutto almeno 400.000 giovani tra maschi e femmine) venissero avviati a svolgere il servizio civile nazionale, dove si potrebbero impiegare così tanti giovani senza dare vita a fenomeni massicci di sostituzione di personale, con grave danno per l’occupazione?
Il risultato di un servizio civile di così ampia portata sarebbe la sottrazione netta di centinaia di migliaia di posti di lavoro proprio in quei settori (il lavoro socialmente utile) nei quali si intende recuperare la disoccupazione; se chi avanza queste proposte vedrebbe come si svolge il servizio civile oggi, si renderebbe conto di quanti posti di lavoro vengono già oggi sostituiti con solo 30.000 odc in servizio.

c) Molti rappresentanti del centrosinistra ritengono, seguendo questa logica, che questi giovani potrebbero essere impiegati in qualunque mansione socialmente utile, intendendo con il termine socialmente utile, qualsiasi mansione che faccia risparmiare soldi all’amministrazione pubblica (centralinisti, autisti, infermieri, dattilografi, tecnici vari, ragionieri).
Sarebbe questa la difesa alternativa della Patria per la quale si battono da anni gli obiettori?
Assolutamente no!
Questo servizio civile diverrebbe un carrozzone burocratico simile all’odierno esercito e, inoltre, perderebbe qualunque connotazione “pacifista” e/o di alternativa al militare, intendendo con questo termine non tanto il servizio militare, quanto l’apparato militare.
Se passasse questo disegno il servizio civile nazionale diventerebbe una struttura non solo non più antagonista ma addirittura complementare ad un esercito militare professionale, attenuando i costi sociali derivati dall’attacco allo stato sociale.
d) Ma lasciamo da parte queste posizione ideologicamente critiche e proviamo a pensare di realizzare concretamente questo tipo di proposta.
Come già detto il servizio civile diverrebbe un carrozzone avente il compito di gestire circa 400.000 persone, del tutto demotivate e disinteressate a quanto vengono obbligatoriamente destinate a svolgere.
Si può facilmente prevedere che questa struttura perda fortemente in efficienza nei confronti di quanto riesce a realizzare oggi il servizio civile, fondato su di un numero 10 volte minore di persone, mediamente abbastanza motivate e, che in molti casi, hanno anche potuto concordare il progetto di servizio civile con l’ente che li impiega.
È evidente che un tale apparato costa e i soldi per finanziarlo non possono certo venire sottratti alla parte militare della difesa in quanto i bilanci della difesa preventivati per i prossimi 25 anni prevedono incrementi di spesa costanti e notevoli.
Pertanto, se si dovesse affiancare alle forze armate il pachiderma del servizio civile nazionale obbligatorio, il capitolo difesa dovrebbe aumentarenon solo sul versante “militare” (per la realizzazione del Nuovo Modello di Difesa), ma anche sul versante civile” (per la creazione del Servizio Civile), a tutto discapito della spesa pubblica per istruzione, sanità, previdenza e assistenza sociale etc.
Fatta questa analisi possiamo dire che nemmeno la proposta Prodi risponde alle istanze pacifiste degli obiettori ed in più propone di avviare la costruzione di una struttura che è controproducente sicuramente in termini di occupazione e, forse, anche di resa e di spesa.

5. L’uso delle FF.AA.
A mio avviso il problema è che nessuna delle proposte avanzate dallo schieramento di centrosinistra (della destra meglio non parlare) si pone il problema di che uso fare delle FF.AA.; il centro sinistra ed il PDS in particolare, desiderosi di legittimazione da parte della NATO e degli altri centri di potere vicini alla lobby del complesso militare-industriale, accettano supinamente quanto viene loro proposto dai funzionari militari e civili delle nostre FF.AA.
Nessuno (tranne PRC e Verdi) si è posto il problema di rivedere il ruolo internazionale dell’Italia e di come cominciare a sfruttare l’esperienza e la cultura maturata dal mondo nonviolento ed antimilitarista italiano per avviare una nuova politica in materia di difesa ed esteri; a condizionare le posizioni dell’Ulivo e del PDS hanno contato, invece, molto di più le esigenze operative di Caritas ed ARCI (p.e. nel far propendere a favore del servizio civile obbligatorio; ricordiamo la prima a proporre un progetto di legge per il servizio civile nazionale slegato dall’obiezione fu proprio la Caritas ).
Nulla si è detto sulla necessità di:
- uscire dalle alleanze militari sovranazionali che ci impongono modelli di difesa costosissimi sul piano economico e aggressivi sul piano delle relazioni internazionali;
- ridurre la spesa militare;
- smilitarizzare ampie zone del nostro territorio;
- riconvertire l’industria bellica e rivedere le regole del commercio di armi;
- creare un corpo civile di pace;
- promuovere la formazione nonviolenta di quanti oggi fanno già il servizio civile;
- limitare l’impiego delle FF.AA. italiane alle sole missioni ONU etc.

