Settembre 1996
UMANITÁ DISUMANA
SANDRO CANESTRINI
GANDHI, ECONOMIA E INDIPENDENZA
DANIELE LUGLI
MOVIMENTO NONVIOLENTO VERSO IL CONGRESSO
ANGELA DOGLIOTTI MARASSO
VOGLIAMO RILANCIARE LA CAMPAGNA OSM
PIERCARLO RACCA
DOBBIAMO RIFONDARE IL NOSTRO MOVIMENTO
GLORIA GAZZERI
RIFORMARE LA LEVA :SÍ, MA COME ?
STEFANO GUFFANTI
GIOVANNI PASCOLI, UN AMICO DELLA NONVIOLENZA
MARIA MONTESSORI, EDUCATRICE DI PACE
RECENSIONI
CI HANNO SCRITTO
Umanità disumana
di Sandro Canestrini
La persona umana nasce già inclinata al “male” o al “bene”? Oppure è
una lavagna sulla quale, a mano a mano che cresce, vengono descritte le
conseguenze negative o positive della sua condotta? Oppure ancora,
invece, tutto è già predeterminato per il susseguirsi dei suoi
comportamenti?
Sono alcune delle domande, perché non sono le sole,
che si sono poste fino dalle origini dell’uomo civile, ottenendo
risposte diverse a seconda delle scuole di pensiero, delle filosofie,
delle religioni, del periodo storico.
Non è qui né la sede né il
momento più opportuno per discuterne diffusamente ma rimane comunque,
alla evidenza della vita di oggi, tutta una problematica, nei fatti e
attraverso i fatti che deve pure essere affrontata.
È uscito
recentemente presso Einaudi un volume sconvolgente intitolato: “Uomini
comuni - polizia tedesca e soluzione finale in Polonia” ad opera dello
storico inglese Christopher R. Browing. Nelle sue ricerche lo studioso
ha ritrovato la documentazione dettagliata della attività, nelle zone
occupate dai nazisti nell’est europeo, di un battaglione ed esattamente
il Battaglione n. 101 formato da riservisti germanici. L’interesse e la
novità della ricerca stanno proprio nella qualifica di queste persone
che, appunto prima di essere state arruolate nella riserva della
polizia e mandate in Polonia, erano “gente comune, di uomini di mezza
età, operai e artigiani”. L’interesse dello storico si appunta su una
sconvolgente documentazione per la quale questi uomini, alla loro prima
operazione, in particolare nei confronti della popolazione israelita,
uccidono 1500 persone, donne, vecchi e bambini, mentre alla fine del
conflitto hanno contribuito alla soppressione di 83.000 persone.
L’ovvia domanda è questa: come è stato possibile? Non si trattava di
ragazzi fanatizzati dalla propaganda del regime, non si trattava di SS
specialiste nel terrore, si trattava solo di anziani riservisti, che
dopo alcune settimane di “sistemazione psicologica” di fronte agli
ordini che ricevevano, non hanno avuto nessuna remora a comportarsi
come spaventosi seviziatori e massacratori. Allora: sono gli ordini
recepiti in modo che non si possa discuterli i responsabili di tutto
ciò? Ma come accade che l’orrore delle stragi, precedute da tormenti
senza nome, possa ad un certo punto abituare, e poi scivolare di nuovo,
come l’acqua sulla roccia, finita l’allucinante esperienza di tre anni,
quando questi uomini sono tornati alle loro case a riabbracciare i
nipotini?
È sufficiente parlare di “banalità del male” come ci ha insegnato la Arendt?
Questo
interrogativo si pone ancora e sempre di spaventosa attualità quando
leggiamo in questi giorni sui giornali le rivelazioni dell’Ansa e della
stampa bosniaca sugli stupri generalizzati commessi dai soldati delle
Nazioni Unite a Sarajevo. L’orrore della notizia è persino aggravato
dal fatto che per questi uomini, mandati in quella infelice terra per
intromettersi come serena forza di pace da questa denuncia vengono
fuori comportamenti inumani e disumani di prepotenza e di violenza;
essi avevano organizzato nella cittadina di Vogosea, 15 Km a nord di
Sarajevo, un punto di raccolta nel quale venivano portate donne
catturate in guerra dai Serbi e “cedute” dagli stessi ai soldati della
cosiddetta “Forza di Pace”. Le poverette, prostitute a forza, venivano
poi uccise per eliminare vittime e testimoni pericolose dell’infame
traffico. Ripeto: non la violenza occasionale, legata alla guerra, pur
infame, tanto più se messa in atto da forze di interposizione pacifica,
ma organizzazione sistematica di sofferenze, torture e morte, in un
luogo preciso, l’Hotel Sonia di quella località, attraverso contatti
precisi tra organizzazioni militari di diverse ed opposte posizioni,
praticamente alla luce del sole.
Torna la domanda: se siamo
certamente ai limiti della credibilità, tanto è profonda l’infame
crudeltà di questi comportamenti fino a che punto l’uomo è belva a sé
stesso? Cultura, educazione, tradizione, ideologia, religioni ecc.,
ecc. quale influenza hanno avuto ed hanno? E, domanda ancora più
terribile, se la hanno è un’influenza positiva o persino negativa?
Ed
ora seguiamo pure sui giornali anche il caso Priebke, con i particolari
allucinanti dei cinque ostaggi fucilati in più rispetto al già orrendo
previsto e stabilito, e solo perché - come hanno detto le testimonianze
- gli infelici avevano visto troppo e, rimandandoli in carcere,
riconoscendo così l’errore “di calcolo”, sarebbero sopravvissuti
testimoni pericolosi. Così, delle vite umane giocate come birilli che
si possono lasciare in piedi o abbattere, indifferentemente, a seconda
dell’interesse, del piacere, della decisione del momento.
No, nella
Polonia del ‘42, nella Bosnia del ‘96, così come nella Roma del 1944,
non si può solo dire che ciò che è successo continua a succedere e che
è scritto nel destino umano che debba essere sempre così. Punire,
certo, additare alla pubblica infamia gli autori di tali fatti.
Ma
non è sufficiente perché, come diceva il grande poeta Bertold Brecht,
le radici della crudeltà e della violenza non sono state tagliate, e
Norimberga e il Tribunale dell’Aja non hanno, e non possono avere,
compiti di rivoluzione politica. E allora la scuola, la stampa, il
missionario religioso e laico teso alla non violenza, i movimenti
alternativi e quelli pacifisti, quelli delle donne così come quelli che
collegano tutte le persone di buona volontà, hanno di fronte a loro
ancora e sempre un compito immenso. Non credo che le urla che ci
giungono dal passato e quelle che dovremmo sentire anche nel presente
ci lasciano dormire tranquilli.
Gandhi
di Daniele Lugli
In una recente conversazione con amiche ed amici avevamo convenuto
sulla ricchezza dell’insegnamento di Gandhi (1869-1948) e sulla sua
fecondità teorica e pratica, fin qui appena esplorata: una singolare
conferma può essere considerata la pretesa ispirazione gandhiana delle
iniziative leghiste per la Padania.
Personalmente non ne sono
dispiaciuto: l’avvicinarsi, anche strumentale, a quel pensiero ed a
quella esperienza non può fare che bene. Non è la nonviolenza come
l’albero del sandalo che profuma anche l’ascia che lo taglia?
L’approfondimento
dei temi del commercio equo e solidale, in corso su Terra di nessuno,
mi suggerisce di proporre una piccolissima scelta di scritti gandhiani,
che sembrano attinenti.
La sua autobiografia incomincia così: “I
Gandhi appartengono alla casta dei Bania (mercanti) ed in origine
sembra fossero speziali”. Ed è al tema della lealtà negli affari che è
dedicato il suo primo discorso pubblicato, tenuto a Pretoria, Sud
Africa, nel maggio del 1893. La circostanza appare notevole se si
considera che Gandhi, giovane avvocato laureatosi a Londra, si era
recato in Sud Africa dall’India per una vertenza tra due ditte indiane
ed era reduce da un’esperienza particolarmente spiacevole; era stato
scaricato a forza a Maritzburg, tra Durban e Pretoria, essendosi
rifiutato di passare dalla prima, per la quale aveva regolare
biglietto, alla terza classe del treno. All’incontro, che Gandhi
organizza per prendere contatto con gli indiani di Pretoria, sono
presenti soprattutto mercanti.
“Il discorso che feci durante quella
riunione fu praticamente il primo discorso pubblico della mia vita. Mi
era abbastanza preparato l’argomento, essendo il rispetto della verità
negli affari. Avevo sempre sentito dire dai commercianti che in affari
non è possibile essere onesti. Non era d’accordo, allora, e non lo sono
neanche oggi; ho ancora amici mercanti i quali sostengono che la verità
è incompatibile con il commercio: gli affari, dicono, sono una cosa
pratica, mentre la verità è una questione religiosa; e sostengono che
gli affari pratici sono una cosa, mentre altra cosa è la religione. In
affari, affermano, è escluso che si possa dire la pura verità, la si
dirà solo finchè conviene.
Nel mio discorso contestai fermamente questa convinzione e incitai i mercanti a rendersi conto del loro dovere...”
Fin
dal primo discorso emerge dunque l’importanza dell’informazione
veritiera e del leale comportamento delle imprese come condizione per
un diverso modello di commercio, di produzione, di consumo. Alla
costruzione di questo modello, attraverso concrete esperienze e
proposte, Gandhi dedicò gran parte della sua vita. Quel che vale per
gli affari vale anche per la politica, che Gandhi ben conosceva per
tradizione familiare; da tre generazioni i Gandhi erano primi ministri
in vari Stati: “alcuni amici mi hanno detto che la verità e la
nonviolenza non trovano posto nella politica e negli affari di questo
mondo. Non sono d’accordo. Non so che farmene come mezzi di salvezza
individuale. Ho continuamente sperimentati il loro inserimento e la
loro applicazione nella vita di ogni giorno”.
È indispensabile
opporsi all’ingiustizia sociale (e quale più evidente, oggi forse anche
più di allora, di quella che contrappone Nord e Sud del mondo?).
“Nessuno potrebbe essere attivamente nonviolento e non insorgere contro
l’ingiustizia sociale in qualsiasi luogo si manifesti”. Occorre
spezzare la subalternità, la complicità addirittura, dello sfruttato
nei confronti dello sfruttatore. “Ogni sfruttamento è basato sulla
collaborazione, volontaria o forzata, dello sfruttato. Per quanto ci
possa ripugnare ammetterlo rimane un fatto, che non vi sarebbe
sfruttamento se la gente rifiutasse di ubbidire allo sfruttatore. Ma
ecco intervenire l’io e noi abbracciamo le catene che ci legano. Questo
deve cessare”.
È necessario inoltre lavorare alla costruzione di
concrete alternative pratiche: “Non mi metto a giudicare il mondo per i
suoi molti misfatti. Essendo io stesso imperfetto ed avendo bisogno di
tolleranza e carità, sopporto le imperfezioni del mondo fino a quando
non troverò o creerò un’occasione di rimostranza feconda”.
I
cosiddetti “aiuti” non sono una soluzione. Bisogna renderci conto dei
collegamenti, delle cause e delle conseguenze di ogni transazione
economica.
“Seguite il percorso di ogni moneta che entra nella
vostra tasca e capirete la verità di quello che scrivo”. La soluzione
può essere ricercata solo nella condivisione e nella cooperazione
onesta. “Devo rifiutare di insultare gli ignudi dando loro vesti di cui
non hanno bisogno, invece di dar loro il lavoro di cui hanno
dolorosamente bisogno.
Non commetterò la colpa di farmi loro
benefattore, ma imparando di aver contribuito a ridurli in miseria non
vorrò dar loro né briciole né vestiti smessi, ma il meglio del mio cibo
e dei miei abiti e mi unirò a loro nel lavoro”.
L’uomo di religione,
salutato da intere popolazioni come Bapu (padre) e Mahatma (grande
anima), pesa bene le parole quando afferma, “L’unica forma accettabile
in cui Dio può osare di presentarsi ad un popolo affamato e disoccupato
è il lavoro e la promessa di cibo come salario”, e quando condanna ogni
fondamentalismo e intolleranza, che trovano ancor oggi seguito in masse
disorientate e disperate, emarginate da uno sviluppo che si concentra
nelle roccaforti dei paesi più ricchi.
“Mi sforzo di vedere Dio
attraverso il servizio dell’umanità, perché so che Dio non è in cielo
né quaggiù, ma in ciascuno di noi. Fino a quando ci sono religioni
diverse ciascuna di esse può avere bisogno di un simbolo distintivo. Ma
quando il simbolo di trasforma in un idolo ed in uno strumento per
vantare la superiorità della propria religione sulle altre è buono
soltanto per essere gettato via”.
