Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Difficile scegliere l’argomento per questo editoriale. Scartato l’articolo
che parla di noi stessi (il prossimo appuntamento per i 40 anni di Azione nonviolenta,
ma per questo vi rimando alla quarta di copertina), c’era solo l’imbarazzo
della scelta: la strage di Nassiriya e le sue conseguenze in Iraq e in Italia,
le bombe antisemite in Turchia, la minaccia terrorista, la guerra infinita,
l’aumento delle spese militari, le sparate del Presidente del Consiglio
sulla Cecenia, le scorie radioattive in Basilicata, e chi più ne ha,
più ne metta. Mentre facevo mentalmente questo elenco dell’orrore,
ho pensato “ma cosa può pensare di questo mondo un bambino che
vede la televisione o sfoglia un giornale?” e mi è venuto alla
mente quel terribile passo del Vangelo “guai a chi scandalizza anche uno
solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo
una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”. Quanto
macine ci vorrebbero per riscattare tutti i bambini del mondo che sono scandalizzati,
violentati, torturati, sfruttati, abbandonati, ammazzati?
I dati che l’Unicef ha fornito per la giornata dell’infanzia, ci
inchiodano alle nostre responsabilità.
Ancor oggi nel mondo il 40% dei nati non viene registrato: non un nome, non
una nazionalità per bambini che nella maggioranza dei casi muoiono subito
per malattie che potrebbero essere facilmente prevenute (in certe zone dell’Africa
Subsahariana questa cifra raggiunge il 71%). Malattie prevenibili e curabili
come la pertosse ed il tetano o la difterite uccidono ancora nella Federazione
Russa, in Brasile, in Vietnam e in Nigeria. Quando non uccide, la povertà
compromette lo sviluppo fisico e mentale dei bambini: ad oggi sono 150 milioni
i fanciulli sottopeso nei paesi del terzo mondo. A causa dell’Aids entro
il 2010 il 20% dei bambini sotto il 15 anni sarà orfano in Swaziland,
Lesoto, Zimbabwe, Botswana. In Africa un bambino orfano o, peggio ancora, venduto
dalla famiglia, può essere arruolato con forza nei corpi militari per
diventare soldato; nell’Asia meridionale molti di loro diventano schiavi
sessuali e non ne conosciamo il numero poichè si tratta di paesi dove
la registrazione anagrafica non avviene con regolarità. Nel mondo un
fanciullo su otto, in età compresa tra i 5 e i 17 anni, è sfruttato,
coinvolto nelle peggiori forme di lavoro minorile o nel business della tratta
dei minori, un affare colossale da un miliardo di dollari l’anno che trascina
in schiavitù le bambine africane e del sud-est asiatico, a cui si aggiungono
ora quelle clandestine provenienti da Moldavia e Ucraina. In Africa il 53% delle
femmine non va a scuola. Sono più di 100 milioni gli adolescenti nel
mondo che non hanno fissa dimora e vivono per strada, abbandonati a se stessi.
Nei paesi che hanno subito una guerra, come in Cambogia o in Afghanistan, le
mine a forma di giocattolo hanno mutilato intere generazioni di fanciulli.
Questa imbarazzante lista potrebbe andare avanti per molto. Erode al confronto
era un principiante!
Sono milioni e milioni i bambini che non hanno volto, che non fanno notizia,
che non contano niente, che non meritano nemmeno uno straccio di funerale. Bambini
che nessuno vede, ma in base ai quali qualsiasi Dio giudicherà l’umanità,
che sarà condannata “per aver commesso il fatto”. Se poi
verrà perdonata, non sarà certo per meriti che non ha, ma per
la volontà di qualcun altro.
Fra pochi giorni sarà il 25 dicembre, giorno del ricordo della nascita
in Palestina di un bambino ebreo, povero, senza casa, clandestino. Assisteremo
anche quest’anno alla sagra dei buoni sentimenti. Accomodiamoci pure al
banchetto sacrilego del consumismo, ma almeno non strumentalizziamo l’infanzia.
Lasciamo quel bambino nella sua solitudine fino a che morirà in croce.
Poi le Nazioni Unite si riempiranno la bocca: “l’infanzia ha diritto
a misure speciali di protezione ed assistenza”.
Buon Natale.
In occasione del 1° dicembre 2003, Giornata Mondiale dei Prigionieri per
la Pace, War Resisters’ International (Internazionale dei Resistenti alla
Guerra – di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana)
diffonde l’elenco di obiettori di coscienza e di attivisti per la pace
attualmente incarcerati in vari paesi del mondo. Invitiamo i lettori di Azione
Nonviolenta ad inviare cartoline o biglietti di sostegno a questi testimoni
di pace, anche con lo scopo di far sapere alle autorità di quei paesi
che i prigionieri pacifisti non sono isolati.
Armenia
Malgrado l’impegno ad introdurre una legislazione sul diritto all’obiezione
di coscienza, l’Armenia continua a mandare in carcere Testimoni di Geova
per il loro rifiuto di prestare servizio militare.
