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potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.


Abbonamento annuo Euro 29.00.

(nel soggetto scrivere "copia AN" ed indicare con precisione cognome,nome, indirizzo, CAP, città)

 
Azione nonviolenta - Gennaio Febbraio 2004 PDF Print E-mail

- 1964-2004
di Mao Valpiana
- Opere in versi di Aldo Capitini
di Alberto Tomiolo
- Teoria e pratica del Movimento Nonviolento
di Raffaella Mendolia
- Memorie di un profeta disarmato
di Maria Buizza
- La persuasione
di Paolo Signori
- I cinquant’anni di Emmaus
di Elena Buccoliero e Mao Valpiana
- Obiettori isreliani condannati
di Elena Buccoliero
- Cresce la nonviolenza da una parte e dall’altra del muro
di Asma Haywood e Franco Perna
- Le conseguenze politiche del’eccidio di Nassiriya
di Giuseppe Ramadori
- Anno europeo della disabilità
di Alberto Trevisan
- A chi destinare l’8 per mille?
di Paolo Macina

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1964 – 2004

di Mao Valpiana*

Quarant’anni. Un bel traguardo per Azione nonviolenta. Chissà se Capitini, quando l’ha concepita, immaginava una vita così lunga per la rivista del Movimento Nonviolento.
Il 1964 è l’anno della prima bomba atomica cinese e del primo bombardamento aereo statunitense sul Vietnam. In Italia è l’anno del film di Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”. E’ anche l’anno dei Beatles in America: scoppia la beatlesmania, i quattro di Liverpool occupano tutti i primi posti delle classifiche discografiche mondiali e da allora la musica e la cultura giovanile non saranno più le stesse. Si preparavano le condizioni per la rivoluzione del ’68. Capitini percepiva questo fermento e scriveva: “La violenza dell’autoritarismo dell’uomo sull’uomo, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e la violenza dell’imperialismo e della guerra, sono gli ostacoli che il progresso della storia deve oggi vincere, in una lotta che è unica, e che porta alla liberazione di tutti. Ma se il metodo di tale lotta sarà nonviolento la liberazione ci sarà fin da ora, per la serenità, per la fratellanza umana, per l’apertura che vivremo nella lotta stessa”.
Il sogno dei giovani di allora della fantasia al potere si è trasformato nell’incubo degli anni di piombo. E poi il brusco risveglio… In questi quattro decenni il mondo è cambiato.
Ma la nonviolenza è cresciuta dai “favolosi anni ‘60” ad oggi. Finalmente questa parola è entrata nel lessico comune. A volte viene usata in modo strumentale, a volte distorto, ma non si può più prescindere da un confronto con la nonviolenza. La voce del Papa grida “mai più guerra” e lo fa richiamando la nonviolenza, sindacati e movimenti di base scendono in piazza e rivendicano metodi di lotta nonviolenti, il movimento no global, la rete lillipuziana e tutte le realtà religiose di base si interrogano sulla nonviolenza. Anche tre partiti, con storie e orientamenti diversi, come i radicali, i verdi, rifondazione, hanno fatto della nonviolenza una opzione prioritaria. Naturalmente la stessa parola nonviolenza viene poi declinata in mille modi diversi, a volte opposti. C’è chi arriva persino a giustificare i bombardamenti nel nome della nonviolenza, chi assolve l’intolleranza e la menzogna, chi la usa come sinonimo di democrazia, chi ne fa un tutt’uno con il pacifismo generico, chi l’accetta solo come tecnica e chi la rinvia all’aldilà. Ma nessuno più la deride o la ignora, come avveniva quarant’anni fa quando il mondo si divideva e si confrontava fra il comunismo e la libertà e Capitini cercava di costruire ponti fra oriente ed occidente per “prendere il meglio dell’uno e dell’altro”. Il Muro di Berlino è stato abbattuto, mettendo a nudo tutte le nefandezze del socialismo reale e nel contempo le atroci responsabilità del capitalismo occidentale. Due imperi contrapposti. Uno è crollato con gran fragore, lasciando sotto le macerie speranze e milioni di vite. L’altro è ancora in piedi, forse agonizzante, ma continua a schiacciare speranze e vite. Morto il comunismo, smascherato il liberismo, si affaccia all’alba del terzo millennio la nonviolenza, come speranza di vita abbracciata da tanta gente. Non è ancora un fenomeno di massa, di moltitudini. Non ci sono nazioni o popoli interi che si ispirano ad essa. Sono ancora singoli individui, o piccoli gruppi, o movimenti trasversali, ma è certo che la nonviolenza è ormai la pietra angolare per milioni e milioni di persone che cercano un mondo migliore. Piccoli produttori del sud del mondo, tantissimi consumatori del nord, fedeli che ricercano le profonde radici nonviolente del buddismo, del cristianesimo, dell’islam, giovani che riscoprono il valore della solidarietà, amministratori pubblici che lavorano per la tutela dell’ambiente, lavoratori che difendono il salario e la dignità del lavoro.
Per celebrare i 40 anni di Azione nonviolenta abbiamo messo in cantiere per la prossima primavera un convegno nazionale sul senso e la sfida di proseguire il progetto lanciato da Capitini nel gennaio del 1964. Vogliamo confrontarci con altre riviste e con giornalisti critici sul ruolo e le difficoltà di fare informazione oggi.
In questo primo numero del quarantennale di Azione nonviolenta, rinnovato nella grafica e aumentato nelle pagine, diamo spazio alla ricerca fatta da alcuni giovani sull’attualità del pensiero capitiniano, e ad un saggio su un aspetto non troppo conosciuto della sua opera, quello poetico.
Ai lettori che apprezzeranno questo lavoro chiediamo di impegnarsi ad essere promotori della diffusione di Azione nonviolenta, trovare un nuovo abbonato, collaborare attivamente alla crescita della rivista, strumento fondamentale di azione del Movimento Nonviolento.

* Direttore di Azione nonviolenta


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Opere in versi di Aldo Capitini:
Terrena sede (1928)
Sette canti (1931)
Atti della presenza aperta (1943)
Colloquio corale (1956)

Patrizia Sargentini, Aldo Capitini Poeta, Guerra Edizioni, Perugia 2003


Quando dirai una parola, sarai infinita-
mente in essa…
Atti della presenza aperta

Di Capitini filosofo, educatore, polemista gentile, maestro in senso pieno, si sa a sufficienza anche se non mai “abbastanza”. Di un Capitini poeta, diciamo pure strettamente “professionale”, si è invece scritto pochissimo, quasi sempre “en passant” ad opera di amici (sia pure molto titolati, come Walter Binni) e comunque in circostanze d’occasione.

Un saggio corposo di Patrizia Sargentini (docente di letteratura italiana ed esperta di problemi dell’educazione linguistica), oltre ai meriti più propriamente critici di cui ci occuperemo, viene a colmare questo incomprensibile vuoto della nostra cultura e ci fornisce tra l’altro – pre-condizione non di poco conto- la possibilità “materiale” di affrontare questo inesplorato versante capitiniano disponendo di un’edizione pressochè integrale di tutte le poesie altrimenti irreperibili, certamente non in un unico volume, che io sappia, sul mercato librario. E viene spontaneo un amaro sospiro di nostalgia quando capita la fortuna, come mi è successo per questa recensione, di avere sottomano la prima, e credo unica, edizione dell’ultima raccolta di versi, stampata da Pacini Mariotti a Pisa nel 1956, con quelle larghe pagine di carta solida (di quelle che era necessario aprire con il tagliacarte) e quei nitidi caratteri tipografici che inducono ad una lettura serena e distesa, e che ai nostri giorni finiscono quasi per farci considerare il libro una sorta di reliquia da bibliofili: un prodotto nemmeno immaginabile nei cataloghi commerciali dell’odierna industria libraria, senza ovviamente nulla togliere alla decorosa ristampa del volume dell’editore Guerra di cui ci stiamo occupando.

Nel suo saggio Patrizia Sargentini ha saputo raccordare, mediante una sintesi non banalmente semplificatrice, il percorso filosofico di Capitini con il percorso, che scopriamo parallelo, della scrittura poetica dimostrando come essi interferiscano fecondamente e si scambino, per dirla con un bel passaggio della presentazione di Luisa Schippa, «tutte le grandi intuizioni e le parole chiave dell’intera opera capitiniana». Operazione che la Sargentini porta a termine con chiarezza lodevole, specialmente in considerazione della complessità di fare i conti con pensatori e scritture di non sempre agevole “traduzione” (penso, tra gli altri, a Gentile e allo stesso cruciale Michelstaedter, e più in generale all’intrico teorico del passaggio dall’Uno-tutto hegeliano al precipuo Uno-tutti, capitiniano sì ma di matrice kantiana): autori e testi che il maestro perugino ha studiato e metabolizzato sia nella fase della formazione giovanile e universitaria sia in quella dello scambio, ormai “a parità di competenze ”, della piena maturazione e dunque della completa padronanza di una autonoma visione del mondo. Operazione, ci sia consentito di affermare, peraltro ineludibile per chi avesse voluto rispettare, ed è ovviamente il caso della curatrice, l’attesa e, diciamo pure, la “pretesa” capitiniana che lo strumento della poesia trovasse posto sul medesimo piano dei saggi di riflessione teorica, conferendogli analoga dignità intellettuale ma affidandogli una sottile, peculiare efficacia comunicativa.

Nel quadro dell’universale educazione alla socialità che costituisce l’obbiettivo finale della pedagogia di liberazione di Capitini, è intuitivo come la poesia non possa ridursi ad un esercizio privato, al culto di sé e all’autocompiacimento narcisistico nella consapevolezza disperante di una incomunicabilità che caratterizza molti autori, anche di pregio, del primo ventennio del Novecento. E’ invece questo lo sbocco al quale non avevano saputo sottrarsi molti tra gli intellettuali, specialmente i poeti come Sbarbaro e Onofri, che si muovevano attorno alla rivista «La Voce», che Capitini apprezzava, e con i quali pure aveva dimestichezza, qualche volta anche personale, e una meditata rilevante affinità nella devozione morale all’insegnamento del crocianesimo più rispettato (quello, per intenderci, che pretendeva un legame indissolubile fra etica e realtà, e dunque fra etica e politica, e che costituirà non a caso il fondamento teorico della successiva opposizione al fascismo di una generazione per la verità non particolarmente “generosa” quanto ad intransigenza liberaldemocratica).

Ma gli autori vociani e poi i loro epigoni ermetici, pur avendo obbiettivamente contribuito a sprovincializzare la cultura italiana e a staccarla dalle formule ormai esaurite della tradizione romantica, avevano finito per cedere al culto esclusivo della forma poetica e non avevano esitato a proclamare l’indifferenza ai contenuti sostenendo che la letteratura doveva trovare in sé la propria misura e la propria giustificazione. Pedaggio, questo, trasparentissimo pagato all’atto puro dell’autorità gentiliana, alla presunta autosufficienza dell’attività pratica fatta coincidere con quella teoretica, che ben si prestava a fornire una giustificazione rassicurante alla contemplazione “disinteressata”, “autoreferenziale” della realtà, come potremmo dire con un termine un po’ troppo di moda: quale distanza dal superamento festoso del gentilismo condensato nel verso capitiniano «Tutti come è più bello di tutto»! (Colloquio corale, Coro 22).

Il fatto è, insomma, che Capitini si colloca con convinta determinazione, già con le intuizioni dei suoi esordi giovanili, nella ricca tradizione della poesia di aperto intento didascalico che nella storia della letteratura italiana collima spesso, come è noto, con la poesia religiosa: «al Dio di tutti, alto sul mio risveglio, / non il perdono, ma l’oprar domando» (Terrena sede, vv. 71-72). Con l’esame dettagliato delle ascendenze della lirica capitiniana la Sargentini scrive un capitolo chiarificatore per raccapezzarsi nelle trame molteplici dell’ispirazione poetico-religiosa di Capitini e dei suoi principali referenti. Alcune “vicinanze” sono, per così dire, “fisiologiche” nel senso che hanno alimentato la primissima formazione di Capitini e approderanno nei materiali per la tesi di laurea (Jacopone da Todi, Foscolo, e il Leopardi perennemente ristudiato), altre sono indicate espressamente dall’autore, altre ancora riemergono qua e là in circostanze non immediamente letterarie come gli interventi ai diversi congressi cui il maestro prese parte come relatore, mentre le più esplicite (Giuseppe Ungaretti, soprattutto Clemente Rebora e Danilo Dolci) si ricavano dalla recensione Sulla poesia religiosa scritta nel 1954 a proposito di un’ Antologia della poesia religiosa contemporanea, peraltro non limitata nel respiro e nei rimandi ai primi decenni del Novecento.