Forse oggi siamo più in grado di
comprendere la fondatezza delle preoccupazioni di Gandhi, di fronte ad
uno sviluppo economico privo di ogni finalizzazione sociale e fuori da
ogni controllo da parte delle persone coinvolte. “Devo confessare che
non tiro una linea netta e non faccio distinzione tra economia ed
etica... La produzione di massa non tiene conto della domanda reale del
consumatore. Se la produzione di massa fosse valida in sé stessa
sarebbe in grado di moltiplicarsi illimitatamente. Ma si può dimostrare
in modo preciso che la produzione di massa ha i propri limiti in sé
stessa. Se tutti i paesi adottassero il sistema di produzione di massa,
non ci sarebbe un mercato abbastanza vasto per i loro prodotti... Le
macchine hanno il loro posto: si sono affermate. Ma non bisogna
permettere che sostituiscano il necessario lavoro umano...
Mi
oppongo alla follia delle macchine, non alla macchina come tale. La
follia riguarda le cosiddette macchine risparmiatrici di lavoro. Gli
uomini continuano a risparmiare lavoro fino a che migliaia di individui
rimangono senza lavoro e sono gettati sulle pubbliche strade a morire
di fame. Voglio economizzare tempo e lavoro non per una frazione
dell’umanità, ma per tutti; voglio l’accentramento dei beni non nelle
mani di pochi, ma nelle mani di tutti. La macchina oggi serve soltanto
a far salire i pochi sulla schiena delle moltitudini”.
La filatura
tradizionale, il boicottaggio delle stoffe inglesi si inserivano anche
in questo quadro, che non ha perso di attualità.
In un mondo
dominato dalle multinazionali, capaci di sfruttare dividendo (e di
dividere sfruttando) nel Nord e nel Sud, è indispensabile riuscire a
dialogare per affrontare con iniziative coordinare ed efficaci i
meccanismi di ingiustizia e di emarginazione. Ciò è tanto più
necessario quando gli interessi sembrano contrastare in modo
inconciliabile. Gandhi ce ne fornice un buon esempio, nel suo viaggio
in Inghilterra nel 1931 (da Gandhi il mahatma, di B.R. Nanda): “Una
delle sorprese più gradevoli del viaggio fu la cortesia, l’affetto
addirittura, prodigati a Gandhi dagli operai cotonieri del Lancashire,
i più duramente colpiti dal boicottaggio delle stoffe britanniche
organizzato dal Congresso (è il Congresso nazionale indiano di cui
Gandhi era leader). Egli ascoltò con attenzione e simpatia evidenti i
racconti di privazione dei disoccupati. Molti di loro si resero conto
dei motivi del boicottaggio ch’egli aveva promosso, quando disse: “Voi
avete tre milioni di disoccupati, noi ne abbiamo quasi trecento per una
buona metà dell’anno. Il vostro sussidio medio di disoccupazione è di
settanta scellini, il nostro è di sette scellini e sei pence al mese”.
Campo M.N.
di Angela Dogliotti Marasso
Dal 20 al 23 giugno si è svolto a Cà Fornelletti il seminario estivo
organizzato dal Movimento Nonviolento. Con la sintesi dei lavori, che
qui presentiamo, intendiamo aprire il dibattito pre-congressuale.
1. La Campagna O.S.M.: problemi aperti e prospettive future
La
Campagna di obiezione alle spese militari ha rappresentato uno dei
momenti forti di mobilitazione, organizzazione e capacità propositiva
dei movimenti nonviolenti e della lotta per la pace del nostro paese,
raggiungendo la quota di 10.000 obiettori e raccogliendo 425 milioni
nel suo anno di massimo sviluppo (1991). Dopo 15 anni manifesta forti
segni di crisi, che richiedono una chiara analisi della situazione.
Il
Movimento Nonviolento intende contribuire al necessario ripensamento
della Campagna proponendo una mozione alla prossima assemblea OSM che
abbia come punti fermi:
A) la necessità di riprendere la Campagna in
modo efficace ed adeguato alla nuova situazione, fino al raggiungimento
di alcuni obiettivi terminali;
B) la riaffermazione dei seguenti obiettivi politici:
1 - rapida approvazione della Legge di riforma della 772 sull’obiezione di coscienza;
2
- riconoscimento del diritto di “opzione fiscale” come estensione a
tutti i cittadini, uomini e donne, del diritto di obiezione di
coscienza al militarismo, nella forma del rifiuto di finanziare le
spese militari, finanziando in alternative forme di difesa non armate e
nonviolente;
3 - pieno riconoscimento e sperimentazione a livello
istituzionale di forme di difesa non armata; sostegno ad iniziative
quali la costituzione di un Corpo civile europeo di pace (v. più
avanti).
C) La revisione delle modalità di partecipazione alla
Campagna, con forme che comprendano sia il versamento volontario,
accompagnato da una dichiarazione di obiezione, a sostegno della
campagna stessa, o a favore di una ONG, o ancora, a favore della Legge
180/92 (sostegno a iniziative e interventi di pace di associazioni non
governative in paesi esteri).
Nell’autunno sarà necessario
intensificare gli sforzi per ottenere un riconoscimento istituzionale,
sia attraverso contatti con parlamentari, sia con manifestazioni
pubbliche, sia con una nostra specifica richiesta di riduzione delle
spese militari nell’ambito del programma di risanamento della spesa
pubblica portato avanti dal governo Prodi.
2. Situazione politica
Dopo un vivace dibattito sull’attuale
quadro politico aperto dalla lettura di un documento inviato da Luca
Chiarei si è cercato di capire che cosa può significare per noi una
politica nonviolenta.
Al di là delle differenze di opinione circa
l’opportunità o meno di una nostra presenza organizzata a livello
istituzionale, sono stati individuati alcuni principi orientativi che
ci pongono in forte critica rispetto alle parole d’ordine della
politica tradizionalmente intesa:
-attenzione al metodo, al “cammino”, al mezzo come specifico di una politica nonviolenta;
-federalismo
dal basso, inteso come capitiniano “potere di tutti”, potere frantumato
per avere luoghi più vicini ed articolati in cui far valere le nostre
istanze;
-rifiuto di una concezione che privilegia in modo assoluto
le compatibilità economiche e si muove solo all’interno della logica di
mercato, orientato verso un “consumo etico”, verso “bilanci di
giustizia”, verso una economia autocentrata;
-politica dei “piccoli
passi” per individuare proposte concrete e capaci di coinvolgere le
persone nel cambiamento dei modelli di vita e di consumo (es.: campagne
come quella promossa da Legambiente contro il consumo di particolari
tipi di carne; valorizzazione di certi beni prodotti secondo criteri di
equità sociale e rispetto dell’ambiente, anche con azioni promozionali;
boicottaggio di altri...)
- sostegno alle iniziative locali tipo
Leggi regionali per la promozione di una cultura di pace, istituzione
di Uffici Pace a livello comunale ecc....; censimento delle iniziative
e collegamenti tra le realtà...
-sviluppo delle attività di formazione, educazione alla pace, mediazione sociale...
-opposizione radicale alla guerra e “nuovo modello di difesa” nonviolenta (d.p.n.)
3. Corpo civile europeo di Pace
Dopo il seminario di Verona
molti sono i problemi rimasti aperti e diverse le posizioni che sono
emerse circa il tipo di formazione, finalità, funzioni di un simile
organismo.
Mentre infatti a Verona alcuni intendevano il Corpo
civile come organo da far intervenire solo dopo la conclusione di un
conflitto (Arno Truger) e come iniziativa istituzionale, altri (Clarck
della W.R.I.) privilegiavano iniziative indipendenti, promosse
prevalentemente dal basso, da ONG, anche nel corso di un conflitto,
come è avvenuto ad esempio per esperienze quali il Balcan Peace Team o
i Volontari di Pace in Medio Oriente.
Si è ribadito perciò l’impegno
ad organizzare uno specifico convegno del Movimento Nonviolento per
approfondire in modo adeguato l’argomento.
Luciano Capitini sonderà
la possibilità di organizzarlo a Pesaro, in collaborazione con la
Provincia. All’ordine del giorno delle 2-3 giornate (indicativamente
previste per l’11-12-13 aprile ‘97) dovrebbe esservi la valutazione
delle esperienze passate, la proposta del Parlamento europeo, le
esperienze attuali di formazione al peace keeping civile, i tentativi
realizzati dal basso di intervento in situazioni di conflitto.
Intanto
Alberto L’Abate ha preparato una relazione sull’esperienza
dell’Ambasciata di pace a Pristina che esporrà al Parlamento europeo
alla fine del mese.
4. Prossimo Congresso del Movimento Nonviolento
Il 4-5-6 gennaio
1997, in una sede ancora da verificare (probabilmente a Bolzano o Fano)
si terrà il XVIII Congresso del Movimento Nonviolento.
Si tratterà
di fare il punto sulla situazione del movimento alla luce dei
cambiamenti avvenuti sia al nostro interno, sia nel mondo esterno.
Certamente l’89 ha modificato il quadro di riferimento generale, ma noi
crediamo che la nonviolenza abbia avuto e debba avere ancora un ruolo
fondamentale per realizzare un mondo in cui i conflitti possano essere
trasformati in modo positivo, nella prospettiva di un’equa ripartizione
di potere e risorse a livello planetario.
Dovremo ridiscutere la
Carta programmatica, ritrovare le ragioni del nostro impegno, i
fondamenti della nostra azione quotidiana, affrontare i problemi
organizzativi.
Abbiamo pensato di convocare il Congresso con una
efficace espressione del compianto Alex Langer: “vivresti come sostieni
che bisognerebbe vivere?” perché ci pare che possa ben indicare la
tensione tra progetto politico e impegno quotidiano, tra ideali ed
esigenza di concrete realizzazioni, tra ricerca e azione coerente, in
definitiva tra tensione politica e tensione morale, che è una delle
specificità di un movimento come il nostro.
Si prevedono per ora, salvo ulteriori suggerimenti che possono venire dai lettori di A.N., quattro commissioni di lavoro:
-qualità della vita: servizi, competenze, proposte che il movimento può offrire;
-l’antimilitarismo dei nonviolenti per un “nuovo modello di difesa” non-armata;
-economia, ecologia, pace: formazione, educazione, impegno culturale;
-organizzazione e rapporti con altri movimenti.
La Domenica mattina abbiamo avuto un breve ma interessante incontro
con Tiziana Valpiana, eletta per la seconda volta alla Camera, nelle
liste di Rifondazione Comunista, la quale ci ha parlato delle sue
impressioni sul nuovo clima introdotto dal governo Prodi e delle
prospettive che sembrano aprirsi per l’o.d.c. ed il servizio civile.
Per
quanto riguarda la politica estera invece è ancora piuttosto debole
l’iniziativa a favore di politiche di pace come potrebbe essere
l’impegno dell’Italia nella Campagna contro le mine, o nei programmi di
riconversione dell’industria bellica previsti dal Parlamento europeo o
il sostegno ad iniziative quali la costituzione di un Corpo civile
europeo di Pace.
Tiziana si è impegnata in particolare a seguire la
vicenda dell’assegno OSM e le eventuali iniziative parlamentari a
favore del riconoscimento del diritto di “opzione fiscale”, nonchè,
naturalmente, a contrastare con forza i 27.000 miliardi di sprechi
imputati dalla Corte dei Conti al Bilancio della Difesa.
Dibattito precongressuale
di Piercarlo Racca
L’obiezione di coscienza alle spese militari è fra le iniziative più
importanti su cui il Movimento Nonviolento si è impegnato in questi
ultimi 15 anni.
Con preveggenza avevamo detto fin dall’inizio che
sarebbe stata una campagna lunga e difficile, come lunga e difficile è
stata la lotta per ottenere il riconoscimento dell’obiezione di
coscienza al servizio militare.
Come Movimento dobbiamo riaffermare quindi la nostra volontà di continuare questa difficile iniziativa.
Come
“Congresso nazionale del Movimento Nonviolento” dovremo affrontare
questo argomento tenendo conto che nel corso di questi anni alcune
associazioni che con noi promuovono questa campagna spesso sono
risultate agli effetti pratici “latitanti” che la campagna stà
purtroppo perdendo consensi (calo del numero degli obiettori).
In
vista della prossima Assemblea nazionale degli O.S.M. che si terrà
quasi sicuramente prima del nostro Congresso nazionale vogliamo però
andarci fiduciosi. La “proposta di mozione” riassume quindi il nostro
contributo per un rilancio della Campagna di obiezione alle spese
militari.
Proposta di mozione sulla Campagna O.S.M.
L’Assemblea degli obiettori alle spese militari guarda con
attenzione al governo di centrosinistra nato dalle ultime elezioni, di
cui fanno parte persone che da sempre hanno sostenuto le nostre idee,
nella consapevolezza e nella speranza che sia possibile ottenere entro
questa legislatura un riconoscimento politico e giuridico al diritto di
“obiezione alle spese militari” come conseguenza diretta del già
sancito diritto di obiezione al servizio militare e dell’avvio nel
nostro paese di forme di difesa civile non armata e nonviolenta (DPN)
come prospettato in alcuni articoli della proposta di legge di riforma
dell’obiezione di coscienza al servizio militare già approvata dal
Senato nella scorsa legislatura.
Vengono quindi riaffermati gli
obiettivi terminali della Campagna O.S.M. consistenti nel
riconoscimento del diritto di “opzione fiscale” previsto nella proposta
di legge del 1987 dell’on. Guerzoni e nell’affermazione della piena
legittimità giuridica e costituzionale di forme di difesa non armata e
nonviolenta.