Vahan Bayatyan
2 anni 1/2 - 28/10/02-28/04/05
Artur Grigoryan
2 anni 1/2 - 26/11/02-26/05/05
Karen Abadzhyan
2 anni 1/2 - 05/12/02-12/06/05
Set Pogosyan
2 anni - 29/12/02-29/12/04
Parkev Khachatryan
1 anno - 29/01/03-29/01/04
Ashot Melikyan
2 anni - 30/01/03-30/01/05
Anton Tigranyan
2 anni - 10/02/03-10/02/05
Gor Mkhitaryan
1 anno 1/2 - 26/02/03-26/08/04
Abraham Kuzelyan
2 anni - 27/02/03-27/02/05
Grigor Oganesyan
2 anni - 12/03/03-12/03/05
Edgar Oganesyan
2 anni - 21/03/03-21/03/05
Ambartsum Odabashyan
3 anni - 01/04/03-01/04/06
Ayk Bukharatyan
2 anni - 02/04/03-02/04/05
Vahan Mosoyan
2 anni - 15/04/03-15/04/05
Arsen Akopyan
1 anno 1/2- 30/04/03-30/10/04
Arkadii Avetyan
1 anno - 02/05/03-02/05/04
Artur Stapanyan
2 anni - 12/05/03-12/05/05
Ayk Gareginyan
1 anno 1/2 - 11/06/03-11/12/04
Ashot Akopyan
2 anni 1/2 - 12/06/03-12/12/05
Grikor Mkrtichyan
2 anni - 13/06/03-13/06/05
?Kosh Corrective Labour Colony, Kosh
Araik Bedzhanyan
1 anno 1/2 - 02/07/03-02/01/05
?Vanadzor Prison
Avetik Avakyan
1 anno 1/2 - 25/03/03-25/09/04
Ashot Tsaturyan
2 anni - 29/04/03-29/04/05
Aram Khechoyan
1 anno - 06/07/03-06/07/04
Edgar Saroyan
in attesa di giudizio dal 15/05/03
Suren Akobyan
in attesa di giudizio dal 03/07/03
Artur Torosyan
in attesa di giudizio dal 03/07/03
Artjom Kazaryan
in attesa di giudizio dal 04/07/03
? Nubarashen Prison
Bielorussia
Yuri I Bendazhevsky
01/06/01 - 01/06/09
? Prison Minsk, ul Kavarijskaya 36, PO Box 36 K, Minsk
Investigatore e divulgatore dei fatti di Cernobyl, fraudolentemente accusato
di corruzione.
Belgio
Il 16 febbraio 2003, 11 attivisti per la pace hanno fermato un treno che trasportava
equipaggiamenti militari per l’esercito Degli Stati Uniti destinati al
Golfo passando dal porto di Antwerp. La sentenza era prevista per il 27 ottobre.
Ulteriori informazioni al sito www.vredesactie.be
Gran Bretagna
Centinaia di attivisti sono stati arrestati durante azioni contro la guerra.
Molti sono stati multati, altri hanno visto cadere le loro accuse. Alcuni sono
in attesa di una sentenza.
Ulla Roder ha disarmato un Tornado presso la base RAF di Leuchars il 10 marzo
2003. Attualmente non è più in carcere. Ulteriori informazioni
al sito www.free-ulla.org.
Toby Olditch e Phil Pritchard sono stati arrestati presso la base RAF di Fairforf
nel tentativo di disarmare un cacciabombardiere B52. Entrambi non si trovano
in prigione attualmente. Ulteriori informazioni contattando
.
Si attendono nuovi processi.
Informazioni al sito http://scotland.motherearth.org/ulla/prisoners.shtml
Finlandia
Il 1° ottobre sono stati incarcerati insieme 19 obiettori totali in Finlandia.
Si conoscono però solo i nomi di quattro di loro.
Lasse Jansson
25/08/03-12/03/04
? Suomenlinnan työsiirtola, Suomenlinna C 86, 00190 Helsinki
Pano Pietilä
08/09/03-
? Helsingin työsiirtola, PL 36, 01531 Vantaa
Johannes Lilja
24/07/03-10/02/04
? Satakunnan vankila, Köyliön osasto, PL 42, 32701 Huittinen
Väinö Järvelä
14/07/03-29/01/04
?Ylitornion avovankilaosasto, Rajantie 2, 95600 Ylitornio
Germania
Più di 1.000 persone sono state arrestate durante azioni di disobbedienza
civile contro la guerra all’Iraq; la maggior parte di loro è stata
arrestata presso la base aerea di Rhein-Main. Molte accuse sono state fatte
cadere mentre altre sono ancora in attesa di giudizio, e saranno probabilmente
commutate in multe.
Jannes von Bestenbostel
? Trukft Roland-Kaserne 313, Fohrder Landstrasse 33, 14772 BrandenburgSimon
Alexander Lieberg
? Fallschirmjägerbatallion, Frieslandkaserne, 26316 Varel
Entrambi sono obiettori totali chiamati a prestare servizio militare il 1°
ottobre 2003. Trascorreranno 63 0 84 giorni agli arresti militari, prima di
essere inviati a giudizio presso una corte civile.
Irlanda
Il 3 febbraio 2003 partecipando ad un’azione di resistenza presso l’aeroporto
Shannon i Pitstop Ploughshares hanno disarmato un aereo da combattimento statunitense.
Sono attualmente liberi su cauzione. Il loro processo è stato spostato
a Dublino e probabilmente avrà luogo all’inizio del 2004.
