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- 1964-2004
di Mao Valpiana
- Opere in versi di Aldo Capitini
di Alberto Tomiolo
- Teoria e pratica del Movimento Nonviolento
di Raffaella Mendolia
- Memorie di un profeta disarmato
di Maria Buizza
- La persuasione
di Paolo Signori
- I cinquant’anni di Emmaus
di Elena Buccoliero e Mao Valpiana
- Obiettori isreliani condannati
di Elena Buccoliero
- Cresce la nonviolenza da una parte e dall’altra del muro
di Asma Haywood e Franco Perna
- Le conseguenze politiche del’eccidio di Nassiriya
di Giuseppe Ramadori
- Anno europeo della disabilità
di Alberto Trevisan
- A chi destinare l’8 per mille?
di Paolo Macina
alternative
l’azione
lilliput
cinema
economia
musica
storia
educazione
libri
lettere
1964 – 2004
di Mao Valpiana*
Quarant’anni. Un bel traguardo per Azione nonviolenta. Chissà
se Capitini, quando l’ha concepita, immaginava una vita così lunga
per la rivista del Movimento Nonviolento.
Il 1964 è l’anno della prima bomba atomica cinese e del primo bombardamento
aereo statunitense sul Vietnam. In Italia è l’anno del film di
Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”. E’ anche l’anno
dei Beatles in America: scoppia la beatlesmania, i quattro di Liverpool occupano
tutti i primi posti delle classifiche discografiche mondiali e da allora la
musica e la cultura giovanile non saranno più le stesse. Si preparavano
le condizioni per la rivoluzione del ’68. Capitini percepiva questo fermento
e scriveva: “La violenza dell’autoritarismo dell’uomo sull’uomo,
dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e la violenza dell’imperialismo
e della guerra, sono gli ostacoli che il progresso della storia deve oggi vincere,
in una lotta che è unica, e che porta alla liberazione di tutti. Ma se
il metodo di tale lotta sarà nonviolento la liberazione ci sarà
fin da ora, per la serenità, per la fratellanza umana, per l’apertura
che vivremo nella lotta stessa”.
Il sogno dei giovani di allora della fantasia al potere si è trasformato
nell’incubo degli anni di piombo. E poi il brusco risveglio… In
questi quattro decenni il mondo è cambiato.
Ma la nonviolenza è cresciuta dai “favolosi anni ‘60”
ad oggi. Finalmente questa parola è entrata nel lessico comune. A volte
viene usata in modo strumentale, a volte distorto, ma non si può più
prescindere da un confronto con la nonviolenza. La voce del Papa grida “mai
più guerra” e lo fa richiamando la nonviolenza, sindacati e movimenti
di base scendono in piazza e rivendicano metodi di lotta nonviolenti, il movimento
no global, la rete lillipuziana e tutte le realtà religiose di base si
interrogano sulla nonviolenza. Anche tre partiti, con storie e orientamenti
diversi, come i radicali, i verdi, rifondazione, hanno fatto della nonviolenza
una opzione prioritaria. Naturalmente la stessa parola nonviolenza viene poi
declinata in mille modi diversi, a volte opposti. C’è chi arriva
persino a giustificare i bombardamenti nel nome della nonviolenza, chi assolve
l’intolleranza e la menzogna, chi la usa come sinonimo di democrazia,
chi ne fa un tutt’uno con il pacifismo generico, chi l’accetta solo
come tecnica e chi la rinvia all’aldilà. Ma nessuno più
la deride o la ignora, come avveniva quarant’anni fa quando il mondo si
divideva e si confrontava fra il comunismo e la libertà e Capitini cercava
di costruire ponti fra oriente ed occidente per “prendere il meglio dell’uno
e dell’altro”. Il Muro di Berlino è stato abbattuto, mettendo
a nudo tutte le nefandezze del socialismo reale e nel contempo le atroci responsabilità
del capitalismo occidentale. Due imperi contrapposti. Uno è crollato
con gran fragore, lasciando sotto le macerie speranze e milioni di vite. L’altro
è ancora in piedi, forse agonizzante, ma continua a schiacciare speranze
e vite. Morto il comunismo, smascherato il liberismo, si affaccia all’alba
del terzo millennio la nonviolenza, come speranza di vita abbracciata da tanta
gente. Non è ancora un fenomeno di massa, di moltitudini. Non ci sono
nazioni o popoli interi che si ispirano ad essa. Sono ancora singoli individui,
o piccoli gruppi, o movimenti trasversali, ma è certo che la nonviolenza
è ormai la pietra angolare per milioni e milioni di persone che cercano
un mondo migliore. Piccoli produttori del sud del mondo, tantissimi consumatori
del nord, fedeli che ricercano le profonde radici nonviolente del buddismo,
del cristianesimo, dell’islam, giovani che riscoprono il valore della
solidarietà, amministratori pubblici che lavorano per la tutela dell’ambiente,
lavoratori che difendono il salario e la dignità del lavoro.
Per celebrare i 40 anni di Azione nonviolenta abbiamo messo in cantiere per
la prossima primavera un convegno nazionale sul senso e la sfida di proseguire
il progetto lanciato da Capitini nel gennaio del 1964. Vogliamo confrontarci
con altre riviste e con giornalisti critici sul ruolo e le difficoltà
di fare informazione oggi.
In questo primo numero del quarantennale di Azione nonviolenta, rinnovato nella
grafica e aumentato nelle pagine, diamo spazio alla ricerca fatta da alcuni
giovani sull’attualità del pensiero capitiniano, e ad un saggio
su un aspetto non troppo conosciuto della sua opera, quello poetico.
Ai lettori che apprezzeranno questo lavoro chiediamo di impegnarsi ad essere
promotori della diffusione di Azione nonviolenta, trovare un nuovo abbonato,
collaborare attivamente alla crescita della rivista, strumento fondamentale
di azione del Movimento Nonviolento.
* Direttore di Azione nonviolenta

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Opere in versi di Aldo Capitini:
Terrena sede (1928)
Sette canti (1931)
Atti della presenza aperta (1943)
Colloquio corale (1956)
Patrizia Sargentini, Aldo Capitini Poeta, Guerra Edizioni, Perugia 2003
Quando dirai una parola, sarai infinita-
mente in essa…
Atti della presenza aperta
Di Capitini filosofo, educatore, polemista gentile, maestro in senso pieno,
si sa a sufficienza anche se non mai “abbastanza”. Di un Capitini
poeta, diciamo pure strettamente “professionale”, si è invece
scritto pochissimo, quasi sempre “en passant” ad opera di amici
(sia pure molto titolati, come Walter Binni) e comunque in circostanze d’occasione.
Un saggio corposo di Patrizia Sargentini (docente di letteratura italiana
ed esperta di problemi dell’educazione linguistica), oltre ai meriti più
propriamente critici di cui ci occuperemo, viene a colmare questo incomprensibile
vuoto della nostra cultura e ci fornisce tra l’altro – pre-condizione
non di poco conto- la possibilità “materiale” di affrontare
questo inesplorato versante capitiniano disponendo di un’edizione pressochè
integrale di tutte le poesie altrimenti irreperibili, certamente non in un unico
volume, che io sappia, sul mercato librario. E viene spontaneo un amaro sospiro
di nostalgia quando capita la fortuna, come mi è successo per questa
recensione, di avere sottomano la prima, e credo unica, edizione dell’ultima
raccolta di versi, stampata da Pacini Mariotti a Pisa nel 1956, con quelle larghe
pagine di carta solida (di quelle che era necessario aprire con il tagliacarte)
e quei nitidi caratteri tipografici che inducono ad una lettura serena e distesa,
e che ai nostri giorni finiscono quasi per farci considerare il libro una sorta
di reliquia da bibliofili: un prodotto nemmeno immaginabile nei cataloghi commerciali
dell’odierna industria libraria, senza ovviamente nulla togliere alla
decorosa ristampa del volume dell’editore Guerra di cui ci stiamo occupando.
Nel suo saggio Patrizia Sargentini ha saputo raccordare, mediante una sintesi
non banalmente semplificatrice, il percorso filosofico di Capitini con il percorso,
che scopriamo parallelo, della scrittura poetica dimostrando come essi interferiscano
fecondamente e si scambino, per dirla con un bel passaggio della presentazione
di Luisa Schippa, «tutte le grandi intuizioni e le parole chiave dell’intera
opera capitiniana». Operazione che la Sargentini porta a termine con chiarezza
lodevole, specialmente in considerazione della complessità di fare i
conti con pensatori e scritture di non sempre agevole “traduzione”
(penso, tra gli altri, a Gentile e allo stesso cruciale Michelstaedter, e più
in generale all’intrico teorico del passaggio dall’Uno-tutto hegeliano
al precipuo Uno-tutti, capitiniano sì ma di matrice kantiana): autori
e testi che il maestro perugino ha studiato e metabolizzato sia nella fase della
formazione giovanile e universitaria sia in quella dello scambio, ormai “a
parità di competenze ”, della piena maturazione e dunque della
completa padronanza di una autonoma visione del mondo. Operazione, ci sia consentito
di affermare, peraltro ineludibile per chi avesse voluto rispettare, ed è
ovviamente il caso della curatrice, l’attesa e, diciamo pure, la “pretesa”
capitiniana che lo strumento della poesia trovasse posto sul medesimo piano
dei saggi di riflessione teorica, conferendogli analoga dignità intellettuale
ma affidandogli una sottile, peculiare efficacia comunicativa.
Nel quadro dell’universale educazione alla socialità che costituisce
l’obbiettivo finale della pedagogia di liberazione di Capitini, è
intuitivo come la poesia non possa ridursi ad un esercizio privato, al culto
di sé e all’autocompiacimento narcisistico nella consapevolezza
disperante di una incomunicabilità che caratterizza molti autori, anche
di pregio, del primo ventennio del Novecento. E’ invece questo lo sbocco
al quale non avevano saputo sottrarsi molti tra gli intellettuali, specialmente
i poeti come Sbarbaro e Onofri, che si muovevano attorno alla rivista «La
Voce», che Capitini apprezzava, e con i quali pure aveva dimestichezza,
qualche volta anche personale, e una meditata rilevante affinità nella
devozione morale all’insegnamento del crocianesimo più rispettato
(quello, per intenderci, che pretendeva un legame indissolubile fra etica e
realtà, e dunque fra etica e politica, e che costituirà non a
caso il fondamento teorico della successiva opposizione al fascismo di una generazione
per la verità non particolarmente “generosa” quanto ad intransigenza
liberaldemocratica).
Ma gli autori vociani e poi i loro epigoni ermetici, pur avendo obbiettivamente
contribuito a sprovincializzare la cultura italiana e a staccarla dalle formule
ormai esaurite della tradizione romantica, avevano finito per cedere al culto
esclusivo della forma poetica e non avevano esitato a proclamare l’indifferenza
ai contenuti sostenendo che la letteratura doveva trovare in sé la propria
misura e la propria giustificazione. Pedaggio, questo, trasparentissimo pagato
all’atto puro dell’autorità gentiliana, alla presunta autosufficienza
dell’attività pratica fatta coincidere con quella teoretica, che
ben si prestava a fornire una giustificazione rassicurante alla contemplazione
“disinteressata”, “autoreferenziale” della realtà,
come potremmo dire con un termine un po’ troppo di moda: quale distanza
dal superamento festoso del gentilismo condensato nel verso capitiniano «Tutti
come è più bello di tutto»! (Colloquio corale, Coro 22).
Il fatto è, insomma, che Capitini si colloca con convinta determinazione,
già con le intuizioni dei suoi esordi giovanili, nella ricca tradizione
della poesia di aperto intento didascalico che nella storia della letteratura
italiana collima spesso, come è noto, con la poesia religiosa: «al
Dio di tutti, alto sul mio risveglio, / non il perdono, ma l’oprar domando»
(Terrena sede, vv. 71-72). Con l’esame dettagliato delle ascendenze della
lirica capitiniana la Sargentini scrive un capitolo chiarificatore per raccapezzarsi
nelle trame molteplici dell’ispirazione poetico-religiosa di Capitini
e dei suoi principali referenti. Alcune “vicinanze” sono, per così
dire, “fisiologiche” nel senso che hanno alimentato la primissima
formazione di Capitini e approderanno nei materiali per la tesi di laurea (Jacopone
da Todi, Foscolo, e il Leopardi perennemente ristudiato), altre sono indicate
espressamente dall’autore, altre ancora riemergono qua e là in
circostanze non immediamente letterarie come gli interventi ai diversi congressi
cui il maestro prese parte come relatore, mentre le più esplicite (Giuseppe
Ungaretti, soprattutto Clemente Rebora e Danilo Dolci) si ricavano dalla recensione
Sulla poesia religiosa scritta nel 1954 a proposito di un’ Antologia della
poesia religiosa contemporanea, peraltro non limitata nel respiro e nei rimandi
ai primi decenni del Novecento.