Gli obiettori di coscienza alle spese militari,
profondamente convinti che una politica di pace, di giustizia e di
nonviolenza, non si può costruire con l’uso e l’impiego degli eserciti,
ribadiscono la propria contrarietà a qualsiasi tentativo di annullare
il diritto soggettivo di “obiezione di coscienza” mediante una riforma
delle forze armate, preparata dai vertici militari, definita “nuovo
modello di difesa”.
Si ritiene pertanto necessario privilegiare
tutte quelle iniziative politiche utili ad ottenere a livello
istituzionale gli obiettivi che la campagna persegue, a partire da una
rapida approvazione della legge di riforma dell’obiezione di coscienza
al servizio militare.
Al fine di rendere la Campagna O.S.M. uno strumento di forte e ampia
aggregazione politica di tutti coloro che riconoscendosi nelle ragioni
della nonviolenza intendono riaffermare la propria contrarietà ad ogni
ipotesi di guerra, l’assemblea decide di avviare la Campagna di
obiezione alle spese militari 1997 rivedendone in parte le modalità e
l’organizzazione.
Modalità:
-l’O.S.M. si pratica mediante la
personale sottoscrizione di una dichiarazione di obiezione di coscienza
da inviarsi al Presidente del Consiglio, accompagnata da un versamento
di sostegno alla campagna;
-la campagna tramite un proprio centro
coordinatore nazionale rilascia su carta intestata di uno dei movimenti
promotori una regolare ricevuta attestante il versamento riscosso;
-l’obiettore
ha la facoltà di esercitare un’ulteriore pressione politica mediante un
gesto di disobbedienza civile portando in detrazione l’anno successivo
nella propria dichiarazione di reddito (mod. 730 o 740) quanto versato
a sostegno della campagna.
La campagna guarda altresì con interesse ad altre possibili
modalità di praticare l’obiezione utili soprattutto se riescono a
coinvolgere altri soggetti politici (ONG) o se permettono di ottenere
risultati positivi a livello istituzionale mediante un versamento a
favore della Legge 180/92.
Qualora alcuni coordinamenti locali
optassero di coinvolgere nella campagna una o più ONG riconosciute (con
versamenti a favore di queste) devono assumere l’impegno di comunicare
al centro coordinatore nazionale i risultati ottenuti, l’elenco degli
OSM, nonchè una quota di compartecipazione alle spese organizzative
nazionali e internazionali.
Qualora obiettori alle spese militari in
situazione di “debito” nel momento della dichiarazione di reddito
tramite il mod. 740 optassero di versare come “opzione” a favore della
Legge 180/92 (sostegno a iniziative e interventi di pace di
associazioni non governative in paesi esteri) dovranno essere sostenuti
legalmente e finanziariamente nei contenziosi giuridici davanti alle
commissioni tributarie.
Anche per queste due modalità di
partecipazione alla Campagna OSM deve essere sottoscritta una
dichiarazione personale di obiezione di coscienza alle spese militari
da inviarsi al Presidente del Consiglio.
Organizzazione e risorse:
L’Assemblea ritiene che dopo 15 anni di
Campagna O.S.M. pur avendo ottenuto qualche piccolo risultato e aver
realizzato lodevoli iniziative nel campo della sperimentazione, della
ricerca e della formazione alla DPN, occorre ora concentrare i nostri
sforzi nella direzione di un riconoscimento istituzionale, pertanto
ritiene necessario destinare la maggior parte delle risorse economiche
che si renderanno disponibili con la Campagna 1997 alla promozione di
iniziative utili al ottenere un riconoscimento politico. L’Assemblea
richiama i movimenti promotori della Campagna O.S.M. ad una maggior
presenza e ad un maggior impegno a sostenere la campagna in tutte le
sue fasi e a promuovere almeno una manifestazione nazionale per
rivendicare il “diritto di obiezione alle spese militari” (opzione
fiscale).
Per la messa in opera della Campagna 1997 l’Assemblea
conferma la validità di un centro coordinatore nazionale e di un
coordinamento politico ai quali devono essere demandati compiti
organizzativi generali e compiti di promozione di iniziative politiche.
L’Assemblea,
nella consapevolezza di aver avviato per l’anno 1997, una profonda
revisione della campagna, dichiara sospeso lo statuto della Campagna
O.S.M. in tutte quelle parti ritenute non necessarie allo svolgimento
della campagna stessa (art. 8-9-10-11-12). Da mandato al centro
coordinatore nazionale di verificare l’effettiva volontà di
partecipazione alla Campagna 1997 delle associazioni promotrici.
Rimangono
in vigore gli impegni assunti a livello internazionale con le altre
Campagna O.S.M. e la possibilità ai coordinamenti locali di chiedere di
gestire in proprio fino al 70% dei fondi O.S.M. della propria zona.
Movimento Nonviolento
10 luglio 1996
Commento e presentazione
di Piercarlo Racca
Questa proposta di mozione vuole essere un contributo costruttivo
per favorire una ripresa della Campagna OSM cui noi abbiamo dedicato
molte energie e che riteniamo debba concludersi solo con l’ottenimento
di un risultato politico apprezzabile.
Essa è il frutto di una ampia riflessione e discussione fatta dal M.N. nel seminario a Cà Fornelletti (21-23 giugno ‘96).
In
essa vengono ricordati e ribaditi quali sono gli obiettivi terminali
della campagna. La necessità di andare velocemente a verificare, anche
con manifestazioni e iniziative pubbliche, se esiste una qualche
disponibilità da parte di questo nuovo governo alle nostre richieste.
Per superare le difficoltà tecniche di fare “obiezione fiscale”, in
quanto la maggior parte dei contribuenti è in “credito” nei confronti
dell’erario, si propone una semplice modalità utilizzabile da tutti i
contribuenti per l’anno 1997; nel contempo si è voluto anche lasciare
aperte due possibilità da praticarsi laddove ne sussistano le
condizioni, in quanto un coinvolgimento di ONG può portare ad un
incremento degli obiettori da far pesare politicamente; altrettanto
importante sarebbe ottenere un riconoscimento giuridico su versamenti
di obiezione fiscale effettuati a favore della Legge 180/92. In tal
senso la mozione impegna la campagna a sostenere gli eventuali
contenziosi davanti alle commissioni tributarie e su cui occorrerebbe
fin d’ora impegnare degli avvocati politicamente motivati.
Sulla parte organizzativa chiediamo di concentrare tutti gli sforzi in direzione di un riconoscimento istituzionale.
Non
abbiamo indicato particolari iniziative se non una manifestazione
nazionale (potrebbe essere una Perugia-Assisi ‘97), inoltre come M.N.
abbiamo già previsto un convegno internazionale su un Corpo Civile
Europeo di Pace. Riteniamo però che il coordinamento politico della
campagna debba attivarsi nei confronti di alcuni esponenti del governo
e in particolare dei Ministri delle Finanze e degli Affari Sociali.
Per
quanto riguarda l’utilizzo delle risorse economiche che la campagna ‘97
produrrà (sicuramente saranno somme modeste visto l’attuale numero
degli OSM), chiediamo vengano finalizzate al raggiungimento degli
obiettivi della campagna e utilizzati per sostenere le iniziative che
il coordinamento politico deciderà di avviare.
Abbiamo voluto
mantenere, nella stessa forma ed entità, la possibilità ai
coordinamenti locali di poter gestire in proprio le somme OSM della
propria zona. Questo significa anche non voler precludere a nessun
gruppo o progetto la possibilità di usufruire di un sostegno economico.
Questa mozione che riguarda solo la campagna ‘97 ha il pregio di non
andare ad ipotecare altre successive campagne il cui avvio dovrà essere
deciso tenendo conto dei risultati che otterremo a livello
istituzionale.
Volutamente non si è parlato delle somme delle campagne fin qui svolte.
Resta
compito dei garanti finanziare quanto fino ad oggi approvato e
garantire un accantonamento per le spese organizzative che la campagna
‘97 dovrà affrontare. Se poi ci saranno fondi residui si potrà
discutere e decidere sul loro impiego.
Alcune riflessioni per il dibattito precongressuale
di Gloria Gazzeri
Per il dibattito precongressuale, inviamo alcune riflessioni
schematiche; se qualcuno dei punti toccati susciterà interesse, potremo
approfondirlo.
1) Occorre partire, crediamo, dalla presa di
coscienza della crisi gravissima, politico-economico-sociale che
travaglia l’Italia, anzi tutta la nostra civiltà, e nello specifico
della situazione di stallo, incertezza, scarsa creatività e incisività
del movimento nonviolento; e questo non per fare inutile catastrofismo,
ma per essere stimolati a reagire con più energia e determinazione.
2)
Due strade, ci sembra, possono aprirsi per il Movimento Nonviolento: o
proseguire sugli itinerari già tracciati, ma con precisione e rigore
sempre maggiore, magari fare poco, senza ambizioni, ma farlo bene,
mantenere la memoria storica, curare la rivista sempre più ecc.
Andrebbe riletto il programma deciso all’ultimo congresso, per vedere
con oggettività che cosa ha dato frutto (non molto penso), che cosa non
è riuscito in questi due anni. Aumentando le difficoltà, le
associazioni che non hanno forte motivazione e rigore tendono ad esser
spazzate via, altre le sostituiranno.
Questo mantenere le posizioni potrebbe risolversi però, alla fine, in un dignitoso declino.
L’altra
strada passa per una “rifondazione” (che adesso è di moda!);
cambiamenti sostanziosi di programma, fare il punto e ripartire da capo
o quasi, aprirsi ad altri gruppi ecc. Per questo ci vorrebbe però il
sacrificio “eroico” della attuale dirigenza, che dovrebbe offrirsi come
organizzatrice e coordinatrice al servizio di altri gruppi, altre
istanze più creative (cosa che dovrebbe farsi in tutte le istituzioni,
riviste, partiti, chiese, dove col tempo i gruppi dirigenti tendono a
sclerotizzarsi, divenire ripetitivi, ma cosa che in realtà non si fa
mai) e bisognerebbe anche capire, se queste forze nuove, che dovrebbero
esprimersi, in realtà esistono.
3) In ambedue i casi, ci sembra, in
questo momento occorre lavorare sul fronte culturale, sulla presa di
coscienza più che su attività all’esterno. Già due o tre anni fa
avevamo proposto questo: due anni di studio, preparazione,
rafforzamento interno, prima di passare all’azione, perché le azioni,
devono essere ben preparate e compiute da persone preparate.
Attualmente
il compito principale del Movimento Nonviolento sarebbe trasformare le
coscienze, incidere sulla opinione pubblica, ma non si può farlo se non
si ha niente di serio e preciso da dire. Purtroppo da un Gandhi non ben
compreso (Gandhi infatti si preparò per molti anni prima di passare
all’attività politica) e forse anche dalla matrice cattolica nasce nel
M.N. una specie di disprezzo di fondo per la cultura, per prediligere
un attivismo non razionalmente fondato. Non per fare casi personali, ma
come esempio, noi abbiamo tradotto dal russo testi importantissimi di
Tolstoj sulla nonviolenza e non riusciamo a farli conoscere; ci sembra
poi che l’edizione delle opere di Gandhi curata da Azione Nonviolenta
abbia avuto grosse difficoltà; un autore moderno importante come Max
Muller non viene mai citato, ecc., ecc.
Studiare di più, non
significa evadere nell’intellettualismo, uscire dalla realtà, al
contrario, maggiori conoscenze e analisi più precise della realtà
politica eviterebbero abbagli, come quello (di Galtung se non vado
errata) di attribuire ai movimenti nonviolenti la caduta del comunismo
in Russia, caduta che fu invece opera di assai più scaltre forze
politiche (basti pensare che sia Gorbaciov che Eltsin sono notoriamente
massoni e che se ci fosse stata una coscienza popolare nonviolenta, la
Russia non sarebbe stata consegnata al caos, alla speculazione, alla
mafia e non massacrerebbe i Ceceni!!).
Nell’ottica di un
approfondimento culturale, sarebbe utile scrivere un manuale della
nonviolenza con la storia, i concetti principali ecc. (Cosa che fece
già E. Marcucci, l’amico di Capitini, ma è ormai superato) e
bisognerebbe programmare anche lo studio degli autori classici della
nonviolenza nei corsi di addestramento, che non so, veramente che
programma hanno ora.
4) Se poi si volesse affrontare una
“rifondazione”, ci sembra che alcuni dei nodi da sciogliere sarebbero
questi: liberarsi dalla eccessiva identificazione fra nonviolenza e
antimilitarismo, allargando il concetto di pace: pace con la natura,
pace con se stessi, pace con la società. Analizzare e combattere la
violenza strutturale, soprattutto economica, ma anche degli spettacoli
TV, della pubblicità (vera sottile violenza sul consumatore), ecc., si
aprirebbero enormi campi di azione.
Bisogna capire che la
nonviolenza non può applicarsi al vecchio sistema di vita, come non si
può applicare una pezza nuova ad un abito vecchio (a detta del
Vangelo!).