Ulteriori informazioni al sito www.ploughsharesireland.org.
Israele
Mordechai Vanunu
30/09/86-29/09/04
? Ashkelon Prison, Ashkelon, Israel
Divulgatore di avvenimenti relativi alle questioni nucleari, accusato di spionaggio
e tradimento – rapito il 30 settembre 1986 in Italia.
In Israele gli obiettori di coscienza vengono regolarmente incarcerati. Molti
di loro devono scontare periodi di prigionia di 28 giorni, alcuni anche più
periodi uno dopo l’altro. Attualmente sei obiettori sono stati deferiti
alla corte marziale: Haggai Matar, Matan Kaminer, Noam Bahat, Adam Maor, Shimri
Tzamaret, e Yonathan Ben-Artzi. I processi continuano. Controllate il sito di
WRI (http://wri-irg.org/cgi/news.cgi) per gli aggiornamenti.
Porto Rico
José Vélez Acosta #23883-069
05/09/03-
José Pérez Gonzáles #21519-069
05/09/03-
? MDC Guaynabo, PO Box 2147, San Juan, PR 00922-2147
Condannati per cospirazione e per danni alle proprietà federali, in attesa
di giudizio il 4 dicembre 2003.
Corea del Sud
In Corea del Sud più di 750 Testimoni di Geova sono stati incarcerati
a causa della loro obiezione di coscienza al servizio militare. Solitamente
sono condannati a periodi di detenzione che vanno da un anno e mezzo a tre anni.
Di recente anche obiettori di coscienza laici hanno iniziato ad organizzarsi.
Una lista di obiettori di coscienza incarcerati è disponibile al sito
di WRI:
http://wri-irg.org/2003/pfp03-enhtm#southkorea.
Turkmenistan
Nikolai Shelekhov
07/02/02 - 01/01/04
? Lebap velayat, g. Turkmenabad (Chardhev), Ispravitelnaya trudovaya koloniya,
Zaklyuchennomu Shelekhovu Nikolayu, TurkmenistanKurban Zakirov
23/04/99 - 22/04/08
? Akhal velayat, g. Bezmein, Ispravitelnaya trudovaya koloniya, Zaklyuchennomu,
Zakirovu Kurbanu, Turkmenistan
Entrambi sono Testimoni di Geova.
E’ giunta notizia che altri tre Testimoni di Geova sono stati recentemente
incarcerati per la loro obiezione di coscienza, ma non sono ancora disponibili
altre informazioni.
USA
Più di 7.500 persone sono state arrestate in tutti gli Stati Uniti durante
azioni di disobbedienza civile contro la guerra all’Iraq. Molte accuse
sono state fatte cadere, altre sono state commutate in ammende o in periodi
di detenzione. Purtroppo non ci è dato di sapere se attualmente ci siano
ancora persone in carcere.
Stephen Funk
six months - out March 04
? Building 1041, PSC 20140, Camp Lejeune NC 28542
Marine degli Stati Uniti che ha fatto richiesta di essere congedato come obiettore
di coscienza. Il 6 settembre è stato condannato a 6 mesi di carcere.
Azioni di disobbedienza civile tenutesi alla "School of the Americas"
a Fort Benning nel novembre del 2002 hanno portato a 86 arresti. Molte persone
sono state rilasciate nel frattempo, ma alcune sono ancora in carcere. Nuove
azioni sono state programmate a partire dal 21/23 novembre 2003. Controllate
il sito web per gli aggiornamenti.
Jeremiah Matthew John #91324-020
verrà rilasciato il 18 gennaio 2004.
? Federal Prison Camp, PO Box 33, Terre Haute, IN 47808Patrick Lincoln #91400-020
verrà rilasciato l’8 dicembre 2003.
? FCI, Cumberland, P.O. Box 1000, Cumberland, Md. 21501-1000
Condannati a sei mesi di prigione e al pagamento di una multa di 500 dollari.
(http://www.soaw.org/new/article.php?id=598).
Charity Ryerson #91335-020
sei mesi – verrà rilasciato il 18 gennaio 2004.
? Pekin FCI, PO Box 6000, Pekin, IL 61555-6000Derrlyn Tom #91362-020
sei mesi – verrà rilasciato il 6 dicembre 2003.
? Federal Prison Camp, 5675 8th St. Camp Parks, Dublin, CA 94568
Jackie Hudson O.P. 08808-039
31 mesi – verrà rilasciato a luglio del 2005.
? FCI Victorville, P.O. Box 5400, Adelanto, CA 92301Carol Gilbert O.P. 10856-039
33 mesi – verrà rilasciato a ottobre del 2005.
? FPC Alderson, Box A, Alderson, WV 24910Ardeth Platte O.P. 10857-039
41 mesi – verrà rilasciato a giugno del 2006.
? FCI Danbury, Route 37, Danbury, CT 06810
Condannati per aver disarmato la base sotterranea di lancio per missili nucleari
nel nord-est del Colorado.
Di Alberto Trevisan
La lettera apparsa sulla La Stampa il 1 Novembre 2003, tradotto da Alessandra
Shomron, è forse l’articolo che in molti anni mi è parso
più bello, preciso, puntuale, concreto e soprattutto pieno di entusiasmo
e fiducia pur in una situazione drammatica, proprio perché da anni studio
e seguo da anni gli sviluppi di un conflitto assai difficile da interpretare
,soprattutto dal versante gandhiano, attraverso gli strumenti dell’analisi
e delle metodologia nonviolenta.