6. Partire dall’esistente
Come già detto, le “belle” proposte che ci vengono dai leader del centrosinistra sono tutte indirizzate verso l’accoglimento acritico delle scelte operate in ambito NATO, UEO, OSCE e prevedono quindi una ripresa del ruolo militare italiano, cui si collega un incremento della spesa militare, in un contesto di crisi economica della stato assai profonda.
Ribadisco, quindi, che a fronte di siffatto scenario, le proposte di abolizione della coscrizione obbligatoria o, peggio ancora, del servizio civile per tutti, avanzate dal centrosinistra, appaiono come la carota, laddove il bastone è rappresentato dal Nuovo Modello di Difesa, vero asse portante di ogni proposta in materia di difesa, avanzata in Italia dal 1991 ad oggi, da parte dei politici di tutti gli schieramenti (Ministri Rognoni, Andò, Fabbri, Previti, Corcione).
Dobbiamo pertanto rifiutare questi zuccherini poiché la pillola che cercano di farci ingoiare è estremamente più amara.
Le finalità del Nuovo Modello di Difesa devono essere riviste radicalmente.
Partendo dalla situazione attuale mi sento di fare alcune proposte che potrebbero qualificare una politica realmente riformista in senso pacifista in materia di difesa:
a) rilanciare l’obiezione al servizio militare: il numero di obiettori continua a crescere in misura impressionante: 44.342 obiettori nel solo 1995 (+ 11.003, + 33 % rispetto al 1995).
Questo dato testimonia come, ogni anno sempre più, la scelta dell’obiezione al servizio militare si faccia sentita e radicata in strati sociali dapprima indifferenti.
Prima di lanciarci in voli pindarici sulla creazione di un servizio civile che dovrebbe coinvolgere 400.000 giovani, cerchiamo di far funzionare il servizio civile oggi esistente che ne impiega, attualmente, meno di 30.000 e che è, ne sono testimone personalmente, condotto alla paralisi ed allo sfascio da una gestione militare e burocratica scellerata.
Urge una nuova legge sull’obiezione, che vada nel senso di quella approvata dal Senato nella scorsa legislatura e urge che vengano destinate nuove risorse alla gestione del servizio civile; un servizio civile che dovrà essere sempre meno l’equivalente del volontariato sociale e sempre di più un anno di formazione su nonviolenza, antimilitarismo, tecniche di difesa alternative a quella armata etc.
Potremo continuare ad apprezzare il servizio civile solo se lo sapremo legare sempre più strettamente alla cultura dell’obiezione di coscienza mentre, se lo ridurremo a puro e semplice “volontariato” coatto, perderemo un’occasione di crescita democratica e pacifista del nostro paese e quindi anche il servizio civile diverrà uno strumento inutile e sicuramente dannoso per l’occupazione.
b) ridurre la spesa militare: non solo limitando gli sprechi indicati dalla Corte dei Conti, ma anche avendo il coraggio di invertire la rotta e riducendo la percentuale di spesa destinata al capitolo difesa nel bilancio dello stato;
c) eliminare le funzioni improprie svolte dalle FF.AA, ridurne le dimensioni e la diffusione: alle FF.AA. devono essere sottratte quelle funzioni che non competono loro strettamente: p.e. Protezione Civile e lotta alla criminalità; in questi settori vi sarebbe così l’opportunità di operare assunzioni e creare nuove figure professionali, liberando al contempo aree dismesse utilizzabili per creazione di centri culturali, aggregativi, spazi verdi, aree abitabili a scopi civili.
Alle FF.AA., fintanto che esisteranno, devono competere solo i compiti previsti dal dettato costituzionale (difesa del territorio nazionale) e non quelli stabiliti dalla NATO con il Nuovo Modello di Difesa (difesa degli interessi economici e politici); per adempiere a tali compiti, avendo a fianco un servizio civile riqualificato sui temi della nonviolenza, ad un servizio di leva regionalizzato basteranno meno soldati e si potrà quindi operare una progressiva e sostanziale riduzione del periodo di ferma e del numero di soldati in esso impiegati.

UN AMICO DELLA NONVIOLENZA
Giovanni Pascoli

di Claudio Cardelli

La vita e la poesia del Pascoli (1855-1912) sono molto note e vengono illustrate con ampiezza nei testi scolastici.
Il presente articolo si propone unicamente di rintracciare spunti di nonviolenza nel pensiero del poeta romagnolo, il particolare nelle sue prose.
Il Pascoli fu vittima di una tragedia familiare, originata dall’uccisione del padre Ruggero, da parte di assassini sconosciuti; ma seppe scoprire, attraverso una profonda maturazione, il valore del perdono e dell’amore universale.
Un anno dopo l’assassinio del padre (avvenuto il 10 agosto 1867), gli morirono la sorella maggiore, di tifo, e la madre.

Mia madre fu così umile, e pur così forte, sebbene al dolore non sapesse resistere se non poco più di un anno. Io sento che a lei devo la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’ella sia, la mia attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose meditazioni in qualche serata, dopo un giorno lungo di faccende avanti i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppo: io appoggiavo la testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte. Io non so più a che cosa pensassi allora: essa piangeva. Pianse poco più di un anno, e poi morì.
(dalla prefazione ai Canti di Castelvecchio)

Negli anni seguenti, la morte per malattia colpì anche due fratelli: Luigi (1871) e Giacomo (1876), che dopo la scomparsa dei genitori era il capofamiglia.
Nonostante tanti lutti e le ristrettezze economiche, “Giovannino”, come lo chiamavano in famiglia, riuscì a completare gli studi liceali, ed ottenne nel 1873 una borsa di studio presso l’Università di Bologna: le vicende del concorso presieduto dal Carducci, furono dal Pascoli rievocate nella prosa autobiografica Ricordi di un vecchio scolaro.
Ma nell’autunno del 1875 gli fu tolta la borsa si studio per aver partecipato a una dimostrazione contro il Ministro Bonghi.
Il giovane studente aveva aderito al Movimento Socialista e divenne amico di Andrea Costa.
Il 1879 avendo pubblicamente espresso solidarietà agli internazionalisti imolesi, condannato per aver manifestato a favore di Passanante (l’attentatore di Umberto I), il Pascolo fu imprigionato nel carcere di San Giovanni in Monte, a Bologna, dove rimase fino al 22 dicembre, quando fu assolto e scarcerato.
Furono mesi molto difficili, che ne segnarono profondamente l’animo sensibile (si veda La voce nei Canti di Castelvecchio).
Sconvolto da questa esperienza riprese gli studi universitari, interrotti fin dal 1876, e si laureò in lettere nel 1882, con una tesi sulla poesia di Alceo.
Cominciò quindi la professione di insegnante di lettere classiche, prima nei licei (Matera, Massa e Livorno), poi nelle Università di Bologna, Messina e Pisa.
Infine fu di nuovo a Bologna (dal 1905) come successore del Carducci nella cattedra di Letteratura italiana.
Aveva acquistato una casa di campagna a Castelvecchio di Barga (Lucca), dove trascorreva il periodo di vacanza con la sorella Maria. La casa è tuttora visitabile e ne conserva la biblioteca e l’archivio.

La condizione umana
Il Pascoli, che aveva anche cultura scientifica, considerava in modo obiettivo la condizione dell’uomo, ospite temporaneo di un piccolo pianeta nell’immensità dell’universo (Il ciocco).
Il sentimento della nostra limitatezza (nel tempo e nello spazio) dovrebbe portarci a stringerci amorevolmente gli uni agli altri.