5) Occorrerebbe ripartire dal principio tolstoiano: per
cancellare il male fuori di noi, dobbiamo cancellare il male in noi,
per cambiare il mondo bisogna cambiare se stessi, cioè lavorare
all’interno, al proprio perfezionamento, cambiamento di stile di vita,
alimentazione, mentalità (rifiuto dell’ego, amore reciproco ecc.), un
ridirezionamento di energie, senza però chiudersi o perdere di vista il
mondo esterno.
6) Importante sarebbe anche chiarire meglio il
problema religioso, più o meno rimosso. C’è una specie di pudore
all’interno del Movimento Nonviolento a confessarsi credenti, d’altra
parte i non credenti dovrebbero chiarire meglio a se stessi e agli
altri in che cosa veramente credono (o non credono) per trovare i punti
comuni.
7) Terribilmente necessario sarebbe un maggior rapporto con
gli altri movimenti dell’area, da Pax Christi ai Beati Costruttori di
Pace, con altre riviste, da Mosaico di Pace a Qualevita, e anche
maggiori contatti con l’estero; l’unificazione, almeno su certi
programmi, sarebbe forse l’unica via per rinnovarsi e porterebbe al
rafforzamento “esponenziale” di tutti; (Ci si sta muovendo in questo
senso: Alex Zanotelli, Cipax di Romacce).
E anche un maggior dialogo interno non guasterebbe...
Quando
ho provato a scrivere qualche dubbio o possibile correzione alla DPN o
agli Obiettori alle spese militari non ho mai avuto riscontri!
Altri punti per un cambiamento dovrebbero naturalmente uscir fuori da un dibattito, se si aprirà.
Veramente, allo stato presente delle cose, una vera e propria “rifondazione” mi sembra improbabile, non però impossibile.
Chi vivrà, vedrà...
Riformare la leva: sì ma come?
Alcune riflessioni per/dagli obiettori
1. Premessa
I risultati elettorali aprono, in via del tutto
ipotetica, la strada alla riforma della leva che, a detta di alcuni
rappresentanti dell’Ulivo, sarebbe stato uno dei punti fondanti del
programma elettorale del centrosinistra.
Non dobbiamo escludere,
quindi, che nel medio periodo si apra il dibattito su questa possibile
riforma e, se non sono state solo “promesse elettorali”, potrebbe
esservi la posssibilità di addivenire a qualcosa di concreto, visto che
la questione “leva” può essere vista come uno strumento per raccogliere
facili e superficiali consensi da quanti (e sono tanti), stufi di
essere obbligati a fare il servizio militare, sarebbero ben lieti che
gli obblighi di leva o si svolgessero in forma civile o, addirittura,
venissero aboliti.
In ogni caso, senza prospettare riforme di fondo,
già la riduzione della durata del servizio di leva, la “riforma” più
populista, semplice ed immediata da attuare, porterebbe un’immediata
crescita di consenso a chiunque la attuasse, soprattutto tra i giovani
(settore in cui l’Ulivo ha bisogno di crescere.
Detto questo è
comunque innegabile che, con il governo del centrosinistra, appoggiato
dal PRC, vi sia un rimescolamento di carte che potrebbe porre il mondo
dell’associazionismo, in un certo modo inaspettatamente, in una nuova
posizione: si potrebbe passare dall’essere quelli destinati a vita a
rivestire il ruolo di Cassandre inascoltate, ad essere, non dico
“consiglieri” ma, per lo meno, interlocutori (almeno della parte più
sinistrese del nuovo schieramento di governo).
Questo ribaltamento
dei ruoli, per quanto inaspettato e tutto da verificare, pone in modo
ancora più urgente, la necessità di avviare un chiarimento di idee e
un’elaborazione politica all’altezza di uno scambio politico con forze
di governo.
Forse sto ancora vaneggiando, intontito dai numeri e
dalla soddisfazione per la sconfitta della destra ma, non mi era mai
capitato di votare per uno schieramento che vincesse le elezioni e,
forse ingenuamente, credo che tutto ciò potrebbe modificare
notevolmente il nostro ruolo, non fosse altro per il diverso ruolo che
verrà ad assumere il PRC nella nuova legislatura.
2. Affrontiamo i nodi
In questi ultimi mesi alcuni episodi hanno riportato di attualità il dibattito sulla riforma della leva.
In
Francia Chirac e la destra francese hanno avviato la
professionalizzazione delle FF.AA., a queste verrà affiancato un
servizio civile nazionale per maschi e femmine; questa proposta sembra
del tutto simile a quanto proclamato, in Italia, dai programmi
dell’Ulivo e da Prodi.
D’Alema, invece, è parso dissentire da questa
linea, e nel corso di un intervista (poi chiarita in un altro senso) ha
proposto di abolire la leva obbligatoria e di professionalizzare
totalmente la difesa nazionale; per il leader del PDS, a differenza di
Prodi, si dovrebbe istituire un servizio civile volontario, aperto
anche alle ragazze.
Per quanto possa sembrare strano per gli
schieramenti politici di appartenenza e per quanto vi siano differenze
nei dettagli, possiamo dire che le due linee (Prodi, Chirac da un lato,
D’Alema dall’altro) convergono nell’impostazione e nel modello di
difesa che sottintendono sul lato militare: organizzare le FF.AA. su
base volontaria e professionale con l’obiettivo operativo di disporre
di corpi armati meno numerosi ma con uomini meglio addestrati e con
armamenti più sofisticati, rispondenti alle esigenze delle nuove guerre
“intelligenti e hi-tec”.
Chirac, in particolare, si fa forte del
proprio arsenale atomico ma, nell’offrire la propria copertura a tutta
la struttura militare europea, permette anche agli “strateghi” italiani
di progettare il nuovo modello di difesa italiano, forte di un ombrello
nucleare alleato.
In realtà queste strane convergenze nelle proposte
di ristrutturazione degli eserciti nazionali non ci devono stupire in
quanto esse non sono altro che la messa in opera di decisioni prese a
livello sovranazionale (NATO, UEO, OSCE), cui i governi nazionali
devono limitarsi ad obbedire.
2. La reazione degli obiettori a queste proposte
Devo dire che,
di fronte a queste proposte, ho sentito, dagli ambienti degli
obiettori, reazioni molto discordanti, a sottolineare le divergenze in
materia di organizzazione di leva, dovute più che altro alla mancanza
di un dibattito capace di uniformare elaborazioni spesso esclusivamente
personali; a questa difficoltà a dialogare si affianca (e questo lo
vedo meno positivamente) la valutazione per appartenenza politica; il
giudizio sui contenuti viene mediato dalla simpatia o antipatia che
l’uditore nutre per il proponente e quindi, slegandosi dal dibattito su
principi, si entra nella tattica politica quotidiana che, dobbiamo
ammetterlo, di questi tempi è molto scadente.
Nell’ascoltare le
posizioni degli obiettori posso dire di aver individuato almeno tre
posizioni che, di seguito, proverò a schematizzare:
1) Apprezzamenti per D’Alema poiché propone l’abolizione della coscrizione obbligatoria;
2) Apprezzamenti per Prodi perché propone l’obbligatorietà del servizio civile;
3)
Critica ad entrambi perché nessuno dei due si pone il problema di
limitare la militarizzazione del territorio, della politica interna ed
estera, vero nodo della questione difesa.
Questo modo di schierarsi evidenzia differenti modalità di approccio ai seguenti punti chiave:
a) la coscrizione obbligatoria;
b) il servizio civile;
c) l’uso delle FF.AA.
3. La coscrizione obbligatoria
I primi obiettori di coscienza
esprimevano l’esigenza di mettere in discussione non tanto l’esistenza
di un esercito, quanto la necessità di potersi sottrarre, a livello
individuale, alla collaborazione con esso.
Un numero di obiettori
via via sempre crescente, nel corso degli anni, ha visto nell’obiezione
di coscienza al servizio militare uno strumento politico per lottare
contro l’esistenza degli eserciti o, per lo meno, di questo esercito.
L’obiezione
di coscienza è passata così da una forma di testimonianza e di ricerca
di una soluzione che sottraesse l’individuo da un obbligo ritenuto
inaccettabile, ad una forma di lotta, politica e collettiva, che si
prefiggeva uno scopo che avrebbe determinato dei cambiamenti anche per
i non obiettori.
Dobbiamo lottare per una società che ci permetta di
non essere coinvolti nelle politiche di guerra oppure dobbiamo
impegnarci per costruire una società nella quale sia impedita a tutti
la politica di guerra, foss’anche solo in fase preparatoria e/o
progettuale?
Personalmente credo di riconoscermi nel secondo modo di
vedere l’obiezione di coscienza e, quindi, non credo che le
problematiche poste da questo modo di intendere l’obiezione possano
essere risolte semplicemente abolendo la coscrizione obbligatoria.
Dove
finiscono i problemi delle spese militari, della militarizzazione del
territorio dell’economia e della politica, del controllo democratico e
politico sull’uso che viene fatto delle FF.AA.?
Certo mi si potrà
contestare che nemmeno un esercito di leva, basato sulla coscrizione
obbligatoria risponde a queste problematiche e che gli eserciti di
Pinochet o quello statunitense in Vietnam erano di leva.
Tutto
questo è vero, però è anche vero che se l’esercito in Vietnam non fosse
stato di leva, molto probabilmente non vi sarebbe stato il movimento
pacifista americano degli anni 60 e la guerra avrebbe avuto un altro
esito, tanto è vero che, proprio a seguito della guerra del Vietnam, è
stata abolita la coscrizione obbligatoria e gli USA hanno potuto
costruire la terribile e micidiale macchina da guerra del pianeta.
In
ogni caso tutte queste osservazioni stanno a dimostrare una cosa: il
problema non è quello di avere un esercito di leva piuttosto che un
esercito di volontari.
Il problema è di eliminare ogni esercito, a partire dal nostro!
Utopia, diranno tutti, e nel frattempo cosa facciamo?
Sul
piano dei diritti civili l’obbligatorietà della leva è un’imposizione
autoritaria sui cittadini e, quindi, se venisse abolita non ci sarebbe
certo da piangere; il problema, però non è tanto questo, quanto quello
di discutere dell’uso, delle dimensioni e dei costi delle FF.AA.
Quindi,
in attesa della completa eliminazione delle FF.AA., posso dirmi
disposto a tollerare e cogliere come tendenza positiva solo quelle
proposte che vadano nel senso di ridurre il peso ed i costi delle
FF.AA., ridimensionandone fortemente i compiti a quelli esclusivi di
difesa territoriale
Il problema è che oggi si sbandiera la
creazione di un esercito volontario per rendere più accettabile ai
cittadini i costi della ristrutturazione delle FF.AA.; con la promessa
di esonerare dagli obblighi di leva una grossa fetta di popolazione, si
cerca di conquistarne i favori politici ed elettorali; ma nel fare
questo, però, si tace su quale sia il reale progetto bellicista,
guerrafondaio e dissipatore di risorse sotteso al Nuovo Modello di
Difesa.
Sono convinto, e cercherò di darne ampia dimostrazione anche
oltre, che l’abolizione della coscrizione obbligatoria (secondo la
proposta D’Alema) non può possa, da sola, essere considerata condizione
sufficiente a farmi invertire il giudizio totalmente negativo sul Nuovo
Modello di Difesa.
4. Il servizio civile
Il servizio civile, nella mentalità e nella
cultura degli obiettori italiani, ha sempre assunto una valenza
particolare in quanto ha rappresentato la chiave di volta per rendere
legale l’obiezione di coscienza e dimostrare, a quanti si dichiaravano
ostili all’obiezione, che gli obiettori non erano imboscati, anzi,
erano disposti a lavorare ed a sacrificarsi più degli altri.
La
mentalità che l’obiettore deve dimostrare di essere tale facendo
maggiori sacrifici di chi svolge il normale servizio militare era
talmente radicata che, quando la durata tra servizio militare e
servizio di leva fu parificata, molti furono gli scontenti poiché
ritenevano giusta questa “selezione” naturale.
A questo desiderio di
legittimazione, in parte soddisfatto dalle sentenze della Corte
Costituzionale, si è man mano aggiunta la posizione di quanti, portati
ad impegnarsi nel volontariato (e sono tanti), si sono avvicinati
all’obiezione di coscienza non tanto per motivi nonviolenti o
antimilitaristi, quanto per fare un servizio più “utile” che non un
servizio militare, pur non avendo particolare ostilità nei confronti
degli eserciti (a patto che non li coinvolgessero).
In ultimo sono
arrivati anche gli enti di servizio civile, soprattutto quelli a
rilevanza nazionale, i quali hanno capito che, senza persone obbligate
a fare il servizio civile, sarebbero costretti a sopprimere molte delle
loro attività (per costoro il riallungamento del servizio civile a 15
mesi non è mai stato considerato come un danno e l’ipotesi di un
servizio civile obbligatorio per tutti, maschi femmine, abili e non è
considerato come una manna; se lavorano gratis vanno bene tutti;
qualcosa da fargli fare gliela si trova di sicuro).
Si è creato così
un mix di posizioni coincidenti, seppur congiunturalmente: obiettori
desiderosi di legittimazione sociale e politica, servizio civilisti,
enti assetati di manodopera gratuita.