“Non limitata nei rimandi” in quanto una collocazione nel filone della letteratura didascalica italiana significa evocare, se non addirittura misurarsi con figure inarrivabili come san Francesco poeta, come Jacopone da Todi e come il Dante della terza Cantica. O, nella nostra fattispecie, con una presenza come quella di Carlo Michelstaedter alla cui opera principale pubblicata postuma nel 1913, La persuasione e la rettorica, Capitini rivela di essere debitore nell’assunzione del termine persuaso in luogo di “credente” che sappiamo costituire uno dei cardini attorno a cui ruota il suo sistema filosofico nonché di un’altra parola-chiave quale salute che per Michelstaedter è sinonimo di persuasione, e che circolava con differenti connotazioni negli ambiti letterari grazie alla “divulgazione” di Svevo e persino della prima traduzione italiana di un’opera di Gandhi, che, circostanza curiosa, quando parla del testo di Michelstaedter, Capitini non aveva avuto ancora modo di conoscere. Debito che non deve sorprendere dal momento che Michelstaedter riaffermava con straordinaria tensione morale, come ricorda la Sargentini, «l’esplicitazione delle potenzialità della verità (in quanto coscienza e volontà di essere) contro la retorica (falsa coscienza e mezzo di oppressione ideologica delle classi al potere)» con il fine «di costruire un soggetto proteso alla relazione», ma che riporta nel contempo alla radicalità della deriva esistenzialistica che, se pure non aveva impedito allo scrittore goriziano di confortare la scelta antiretorica alla luce dei Vangeli, non lo aveva però sottratto alla decisione di suicidarsi. Viene da interrogarsi quanto abbiano inquietato Capitini, pur tenendo conto della sua concezione della compresenza dei morti e dei viventi, queste dolorose ricorrenze storiche del suicidio anche fra impegnatissimi intellettuali cui pure non era estraneo il senso del valore e della coscienza persuasa, come nel caso, appunto, più ravvicinato, di Michelstaedter o dello stesso suicidio della donna di Scipio Slataper, altro scrittore familiare a Capitini, che a sua volta sembra aver messo in moto un’ “autoconsegna” alla morte con l’irruente adesione alla guerra; o, se vogliamo, per riprendere un filo mai spezzato, della dolente riflessione morale e filosofica che riporta a Leopardi.

Di particolare utilità , e non solo per chi si accosta per la prima volta alla poesia di Capitini, è l’ultimo capitolo, Denotazione e connotazione in “Colloquio corale”: scelte semantiche e soluzioni formali, nel quale la Sargentini mette a frutto con adeguato puntiglio e con eccellenti risultati la propria esperienza professionale in materia di soluzioni linguistiche. I versi di Colloquio corale, pubblicati nel 1956, vengono indicati come il vertice della produzione di Capitini anche se si riconosce non minore riuscita (e io concordo, e non voglio andare oltre, con questa onesta “rettifica ” anche perché credo sia questo un ambito in cui, grazie al cielo, non hanno proprio senso le “classifiche” e i “vincenti”…) alla straordinaria concentrazione di pensiero filosofico e di resa metaforica della raccolta uscita tredici anni prima, Atti della presenza aperta, di cui basti una citazione al volo: «Solo il fiore che / lasci sulla pianta è tuo» (Atti, parte prima, B3) sublimemente capitiniana.

Ma non si può negare che la poesia di Colloquio corale (sette sezioni diversamente titolate a costituire gli atti di una manifestazione condivisa) incorpori, nelle intenzioni di Capitini, tutti gli elementi che devono concorrere alla comunicazione della parola liberata e agli strumenti attraverso i quali può essere “divulgata”. Una applicazione compiuta della Gesamtkunstwerk, complessa eppure nitida e rasserenante, un’ opera totale a tutti gli effetti che rimanda piuttosto alla lauda medievale e al suo impianto intrinsecamente teatrale, per la cui rappresentazione, vissuta e partecipata, sono impegnati la musica, il canto, le parole, i movimenti e, fino nel dettaglio, la posizione circolare o semicircolare dei partecipanti, compreso – inevitabilmente - il pubblico. La dimensione, anche quella strettamente spaziale, del teatro viene celebrata esemplarmente in una lettera a Luisa Schippa (testimonianza su Azione nonviolenta nel decennale della morte, settembre-ottobre 1978) in cui Capitini, commentando una spedizione fiorentina per ascoltare, tra l’altro, l’esecuzione di alcune sinfonie di Beethoven, descrive una concezione liturgica del ruolo del teatro: «Ascoltare per me musica altissima in questo periodo è necessario… E quel Teatro mi dà un’impressione più religiosa che una chiesa; la tensione corale al valore: molta gente è una cosa di valore; il Teatro comunale è stato per me il germe della “realtà di tutti”». Solo alla luce di tale commistione privilegiata con il teatro, che assurge dunque a luogo della festa “francescana” all’insegna della “perfetta letizia”, Capitini poteva pensare all’esecuzione del suo testo poetico dettando, in realtà, vere e proprie norme per la messa in scena, dalla tecnica di dizione fino alla disposizione degli attori sul palcoscenico. E chissà quanto gli avrebbe fatto piacere sapere che i suoi testi, accompagnati da una composizione del maestro Bucchi, erano stati ospitati per l’inaugurazione della Sagra Musicale Umbra di qualche anno dopo la sua morte, nella città amatissima e ispirazione permanente della sua lirica.

La modalità di conduzione della poesia sopra delineata ( dire “regia” al grande perugino sarebbe probabilmente parso troppo autoritario…) si regge grazie ad un accorto impianto strutturale che coniuga intimamente significati e elementi formali. Per questo ogni sezione (Coro, Episodio, Canto, Invocazioni, Storia Inno, Epilogo) è scritta da Capitini con un apposito registro stilistico che ne certifichi ed esalti, al tempo stesso, il significato con specifiche articolazioni sintattiche, con forme verbali e figure retoriche di volta in volta calibrate sui contenuti del testo. Per esempio, nella sezione Invocazioni si ha il ricorso frequente a frasi interrogative e ad interiezioni, concluse dal punto fermo, a sottolineare la specifica connotazione drammatica; oppure, nella penultima sezione, Inno, «il tono diviene quello della lode per la conquista , “intima” e corale insieme, della cognizione di una realtà sempre in divenire» introdotto da un incipit risolutivo, che già di per sé avrebbe grande efficacia di condensare il senso delle strofe successive:«Dopo tanta speranza e molto d’ombra, / la passione dell’intimo è concreta, / e tutti unisce corale e aperta» (Colloquio, Inno, vv.1-3); o infine, ricomponendo nell’Epilogo la simmetria con l’esordio, «la “sera” della festa chiude l’itinerario individuale e collettivo iniziatosi, nel Coro, con il “mattino” della festa».

Come si può ricavare da questa selezione di annotazioni che peraltro la Sargentini estende, con imparziale scrupolo ricognitivo, anche alle opere precedenti soprattutto agli Atti della presenza aperta, Capitini ha scelto di servirsi e di misurarsi con gli strumenti formali della comunicazione poetica tradizionale, con un’esplicita dissociazione dal complesso delle pratiche creative delle avanguardie storiche. Forse per questo (io confesso di non saperne nulla) sarebbe assai interessante poter documentare se mai Capitini avesse discusso e confrontato la propria opzione di una lirica “alta”, sia pure esemplarmente “canonica”, con quella di un amico e collaboratore, Ferdinando Tartaglia, poi ritiratosi dagli impegni civili e culturali ma molto attivo e propositivo nel Movimento di Religione fondato nel primissimo dopoguerra post-fascista. Se fosse permesso un appunto marginale al lavoro della Sargentini, sarebbe quello di non aver nominato questo protagonista e i nodi teorici e culturali ad esso collegati, rilevanti per almeno due ragioni. Innanzitutto Tartaglia ha agito marcatamente nella riflessione capitiniana (è lui a coniare il termine tramutazione, essenziale nella definizione del Dio persuasivo e della necessità di una mutazione genetica nel corpo della Chiesa cattolica) e, in secondo luogo, in relazione al versante che stiamo esplorando, Tartaglia fu specialissimo poeta nel quale l’urgenza religiosa non lasciava spazio, al contrario di Capitini, ad una scrittura distesa ma aspirava, come aveva detto, alle «translinguazioni materiali del Discorso», con una sperimentazione veramente singolare tutta interna alle acrobazie linguistiche e concettuali delle avanguardie. Finora inedite le migliaia di pagine lasciate da Tartaglia, una selezione, supponiamo, di poesie ci sarà donata in un’annunciata antologia, Poesie. Esercizi di verbo che Adriano Marchetti sta facendo uscire per l’editore Adelphi, e ci si augura che ciò possa aprire concretamente la questione non peregrina dell’eventuale “confronto poetico” con Capitini.

Per concludere: contributo davvero prezioso, quello della Sargentini (cui, ancora, in extremis, mi permetto di osservare che il capitolo di conclusione è, forse, troppo dimensionato sulla figura di Silone, periferica in realtà nello svolgimento di merito del testo), insperato, vorrei dire, e degno di occupare un posto originale nella biblioteca capitiniana non mai abbastanza affollata.


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I giovani incontrano Aldo Capitini

Teoria e pratica del Movimento Nonviolento: un’aggiunta specifica alla cultura della nonviolenza

Di Raffaella Mendolia*

Mi sono avvicinata al Movimento Nonviolento da poco tempo, spinta da motivi di studio: avevo deciso per la mia tesi di laurea di analizzare un movimento sociale per accertare se questo potesse rappresentare una valida alternativa per coloro che oggi sentono l’esigenza di partecipare attivamente alla vita politica del Paese, ma senza valersi dell’intervento dei partiti.
Questa esigenza nasce dall’inevitabile constatazione che oggi si verifica la contraddizione apparente tra la cosiddetta crisi della politica e la crescita del livello della partecipazione sociale.
Secondo Roberto De Vita ciò che oggi è in crisi è la rappresentanza come dimensione della politica di mediazione che mette in luce l’inadeguatezza dell’organizzazione tradizionale della rappresentanza e la necessità di nuove forme di democrazia e di modelli organizzativi, che rispondano concretamente all’emergere nella società di una crescente domanda di potere in senso democratico.1
Di posizione simile è anche Norberto Bobbio che afferma che la crisi della partecipazione si lega al grave fenomeno dell’apatia politica: negli stati democratici, infatti, la partecipazione si risolve nella formazione di una maggioranza parlamentare, viene esercitata a intervalli più o meno lunghi, si limita a legittimare una classe politica ristretta che si autoconserva, è distorta dalla propaganda.2
Il Movimento Nonviolento, a mio parere, si pone come una valida alternativa possibile: accompagna all’approfondimento teorico un concreto impegno pratico.
Il Movimento Nonviolento nasce nel 1962 e rimane ancora indissolubilmente legato al suo fondatore Aldo Capitini.E’ lui appunto a costruire le basi teoriche e pratiche del movimento.
La necessità di unire teoria e prassi costituisce il nucleo fondante del suo pensiero: il rifiuto di accettare passivamente una realtà in cui prevale la forza, la violenza e la prepotenza lo spingono a ideare un progetto di rinnovamento sociale che investe prima l’individuo e poi necessariamente le istituzioni.
Per Capitini la nonviolenza non designa solo un insieme di tecniche di lotta caratterizzate dall’assenza di violenza, ma comporta una teoria che si articola in una particolare concezione etico- religiosa, la compresenza, e un preciso programma politico, l’omnicrazia.
Ma Capitini rileva l’inadeguatezza dei mezzi fino a questo momento adottati rispetto a tale fine di trasformazione radicale: capovolge la concezione macchiavellica del fine che giustifica i mezzi ed afferma la validità del metodo nonviolento che realizza tra mezzi e fini un rapporto di coincidenza.
“Affinchè il nuovo ordine a cui si tende non riprenda i modi e le strutture del vecchio ordine ingiusto, per non finire ad assomigliare all’avversario violento e smarrire lungo il cammino stesso le ragioni della lotta, è indispensabile condurla con animo e mezzi non discordanti dal fine. La coerenza tra il fine e i mezzi si pone quindi non soltanto come un’esigenza della morale ma come un’esigenza della validità dell’azione politica.”3
Sciopero, boicottaggio, obiezione di coscienza, rifiuto di pagare le tasse, disobbedienza civile ecc., sono mezzi di lotta che, impiegati con la dovuta preparazione ed estensione, possono avere la forza di neutralizzare il più potente avversario, senza che vi sia il bisogno di versare una sola goccia di sangue del partito avverso. Principio essenziale di questa strategia di lotta è la noncollaborazione. Se le infime classi dominanti hanno la possibilità di esercitare il loro potere ingiusto, ciò è fondamentalmente in virtù della collaborazione loro fornita dalla maggioranza, tra cui gli stessi oppressi.4
La posizione capitiniana rispetto ai partiti è coerente a tale prospettiva: pur contribuendo alla ricostituzione dei partiti dopo la caduta del Fascismo, Capitini si dichiara indipendente di sinistra e svolge il suo lavoro espressamente come integrazione al lavoro di questi, preferendo piuttosto l’istituzione dei centri sociali: “ I partiti esistono per il “potere”, per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragione d’essere e i loro limiti, il macchiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine. Ma qui sorgono gravi difficoltà. Può il mezzo essere diverso dal fine?”5
Sicuramente tale posizione è riconducibile alla sua tensione verso la concretizzazione di una democrazia diretta, attraverso l’affermazione di una “nuova socialità”: Capitini con essa intende che “la partecipazione dei cittadini alla discussione e alla decisione dei problemi collettivi sia tanto intensa da non rendere necessaria l’intermediazione dei gruppi organizzati”: se il fine della politica non è il potere ma la “nuova socialità” la forma della partecipazione non è il partito ma il “centro”, “che è non societario ma comunitario, non si schiera contro altri partiti, ma si tiene aperto all’iniziativa di tutti, non impone dogmi ma discute problemi, non conosce privilegi di tessera, né poteri di funzionari.”6Tale progetto non rimane una pura aspirazione ma trova una applicazione pratica: nel 1949, a guerra appena conclusa, Capitini fonda i C.O.S (Centri di Orientamento Sociale) anche se sarà un’esperienza di breve durata.