Uomini, pace! Nella prona terra troppo è il mistero: e solo chi procaccia d’aver fratelli in suo timor, non erra.
Pace, fratelli! E fate che le braccia ch’ora poi tenderete ai più vicini, non sappiano la lotta e la minaccia.
(I due fanciulli, dai Primi Poemetti)

All’alba del Novecento nel discorso L’era nuova (1899), il poeta invoca una “religione dell’umanità”, fondata sulla fratellanza e sull’accettazione del comune destino.
Egli osserva che la coscienza della nostra finitezza e dell’incombere della morte potrà renderci più mesti, ma anche più solidali.

E saremo anche più mesti. Sia pure. Ma non vedete che appunto nella mestizia l’uomo differisce dalle bestie? e che progredire nella mestizia è progredire nell’umanità? (...) Uomo, abbraccia il tuo destino! Uomo, rassegnati ad essere uomo! Pensa nel tuo solco: non delirare. L’amore, pensa, è ciò che non solo di più dolce, ma di più sacro e di più tremendo tu possa fare; perché è aggiungere nuovi sarmenti al grande rogo che divampa nell’oscurità della nostra notte.
Pensiamo dunque, sempre, in tutto, e siamo pur mesti. Ma saremmo tutti più. E riconosceremo, a questo segno, a quest’aria di famiglia, a questa traccia di dolore immedicabile, i nostri fratelli per nostri fratelli. E non saremo pazzi di perseguire una gioia, che ridondi a dolore del nostro simile, e che non diminuisca d’una linea il dolor nostro. E i mali che ora ci appariscono come fatali, la lotta delle classi e la guerra dei popoli, saranno tolti.
(Prose I, Mondadori, 1956, p. 122)

La lotta politica
Col passare degli anni si era allontanato dal socialismo rivoluzionario della giovinezza, ed era approdato ad un socialismo umanitario e risorgimentale, venato di spiritualismo cristiano, che egli definì “socialismo patriottico”: non più lotta di classe, ma impegno concorde per eliminare la povertà e lo sfruttamento dei ceti più umili.

La lotta? C’è sempre stata la lotta tra chi lavora e chi gode il frutto del lavoro altrui. La storia sembra anzi essere mossa dalla aspirazione di stare bene in chi sta male, e di stare meglio in chi sta bene.
Sembra, non è; o meglio, non è mossa da quella sola energia. Oltre gli uomini occupati continuamente nella rissa della esistenza, vi sono quelli che vi si mettono in mezzo per sedarla. Oltre gli uomini ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità, vi sono quelli che vogliono gettare dal cuore ogni acre fermento di contesa.
Oltre gli uomini che non aspirano se non a star bene o meglio, vi sono quelli che non anelano se non a fare bene, a fare, ogni giorno, ogni secolo, ogni millennio, meglio. Sono questi i veri uomini; di questi si compone la vera umanità, sempre, vogliam credere, progrediente nel dissomigliare alle bestie.
Or bene, questi con le parole e più coi fatti e sopra tutto, con l’esempio, hanno sempre cercato di disarmare i rapaci e di aiutare gli oppressi; e sono dunque nella lotta, ma non della lotta. Sono pacieri, non guerrieri. Essi non hanno altro fine, o almeno, quando anche sembri il fine sia diverso e non ne sia alcuno, non ottengono altro effetto, che di promuovere l’umanità del genere umano. Di questi bisogna essere: contro, cioè, la divisione, non o di qua e di là.
(dalla prefazione a Odi e inni, 1906)

Ma non sempre i suoi giudizi furono coerenti ai principi di pace e fratellanza tra i popoli. Incorse in una grave errore di valutazione storica quando esaltò la guerra di Libia come generosa impresa per donare terra ai contadini italiani (La grande proletaria si è mossa, 1911). Non comprese che si trattava di una sanguinosa conquista coloniale.

Il poeta contadino
Nella poesia del Pascoli sono presenti una tenerezza e un interesse costante per la campagna, le piante, i fiori, gli uccelli. Appena poteva, correva a Castelvecchio, dove trovava la serenità per dedicarsi agli studi e alla creazione poetica, usando dei suoi tre tavoli per lavori diversi e contemporanei.

Ma ogni momento anche scendeva giù nell’orto: c’era da vedere se il pero s’era pur deciso a buttare, se l’innesto aveva preso sotto la sua fascetta bianca come una mediazione, se l’alberello giovinetto e la calocchia di castagno piantatagli appresso avevano retto al vento della notte. Sempre giù e su, e su e giù.
E vestito com’era, cioè trasandato com’era sempre.
(M. Valgimigli, Uomini e scrittori del mio tempo, Sansoni, 1965, pag. 230)

Racconta piacevolmente Valgimigli che una volta il Pascoli, nell’orto di Castelvecchio, mostrandogli le grosse mani terrose, ebbe a esclamare: “Queste mani sono fatte meglio per il pennato che per la penna!”.

Socrate, Gesù, Tolstoj
Il Pascoli sentì il fascino dei maestri di nonviolenza e ne presentò alcuni in endecasillabi armoniosi, finemente cesellati. Nei Poemi conviviali ascoltiamo il racconto della morte di Socrate (La civetta).È
la sera in cui il filosofo deve bere la cicuta: un gruppo di fanciulli, fuori dal carcere, gioca rumorosamente con una civetta, legata col refe a una zampa. Uno di loro, Hyllo, montato a dorso di un compagno e osservando dentro la prigione, narra gli ultimi istanti della vita di Socrate.
La rievocazione di Gesù e dei primi tempi del Cristianesimo è presente in molte liriche pascoliane: ci limiteremo a ricordare La buona Novella nei Conviviali e il Il piccolo Vangelo (incompiuto).
Nei Carmina (in lingua latina) c’è un intero ciclo di poemi cristiani.

Gesù
E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte:
il suo giorno non molto era lontano.

E stettero le donne in sulle porte
delle case dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.

Egli si assise all’ombra d’una meta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sottoterra il seme, non sarà chi mieta.