L’obiezione di coscienza,
quale scelta nonviolenta ed antimilitarista, si è vieppiù annacquata,
finendo per appiattirsi e coincidere con il servizio civile.
Se, una
volta, c’era chi era disposto a fare 20 mesi di servizio civile pur di
dichiararsi obiettore di coscienza, oggi c’é chi è disposto a
dichiararsi obiettore di coscienza pur di fare il servizio civile; i
termini si sono invertiti; il servizio civile non è più la conseguenza
legale dell’obiezione ma l’obiezione è il prerequisito obbligatorio per
legge per il servizio civile.
Chi sostiene la necessità di passare
al servizio civile nazionale, magari obbligatorio anche per le ragazze,
sostiene che è ora di superare questa fase semiclandestina che obbliga
a dichiararsi obiettore di coscienza anche chi obiettore non è; chi lo
desidera deve poter svolgere il servizio civile senza dare nessun tipo
di motivazione di coscienza (vera o falsa che sia).
A quanti sostengono questa ipotesi non riesco a non contrapporre alcune riflessioni:
a)
obiettivo dell’obiezione di coscienza è quello di superare gli
eserciti; non quello di obbligare tutti i giovani a lavorare per un
anno gratuitamente per lo Stato; questo, semmai, sarà interesse della
Pubblica Amministrazione e/o di alcuni enti convenzionati, il cui
obiettivo è quello di risparmiare sulla manodopera.
b) se tutti i
giovani (in tutto almeno 400.000 giovani tra maschi e femmine)
venissero avviati a svolgere il servizio civile nazionale, dove si
potrebbero impiegare così tanti giovani senza dare vita a fenomeni
massicci di sostituzione di personale, con grave danno per
l’occupazione?
Il risultato di un servizio civile di così ampia
portata sarebbe la sottrazione netta di centinaia di migliaia di posti
di lavoro proprio in quei settori (il lavoro socialmente utile) nei
quali si intende recuperare la disoccupazione; se chi avanza queste
proposte vedrebbe come si svolge il servizio civile oggi, si renderebbe
conto di quanti posti di lavoro vengono già oggi sostituiti con solo
30.000 odc in servizio.
c) Molti rappresentanti del centrosinistra ritengono, seguendo
questa logica, che questi giovani potrebbero essere impiegati in
qualunque mansione socialmente utile, intendendo con il termine
socialmente utile, qualsiasi mansione che faccia risparmiare soldi
all’amministrazione pubblica (centralinisti, autisti, infermieri,
dattilografi, tecnici vari, ragionieri).
Sarebbe questa la difesa alternativa della Patria per la quale si battono da anni gli obiettori?
Assolutamente no!
Questo
servizio civile diverrebbe un carrozzone burocratico simile all’odierno
esercito e, inoltre, perderebbe qualunque connotazione “pacifista” e/o
di alternativa al militare, intendendo con questo termine non tanto il
servizio militare, quanto l’apparato militare.
Se passasse questo
disegno il servizio civile nazionale diventerebbe una struttura non
solo non più antagonista ma addirittura complementare ad un esercito
militare professionale, attenuando i costi sociali derivati
dall’attacco allo stato sociale.
d) Ma lasciamo da parte queste
posizione ideologicamente critiche e proviamo a pensare di realizzare
concretamente questo tipo di proposta.
Come già detto il servizio
civile diverrebbe un carrozzone avente il compito di gestire circa
400.000 persone, del tutto demotivate e disinteressate a quanto vengono
obbligatoriamente destinate a svolgere.
Si può facilmente prevedere
che questa struttura perda fortemente in efficienza nei confronti di
quanto riesce a realizzare oggi il servizio civile, fondato su di un
numero 10 volte minore di persone, mediamente abbastanza motivate e,
che in molti casi, hanno anche potuto concordare il progetto di
servizio civile con l’ente che li impiega.
È evidente che un tale
apparato costa e i soldi per finanziarlo non possono certo venire
sottratti alla parte militare della difesa in quanto i bilanci della
difesa preventivati per i prossimi 25 anni prevedono incrementi di
spesa costanti e notevoli.
Pertanto, se si dovesse affiancare alle
forze armate il pachiderma del servizio civile nazionale obbligatorio,
il capitolo difesa dovrebbe aumentarenon solo sul versante “militare”
(per la realizzazione del Nuovo Modello di Difesa), ma anche sul
versante civile” (per la creazione del Servizio Civile), a tutto
discapito della spesa pubblica per istruzione, sanità, previdenza e
assistenza sociale etc.
Fatta questa analisi possiamo dire che
nemmeno la proposta Prodi risponde alle istanze pacifiste degli
obiettori ed in più propone di avviare la costruzione di una struttura
che è controproducente sicuramente in termini di occupazione e, forse,
anche di resa e di spesa.
5. L’uso delle FF.AA.
A mio avviso il problema è che nessuna
delle proposte avanzate dallo schieramento di centrosinistra (della
destra meglio non parlare) si pone il problema di che uso fare delle
FF.AA.; il centro sinistra ed il PDS in particolare, desiderosi di
legittimazione da parte della NATO e degli altri centri di potere
vicini alla lobby del complesso militare-industriale, accettano
supinamente quanto viene loro proposto dai funzionari militari e civili
delle nostre FF.AA.
Nessuno (tranne PRC e Verdi) si è posto il
problema di rivedere il ruolo internazionale dell’Italia e di come
cominciare a sfruttare l’esperienza e la cultura maturata dal mondo
nonviolento ed antimilitarista italiano per avviare una nuova politica
in materia di difesa ed esteri; a condizionare le posizioni dell’Ulivo
e del PDS hanno contato, invece, molto di più le esigenze operative di
Caritas ed ARCI (p.e. nel far propendere a favore del servizio civile
obbligatorio; ricordiamo la prima a proporre un progetto di legge per
il servizio civile nazionale slegato dall’obiezione fu proprio la
Caritas ).
Nulla si è detto sulla necessità di:
- uscire dalle
alleanze militari sovranazionali che ci impongono modelli di difesa
costosissimi sul piano economico e aggressivi sul piano delle relazioni
internazionali;
- ridurre la spesa militare;
- smilitarizzare ampie zone del nostro territorio;
- riconvertire l’industria bellica e rivedere le regole del commercio di armi;
- creare un corpo civile di pace;
- promuovere la formazione nonviolenta di quanti oggi fanno già il servizio civile;
- limitare l’impiego delle FF.AA. italiane alle sole missioni ONU etc.
6. Partire dall’esistente
Come già detto, le “belle” proposte che
ci vengono dai leader del centrosinistra sono tutte indirizzate verso
l’accoglimento acritico delle scelte operate in ambito NATO, UEO, OSCE
e prevedono quindi una ripresa del ruolo militare italiano, cui si
collega un incremento della spesa militare, in un contesto di crisi
economica della stato assai profonda.
Ribadisco, quindi, che a
fronte di siffatto scenario, le proposte di abolizione della
coscrizione obbligatoria o, peggio ancora, del servizio civile per
tutti, avanzate dal centrosinistra, appaiono come la carota, laddove il
bastone è rappresentato dal Nuovo Modello di Difesa, vero asse portante
di ogni proposta in materia di difesa, avanzata in Italia dal 1991 ad
oggi, da parte dei politici di tutti gli schieramenti (Ministri
Rognoni, Andò, Fabbri, Previti, Corcione).
Dobbiamo pertanto rifiutare questi zuccherini poiché la pillola che cercano di farci ingoiare è estremamente più amara.
Le finalità del Nuovo Modello di Difesa devono essere riviste radicalmente.
Partendo
dalla situazione attuale mi sento di fare alcune proposte che
potrebbero qualificare una politica realmente riformista in senso
pacifista in materia di difesa:
a) rilanciare l’obiezione al
servizio militare: il numero di obiettori continua a crescere in misura
impressionante: 44.342 obiettori nel solo 1995 (+ 11.003, + 33 %
rispetto al 1995).
Questo dato testimonia come, ogni anno sempre
più, la scelta dell’obiezione al servizio militare si faccia sentita e
radicata in strati sociali dapprima indifferenti.
Prima di lanciarci
in voli pindarici sulla creazione di un servizio civile che dovrebbe
coinvolgere 400.000 giovani, cerchiamo di far funzionare il servizio
civile oggi esistente che ne impiega, attualmente, meno di 30.000 e che
è, ne sono testimone personalmente, condotto alla paralisi ed allo
sfascio da una gestione militare e burocratica scellerata.
Urge una
nuova legge sull’obiezione, che vada nel senso di quella approvata dal
Senato nella scorsa legislatura e urge che vengano destinate nuove
risorse alla gestione del servizio civile; un servizio civile che dovrà
essere sempre meno l’equivalente del volontariato sociale e sempre di
più un anno di formazione su nonviolenza, antimilitarismo, tecniche di
difesa alternative a quella armata etc.
Potremo continuare ad
apprezzare il servizio civile solo se lo sapremo legare sempre più
strettamente alla cultura dell’obiezione di coscienza mentre, se lo
ridurremo a puro e semplice “volontariato” coatto, perderemo
un’occasione di crescita democratica e pacifista del nostro paese e
quindi anche il servizio civile diverrà uno strumento inutile e
sicuramente dannoso per l’occupazione.
b) ridurre la spesa militare:
non solo limitando gli sprechi indicati dalla Corte dei Conti, ma anche
avendo il coraggio di invertire la rotta e riducendo la percentuale di
spesa destinata al capitolo difesa nel bilancio dello stato;
c)
eliminare le funzioni improprie svolte dalle FF.AA, ridurne le
dimensioni e la diffusione: alle FF.AA. devono essere sottratte quelle
funzioni che non competono loro strettamente: p.e. Protezione Civile e
lotta alla criminalità; in questi settori vi sarebbe così l’opportunità
di operare assunzioni e creare nuove figure professionali, liberando al
contempo aree dismesse utilizzabili per creazione di centri culturali,
aggregativi, spazi verdi, aree abitabili a scopi civili.
Alle
FF.AA., fintanto che esisteranno, devono competere solo i compiti
previsti dal dettato costituzionale (difesa del territorio nazionale) e
non quelli stabiliti dalla NATO con il Nuovo Modello di Difesa (difesa
degli interessi economici e politici); per adempiere a tali compiti,
avendo a fianco un servizio civile riqualificato sui temi della
nonviolenza, ad un servizio di leva regionalizzato basteranno meno
soldati e si potrà quindi operare una progressiva e sostanziale
riduzione del periodo di ferma e del numero di soldati in esso
impiegati.
UN AMICO DELLA NONVIOLENZA
Giovanni Pascoli
di Claudio Cardelli
La vita e la poesia del Pascoli (1855-1912) sono molto note e vengono illustrate con ampiezza nei testi scolastici.
Il
presente articolo si propone unicamente di rintracciare spunti di
nonviolenza nel pensiero del poeta romagnolo, il particolare nelle sue
prose.
Il Pascoli fu vittima di una tragedia familiare, originata
dall’uccisione del padre Ruggero, da parte di assassini sconosciuti; ma
seppe scoprire, attraverso una profonda maturazione, il valore del
perdono e dell’amore universale.
Un anno dopo l’assassinio del padre (avvenuto il 10 agosto 1867), gli morirono la sorella maggiore, di tifo, e la madre.
Mia madre fu così umile, e pur così forte, sebbene al dolore non
sapesse resistere se non poco più di un anno. Io sento che a lei devo
la mia abitudine contemplativa, cioè, qual ch’ella sia, la mia
attitudine poetica. Non posso dimenticare certe sue silenziose
meditazioni in qualche serata, dopo un giorno lungo di faccende avanti
i prati della Torre. Ella stava seduta sul greppo: io appoggiavo la
testa sulle sue ginocchia. E così stavamo a sentir cantare i grilli e a
veder soffiare i lampi di caldo all’orizzonte. Io non so più a che cosa
pensassi allora: essa piangeva. Pianse poco più di un anno, e poi morì.
(dalla prefazione ai Canti di Castelvecchio)
Negli anni seguenti, la morte per malattia colpì anche due fratelli:
Luigi (1871) e Giacomo (1876), che dopo la scomparsa dei genitori era
il capofamiglia.
Nonostante tanti lutti e le ristrettezze
economiche, “Giovannino”, come lo chiamavano in famiglia, riuscì a
completare gli studi liceali, ed ottenne nel 1873 una borsa di studio
presso l’Università di Bologna: le vicende del concorso presieduto dal
Carducci, furono dal Pascoli rievocate nella prosa autobiografica
Ricordi di un vecchio scolaro.
Ma nell’autunno del 1875 gli fu tolta la borsa si studio per aver partecipato a una dimostrazione contro il Ministro Bonghi.
Il giovane studente aveva aderito al Movimento Socialista e divenne amico di Andrea Costa.
Il
1879 avendo pubblicamente espresso solidarietà agli internazionalisti
imolesi, condannato per aver manifestato a favore di Passanante
(l’attentatore di Umberto I), il Pascolo fu imprigionato nel carcere di
San Giovanni in Monte, a Bologna, dove rimase fino al 22 dicembre,
quando fu assolto e scarcerato.