Sono trascorsi trentacinque anni dalla morte del suo fondatore, ciò nonostante il Movimento Nonviolento ne custodisce e sviluppa l’eredità e mantiene ancora la stessa impostazione. Il contributo del Movimento alla politica è volutamente marginale, ma anche l’aspirazione a farsi “centro” è fortemente sentita. Oggi il Movimento Nonviolento fa proprio il compito di offrire la propria “aggiunta” ai gruppi che necessitano del suo apporto. Nel numero di dicembre 1991 di Azione Nonviolenta appare un’intervista a Paul Wehr, del movimento nonviolento statunitense, egli offre una chiara spiegazione della posizione dei movimenti nonviolenti attuali: ”Vedo i movimenti nonviolenti come sostegno e aiuto agli altri movimenti per il cambiamento sociale. Essi facilitano o sostengono gli altri movimenti fornendo loro training, libri, una teoria su come funziona la nonviolenza e perché è importante usarla e così via. Ma quando molti gruppi perdono sia membri che leader e sostegno finanziario, i movimenti nonviolenti che sono già semplici ed essenziali, a basso costo energetico, possono sopravvivere e offrire agli altri movimenti ancora un minimo di aiuto.”7 Il Movimento Nonviolento ha dato prova di credere in questo suo compito. Nella relazione introduttiva al XX° Congresso del Movimento svoltosi a Ferrara nell’aprile 2002, si afferma: “Un complesso movimento è venuto affermando che un altro mondo è possibile. Svolge in forme inedite la sua opposizione e la sua ricerca. Collega gruppi sociali, culture, generazioni, esperienze, sensibilità diverse, in differenti luoghi del mondo.Un movimento caratterizzato dall’impegno personale e diretto, del sentirsi interpellato da ogni momento internazionale in cui si discutono i temi della fame, della povertà, dei commerci, dell’ambiente, della pace e della guerra, per far sentire una voce diversa, spesso critica ed alternativa rispetto a quelle dei governi e delle istituzioni sopranazionali (…) Il contributo che come amici della nonviolenza siamo chiamati a dare è quello di valorizzare il patrimonio di lotte, esperienze e tecniche alla nonviolenza ispirate e collaborare a che mai si smarrisca lo stretto legame tra fini da raggiungere e mezzi impiegati. Le organizzazioni che si richiamano al pensiero e alla pratica della nonviolenza sappiano portare un’aggiunta importante e forse decisiva allo sviluppo, quantitativo e qualitativo, del “movimento dei movimenti”.8
Anche in questa occasione il Movimento dimostra realismo e lungimiranza: è consapevole di non potere raggiungere immediatamente la trasformazione di una realtà inadeguata ma non per questo vi rinuncia e continua ad agire e a porsi costantemente in discussione per realizzare un percorso lento ma continuo che da ormai quarant’anni procede, secondo la gandhiana “legge della progressione”, da forme più blande di azione ad altre più incisive, verso la realizzazione completa dell’obiettivo stabilito.
Nonostante ciò non si può non riconoscere la capacità del Movimento Nonviolento di interpretare le nuove esigenze di partecipazione emerse negli ultimi anni. Come riconosce Goffredo Fofi: “Nonviolenza, nonmenzogna, noncollaborazione. Da Gandhi a Capitini ai movimenti attuali, queste tre affermazioni di un altro modo di intendere la nostra partecipazione responsabile alla storia individuale e di gruppo e collettiva -un altro modo di intendere la “politica”, un altro modo di intendere la lotta per la giustizia sociale che implichi il rispetto per la vita, e cioè della natura- hanno suscitato diffidenza, scetticismo, ripulsa in chi doveva giustificare la disparità che ogni potere comporta, e in chi, nella sinistra, credeva nell’inevitabile primato e dominio della forza.”9
Ma non hanno potuto evitare il loro emergere.
Io credo che il Movimento Nonviolento sia provvisto degli strumenti per promuovere una società più giusta, partecipata e civile, e interpretare le nuove aspirazioni che giungono in particolar modo dai giovani. La strada è lunga ma i progressi sono costanti. Oggi il concetto stesso di nonviolenza ha ottenuto legittimità a tutti i livelli e domani, forse, ciò si svilupperà in una nuova presa di coscienza.
--
1. R. DE VITA, Senso comune e trasformazioni sociali, Edizioni Franco Angeli, Milano, 1984, p. 63
2. N. BOBBIO, L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1997, p.166- 167
3. P. PINNA, La proposta della nonviolenza, in G. CACIOPPO (a cura di), Il messaggio di Aldo Capitini, Antologia degli scritti, Lacaita, Manduria, 1977, p. 213
4. P. PINNA, La proposta della nonviolenza,…p. 214
5. A. CAPITINI, Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino, 1950, p. 130
6. N. BOBBIO, Religione e politica in Aldo Capitini, in Id. Maestri e compagni, Firenze, Passigli, 1984, p.267
7. Paul Wehr è professore di sociologia all’ Università di Boulder in Colorado ed esponente di primo piano del movimento nonviolento statunitense.Vedi “Azione Nonviolenta”, dicembre 1991, p. 8

* Vive a Mestre, laureanda in Storia Moderna (Università di Padova)


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I giovani incontrano Aldo Capitini

Memoria di un profeta disarmato, lontano dal potere, ma impegnato nella politica, nella religione, nell’educazione

Di Maria Buizza*
‹‹ Tutti i profeti armati vincono e’ disarmati riunirono››1.
Aldo Capitini fu, senza dubbio, profeta disarmato: nudo per il rifiuto di appartenenze politiche e religiose. La sua memoria, oggi, paga quell’essere disarmato, lontano dal potere e dalla potenza. In Antifascismo tra i giovani egli stesso afferma: ‹‹profeta veramente disarmato, ho provato sempre grande difficoltà a collegare, a far valere queste integrazioni e larghi sommovimenti, come i COS, la riforma religiosa››2.
Dedicatosi per anni alla filosofia, alla speculazione metafisica ed etica, è proprio in tale ambito che la sua assenza fa più riflettere: Capitini è escluso dalla storia della filosofia del Novecento, un posto non meritato? A distanza di trentacinque anni dalla sua morte, la tesi di laurea su un pensiero tanto trascurato costituisce il tentativo di capire le ragioni profonde di tale emarginazione. Ma c’è di più: scrivere di Aldo Capitini significa affrontare una speculazione filosofica che abbandona il campo elitario di un sapere, troppo spesso, autoreferenziale per democratizzarsi rendendosi vicina alla vita di ognuno attraverso il tema, intimamente esistenziale, dell’abbandono della violenza.
Capitini parte dall’uomo, dal debole, dallo stanco, dall’affaticato: parte dalla fragilità di ognuno che alimenta l’apertura agli altri, ai Tutti. Egli supera il sentimento della potenza individuale; supera l’idealismo che propugnava la concezione di un mondo coma totalità chiusa in cui l’individuo e la sua storia assurgevano al ruolo secondario di strumento per la vita di quello Spirito Assoluto autorealizzantesi; altresì supera l’eccessivo trascendentalismo per cui, nel dualismo tra mondo concreto e mondo dell’al di là, l’uomo vive nel continuo anelito di qualcosa di lontano e irraggiungibile.
Oltre l’esasperato immanentismo e, d’altro canto, oltre l’esasperato trascendentalismo, Capitini scopre il vero soggetto protagonista della storia: quei tutti, quell’uomo aperto all’altro, quell’uomo che si tende vero una realtà nuova e se ne avvicina attraverso la realizzazione dei valori.
Centrale è l’importanza e il significato della comunità: ricordando la leopardiana natura matrigna rispetto alla quale gli uomini dovevano vivere confederati, Capitini si fa propugnatore di un sentimento di comunione che divenga spinta di ognuno al valore per la costruzione realtà nuova in cui “il pesce grande non mangi il pesce piccolo”. Ed è proprio sulla base di questa continua apertura all’altro, anche al defunto che ancora vive nel valore a cui si è teso, che il filosofo perugino fonda teoreticamente la nonviolenza. La vicinanza al prossimo e al lontano, l’esercizio di continue aperture al tu, a qualunque tu, significa sentire l’incremento del valore attraverso la vita di tutti. Su questa strada Capitini arriva ad abolire l’improduttiva divisione tra buoni e cattivi, retaggio di un antico manicheismo ancora imperante, a suo avviso, nella Chiesa Cattolica. ‹‹Ci sentiamo uniti, malgrado il contrasto per il fatto particolare, perché sentiamo che nella persona c’è anche altro, una capacità di sviluppo, di superare il male stesso che sta facendo e, in ogni modo, qualsiasi cosa faccia, essa è sempre un essere della realtà di tutti››3.
La nonviolenza, dunque, trasforma la realtà e, al contempo, è sintomo del “nuovo” ormai prossimo alla realizzazione. La nonviolenza è, in qualche modo, “escatologia qui ed ora”: azione che tramuta il reale ma, altresì, azione che è già figlia di un sentire diverso, lontano dalla potenza, conscio del valore che è presenza di Dio nell’uomo.
Nonviolenza è azione concreta: rifiuto dell’eliminazione dell’avversario ma, non per questo, accettazione dello status quo. Nonviolenza è lasciare le armi di distruzione per cercare altro: lo sciopero, la disubbidienza, il boicottaggio, lo scontro aperto e continuo contro con tutte quelle ingiustizie che rendono la “realtà così com’è” inaccettabile. Capitini, riprendendo le parole del giovane filosofo Carlo Michaelstedter, chiama tale realtà “rettorica”. La rettorica è la realtà cosi com’è, vissuta nel suo continuare, nella sua necessità di procedere rigenerandosi attraverso continui bisogni-soddisfazioni che si nutrono di fallaci certezze. Ad opporsi alla vita così concepita è il persuaso, colui che ricrea se stesso attraverso il superamento della rettorica, del mero “continuare” che trascina l’uomo lasciandolo alieno da se stesso, stordito e inebriato da una vita fittizia che diventa abitudine. ‹‹La via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato››4. Persuasione è, allora, rottura della realtà di violenza e di ingiustizia a cui l’uomo, drogato da vani piaceri, è assuefatto. Persuasione è coscienza e possesso di sè, del valore, della volontà di liberazione da tutti i limiti. Persuasione è la decisione della nonviolenza: consapevolezza che i Tutti sono il vero soggetto della storia. Tutti, pur nella loro parzialità, realizzano il valore e, allora, nessuna negazione della vita e della dignità è ammessa.
Filosofia e vita si intrecciano: la pratica della nonviolenza è tutt’uno con una concezione nuova del mondo e della storia, la speculazione filosofica trova la sua verità nell’azione che le consegue.
Filosofia e vita si uniscono e si intimano vicendevolmente coerenza.
Ciò è, probabilmente, il motivo di quel vuoto, di quella pesante assenza del pensiero capitiniano nella storia della filosofia del Novecento.
Il procedere speculativo capitiniano è, molto spesso, intuitivo, ambiguo. Ritengo che non debba essere negata la presenza, nel suo percorso, di aporie che rivelano un pensiero rimasto incompleto. Ciò nonostante, però, credo che il movimento, a volte poco lucido, del suo percorso debba essere interpretato in un orizzonte più ampio: Capitini non volle essere un filosofo professionale, volle, invece, sempre usare la filosofia per migliorare, trasformare, edificare un mondo nuovo, volle usare la filosofia nell’educazione, nella politica, nella religione, cercò di lavorare come filosofo nella realtà di ogni giorno. Tali scelte profonde e gli errori, veri o apparenti, commessi stanno in relazione biunivoca: essere filosofo dell’uomo e per l’uomo porta ad un maggiore coinvolgimento e ad una minore lucidità ma, d’altro canto, è quella minore lucidità ad essere interpretabile come il limite della filosofia di fronte all’uomo.
Capitini usa la filosofia per trovare ragioni più valide, più vere, più coerenti contro quel fascismo che uccideva libertà e giustizia. In un momento storico in cui la democrazia era in pericolo e la dignità umana altrettanto, non si rifugiò in speculazioni avulse dalla realtà ma si impegnò per un ideale così eterno ed anticonformistico come quello della nonviolenza.
Ma c’è di più: Capitini seppe parlare agli uomini di tutte le estrazioni, di tutti i ceti, di tutti i livelli culturali. Seppe comunicare con il popolo, cercò di educarlo e, per questo, utilizzò la filosofia. Elevare cittadini, operai, uomini quasi analfabeti a conversazioni sugli ideali morali della giustizia, della libertà, del rifiuto della violenza è il grande successo di Capitini ed il profondo insegnamento che lascia.
Questa è la sua idea di nonviolenza: l’apertura all’altro nell’idea che tutti costruiscono il valore, la rottura di ogni autoreferenzialità culturale per testimoniare come la verità sia nel dialogo e nel confronto con tutti, la critica ad una democrazia alimentata dal potere di pochi e dall’apatia di molti, la fine di una religione ottusa al vero sacro che sono gli uomini, la riforma di un cattolicesimo retrivo ed intriso di divisioni, di esclusioni, lontano dall’amore nudo ed incondizionato di Cristo.
Nonviolenza è un ideale religioso poichè pone l’uomo in contatto con una realtà diversa: non lontana e inavvicinabile ma potenzialmente realizzantesi attraverso l’azione. Religiosa è la rilevanza data ai Tutti: l’Infinito si rivela attraverso la compartecipazione di ogni uomo alla realizzazione del valore. E religioso è Aldo Capitini: non affiliato all’una o all’altra chiesa ma intimamente convinto di lavorare per una verità profonda, unica per tutti gli uomini.
Quest’aurea di religiosità pervade tutta la vita e tutto il suo percorso illuminato dalle parole di Gandhi: ‹‹Perciò la mia devozione alla verità mi ha spinto nella politica; e posso dire, senza esitazione e pure in tutta umiltà, che chi dice che la religione non ha nulla a che vedere con la politica, non sa cosa significhi religione››5.
Religiosa è, dunque, la verità e la politica ne è ricerca e realizzazione: salta, così, la consuetudine di una politica per pochi potenti e di una religione chiusa in una rigida gerarchia ecclesiastica.
Se i Tutti sono perno della storia, allora i Tutti devono essere custodi del potere politico: dalla democrazia Capitini arriva all’omnicrazia, potere di tutti. In tale omnicrazia è evidente la pretesa di responsabilità da parte di ognuno. Alcuni uomini ‹‹ disfatti e disorientati preferirebbero ritagliarsi una parte anonima della vita con uno stipendio immancabile e frequenti “bicchierini” per tirare avanti ››6: a questi uomini Capitini contrappone un sistema politico basato sulla partecipazione popolare, senza nessuno spazio per quei “bicchierini” presi per delegare ad altri la responsabilità del controllo del potere.
Rottura, pertanto, dell’elitè politica ma, altresì, rottura di un cattolicesimo centrato su una casta sacerdotale. Il religioso Capitini, coerente con il suo ideale di apertura totale all’altro, auspica che quella partecipazione popolare teorizzata per la politica diventi ancora più viva nell’ambito della religione. Negando la divinità di Cristo egli sembra opporsi non tanto ad un dogma di fede quanto, piuttosto, a quella che sembrava essere la giustificazione del potere della gerarchia ecclesiastica. La concezione di un Cristo monarca assoluto sembrava rendere lecita la superiorità di alcuni su altri, dei ministri ordinati sui laici.
Capitini fece l’esperienza amara di una Chiesa lontana da quegli ideali a cui egli stava dedicando la vita; fece l’esperienza dolorosa di una Chiesa compromessa con il fascismo: subì l’umiliazione della censura ecclesiastica di una sua opera. Nonostante ciò non perse mai la speranza: il suo desiderio di una religione aperta e di una Chiesa conforme all’esempio morale di Cristo rivive, oggi, in molti movimenti ecclesiali, quelli in America Latina ne sono importante esempio. A tale proposito, mi permetto di citare un uomo, un teologo, un grande religioso: Leonardo Boff. ‹‹ La chiesa – egli afferma – non è, fondamentalmente, un corpo sacerdotale che crea la comunità per mezzo della Parola e del Sacramento. Essa nella sua definizione reale è la comunità dei fedeli in Gesù Cristo››7.