Tutti ormai sanno che si tratta di un conflitto speculare, tra popoli cugini
che da oltre cinquant’anni viene condotto senza risparmio di energie sia
tecniche che umane: in sostanza un conflitto che continua a fare da entrambi
le parti morte e distruzione, ansia quotidiana e disperazione e soprattutto
poca possibilità di una vita “in pace”.
Certo è che entrambi i popoli hanno rinunciato ai grandi sogni: la Grande
Israele o tutta la Terra di Palestina solo per il popolo palestinese.
Bene, i sogni, caro Yeshoua, sono definitivamente svaniti e la dura realtà
impone la soluzione del conflitto e , personalmente penso su tempi meno lunghi,
come mi sembra di aver intuito tra le righe del tuo interessante e profondo
discorso.
Il tuo articolo mi ha costretto a riprendere in mano libri e numerosa documentazione
e ti posso dire con certezza che questo nuovo “ trattato di Ginevra”
già da oltre dieci anni era stato pensato con dovizia di particolari:
e soprattutto è stato scritto a quattro mani,da Mark A.Heller, studioso
israeliano, e da Sari Nusseibeh , intellettuale palestinese, in un libro pubblicato
in Italia a cura di Giorgio Gomel ,del gruppo Ebrei per la Pace di Roma, per
l’editore Valerio Levi , Roma 1992.
Tu ci inviti, o meglio, inviti tutti coloro ai quali “ si preoccupano
del caos e della violenza crescente in Medioriente di apporre la nostra firma
“in questo “appello per la Pace” che in sostanza prevede un
buon vicinato tra due popoli cugini, tra due Stati e due Popoli ,entrambi in
sicurezza e in pace..
Sono certo che avrai letto il libro cui faccio riferimento e anche dopo oltre
dodici anni si presenta quasi come un manuale da portare al tavolo delle trattative
come è successo a Oslo,Madrid, Taba, Camp David e così via .
Riprendendolo sotto mano dopo vari anni mi è bastatati sfogliarlo per
scoprire la sua straordinaria attualità e sono contento di avere nella
mia biblioteca questo libro: basta leggere l’indice per dare conferma
e corpo ma soprattutto conferma piena e adesione sincera alla tua intuizione
di un nuovo “trattato di Ginevra” per il quale tutta la società
civile, dai ragazzi Salam dell’Olivo alla buona cooperazione, alle organizzazioni
non governative sono pronte a riempire centinaia di fogli fitti di firme vere
e sincere : non ci resta che sapere dove inviarle tutte queste firme così
pregne di speranza di pace in Medioriente. .
L’indice di questo libro importantissimo, nato con non poche difficoltà
e scritto a quattro mani, non tralascia nulla dei punti che sono ancora all’ordine
del giorno per il superamento del conflitto: misure di sicurezza per entrambi
gli stati, demarcazione chiara dei confini, il problema del ritorno dei profughi
e dell’abbandono degli insediamenti, le risorse idriche, lo stato giuridico
di Gerusalemme e in particolare la regionalizzazione e internazionalizzazione
del Medioriente inteso come dimensione regionale della soluzione a due Stati
liberi, sicuri e indipendenti e magari incrocio cruciale delle numerose tradizioni
e culture delle popolazioni che abitano questo punto nevralgico del nostro pianeta.
Credimi , Abraham, in questo libro così attuale c’era già
nel 1992 quasi tutto: una specie di manuale diplomatico di facile consultazione
durante i difficilissimi incontri ai vari tavoli delle trattative :
Ora tu proponi con la creatività che ti è propria, uomo di cultura
assai poliedrico, dall’arte al teatro, dalla scrittura al giornalismo
di fare una cosa semplice come chiedeva Aldo Capitini (A ognuno di fare qualcosa)
il primo che in Occidente insegnò la metodologia gandhiana: solo una
piccola ma sincera firma, un piccolo segno utopico di fronte ad un mostro, la
guerra, che da oltre cinquant’anni produce morti e distruzioni in entrambi
le parti in conflitto.
Questa tua poliedricità forse per la prima volta in maniera così
netta ti ha portato a toccare con mano il bisogno dell’aiuto di tutti
ed è molto bello che forse ancora per la prima volta tu ammetta che non
ce la fate più da soli, che l’America non è più garanzia
di una giusta soluzione e trovi la forza di quasi sferzare l’Europa a
mantenere le promesse fatte e non mantenute in passato ,a programmare nuovi
piani di ricostruzione in un tessuto civile dove il bambino israeliano, dove
i figli di David Grossman, solo per fare il nome di un tuo amico scrittore,
possano andare tranquillamente a scuola con i loro bus e i ragazzi palestinesi
possano continuare nelle loro misere baracche dei grandi campi profughi a studiare
e sperare di vivere non più in baracche ma in modeste case e mantenere
il più alto grado di cultura tra i paesi arabi.