Furono mesi molto difficili, che ne segnarono profondamente l’animo sensibile (si veda La voce nei Canti di Castelvecchio).
Sconvolto
da questa esperienza riprese gli studi universitari, interrotti fin dal
1876, e si laureò in lettere nel 1882, con una tesi sulla poesia di
Alceo.
Cominciò quindi la professione di insegnante di lettere
classiche, prima nei licei (Matera, Massa e Livorno), poi nelle
Università di Bologna, Messina e Pisa.
Infine fu di nuovo a Bologna (dal 1905) come successore del Carducci nella cattedra di Letteratura italiana.
Aveva
acquistato una casa di campagna a Castelvecchio di Barga (Lucca), dove
trascorreva il periodo di vacanza con la sorella Maria. La casa è
tuttora visitabile e ne conserva la biblioteca e l’archivio.
La condizione umana
Il Pascoli, che aveva anche cultura
scientifica, considerava in modo obiettivo la condizione dell’uomo,
ospite temporaneo di un piccolo pianeta nell’immensità dell’universo
(Il ciocco).
Il sentimento della nostra limitatezza (nel tempo e
nello spazio) dovrebbe portarci a stringerci amorevolmente gli uni agli
altri.
Uomini, pace! Nella prona terra troppo è il mistero: e solo chi procaccia d’aver fratelli in suo timor, non erra.
Pace, fratelli! E fate che le braccia ch’ora poi tenderete ai più vicini, non sappiano la lotta e la minaccia.
(I due fanciulli, dai Primi Poemetti)
All’alba del Novecento nel discorso L’era nuova (1899), il poeta
invoca una “religione dell’umanità”, fondata sulla fratellanza e
sull’accettazione del comune destino.
Egli osserva che la
coscienza della nostra finitezza e dell’incombere della morte potrà
renderci più mesti, ma anche più solidali.
E saremo anche più mesti. Sia pure. Ma non vedete che appunto nella
mestizia l’uomo differisce dalle bestie? e che progredire nella
mestizia è progredire nell’umanità? (...) Uomo, abbraccia il tuo
destino! Uomo, rassegnati ad essere uomo! Pensa nel tuo solco: non
delirare. L’amore, pensa, è ciò che non solo di più dolce, ma di più
sacro e di più tremendo tu possa fare; perché è aggiungere nuovi
sarmenti al grande rogo che divampa nell’oscurità della nostra notte.
Pensiamo
dunque, sempre, in tutto, e siamo pur mesti. Ma saremmo tutti più. E
riconosceremo, a questo segno, a quest’aria di famiglia, a questa
traccia di dolore immedicabile, i nostri fratelli per nostri fratelli.
E non saremo pazzi di perseguire una gioia, che ridondi a dolore del
nostro simile, e che non diminuisca d’una linea il dolor nostro. E i
mali che ora ci appariscono come fatali, la lotta delle classi e la
guerra dei popoli, saranno tolti.
(Prose I, Mondadori, 1956, p. 122)
La lotta politica
Col passare degli anni si era allontanato dal
socialismo rivoluzionario della giovinezza, ed era approdato ad un
socialismo umanitario e risorgimentale, venato di spiritualismo
cristiano, che egli definì “socialismo patriottico”: non più lotta di
classe, ma impegno concorde per eliminare la povertà e lo sfruttamento
dei ceti più umili.
La lotta? C’è sempre stata la lotta tra chi lavora e chi gode il
frutto del lavoro altrui. La storia sembra anzi essere mossa dalla
aspirazione di stare bene in chi sta male, e di stare meglio in chi sta
bene.
Sembra, non è; o meglio, non è mossa da quella sola energia.
Oltre gli uomini occupati continuamente nella rissa della esistenza, vi
sono quelli che vi si mettono in mezzo per sedarla. Oltre gli uomini
ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità, vi sono quelli che
vogliono gettare dal cuore ogni acre fermento di contesa.
Oltre gli
uomini che non aspirano se non a star bene o meglio, vi sono quelli che
non anelano se non a fare bene, a fare, ogni giorno, ogni secolo, ogni
millennio, meglio. Sono questi i veri uomini; di questi si compone la
vera umanità, sempre, vogliam credere, progrediente nel dissomigliare
alle bestie.
Or bene, questi con le parole e più coi fatti e sopra
tutto, con l’esempio, hanno sempre cercato di disarmare i rapaci e di
aiutare gli oppressi; e sono dunque nella lotta, ma non della lotta.
Sono pacieri, non guerrieri. Essi non hanno altro fine, o almeno,
quando anche sembri il fine sia diverso e non ne sia alcuno, non
ottengono altro effetto, che di promuovere l’umanità del genere umano.
Di questi bisogna essere: contro, cioè, la divisione, non o di qua e di
là.
(dalla prefazione a Odi e inni, 1906)
Ma non sempre i suoi giudizi furono coerenti ai principi di pace e
fratellanza tra i popoli. Incorse in una grave errore di valutazione
storica quando esaltò la guerra di Libia come generosa impresa per
donare terra ai contadini italiani (La grande proletaria si è mossa,
1911). Non comprese che si trattava di una sanguinosa conquista
coloniale.
Il poeta contadino
Nella poesia del Pascoli sono presenti una
tenerezza e un interesse costante per la campagna, le piante, i fiori,
gli uccelli. Appena poteva, correva a Castelvecchio, dove trovava la
serenità per dedicarsi agli studi e alla creazione poetica, usando dei
suoi tre tavoli per lavori diversi e contemporanei.
Ma ogni momento anche scendeva giù nell’orto: c’era da vedere se il
pero s’era pur deciso a buttare, se l’innesto aveva preso sotto la sua
fascetta bianca come una mediazione, se l’alberello giovinetto e la
calocchia di castagno piantatagli appresso avevano retto al vento della
notte. Sempre giù e su, e su e giù.
E vestito com’era, cioè trasandato com’era sempre.
(M. Valgimigli, Uomini e scrittori del mio tempo, Sansoni, 1965, pag. 230)
Racconta piacevolmente Valgimigli che una volta il Pascoli,
nell’orto di Castelvecchio, mostrandogli le grosse mani terrose, ebbe a
esclamare: “Queste mani sono fatte meglio per il pennato che per la
penna!”.
Socrate, Gesù, Tolstoj
Il Pascoli sentì il fascino dei maestri di
nonviolenza e ne presentò alcuni in endecasillabi armoniosi, finemente
cesellati. Nei Poemi conviviali ascoltiamo il racconto della morte di
Socrate (La civetta).È
la sera in cui il filosofo deve bere la
cicuta: un gruppo di fanciulli, fuori dal carcere, gioca rumorosamente
con una civetta, legata col refe a una zampa. Uno di loro, Hyllo,
montato a dorso di un compagno e osservando dentro la prigione, narra
gli ultimi istanti della vita di Socrate.
La rievocazione di Gesù e
dei primi tempi del Cristianesimo è presente in molte liriche
pascoliane: ci limiteremo a ricordare La buona Novella nei Conviviali e
il Il piccolo Vangelo (incompiuto).
Nei Carmina (in lingua latina) c’è un intero ciclo di poemi cristiani.
Gesù
E Gesù rivedeva, oltre il Giordano,
campagne sotto il mietitor rimorte:
il suo giorno non molto era lontano.
E stettero le donne in sulle porte
delle case dicendo: Ave, Profeta!
Egli pensava al giorno di sua morte.
Egli si assise all’ombra d’una meta
di grano, e disse: Se non è chi celi
sottoterra il seme, non sarà chi mieta.
Egli parlava di granai né Cieli:
e voi, fanciulli, intorno lui correste
con nelle teste brune aridi steli.
(...)
(da Il piccolo Vangelo)
Nel novembre del 1910 il poeta fu turbato dalle notizie sulla fuga e
morte di Tolstoj; la sua fantasia ne fu stimolata, ed immaginò
l’incontro dello scrittore russo con tre grandi spiriti della civiltà
italiana: S. Francesco, Dante e Garibaldi. Non sorprenda la presenza di
Garibaldi: anche il Pascoli, riprendendone la celebrazione carducciana,
lo giudicava eroe sommo del Risorgimento. Il poema, intitolato Tolstoj
(Poemi italici, 1911), sa dare una rappresentazione avvincente del
dramma dello scrittore russo e testimonia la fede nonviolenta
dell’autore.
Ed è vestì la veste rossa e i crudi
calzari mise, e la natal sua casa
lasciò la saggia moglie e i figli,
e per la steppa il vecchio ossuto e grande
sparì. Tra i peli della ciglia gli occhi
ardeano cupi nelle cave occhiaie,
e gli sferzava intorno al viso il vento
la bianca barba. Tra le betulle irte
andava, curvo sul bordone, ed aspra
scrosciava sotto il grave piè la neve.
E mentre andava, a lui più forte il cuore
un dì batté; spicciava dalla fronte
ghiaccia il sudore ed anelava il petto.
Ond’ei sostò nella nevata steppa
in un crocicchio, in mezzo a grandi selve.
E chiuse gli occhi sotto i fili d’erba
delle sue ciglia. Ma li aprì stupito...
(Tolstoj, vv. 23-39)
L’EDUCAZIONE ALLA PACE NEL PENSIERO DI MARIA MONTESSORI
di Claudio Cardelli
La vita e il metodo educativo
Gli italiani conoscono bene
l’immagine della Montessori, che è riportata sulle banconote da mille
lire, ma forse pochi sanno che la grande pedagogista si impegnò
attivamente, negli anni Trenta, in difesa della pace.
Era nata a
Chiaravalle (AN) nel 1870 e fu la prima donna laureata in Medicina
dall’Università di Roma (1896), dove rimase alcuni anni come assistente
nella clinica neuropsichiatrica, curandovi in particolare l’educazione
dei fanciulli frenastenici.
Il successo ottenuto nel recupero degli
anormali le suggerì l’idea che i suoi metodi potessero essere efficaci
anche con i bambini normali, alla cui educazione si dedicò
successivamente. Nel 1907 aprì in Roma la prima Casa dei bambini, dove
tutto era concepito e costruito sulla misura dei piccoli: tavoli,
sedie, armadi. In questo ambiente il bambino può muoversi e operare a
suo agio, libero dalla schiavitù dei banchi di scuola.
Il fanciullo
trova in classe un ricco materiale didattico, col quale può fare le
proprie esperienze, senza la continua ingerenza dell’insegnante.
L’errore degli adulti consiste nel voler trasmettere verbalisticamente
le loro proprie esperienze al bambino, che ha bisogno invece di agire
ed esplorare direttamente.
Il metodo Montessori ebbe molto successo,
soprattutto all’estero, sia in diverse nazioni d’Europa che negli Stati
Uniti. La pedagogista viaggiò in maniera instancabile, per seguire lo
sviluppo delle Case dei bambini in ogni parte del mondo. Dal 1942 alla
fine del conflitto mondiale visse in India, dove poté conoscere l’opera
di Gandhi. Tornata in Europa, continuò la propria attività in Olanda,
dove morì nel 1952.
La nonviolenza e il pacifismo
La Montessori, nello studio su La
mente del bambino (Garzanti, 1952), non solo esclude la minima violenza
nell’educazione del bambino, “perché quando vi fosse ombra di violenza
la costruzione psichica del bambino sarebbe ferita a morte” (p. 16); ma
arriva a parlare di rivoluzione nonviolenta: “La nuova educazione è una
rivoluzione, senza violenze, è la rivoluzione nonviolenta. Dopo di ciò,
se essa trionfa, saranno impossibili le rivoluzioni violente” (p. 213).
L’impegno
della pedagogista in difesa della pace fu particolarmente intenso negli
anni Trenta quando, lasciata l’Italia, dove il lavoro le era divenuto
difficile a causa del regime fascista, poté collaborare col
Segretariato Internazionale dell’Educazione di Ginevra, sede della
Società delle Nazioni.
Si era convinta che la pace doveva divenire
una scienza e che era necessario istituire nelle Università un “Corso
per la pace”, per suscitare nei giovani uno spirito di mutua tolleranza
e comprensione.
Partecipò in quegli anni a numerosi convegni
internazionali sull’Educazione alla Pace (Ginevra, Bruxelles,
Copenaghen, Aemersfoort in Olanda, Londra) e vi pronunciò discorsi
memorabili, ora raccolti nel volume Educazione e pace (Garzanti, 1970).
Educazione alla pace
Nella difesa e conservazione della pace la
Montessori attribuiva un ruolo fondamentale all’educazione, intesa come
formazione di una nuova umanità, laboriosa e fraterna.
La pace è una meta che si può raggiungere soltanto attraverso
l’accordo, e due sono i mezzi che conducono a quest’unione
pacificatrice: uno è lo sforzo immediato di risolvere senza violenza i
conflitti, vale a dire di eludere le guerre; l’altro è lo sforzo
prolungato di costruire stabilmente la pace tra gli uomini. Ora evitare
i conflitti è opera della politica: costruire la pace è opera
dell’educazione. È urgente far comprendere la necessità di uno sforzo
concorde e collettivo anche per la costruzione della pace.
(Educazione e pace, pg. 29)
Nel medesimo discorso, pronunciato a Bruxelles nel 1936, affermava
che tutti gli uomini formano un solo organismo, Una Nazione Unica, che
fu l’inconscia aspirazione spirituale dell’anima umana.