Egli parlava di granai né Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
(...)
(da Il piccolo Vangelo)

Nel novembre del 1910 il poeta fu turbato dalle notizie sulla fuga e morte di Tolstoj; la sua fantasia ne fu stimolata, ed immaginò l’incontro dello scrittore russo con tre grandi spiriti della civiltà italiana: S. Francesco, Dante e Garibaldi. Non sorprenda la presenza di Garibaldi: anche il Pascoli, riprendendone la celebrazione carducciana, lo giudicava eroe sommo del Risorgimento. Il poema, intitolato Tolstoj (Poemi italici, 1911), sa dare una rappresentazione avvincente del dramma dello scrittore russo e testimonia la fede nonviolenta dell’autore.

Ed è vestì la veste rossa e i crudi
calzari mise, e la natal sua casa
lasciò la saggia moglie e i figli,
e per la steppa il vecchio ossuto e grande
sparì. Tra i peli della ciglia gli occhi
ardeano cupi nelle cave occhiaie,
e gli sferzava intorno al viso il vento
la bianca barba. Tra le betulle irte
andava, curvo sul bordone, ed aspra
scrosciava sotto il grave piè la neve.
E mentre andava, a lui più forte il cuore
un dì batté; spicciava dalla fronte
ghiaccia il sudore ed anelava il petto.
Ond’ei sostò nella nevata steppa
in un crocicchio, in mezzo a grandi selve.
E chiuse gli occhi sotto i fili d’erba
delle sue ciglia. Ma li aprì stupito...
(Tolstoj, vv. 23-39)

L’EDUCAZIONE ALLA PACE NEL PENSIERO DI MARIA MONTESSORI

di Claudio Cardelli

La vita e il metodo educativo
Gli italiani conoscono bene l’immagine della Montessori, che è riportata sulle banconote da mille lire, ma forse pochi sanno che la grande pedagogista si impegnò attivamente, negli anni Trenta, in difesa della pace.
Era nata a Chiaravalle (AN) nel 1870 e fu la prima donna laureata in Medicina dall’Università di Roma (1896), dove rimase alcuni anni come assistente nella clinica neuropsichiatrica, curandovi in particolare l’educazione dei fanciulli frenastenici.
Il successo ottenuto nel recupero degli anormali le suggerì l’idea che i suoi metodi potessero essere efficaci anche con i bambini normali, alla cui educazione si dedicò successivamente. Nel 1907 aprì in Roma la prima Casa dei bambini, dove tutto era concepito e costruito sulla misura dei piccoli: tavoli, sedie, armadi. In questo ambiente il bambino può muoversi e operare a suo agio, libero dalla schiavitù dei banchi di scuola.
Il fanciullo trova in classe un ricco materiale didattico, col quale può fare le proprie esperienze, senza la continua ingerenza dell’insegnante. L’errore degli adulti consiste nel voler trasmettere verbalisticamente le loro proprie esperienze al bambino, che ha bisogno invece di agire ed esplorare direttamente.
Il metodo Montessori ebbe molto successo, soprattutto all’estero, sia in diverse nazioni d’Europa che negli Stati Uniti. La pedagogista viaggiò in maniera instancabile, per seguire lo sviluppo delle Case dei bambini in ogni parte del mondo. Dal 1942 alla fine del conflitto mondiale visse in India, dove poté conoscere l’opera di Gandhi. Tornata in Europa, continuò la propria attività in Olanda, dove morì nel 1952.

La nonviolenza e il pacifismo
La Montessori, nello studio su La mente del bambino (Garzanti, 1952), non solo esclude la minima violenza nell’educazione del bambino, “perché quando vi fosse ombra di violenza la costruzione psichica del bambino sarebbe ferita a morte” (p. 16); ma arriva a parlare di rivoluzione nonviolenta: “La nuova educazione è una rivoluzione, senza violenze, è la rivoluzione nonviolenta. Dopo di ciò, se essa trionfa, saranno impossibili le rivoluzioni violente” (p. 213).
L’impegno della pedagogista in difesa della pace fu particolarmente intenso negli anni Trenta quando, lasciata l’Italia, dove il lavoro le era divenuto difficile a causa del regime fascista, poté collaborare col Segretariato Internazionale dell’Educazione di Ginevra, sede della Società delle Nazioni.
Si era convinta che la pace doveva divenire una scienza e che era necessario istituire nelle Università un “Corso per la pace”, per suscitare nei giovani uno spirito di mutua tolleranza e comprensione.
Partecipò in quegli anni a numerosi convegni internazionali sull’Educazione alla Pace (Ginevra, Bruxelles, Copenaghen, Aemersfoort in Olanda, Londra) e vi pronunciò discorsi memorabili, ora raccolti nel volume Educazione e pace (Garzanti, 1970).

Educazione alla pace
Nella difesa e conservazione della pace la Montessori attribuiva un ruolo fondamentale all’educazione, intesa come formazione di una nuova umanità, laboriosa e fraterna.

La pace è una meta che si può raggiungere soltanto attraverso l’accordo, e due sono i mezzi che conducono a quest’unione pacificatrice: uno è lo sforzo immediato di risolvere senza violenza i conflitti, vale a dire di eludere le guerre; l’altro è lo sforzo prolungato di costruire stabilmente la pace tra gli uomini. Ora evitare i conflitti è opera della politica: costruire la pace è opera dell’educazione. È urgente far comprendere la necessità di uno sforzo concorde e collettivo anche per la costruzione della pace.
(Educazione e pace, pg. 29)

Nel medesimo discorso, pronunciato a Bruxelles nel 1936, affermava che tutti gli uomini formano un solo organismo, Una Nazione Unica, che fu l’inconscia aspirazione spirituale dell’anima umana.