La nonviolenza capitiniana è, pertanto, non un atteggiamento immediato di incondizionata neutralità ma, piuttosto, un impegno progettuale concreto nella politica, nella religione, nell’educazione. Nonviolenza è un processo e un progetto: un processo di maturazione della responsabilità e un processo di società sostenibile.
In tale ottica la filosofia, come si diceva in precedenza, credo debba essere interlocutrice privilegiata di chi lavora per un mondo alternativo.
Una tesi di laurea filosofica che riprende il pensiero di Capitini è, forse, il segno e, certamente, è lo stimolo che sollecita tale “disciplina” al compito arduo del cambiamento, della trasformazione.
E’ il momento che l’intellettuale ritorni ad essere profeta e maestro. E’ ora che il filosofo ritorni a parlare di ciò che è taciuto, ritorni a dire ciò che sa, ritorni ad aprire gli occhi a chi non vede.
Nel periodo attuale in cui molti, troppi sono gli intellettuali cortigiani del pensiero unico, l’eredità capitinina riporta al dovere di sapere e di parlare. Nel 1974 Pasolini scriveva: ‹‹ Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. (...). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1968: Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e Bologna (...). Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perchè sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o so tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzato e frammentari››.
Compito ineludibile: sapere e parlare.
Compito che Capitini non tradì mai.
Concludo con le parola di un altro grande esempio di moralità e coerenza: Piero Martinetti, filosofo, uomo di grande spessore umano, uno degli undici professori che rifiutarono l’iscrizione al PNF.
<<Aveva iniziato il suo insegnamento di filosofia teoretica con una prolusione dal titolo: La funzione religiosa della filosofia. Di fronte ai positivisti ed agli idealisti vi sosteneva una tesi che non poteva immaginare più impopolare: “Il risultato positivo della filosofia non è in nessuna teoria, in nessuna conclusione concreta e definitiva, ma nell’educazione religiosa dell’umanità”??8.
--
1. N.Machiavelli, Il principe, Nuova Italia, Firenze, 1990, pag.60.
2. A.Capitini, Antifascismo tra i giovani, in Scritti sulla nonviolenza, Centro Studi Aldo Capitini, pag.127.
3. A.Capitini, Tecniche della nonviolenza, in Scritti sulla nonviolenza, cit., pag.295.
4. C.Michaelsadter, La persuasione e la rettorica, Marzorati, Milano, 1977, pag.42.
5. M.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1996.
6. A.Capitini, Il problema religioso attuale, in Scritti sulla nonviolenza, cit., pag.24.
7. L.Boff, La teologia, la Chiesa, i poveri, Einaudi, Torino, 1980, pag.64.

* Vive a Brescia, laureata in Lettere e Filosofia (Università di Verona)


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I giovani incontrano Aldo Capitini

La persuasione, la compresenza, l’omnicrazia: luoghi del comunicare nonviolento capitiniano

Di Paolo Signori*

Non si può non essere approssimativi conversando di “grandi anime”: sono persuaso di esserlo raccontando del mio incontro con Aldo Capitini.
Cominciavo il servizio civile alla Casa per la nonviolenza di Verona e dopo 8 giorni crollavano le torri gemelle; mi mancavano 2 esami e la tesi in lettere moderne, il 13 maggio dello stesso anno, una domenica, non avevo votato per la Casa delle libertà ed era mia intenzione, cosa che poi ho fatto, andare a Cuba di lì a poco. Qualche giorno dopo, sistemando alcuni pacchi mi ritrovavo a leggere un articolo di Aldo Capitini dal titolo “Guerra e guerriglia”. Non sapevo nulla di nonviolenza, del Movimento Nonviolento e di Aldo Capitini. Il primo luglio di due anni dopo discutevo una tesi dal titolo “I luoghi del comunicare nonviolento”!
I luoghi del comunicare sono proprietà comune, e non privata; capacità universale e solidale: è il rapporto del tu declinato in tu-tutti. Il comunicare è dialogo, preghiera, nonmenzogna e silenzio, tutti modi, modalità, o meglio, luoghi, dove si realizzano, tramite l’aggiunta, le varie forme declinate del pronome indefinito che indica una singola persona in modo generico, senza precisarne l’identità: uno, e il primo pronome personale singolare soggetto: io. Il tu-tutti che si manifesta tramite l’aggiunta e si sostanzia nell’apertura, nell’affetto, nella vicinanza e nell’intimità. La persuasione viene ad essere il movimento con cui l’aggiunta apre al comunicare e la vasta famiglia lessicale composta da questo termine è di per se stessa nonviolenta: comunicazione, comunione, comunità, comune, comunanza. Questa radice comune è attraversata dal dolce e dal soave della persuasione, la quale segue un percorso del tutto simile a quello del codice all’interno del messaggio. Una operazione che si attua al momento del comunicare, e in cui rientra il perimetro di tutto i luoghi dove ci si ritrova e in cui si comunica, in cui si instaura un rapporto: necessità del codice dunque che sia comprensibile e traducibile. Il codice è tale in quanto richiede da parte del mittente e del destinatario uno stesso motivo, una esigenza simile nel rendere partecipe l’altro dei propri atti, dei propri valori.
E mi soffermo su questo punto per non correre il rischio di essere troppo approssimativo: il concetto di persuasione è fondamentale in quanto permette di individuare un luogo estremamente vivo e vivace che porta Capitini a dotare il proprio pensiero di un respiro, di un anelito elevatissimo. Strutturante in Capitini è il senso della finitezza, della mancanza, dell’imperfezione di questa realtà presente, e il movimento dell’aggiunta è in effetti necessario proprio per questa debolezza, strutturata nel circostante. In Capitini (come in Michelstaedter) si ha una meditazione sulla solitudine ontologia dell’uomo, che non riesce ad appagare la propria brama di essere fintanto che si cerca nelle cose del mondo. Sfuggendo a se stesso, l’uomo cerca il proprio piacere nelle cose, e queste ultime esistono solo per la coscienza dell’uomo: il mondo “è fermo finché l’uomo si tiene in piedi”1.
La persuasione non è mai oggetto a sé stante, ma è attributo, proprietà. La persuasione è ciò che appartiene alla soluzione, è il valore comunicante; è la qualità che diviene effettiva essendo resa comune. La persuasione nonviolenta non è mai retorica, non allude mai a nulla, ma è pregnante e strenua nel suo essere presente nell’Altro; nell’aggiunta, nel movimento successivo, nel momento terzo: scioglimento di una ipotetica dualità antica, retaggio originario e primitivo. E diventa, in questo modo, termine comune, elemento proprio di ciò che sostanzia: la compresenza e l’omnicrazia, per esempio. Come due approdi, due porti, verso cui si dirige la realtà, libera e liberata, aperta e aprente. E la sponda comune, l’insenatura, è proprio la persuasione, essa stessa contenuto della sua forma, e forma del suo stesso contenuto. Tutto questo, immerso nella immanenza trascendente, nell’escatologia di questa realtà nuova, qui e ora, capitiniana appunto.
Quindi, i due approcci (compresenza e omnicrazia) sono sostanziati dalla persuasione, e la persuasione, a sua volta, è sostanziata da questi due approdi, movimenti simmetrici e speculari che si risolvono oltre, tramite l’aggiunta: il primo e il principale tra i movimenti nonviolenti. E nel comunicare nonviolento si realizzano, quasi naturalmente, queste dinamiche, questo annullarsi di consequenzialità, nell’estinguersi di questo rapporto tanto stringente in passato di causalità. Ma la persuasione non è nemmeno sintesi tra lo stato reale e la realtà liberata, ma piuttosto analisi, svolgimento, un attuarsi urgente, e nella sua urgenza già presente. La persuasione, dunque, non è mai individuale, soggettiva, ma nemmeno mai oggettiva e collettiva. È una capacità dell’atto, è il valore manifesto del corrispondente valore assoluto.
E in questo momento, persuaso di essere stato fin troppo approssimativo, mi trovo ad aver terminato il mio primo articolo per Azione nonviolenta nel primo numero del suo primo quarantennio.
--
1. C. Michelsteadter, La persuasione e la rettorica, Adelphi Editore, Milano 1982, p.43

* Vive a Desenzano, laureato in Lettere Moderne (Università di Verona)


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I cinquant’anni di Emmaus, sempre dalla parte degli ultimi.

Nostra intervista a Renzo Fior, presidente internazionale

Di Elena Buccoliero e Mao Valpiana

Nella recente Assemblea mondiale in Burkina Faso, Renzo Fior è stato riconfernato per quattro anni presidente di Emmaus internazionale. Nella sede di Villafranca, in provincia di Verona, dove vive insieme a sua moglie Silvana e ai due ragazzi, e con una ventina di comunitari, si respira aria di inesauribile attivismo, fotografie e messaggi da tutto il mondo, manifesti delle ultime assemblee, progetti, dépliant plurilingue… Capannoni costruiti dalla comunità mostrano un fittissimo repertorio di oggetti di ogni tipo, venduti al mercatino settimanale. E insieme a tutto questo una cordialità, un’accoglienza, una serenità e una forza che danno voce a qualcosa di molto prezioso.