È assurdo pensare che un tale uomo, dotato di poteri superiori alla
natura, debba essere un olandese, o un francese, o un inglese, o un
italiano. Egli è il nuovo cittadino del nuovo mondo: il cittadino
dell’universo. Se è così, non è più possibile fingere l’esistenza di
nazioni a interessi separati, come in passato. Non hanno più ragione di
esistere le singole nazioni con i loro confini, i loro costumi, i loro
diritti diversi. Ci saranno sempre gruppi e famiglie umane con diverse
tradizioni e diverse lingue, ma non potranno dar loro a nazioni nel
senso tradizionale della parola: dovranno unirsi come membri di un solo
organismo, o morire. La grande campana che chiama oggi gli uomini sotto
l’unica bandiera dell’umanità è uno squillo di vita o di morte. (pg. 31)
In un altro discorso, pronunciata a Copenaghen nel 1937, sostenne
che gli adulti devono dare ai giovani un educazione etica, fondata
sulla fede nella fratellanza di tutti gli uomini.
Guardate che cosa è divenuta l’educazione dei padri e dei maestri!
Essi dicono: “Su, studia, devi ottenere quel diploma...devi occupare
quel posto...come farai a vivere?”
Essi dimenticano ormai di
pronunciare quelle parole che un tempo costituivano il cardine
dell’educazione: “Siamo tutti fratelli”.
Gli uomini di oggi vanno
pel mondo inariditi ed isolati. Ma un’unione di uomini inariditi ed
isolati non è una società, non può essere una società fertile di nessun
progresso morale, di nessuna elevazione umana.
Gli uomini
assomigliano a granelli di sabbia nel deserto, tutti ammassati e tutti
separati. Il suolo è sterile, e un po’ di vento basta a devastarlo; ma
un po’ di acqua spirituale basterebbe a farne un terreno meno arido e
più solido. Bisognerebbe che vi crescesse un poco di vita, perché la
vita trasforma la sabbia in terreno fertile.
La vera minaccia che
incombe sulla umanità di oggi non è la guerra, è questa disperata
aridità, questo arresto di sviluppo. La realtà più tremenda è
l’infelicità dell’uomo: esso non sa godere, è spaventato, sente di
essere inferiore a qualcosa che si trova in lui stesso. Porta in se il
vuoto! E la natura ha in orrore il vuoto, essa anela a riempirlo in
qualche modo.
Il vero pericolo dell’umanità è il vuoto delle anime: tutto il resto non è che una conseguenza. (pg. 61 e 62)
Queste parole della grande educatrice sono per noi veramente
profetiche e ci fanno comprendere l’assoluta necessità di trasmettere
alle nuove generazioni una formazione spirituale, degli ideali
universali, in modo che sappiano affrontare le difficoltà della vita
con coraggio e viva solidarietà verso ogni fratello.
Recensioni
Sul finire degli anni ‘70 l’ecologia ed il femminismo
attraversarono un periodo di crisi acuta. L’ecologo e la donna erano
ormai consapevoli che la società patriarcali rappresentano il contesto
in cui maturano e trovano una sorta di giustificazione le violenze ai
danni delle donne e della Natura. Purtroppo però in quegli anni sia
l’ecologia sia il femminismo scontavano una povertà di strategie e di
risorse disponibili a contrastare lo strapotere dell’ideologia
maschilista. La rivendicazione politica era praticamente l’unico
approccio e l’unico sbocco delle iniziative.
Ben presto la
contestazione politica apparve del tutto inadeguata di fronte alla
pervasività del modello maschile di società. O meglio, si dovrebbe
parlare di una “caricatura” del modello maschile di società, perché ciò
che è in discussione è una società che esalta gli aspetti più
egocentrici, predatori e narcisisti della mascolinità, mentre ne
rigetta altri più impegnativi come la paternità.
Scendere in
profondità ed affrontare il nucleo duro del problema - la cosmologia
patriarcale - divenne sia per l’ecologia sia per il femminismo
un’esigenza non più rimandabile. Il timore di affrontare tematiche non
immediatamente pertinenti e riconoscibili (come la religione o
l’antropologia culturale) ricorrendo a strumenti anche meno che
convenzionali (come il racconto, il mito) rese per qualche tempo
esitanti i ricercatori. Tuttavia l’ambizioso obiettivo - riequilibrare
una società totalmente sbilanciata sull’opzione maschile - divenne
sempre più un obiettivo comune. Le prassi dell’autocoscienza femminile
da un lato e del programma costruttivo ecologico dall’altro hanno senza
dubbio facilitato questa convergenza. Da quest’incontro nacque il
cosiddetto eco-femminismo.
L’eco-femminismo è oggi una fra le più
fecondi ed intriganti correnti di pensiero e rappresenta una grande
sfida anche per gli uomini maturi che mettono in discussione gli
stereotipi della propria mascolinità. L’ecologia al femminile è
un’estensione del pensiero materno e selvaggio allo stesso tempo. Non è
un caso che nel bellissimo libro “Donne che corrono con i lupi”,
dell’analista-cantastorie junghana Clarissa Pinkola-Estes, vi sia un
continuo richiamo all’anima femminile selvaggia, la Donna Lupa. Il
recupero del racconto, del mito sono passaggi essenziali per definire
una nuova identità femminile (e maschile) più in armonia con la Natura.
In
questo filone s’inserisce Artemis (Artemide) di Catriona Glazebrock,
pubblicato su Trumpeter, la rivista del Deep Ecology Movement che da 13
anni pubblica saggi, racconti, fotografie e poesie di autori impegnati
in una ricerca nell’ecologia più esperienziale che strettamente
accademica. La Glazebrock in quest’articolo racconta della sua
metamorfosi da avvocato in carriera immersa in una vita di plastica a
donna che matura un’esperienza materna con il proprio figlio lontano
dalla città.
Il disagio di una civiltà innaturale come quella
moderna può portare ad anestetizzare ed anche a mutilare la propria
anima. Ma le anime sensibili avvertono un dolore ineludibile che può
avere manifestazioni anche psicosomatiche. Per rimettere ordine alla
propria vita è necessaria una guida. La Glazebrock la trova in
Artemide, la dea greca nume della vita selvaggia. Timidamente
l’immagine archetipica di Artemide entra nella vita della giovane donna
come “la personificazione di uno spirito femminile indipendente”.
Artemide ispira ed accompagna il percorso di crescita spirituale, dove
si mescolano un’acuta e puntuale analisi filologica del mito e
l’esperienza quotidiana dell’autrice alle prese con una civiltà
gerarchica e maschilista.
Lo scontro decisivo avviene sul terreno
del rapporto madre-figlio. “Quando una madre è costretta a scegliere
tra il figlio e la civiltà in cui vive, in quest’ultima c’è qualcosa di
crudele e sconsiderato”, scrive la Pinkola-Estea. La Glazebrock non si
rassegna, diventa avvocato-madre ed affronta la situazione. Per un
certo periodo ha “successo nel mescolare le due cose, grazie al
supporto di un marito non convenzionale”. Tuttavia alla lunga lo sforzo
di tenere insieme le due realtà diventa insostenibile. “La realtà
definitiva è che una donna non può fare entrambe le cose: dare ad un
bimbo piccolo la cura costante che questi richiede e rispondere alle
esigenze di una professione come l’avvocato” pensata sui ritmi e i
tempi maschili.
Non è solo questione di carenze strutturali, come ad esempio gli asili per bambini.
È
in gioco il recupero del potere, della compassione, della verità,
dell’integrazione e dell’unità, e infine dell’identità stessa di una
vita vissuta da donna consapevole.
Un percorso arduo che intreccia
una disciplina spirituale ed interiore con la (ri)scoperta delle leggi
e delle gioie della Natura per crescere e “fare di noi stessi adulti
razionali e moralmente autonomi”.
Forte di un’esperienza ai margini
della civiltà, l’autrice si sente ora pronta a “rientrare”. “Non
desidero perseguire una carriera legale, ma desidero comunicare con gli
uomini di legge e quelli coinvolti nell’organizzazione della nostra
società e delle sue istituzioni (...) desidero esporre i miei valori e
le mie certezze di una donna nutrita da Artemide”. L’esperienza della
Glazebrock è così intensa che la induce a credere possibile la
trasformazione della professione legale “da una pratica basata sullo
scontro ad una basata sulla mediazione” e nello stesso tempo migliorare
la qualità della propria vita dove “le ore di lavoro sono ridotte a
favore del tempo dedicato alla crescita e alla cura dei bambini e di
noi stessi”. Come nelle grandi tradizioni ascetiche, al periodo
d’isolamento necessario a ricostruire la propria identità segue la
riemersione nel mondo. Il lievito che si mescola alla farina, per usare
una metafora evangelica. “Mi vedo in una specie di pellegrinaggio nel
mondo patriarcale, raccontare la mia percezione del mondo, mentre
lavoro per la sua trasformazione”. Buona fortuna, Catriona.
(La rivista The Trumpeter è disponibile per consultazione presso la
biblioteca del Centro Studi “Domenico Sereno Regis”, Via Assietta 13/a,
10129 Torino).
Bosnia: “non potete obbligarci a odiare”
di Giancarlo e Valentino Savoldi - Lush Gijergji, E.M.I., pgg. 128, L. 14.000
“Ancora un libro sulla Bosnia” si dirà. Perché proprio adesso?
Perché quella terribile vicenda non è ancora chiusa, anzi questo è il
momento più difficile e delicato. “Sarà pace. Ora è solo un trattato,
sorvegliato da sentinelle armate. Sarà pace: ma non automatica, non
immediata, non indolore. Sarà pace, se molti uomini e donne di buona
volontà, dentro e fuori la Bosnia, la Croazia e la Serbia lavoreranno
con intelligenza e amore sulla scia luminosa di quei pochi che per la
pace lottavano, resistevano e soffrivano anche quando gli impetuosi
venti della guerra cosiddetta civile tutto e tutti volevano travolgere”
(Dalla conclusione, pag. 123).
Il libro si ferma anzitutto sui nodi
cruciali della questione balcanica (cap. 1°) che risultano tutt’altro
che sciolti. Ci sono essi all’origine della terribile vicenda bosniaca
o ci sono le diversità etniche e religiose? Quali sono, cioè, le cause
profonde della guerra o della pace armata” che l’ha seguita? (Cap. 2°).
Nei
capitoli terzo e quarto vengono descritte le situazioni in cui sono
venute a trovarsi le comunità cattoliche e le posizioni dei cattolici
in genere e dei loro leader in particolare (primo fra tutti il card.
Vinko Pulijc, vescovo di Sarajevo). Si vede così il “grande martirio”
di una piccola Chiesa, martirio che deve essere attribuito alla forte
volontà di riconciliazione che fra i cattolici è sempre prevalsa.
Contro tutto e contro tutti essi hanno sostenuto e sostengono tutt’oggi
che “si può vivere uniti”. La logica dell’odio è passata nelle loro
case, ha attraversato le loro vite, ferendole spesso mortalmente, ma
non li ha conquistati. È toccante la testimonianza di Pulijc: “Stando
in confessionale in questi anni, ho avvertito che ci si pente anche per
il più piccolo moto di odio e per il più recondito sentimento di
vendetta. Tutte cose che prima della guerra non erano avvertite come
peccato. Nessuno ha mai maledetto Dio... Non c’è questa tentazione tra
i cittadini di Sarajevo. Piuttosto si nota la disperazione...” (pg.
56). Gli fa eco da Banja Luca mons. Komarica: “Si, nel confessare ho
visto che il popolo dei fedeli, nonostante le sofferenze, non porta
odio nel cuore. E proprio nella fede il mio piccolo popolo ha trovato
la forza nelle tentazioni della guerra”.
Nel quinto capitolo
(“Indifferenza? Ingerenza umanitaria? Guerra giusta?”) vengono
affrontate le questioni dei cattolici “fuori” dalla Bosnia,
interpellati da quanto là accadeva. A proposito di questo capitolo
valgono le parole che Padre Bernard Haering dice nella presentazione
del libro: “La nonviolenza, da una parte, è antica come le montagne, ma
dall’altra è una realtà sempre nuova, che esige uno spirito vigile e
creativo. Siano attenti (i pacifisti) ai segni profetici presenti un
po’ ovunque. Preparino la strategia, studino i metodi già sperimentati
altrove e ne creino di nuovi secondo quanto richiedono le diverse
situazioni. Formino piccoli gruppi nonviolenti, disseminati ovunque, di
persone che credono nella pace. Ognuna di queste persone vale di più di
mille individui che vivono senza pensare e si lasciano ciecamente
influenzare dai mass media e da leader di turno (pg. 8).