È assurdo pensare che un tale uomo, dotato di poteri superiori alla natura, debba essere un olandese, o un francese, o un inglese, o un italiano. Egli è il nuovo cittadino del nuovo mondo: il cittadino dell’universo. Se è così, non è più possibile fingere l’esistenza di nazioni a interessi separati, come in passato. Non hanno più ragione di esistere le singole nazioni con i loro confini, i loro costumi, i loro diritti diversi. Ci saranno sempre gruppi e famiglie umane con diverse tradizioni e diverse lingue, ma non potranno dar loro a nazioni nel senso tradizionale della parola: dovranno unirsi come membri di un solo organismo, o morire. La grande campana che chiama oggi gli uomini sotto l’unica bandiera dell’umanità è uno squillo di vita o di morte. (pg. 31)

In un altro discorso, pronunciata a Copenaghen nel 1937, sostenne che gli adulti devono dare ai giovani un educazione etica, fondata sulla fede nella fratellanza di tutti gli uomini.

Guardate che cosa è divenuta l’educazione dei padri e dei maestri! Essi dicono: “Su, studia, devi ottenere quel diploma...devi occupare quel posto...come farai a vivere?”
Essi dimenticano ormai di pronunciare quelle parole che un tempo costituivano il cardine dell’educazione: “Siamo tutti fratelli”.
Gli uomini di oggi vanno pel mondo inariditi ed isolati. Ma un’unione di uomini inariditi ed isolati non è una società, non può essere una società fertile di nessun progresso morale, di nessuna elevazione umana.
Gli uomini assomigliano a granelli di sabbia nel deserto, tutti ammassati e tutti separati. Il suolo è sterile, e un po’ di vento basta a devastarlo; ma un po’ di acqua spirituale basterebbe a farne un terreno meno arido e più solido. Bisognerebbe che vi crescesse un poco di vita, perché la vita trasforma la sabbia in terreno fertile.
La vera minaccia che incombe sulla umanità di oggi non è la guerra, è questa disperata aridità, questo arresto di sviluppo. La realtà più tremenda è l’infelicità dell’uomo: esso non sa godere, è spaventato, sente di essere inferiore a qualcosa che si trova in lui stesso. Porta in se il vuoto! E la natura ha in orrore il vuoto, essa anela a riempirlo in qualche modo.
Il vero pericolo dell’umanità è il vuoto delle anime: tutto il resto non è che una conseguenza. (pg. 61 e 62)

Queste parole della grande educatrice sono per noi veramente profetiche e ci fanno comprendere l’assoluta necessità di trasmettere alle nuove generazioni una formazione spirituale, degli ideali universali, in modo che sappiano affrontare le difficoltà della vita con coraggio e viva solidarietà verso ogni fratello.

 

Recensioni


Sul finire degli anni ‘70 l’ecologia ed il femminismo attraversarono un periodo di crisi acuta. L’ecologo e la donna erano ormai consapevoli che la società patriarcali rappresentano il contesto in cui maturano e trovano una sorta di giustificazione le violenze ai danni delle donne e della Natura. Purtroppo però in quegli anni sia l’ecologia sia il femminismo scontavano una povertà di strategie e di risorse disponibili a contrastare lo strapotere dell’ideologia maschilista. La rivendicazione politica era praticamente l’unico approccio e l’unico sbocco delle iniziative.
Ben presto la contestazione politica apparve del tutto inadeguata di fronte alla pervasività del modello maschile di società. O meglio, si dovrebbe parlare di una “caricatura” del modello maschile di società, perché ciò che è in discussione è una società che esalta gli aspetti più egocentrici, predatori e narcisisti della mascolinità, mentre ne rigetta altri più impegnativi come la paternità.
Scendere in profondità ed affrontare il nucleo duro del problema - la cosmologia patriarcale - divenne sia per l’ecologia sia per il femminismo un’esigenza non più rimandabile. Il timore di affrontare tematiche non immediatamente pertinenti e riconoscibili (come la religione o l’antropologia culturale) ricorrendo a strumenti anche meno che convenzionali (come il racconto, il mito) rese per qualche tempo esitanti i ricercatori. Tuttavia l’ambizioso obiettivo - riequilibrare una società totalmente sbilanciata sull’opzione maschile - divenne sempre più un obiettivo comune. Le prassi dell’autocoscienza femminile da un lato e del programma costruttivo ecologico dall’altro hanno senza dubbio facilitato questa convergenza. Da quest’incontro nacque il cosiddetto eco-femminismo.
L’eco-femminismo è oggi una fra le più fecondi ed intriganti correnti di pensiero e rappresenta una grande sfida anche per gli uomini maturi che mettono in discussione gli stereotipi della propria mascolinità. L’ecologia al femminile è un’estensione del pensiero materno e selvaggio allo stesso tempo. Non è un caso che nel bellissimo libro “Donne che corrono con i lupi”, dell’analista-cantastorie junghana Clarissa Pinkola-Estes, vi sia un continuo richiamo all’anima femminile selvaggia, la Donna Lupa. Il recupero del racconto, del mito sono passaggi essenziali per definire una nuova identità femminile (e maschile) più in armonia con la Natura.
In questo filone s’inserisce Artemis (Artemide) di Catriona Glazebrock, pubblicato su Trumpeter, la rivista del Deep Ecology Movement che da 13 anni pubblica saggi, racconti, fotografie e poesie di autori impegnati in una ricerca nell’ecologia più esperienziale che strettamente accademica. La Glazebrock in quest’articolo racconta della sua metamorfosi da avvocato in carriera immersa in una vita di plastica a donna che matura un’esperienza materna con il proprio figlio lontano dalla città.
Il disagio di una civiltà innaturale come quella moderna può portare ad anestetizzare ed anche a mutilare la propria anima. Ma le anime sensibili avvertono un dolore ineludibile che può avere manifestazioni anche psicosomatiche. Per rimettere ordine alla propria vita è necessaria una guida. La Glazebrock la trova in Artemide, la dea greca nume della vita selvaggia. Timidamente l’immagine archetipica di Artemide entra nella vita della giovane donna come “la personificazione di uno spirito femminile indipendente”. Artemide ispira ed accompagna il percorso di crescita spirituale, dove si mescolano un’acuta e puntuale analisi filologica del mito e l’esperienza quotidiana dell’autrice alle prese con una civiltà gerarchica e maschilista.
Lo scontro decisivo avviene sul terreno del rapporto madre-figlio. “Quando una madre è costretta a scegliere tra il figlio e la civiltà in cui vive, in quest’ultima c’è qualcosa di crudele e sconsiderato”, scrive la Pinkola-Estea. La Glazebrock non si rassegna, diventa avvocato-madre ed affronta la situazione. Per un certo periodo ha “successo nel mescolare le due cose, grazie al supporto di un marito non convenzionale”. Tuttavia alla lunga lo sforzo di tenere insieme le due realtà diventa insostenibile. “La realtà definitiva è che una donna non può fare entrambe le cose: dare ad un bimbo piccolo la cura costante che questi richiede e rispondere alle esigenze di una professione come l’avvocato” pensata sui ritmi e i tempi maschili.
Non è solo questione di carenze strutturali, come ad esempio gli asili per bambini.
È in gioco il recupero del potere, della compassione, della verità, dell’integrazione e dell’unità, e infine dell’identità stessa di una vita vissuta da donna consapevole.
Un percorso arduo che intreccia una disciplina spirituale ed interiore con la (ri)scoperta delle leggi e delle gioie della Natura per crescere e “fare di noi stessi adulti razionali e moralmente autonomi”.
Forte di un’esperienza ai margini della civiltà, l’autrice si sente ora pronta a “rientrare”. “Non desidero perseguire una carriera legale, ma desidero comunicare con gli uomini di legge e quelli coinvolti nell’organizzazione della nostra società e delle sue istituzioni (...) desidero esporre i miei valori e le mie certezze di una donna nutrita da Artemide”. L’esperienza della Glazebrock è così intensa che la induce a credere possibile la trasformazione della professione legale “da una pratica basata sullo scontro ad una basata sulla mediazione” e nello stesso tempo migliorare la qualità della propria vita dove “le ore di lavoro sono ridotte a favore del tempo dedicato alla crescita e alla cura dei bambini e di noi stessi”. Come nelle grandi tradizioni ascetiche, al periodo d’isolamento necessario a ricostruire la propria identità segue la riemersione nel mondo. Il lievito che si mescola alla farina, per usare una metafora evangelica. “Mi vedo in una specie di pellegrinaggio nel mondo patriarcale, raccontare la mia percezione del mondo, mentre lavoro per la sua trasformazione”. Buona fortuna, Catriona.