Chiunque bussa alla porta di Emmaus viene accolto, e non gli si chiede mai “chi sei? da dove vieni?”. È proprio vero?
Certo, è una regola del movimento. Quando una persona si presenta e chiede di entrare in comunità, il procedimento è molto semplice: prima di tutto propongo un colloquio in cui spiego che cos’è una comunità, perché la sua scelta sia consapevole; poi presento un’unica regola, cioè che qui nessuno beve per aiutare chi deve smettere, e chiedo se ha problemi di salute sia perché possiamo aiutarlo nelle cure, sia per proteggere la comunità da eventuali affezioni virali.
Tutto qui?
Chi arriva dalla strada tende a presentarsi meglio di quello che è in realtà, pensando così di essere meglio accettato, e allora io non chiedo niente, per non mettere l’altro nella condizione di mentire… Nel tempo chi lo desidera incomincia ad aprirsi, racconta la sua storia.
In Italia Emmaus nasce a Verona. Ci racconti come?
Era il 1962. Vincenzo Benciolini partecipa ad un campo di lavoro in cui conosce personalmente l’Abbé Pierre e poi comincia a vivere con persone emarginate e fonda la prima comunità italiana, che intreccia subito legami con il tessuto cittadino occupandosi, oltre che del recupero, della gestione delle aree verdi comunali.
Tu quando sei arrivato?
Ho cominciato a lavorare ad Emmaus nel ‘74-’75 come responsabile del settore esterno. Il mio compito era organizzare il lavoro dei giardinieri. Non vivevo ancora in comunità, ogni mattina mi trovavo al bar con 10-15 operai, giovani sbandati, disoccupati, malati psichiatrici, ex carcerati… Salivano sul mio autocarro e andavamo al lavoro. Ben presto sono emersi i primi problemi.
Perché?
La comunità si autogestiva, ma chi era più forte fisicamente imponeva la sua idea. Insomma, sono successe cose poco simpatiche nelle relazioni tra le persone e nella gestione del denaro, qualcuno ha portato in comunità alcol e droghe che per regola sono banditi.
Come avete reagito?
Il “boss” che era stato estromesso ha cominciato a tornare di notte appiccando incendi al capannone. Ho cercato di assumermi la responsabilità del gruppo, vivendoci di giorno e passando la notte in una piccola comunità poco distante, ma le violenze notturne continuavano. Abbiamo cacciato un gruppetto di quattro o cinque persone che si è stabilito proprio di fronte alla comunità, dall’altra parte della strada, e di notte facevano incursioni, furti, atti di vandalismo. I comunitari hanno cominciato a chiedere di dormire fuori per paura, e li abbiamo sistemati in vari appartamenti. Come la comunità è stata svuotata, i quattro sono entrati e hanno distrutto tutto. Abbiamo cercato di organizzare dei turni di guardia ma è valso a poco. Ricordo che la nostra assemblea mondiale di allora si era svolta con lo slogan “Viva Emmaus vivo!”
Nessuno vi ha aiutato?
Abbiamo avvertito i carabinieri di Verona, ma hanno preferito non entrare in tutta questa storia. In compenso il Comune non voleva perdere questa realtà che era un suo patrimonio, e ha messo a disposizione un piccolo finanziamento per pagare l’affitto di un altro capannone in attesa di ricostruire ciò che era stato distrutto. Sono continuate le minacce dei quattro, sono arrivati anche a bruciarmi la macchina. Abbiamo cercato per ognuno di loro una sistemazione in appartamento e un lavoro, durante il giorno andavo a trovarli in motorino portando qualcosa da mangiare.
Finalmente la situazione si è tranquillizzata!?
Solo apparentemente. Dopo un anno trascorso a ricostruire, i quattro sono tornati decisi ad essere presenti. Allora io e Silvana abbiamo piantato una tenda nel campo e abbiamo vissuto lì, da marzo a novembre, senza acqua corrente né luce elettrica, per presidiare il capannone.
Nel tempo è finito il rapporto con il Comune di Verona per la manutenzione dei giardini; anche giustamente, ci veniva chiesto un lavoro di qualità che non eravamo in grado di assicurare. Emmaus era ormai solo un ambiente di lavoro, gli ospiti stavano ancora in appartamenti. C’è stato un forte dibattito interno se ricostruire la comunità oppure no. L’anima operaistica del gruppo riteneva che non avesse più senso e che si dovesse dare il primato al lavoro.
E poi?
Le cose si sono fatte sempre più complesse, con difficoltà nei rapporti, tensioni, invidie, piccole meschinità nel rapporto con i comunitari. Dopo due anni io e Silvana abbiamo detto basta, abbiamo lasciato tutto e siamo ripartiti da zero, qui a Villafranca.
Perché avete scelto di mantenere la vita di comunità?
Per noi era molto importante, per rispondere alle esigenze del territorio che continuava a sollecitarci con sempre maggiori richieste. Credo che questo sia ancora vero. Ogni giorno ci viene rivolta almeno una richiesta di ingresso: chi ha finito un programma di recupero in una comunità per tossicodipendenti e non sa dove andare, chi viene inviato dal servizio sociale per le ragioni più diverse…
È possibile tracciare un identikit degli ospiti di una comunità?
Sono persone che sentono di non avere altre possibilità, e possono avere alle spalle le situazioni più diverse. C’è l’avvocato, il manager che aveva con sé decine di operai, quelli che avevano un buon lavoro e poi hanno vissuto grossi problemi familiari, la rottura del loro matrimonio o il fallimento dell’azienda… e senza quasi accorgersene si sono ritrovati su una strada. Diventare barboni è facilissimo, bastano pochi giorni passati senza lavarsi, senza radersi, mangiando a malapena e subito si fa strada la paura, la vergogna, ancor più per chi in passato si era sentito “qualcuno”. È inevitabile rotolare nel baratro. Si comincia a dormire in stazione, a bere – che in questi casi è un effetto e non una causa…
E poi ci sono persone con una storia completamente diversa, gente appena uscita di galera, altri che fanno uso di sostanze o sono ai limiti dell’illegalità.
Come è possibile far vivere insieme persone così diverse?
Dico sempre che le tensioni di una comunità sono minime rispetto a quelle che si incontrano negli ambienti di lavoro o nelle comunità ecclesiastiche... Quando ci sono difficoltà cerchiamo di risolverle con il richiamo alle regole minime che ci siamo dati. E poi si respira nell’aria che chi vive qui non è unito dall’amicizia o dalla voglia di stare insieme, ma dalla condivisione di un progetto di lavoro comune per vivere e per aiutare chi ne ha bisogno.
Comunque, in una comunità il periodo più difficile è quello iniziale. Per trovare una stabilità occorre che qualcuno decida di fermarsi, di mettere le radici. Dopo cinque, sei anni, sono i comunitari a insegnarsi l’un l’altro le regole della vita in comune.
Qual è il futuro dei comunitari?
Ci sono possibilità diverse. Molti rimangono ad Emmaus, qui a Villafranca abbiamo persone arrivate ormai da 10, 12 anni. Non è difficile da capire. Chi ha fatto esperienza di un’esclusione drammatica, profonda, sofferta, si guarda bene dal provare a reinserirsi nella società. La paura non è un pensiero, sta sulla pelle. E poi le persone fanno i loro calcoli: se escono da Emmaus a 40-45 anni, chi dà loro un lavoro?
Ci sono altri che dopo qualche anno decidono di uscire, a volte riprendono a bere o si rivolgono ad altri gruppi di supporto. E ci sono anche persone che restano appena un mese perché sono troppo abituati a vivere da sole e non riescono ad adattarsi a quel po’ di regole che reggono una comunità. Comunque la maggior parte dei comunitari rimane qui.
Ci sono persone che cambiano radicalmente?
C’è chi vivendo in comunità scopre che la sua vita ha un senso. Senza tenere conto dei progetti di solidarietà, non si può comprendere la proposta di Emmaus. Di tanto in tanto i comunitari visitano i progetti Emmaus, in Bosnia, in Burkina Faso e via di seguito, e si rendono conto che proprio loro, che credevano di non valere niente, ora lavorano e si guadagnano da vivere, e non solo riescono a gestirsi ma danno aiuto ad altre persone con difficoltà ancora maggiori. Allora la comunità non è solo la risposta al proprio problema personale, ma la possibilità di uscire da se stessi per andare incontro agli altri. In questo senso il nostro progetto è esattamente inverso a quello dei gruppi terapeutici, che mirano ad emancipare la persona centrandola su se stessa.
Che significato ha Emmaus oggi?
Emmaus è una risposta gratuita e disponibile. Credo sia importante come richiamo al fatto che ogni persona ha diritto alla casa, al lavoro, ad avere relazioni sociali e al rispetto della propria dignità. Quanto a far risuonare questo diritto a livello sociale, ecco, forse questo è il nostro limite.

Parlaci dell’Abbé Pierre. Ricordi il vostro primo incontro?
Era il periodo in cui vivevamo nella tenda, Silvana e io abbiamo parlato con lui e con amici di altre comunità per decidere cosa era meglio fare.
Che cosa vi ha detto?
Di andare avanti, ovviamente… Poi ci siamo rivisti diverse volte, soprattutto dal ’99 in avanti quando sono stato candidato come presidente Emmaus internazionale. È venuto qui da sornione, un po’ alla chetichella, per tastare il terreno. Da allora abbiamo rapporti molto frequenti, quotidiani quando sono a Parigi.
Che cosa ti colpisce di lui?
Moltissimi aspetti. Pur essendo un fondatore, e avendo verso il movimento, come tutti i fondatori, un sentimento quasi paterno, di protezione e di controllo, è riuscito nel tempo a tirarsi da parte. Credo sia per questo che Emmaus nel tempo è riuscito a crescere come movimento mondiale e ad organizzarsi, con un proprio consiglio di amministrazione, un’assemblea… Abbé Pierre ha un rispetto profondo verso i nostri statuti, non manca di intervenire ma sempre con grande riguardo per la volontà dell’assemblea.
Di lui ammiro la capacità di ascolto nei confronti di tutte le persone, nonostante sia preso da mille impegni è sempre totalmente al servizio, disponibile ad imbarcarsi nelle avventure più improbabili. Sì, è questo: la fedeltà all’uomo.
È ancora attivissimo con incontri in tutto il mondo. Quanti anni ha?
Novantadue, ed ha ancora la capacità di attirare e di provocare le persone con le sue parole, con la sua testimonianza. Quando ha parlato, di recente, nella cattedrale di Genova per la giornata missionaria c’erano più di mille persone, ci hanno detto che la chiesa non era mai stata così piena, e si sentiva nell’assemblea un fremito, una partecipazione…
E poi si tiene aggiornato, non guarda solo al passato. Ha ancora una combattività invidiabile. Di recente in Francia è stata discussa una “legge contro la povertà” ma lui ha valutato che si trattava piuttosto di una legge “contro i poveri” e non ha fatto mancare le sue dichiarazioni. Una sua presa di posizione non può essere ignorata, in Francia è ormai da anni la persona più popolare.

Emmaus celebra oggi il cinquantesimo anniversario.
Ufficialmente sì. L’attività è iniziata nel ’49 ma ha cominciato ad essere conosciuta all’esterno intorno al ’54, con gruppi che nascevano in Europa e in America Latina.
Il movimento è organizzato ovunque in comunità?
Nei paesi europei Emmaus è una rete di comunità cui si aggiungono alcuni gruppi di amici che fanno attività di recupero e vendita di materiali, per sostenere i progetti di solidarietà di Emmaus, ma che non ospitano comunitari. Generalmente nel tempo i gruppi danno vita alle comunità. Fuori dall’Europa la realtà è diversa.
Ad esempio?
Nei paesi africani o latinoamericani la realtà è molto diversa. Ad esempio in Benin le comunità hanno attività produttive tradizionali: agricoltura biologica, allevamento, compostaggio, e poi c’è un mercatino dell’usato con quello che arriva dall’Europa. Ogni anno il movimento europeo invia in Africa qualcosa come 120, 130 container. Altri arrivano da circuiti esterni ad Emmaus, realtà che hanno relazioni dirette con i gruppi africani. Con il ricavato delle vendite si finanziano progetti di microcredito e altre iniziative di sviluppo per le comunità: asili, scuole, corsi di formazione professionale per i giovani. Qualcosa di simile accade in America Latina, ad esempio in Uruguay ci sono corsi per falegnami, meccanici, parrucchieri…
In che modo i gruppi dell’America Latina hanno avvertito le difficoltà economiche degli ultimi anni?
Ci sono gruppi che vantano una tradizione molto forte perché alcuni preti francesi, che avevano lavorato con l’Abbé Pierre sin dagli inizi, si erano poi trasferiti in Argentina e avevano fondato lì delle comunità secondo lo stesso modello. Parliamo del ’53, ’54. Oggi a Buenos Aires c’è un gruppo di comunitari, un asilo con circa 150 bambini sotto i 10 anni e una scuola professionale che funziona secondo due turni, mattutino e pomeridiano.
La crisi economica si è sentita, eccome. Fino a qualche tempo fa la struttura era autosufficiente, ora non più. Anche il ruolo di Emmaus è cambiato. Inizialmente le comunità erano una risposta all’emarginazione; ora, nell’impoverimento generale e nella fortissima disoccupazione, ci sono persone che vivono fuori dalla comunità ma lavorano ad Emmaus, che ormai rappresenta un’opportunità di lavoro per persone che decidono di dedicarsi alla raccolta di materiale usato.
Qualche tempo fa hai detto che ogni sera, prima di addormentarti, ti chiedi se la tua giornata è stata utile a qualcuno. È ancora vero?
Certo, è il mio cruccio. Non possiamo mica ritenerci soddisfatti semplicemente perché muoviamo l’aria! Lo scopo della nostra vita è cambiare un po’ il mondo e, come movimento internazionale, preoccuparci di quello che riusciamo a realizzare. Quattro anni fa lo slogan dell’Assemblea Mondiale di Emmaus era “Possiamo rifare il mondo”. Già, possiamo dare da mangiare ai bambini, far sì che possano andare a scuola, vivere in salute... noi devolviamo il 30 per cento del ricavato annuo in progetti di solidarietà. Nel 2002 abbiamo investito così 70mila euro; negli ultimi 18 anni, un miliardo 300 milioni di lire. Non possiamo mica accontentarci di fare proclami e basta. È troppo facile!