“Non limitata nei rimandi” in quanto una collocazione nel filone
della letteratura didascalica italiana significa evocare, se non addirittura
misurarsi con figure inarrivabili come san Francesco poeta, come Jacopone da
Todi e come il Dante della terza Cantica. O, nella nostra fattispecie, con una
presenza come quella di Carlo Michelstaedter alla cui opera principale pubblicata
postuma nel 1913, La persuasione e la rettorica, Capitini rivela di essere debitore
nell’assunzione del termine persuaso in luogo di “credente”
che sappiamo costituire uno dei cardini attorno a cui ruota il suo sistema filosofico
nonché di un’altra parola-chiave quale salute che per Michelstaedter
è sinonimo di persuasione, e che circolava con differenti connotazioni
negli ambiti letterari grazie alla “divulgazione” di Svevo e persino
della prima traduzione italiana di un’opera di Gandhi, che, circostanza
curiosa, quando parla del testo di Michelstaedter, Capitini non aveva avuto
ancora modo di conoscere. Debito che non deve sorprendere dal momento che Michelstaedter
riaffermava con straordinaria tensione morale, come ricorda la Sargentini, «l’esplicitazione
delle potenzialità della verità (in quanto coscienza e volontà
di essere) contro la retorica (falsa coscienza e mezzo di oppressione ideologica
delle classi al potere)» con il fine «di costruire un soggetto proteso
alla relazione», ma che riporta nel contempo alla radicalità della
deriva esistenzialistica che, se pure non aveva impedito allo scrittore goriziano
di confortare la scelta antiretorica alla luce dei Vangeli, non lo aveva però
sottratto alla decisione di suicidarsi. Viene da interrogarsi quanto abbiano
inquietato Capitini, pur tenendo conto della sua concezione della compresenza
dei morti e dei viventi, queste dolorose ricorrenze storiche del suicidio anche
fra impegnatissimi intellettuali cui pure non era estraneo il senso del valore
e della coscienza persuasa, come nel caso, appunto, più ravvicinato,
di Michelstaedter o dello stesso suicidio della donna di Scipio Slataper, altro
scrittore familiare a Capitini, che a sua volta sembra aver messo in moto un’
“autoconsegna” alla morte con l’irruente adesione alla guerra;
o, se vogliamo, per riprendere un filo mai spezzato, della dolente riflessione
morale e filosofica che riporta a Leopardi.
Di particolare utilità , e non solo per chi si accosta per la prima
volta alla poesia di Capitini, è l’ultimo capitolo, Denotazione
e connotazione in “Colloquio corale”: scelte semantiche e soluzioni
formali, nel quale la Sargentini mette a frutto con adeguato puntiglio e con
eccellenti risultati la propria esperienza professionale in materia di soluzioni
linguistiche. I versi di Colloquio corale, pubblicati nel 1956, vengono indicati
come il vertice della produzione di Capitini anche se si riconosce non minore
riuscita (e io concordo, e non voglio andare oltre, con questa onesta “rettifica
” anche perché credo sia questo un ambito in cui, grazie al cielo,
non hanno proprio senso le “classifiche” e i “vincenti”…)
alla straordinaria concentrazione di pensiero filosofico e di resa metaforica
della raccolta uscita tredici anni prima, Atti della presenza aperta, di cui
basti una citazione al volo: «Solo il fiore che / lasci sulla pianta è
tuo» (Atti, parte prima, B3) sublimemente capitiniana.
Ma non si può negare che la poesia di Colloquio corale (sette sezioni
diversamente titolate a costituire gli atti di una manifestazione condivisa)
incorpori, nelle intenzioni di Capitini, tutti gli elementi che devono concorrere
alla comunicazione della parola liberata e agli strumenti attraverso i quali
può essere “divulgata”. Una applicazione compiuta della Gesamtkunstwerk,
complessa eppure nitida e rasserenante, un’ opera totale a tutti gli effetti
che rimanda piuttosto alla lauda medievale e al suo impianto intrinsecamente
teatrale, per la cui rappresentazione, vissuta e partecipata, sono impegnati
la musica, il canto, le parole, i movimenti e, fino nel dettaglio, la posizione
circolare o semicircolare dei partecipanti, compreso – inevitabilmente
- il pubblico. La dimensione, anche quella strettamente spaziale, del teatro
viene celebrata esemplarmente in una lettera a Luisa Schippa (testimonianza
su Azione nonviolenta nel decennale della morte, settembre-ottobre 1978) in
cui Capitini, commentando una spedizione fiorentina per ascoltare, tra l’altro,
l’esecuzione di alcune sinfonie di Beethoven, descrive una concezione
liturgica del ruolo del teatro: «Ascoltare per me musica altissima in
questo periodo è necessario… E quel Teatro mi dà un’impressione
più religiosa che una chiesa; la tensione corale al valore: molta gente
è una cosa di valore; il Teatro comunale è stato per me il germe
della “realtà di tutti”». Solo alla luce di tale commistione
privilegiata con il teatro, che assurge dunque a luogo della festa “francescana”
all’insegna della “perfetta letizia”, Capitini poteva pensare
all’esecuzione del suo testo poetico dettando, in realtà, vere
e proprie norme per la messa in scena, dalla tecnica di dizione fino alla disposizione
degli attori sul palcoscenico. E chissà quanto gli avrebbe fatto piacere
sapere che i suoi testi, accompagnati da una composizione del maestro Bucchi,
erano stati ospitati per l’inaugurazione della Sagra Musicale Umbra di
qualche anno dopo la sua morte, nella città amatissima e ispirazione
permanente della sua lirica.
La modalità di conduzione della poesia sopra delineata ( dire “regia”
al grande perugino sarebbe probabilmente parso troppo autoritario…) si
regge grazie ad un accorto impianto strutturale che coniuga intimamente significati
e elementi formali. Per questo ogni sezione (Coro, Episodio, Canto, Invocazioni,
Storia Inno, Epilogo) è scritta da Capitini con un apposito registro
stilistico che ne certifichi ed esalti, al tempo stesso, il significato con
specifiche articolazioni sintattiche, con forme verbali e figure retoriche di
volta in volta calibrate sui contenuti del testo. Per esempio, nella sezione
Invocazioni si ha il ricorso frequente a frasi interrogative e ad interiezioni,
concluse dal punto fermo, a sottolineare la specifica connotazione drammatica;
oppure, nella penultima sezione, Inno, «il tono diviene quello della lode
per la conquista , “intima” e corale insieme, della cognizione di
una realtà sempre in divenire» introdotto da un incipit risolutivo,
che già di per sé avrebbe grande efficacia di condensare il senso
delle strofe successive:«Dopo tanta speranza e molto d’ombra, /
la passione dell’intimo è concreta, / e tutti unisce corale e aperta»
(Colloquio, Inno, vv.1-3); o infine, ricomponendo nell’Epilogo la simmetria
con l’esordio, «la “sera” della festa chiude l’itinerario
individuale e collettivo iniziatosi, nel Coro, con il “mattino”
della festa».
Come si può ricavare da questa selezione di annotazioni che peraltro
la Sargentini estende, con imparziale scrupolo ricognitivo, anche alle opere
precedenti soprattutto agli Atti della presenza aperta, Capitini ha scelto di
servirsi e di misurarsi con gli strumenti formali della comunicazione poetica
tradizionale, con un’esplicita dissociazione dal complesso delle pratiche
creative delle avanguardie storiche. Forse per questo (io confesso di non saperne
nulla) sarebbe assai interessante poter documentare se mai Capitini avesse discusso
e confrontato la propria opzione di una lirica “alta”, sia pure
esemplarmente “canonica”, con quella di un amico e collaboratore,
Ferdinando Tartaglia, poi ritiratosi dagli impegni civili e culturali ma molto
attivo e propositivo nel Movimento di Religione fondato nel primissimo dopoguerra
post-fascista. Se fosse permesso un appunto marginale al lavoro della Sargentini,
sarebbe quello di non aver nominato questo protagonista e i nodi teorici e culturali
ad esso collegati, rilevanti per almeno due ragioni. Innanzitutto Tartaglia
ha agito marcatamente nella riflessione capitiniana (è lui a coniare
il termine tramutazione, essenziale nella definizione del Dio persuasivo e della
necessità di una mutazione genetica nel corpo della Chiesa cattolica)
e, in secondo luogo, in relazione al versante che stiamo esplorando, Tartaglia
fu specialissimo poeta nel quale l’urgenza religiosa non lasciava spazio,
al contrario di Capitini, ad una scrittura distesa ma aspirava, come aveva detto,
alle «translinguazioni materiali del Discorso», con una sperimentazione
veramente singolare tutta interna alle acrobazie linguistiche e concettuali
delle avanguardie. Finora inedite le migliaia di pagine lasciate da Tartaglia,
una selezione, supponiamo, di poesie ci sarà donata in un’annunciata
antologia, Poesie. Esercizi di verbo che Adriano Marchetti sta facendo uscire
per l’editore Adelphi, e ci si augura che ciò possa aprire concretamente
la questione non peregrina dell’eventuale “confronto poetico”
con Capitini.
Per concludere: contributo davvero prezioso, quello della Sargentini (cui, ancora,
in extremis, mi permetto di osservare che il capitolo di conclusione è,
forse, troppo dimensionato sulla figura di Silone, periferica in realtà
nello svolgimento di merito del testo), insperato, vorrei dire, e degno di occupare
un posto originale nella biblioteca capitiniana non mai abbastanza affollata.

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I giovani incontrano Aldo Capitini
Teoria e pratica del Movimento Nonviolento: un’aggiunta specifica alla
cultura della nonviolenza
Di Raffaella Mendolia*
Mi sono avvicinata al Movimento Nonviolento da poco tempo, spinta da motivi
di studio: avevo deciso per la mia tesi di laurea di analizzare un movimento
sociale per accertare se questo potesse rappresentare una valida alternativa
per coloro che oggi sentono l’esigenza di partecipare attivamente alla
vita politica del Paese, ma senza valersi dell’intervento dei partiti.
Questa esigenza nasce dall’inevitabile constatazione che oggi si verifica
la contraddizione apparente tra la cosiddetta crisi della politica e la crescita
del livello della partecipazione sociale.
Secondo Roberto De Vita ciò che oggi è in crisi è la rappresentanza
come dimensione della politica di mediazione che mette in luce l’inadeguatezza
dell’organizzazione tradizionale della rappresentanza e la necessità
di nuove forme di democrazia e di modelli organizzativi, che rispondano concretamente
all’emergere nella società di una crescente domanda di potere in
senso democratico.1
Di posizione simile è anche Norberto Bobbio che afferma che la crisi
della partecipazione si lega al grave fenomeno dell’apatia politica: negli
stati democratici, infatti, la partecipazione si risolve nella formazione di
una maggioranza parlamentare, viene esercitata a intervalli più o meno
lunghi, si limita a legittimare una classe politica ristretta che si autoconserva,
è distorta dalla propaganda.2
Il Movimento Nonviolento, a mio parere, si pone come una valida alternativa
possibile: accompagna all’approfondimento teorico un concreto impegno
pratico.
Il Movimento Nonviolento nasce nel 1962 e rimane ancora indissolubilmente legato
al suo fondatore Aldo Capitini.E’ lui appunto a costruire le basi teoriche
e pratiche del movimento.
La necessità di unire teoria e prassi costituisce il nucleo fondante
del suo pensiero: il rifiuto di accettare passivamente una realtà in
cui prevale la forza, la violenza e la prepotenza lo spingono a ideare un progetto
di rinnovamento sociale che investe prima l’individuo e poi necessariamente
le istituzioni.
Per Capitini la nonviolenza non designa solo un insieme di tecniche di lotta
caratterizzate dall’assenza di violenza, ma comporta una teoria che si
articola in una particolare concezione etico- religiosa, la compresenza, e un
preciso programma politico, l’omnicrazia.
Ma Capitini rileva l’inadeguatezza dei mezzi fino a questo momento adottati
rispetto a tale fine di trasformazione radicale: capovolge la concezione macchiavellica
del fine che giustifica i mezzi ed afferma la validità del metodo nonviolento
che realizza tra mezzi e fini un rapporto di coincidenza.
“Affinchè il nuovo ordine a cui si tende non riprenda i modi e
le strutture del vecchio ordine ingiusto, per non finire ad assomigliare all’avversario
violento e smarrire lungo il cammino stesso le ragioni della lotta, è
indispensabile condurla con animo e mezzi non discordanti dal fine. La coerenza
tra il fine e i mezzi si pone quindi non soltanto come un’esigenza della
morale ma come un’esigenza della validità dell’azione politica.”3
Sciopero, boicottaggio, obiezione di coscienza, rifiuto di pagare le tasse,
disobbedienza civile ecc., sono mezzi di lotta che, impiegati con la dovuta
preparazione ed estensione, possono avere la forza di neutralizzare il più
potente avversario, senza che vi sia il bisogno di versare una sola goccia di
sangue del partito avverso. Principio essenziale di questa strategia di lotta
è la noncollaborazione. Se le infime classi dominanti hanno la possibilità
di esercitare il loro potere ingiusto, ciò è fondamentalmente
in virtù della collaborazione loro fornita dalla maggioranza, tra cui
gli stessi oppressi.4
La posizione capitiniana rispetto ai partiti è coerente a tale prospettiva:
pur contribuendo alla ricostituzione dei partiti dopo la caduta del Fascismo,
Capitini si dichiara indipendente di sinistra e svolge il suo lavoro espressamente
come integrazione al lavoro di questi, preferendo piuttosto l’istituzione
dei centri sociali: “ I partiti esistono per il “potere”,
per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragione d’essere
e i loro limiti, il macchiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo,
il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto
per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine. Ma
qui sorgono gravi difficoltà. Può il mezzo essere diverso dal
fine?”5
Sicuramente tale posizione è riconducibile alla sua tensione verso la
concretizzazione di una democrazia diretta, attraverso l’affermazione
di una “nuova socialità”: Capitini con essa intende che “la
partecipazione dei cittadini alla discussione e alla decisione dei problemi
collettivi sia tanto intensa da non rendere necessaria l’intermediazione
dei gruppi organizzati”: se il fine della politica non è il potere
ma la “nuova socialità” la forma della partecipazione non
è il partito ma il “centro”, “che è non societario
ma comunitario, non si schiera contro altri partiti, ma si tiene aperto all’iniziativa
di tutti, non impone dogmi ma discute problemi, non conosce privilegi di tessera,
né poteri di funzionari.”6Tale progetto non rimane una pura aspirazione
ma trova una applicazione pratica: nel 1949, a guerra appena conclusa, Capitini
fonda i C.O.S (Centri di Orientamento Sociale) anche se sarà un’esperienza
di breve durata.