(La rivista The Trumpeter è disponibile per consultazione presso la biblioteca del Centro Studi “Domenico Sereno Regis”, Via Assietta 13/a, 10129 Torino).

Bosnia: “non potete obbligarci a odiare”

di Giancarlo e Valentino Savoldi - Lush Gijergji, E.M.I., pgg. 128, L. 14.000

“Ancora un libro sulla Bosnia” si dirà. Perché proprio adesso? Perché quella terribile vicenda non è ancora chiusa, anzi questo è il momento più difficile e delicato. “Sarà pace. Ora è solo un trattato, sorvegliato da sentinelle armate. Sarà pace: ma non automatica, non immediata, non indolore. Sarà pace, se molti uomini e donne di buona volontà, dentro e fuori la Bosnia, la Croazia e la Serbia lavoreranno con intelligenza e amore sulla scia luminosa di quei pochi che per la pace lottavano, resistevano e soffrivano anche quando gli impetuosi venti della guerra cosiddetta civile tutto e tutti volevano travolgere” (Dalla conclusione, pag. 123).
Il libro si ferma anzitutto sui nodi cruciali della questione balcanica (cap. 1°) che risultano tutt’altro che sciolti. Ci sono essi all’origine della terribile vicenda bosniaca o ci sono le diversità etniche e religiose? Quali sono, cioè, le cause profonde della guerra o della pace armata” che l’ha seguita? (Cap. 2°).
Nei capitoli terzo e quarto vengono descritte le situazioni in cui sono venute a trovarsi le comunità cattoliche e le posizioni dei cattolici in genere e dei loro leader in particolare (primo fra tutti il card. Vinko Pulijc, vescovo di Sarajevo). Si vede così il “grande martirio” di una piccola Chiesa, martirio che deve essere attribuito alla forte volontà di riconciliazione che fra i cattolici è sempre prevalsa. Contro tutto e contro tutti essi hanno sostenuto e sostengono tutt’oggi che “si può vivere uniti”. La logica dell’odio è passata nelle loro case, ha attraversato le loro vite, ferendole spesso mortalmente, ma non li ha conquistati. È toccante la testimonianza di Pulijc: “Stando in confessionale in questi anni, ho avvertito che ci si pente anche per il più piccolo moto di odio e per il più recondito sentimento di vendetta. Tutte cose che prima della guerra non erano avvertite come peccato. Nessuno ha mai maledetto Dio... Non c’è questa tentazione tra i cittadini di Sarajevo. Piuttosto si nota la disperazione...” (pg. 56). Gli fa eco da Banja Luca mons. Komarica: “Si, nel confessare ho visto che il popolo dei fedeli, nonostante le sofferenze, non porta odio nel cuore. E proprio nella fede il mio piccolo popolo ha trovato la forza nelle tentazioni della guerra”.
Nel quinto capitolo (“Indifferenza? Ingerenza umanitaria? Guerra giusta?”) vengono affrontate le questioni dei cattolici “fuori” dalla Bosnia, interpellati da quanto là accadeva. A proposito di questo capitolo valgono le parole che Padre Bernard Haering dice nella presentazione del libro: “La nonviolenza, da una parte, è antica come le montagne, ma dall’altra è una realtà sempre nuova, che esige uno spirito vigile e creativo. Siano attenti (i pacifisti) ai segni profetici presenti un po’ ovunque. Preparino la strategia, studino i metodi già sperimentati altrove e ne creino di nuovi secondo quanto richiedono le diverse situazioni. Formino piccoli gruppi nonviolenti, disseminati ovunque, di persone che credono nella pace. Ognuna di queste persone vale di più di mille individui che vivono senza pensare e si lasciano ciecamente influenzare dai mass media e da leader di turno (pg. 8).
Sono proprio queste persone, questi “pochi spiriti indipendenti e coraggiosi, che occorre ora aiutare per la costruzione della pace. Una pace che si fa anzitutto nelle coscienze, con la riflessione, il dialogo, la capacità di accettare e valorizzare positivamente le differenze, Così bisognerà trovare una linea di demarcazione che aiuti a scegliere chi e cosa sostenere, chi e cosa contrastare. Questa linea non separa di per sé i serbi dai croati o i cosiddetti musulmani da entrambi, ma potrebbe essere un’altra: è la linea che separa le politiche dell’esclusivismo etnico dalle politiche della convivenza, della democrazia, del diritto, della possibilità di essere diversi e far parte di un ordinamento comune, con pari dignità e pari diritti, senza che trovarsi in minoranza debba essere una disgrazia cui sfuggire quanto prima attraverso la costituzione di una nuova entità in cui si sia maggioranza” (A. Langer, pg. 113).
Su questa linea occorre che si schierino oggi tutti gli uomini di buona volontà per sostenere la costruzione della pace in Bosnia. Adesso che la televisione non ne parla più tutti i giorni, sarà difficile essere solidali. Ma è proprio adesso che si può riparare a tutto il male fatto dal mondo alla Bosnia, con una presenza generosa nella ricostruzione di case, scuole, chiese, biblioteche, centri civici, luoghi in cui la convivenza umana si può rifare e, con essa, quella fiducia dell’umanità, quella speranza di pace che dalla Bosnia é uscita tanto indebolita.