Sono
proprio queste persone, questi “pochi spiriti indipendenti e
coraggiosi, che occorre ora aiutare per la costruzione della pace. Una
pace che si fa anzitutto nelle coscienze, con la riflessione, il
dialogo, la capacità di accettare e valorizzare positivamente le
differenze, Così bisognerà trovare una linea di demarcazione che aiuti
a scegliere chi e cosa sostenere, chi e cosa contrastare. Questa linea
non separa di per sé i serbi dai croati o i cosiddetti musulmani da
entrambi, ma potrebbe essere un’altra: è la linea che separa le
politiche dell’esclusivismo etnico dalle politiche della convivenza,
della democrazia, del diritto, della possibilità di essere diversi e
far parte di un ordinamento comune, con pari dignità e pari diritti,
senza che trovarsi in minoranza debba essere una disgrazia cui sfuggire
quanto prima attraverso la costituzione di una nuova entità in cui si
sia maggioranza” (A. Langer, pg. 113).
Su questa linea occorre che
si schierino oggi tutti gli uomini di buona volontà per sostenere la
costruzione della pace in Bosnia. Adesso che la televisione non ne
parla più tutti i giorni, sarà difficile essere solidali. Ma è proprio
adesso che si può riparare a tutto il male fatto dal mondo alla Bosnia,
con una presenza generosa nella ricostruzione di case, scuole, chiese,
biblioteche, centri civici, luoghi in cui la convivenza umana si può
rifare e, con essa, quella fiducia dell’umanità, quella speranza di
pace che dalla Bosnia é uscita tanto indebolita.
ci hanno scritto
Basta con la banca
Tre anni fa, per motivi etici ed economici, ho chiuso il conto
corrente che avevo con una banca cittadina in cui il datore di lavoro
mi versava mensilmente lo stipendio.
Ho reso pubblico il mio gesto
scrivendo ad una decina di giornali ed ho avuto un discreto riscontro
sulla stampa locale e nazionale, di destra, di sinistra, di ispirazione
religiosa e specialistica di economia.
Da allora il datore di lavoro
mi retribuisce con assegni non trasferibili che a fatica riesco a
cambiare in contanti, pur nella banca di emissione.
Circa dieci
giorni fa mi sono recato come ogni fine mese a fare questa operazione:
sono entrato nel box di accesso e ... “Si prega di depositare eventuali
oggetti metallici nella cassetta ...”, più o meno così recitava una
voce femminile registrata ..., di metallo addosso avevo l’anello, gli
attacchi delle maniglie della borsa, le fibbie dei sandali, la chiusura
lampo dei calzoni, l’orologio, le chiavi di casa e dell’auto, la moneta
metallica .... ho provato a depositare le chiavi di casa, su
suggerimento al citofono dell’impiegata alla cassa, sono rientrato nel
box, ma niente da fare, la stessa richiesta di prima ..., allora
l’impiegata, sempre al citofono e riferendo al telefono interno al
Direttore di Agenzia, mi ha sottoposto ad un interrogatorio di terzo
grado: come si chiama, se ho il conto in quella banca, che operazione
dovevo effettuare ...
Dopo questa sceneggiata sono riuscito ad
entrare commentando ad alta voce che tutto ciò era allucinante, che
c’era lo spunto per scrivere un libro ..., nessun commento da parte dei
pochi clienti presenti e nemmeno dalle tre impiegate di turno, anzi la
tragicomica è continuata come da copione mensile, con l’ennesima
fotocopiatura di un mio documento, la richiesta del codice fiscale che
il “computer” non voleva accettare ..., insomma la mia “allergia” alle
banche ha avuto un chiaro riscontro!
Tra qualche mese andrò in
pensione ed ho già dato disposizione all’I.N.P.S. di accreditare le mie
spettanze presso l’ufficio postale della mia zona di residenza, perché
io con le banche, per i prossimi 50, non voglio più avere rapporti!
Giancarlo Zilio
Selvazzano (PD)
Basta con la TV
Vi restituisco il libretto di abbonamento alla TV e vi prego di
prendere nota che lo faccio per protesta a causa del progressivo
degrado morale dei programmi di Stato e non di Stato da alcuni anni ad
oggi.
Spiritualità? Che cos’è? Progresso sociale, che cos’è? Moralità?
La
televisione ne dà in abbondanza a partire dai lugubri ed estenuanti
telegiornali, per passare ad una serie continua di films in cui prevale
il tono aggressivo: truffe, sequestri, abusi di parola, droga,
pornografia, e per finire ad una serie interminabile di cartoni animati
che esaltano la delicata ma avida mente dei bambini. Mi riferisco in
questo caso ai mostri Robot: fantasia disumanizzante, studiata a lungo
da adulti e scaricata violentemente in pochi minuti, ogni giorno
davanti a bambini con il tranquillo consenso dei genitori. La TV
mantiene una falsa unità nella famiglia e in modo ipocrita, insinuando
la violenza e la menzogna.
Così i giovani replicano sulla strada con
il non rispetto di ciò che ha un senso, che è stato ottenuto con
fatica, con il sacrificio anche della vita.
La TV è un canale di
collegamento tra l’esterno e la famiglia nel senso che essa porta il
contagio del mondo dentro l’intimità domestica. Ed io, come genitore,
non ho rimedi per controllare e filtrare queste cose, con tutti i
canali oggi in funzione. L’unica alternativa è chiudere e sigillare
l’apparecchio, correndo il rischio di provocare una frattura con i
propri cari. Provate e ve ne renderete conto! Quanta difficoltà c’è a
togliere questo mezzo di “cultura”, così necessario.
Certamente le
guide TV non sono guide illuminate e nemmeno il Radiocorriere TV lo è.
I programmi hanno fatto una svolta pesante in questi anni e chi ha
permesso queste innovazioni pensa al successo e se ne frega dei diritti
della famiglia e del fanciullo. Chi ha dato il permesso di derubare la
famiglia dei suoi tesori morali ed affettivi, mostrando ai nostri
figli, nella intimità domestica l’arma con cui rovinarsi?
Perché lo
Stato repubblicano non osserva l’art. 31 della Costituzione? Ma quale
protezione esso dà alla gioventù se permette la diffusione del crimine
e della menzogna ad ogni piè sospinto? La TV è diventata una
superscuola per grandi e piccini. Anche l’art. 2 della Costituzione è
tradito, così non c’è solidarietà politica, economica, sociale !!
La
Costituzione è nata in seguito ad una sanguinosa guerra, per stabilire
principi di base, perché allora si calpesta oggi ... ciò che fecero
persone sofferenti da una lotta e desiderose di pace e benessere ?
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo fu approvata nel ‘48 all’ONU.
E
l’art. 16 di tale dichiarazione dice: “la famiglia è il nucleo naturale
e fondamentale della società ed ha diritto di essere protetta dalla
società e dallo Stato”.
Evidentemente oggi ci sono molte lucciole
che fanno da lanterne e le vacche calpestano il cibo perché sono sazie.
È umanamente comprensibile che il mondo debba essere un caleidoscopio e
che si voglia diffondere la notizia e che si cerchi il guadagno da ogni
attività, ma mentre la strada offre mille spunti di confronti e di
cause-effetto su qualsiasi avvenimento, tutti gli avvenimenti che
entrano nella casa tramite lo schermo TV sono appiattiti ovvero
separati dagli agganci contingenti che si trovano invece in abbondanza
nelle pubbliche relazioni, per cui la TV è prepotentemente in grado di
minare le menti dei bambini e degli adulti.
Sappiamo tutti che le
ore di diffusione dei programmi sono in continuo aumento e sono anche
in continuo aumento le ore che la famiglia dedica alla TV. Lo sanno
centinaia di famiglie, lo sa anche la vecchietta che è stata scippata,
lo sa il generale che accusato di appropriazione, lo sa il drogato che
la roba è cara ma che non manca mai. Lo sa la famiglia che accetta
passivamente la nuova enciclopedia televisiva. Lo so io che non ho
fatto fortuna per le pazzie dei miei figli e dei loro compagni.
C’è
qualcuno che ha permesso l’andare in onda di programmi truci e
incredibili a qualsiasi ora del giorno. C’è qualcuno che ha permesso
alle TV libere di essere licenziose in barba all’art. 4 della
Costituzione. Per chi non ricorda esso dice: “ogni cittadino ha il
dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta
una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o
spirituale della società”.
Chi è genitore si opponga a questa
degradazione, prima di tutto rifletta con se stesso, perché anch’egli
paga il canone senza fiatare. Ogni genitore si opponga contro coloro
che pretendono per legge questo canone, i quali lasciano briglia
sciolta a produttori senza scrupoli. Non è onesto e stiamo pagando
molto in tutti. Credo che la Costituzione sia un fatto e la famiglia
ancora più di un fatto. Per cui, ripeto, respingo l’abbonamento finchè
non ci sarà più serietà e chiarezza.
Invito inoltre coloro che mi
leggono nei giornali a respingere l’abbonamento, proprio adesso, che è
quasi ora di pagare il canone. È un dovere per ridurre la quantità di
violenza complessiva.
Si potrà sostituire la TV con letture, sport,
dialoghi, incontri sociali, hobby; tutte attività queste edificanti.
Invito altresì i genitori a farsi promotori per una analisi di questo
problema tra i bambini delle scuole.
Bassiano Moro
Bassano del Grappa (VI)
Respingere Bossi con la democrazia
Le ripetute violente minacce di Bossi possono, da un momento
all’altro, innescare atti distruttivi o cruenti. Lo Stato rischia di
reagire in ritardo e male a tali sconsideratezze. I politici rischiano
di far conto soltanto sulla scissione che si profila in luogo della
secessione. Anziché prospettare senz’altro - come fa ora qualcuno - una
risposta violenta alla violenza, che farebbe salire una spirale
nefasta, occorre che la società civile e le forze politiche diano
subito modo di esprimersi apertamente e positivamente - proprio nella
stessa giornata del 15 settembre - alla grande maggioranza degli
italiani del nord che sono favorevoli a giuste ed opportune riforme
nello spirito e con i metodi della Costituzione democratica, ma sono
contrari a qualunque forma di secessione retrograda ed asociale. È
possibile respingere tempestivamente la violenza mentale e politica di
un tribuno sconsiderato senza abbassarsi al suo stesso livello con
l’usare la violenza di Stato.
Enrico Peyretti
Torino
Umberto Bossi cita la nonviolenza e parla di Gandhi, ma
evidentemente conosce ben poco del pensiero economico e politico del
Mahatma e del suo Satyagraha (la forza della Verità), altrimenti si
renderebbe conto che la proposta leghista di secessione ed indipendenza
della Padania non ha nulla a che fare con la teoria e la pratica
nonviolenta dell’autonomia locale e dell’autosufficienza di villaggio.
Il
federalismo ed il decentramento amministrativo fanno parte del codice
genetico dei nonviolenti, che già negli anni ‘70, impostando la lotta
del movimento antinucleare, proponevano una radicale critica allo
sviluppo, centralista ed industrialista, che nel piano energetico
filonucleare trovava la sua massima espressione. Il federalismo del
pensiero nonviolento è basato sull’idea di solidarietà e
corresponsabilità.
E poi le camice verdi non assomigliano nemmeno
lontanamente all’esercito nonviolento dei satyagrahi di Gandhi (amore
per il prossimo, disponibilità al sacrificio, castità, preghiera,
ecc..).
Proprio non ce lo vedo il Bossi mentre fila l’arcolaio, in
digiuno, e raccolto in preghiera per i propri avversari. Anzi, sono
andato a rileggermi il programma elettorale della Lega Nord ed ho
scoperto che Bossi è favorevole “ad una comune Difesa dell’Unione
Europea che dovrà assorbire l’Unione Europea Occidentale” (cioè proprio
la Nato di tipo europeo uscita dagli accordi di Maastricht), che vuole
“sistemi ad alta tecnologia anche nella difesa antimissile” e la
formazione “di una grande unità lagunare San Marco”. Guarda caso fra i
tanti proclami della Lega non si è mai sentito quello contro l’esercito
e le armi (...forse perché in gran parte prodotte nell’operosa Padania,
vedi le mine antiuomo della Valsella o i fucili Beretta di Brescia...).
Se
anche le camice verdi di Pontida si trasformassero in esercito
nonviolento, e come armi -anziché lo spadone di Alberto da Giussano-
utilizzassero solo il digiuno, il sit-in, lo sciopero, il boicottaggio,
la non collaborazione e tutte le altre possibilità tecniche della
nonviolenza, ma restassero sotto il controllo del Parlamento di Mantova
per difendere interessi e privilegi economici di uno sviluppo
industriale ed inquinante, di una politica capitalista egoistica,
miope, chiusa ai destini del resto del mondo, noi nonviolenti non
saremmo comunque d’accordo perché sappiamo che con la nonviolenza si
possono difendere solo interessi collettivi, in una visione planetaria
e solidale. La nonviolenza non può accettare l’idea di due diverse
economie: una al nord che rincorre l’Europa, ed una al sud che scivola
verso l’Africa: o ci si salva tutti insieme, o insieme si muore.
Questo ci ha insegnato Gandhi, e non altro!
Mao Valpiana
Movimento Nonviolento
Verona
Cara Azione Nonviolenta,
ti scrivo nuovamente per segnare
che la Nestlè Italiana, nella persona del Direttore delle Relazioni
Esterne Saverio Ripa di Meana (il fratello del più noto Vittorio), ha
risposto alla mia lettera nella quale li informavo di aver già
dirottato la spesa alimentare della mia famiglia, nel corso d |