Sono trascorsi trentacinque anni dalla morte del suo fondatore, ciò
nonostante il Movimento Nonviolento ne custodisce e sviluppa l’eredità
e mantiene ancora la stessa impostazione. Il contributo del Movimento alla politica
è volutamente marginale, ma anche l’aspirazione a farsi “centro”
è fortemente sentita. Oggi il Movimento Nonviolento fa proprio il compito
di offrire la propria “aggiunta” ai gruppi che necessitano del suo
apporto. Nel numero di dicembre 1991 di Azione Nonviolenta appare un’intervista
a Paul Wehr, del movimento nonviolento statunitense, egli offre una chiara spiegazione
della posizione dei movimenti nonviolenti attuali: ”Vedo i movimenti nonviolenti
come sostegno e aiuto agli altri movimenti per il cambiamento sociale. Essi
facilitano o sostengono gli altri movimenti fornendo loro training, libri, una
teoria su come funziona la nonviolenza e perché è importante usarla
e così via. Ma quando molti gruppi perdono sia membri che leader e sostegno
finanziario, i movimenti nonviolenti che sono già semplici ed essenziali,
a basso costo energetico, possono sopravvivere e offrire agli altri movimenti
ancora un minimo di aiuto.”7 Il Movimento Nonviolento ha dato prova di
credere in questo suo compito. Nella relazione introduttiva al XX° Congresso
del Movimento svoltosi a Ferrara nell’aprile 2002, si afferma: “Un
complesso movimento è venuto affermando che un altro mondo è possibile.
Svolge in forme inedite la sua opposizione e la sua ricerca. Collega gruppi
sociali, culture, generazioni, esperienze, sensibilità diverse, in differenti
luoghi del mondo.Un movimento caratterizzato dall’impegno personale e
diretto, del sentirsi interpellato da ogni momento internazionale in cui si
discutono i temi della fame, della povertà, dei commerci, dell’ambiente,
della pace e della guerra, per far sentire una voce diversa, spesso critica
ed alternativa rispetto a quelle dei governi e delle istituzioni sopranazionali
(…) Il contributo che come amici della nonviolenza siamo chiamati a dare
è quello di valorizzare il patrimonio di lotte, esperienze e tecniche
alla nonviolenza ispirate e collaborare a che mai si smarrisca lo stretto legame
tra fini da raggiungere e mezzi impiegati. Le organizzazioni che si richiamano
al pensiero e alla pratica della nonviolenza sappiano portare un’aggiunta
importante e forse decisiva allo sviluppo, quantitativo e qualitativo, del “movimento
dei movimenti”.8
Anche in questa occasione il Movimento dimostra realismo e lungimiranza: è
consapevole di non potere raggiungere immediatamente la trasformazione di una
realtà inadeguata ma non per questo vi rinuncia e continua ad agire e
a porsi costantemente in discussione per realizzare un percorso lento ma continuo
che da ormai quarant’anni procede, secondo la gandhiana “legge della
progressione”, da forme più blande di azione ad altre più
incisive, verso la realizzazione completa dell’obiettivo stabilito.
Nonostante ciò non si può non riconoscere la capacità del
Movimento Nonviolento di interpretare le nuove esigenze di partecipazione emerse
negli ultimi anni. Come riconosce Goffredo Fofi: “Nonviolenza, nonmenzogna,
noncollaborazione. Da Gandhi a Capitini ai movimenti attuali, queste tre affermazioni
di un altro modo di intendere la nostra partecipazione responsabile alla storia
individuale e di gruppo e collettiva -un altro modo di intendere la “politica”,
un altro modo di intendere la lotta per la giustizia sociale che implichi il
rispetto per la vita, e cioè della natura- hanno suscitato diffidenza,
scetticismo, ripulsa in chi doveva giustificare la disparità che ogni
potere comporta, e in chi, nella sinistra, credeva nell’inevitabile primato
e dominio della forza.”9
Ma non hanno potuto evitare il loro emergere.
Io credo che il Movimento Nonviolento sia provvisto degli strumenti per promuovere
una società più giusta, partecipata e civile, e interpretare le
nuove aspirazioni che giungono in particolar modo dai giovani. La strada è
lunga ma i progressi sono costanti. Oggi il concetto stesso di nonviolenza ha
ottenuto legittimità a tutti i livelli e domani, forse, ciò si
svilupperà in una nuova presa di coscienza.
--
1. R. DE VITA, Senso comune e trasformazioni sociali, Edizioni Franco Angeli,
Milano, 1984, p. 63
2. N. BOBBIO, L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1997, p.166-
167
3. P. PINNA, La proposta della nonviolenza, in G. CACIOPPO (a cura di), Il messaggio
di Aldo Capitini, Antologia degli scritti, Lacaita, Manduria, 1977, p. 213
4. P. PINNA, La proposta della nonviolenza,…p. 214
5. A. CAPITINI, Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino,
1950, p. 130
6. N. BOBBIO, Religione e politica in Aldo Capitini, in Id. Maestri e compagni,
Firenze, Passigli, 1984, p.267
7. Paul Wehr è professore di sociologia all’ Università
di Boulder in Colorado ed esponente di primo piano del movimento nonviolento
statunitense.Vedi “Azione Nonviolenta”, dicembre 1991, p. 8
* Vive a Mestre, laureanda in Storia Moderna (Università di Padova)

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I giovani incontrano Aldo Capitini
Memoria di un profeta disarmato, lontano dal potere, ma impegnato nella politica,
nella religione, nell’educazione
Di Maria Buizza*
‹‹ Tutti i profeti armati vincono e’ disarmati riunirono››1.
Aldo Capitini fu, senza dubbio, profeta disarmato: nudo per il rifiuto di appartenenze
politiche e religiose. La sua memoria, oggi, paga quell’essere disarmato,
lontano dal potere e dalla potenza. In Antifascismo tra i giovani egli stesso
afferma: ‹‹profeta veramente disarmato, ho provato sempre grande
difficoltà a collegare, a far valere queste integrazioni e larghi sommovimenti,
come i COS, la riforma religiosa››2.
Dedicatosi per anni alla filosofia, alla speculazione metafisica ed etica, è
proprio in tale ambito che la sua assenza fa più riflettere: Capitini
è escluso dalla storia della filosofia del Novecento, un posto non meritato?
A distanza di trentacinque anni dalla sua morte, la tesi di laurea su un pensiero
tanto trascurato costituisce il tentativo di capire le ragioni profonde di tale
emarginazione. Ma c’è di più: scrivere di Aldo Capitini
significa affrontare una speculazione filosofica che abbandona il campo elitario
di un sapere, troppo spesso, autoreferenziale per democratizzarsi rendendosi
vicina alla vita di ognuno attraverso il tema, intimamente esistenziale, dell’abbandono
della violenza.
Capitini parte dall’uomo, dal debole, dallo stanco, dall’affaticato:
parte dalla fragilità di ognuno che alimenta l’apertura agli altri,
ai Tutti. Egli supera il sentimento della potenza individuale; supera l’idealismo
che propugnava la concezione di un mondo coma totalità chiusa in cui
l’individuo e la sua storia assurgevano al ruolo secondario di strumento
per la vita di quello Spirito Assoluto autorealizzantesi; altresì supera
l’eccessivo trascendentalismo per cui, nel dualismo tra mondo concreto
e mondo dell’al di là, l’uomo vive nel continuo anelito di
qualcosa di lontano e irraggiungibile.
Oltre l’esasperato immanentismo e, d’altro canto, oltre l’esasperato
trascendentalismo, Capitini scopre il vero soggetto protagonista della storia:
quei tutti, quell’uomo aperto all’altro, quell’uomo che si
tende vero una realtà nuova e se ne avvicina attraverso la realizzazione
dei valori.
Centrale è l’importanza e il significato della comunità:
ricordando la leopardiana natura matrigna rispetto alla quale gli uomini dovevano
vivere confederati, Capitini si fa propugnatore di un sentimento di comunione
che divenga spinta di ognuno al valore per la costruzione realtà nuova
in cui “il pesce grande non mangi il pesce piccolo”. Ed è
proprio sulla base di questa continua apertura all’altro, anche al defunto
che ancora vive nel valore a cui si è teso, che il filosofo perugino
fonda teoreticamente la nonviolenza. La vicinanza al prossimo e al lontano,
l’esercizio di continue aperture al tu, a qualunque tu, significa sentire
l’incremento del valore attraverso la vita di tutti. Su questa strada
Capitini arriva ad abolire l’improduttiva divisione tra buoni e cattivi,
retaggio di un antico manicheismo ancora imperante, a suo avviso, nella Chiesa
Cattolica. ‹‹Ci sentiamo uniti, malgrado il contrasto per il fatto
particolare, perché sentiamo che nella persona c’è anche
altro, una capacità di sviluppo, di superare il male stesso che sta facendo
e, in ogni modo, qualsiasi cosa faccia, essa è sempre un essere della
realtà di tutti››3.
La nonviolenza, dunque, trasforma la realtà e, al contempo, è
sintomo del “nuovo” ormai prossimo alla realizzazione. La nonviolenza
è, in qualche modo, “escatologia qui ed ora”: azione che
tramuta il reale ma, altresì, azione che è già figlia di
un sentire diverso, lontano dalla potenza, conscio del valore che è presenza
di Dio nell’uomo.
Nonviolenza è azione concreta: rifiuto dell’eliminazione dell’avversario
ma, non per questo, accettazione dello status quo. Nonviolenza è lasciare
le armi di distruzione per cercare altro: lo sciopero, la disubbidienza, il
boicottaggio, lo scontro aperto e continuo contro con tutte quelle ingiustizie
che rendono la “realtà così com’è” inaccettabile.
Capitini, riprendendo le parole del giovane filosofo Carlo Michaelstedter, chiama
tale realtà “rettorica”. La rettorica è la realtà
cosi com’è, vissuta nel suo continuare, nella sua necessità
di procedere rigenerandosi attraverso continui bisogni-soddisfazioni che si
nutrono di fallaci certezze. Ad opporsi alla vita così concepita è
il persuaso, colui che ricrea se stesso attraverso il superamento della rettorica,
del mero “continuare” che trascina l’uomo lasciandolo alieno
da se stesso, stordito e inebriato da una vita fittizia che diventa abitudine.
‹‹La via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti
alla sufficienza di ciò che ti è dato››4. Persuasione
è, allora, rottura della realtà di violenza e di ingiustizia a
cui l’uomo, drogato da vani piaceri, è assuefatto. Persuasione
è coscienza e possesso di sè, del valore, della volontà
di liberazione da tutti i limiti. Persuasione è la decisione della nonviolenza:
consapevolezza che i Tutti sono il vero soggetto della storia. Tutti, pur nella
loro parzialità, realizzano il valore e, allora, nessuna negazione della
vita e della dignità è ammessa.
Filosofia e vita si intrecciano: la pratica della nonviolenza è tutt’uno
con una concezione nuova del mondo e della storia, la speculazione filosofica
trova la sua verità nell’azione che le consegue.
Filosofia e vita si uniscono e si intimano vicendevolmente coerenza.
Ciò è, probabilmente, il motivo di quel vuoto, di quella pesante
assenza del pensiero capitiniano nella storia della filosofia del Novecento.
Il procedere speculativo capitiniano è, molto spesso, intuitivo, ambiguo.
Ritengo che non debba essere negata la presenza, nel suo percorso, di aporie
che rivelano un pensiero rimasto incompleto. Ciò nonostante, però,
credo che il movimento, a volte poco lucido, del suo percorso debba essere interpretato
in un orizzonte più ampio: Capitini non volle essere un filosofo professionale,
volle, invece, sempre usare la filosofia per migliorare, trasformare, edificare
un mondo nuovo, volle usare la filosofia nell’educazione, nella politica,
nella religione, cercò di lavorare come filosofo nella realtà
di ogni giorno. Tali scelte profonde e gli errori, veri o apparenti, commessi
stanno in relazione biunivoca: essere filosofo dell’uomo e per l’uomo
porta ad un maggiore coinvolgimento e ad una minore lucidità ma, d’altro
canto, è quella minore lucidità ad essere interpretabile come
il limite della filosofia di fronte all’uomo.
Capitini usa la filosofia per trovare ragioni più valide, più
vere, più coerenti contro quel fascismo che uccideva libertà e
giustizia. In un momento storico in cui la democrazia era in pericolo e la dignità
umana altrettanto, non si rifugiò in speculazioni avulse dalla realtà
ma si impegnò per un ideale così eterno ed anticonformistico come
quello della nonviolenza.