ci hanno scritto

Basta con la banca

Tre anni fa, per motivi etici ed economici, ho chiuso il conto corrente che avevo con una banca cittadina in cui il datore di lavoro mi versava mensilmente lo stipendio.
Ho reso pubblico il mio gesto scrivendo ad una decina di giornali ed ho avuto un discreto riscontro sulla stampa locale e nazionale, di destra, di sinistra, di ispirazione religiosa e specialistica di economia.
Da allora il datore di lavoro mi retribuisce con assegni non trasferibili che a fatica riesco a cambiare in contanti, pur nella banca di emissione.
Circa dieci giorni fa mi sono recato come ogni fine mese a fare questa operazione: sono entrato nel box di accesso e ... “Si prega di depositare eventuali oggetti metallici nella cassetta ...”, più o meno così recitava una voce femminile registrata ..., di metallo addosso avevo l’anello, gli attacchi delle maniglie della borsa, le fibbie dei sandali, la chiusura lampo dei calzoni, l’orologio, le chiavi di casa e dell’auto, la moneta metallica .... ho provato a depositare le chiavi di casa, su suggerimento al citofono dell’impiegata alla cassa, sono rientrato nel box, ma niente da fare, la stessa richiesta di prima ..., allora l’impiegata, sempre al citofono e riferendo al telefono interno al Direttore di Agenzia, mi ha sottoposto ad un interrogatorio di terzo grado: come si chiama, se ho il conto in quella banca, che operazione dovevo effettuare ...
Dopo questa sceneggiata sono riuscito ad entrare commentando ad alta voce che tutto ciò era allucinante, che c’era lo spunto per scrivere un libro ..., nessun commento da parte dei pochi clienti presenti e nemmeno dalle tre impiegate di turno, anzi la tragicomica è continuata come da copione mensile, con l’ennesima fotocopiatura di un mio documento, la richiesta del codice fiscale che il “computer” non voleva accettare ..., insomma la mia “allergia” alle banche ha avuto un chiaro riscontro!
Tra qualche mese andrò in pensione ed ho già dato disposizione all’I.N.P.S. di accreditare le mie spettanze presso l’ufficio postale della mia zona di residenza, perché io con le banche, per i prossimi 50, non voglio più avere rapporti!

Giancarlo Zilio
Selvazzano (PD)

 

Basta con la TV

Vi restituisco il libretto di abbonamento alla TV e vi prego di prendere nota che lo faccio per protesta a causa del progressivo degrado morale dei programmi di Stato e non di Stato da alcuni anni ad oggi.
Spiritualità? Che cos’è? Progresso sociale, che cos’è? Moralità?
La televisione ne dà in abbondanza a partire dai lugubri ed estenuanti telegiornali, per passare ad una serie continua di films in cui prevale il tono aggressivo: truffe, sequestri, abusi di parola, droga, pornografia, e per finire ad una serie interminabile di cartoni animati che esaltano la delicata ma avida mente dei bambini. Mi riferisco in questo caso ai mostri Robot: fantasia disumanizzante, studiata a lungo da adulti e scaricata violentemente in pochi minuti, ogni giorno davanti a bambini con il tranquillo consenso dei genitori. La TV mantiene una falsa unità nella famiglia e in modo ipocrita, insinuando la violenza e la menzogna.
Così i giovani replicano sulla strada con il non rispetto di ciò che ha un senso, che è stato ottenuto con fatica, con il sacrificio anche della vita.
La TV è un canale di collegamento tra l’esterno e la famiglia nel senso che essa porta il contagio del mondo dentro l’intimità domestica. Ed io, come genitore, non ho rimedi per controllare e filtrare queste cose, con tutti i canali oggi in funzione. L’unica alternativa è chiudere e sigillare l’apparecchio, correndo il rischio di provocare una frattura con i propri cari. Provate e ve ne renderete conto! Quanta difficoltà c’è a togliere questo mezzo di “cultura”, così necessario.
Certamente le guide TV non sono guide illuminate e nemmeno il Radiocorriere TV lo è. I programmi hanno fatto una svolta pesante in questi anni e chi ha permesso queste innovazioni pensa al successo e se ne frega dei diritti della famiglia e del fanciullo. Chi ha dato il permesso di derubare la famiglia dei suoi tesori morali ed affettivi, mostrando ai nostri figli, nella intimità domestica l’arma con cui rovinarsi?
Perché lo Stato repubblicano non osserva l’art. 31 della Costituzione? Ma quale protezione esso dà alla gioventù se permette la diffusione del crimine e della menzogna ad ogni piè sospinto? La TV è diventata una superscuola per grandi e piccini. Anche l’art. 2 della Costituzione è tradito, così non c’è solidarietà politica, economica, sociale !!
La Costituzione è nata in seguito ad una sanguinosa guerra, per stabilire principi di base, perché allora si calpesta oggi ... ciò che fecero persone sofferenti da una lotta e desiderose di pace e benessere ?
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo fu approvata nel ‘48 all’ONU.
E l’art. 16 di tale dichiarazione dice: “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società ed ha diritto di essere protetta dalla società e dallo Stato”.
Evidentemente oggi ci sono molte lucciole che fanno da lanterne e le vacche calpestano il cibo perché sono sazie. È umanamente comprensibile che il mondo debba essere un caleidoscopio e che si voglia diffondere la notizia e che si cerchi il guadagno da ogni attività, ma mentre la strada offre mille spunti di confronti e di cause-effetto su qualsiasi avvenimento, tutti gli avvenimenti che entrano nella casa tramite lo schermo TV sono appiattiti ovvero separati dagli agganci contingenti che si trovano invece in abbondanza nelle pubbliche relazioni, per cui la TV è prepotentemente in grado di minare le menti dei bambini e degli adulti.
Sappiamo tutti che le ore di diffusione dei programmi sono in continuo aumento e sono anche in continuo aumento le ore che la famiglia dedica alla TV. Lo sanno centinaia di famiglie, lo sa anche la vecchietta che è stata scippata, lo sa il generale che accusato di appropriazione, lo sa il drogato che la roba è cara ma che non manca mai. Lo sa la famiglia che accetta passivamente la nuova enciclopedia televisiva. Lo so io che non ho fatto fortuna per le pazzie dei miei figli e dei loro compagni.
C’è qualcuno che ha permesso l’andare in onda di programmi truci e incredibili a qualsiasi ora del giorno. C’è qualcuno che ha permesso alle TV libere di essere licenziose in barba all’art. 4 della Costituzione. Per chi non ricorda esso dice: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Chi è genitore si opponga a questa degradazione, prima di tutto rifletta con se stesso, perché anch’egli paga il canone senza fiatare. Ogni genitore si opponga contro coloro che pretendono per legge questo canone, i quali lasciano briglia sciolta a produttori senza scrupoli. Non è onesto e stiamo pagando molto in tutti. Credo che la Costituzione sia un fatto e la famiglia ancora più di un fatto. Per cui, ripeto, respingo l’abbonamento finchè non ci sarà più serietà e chiarezza.
Invito inoltre coloro che mi leggono nei giornali a respingere l’abbonamento, proprio adesso, che è quasi ora di pagare il canone. È un dovere per ridurre la quantità di violenza complessiva.
Si potrà sostituire la TV con letture, sport, dialoghi, incontri sociali, hobby; tutte attività queste edificanti. Invito altresì i genitori a farsi promotori per una analisi di questo problema tra i bambini delle scuole.