Caro Abraham io sono certo che le iniziative dal basso, il non delegare le grandi
scelte sempre e solo ai governi sia il terreno più fertile : per questo
in molti in Italia e in Europa siamo pronti a ritornare in terra di Palestina
e di Israele a collaborare alla ricostruzione, con le nostre mani, con le nostre
professionalità e anche con le nostre fedi per vedere e vivere una Gerusalemme
condivisa e non accerchiata da muri o barriere militari foriere di morte:
Se per difendere i luoghi santi della Città simbolo delle tre religioni
monoteiste dovesse continuare a morire, dopo questi auspicati accordi di pace,
anche una sola persona, magari un povero bambino ebreo o musulmano o cristiano
io credo che tutti dobbiamo mettere in discussione le nostre “fedi”
perché ,non esiste luogo o simbolo religioso che possano giustificare
la morte di un solo essere umano proprio in un territorio che tutti chiamiamo,
con le proprie diversità, Terra Santa.
Certo, caro Yeshohua , non dobbiamo seguire altre strade come quella , solo
per citare un piccolo ma inquietante esempio, quello della rinomata Università
di Architettura di Venezia che, accettando una proposta di “vivibilità
“del muro (sic!) pensa di proporsi con un suo ambizioso progetto. Ti assicuro
per quanto creatività ci possa essere non penso che un muro ,magari abbellito
da piante tropicali o ameni luoghi d’incontro, possa essere reso vivibile:
i muri dividono, isolano, creano odio reciproco e sono certo che anche tu la
pensi allo stesso modo. come tanti altri israeliani.
Ci sono altre strade come l’obiezione di coscienza di coloro che ,da semplici
militari a grandi uomini di comando, da tempo praticano questa forma di obiezione
di coscienza “ limitata “ e so che su questo punto tu avevi espresso
alcune perplessità pensando ad una minaccia all’unità nazionale
del popolo di Israele.
Da obiettore di coscienza in Italia imprigionato per mesi e mesi negli anni
“70 per ottenere il riconoscimento di questo diritto fondamentale che
è la libertà di coscienza in generale ma soprattutto nel caso
della preparazione alla guerra , l’unità nazionale non viene certo
disgregata perché in più di trent’anni quasi un milione
di ragazzi italiani hanno “servito la Patria” a fianco delle fasce
più deboli della nostra società e attualmente più di diecimila
ragazze servono anch’esse la società con un servizio civile e volontario.
Noi europei che stiamo costruendo una nuova realtà, che sarà guidata
da una moderna Carta Costituzionale non vediamo l’ora di accogliere nel
nostro ambito due popoli che dichiarino una volta per sempre la parola fine
della guerra e l’inizio di una pace giusta e duratura.
Se siamo in grado di abbattere i muri che sono in noi e far uscire i mostri
dai nostri cuori ,in particolare quelli dell’egoismo, dell’intolleranza,
della segregazione i muri fisici si scioglieranno come neve al sole e i villaggi
palestinesi e israeliani brilleranno tutti della loro magica pietra bianca con
lo sfondo del verde degli ulivi e del giallo dei pompelmi in un fiume con a
fianco le acque del Giordano , fiume che deve unirei popoli sino al punto più
profondo della terra.
Grazie Abraham e presto spero di “ salire “ in una Gerusalemme condivisa
,come siete soliti voi esprimervi al momento del saluto tra fratelli o amici.
Shalom., Salaam , Pace.
L’arte poetica di Danilo Dolci, grande comunicatore del metodo maieutico
Il 29 e 30 ottobre u. s. si è svolta in Agropoli (SA) la prima edizione
del Premio Nazionale Danilo Dolci, indetto dall’Associazione Amici di
Danilo Dolci.
La manifestazione è stata patrocinata dal Senato della Repubblica, dalla
Regione Campania, dalla Provincia di Salerno, da alcuni Comuni del Cilento e
in particolare dal Comune di Agropoli, che, oltre al cospicuo contributo, si
è impegnato a sostenerlo per i prossimi anni.
Presidente onorario del Premio, il poeta Mario Luzi, amico personale del Dolci,
più volte candidato al Nobel per la poesia.
Il Presidente del Senato Marcello Pera ha fatto pervenire una significativa
lettera di saluto, nella quale, tra l’altro, scrive: “In particolare,
vorrei ricordare l’importanza fondamentale attribuita da Danilo Dolci
al metodo maieutico. Tale metodo, posto da Dolci alla base della sua opera di
educatore, consente effettivamente di crescere insieme, cioè di trarre
la principale ricchezza dal dialogo aperto e dal confronto delle idee, sulle
questioni minime come sui grandi problemi. Ciò mi sembra assolutamente
coerente con l’ispirazione fondamentale della non violenza come via per
costruire e consolidare la pace”.
Di Germano Bonora *
Ho conosciuto Danilo Dolci nel 1980, in occasione di un seminario per docenti
alla scuola media. Ci andai per puro caso, dopo averne sentito parlare con entusiasmo
anche fuori dell’ambito scolastico.
Mi colpì soprattutto il silenzio meditativo, oltre alla insolita attenzione
dei partecipanti, che uno per volta venivano chiamati a leggere dei testi poetici
e a dare il proprio giudizio. Alla fine del giro seguiva la discussione coordinata
dal Dolci.
Non era la solita conferenza tenuta dall’oratore e dallo specialista di
turno su argomenti fumosi e astratti, scelti dall’alto o, peggio, improvvisati,
seguiti stancamente da una platea rumorosa e distratta; ma piuttosto una conversazione
pacata, in cui ognuno si sentiva a proprio agio, in un rapporto veramente alla
pari. Anzi, come amava dire Danilo, di reciproco adattamento creativo.