Ma c’è di più: Capitini seppe parlare agli uomini di tutte
le estrazioni, di tutti i ceti, di tutti i livelli culturali. Seppe comunicare
con il popolo, cercò di educarlo e, per questo, utilizzò la filosofia.
Elevare cittadini, operai, uomini quasi analfabeti a conversazioni sugli ideali
morali della giustizia, della libertà, del rifiuto della violenza è
il grande successo di Capitini ed il profondo insegnamento che lascia.
Questa è la sua idea di nonviolenza: l’apertura all’altro
nell’idea che tutti costruiscono il valore, la rottura di ogni autoreferenzialità
culturale per testimoniare come la verità sia nel dialogo e nel confronto
con tutti, la critica ad una democrazia alimentata dal potere di pochi e dall’apatia
di molti, la fine di una religione ottusa al vero sacro che sono gli uomini,
la riforma di un cattolicesimo retrivo ed intriso di divisioni, di esclusioni,
lontano dall’amore nudo ed incondizionato di Cristo.
Nonviolenza è un ideale religioso poichè pone l’uomo in
contatto con una realtà diversa: non lontana e inavvicinabile ma potenzialmente
realizzantesi attraverso l’azione. Religiosa è la rilevanza data
ai Tutti: l’Infinito si rivela attraverso la compartecipazione di ogni
uomo alla realizzazione del valore. E religioso è Aldo Capitini: non
affiliato all’una o all’altra chiesa ma intimamente convinto di
lavorare per una verità profonda, unica per tutti gli uomini.
Quest’aurea di religiosità pervade tutta la vita e tutto il suo
percorso illuminato dalle parole di Gandhi: ‹‹Perciò la mia
devozione alla verità mi ha spinto nella politica; e posso dire, senza
esitazione e pure in tutta umiltà, che chi dice che la religione non
ha nulla a che vedere con la politica, non sa cosa significhi religione››5.
Religiosa è, dunque, la verità e la politica ne è ricerca
e realizzazione: salta, così, la consuetudine di una politica per pochi
potenti e di una religione chiusa in una rigida gerarchia ecclesiastica.
Se i Tutti sono perno della storia, allora i Tutti devono essere custodi del
potere politico: dalla democrazia Capitini arriva all’omnicrazia, potere
di tutti. In tale omnicrazia è evidente la pretesa di responsabilità
da parte di ognuno. Alcuni uomini ‹‹ disfatti e disorientati preferirebbero
ritagliarsi una parte anonima della vita con uno stipendio immancabile e frequenti
“bicchierini” per tirare avanti ››6: a questi uomini
Capitini contrappone un sistema politico basato sulla partecipazione popolare,
senza nessuno spazio per quei “bicchierini” presi per delegare ad
altri la responsabilità del controllo del potere.
Rottura, pertanto, dell’elitè politica ma, altresì, rottura
di un cattolicesimo centrato su una casta sacerdotale. Il religioso Capitini,
coerente con il suo ideale di apertura totale all’altro, auspica che quella
partecipazione popolare teorizzata per la politica diventi ancora più
viva nell’ambito della religione. Negando la divinità di Cristo
egli sembra opporsi non tanto ad un dogma di fede quanto, piuttosto, a quella
che sembrava essere la giustificazione del potere della gerarchia ecclesiastica.
La concezione di un Cristo monarca assoluto sembrava rendere lecita la superiorità
di alcuni su altri, dei ministri ordinati sui laici.
Capitini fece l’esperienza amara di una Chiesa lontana da quegli ideali
a cui egli stava dedicando la vita; fece l’esperienza dolorosa di una
Chiesa compromessa con il fascismo: subì l’umiliazione della censura
ecclesiastica di una sua opera. Nonostante ciò non perse mai la speranza:
il suo desiderio di una religione aperta e di una Chiesa conforme all’esempio
morale di Cristo rivive, oggi, in molti movimenti ecclesiali, quelli in America
Latina ne sono importante esempio. A tale proposito, mi permetto di citare un
uomo, un teologo, un grande religioso: Leonardo Boff. ‹‹ La chiesa
– egli afferma – non è, fondamentalmente, un corpo sacerdotale
che crea la comunità per mezzo della Parola e del Sacramento. Essa nella
sua definizione reale è la comunità dei fedeli in Gesù
Cristo››7.
La nonviolenza capitiniana è, pertanto, non un atteggiamento immediato
di incondizionata neutralità ma, piuttosto, un impegno progettuale concreto
nella politica, nella religione, nell’educazione. Nonviolenza è
un processo e un progetto: un processo di maturazione della responsabilità
e un processo di società sostenibile.
In tale ottica la filosofia, come si diceva in precedenza, credo debba essere
interlocutrice privilegiata di chi lavora per un mondo alternativo.
Una tesi di laurea filosofica che riprende il pensiero di Capitini è,
forse, il segno e, certamente, è lo stimolo che sollecita tale “disciplina”
al compito arduo del cambiamento, della trasformazione.
E’ il momento che l’intellettuale ritorni ad essere profeta e maestro.
E’ ora che il filosofo ritorni a parlare di ciò che è taciuto,
ritorni a dire ciò che sa, ritorni ad aprire gli occhi a chi non vede.
Nel periodo attuale in cui molti, troppi sono gli intellettuali cortigiani del
pensiero unico, l’eredità capitinina riporta al dovere di sapere
e di parlare. Nel 1974 Pasolini scriveva: ‹‹ Io so. Io so i nomi
dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. (...). Io so i nomi dei
responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1968: Io so i nomi dei responsabili
delle stragi di Brescia e Bologna (...). Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno
indizi. Io so perchè sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di
seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne
scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o so tace; che coordina
fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzato e frammentari››.
Compito ineludibile: sapere e parlare.
Compito che Capitini non tradì mai.
Concludo con le parola di un altro grande esempio di moralità e coerenza:
Piero Martinetti, filosofo, uomo di grande spessore umano, uno degli undici
professori che rifiutarono l’iscrizione al PNF.
<<Aveva iniziato il suo insegnamento di filosofia teoretica con una prolusione
dal titolo: La funzione religiosa della filosofia. Di fronte ai positivisti
ed agli idealisti vi sosteneva una tesi che non poteva immaginare più
impopolare: “Il risultato positivo della filosofia non è in nessuna
teoria, in nessuna conclusione concreta e definitiva, ma nell’educazione
religiosa dell’umanità”??8.
--
1. N.Machiavelli, Il principe, Nuova Italia, Firenze, 1990, pag.60.
2. A.Capitini, Antifascismo tra i giovani, in Scritti sulla nonviolenza, Centro
Studi Aldo Capitini, pag.127.
3. A.Capitini, Tecniche della nonviolenza, in Scritti sulla nonviolenza, cit.,
pag.295.
4. C.Michaelsadter, La persuasione e la rettorica, Marzorati, Milano, 1977,
pag.42.
5. M.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1996.
6. A.Capitini, Il problema religioso attuale, in Scritti sulla nonviolenza,
cit., pag.24.
7. L.Boff, La teologia, la Chiesa, i poveri, Einaudi, Torino, 1980, pag.64.
* Vive a Brescia, laureata in Lettere e Filosofia (Università di Verona)

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I giovani incontrano Aldo Capitini
La persuasione, la compresenza, l’omnicrazia: luoghi del comunicare
nonviolento capitiniano
Di Paolo Signori*
Non si può non essere approssimativi conversando di “grandi anime”:
sono persuaso di esserlo raccontando del mio incontro con Aldo Capitini.
Cominciavo il servizio civile alla Casa per la nonviolenza di Verona e dopo
8 giorni crollavano le torri gemelle; mi mancavano 2 esami e la tesi in lettere
moderne, il 13 maggio dello stesso anno, una domenica, non avevo votato per
la Casa delle libertà ed era mia intenzione, cosa che poi ho fatto, andare
a Cuba di lì a poco. Qualche giorno dopo, sistemando alcuni pacchi mi
ritrovavo a leggere un articolo di Aldo Capitini dal titolo “Guerra e
guerriglia”. Non sapevo nulla di nonviolenza, del Movimento Nonviolento
e di Aldo Capitini. Il primo luglio di due anni dopo discutevo una tesi dal
titolo “I luoghi del comunicare nonviolento”!
I luoghi del comunicare sono proprietà comune, e non privata; capacità
universale e solidale: è il rapporto del tu declinato in tu-tutti. Il
comunicare è dialogo, preghiera, nonmenzogna e silenzio, tutti modi,
modalità, o meglio, luoghi, dove si realizzano, tramite l’aggiunta,
le varie forme declinate del pronome indefinito che indica una singola persona
in modo generico, senza precisarne l’identità: uno, e il primo
pronome personale singolare soggetto: io. Il tu-tutti che si manifesta tramite
l’aggiunta e si sostanzia nell’apertura, nell’affetto, nella
vicinanza e nell’intimità. La persuasione viene ad essere il movimento
con cui l’aggiunta apre al comunicare e la vasta famiglia lessicale composta
da questo termine è di per se stessa nonviolenta: comunicazione, comunione,
comunità, comune, comunanza. Questa radice comune è attraversata
dal dolce e dal soave della persuasione, la quale segue un percorso del tutto
simile a quello del codice all’interno del messaggio. Una operazione che
si attua al momento del comunicare, e in cui rientra il perimetro di tutto i
luoghi dove ci si ritrova e in cui si comunica, in cui si instaura un rapporto:
necessità del codice dunque che sia comprensibile e traducibile. Il codice
è tale in quanto richiede da parte del mittente e del destinatario uno
stesso motivo, una esigenza simile nel rendere partecipe l’altro dei propri
atti, dei propri valori.
E mi soffermo su questo punto per non correre il rischio di essere troppo approssimativo:
il concetto di persuasione è fondamentale in quanto permette di individuare
un luogo estremamente vivo e vivace che porta Capitini a dotare il proprio pensiero
di un respiro, di un anelito elevatissimo. Strutturante in Capitini è
il senso della finitezza, della mancanza, dell’imperfezione di questa
realtà presente, e il movimento dell’aggiunta è in effetti
necessario proprio per questa debolezza, strutturata nel circostante. In Capitini
(come in Michelstaedter) si ha una meditazione sulla solitudine ontologia dell’uomo,
che non riesce ad appagare la propria brama di essere fintanto che si cerca
nelle cose del mondo. Sfuggendo a se stesso, l’uomo cerca il proprio piacere
nelle cose, e queste ultime esistono solo per la coscienza dell’uomo:
il mondo “è fermo finché l’uomo si tiene in piedi”1.
La persuasione non è mai oggetto a sé stante, ma è attributo,
proprietà. La persuasione è ciò che appartiene alla soluzione,
è il valore comunicante; è la qualità che diviene effettiva
essendo resa comune. La persuasione nonviolenta non è mai retorica, non
allude mai a nulla, ma è pregnante e strenua nel suo essere presente
nell’Altro; nell’aggiunta, nel movimento successivo, nel momento
terzo: scioglimento di una ipotetica dualità antica, retaggio originario
e primitivo. E diventa, in questo modo, termine comune, elemento proprio di
ciò che sostanzia: la compresenza e l’omnicrazia, per esempio.
Come due approdi, due porti, verso cui si dirige la realtà, libera e
liberata, aperta e aprente. E la sponda comune, l’insenatura, è
proprio la persuasione, essa stessa contenuto della sua forma, e forma del suo
stesso contenuto. Tutto questo, immerso nella immanenza trascendente, nell’escatologia
di questa realtà nuova, qui e ora, capitiniana appunto.
Quindi, i due approcci (compresenza e omnicrazia) sono sostanziati dalla persuasione,
e la persuasione, a sua volta, è sostanziata da questi due approdi, movimenti
simmetrici e speculari che si risolvono oltre, tramite l’aggiunta: il
primo e il principale tra i movimenti nonviolenti. E nel comunicare nonviolento
si realizzano, quasi naturalmente, queste dinamiche, questo annullarsi di consequenzialità,
nell’estinguersi di questo rapporto tanto stringente in passato di causalità.
Ma la persuasione non è nemmeno sintesi tra lo stato reale e la realtà
liberata, ma piuttosto analisi, svolgimento, un attuarsi urgente, e nella sua
urgenza già presente. La persuasione, dunque, non è mai individuale,
soggettiva, ma nemmeno mai oggettiva e collettiva. È una capacità
dell’atto, è il valore manifesto del corrispondente valore assoluto.
E in questo momento, persuaso di essere stato fin troppo approssimativo, mi
trovo ad aver terminato il mio primo articolo per Azione nonviolenta nel primo
numero del suo primo quarantennio.
--
1. C. Michelsteadter, La persuasione e la rettorica, Adelphi Editore, Milano
1982, p.43
* Vive a Desenzano, laureato in Lettere Moderne (Università di Verona)

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I cinquant’anni di Emmaus, sempre dalla parte degli ultimi.
Nostra intervista a Renzo Fior, presidente internazionale
Di Elena Buccoliero e Mao Valpiana
Nella recente Assemblea mondiale in Burkina Faso, Renzo Fior è stato
riconfernato per quattro anni presidente di Emmaus internazionale. Nella sede
di Villafranca, in provincia di Verona, dove vive insieme a sua moglie Silvana
e ai due ragazzi, e con una ventina di comunitari, si respira aria di inesauribile
attivismo, fotografie e messaggi da tutto il mondo, manifesti delle ultime assemblee,
progetti, dépliant plurilingue… Capannoni costruiti dalla comunità
mostrano un fittissimo repertorio di oggetti di ogni tipo, venduti al mercatino
settimanale. E insieme a tutto questo una cordialità, un’accoglienza,
una serenità e una forza che danno voce a qualcosa di molto prezioso.
