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Guerra e terrorismo, siamo tutti complici PDF Print E-mail
L'Editoriale del Direttore Mao Valpiana
Lo scenario è sempre più cupo. In un mese è successo di tutto: il tragico
attentato con 200 morti sui treni di  Madrid, rivendicato da al-Qaida che
minaccia un'offensiva generale contro l'America e i suoi alleati; l'aumento
del terrorismo in Iraq e poi l'uccisione da parte dell'esercito di Israele
dello sceicco Yassin, leader di Hamas, organizzazione mandante dei
kamikaze, che rischia di innescare una progressione di violenza e vendetta
senza via d'uscita.  Da una parte e dall'altra prevalgono le fazioni più
dure, più fondamentaliste, più violente. I segnali di pacificazione, di
comprensione, di dialogo, sono sempre più deboli.
Guerra e terrorismo si avvinghiano in una spirale unica. Come spezzarla?
A volte, per cercare risposte a domande che inquietano, vado a sfogliare le
vecchie annate della nostra rivista, perché so che è sempre una miniera di
idee ed ispirazioni, e che i fatti che ci interrogano oggi, sono gli stessi
che ieri hanno interrogato i nostri predecessori. Così sono andato a
rileggere l'editoriale del numero di novembre-dicembre 1969, a firma Pietro
Pinna, dal titolo significativo "Siamo tutti complici". Si riferiva alla
guerra del Vietnam, alle stragi di civili, alla guerriglia. Basterebbe
sostituire Iraq a Vietnam e potrebbe essere stato scritto oggi. Non c'è
nulla da aggiungere. Per questo ne riproduco dei brani, così come sono.
"La discriminante da porre, la denuncia da elevare, il crimine da esecrare
è pertanto la guerra in sé, l'idea dello spargimento di sangue,
l'accettazione della violenza 'a fin di bene'. Perché in questa
accettazione sta il principio di tutto: 'il resto è commento' (un pietoso
interminabile commento: gli aerei sulle Torri Gemelle, gli attentati a
Casablanca, gli uomini bomba che esplodono in Israele, l'abbattimento delle
case palestinesi, le violenze in Pakistan, in Afganistan, in Iraq, gli
attentati di Madrid -NdR). Il tutto viene da questo inizio, la breccia
nell'argine: poi l'acqua una volta straripata copre indifferentemente 'il
sasso e il volto del bambino', e non le si può far carico della sua troppa
irruenza gelida e limacciosa. Tal mostro è la guerra che, una volta
evocato, è impossibile imprigionarlo. (….) La coerenza, la lucidità
vorrebbero dunque che lo 'sgomento e repulsione' delle crudeltà particolari
della guerra e delle azioni violente in genere, dei 'barbari assassinî' che
ne possono sortire, venissero indirizzati in blocco alla guerra e alla
violenza per sé prese, mai da usarsi per nessuna ragione. (…) Siamo
seriamente contro la violenza 'da qualunque parte  provenga', e siamo
contro ogni forma di essa? Diamo mano allora sul serio ad eliminare tutto
l'enorme capitale di violenza 'ammantata di legalità', di chi sfrutta ed
opprime impunemente sotto l'egida del diritto, fino alla violenza di chi
usando del pressoché  assoluto monopolio degli organi di comunicazione di
massa, manipolando notizie e giudizi fa opera di corruzione, eccita
all'odio e alle soluzioni di forza (…) Troppo bene sappiamo che non sarà
per amore di coerenza e di ragioni razionali che l'uomo correggerà la sua
tradizionale mentalità e atteggiamento nei riguardi della violenza, anche
se oggi essi ci stanno portando all'orlo della follia suicida. Ammessa e
concessa la violenza 'a fin di bene', essa sarà sempre 'barbara' se usata
dagli altri, lecita e nobile per noi. Non ci si accusi per questo di
mancare di sufficiente discernimento storico a distinguere violenza da
violenza, quella dei fascisti e dei partigiani, degli americani e dei
terroristi (NdR), degli oppressori e degli oppressi. Ma oggi s'impone un
atto di scelta -che è quindi un fatto morale, che va oltre mere ragioni di
logica e di utilità-: il ripudio alfine in assoluto della violenza e della
guerra. Questa è la vera scelta democratica e civile in un mondo ormai
unito qual è il nostro (…) E' all'idea generale della violenza a fin di
bene che dobbiamo alfine applicare il giudizio di 'barbara', altrimenti mai
usciremo neppure dal particolare 'barbaro assassinio'. Ciò riguarda quindi
non solo chi della violenza buona o cattiva si fa diretto esecutore, ma
tutti noi che, conservandone l'idea,  ne conserviamo la radice, in noi e
negli altri. Tolta questa mentalità, apertici al vero concetto della
nonviolenza (che è attivo interesse per tutti) ci saremo negati alla più
macroscopica barbara oppressione che col ricorso alle armi viene fatta alla
famiglia umana senza discriminazione alcuna. (…) Negatici alla guerra e
capita la vera nonviolenza, avremo anche trovato il modo di dare un
effettivo contributo alla vera liberazione dalle altre forme di
oppressione, illibertà e ingiustizia (…)".
Dunque, per combattere la 'barbara violenza' del terrorismo fondamentalista
di oggi, ci opponiamo alla 'barbara violenza' della guerra. Questo è il
senso profondo del nostro 'no' alla presenza di truppe italiane in Iraq.
Guerra e terrorismo hanno la stessa radice. Dobbiamo estirparla. Con la
nonviolenza.
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