Da qui, dunque, l’interesse e la partecipazione attiva e appassionata
di ciascun partecipante, veramente protagonista e non comparsa, attore e non
inutile figurante di un teatrino manovrato dall’alto.
Tutti sullo stesso piano, finanche nella sistemazione dei posti: tutti allo
stesso livello di parità.
Nella sala c’era un silenzio assorto, quasi religioso, per ascoltare i
singoli interventi e replicare con argomentazioni serie e ponderate, fuori da
ogni concessione retorica o narcisistiche sbavature.
Danilo coordinava i singoli interventi a bassa voce, per favorire la concentrazione,
senza ricorrere ad amplificatori assordanti, tanto cari agli imbonitori politici
e mediatici, infettati dal virus del dominio.
Una cosa del tutto nuova anche per gli educatori più accorti e vaccinati
contro certi venditori di fumo che si specchiano come narcisi nel fiume delle
loro stesse parole inconcludenti.
Alla fine dei lavori invitai Danilo a tenere un seminario agli studenti del
liceo scientifico Alfonso Gatto su argomenti da concordare e preparare opportunamente
per tempo. Ne parlai con i ragazzi e alcuni colleghi, che si attivarono per
la presentazione e l’approvazione del progetto nelle sedi competenti.
Si creò un clima di attesa, che coinvolse docenti e studenti anche delle
classi parallele. Inutile spiegare che per la buona riuscita dei lavori i partecipanti
non potevano superare un determinato numero compreso tra le quaranta e le cinquanta
persone preventivamente preparate.
All’appuntamento tanto atteso c’erano più di venti docenti
e un centinaio di studenti.
Danilo accettò il numero esorbitante, a condizione che il seminario durasse
almeno una settimana, anziché i tre giorni stabiliti.
Tema: la nuova dimensione della Poesia.
Nella mattinata si leggevano e commentavano alcuni testi poetici, distribuiti
a tutti, e nel pomeriggio si riprendeva alle quattordici, dopo la colazione
a sacco dei non pochi pendolari provenienti dai centri più o meno distanti
dal liceo.
Gradualmente scoprimmo una nuova dimensione della Poesia, molto diversa da quella
della tradizione classica, che dal Petrarca giunge ai nostri giorni, sia pure
con una certa innovazione dal Leopardi in poi, senza tuttavia mai rompere del
tutto con il classicismo.
Alla fine tutti convenimmo che la Poesia non è soltanto quella composta
in versi sciolti o rimati, ma anche i piccoli gesti quotidiani, che avvengono
fra le pareti domestiche e in altri ambiti, possono essere autentica Poesia,
a prescindere dalla istruzione di chi li compie.
Si può fare Poesia, dunque, in tanti modi diversi.
La madre o il padre, che pulisce amorevolmente il bambino sporco di cacca o
di pipì, non compie soltanto un atto di amore, ma con quel gesto premuroso
crea autentica Poesia. I genitori o i nonni, che guardano incantati il nipotino,
tutto compreso del proprio gioco, fanno anch’essi Poesia. Non così,
invece, quando lo guardano con indifferenza o, peggio, con atteggiamento ostile
o di rimprovero ingiustificato.
Il Poeta e l’educatore - maieuta sono una cosa sola, quando operano con
amore e competenza.
Il nascituro percepisce fin dal grembo l’amore materno attraverso il cordone
ombelicale, che favorisce il più naturale rapporto di reciprocità.
Questo nesso forte e meraviglioso fra la madre e il nascituro è la più
bella metafora del COMUNICARE.
E la Poesia è la più alta espressione del COMUNICARE.
Il seminario si concluse con una manifestazione pubblica, alla quale parteciparono
anche i genitori degli studenti.
Non pochi si avvicinavano per conoscere Danilo, di cui i figli ogni giorno parlavano
con grande entusiasmo.
Ricordo l’episodio di una madre che lo abbracciò con gli occhi
lucidi, dicendogli: “Voglio ringraziarla per quanto ha fatto per mio figlio,
che dalla morte del padre si era chiuso e non parlava più in casa. Grazie
al suo aiuto si è, finalmente, sbloccato.
Fin dal primo giorno del seminario non ha fatto altro che parlare di Lei come
di un grande amico.
Quando ci riuniamo per il pranzo o per la cena, non accendiamo più il
televisore per non essere disturbati nella conversazione.
La nostra famiglia ha ritrovato il sorriso scomparso da molto tempo.
Che Dio La benedica”.
Ma, subito dopo la vedova, si avvicinò a Danilo un ragazzo visibilmente
contrariato, che, nel corso del seminario, era rimasto sempre in disparte. Con
gli occhi bassi gli disse: “Sono rimasto un po’ deluso, perché
mi aspettavo delle belle conferenze dal professore Dolci, che invece ha fatto
parlare quasi sempre gli studenti, dai quali non c’è niente da
apprendere…”
Danilo si fece serio e triste, senza replicare niente al ragazzo, che del resto
era subito scomparso dopo la sparata.