Chiunque bussa alla porta di Emmaus viene accolto, e non gli si chiede mai
“chi sei? da dove vieni?”. È proprio vero?
Certo, è una regola del movimento. Quando una persona si presenta e chiede
di entrare in comunità, il procedimento è molto semplice: prima
di tutto propongo un colloquio in cui spiego che cos’è una comunità,
perché la sua scelta sia consapevole; poi presento un’unica regola,
cioè che qui nessuno beve per aiutare chi deve smettere, e chiedo se
ha problemi di salute sia perché possiamo aiutarlo nelle cure, sia per
proteggere la comunità da eventuali affezioni virali.
Tutto qui?
Chi arriva dalla strada tende a presentarsi meglio di quello che è in
realtà, pensando così di essere meglio accettato, e allora io
non chiedo niente, per non mettere l’altro nella condizione di mentire…
Nel tempo chi lo desidera incomincia ad aprirsi, racconta la sua storia.
In Italia Emmaus nasce a Verona. Ci racconti come?
Era il 1962. Vincenzo Benciolini partecipa ad un campo di lavoro in cui conosce
personalmente l’Abbé Pierre e poi comincia a vivere con persone
emarginate e fonda la prima comunità italiana, che intreccia subito legami
con il tessuto cittadino occupandosi, oltre che del recupero, della gestione
delle aree verdi comunali.
Tu quando sei arrivato?
Ho cominciato a lavorare ad Emmaus nel ‘74-’75 come responsabile
del settore esterno. Il mio compito era organizzare il lavoro dei giardinieri.
Non vivevo ancora in comunità, ogni mattina mi trovavo al bar con 10-15
operai, giovani sbandati, disoccupati, malati psichiatrici, ex carcerati…
Salivano sul mio autocarro e andavamo al lavoro. Ben presto sono emersi i primi
problemi.
Perché?
La comunità si autogestiva, ma chi era più forte fisicamente imponeva
la sua idea. Insomma, sono successe cose poco simpatiche nelle relazioni tra
le persone e nella gestione del denaro, qualcuno ha portato in comunità
alcol e droghe che per regola sono banditi.
Come avete reagito?
Il “boss” che era stato estromesso ha cominciato a tornare di notte
appiccando incendi al capannone. Ho cercato di assumermi la responsabilità
del gruppo, vivendoci di giorno e passando la notte in una piccola comunità
poco distante, ma le violenze notturne continuavano. Abbiamo cacciato un gruppetto
di quattro o cinque persone che si è stabilito proprio di fronte alla
comunità, dall’altra parte della strada, e di notte facevano incursioni,
furti, atti di vandalismo. I comunitari hanno cominciato a chiedere di dormire
fuori per paura, e li abbiamo sistemati in vari appartamenti. Come la comunità
è stata svuotata, i quattro sono entrati e hanno distrutto tutto. Abbiamo
cercato di organizzare dei turni di guardia ma è valso a poco. Ricordo
che la nostra assemblea mondiale di allora si era svolta con lo slogan “Viva
Emmaus vivo!”
Nessuno vi ha aiutato?
Abbiamo avvertito i carabinieri di Verona, ma hanno preferito non entrare in
tutta questa storia. In compenso il Comune non voleva perdere questa realtà
che era un suo patrimonio, e ha messo a disposizione un piccolo finanziamento
per pagare l’affitto di un altro capannone in attesa di ricostruire ciò
che era stato distrutto. Sono continuate le minacce dei quattro, sono arrivati
anche a bruciarmi la macchina. Abbiamo cercato per ognuno di loro una sistemazione
in appartamento e un lavoro, durante il giorno andavo a trovarli in motorino
portando qualcosa da mangiare.
Finalmente la situazione si è tranquillizzata!?
Solo apparentemente. Dopo un anno trascorso a ricostruire, i quattro sono tornati
decisi ad essere presenti. Allora io e Silvana abbiamo piantato una tenda nel
campo e abbiamo vissuto lì, da marzo a novembre, senza acqua corrente
né luce elettrica, per presidiare il capannone.
Nel tempo è finito il rapporto con il Comune di Verona per la manutenzione
dei giardini; anche giustamente, ci veniva chiesto un lavoro di qualità
che non eravamo in grado di assicurare. Emmaus era ormai solo un ambiente di
lavoro, gli ospiti stavano ancora in appartamenti. C’è stato un
forte dibattito interno se ricostruire la comunità oppure no. L’anima
operaistica del gruppo riteneva che non avesse più senso e che si dovesse
dare il primato al lavoro.
E poi?
Le cose si sono fatte sempre più complesse, con difficoltà nei
rapporti, tensioni, invidie, piccole meschinità nel rapporto con i comunitari.
Dopo due anni io e Silvana abbiamo detto basta, abbiamo lasciato tutto e siamo
ripartiti da zero, qui a Villafranca.
Perché avete scelto di mantenere la vita di comunità?
Per noi era molto importante, per rispondere alle esigenze del territorio che
continuava a sollecitarci con sempre maggiori richieste. Credo che questo sia
ancora vero. Ogni giorno ci viene rivolta almeno una richiesta di ingresso:
chi ha finito un programma di recupero in una comunità per tossicodipendenti
e non sa dove andare, chi viene inviato dal servizio sociale per le ragioni
più diverse…
È possibile tracciare un identikit degli ospiti di una comunità?
Sono persone che sentono di non avere altre possibilità, e possono avere
alle spalle le situazioni più diverse. C’è l’avvocato,
il manager che aveva con sé decine di operai, quelli che avevano un buon
lavoro e poi hanno vissuto grossi problemi familiari, la rottura del loro matrimonio
o il fallimento dell’azienda… e senza quasi accorgersene si sono
ritrovati su una strada. Diventare barboni è facilissimo, bastano pochi
giorni passati senza lavarsi, senza radersi, mangiando a malapena e subito si
fa strada la paura, la vergogna, ancor più per chi in passato si era
sentito “qualcuno”. È inevitabile rotolare nel baratro. Si
comincia a dormire in stazione, a bere – che in questi casi è un
effetto e non una causa…
E poi ci sono persone con una storia completamente diversa, gente appena uscita
di galera, altri che fanno uso di sostanze o sono ai limiti dell’illegalità.
Come è possibile far vivere insieme persone così diverse?
Dico sempre che le tensioni di una comunità sono minime rispetto a quelle
che si incontrano negli ambienti di lavoro o nelle comunità ecclesiastiche...
Quando ci sono difficoltà cerchiamo di risolverle con il richiamo alle
regole minime che ci siamo dati. E poi si respira nell’aria che chi vive
qui non è unito dall’amicizia o dalla voglia di stare insieme,
ma dalla condivisione di un progetto di lavoro comune per vivere e per aiutare
chi ne ha bisogno.
Comunque, in una comunità il periodo più difficile è quello
iniziale. Per trovare una stabilità occorre che qualcuno decida di fermarsi,
di mettere le radici. Dopo cinque, sei anni, sono i comunitari a insegnarsi
l’un l’altro le regole della vita in comune.
Qual è il futuro dei comunitari?
Ci sono possibilità diverse. Molti rimangono ad Emmaus, qui a Villafranca
abbiamo persone arrivate ormai da 10, 12 anni. Non è difficile da capire.
Chi ha fatto esperienza di un’esclusione drammatica, profonda, sofferta,
si guarda bene dal provare a reinserirsi nella società. La paura non
è un pensiero, sta sulla pelle. E poi le persone fanno i loro calcoli:
se escono da Emmaus a 40-45 anni, chi dà loro un lavoro?
Ci sono altri che dopo qualche anno decidono di uscire, a volte riprendono a
bere o si rivolgono ad altri gruppi di supporto. E ci sono anche persone che
restano appena un mese perché sono troppo abituati a vivere da sole e
non riescono ad adattarsi a quel po’ di regole che reggono una comunità.
Comunque la maggior parte dei comunitari rimane qui.
Ci sono persone che cambiano radicalmente?
C’è chi vivendo in comunità scopre che la sua vita ha un
senso. Senza tenere conto dei progetti di solidarietà, non si può
comprendere la proposta di Emmaus. Di tanto in tanto i comunitari visitano i
progetti Emmaus, in Bosnia, in Burkina Faso e via di seguito, e si rendono conto
che proprio loro, che credevano di non valere niente, ora lavorano e si guadagnano
da vivere, e non solo riescono a gestirsi ma danno aiuto ad altre persone con
difficoltà ancora maggiori. Allora la comunità non è solo
la risposta al proprio problema personale, ma la possibilità di uscire
da se stessi per andare incontro agli altri. In questo senso il nostro progetto
è esattamente inverso a quello dei gruppi terapeutici, che mirano ad
emancipare la persona centrandola su se stessa.
Che significato ha Emmaus oggi?
Emmaus è una risposta gratuita e disponibile. Credo sia importante come
richiamo al fatto che ogni persona ha diritto alla casa, al lavoro, ad avere
relazioni sociali e al rispetto della propria dignità. Quanto a far risuonare
questo diritto a livello sociale, ecco, forse questo è il nostro limite.
Parlaci dell’Abbé Pierre. Ricordi il vostro primo incontro?
Era il periodo in cui vivevamo nella tenda, Silvana e io abbiamo parlato con
lui e con amici di altre comunità per decidere cosa era meglio fare.
Che cosa vi ha detto?
Di andare avanti, ovviamente… Poi ci siamo rivisti diverse volte, soprattutto
dal ’99 in avanti quando sono stato candidato come presidente Emmaus internazionale.
È venuto qui da sornione, un po’ alla chetichella, per tastare
il terreno. Da allora abbiamo rapporti molto frequenti, quotidiani quando sono
a Parigi.
Che cosa ti colpisce di lui?
Moltissimi aspetti. Pur essendo un fondatore, e avendo verso il movimento, come
tutti i fondatori, un sentimento quasi paterno, di protezione e di controllo,
è riuscito nel tempo a tirarsi da parte. Credo sia per questo che Emmaus
nel tempo è riuscito a crescere come movimento mondiale e ad organizzarsi,
con un proprio consiglio di amministrazione, un’assemblea… Abbé
Pierre ha un rispetto profondo verso i nostri statuti, non manca di intervenire
ma sempre con grande riguardo per la volontà dell’assemblea.
Di lui ammiro la capacità di ascolto nei confronti di tutte le persone,
nonostante sia preso da mille impegni è sempre totalmente al servizio,
disponibile ad imbarcarsi nelle avventure più improbabili. Sì,
è questo: la fedeltà all’uomo.
È ancora attivissimo con incontri in tutto il mondo. Quanti anni ha?
Novantadue, ed ha ancora la capacità di attirare e di provocare le persone
con le sue parole, con la sua testimonianza. Quando ha parlato, di recente,
nella cattedrale di Genova per la giornata missionaria c’erano più
di mille persone, ci hanno detto che la chiesa non era mai stata così
piena, e si sentiva nell’assemblea un fremito, una partecipazione…
E poi si tiene aggiornato, non guarda solo al passato. Ha ancora una combattività
invidiabile. Di recente in Francia è stata discussa una “legge
contro la povertà” ma lui ha valutato che si trattava piuttosto
di una legge “contro i poveri” e non ha fatto mancare le sue dichiarazioni.
Una sua presa di posizione non può essere ignorata, in Francia è
ormai da anni la persona più popolare.
Emmaus celebra oggi il cinquantesimo anniversario.
Ufficialmente sì. L’attività è iniziata nel ’49
ma ha cominciato ad essere conosciuta all’esterno intorno al ’54,
con gruppi che nascevano in Europa e in America Latina.
Il movimento è organizzato ovunque in comunità?
Nei paesi europei Emmaus è una rete di comunità cui si aggiungono
alcuni gruppi di amici che fanno attività di recupero e vendita di materiali,
per sostenere i progetti di solidarietà di Emmaus, ma che non ospitano
comunitari. Generalmente nel tempo i gruppi danno vita alle comunità.
Fuori dall’Europa la realtà è diversa.
Ad esempio?
Nei paesi africani o latinoamericani la realtà è molto diversa.
Ad esempio in Benin le comunità hanno attività produttive tradizionali:
agricoltura biologica, allevamento, compostaggio, e poi c’è un
mercatino dell’usato con quello che arriva dall’Europa. Ogni anno
il movimento europeo invia in Africa qualcosa come 120, 130 container. Altri
arrivano da circuiti esterni ad Emmaus, realtà che hanno relazioni dirette
con i gruppi africani. Con il ricavato delle vendite si finanziano progetti
di microcredito e altre iniziative di sviluppo per le comunità: asili,
scuole, corsi di formazione professionale per i giovani. Qualcosa di simile
accade in America Latina, ad esempio in Uruguay ci sono corsi per falegnami,
meccanici, parrucchieri…
In che modo i gruppi dell’America Latina hanno avvertito le difficoltà
economiche degli ultimi anni?