Prete, onorevole e clochard

L’abbé Pierre, Henri Groués, ha 92 anni; vive tra Parigi e un convento di Grenoble. Dopo una giovinezza allegra, di cui ricorda con piacere le avventure negli scout, si fa frate cappuccino ma deve abbandonare la vita religiosa per la cattiva salute. Diventa prete e durante la guerra è nella Resistenza. Porta in Svizzera ebrei e ricercati; si salva dai nazisti fuggendo in Algeria dentro un sacco postale. Dopo la guerra è deputato per tre legislature; con l’indennità parlamentare di 50mila franchi compera una casa alla periferia di Parigi dove nel 1949, dopo aver conosciuto Georges, ex galeotto senzatetto, fonda il movimento dei compagni stracciaoli di Emmaus, oggi diffuso in 47 Paesi, aconfessionale.

EMMAUS nel mondo

Unione Europea: Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Svizzera, Austria, Germania, Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia.
Paesi dell’Est: Bosnia, Polonia, Romania, Bulgaria, Croazia, Ucraina, Lituania, Lettonia, Estonia. Medio Oriente: Libano.
Continente africano: Tunisia, Algeria, Marocco, Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, Togo, Benin, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Burundi, Mozambico, Madagascar, Africa del Sud, Zaire.
Asia: India, Bangladesh, Indonesia, Giappone, Corea del Sud.
America Latina: Colombia, Brasile, Bolivia, Perù, Cile, Uruguay, Argentina.
America del Nord: Stati Uniti, Canada.

APPELLO DI EMMAUS

in occasione dei 50 anni dall’Insurrezione della bontà provocata dall’azione dell’Abbè Pierre a favore dei senza tetto a Parigi, nel febbraio 1954

Amici miei! Aiuto!
Una donna è appena morta congelata, questa notte alle 3 sul marciapiede di Boulevard Sebastopol, stringendo tra le mani il documento con il quale il giorno prima era stata sfrattata.
Questa stessa notte, nell’agglomerato parigino, sono più di 2000 persone, senza tetto, intirizzite dal freddo, senza nulla da mangiare…

Così, 50 anni fa, il 31 gennaio 1954, iniziava l’accorato appello dell’Abbè Pierre dai microfoni di Radio Lussemburgo.
L’anima comune della Francia, cittadini ed istituzioni, a cui l’Abbè Pierre aveva fatto appello, rispose con una generosità straordinaria.
Cinquant’anni dopo, facendo memoria di questo avvenimento che occupò per giorni le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, la situazione dei senza tetto resta tuttora drammatica, specialmente, ma non solo, nei mesi invernali.
In Europa, oggi, anno 2004, 70 milioni di persone sono costrette a vivere in case al limite della decenza, 3 milioni di queste vivono e dormono all’aperto, senza un tetto.
In Italia, le associazioni impegnate a difesa del diritto dei senza tetto, stimano che le persone costrette a vivere senza casa, sono 90.000. Se consideriamo la situazione di sette tra le maggiori città italiane, la situazione è la seguente: Roma 6000, Milano 5000, Torino 1000, Napoli 1000, Bologna 800, Genova 900, Firenze 1500.

Emmaus Italia, con le sue Comunità e Gruppi e con altre iniziative collaterali, dà una risposta, come può, a questo dramma che interpella con urgenza le coscienze di tutti, privati cittadini e pubbliche autorità. E questa interpellanza diventa un’accusa per tutti noi. Specialmente se pensiamo a tutte le case sfitte che ci sono nelle nostre città, ed ancor più se pensiamo alle ingenti assurde spese per azioni di guerra, ovunque e comunque alimentate nel mondo. (Un solo esempio: con i 1.451 milioni di euro annui che l’Italia spende per mantenere la Brigata Corazzata si potrebbero assegnare circa 15.000 alloggi, ogni anno.).
L’Europa, oggi, dorme sul piano sociale. Più che mai bisogna svegliarci e svegliare tutti, ed agire. Non si tratta solo di rispondere all’emergenza, ma di un preciso primario dovere morale di tutti perché finalmente venga rispettato un diritto fondamentale, come quello della casa e perché sia possibile a tutti una vita decorosa nel rispetto della dignità di ogni Persona.
Cinquant’anni fa, l’insurrezione della bontà cominciò perché la proprietaria dell’Hotel Rochester mise a disposizione dei senza tetto che dormivano per strada a Parigi, alcune camere riscaldate che erano vuote.
Questo ‘miracolo’ non potrebbe ripetersi ancora oggi? Ma non basterebbe, comunque.
Cinquant’anni dopo, facciamo appello all’anima della nuova Europa perché dia soluzione a questa offesa alla dignità della Persona umana ponendo il problema casa come priorità dei propri programmi sociali.

Chiediamo all’Unione Europea che inserisca il diritto alla casa nella sua Carta costituzionale e che preveda l’utilizzo dei Fondi strutturali per le case popolari.
Chiediamo al nostro Governo almeno, la ‘tregua d’inverno’ per tutti gli sfratti e gli sgomberi, come avviene in Francia.
Chiediamo alle singole Amministrazioni comunali di investire nel settore abitativo pubblico, ed ai Sindaci che compiano il loro dovere legale di tutelare la salute dei cittadini anche requisendo temporaneamente gli immobili abbandonati per darli ai senza tetto.

Chissà che il fatto di ‘Natale’, un uomo senza fissa dimora romano che ha rischiato la vita per difendere due ragazze assalite da malviventi, non ci convinca a credere che anche coloro che facciamo finta di non vedere dormire sotto coperte o cartoni nelle nostre stazioni ferroviarie o negli anfratti dei numerosi monumenti, quando non sulle panchine delle nostre città, sfidando la morte, hanno un’anima, un cuore che sa essere capace di positivi, esemplari e provocatori gesti di ‘collere d’Amore’.

Dichiarazione finale della Decima Assemblea Mondiale Emmaus Internazionale
Burkina Faso, Ouagadougou, 17/22 Novembre 2003

Noi, gruppi Emmaus provenienti da 47 paesi dell’Africa, Americhe, Asia ed Europa, riuniti in assemblea mondiale a Ouagadougou (Burkina Faso) dal 17 al 22 novembre 2003 attorno al nostro Fondatore l’Abbé Pierre, ci siamo confrontati sul tema: « Insieme, Agire, Denunciare”.

Dopo oltre cinquant’anni di esistenza e di lavoro con ed al servizio dei più sofferenti e dei più poveri del pianeta, partendo dall’esperienza che ci viene dalle nostre azioni, siamo costretti a constatare:

una miseria galoppante ;

un aumento delle malattie quali l’aids e la malaria che decimano le popolazioni del Sud ;

un sempre più vasto aumento di guerre create, mantenute e sostenute da potenze straniere, complici alcuni poteri locali, con le loro drammatiche conseguenze : aumento dei rifugiati e degli sfollati, bambini arruolati nei diversi eserciti, carestie senza fine, massacri politici, uccisioni di giornalisti e di sindacalisti, e via dicendo.

un saccheggio sistematico delle ricchezze dei paesi del Sud ad opera delle imprese transnazionali ;

una sempre maggiore concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi ;

una corruzione in continuo aumento ed espansione, favorita anche da alcuni dirigenti politici ;

una privatizzazione selvaggia, imposta dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale attraverso i vari Programmi di Aggiustamento strutturale le cui conseguenze prevedibili sono le svendite di imprese, di fabbriche e servizi, la disoccupazione, i licenziamenti ed infiniti altri drammi sociali ed umani;

un aumento dei terrorismi e degli integralismi religiosi di ogni specie;

Di fronte a questa situazione, sentiamo il dovere di denunciare :

le potenze straniere e locali che provocano ed alimentano le guerre, il commercio delle armi, i traffici criminali diversi;

l'arruolamento dei bambini soldato nelle diverse guerre, e tutte le forme moderne di schiavitù : traffico di esseri umani per lo sfruttamento sia sessuale che nel lavoro, ed ogni altro crimine contro l’umanità;

le perverse politiche economiche e sociali della Banca mondiale e delle altre organizzazioni internazionali quali il WTO, il Fondo monetario internazionale con i loro vari programmi di aggiustamento strutturale ;

la ingiusta ripartizione delle ricchezze della terra, e soprattutto la privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità e dei servizi essenziali della salute, istruzione e della cultura.

Forti della nostra pur piccola, ma attiva presenza nel mondo, interpelliamo :

la società civile perché con maggiore responsabilità ed iniziative concrete sappia difendere i diritti delle popolazioni, favorendo il loro lavoro in rete per una più efficace presa di parola politica ;

le autorità dei nostri rispettivi paesi ad essere i porta-parola delle nostre denunce e delle nostre richieste nelle varie istituzioni ed istanze internazionali ;

l'Organizzazione delle Nazioni Unite perché sappia finalmente essere strumento di soluzione pacifica, giusta ed equa dei conflitti ;

il WTO, la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale perché sappiano, finalmente, prendere in giusta considerazione le preoccupazioni dei produttori e delle popolazioni coinvolte, in particolare dei paesi del sud e dell’Est dell’Europa, per un’effettiva economia di giustizia ;

i governanti del mondo perché cessino le guerre ed il commercio delle armi, e per una migliore e più equa ripartizione delle ricchezze della terra.


Il programma di lavoro del movimento Emmaus


In applicazione della dichiarazione finale della nostra 10ma assemblea generale, il Movimento indica nelle seguenti proposte le azioni comuni per i prossimi quattro anni :

1. PER UNA ECONOMIA DI GIUSTIZIA

a)Partecipare alla mobilizzazione internazionale dei movimenti della società civile per valorizzare gli impegni del Movimento in favore di una economia di giustizia, equa ed umana.
b)Cooperare concretamente con le associazioni della società civile locale per appoggiare e rafforzare le azioni comuni in favore dei più deboli.
c)Sostenere il commercio equo e solidale, attraverso le centrali di acquisto esistenti, con il coinvolgimento dei gruppi Emmaus e dei loro partners. Per Emmaus, l’obiettivo è di dimostrare che è possibile aumentare questa modalità di scambio economico.
d)Assicurare un programma pluriennale d’invio di containers che rispondaalle richieste espresse dalle regioni Emmaus, ed assicurare pure un impegno finanziario a medio e lungo periodo per le azioni di solidarietà.

2. PER UNA COSCIENTIZZAZIONE LIBERATRICE

a)Favorire, a tutti i livelli del Movimento, spazi di espressione e di formazione, come pure strumenti pedagogici che permettano di sviluppare la coscienza critica dei comunitari e quella del pubblico, in particolare dei ragazzi.
b)Promuovere scambi di esperienze tra le diverse regioni Emmaus ed anche tra i gruppi partners, con altre associazioni private o pubbliche che operano nel settore.
c)Creare pagine o siti Internet per denunciare i fenomeni di monopoli e dominio sociale e per proporre alternative

3. PER NUOVI STILI DI VITA E DI CONSUMI DI GIUSTIZIA

a)Impegnare ogni gruppo Emmaus in un programma di risparmio energetico, di acqua e di materie di consumo nonché di attivazioni di sistemi di energie alternative come pure di gestione dei rifiuti. Prevedere una valutazione delle esperienze alla prossima assemblea mondiale.
b)Elaborare un manuale apposito e sviluppare scambi di buone pratiche di consumo responsabile all’interno del Movimento ed in collaborazione con altre organizzazioni che operano nel settore.
c) Creare pagine e siti Internet, dedicati specialmente ai problemi ed alle buone pratiche di consumi di giustizia.