Ma quando l’accompagnai alla stazione, stringendomi forte la mano mi fece:
“State attenti a quel ragazzo che ha detto di essere rimasto deluso, perché
è un disperato, che non ha fiducia in se stesso e come tutti i disperati
crede di risolvere i suoi problemi affidandosi a un capo, a un leader, aggravando
la sua disperazione masochisticamente…”
Dopo ogni incontro con l’Educatore-maieuta, riprendevamo le attività
scolastiche con animo nuovo, profondamente contagiati dalla eccezionale vitalità
di Danilo, con il quale il rapporto continuava anche a distanza, perché
molti ragazzi gli scrivevano per confidarsi con lui.
Ogni anno un seminario nuovo su temi scelti volta per volta insieme e preparati
con l’ausilio di letture consigliate dallo stesso Dolci, perché
il tempo dell’incontro era limitato e non bisognava lasciare niente alla
improvvisazione.
Rigore logico e scientifico nella piena libertà creativa. Tutti impegnati
a fondo nella ricerca, perché Danilo non si faceva affatto portatore
della sua verità. Maieuticamente contribuiva, come gli altri e in collaborazione
con gli altri, alla ricerca della verità possibile in quel momento.
Con Danilo Dolci scoprimmo la differenza sostanziale fra il TRASMETTERE e il
COMUNICARE, che anche i migliori dizionari, purtroppo, registrano come sinonimi.
Mentre c’è tra loro una differenza veramente sostanziale.
E, sempre grazie alla maieutica dolciana, imparammo che il DOMINIO di uno o
di molti è la malattia del POTERE, che, invece, appartiene a tutti, per
diritto di natura.
Gli apporti offerti dai giovani sono registrati volutamente accanto a quelli
di celebrità, come i Nobel Carlo Rubbia o Rita Levi-Montalcini e di tanti
altri scienziati, più o meno famosi, messi a fianco ai contributi di
gente semplice quanto saggia.
Danilo sapeva ben valorizzare ciascuno e confessava candidamente di aver imparato
molto da pastori, da contadini e finanche dagli animali e dalle piante.
Il nesso di reciprocità esistente tra l’ape e il fiore si fa metafora
del rapporto interpersonale, anzi intercreaturale, come amava dire l’Educatore-maieuta.
L’operatore di pace è stato candidato nove volte al Premio Nobel
per la pace, ma non gli è stato mai assegnato, forse, perché nel
1958 gli venne conferito il Premio Lenin, da lui accettato come riconoscimento
della sua opzione per le vie rivoluzionarie non violente, non avendo mai condiviso
l’ideologia marxistica.
Né poté mai restituire l’assegno ricevuto, come gli era
stato chiesto dai contestatori della politica imperialistica di Mosca, perché
lo aveva interamente speso per edificare il Centro di formazione a Trappeto,
che successivamente sarà trasferito a Partinico quale Centro di studi
e iniziative e poi come Centro per lo sviluppo educativo. Oggi porta ovviamente
il nome del fondatore. E non è affatto proprietà privata, ma patrimonio
dell’umanità.
COMUNICARE è uno dei nodi fondamentali del pensiero e dell’opera
di Danilo, impegnato negli ultimi venti anni a coordinare seminari di studio
sia in Italia sia in altri paesi europei e nei colleges statunitensi, i cui
esiti sono puntualmente documentati nelle sei edizioni del MANIFESTO, dedicato
“all’educatore che è in ciascuno di noi”.
Nel 1988 le Edizioni Sonda di Torino pubblicarono la Bozza di MANIFESTO “Dal
trasmettere al comunicare”. L’anno successivo uscì presso
lo stesso editore la seconda edizione arricchita di nuovi contributi. Nel 1993
Lacaita pubblicò la terza edizione, ulteriormente accresciuta, sotto
il titolo “Comunicare legge della vita. Bozza di MANIFESTO e contributi”.
Nel 1995 uscì la quarta edizione presso il medesimo editore di Manduria.
Nel 1996 La Nuova Italia pubblicò la quinta edizione dal titolo “La
struttura maieutica e l’evolverci”. Nel 1997, pochi mesi prima della
immatura dipartita, venne pubblicata dallo stesso editore di Firenze la sesta
e ultima edizione, reiterando il titolo emblematico “Comunicare legge
della vita”, che possiamo considerare il testamento morale di Danilo.
Quando tornava ad Agropoli, si recava volentieri a visitare Paestum e Velia,
l’antica Elea di Parmenide, dal quale lo stesso Socrate aveva appreso
il metodo maieutico, in occasione dei viaggi fatti dal filosofo eleatico in
Atene.
Danilo era fortemente attratto dalla bellezza dei luoghi e ancora di più
dalla mentalità aperta e disponibile degli studenti del Cilento, ai quali
ripeteva con sincera ammirazione:
“Voi siete gli eredi di Parmenide e della cultura greca. Nelle vostre
parole risento la voce dei filosofi greci. Voi siete gli eredi autentici di
quella antica cultura”.
E questo riempiva di orgoglio i giovani, fieri di quelle nobili radici.
Nel corso del seminario sulla Poesia, che aveva tenuto pochi giorni prima a
Boston, ammirato dagli interventi dei giovani, mi confidò tutto contento:
“Questi studenti non hanno niente da invidiare a quelli dei migliori colleges
statunitensi, anzi li trovo molto più pronti e disponibili al dialogo”.