Ci sono gruppi che vantano una tradizione molto forte perché alcuni preti
francesi, che avevano lavorato con l’Abbé Pierre sin dagli inizi,
si erano poi trasferiti in Argentina e avevano fondato lì delle comunità
secondo lo stesso modello. Parliamo del ’53, ’54. Oggi a Buenos
Aires c’è un gruppo di comunitari, un asilo con circa 150 bambini
sotto i 10 anni e una scuola professionale che funziona secondo due turni, mattutino
e pomeridiano.
La crisi economica si è sentita, eccome. Fino a qualche tempo fa la struttura
era autosufficiente, ora non più. Anche il ruolo di Emmaus è cambiato.
Inizialmente le comunità erano una risposta all’emarginazione;
ora, nell’impoverimento generale e nella fortissima disoccupazione, ci
sono persone che vivono fuori dalla comunità ma lavorano ad Emmaus, che
ormai rappresenta un’opportunità di lavoro per persone che decidono
di dedicarsi alla raccolta di materiale usato.
Qualche tempo fa hai detto che ogni sera, prima di addormentarti, ti chiedi
se la tua giornata è stata utile a qualcuno. È ancora vero?
Certo, è il mio cruccio. Non possiamo mica ritenerci soddisfatti semplicemente
perché muoviamo l’aria! Lo scopo della nostra vita è cambiare
un po’ il mondo e, come movimento internazionale, preoccuparci di quello
che riusciamo a realizzare. Quattro anni fa lo slogan dell’Assemblea Mondiale
di Emmaus era “Possiamo rifare il mondo”. Già, possiamo dare
da mangiare ai bambini, far sì che possano andare a scuola, vivere in
salute... noi devolviamo il 30 per cento del ricavato annuo in progetti di solidarietà.
Nel 2002 abbiamo investito così 70mila euro; negli ultimi 18 anni, un
miliardo 300 milioni di lire. Non possiamo mica accontentarci di fare proclami
e basta. È troppo facile!
Prete, onorevole e clochard
L’abbé Pierre, Henri Groués, ha 92 anni; vive tra Parigi
e un convento di Grenoble. Dopo una giovinezza allegra, di cui ricorda con piacere
le avventure negli scout, si fa frate cappuccino ma deve abbandonare la vita
religiosa per la cattiva salute. Diventa prete e durante la guerra è
nella Resistenza. Porta in Svizzera ebrei e ricercati; si salva dai nazisti
fuggendo in Algeria dentro un sacco postale. Dopo la guerra è deputato
per tre legislature; con l’indennità parlamentare di 50mila franchi
compera una casa alla periferia di Parigi dove nel 1949, dopo aver conosciuto
Georges, ex galeotto senzatetto, fonda il movimento dei compagni stracciaoli
di Emmaus, oggi diffuso in 47 Paesi, aconfessionale.
EMMAUS nel mondo
Unione Europea: Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Svizzera, Austria, Germania,
Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia.
Paesi dell’Est: Bosnia, Polonia, Romania, Bulgaria, Croazia, Ucraina,
Lituania, Lettonia, Estonia. Medio Oriente: Libano.
Continente africano: Tunisia, Algeria, Marocco, Burkina Faso, Senegal, Costa
d’Avorio, Togo, Benin, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda,
Burundi, Mozambico, Madagascar, Africa del Sud, Zaire.
Asia: India, Bangladesh, Indonesia, Giappone, Corea del Sud.
America Latina: Colombia, Brasile, Bolivia, Perù, Cile, Uruguay, Argentina.
America del Nord: Stati Uniti, Canada.
APPELLO DI EMMAUS
in occasione dei 50 anni dall’Insurrezione della bontà provocata
dall’azione dell’Abbè Pierre a favore dei senza tetto a Parigi,
nel febbraio 1954
Amici miei! Aiuto!
Una donna è appena morta congelata, questa notte alle 3 sul marciapiede
di Boulevard Sebastopol, stringendo tra le mani il documento con il quale il
giorno prima era stata sfrattata.
Questa stessa notte, nell’agglomerato parigino, sono più di 2000
persone, senza tetto, intirizzite dal freddo, senza nulla da mangiare…
Così, 50 anni fa, il 31 gennaio 1954, iniziava l’accorato appello
dell’Abbè Pierre dai microfoni di Radio Lussemburgo.
L’anima comune della Francia, cittadini ed istituzioni, a cui l’Abbè
Pierre aveva fatto appello, rispose con una generosità straordinaria.
Cinquant’anni dopo, facendo memoria di questo avvenimento che occupò
per giorni le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, la situazione dei
senza tetto resta tuttora drammatica, specialmente, ma non solo, nei mesi invernali.
In Europa, oggi, anno 2004, 70 milioni di persone sono costrette a vivere in
case al limite della decenza, 3 milioni di queste vivono e dormono all’aperto,
senza un tetto.
In Italia, le associazioni impegnate a difesa del diritto dei senza tetto, stimano
che le persone costrette a vivere senza casa, sono 90.000. Se consideriamo la
situazione di sette tra le maggiori città italiane, la situazione è
la seguente: Roma 6000, Milano 5000, Torino 1000, Napoli 1000, Bologna 800,
Genova 900, Firenze 1500.
Emmaus Italia, con le sue Comunità e Gruppi e con altre iniziative collaterali,
dà una risposta, come può, a questo dramma che interpella con
urgenza le coscienze di tutti, privati cittadini e pubbliche autorità.
E questa interpellanza diventa un’accusa per tutti noi. Specialmente se
pensiamo a tutte le case sfitte che ci sono nelle nostre città, ed ancor
più se pensiamo alle ingenti assurde spese per azioni di guerra, ovunque
e comunque alimentate nel mondo. (Un solo esempio: con i 1.451 milioni di euro
annui che l’Italia spende per mantenere la Brigata Corazzata si potrebbero
assegnare circa 15.000 alloggi, ogni anno.).
L’Europa, oggi, dorme sul piano sociale. Più che mai bisogna svegliarci
e svegliare tutti, ed agire. Non si tratta solo di rispondere all’emergenza,
ma di un preciso primario dovere morale di tutti perché finalmente venga
rispettato un diritto fondamentale, come quello della casa e perché sia
possibile a tutti una vita decorosa nel rispetto della dignità di ogni
Persona.
Cinquant’anni fa, l’insurrezione della bontà cominciò
perché la proprietaria dell’Hotel Rochester mise a disposizione
dei senza tetto che dormivano per strada a Parigi, alcune camere riscaldate
che erano vuote.
Questo ‘miracolo’ non potrebbe ripetersi ancora oggi? Ma non basterebbe,
comunque.
Cinquant’anni dopo, facciamo appello all’anima della nuova Europa
perché dia soluzione a questa offesa alla dignità della Persona
umana ponendo il problema casa come priorità dei propri programmi sociali.
Chiediamo all’Unione Europea che inserisca il diritto alla casa nella
sua Carta costituzionale e che preveda l’utilizzo dei Fondi strutturali
per le case popolari.
Chiediamo al nostro Governo almeno, la ‘tregua d’inverno’
per tutti gli sfratti e gli sgomberi, come avviene in Francia.
Chiediamo alle singole Amministrazioni comunali di investire nel settore abitativo
pubblico, ed ai Sindaci che compiano il loro dovere legale di tutelare la salute
dei cittadini anche requisendo temporaneamente gli immobili abbandonati per
darli ai senza tetto.
Chissà che il fatto di ‘Natale’, un uomo senza fissa dimora
romano che ha rischiato la vita per difendere due ragazze assalite da malviventi,
non ci convinca a credere che anche coloro che facciamo finta di non vedere
dormire sotto coperte o cartoni nelle nostre stazioni ferroviarie o negli anfratti
dei numerosi monumenti, quando non sulle panchine delle nostre città,
sfidando la morte, hanno un’anima, un cuore che sa essere capace di positivi,
esemplari e provocatori gesti di ‘collere d’Amore’.
Dichiarazione finale della Decima Assemblea Mondiale Emmaus Internazionale
Burkina Faso, Ouagadougou, 17/22 Novembre 2003
Noi, gruppi Emmaus provenienti da 47 paesi dell’Africa, Americhe, Asia
ed Europa, riuniti in assemblea mondiale a Ouagadougou (Burkina Faso) dal 17
al 22 novembre 2003 attorno al nostro Fondatore l’Abbé Pierre,
ci siamo confrontati sul tema: « Insieme, Agire, Denunciare”.
Dopo oltre cinquant’anni di esistenza e di lavoro con ed al servizio
dei più sofferenti e dei più poveri del pianeta, partendo dall’esperienza
che ci viene dalle nostre azioni, siamo costretti a constatare:
una miseria galoppante ;
un aumento delle malattie quali l’aids e la malaria che decimano le popolazioni
del Sud ;
un sempre più vasto aumento di guerre create, mantenute e sostenute da
potenze straniere, complici alcuni poteri locali, con le loro drammatiche conseguenze :
aumento dei rifugiati e degli sfollati, bambini arruolati nei diversi eserciti,
carestie senza fine, massacri politici, uccisioni di giornalisti e di sindacalisti,
e via dicendo.
un saccheggio sistematico delle ricchezze dei paesi del Sud ad opera delle imprese
transnazionali ;
una sempre maggiore concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi ;
una corruzione in continuo aumento ed espansione, favorita anche da alcuni dirigenti
politici ;
una privatizzazione selvaggia, imposta dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario
Internazionale attraverso i vari Programmi di Aggiustamento strutturale le cui
conseguenze prevedibili sono le svendite di imprese, di fabbriche e servizi,
la disoccupazione, i licenziamenti ed infiniti altri drammi sociali ed umani;
un aumento dei terrorismi e degli integralismi religiosi di ogni specie;
Di fronte a questa situazione, sentiamo il dovere di denunciare :
le potenze straniere e locali che provocano ed alimentano le guerre, il commercio
delle armi, i traffici criminali diversi;
l'arruolamento dei bambini soldato nelle diverse guerre, e tutte le forme moderne
di schiavitù : traffico di esseri umani per lo sfruttamento sia
sessuale che nel lavoro, ed ogni altro crimine contro l’umanità;
le perverse politiche economiche e sociali della Banca mondiale e delle altre
organizzazioni internazionali quali il WTO, il Fondo monetario internazionale
con i loro vari programmi di aggiustamento strutturale ;
la ingiusta ripartizione delle ricchezze della terra, e soprattutto la privatizzazione
dell’acqua, dell’elettricità e dei servizi essenziali della
salute, istruzione e della cultura.
Forti della nostra pur piccola, ma attiva presenza nel mondo, interpelliamo :
la società civile perché con maggiore responsabilità ed
iniziative concrete sappia difendere i diritti delle popolazioni, favorendo
il loro lavoro in rete per una più efficace presa di parola politica ;
le autorità dei nostri rispettivi paesi ad essere i porta-parola delle
nostre denunce e delle nostre richieste nelle varie istituzioni ed istanze internazionali ;
l'Organizzazione delle Nazioni Unite perché sappia finalmente essere
strumento di soluzione pacifica, giusta ed equa dei conflitti ;
il WTO, la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale perché
sappiano, finalmente, prendere in giusta considerazione le preoccupazioni dei
produttori e delle popolazioni coinvolte, in particolare dei paesi del sud e
dell’Est dell’Europa, per un’effettiva economia di giustizia ;
i governanti del mondo perché cessino le guerre ed il commercio delle
armi, e per una migliore e più equa ripartizione delle ricchezze della
terra.
Il programma di lavoro del movimento Emmaus
In applicazione della dichiarazione finale della nostra 10ma assemblea
generale, il Movimento indica nelle seguenti proposte le azioni comuni per i
prossimi quattro anni :
1. PER UNA ECONOMIA DI GIUSTIZIA
a)Partecipare alla mobilizzazione internazionale dei movimenti della società
civile per valorizzare gli impegni del Movimento in favore di una economia di
giustizia, equa ed umana.
b)Cooperare concretamente con le associazioni della società civile locale
per appoggiare e rafforzare le azioni comuni in favore dei più deboli.
c)Sostenere il commercio equo e solidale, attraverso le centrali di acquisto
esistenti, con il coinvolgimento dei gruppi Emmaus e dei loro partners. Per
Emmaus, l’obiettivo è di dimostrare che è possibile aumentare
questa modalità di scambio economico.
d)Assicurare un programma pluriennale d’invio di containers che rispondaalle
richieste espresse dalle regioni Emmaus, ed assicurare pure un impegno finanziario
a medio e lungo periodo per le azioni di solidarietà.
2. PER UNA COSCIENTIZZAZIONE LIBERATRICE
a)Favorire, a tutti i livelli del Movimento, spazi di espressione e di formazione,
come pure strumenti pedagogici che permettano di sviluppare la coscienza critica
dei comunitari e quella del pubblico, in particolare dei ragazzi.
b)Promuovere scambi di esperienze tra le diverse regioni Emmaus ed anche tra
i gruppi partners, con altre associazioni private o pubbliche che operano nel
settore.
c)Creare pagine o siti Internet per denunciare i fenomeni di monopoli e dominio
sociale e per proporre alternative
3. PER NUOVI STILI DI VITA E DI CONSUMI DI GIUSTIZIA
a)Impegnare ogni gruppo Emmaus in un programma di risparmio energetico, di
acqua e di materie di consumo nonché di attivazioni di sistemi di energie
alternative come pure di gestione dei rifiuti. Prevedere una valutazione delle
esperienze alla prossima assemblea mondiale.
b)Elaborare un manuale apposito e sviluppare scambi di buone pratiche di consumo
responsabile all’interno del Movimento ed in collaborazione con altre
organizzazioni che operano nel settore.
c) Creare pagine e siti Internet, dedicati specialmente ai problemi ed alle
buone pratiche di consumi di giustizia.