4. PER UNA FINANZA ETICA

a)Identificare in ogni paese le banche etiche esistenti ed impegnarsi, da qui alla prossima assemblea mondiale, a depositare il denaro dei Gruppi Emmaus in queste banche
b)Attuare uno studio di fattibilità di una “banca etica Emmaus” per la prossima assemblea mondiale. In caso contrario, studiare e firmare convenzioni apposite con le banche etiche esistenti.
c)Sviluppare una politica di micro-credito tra tutti i Gruppi Emmaus. Un contributo supplementare dal 10 al 20% del bilancio attuale della solidarietà di Emmaus Internazionale deve essere messo a disposizione dai Gruppi del Movimento, da qui alla prossima assemblea mondiale, per questa forma di solidarietà.

5. PER UN MONDO DI PACE E NONVIOLENTO

a)Sollecitare ed organizzare l’impegno di tutti i Gruppi Emmaus contro la produzione, acquisto e vendita delle armi, e chiedere una moratoria di tale commercio, almeno per le armi leggere, in ciascun paese del mondo.
b)Sviluppare l’educazione e la formazione alla pace ed alla nonviolenza nei Gruppi Emmaus e per le giovani generazioni del mondo intero, favorendo l’acquisizione di competenze per la soluzione pacifica dei conflitti, il rispetto delle minoranze e per la pratica dei metodi nonviolenti, la diffusione di manuali pedagogici, organizzazione di seminari e laboratori di formazione su scale locale, nazionale ed internazionale, lavorando in rete con altre organizzazioni. (Obiettivo da raggiungere da qui alla prossima Assemblea mondiale: sensibilizzazione e formazione di almeno 100 responsabili di Gruppi Emmaus).
c)Lottare contro il traffico di essere umani e contro ogni forma di moderna schiavitù attraverso un’azione di pressione, esercitata da tutti i Gruppi Emmaus, nei confronti dei parlamenti nazionali, del parlamento Europeo e delle nazioni unite.
d)Assumere l’impegno individuale di rifiutare ogni forma di coinvolgimento personale nello sfruttamento sessuale.

L’assemblea mondiale affida al Consiglio di Amministrazione del Movimento il compito e la responsabilità di definire:
modalità del calendario
condizioni operative per la messa in atto
risorse finanziarie da impegnare
procedure di valutazione
per ciascun impegno previsto e per l’avanzamento delle azioni nel periodo che intercorre da ora alla prossima assemblea mondiale di Emmaus.

Per favorire la trasparenza, la condivisione delle esperienze, la migliore conoscenza delle azioni del Movimento e del suo impatto a livello locale, nazionale ed internazionale nonché per il monitoraggio del programma di lavoro, l’assemblea generale dà incarico al Consiglio di Amministrazione di prevedere un gruppo o strumento di valutazione della realizzazione degli impegni assunti dalle organizzazioni appartenenti a Emmaus Internazionale, scelte in modo casuale.

Ouagadougou, 22 novembre 2003

I 500 partecipanti all’Assemblea mondiale di Emmaus Internazionale


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Cinque obiettori israeliani condannati ad un anno di reclusione.

Centinaia di persone manifestano di fronte al Carcere Militare

Di Elena Buccoliero

Sabato dieci gennaio centinaia di persone hanno scalato la collina di fronte al Carcere Militare n. 6, ad Atlit, da dove potevano rendersi visibili (e udibili) ai prigionieri, per una manifestazione di solidarietà verso tutti gli obiettori di coscienza israeliani, totali (rifiutano l’arruolamento) e parziali (rifiutano il servizio nei Territori Occupati). In particolare si richiedeva il rilascio di Haggai Matar, Matan Kaminer, Shimri Zameret, Adam Maor e Noam Bahat, condannati a un anno di reclusione dopo numerose condanne minori che sommavano già 14 mesi di carcere.
Salire ad Atlit per la protesta è una tradizione che risale ai tempi della Guerra del Libano – prima che molti dei refusnik di oggi fossero nati - ma l’ultimo verdetto ha conferito alla protesta uno speciale senso di urgenza.

Il processo

La decisione presa il 4 gennaio scorso dal tribunale militare di Jaffa sembra il frutto di una mediazione tra i tre giudici, incerti tra una condanna a 6, 12 o 36 mesi.
Secondo il colonello Avi Levi che presiedeva la corte, e che portava avanti la linea intermedia poi accettata, "analizzando le dichiarazioni degli accusati siamo giunti alla conclusione che le loro azioni siano principalmente motivate dal desiderio di estendere l’opposizione contro le politiche di governo nei Territori e di guidare altri giovani a seguire il loro esempio, rifiutando l’arruolamento o il servizio nei Territori”.
"Gli accusati hanno reso pubblico il loro rifiuto allo scopo di mettere in discussione la validità delle operazioni dell’esercito israeliano e la moralità del servizio militare”, ha proseguito Levi. “Inoltre mettono a rischio la legittimità internazionale dello stato e sostengono le nazioni ostili offrendo loro nuovi argomenti. In questo modo stanno ponendo i loro criteri morali al di sopra di quelli degli altri soldati che servono l’esercito, dei loro comandanti, e dei politici che li guidano. Il loro scopo è influenzare l’opinione pubblica e imporre il loro punto di vista, minacciando che il sistema militare arriverà al collasso con l’estensione del fenomeno del rifiuto”.
È interessante ascoltare come il giudice Levi pone in relazione la libertà di pensiero, che Israele garantisce, con la condanna dell’obiezione di coscienza:
“La libertà di parola è garantita dalla legge, ma alcune sue forme sono comunque illegali. Usare espressioni razziste è illegale. Rifiutare il servizio militare come esempio di libertà di opinione è parimenti illegale. Nel caso che qui si discute, un reato commesso allo specifico scopo di portare l’opinione pubblica all’illegalità di massa quando ci sono concrete ragioni per preoccuparsi per la sorte della nostra popolazione, e causare un danno incalcolabile all’esercito e allo stato, merita indubbiamente una punizione severa, perché le masse possano vedere e capire che il prezzo del rifiuto è una punizione severa”.
Al termine del dibattimento, il colonnello Levy ha sostenuto che i giudici hanno operato “non solo come giudici militari e come ufficiali, ma anche come cittadini di un paese democratico e di uno stato di diritto”.
Giunge prontamente la risposta degli obiettori condannati:
“Abbiamo iniziato questo percorso non per noi stessi, ma per combattere l'occupazione che sta distruggendo sia la società israeliana che quella palestinese”, ha affermato Haggai Matar commentando la notizia della sua condanna, dopo i 14 mesi già scontati. “Dicono che stiamo minando la legittimità di quello che fanno l'esercito e il governo. È assolutamente vero ed è per questo che non ci fermeremo”.

Cresce la campagna a favore dei refusnik

Intanto il rifiuto del servizio nei Territori Occupati si allarga anche a riservisti delle unità speciali e fa paura. Un quotidiano israeliano, Haaretz, ha riportato la notizia di un padre, elettore del partito conservatore Likud, secondo il quale è preferibile che sua figlia (di leva) vada in carcere piuttosto che nella striscia di Gaza.
E dal momento della condanna si è rafforzata la campagna per il rilascio degli obiettori. Alla manifestazione del 10 gennaio, lanciata da Yesh Gvul e dal Forum dei Genitori dei Refusnik, si sono uniti le associazioni Gush Shalom, Courage to Refuse e Ta'ayush, una partnership arabo-isareliana. Tutti insieme in centinaia – tra questi, due membri del parlamento israeliano, Barake e Makhoul – hanno viaggiato per ora per risalire il sentiero roccioso, reso scivoloso dagli acquazzoni degli ultimi giorni.
“La sentenza potrebbe essere illimitata, poiché dopo il rilascio saranno di nuovo richiamati e potranno essere ancora processati per il loro rifiuto a servire l’esercito”, hanno spiegato i rappresentanti del Forum dei Genitori. “Questo è il prezzo che i nostri figli stanno pagando per il rifiuto di prendere parte a questa occupazione brutale; ma la severità della punizione riflette la pura del governo israeliano di fronte a queste convinzioni. Il governo ha bisogno di soldati ben programmati, la sua politica cerca di punire questi ragazzi perché altri desistano dalla volontà di obiettare".
Tra la folla c’era il dottor Gadi Elgazi, condannato ad un anno nel 1981 per le stesse ragioni e rilasciato dopo sei mesi in seguito ad una intensa campagna di opinione. E c’erano altri obiettori, incarcerati negli ultimi anni.
C’era Yoni Ben Artzi – rilasciato solo pochi giorni fa dopo un anno e mezzo dietro le sbarre, ora che le autorità militari sembrano disposte a concedergli lo status di obiettore di coscienza che per molto tempo gli hanno negato. Se l’esercito pensava di creare una divisione tra i refusnik facendo questa concessione proprio mentre gli altri cinque obiettori venivano condannati, si è sbagliato di grosso. Ben Artzi è stato accolto con calore da tutti i presenti.
C’erano anche alcuni potenziali prigionieri, dai quali potrebbero dipendere i prossimi passi della lotta per il diritto di obiettare. Molti firmatari dello Shministim, il gruppo di studenti delle scuole superiori che aveva firmato una lettura di rifiuto delle armi, era lì a manifestare. Alcuni di essi, che saranno richiamati alle armi nei prossimi mesi, erano particolarmente arrabbiati e sfiduciati: “Il giudice ha cercato di scoraggiare anche noi con una condanna a così lungo termine. Bene, il carcere militare non ci spaventa, e se ne accorgeranno presto!” Seguivano slogan familiari come: “No, grazie, Mr Sharon / a Hebron vacci tu / al diavolo i tuoi piani, tutti all’inferno / noi preferiamo andare in cella”.
“Basta con l’apartheid” era lo striscione di Yesh Gvul, e Courage to Refuse presentava la scritta “Rifiutare l’occupazione è fedeltà al sionismo”. C’erano anche cartelli più piccoli, dipinti a mano: Lunga vita agli obiettori, Siamo tutti obiettori, Rilasciate gli obiettori, in galera i ministri.
Una grande bandiera arcobaleno con la parola “Pace”, in italiano, sventolava sopra le teste. Gli attivisti che la portavano raccontavano “Bandiere come queste erano in tutta Europa durante la guerra in Iraq e ancora, abbiamo voluto che fosse anche qui”.
Qualcuno ha parlato al megafono invitando tutti a guardare attraverso le sbarre. Si scorgevano le sagome di quattro persone che potevano essere alcuni dei refusnik. Attualmente, oltre ai cinque, questo carcere militare rinchiude anche altri sei riservisti che hanno rifiutato di combattere nei Territori Occupati e sono stati reclusi con condanne di 28 o 35 giorni. Tra questi, il capitano Dan Tamir, il sergente Amon Yariv, il tenente Omar Yaffe, il sergente Yoav Levy.
“Io so come ci si sente a stare rinchiusi lì dentro e a vedere che qui sulla collina c’è una manifestazione. So che meravigliosa sensazione di calore e di supporto questo possa dare”, ha detto Yigal Rosenberg, che nel 2002 ha passato parecchi mesi nel carcere n. 6.

La Petizione del Forum dei Genitori

I genitori dei ragazzi incarcerati hanno scritto una petizione nella quale si chiede il rilascio degli obiettori selettivi. Per maggiori informazioni è possibile consultare http://www.refuz.org.il

Al Presidente della Repubblica Moshè Kazav
The President’s House, Jerusalem, Israel
Al Primo Ministro Ariel Sharon
Al Ministro della Difesa Sciaul Mofaz
37 Kaplan st. Tel Aviv 61909, IsraelA quanto pare, il vostro governo condanna i nostri figli per le loro convinzioni. Questi giovani hanno scelto di dire la verità: che è contro le loro coscienze fare quello che il vostro governo vuole sia fatto dall’esercito. Essi credono che l’esercito non debba essere usato per opprimere un altro popolo. Che l’esercito di Israele debba essere un esercito di pura difesa. Ma sembra fare proprio l’opposto occupando i territori e negando ai palestinesi i loro elementari diritti civili. Ciò distrugge anche la società Israeliana, i suoi valori morali e la sua economia, e provoca attacchi terroristici. Non è un esercito di difesa, al contrario! I giovani potrebbero servire invece la società con un servizio civile.
Capiamo che è molto difficile per il vostro governo sentire la voce della coscienza.
Infliggere dure sentenze serve solo ad intimidire altri giovani.
Liberate i cinque obbiettori subito.


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Cresce la nonviolenza da una parte e dall’altra del muro

Di Asma Haywood e Franco Perna

Le recenti mosse e proclami politici per una Palestina indipendente o per uno stato ebreo-palestinese hanno avuto scarsa risonanza tra la gente comune di entrambi i lati. Contemporaneamente, però, i piani di costruzione del muro dell’Apartheid, tagliando fuori una grande striscia di territorio palestinese, per essere annessa ad Israele, isolando molti villaggi e creando veri e propri bantustans, procedono a pieno ritmo.