Bassiano Moro
Bassano del Grappa (VI)

 

Respingere Bossi con la democrazia

Le ripetute violente minacce di Bossi possono, da un momento all’altro, innescare atti distruttivi o cruenti. Lo Stato rischia di reagire in ritardo e male a tali sconsideratezze. I politici rischiano di far conto soltanto sulla scissione che si profila in luogo della secessione. Anziché prospettare senz’altro - come fa ora qualcuno - una risposta violenta alla violenza, che farebbe salire una spirale nefasta, occorre che la società civile e le forze politiche diano subito modo di esprimersi apertamente e positivamente - proprio nella stessa giornata del 15 settembre - alla grande maggioranza degli italiani del nord che sono favorevoli a giuste ed opportune riforme nello spirito e con i metodi della Costituzione democratica, ma sono contrari a qualunque forma di secessione retrograda ed asociale. È possibile respingere tempestivamente la violenza mentale e politica di un tribuno sconsiderato senza abbassarsi al suo stesso livello con l’usare la violenza di Stato.

Enrico Peyretti
Torino

Umberto Bossi cita la nonviolenza e parla di Gandhi, ma evidentemente conosce ben poco del pensiero economico e politico del Mahatma e del suo Satyagraha (la forza della Verità), altrimenti si renderebbe conto che la proposta leghista di secessione ed indipendenza della Padania non ha nulla a che fare con la teoria e la pratica nonviolenta dell’autonomia locale e dell’autosufficienza di villaggio.
Il federalismo ed il decentramento amministrativo fanno parte del codice genetico dei nonviolenti, che già negli anni ‘70, impostando la lotta del movimento antinucleare, proponevano una radicale critica allo sviluppo, centralista ed industrialista, che nel piano energetico filonucleare trovava la sua massima espressione. Il federalismo del pensiero nonviolento è basato sull’idea di solidarietà e corresponsabilità.
E poi le camice verdi non assomigliano nemmeno lontanamente all’esercito nonviolento dei satyagrahi di Gandhi (amore per il prossimo, disponibilità al sacrificio, castità, preghiera, ecc..).
Proprio non ce lo vedo il Bossi mentre fila l’arcolaio, in digiuno, e raccolto in preghiera per i propri avversari. Anzi, sono andato a rileggermi il programma elettorale della Lega Nord ed ho scoperto che Bossi è favorevole “ad una comune Difesa dell’Unione Europea che dovrà assorbire l’Unione Europea Occidentale” (cioè proprio la Nato di tipo europeo uscita dagli accordi di Maastricht), che vuole “sistemi ad alta tecnologia anche nella difesa antimissile” e la formazione “di una grande unità lagunare San Marco”. Guarda caso fra i tanti proclami della Lega non si è mai sentito quello contro l’esercito e le armi (...forse perché in gran parte prodotte nell’operosa Padania, vedi le mine antiuomo della Valsella o i fucili Beretta di Brescia...).
Se anche le camice verdi di Pontida si trasformassero in esercito nonviolento, e come armi -anziché lo spadone di Alberto da Giussano- utilizzassero solo il digiuno, il sit-in, lo sciopero, il boicottaggio, la non collaborazione e tutte le altre possibilità tecniche della nonviolenza, ma restassero sotto il controllo del Parlamento di Mantova per difendere interessi e privilegi economici di uno sviluppo industriale ed inquinante, di una politica capitalista egoistica, miope, chiusa ai destini del resto del mondo, noi nonviolenti non saremmo comunque d’accordo perché sappiamo che con la nonviolenza si possono difendere solo interessi collettivi, in una visione planetaria e solidale. La nonviolenza non può accettare l’idea di due diverse economie: una al nord che rincorre l’Europa, ed una al sud che scivol