4. PER UNA FINANZA ETICA
a)Identificare in ogni paese le banche etiche esistenti ed impegnarsi, da qui
alla prossima assemblea mondiale, a depositare il denaro dei Gruppi Emmaus in
queste banche
b)Attuare uno studio di fattibilità di una “banca etica Emmaus”
per la prossima assemblea mondiale. In caso contrario, studiare e firmare convenzioni
apposite con le banche etiche esistenti.
c)Sviluppare una politica di micro-credito tra tutti i Gruppi Emmaus. Un contributo
supplementare dal 10 al 20% del bilancio attuale della solidarietà di
Emmaus Internazionale deve essere messo a disposizione dai Gruppi del Movimento,
da qui alla prossima assemblea mondiale, per questa forma di solidarietà.
5. PER UN MONDO DI PACE E NONVIOLENTO
a)Sollecitare ed organizzare l’impegno di tutti i Gruppi Emmaus contro
la produzione, acquisto e vendita delle armi, e chiedere una moratoria di tale
commercio, almeno per le armi leggere, in ciascun paese del mondo.
b)Sviluppare l’educazione e la formazione alla pace ed alla nonviolenza
nei Gruppi Emmaus e per le giovani generazioni del mondo intero, favorendo l’acquisizione
di competenze per la soluzione pacifica dei conflitti, il rispetto delle minoranze
e per la pratica dei metodi nonviolenti, la diffusione di manuali pedagogici,
organizzazione di seminari e laboratori di formazione su scale locale, nazionale
ed internazionale, lavorando in rete con altre organizzazioni. (Obiettivo da
raggiungere da qui alla prossima Assemblea mondiale: sensibilizzazione e formazione
di almeno 100 responsabili di Gruppi Emmaus).
c)Lottare contro il traffico di essere umani e contro ogni forma di moderna
schiavitù attraverso un’azione di pressione, esercitata da tutti
i Gruppi Emmaus, nei confronti dei parlamenti nazionali, del parlamento Europeo
e delle nazioni unite.
d)Assumere l’impegno individuale di rifiutare ogni forma di coinvolgimento
personale nello sfruttamento sessuale.
L’assemblea mondiale affida al Consiglio di Amministrazione del Movimento
il compito e la responsabilità di definire:
modalità del calendario
condizioni operative per la messa in atto
risorse finanziarie da impegnare
procedure di valutazione
per ciascun impegno previsto e per l’avanzamento delle azioni nel periodo
che intercorre da ora alla prossima assemblea mondiale di Emmaus.
Per favorire la trasparenza, la condivisione delle esperienze, la migliore conoscenza
delle azioni del Movimento e del suo impatto a livello locale, nazionale ed
internazionale nonché per il monitoraggio del programma di lavoro, l’assemblea
generale dà incarico al Consiglio di Amministrazione di prevedere un
gruppo o strumento di valutazione della realizzazione degli impegni assunti
dalle organizzazioni appartenenti a Emmaus Internazionale, scelte in modo casuale.
Ouagadougou, 22 novembre 2003
I 500 partecipanti all’Assemblea mondiale di Emmaus Internazionale

torna in alto
Cinque obiettori israeliani condannati ad un anno di reclusione.
Centinaia di persone manifestano di fronte al Carcere Militare
Di Elena Buccoliero
Sabato dieci gennaio centinaia di persone hanno scalato la collina di fronte
al Carcere Militare n. 6, ad Atlit, da dove potevano rendersi visibili (e udibili)
ai prigionieri, per una manifestazione di solidarietà verso tutti gli
obiettori di coscienza israeliani, totali (rifiutano l’arruolamento) e
parziali (rifiutano il servizio nei Territori Occupati). In particolare si richiedeva
il rilascio di Haggai Matar, Matan Kaminer, Shimri Zameret, Adam Maor e Noam
Bahat, condannati a un anno di reclusione dopo numerose condanne minori che
sommavano già 14 mesi di carcere.
Salire ad Atlit per la protesta è una tradizione che risale ai tempi
della Guerra del Libano – prima che molti dei refusnik di oggi fossero
nati - ma l’ultimo verdetto ha conferito alla protesta uno speciale senso
di urgenza.
Il processo
La decisione presa il 4 gennaio scorso dal tribunale militare di Jaffa sembra
il frutto di una mediazione tra i tre giudici, incerti tra una condanna a 6,
12 o 36 mesi.
Secondo il colonello Avi Levi che presiedeva la corte, e che portava avanti
la linea intermedia poi accettata, "analizzando le dichiarazioni degli
accusati siamo giunti alla conclusione che le loro azioni siano principalmente
motivate dal desiderio di estendere l’opposizione contro le politiche
di governo nei Territori e di guidare altri giovani a seguire il loro esempio,
rifiutando l’arruolamento o il servizio nei Territori”.
"Gli accusati hanno reso pubblico il loro rifiuto allo scopo di mettere
in discussione la validità delle operazioni dell’esercito israeliano
e la moralità del servizio militare”, ha proseguito Levi. “Inoltre
mettono a rischio la legittimità internazionale dello stato e sostengono
le nazioni ostili offrendo loro nuovi argomenti. In questo modo stanno ponendo
i loro criteri morali al di sopra di quelli degli altri soldati che servono
l’esercito, dei loro comandanti, e dei politici che li guidano. Il loro
scopo è influenzare l’opinione pubblica e imporre il loro punto
di vista, minacciando che il sistema militare arriverà al collasso con
l’estensione del fenomeno del rifiuto”.
È interessante ascoltare come il giudice Levi pone in relazione la libertà
di pensiero, che Israele garantisce, con la condanna dell’obiezione di
coscienza:
“La libertà di parola è garantita dalla legge, ma alcune
sue forme sono comunque illegali. Usare espressioni razziste è illegale.
Rifiutare il servizio militare come esempio di libertà di opinione è
parimenti illegale. Nel caso che qui si discute, un reato commesso allo specifico
scopo di portare l’opinione pubblica all’illegalità di massa
quando ci sono concrete ragioni per preoccuparsi per la sorte della nostra popolazione,
e causare un danno incalcolabile all’esercito e allo stato, merita indubbiamente
una punizione severa, perché le masse possano vedere e capire che il
prezzo del rifiuto è una punizione severa”.
Al termine del dibattimento, il colonnello Levy ha sostenuto che i giudici hanno
operato “non solo come giudici militari e come ufficiali, ma anche come
cittadini di un paese democratico e di uno stato di diritto”.
Giunge prontamente la risposta degli obiettori condannati:
“Abbiamo iniziato questo percorso non per noi stessi, ma per combattere
l'occupazione che sta distruggendo sia la società israeliana che quella
palestinese”, ha affermato Haggai Matar commentando la notizia della sua
condanna, dopo i 14 mesi già scontati. “Dicono che stiamo minando
la legittimità di quello che fanno l'esercito e il governo. È
assolutamente vero ed è per questo che non ci fermeremo”.
Cresce la campagna a favore dei refusnik
Intanto il rifiuto del servizio nei Territori Occupati si allarga anche a riservisti
delle unità speciali e fa paura. Un quotidiano israeliano, Haaretz, ha
riportato la notizia di un padre, elettore del partito conservatore Likud, secondo
il quale è preferibile che sua figlia (di leva) vada in carcere piuttosto
che nella striscia di Gaza.
E dal momento della condanna si è rafforzata la campagna per il rilascio
degli obiettori. Alla manifestazione del 10 gennaio, lanciata da Yesh Gvul e
dal Forum dei Genitori dei Refusnik, si sono uniti le associazioni Gush Shalom,
Courage to Refuse e Ta'ayush, una partnership arabo-isareliana. Tutti insieme
in centinaia – tra questi, due membri del parlamento israeliano, Barake
e Makhoul – hanno viaggiato per ora per risalire il sentiero roccioso,
reso scivoloso dagli acquazzoni degli ultimi giorni.
“La sentenza potrebbe essere illimitata, poiché dopo il rilascio
saranno di nuovo richiamati e potranno essere ancora processati per il loro
rifiuto a servire l’esercito”, hanno spiegato i rappresentanti del
Forum dei Genitori. “Questo è il prezzo che i nostri figli stanno
pagando per il rifiuto di prendere parte a questa occupazione brutale; ma la
severità della punizione riflette la pura del governo israeliano di fronte
a queste convinzioni. Il governo ha bisogno di soldati ben programmati, la sua
politica cerca di punire questi ragazzi perché altri desistano dalla
volontà di obiettare".
Tra la folla c’era il dottor Gadi Elgazi, condannato ad un anno nel 1981
per le stesse ragioni e rilasciato dopo sei mesi in seguito ad una intensa campagna
di opinione. E c’erano altri obiettori, incarcerati negli ultimi anni.
C’era Yoni Ben Artzi – rilasciato solo pochi giorni fa dopo un anno
e mezzo dietro le sbarre, ora che le autorità militari sembrano disposte
a concedergli lo status di obiettore di coscienza che per molto tempo gli hanno
negato. Se l’esercito pensava di creare una divisione tra i refusnik facendo
questa concessione proprio mentre gli altri cinque obiettori venivano condannati,
si è sbagliato di grosso. Ben Artzi è stato accolto con calore
da tutti i presenti.
C’erano anche alcuni potenziali prigionieri, dai quali potrebbero dipendere
i prossimi passi della lotta per il diritto di obiettare. Molti firmatari dello
Shministim, il gruppo di studenti delle scuole superiori che aveva firmato una
lettura di rifiuto delle armi, era lì a manifestare. Alcuni di essi,
che saranno richiamati alle armi nei prossimi mesi, erano particolarmente arrabbiati
e sfiduciati: “Il giudice ha cercato di scoraggiare anche noi con una
condanna a così lungo termine. Bene, il carcere militare non ci spaventa,
e se ne accorgeranno presto!” Seguivano slogan familiari come: “No,
grazie, Mr Sharon / a Hebron vacci tu / al diavolo i tuoi piani, tutti all’inferno
/ noi preferiamo andare in cella”.
“Basta con l’apartheid” era lo striscione di Yesh Gvul, e
Courage to Refuse presentava la scritta “Rifiutare l’occupazione
è fedeltà al sionismo”. C’erano anche cartelli più
piccoli, dipinti a mano: Lunga vita agli obiettori, Siamo tutti obiettori, Rilasciate
gli obiettori, in galera i ministri.
Una grande bandiera arcobaleno con la parola “Pace”, in italiano,
sventolava sopra le teste. Gli attivisti che la portavano raccontavano “Bandiere
come queste erano in tutta Europa durante la guerra in Iraq e ancora, abbiamo
voluto che fosse anche qui”.
Qualcuno ha parlato al megafono invitando tutti a guardare attraverso le sbarre.
Si scorgevano le sagome di quattro persone che potevano essere alcuni dei refusnik.
Attualmente, oltre ai cinque, questo carcere militare rinchiude anche altri
sei riservisti che hanno rifiutato di combattere nei Territori Occupati e sono
stati reclusi con condanne di 28 o 35 giorni. Tra questi, il capitano Dan Tamir,
il sergente Amon Yariv, il tenente Omar Yaffe, il sergente Yoav Levy.
“Io so come ci si sente a stare rinchiusi lì dentro e a vedere
che qui sulla collina c’è una manifestazione. So che meravigliosa
sensazione di calore e di supporto questo possa dare”, ha detto Yigal
Rosenberg, che nel 2002 ha passato parecchi mesi nel carcere n. 6.
La Petizione del Forum dei Genitori
I genitori dei ragazzi incarcerati hanno scritto una petizione nella quale si
chiede il rilascio degli obiettori selettivi. Per maggiori informazioni è
possibile consultare http://www.refuz.org.il
Al Presidente della Repubblica Moshè Kazav
The President’s House, Jerusalem, Israel
Al Primo Ministro Ariel Sharon
Al Ministro della Difesa Sciaul Mofaz
37 Kaplan st. Tel Aviv 61909, IsraelA quanto pare, il vostro governo condanna
i nostri figli per le loro convinzioni. Questi giovani hanno scelto di dire
la verità: che è contro le loro coscienze fare quello che il vostro
governo vuole sia fatto dall’esercito. Essi credono che l’esercito
non debba essere usato per opprimere un altro popolo. Che l’esercito di
Israele debba essere un esercito di pura difesa. Ma sembra fare proprio l’opposto
occupando i territori e negando ai palestinesi i loro elementari diritti civili.
Ciò distrugge anche la società Israeliana, i suoi valori morali
e la sua economia, e provoca attacchi terroristici. Non è un esercito
di difesa, al contrario! I giovani potrebbero servire invece la società
con un servizio civile.
Capiamo che è molto difficile per il vostro governo sentire la voce della
coscienza.
Infliggere dure sentenze serve solo ad intimidire altri giovani.
Liberate i cinque obbiettori subito.

torna in alto
Cresce la nonviolenza da una parte e dall’altra del muro
Di Asma Haywood e Franco Perna
Le recenti mosse e proclami politici per una Palestina indipendente o per uno
stato ebreo-palestinese hanno avuto scarsa risonanza tra la gente comune di
entrambi i lati. Contemporaneamente, però, i piani di costruzione del
muro dell’Apartheid, tagliando fuori una grande striscia di territorio
palestinese, per essere annessa ad Israele, isolando molti villaggi e creando
veri e propri bantustans, procedono a pieno ritmo.