La comunità internazionale, intanto, non fa gran chiasso per questo, mentre in Israele c’è il sentimento che la politica di Sharon potrebbe gradualmente condurre verso un regime di tipo fascista. I sintomi di tale pericolo si avvertono allorquando bisogna subire umilianti interrogatori e minuziosi controlli all’aeroporto, sia all’entrata che all’uscita d’Israele, o quando si è costretti ad attraversare infiniti e inutili check-points su tutto il territorio palestinese. Alcuni osservatori non esitano a paragonare il comportamento di certi soldati con quello delle SS tedesche di qualche decennio fa. Tutto ciò mette in imbarazzo gli israeliani e i loro sostenitori nel mondo, per i quali Israele è e resta la sola democrazia della regione.

Un fenomeno preoccupante è il crescente potere degli ebrei ultra-conservatori e i loro amici cristiani sionisti (circa 100 milioni, in prevalenza negli USA, secondo il Sabeel Ecumincal Liberation Theology Centre in Gerusalemme). Questi credenti fondamentalisti elargiscono anche aiuti economici all’esercito israeliano, utilizzando canali di associazioni quali l’International Fellowship of Christians and Jews (Jersalem Post, 21.12.2003).

Da parte palestinese, intanto, molti, dichiaratamente delusi dei loro leaders, non hanno scelta e subiscono i duri e umilianti effetti dell’occupazione israeliana, soprattutto quando devono spostarsi da un posto all’altro del loro territorio. Lo stesso presidente Arafat, praticamente agli arresti domiciliari, appare - a dir poco - politicamente debole, pur raccogliendo una certa simpatia tra la gente comune. Egli sta, ormai, perdendo le redini della situazione, anche se non si sente ancora pronto a passare alla storia, dando spazio a nuove forze politiche più dinamiche. Tale è stata l’impressione generale a seguito di un’udienza speciale (24.12.2003) in occasione della Marcia internazionale per i diritti umani attraverso Israele e Palestina, durata 3 settimane, a cui abbiamo in parte partecipato. Questo clima d’incertezza e d’immobilità esaspera gli animi, soprattutto tra i giovani desiderosi di agire in qualche modo, o di reagire ai soprusi, e, spesso in preda alla disperazione, ricorrono alla violenza, causando tragedie e morte.

Nonostante situazioni insopportabili la vita continua… Persone di grande valore e senso di responsabiltà emergono dalle ‘ceneri’ delle rispettive comunità, promuovendo cambiamenti positivi dal basso. Lo abbiamo sentito a più riprese durante il nostro breve ma intenso soggiorno di qualche settimana (dic. 03 – gen. 04), specialmente quando ci è stato possibile unirci ad altri ‘internazionali’ per sostenere iniziative locali nonviolente, per esempio a Budrus, cercando di ostacolare la costruzione della grande muraglia (che in alcuni posti s’innalza per 8 metri occupando uno spazio totale largo 35 metri – Palestine-Israel Journal, n. 3, 2003). Abbiamo ugualmente preso parte al congresso della Coalizione delle donne israeliane per la pace (circa 600 delegate) e ad una manifestazione di massa organizzata in collaborazione con le donne in nero, nella centrale Zion Square di Gerusalemme.

Siamo stati spesso con palestinesi dediti alla cura di bambini nei campi profughi, o gente impegnata per educare i giovani perché diventino adulti responsabili. Tale impegno ci è apparso particolarmente forte nella gestione di progetti patrocinati dai quaccheri nella zona di Ramallah: asili, scuole ecc. coinvolgendo oltre 1000 ragazzi. Simile sensazione l’abbiamo avuta con organismi non-governativi, quali l’Associazione agricola palestinese di sviluppo, il Comitato di soccorso agricolo (PARC), che incoraggiano e aiutano gli agricoltori a piantare ulivi, costruire semplici sistemi d’irrigazione in zone non coltivate, eliminando, così, ogni pretesto agli israeliani di espropriare terreni ‘incolti’ ed estendere ulteriormente i propri insediamenti. L’accoglienza, l’ospitalità e la determinazione di questi agricoltori palestinesi a rimanere sulle terre dei loro antenati ci ha profondamente commossi.

Durante l’ultima settimana abbiamo lavorato con altri volontari presso il centro Tent of Nations, che sorge nei pressi di Nahalin, a sud-ovest di Betlemme, spianando il terreno e piantando circa 200 ulivi ed altri alberi, in gran parte donati da amici di Quaker Voluntary Action. Questo progetto comprende un’area di circa 250 ettari e mira ad accogliere giovani (ed altri) di diverse culture per costruire ponti di solidarietà, comprensione, riconciliazione e pace, mettendo a disposizione di gruppi giovanili e movimenti vari le proprie strutture per incontri, anche a livello internazionale.

Ci sono stati tentativi di esproprio da parte di coloni israeliani che circondano la zona, ma i proprietari - la famiglia Nassar - con l’assistenza di esperti legali israeliani (gli avvocati palestinesi non possono esercitare in Israele), è decisa a non mollare e il caso ora ha raggiunto la Corte suprema israeliana da cui ci si aspetta un chiarimento definitivo su questa faccenda che si protrae ormai da anni. Naturalmente ciò richiede non solo urgenti aiuti finnaziari, ma anche volontari per assicurare una permanenza continua sul posto e impedire l’esproprio.

Il contributo degli ‘internazionali’ è di grande importanza, per gli uni come per gli altri, perché i più moderati, impegnati in iniziative dal basso per creare situazioni meno violente, non si sentano abbandonati a se stessi. Un ottimo esempio è stato dato da un gruppo di European Jews for a Just Peace che, in visita alla Tenda delle nazioni, ha donato 300 ulivi da piantare quale simbolo di pace e di speranza. Attualmente operano in Israele-Palestina anche una 30na di ‘accompagnatori ecumenici’, sponsorizzati dal Consiglio mondiale delle chiese, contribuendo efficacemente alla sicurezza di persone in pericolo, condizionando i soldati israeliani a non trattare i palestinesi con eccessiva durezza. A volte gli accompagnatori riescono a neutralizzare situazioni veramente pericolose.

Per concludere desideriamo sottolineare che entrambi, palestinesi e israeliani, hanno estremo bisogno di sentire che, al di là della politica dei loro leaders,la comunità internazionale non li ha dimenticati. Ciò è particolarmente importante per coloro i quali ancora credono che un giorno, come nel lontano passato, essi potranno vivere in armonia, gli uni accanto agli altri, rispettando reciprocamente le proprie culture e tradizioni. Esempi concreti di convivenza già esistono in Israele. Forse il più noto è Neve Shalom/Waht al-Salam (che abbiamo visitato), la cui Scuola per la pace forma centinaia di facilitatori per la gestione e trasformazione di conflitti, anche nei territori occupati, nonostante le difficoltà politico-militari. Tale rapprochement va sostenuto in tutti i modi possibili per contrastare la crescita di un anti-semitismo generalizzato capace di riportarci alla memoria sinistri spettri del passato. Il nemico più grande è la paura reciproca per cui iniziative dal basso, come quelle indicate sopra, meritano sostegno perché possano crescere e moltiplicarsi.


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Non dimenticare. Le conseguenze politiche dell’eccidio di Nassiriya.

Le responsabilità morali e penali per la morte dei militari italiani in Iraq

Di Giuseppe Ramadori*

La morte di 19 italiani in IRAQ ci deve far riflettere. La loro morte non è dipesa da una causa di forza maggiore né da un fatto occasionale non previsto. Al contrario era ben prevedibile per chi doveva evitarla e chi non si è adoperato adeguatamente e responsabilmente per farlo. Esiste una colpa grave dei comandanti del reparto e dello S.M. per non aver predisposto o previsto, un’adeguata difesa della caserma degli italiani; colpa prevista e punita dagli artt. 97 98 99 Codice Penale Militare di Guerra.
A parte la responsabilità politica e morale di chi ha inviato dei soldati italiani non, come si è sbandierato, a garantire la pace fra due avversari interessati ad attuarla, ma ad aiutare, come alleati, una parte contro l’altra; c’è il grave ed irreparabile errore dei comandi dei Carabinieri e dell’Esercito, di non avere saputo difendere e garantire, la vita ai soldati loro affidati. E’ da prendere atto, inoltre, che con l’eccidio di Nassiriya si è vanificato il “sistema italiano” delle missioni di “pace”: l’ingraziarsi e l’aiutare le popolazioni al fine di coinvolgerle nell’operazione di pace. Popolazioni che, per forza di cose, ad eccezione di quelle direttamente beneficiate con aiuti e calore umano, ci considerano, comunque, occupanti, o quantomeno alleati degli occupanti.
Primo compito dei Comandanti, in situazioni di guerra o di pericolo analogo, è proprio quello di garantire, con intelligenza e ragionevolezza, e sino a quando è possibile, l’incolumità dei soldati loro affidati. Non si può come è accaduto a Nassiriya, installare una caserma, vicino ad un trafficato incrocio stradale, (che ora si dice, retoricamente, così voluto per stare al centro della città con gli iracheni) senza opportune e valide difese passive (magari copiandole dagli americani). Fuori, intorno alla caserma dei carabinieri non c’erano fossati, barriere di cemento, percorsi di accesso non in linea retta, ma semplici ed antichi cavalli di frisia, atti per la difesa delle persone non certamente dei prevedibili camion bomba lanciati a tutta velocità. Non si possono affrontare tali pericoli con dei semplici fucili o con armi portatili (gli “schioppetti” aggiornati dei nostri padri!). E ciò invece hanno fatto colpevolmente i nostri comandi.
Di tutto ciò, di queste colpevoli carenze e delle inesistenti serie difese, i Signori Ufficiali responsabili dovrebbero rispondere non solo penalmente, avanti al Tribunale Militare, ma anche avanti al Giudice Civile per i danni arrecati ai soldati da loro comandati. Chissà se arriveremo a questo, per ora non se ne parla e con molta probabilità tutto verrà assorbito dalla glorificazione mediatica dell’Arma dei Carabinieri, assolta per acclamazione popolare, sulla commozione per le tante bare!
Ora si consente la glorificazione dei comandi responsabili, quantomeno del numero dei caduti; la loro esibizione con medaglie pennacchi ed alte uniformi, con la strumentalizzazione delle 19 bare e della sofferenza dei familiari dei caduti. Ci si riempie la bocca di retorica, di patria, di eroismo; ma che cosa, di tutto ciò, corrisponde a verità e non si tratta invece di strumentalizzazione di “poveri cristi” uccisi come agnelli sacrificali, e delle loro sconsolate famiglie! Dov’è la patria in Iraq? Chi non la riconosce, li in questa operazione, è un antipatriota? E quale eroismo se i poveri caduti non hanno potuto nemmeno difendersi?
Si applaude il Fini che, senza alcun vero contraddittore a “Porta a Porta”, può affermare tranquillamente, con l’assenso del compiacente (al potere) Vespa che chi si commuove ora per i carabinieri uccisi ed esterna il proprio dolore, dovrà riconoscere la bontà e la legittimità del loro invio, armato, in Iraq, e non potrà più dichiararsi contrario a questa guerra!
E ci si ricordi che queste vittime (veri martiri, testimoni innocenti dell’inefficienza dei comandi militari) sono andati in Irak per soldi, spinti dai bisogni delle loro famiglie, per ricavare un guadagno superiore a quello della sopravvivenza, non conoscendo la pericolosità della missione. Oltretutto se non avessero ricevuto gli 8/15 milioni al mese, e fossero stati edotti del pericolo guerra, quasi nessuno di essi sarebbe partito.
L’esercito ed i politici hanno così trasformato dei giovani disoccupati in cerca perenne di lavoro, delle persone che avevano bisogno di far quadrare i bilanci familiari e, a volte,di far fronte a pesanti spese mediche e di assistenza ai familiari, in mercenari in gente che va a combattere, o comunque va in zone in cui si combatte, per soldi.
E tanto ciò e’ vero che il 90 % dei caduti provengono dalle regioni più povere d’ Italia dove non c’e’ lavoro e c’e’ un’endemica povertà. I “ padani ” si guardano bene di dare un simile contributo!.
Non si possono, però paragonare questi caduti ai volontari civili delle varie associazione di volontariato, Medici senza Frontiere, Emergency, ecc., sono altra cosa, anche se sul campo si trovano a dare aiuto alla popolazione, con i militari. Senz’altro vanno aiutati, compresi, e apprezzati tutti quei militari che in queste zone disastrate, a prescindere dalla divisa che portano, aiutano le popolazioni vittime della guerra e leniscono con impegno e sacrificio i loro dolori. Ma oltre a manifestar il nostro cordoglio la nostra solidarietà a questi morti ed alle loro famiglie, in questi giorni dobbiamo levare alta la nostra protesta contro chi ha organizzato e diretto la presenza dei soldati italiani in un territorio in guerra, o comunque ostile. Non possiamo ignorare ciò, e farlo passare in secondo piano, coperto dalla commozione e dal pianto per i caduti e per i feriti.
E ciliegina sulla torta, che generali e militari ci ammanniscono, e’ la colletta, la raccolta di fondi, lanciata anche dalla RAI , oltre che da Associazioni, circoli sportivi ecc. per aiutare i familiari dei caduti. Si dice per far fronte alle urgenze immediate, in attesa che arrivino contributi ed assistenza. E’ vergognoso ciò ed e’ scandalo ver