La comunità internazionale, intanto, non fa gran chiasso per questo,
mentre in Israele c’è il sentimento che la politica di Sharon potrebbe
gradualmente condurre verso un regime di tipo fascista. I sintomi di tale pericolo
si avvertono allorquando bisogna subire umilianti interrogatori e minuziosi
controlli all’aeroporto, sia all’entrata che all’uscita d’Israele,
o quando si è costretti ad attraversare infiniti e inutili check-points
su tutto il territorio palestinese. Alcuni osservatori non esitano a paragonare
il comportamento di certi soldati con quello delle SS tedesche di qualche decennio
fa. Tutto ciò mette in imbarazzo gli israeliani e i loro sostenitori
nel mondo, per i quali Israele è e resta la sola democrazia della regione.
Un fenomeno preoccupante è il crescente potere degli ebrei ultra-conservatori
e i loro amici cristiani sionisti (circa 100 milioni, in prevalenza negli USA,
secondo il Sabeel Ecumincal Liberation Theology Centre in Gerusalemme). Questi
credenti fondamentalisti elargiscono anche aiuti economici all’esercito
israeliano, utilizzando canali di associazioni quali l’International Fellowship
of Christians and Jews (Jersalem Post, 21.12.2003).
Da parte palestinese, intanto, molti, dichiaratamente delusi dei loro leaders,
non hanno scelta e subiscono i duri e umilianti effetti dell’occupazione
israeliana, soprattutto quando devono spostarsi da un posto all’altro
del loro territorio. Lo stesso presidente Arafat, praticamente agli arresti
domiciliari, appare - a dir poco - politicamente debole, pur raccogliendo una
certa simpatia tra la gente comune. Egli sta, ormai, perdendo le redini della
situazione, anche se non si sente ancora pronto a passare alla storia, dando
spazio a nuove forze politiche più dinamiche. Tale è stata l’impressione
generale a seguito di un’udienza speciale (24.12.2003) in occasione della
Marcia internazionale per i diritti umani attraverso Israele e Palestina, durata
3 settimane, a cui abbiamo in parte partecipato. Questo clima d’incertezza
e d’immobilità esaspera gli animi, soprattutto tra i giovani desiderosi
di agire in qualche modo, o di reagire ai soprusi, e, spesso in preda alla disperazione,
ricorrono alla violenza, causando tragedie e morte.
Nonostante situazioni insopportabili la vita continua… Persone di grande
valore e senso di responsabiltà emergono dalle ‘ceneri’ delle
rispettive comunità, promuovendo cambiamenti positivi dal basso. Lo abbiamo
sentito a più riprese durante il nostro breve ma intenso soggiorno di
qualche settimana (dic. 03 – gen. 04), specialmente quando ci è
stato possibile unirci ad altri ‘internazionali’ per sostenere iniziative
locali nonviolente, per esempio a Budrus, cercando di ostacolare la costruzione
della grande muraglia (che in alcuni posti s’innalza per 8 metri occupando
uno spazio totale largo 35 metri – Palestine-Israel Journal, n. 3, 2003).
Abbiamo ugualmente preso parte al congresso della Coalizione delle donne israeliane
per la pace (circa 600 delegate) e ad una manifestazione di massa organizzata
in collaborazione con le donne in nero, nella centrale Zion Square di Gerusalemme.
Siamo stati spesso con palestinesi dediti alla cura di bambini nei campi profughi,
o gente impegnata per educare i giovani perché diventino adulti responsabili.
Tale impegno ci è apparso particolarmente forte nella gestione di progetti
patrocinati dai quaccheri nella zona di Ramallah: asili, scuole ecc. coinvolgendo
oltre 1000 ragazzi. Simile sensazione l’abbiamo avuta con organismi non-governativi,
quali l’Associazione agricola palestinese di sviluppo, il Comitato di
soccorso agricolo (PARC), che incoraggiano e aiutano gli agricoltori a piantare
ulivi, costruire semplici sistemi d’irrigazione in zone non coltivate,
eliminando, così, ogni pretesto agli israeliani di espropriare terreni
‘incolti’ ed estendere ulteriormente i propri insediamenti. L’accoglienza,
l’ospitalità e la determinazione di questi agricoltori palestinesi
a rimanere sulle terre dei loro antenati ci ha profondamente commossi.
Durante l’ultima settimana abbiamo lavorato con altri volontari presso
il centro Tent of Nations, che sorge nei pressi di Nahalin, a sud-ovest di Betlemme,
spianando il terreno e piantando circa 200 ulivi ed altri alberi, in gran parte
donati da amici di Quaker Voluntary Action. Questo progetto comprende un’area
di circa 250 ettari e mira ad accogliere giovani (ed altri) di diverse culture
per costruire ponti di solidarietà, comprensione, riconciliazione e pace,
mettendo a disposizione di gruppi giovanili e movimenti vari le proprie strutture
per incontri, anche a livello internazionale.
Ci sono stati tentativi di esproprio da parte di coloni israeliani che circondano
la zona, ma i proprietari - la famiglia Nassar - con l’assistenza di esperti
legali israeliani (gli avvocati palestinesi non possono esercitare in Israele),
è decisa a non mollare e il caso ora ha raggiunto la Corte suprema israeliana
da cui ci si aspetta un chiarimento definitivo su questa faccenda che si protrae
ormai da anni. Naturalmente ciò richiede non solo urgenti aiuti finnaziari,
ma anche volontari per assicurare una permanenza continua sul posto e impedire
l’esproprio.
Il contributo degli ‘internazionali’ è di grande importanza,
per gli uni come per gli altri, perché i più moderati, impegnati
in iniziative dal basso per creare situazioni meno violente, non si sentano
abbandonati a se stessi. Un ottimo esempio è stato dato da un gruppo
di European Jews for a Just Peace che, in visita alla Tenda delle nazioni, ha
donato 300 ulivi da piantare quale simbolo di pace e di speranza. Attualmente
operano in Israele-Palestina anche una 30na di ‘accompagnatori ecumenici’,
sponsorizzati dal Consiglio mondiale delle chiese, contribuendo efficacemente
alla sicurezza di persone in pericolo, condizionando i soldati israeliani a
non trattare i palestinesi con eccessiva durezza. A volte gli accompagnatori
riescono a neutralizzare situazioni veramente pericolose.
Per concludere desideriamo sottolineare che entrambi, palestinesi e israeliani,
hanno estremo bisogno di sentire che, al di là della politica dei loro
leaders,la comunità internazionale non li ha dimenticati. Ciò
è particolarmente importante per coloro i quali ancora credono che un
giorno, come nel lontano passato, essi potranno vivere in armonia, gli uni accanto
agli altri, rispettando reciprocamente le proprie culture e tradizioni. Esempi
concreti di convivenza già esistono in Israele. Forse il più noto
è Neve Shalom/Waht al-Salam (che abbiamo visitato), la cui Scuola per
la pace forma centinaia di facilitatori per la gestione e trasformazione di
conflitti, anche nei territori occupati, nonostante le difficoltà politico-militari.
Tale rapprochement va sostenuto in tutti i modi possibili per contrastare la
crescita di un anti-semitismo generalizzato capace di riportarci alla memoria
sinistri spettri del passato. Il nemico più grande è la paura
reciproca per cui iniziative dal basso, come quelle indicate sopra, meritano
sostegno perché possano crescere e moltiplicarsi.

torna in alto
Non dimenticare. Le conseguenze politiche dell’eccidio di Nassiriya.
Le responsabilità morali e penali per la morte dei militari italiani
in Iraq
Di Giuseppe Ramadori*
La morte di 19 italiani in IRAQ ci deve far riflettere. La loro morte non è
dipesa da una causa di forza maggiore né da un fatto occasionale non
previsto. Al contrario era ben prevedibile per chi doveva evitarla e chi non
si è adoperato adeguatamente e responsabilmente per farlo. Esiste una
colpa grave dei comandanti del reparto e dello S.M. per non aver predisposto
o previsto, un’adeguata difesa della caserma degli italiani; colpa prevista
e punita dagli artt. 97 98 99 Codice Penale Militare di Guerra.
A parte la responsabilità politica e morale di chi ha inviato dei soldati
italiani non, come si è sbandierato, a garantire la pace fra due avversari
interessati ad attuarla, ma ad aiutare, come alleati, una parte contro l’altra;
c’è il grave ed irreparabile errore dei comandi dei Carabinieri
e dell’Esercito, di non avere saputo difendere e garantire, la vita ai
soldati loro affidati. E’ da prendere atto, inoltre, che con l’eccidio
di Nassiriya si è vanificato il “sistema italiano” delle
missioni di “pace”: l’ingraziarsi e l’aiutare le popolazioni
al fine di coinvolgerle nell’operazione di pace. Popolazioni che, per
forza di cose, ad eccezione di quelle direttamente beneficiate con aiuti e calore
umano, ci considerano, comunque, occupanti, o quantomeno alleati degli occupanti.
Primo compito dei Comandanti, in situazioni di guerra o di pericolo analogo,
è proprio quello di garantire, con intelligenza e ragionevolezza, e sino
a quando è possibile, l’incolumità dei soldati loro affidati.
Non si può come è accaduto a Nassiriya, installare una caserma,
vicino ad un trafficato incrocio stradale, (che ora si dice, retoricamente,
così voluto per stare al centro della città con gli iracheni)
senza opportune e valide difese passive (magari copiandole dagli americani).
Fuori, intorno alla caserma dei carabinieri non c’erano fossati, barriere
di cemento, percorsi di accesso non in linea retta, ma semplici ed antichi cavalli
di frisia, atti per la difesa delle persone non certamente dei prevedibili camion
bomba lanciati a tutta velocità. Non si possono affrontare tali pericoli
con dei semplici fucili o con armi portatili (gli “schioppetti”
aggiornati dei nostri padri!). E ciò invece hanno fatto colpevolmente
i nostri comandi.
Di tutto ciò, di queste colpevoli carenze e delle inesistenti serie difese,
i Signori Ufficiali responsabili dovrebbero rispondere non solo penalmente,
avanti al Tribunale Militare, ma anche avanti al Giudice Civile per i danni
arrecati ai soldati da loro comandati. Chissà se arriveremo a questo,
per ora non se ne parla e con molta probabilità tutto verrà assorbito
dalla glorificazione mediatica dell’Arma dei Carabinieri, assolta per
acclamazione popolare, sulla commozione per le tante bare!
Ora si consente la glorificazione dei comandi responsabili, quantomeno del numero
dei caduti; la loro esibizione con medaglie pennacchi ed alte uniformi, con
la strumentalizzazione delle 19 bare e della sofferenza dei familiari dei caduti.
Ci si riempie la bocca di retorica, di patria, di eroismo; ma che cosa, di tutto
ciò, corrisponde a verità e non si tratta invece di strumentalizzazione
di “poveri cristi” uccisi come agnelli sacrificali, e delle loro
sconsolate famiglie! Dov’è la patria in Iraq? Chi non la riconosce,
li in questa operazione, è un antipatriota? E quale eroismo se i poveri
caduti non hanno potuto nemmeno difendersi?
Si applaude il Fini che, senza alcun vero contraddittore a “Porta a Porta”,
può affermare tranquillamente, con l’assenso del compiacente (al
potere) Vespa che chi si commuove ora per i carabinieri uccisi ed esterna il
proprio dolore, dovrà riconoscere la bontà e la legittimità
del loro invio, armato, in Iraq, e non potrà più dichiararsi contrario
a questa guerra!
E ci si ricordi che queste vittime (veri martiri, testimoni innocenti dell’inefficienza
dei comandi militari) sono andati in Irak per soldi, spinti dai bisogni delle
loro famiglie, per ricavare un guadagno superiore a quello della sopravvivenza,
non conoscendo la pericolosità della missione. Oltretutto se non avessero
ricevuto gli 8/15 milioni al mese, e fossero stati edotti del pericolo guerra,
quasi nessuno di essi sarebbe partito.
L’esercito ed i politici hanno così trasformato dei giovani disoccupati
in cerca perenne di lavoro, delle persone che avevano bisogno di far quadrare
i bilanci familiari e, a volte,di far fronte a pesanti spese mediche e di assistenza
ai familiari, in mercenari in gente che va a combattere, o comunque va in zone
in cui si combatte, per soldi.
E tanto ciò e’ vero che il 90 % dei caduti provengono dalle regioni
più povere d’ Italia dove non c’e’ lavoro e c’e’
un’endemica povertà. I “ padani ” si guardano bene
di dare un simile contributo!.
Non si possono, però paragonare questi caduti ai volontari civili delle
varie associazione di volontariato, Medici senza Frontiere, Emergency, ecc.,
sono altra cosa, anche se sul campo si trovano a dare aiuto alla popolazione,
con i militari. Senz’altro vanno aiutati, compresi, e apprezzati tutti
quei militari che in queste zone disastrate, a prescindere dalla divisa che
portano, aiutano le popolazioni vittime della guerra e leniscono con impegno
e sacrificio i loro dolori. Ma oltre a manifestar il nostro cordoglio la nostra
solidarietà a questi morti ed alle loro famiglie, in questi giorni dobbiamo
levare alta la nostra protesta contro chi ha organizzato e diretto la presenza
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