Il merito, in verità, era in gran parte dello stesso Danilo, che riusciva
a suscitare interessi in tutti, facendo parlare perfino i balbuzienti.
Un ragazzo che non riusciva a esprimere un solo concetto senza balbettare una
o più volte, chiamato da Danilo per nome a intervenire, parlò
per più di dieci minuti senza mai incepparsi, con grande stupore della
professoressa di scienze umane e storia, che si commosse fino alle lacrime.
Per esprimergli riconoscenza e gratitudine, il Consiglio d’Istituto del
Liceo Alfonso Gatto propose alla Giunta Municipale di conferire al grande Poeta-educatore
la cittadinanza onoraria di Agropoli, che fu approvata all’unanimità
nel maggio del 1991, e fu la prima in Italia, dopo quella di Berna e di Boston,
dove la biblioteca universitaria raccoglie tutti gli scritti di e su Danilo
Dolci assieme a quelli di M. L. King.
Successivamente gli è stata intitolata anche la piazzetta che si affaccia
sulla Marina, da dove il Poeta amava contemplare l’orizzonte, oltre il
mare, in occasione dei suoi seminari in Agropoli.
*(fondatore dell’Associazione “Amici di Danilo Dolci”)
Il nostro programma costruttivo
affinché nasca l'Europa militarmente neutrale,
per la pace dentro e fuori i propri confini.
Siamo donne e uomini che affermano il diritto alla vita e alla pace per tutti,
non solo come valori supremi, ma anche come categorie giuridiche.
Siamo donne e uomini impegnati per l'abolizione degli eserciti, per il disarmo
unilaterale, e perciò lavoriamo affinché l'Europa sia fondata
sul diritto alla pace.
Riconosciamo nella nonviolenza uno straordinario metodo a disposizione di tutti,
per risolvere i conflitti, per difendersi dai soprusi, per realizzare nuove
conquiste sociali. La nonviolenza è il varco attuale della storia.
Vogliamo collegare la nascita dell'Europa con la necessaria riforma dell'ONU.
Vogliamo che la Costituzione europea raccolga il meglio e i punti socialmente
più avanzati delle Costituzioni degli stati membri.
Vogliamo che l'Europa sancisca il diritto alla pace e il ripudio della guerra.
Chiediamo che l'articolo 1 della Costituzione europea recepisca in pieno l'articolo
11 della Costituzione italiana.
Chiediamo che la Costituzione europea recepisca le sentenze della Corte Costituzionale
italiana: la difesa non è solo quella militare, ma è anche difesa
civile.
Chiediamo che la sicurezza dell'Europa sia basata sulla riduzione degli armamenti
(che oggi sottraggono enormi risorse alle spese sociali).
Chiediamo che non nasca un nuovo esercito europeo, ma si costituiscano invece
i Corpi Civili di Pace.
Convochiamo un convegno di studio e di proposta politica per il giorno 8 dicembre
a Venezia, che si concluderà con una manifestazione per lanciare il nostro
appello, rivolto a tutte le cittadine ed i cittadini europei, e ai capi di stato
e di governo che si riuniranno a Bruxelles il 12 e 13 dicembre.
Ci impegniamo affinché nella prossima campagna elettorale i partiti
siano costretti a confrontarsi sul progetto di un'Europa neutrale, disarmata,
solidale, nonviolenta.
Convertirsi alla nonviolenza?
Credenti e non credenti si interrogano su laicità religione nonviolenza
Esce in questi giorni per i tipi de Il Segno dei Gabrielli editori (Verona)
il libro Convertirsi alla nonviolenza?, a cura di Matteo Soccio. Il volume,
molto atteso nell'area nonviolenta per l'estrema attualità degli argomenti
dibattuti, contiene gli Atti del convegno di studio sul tema Laicità
Religione Nonviolenza, tenuto a Perugia (Villa Umbra) l'11 Giugno 2002. Il convegno
era stato promosso e organizzato dal Movimento Nonviolento, dal Movimento Internazionale
della Riconciliazione, dall' Associazione Nazionale "Amici di Aldo Capitini",
con il patrocinio ed il contributo della Regione Umbria. Pubblichiamo un estratto
dell'introduzione al volume, scritta dal curatore.
Quante nonviolenze?
La violenza continua a trionfare, legittimandosi con l'ostentazione delle cause
più nobili mentre non è che mancanza di rispetto dei diritti fondamentali
dell'uomo e dei popoli, sopraffazione, illegalità, ingiustizia, uso spregiudicato
della forza militare, follia. Di fronte a questo spettacolo, tutto pervaso di
violenze, non ci sono solo gli indifferenti, complici per omissione o per inettitudine,
ci sono anche uomini sinceramente convinti che questo male assoluto della violenza
si possa arginare ed eliminare sviluppando, nel pensiero e nell'azione, le risposte
della nonviolenza. Non sono più minoranze insignificanti. Stanno crescendo
di numero. Sempre più persone credono nella nonviolenza come mezzo efficace
per far cadere le armi dalle mani dei violenti e hanno il coraggio di esprimere
il proprio dissenso alla guerra e a tutte le forme in cui si manifesta la politica
di violenza.
Ma il loro approccio alla nonviolenza non è uniforme e si presenta con
motivazioni e modi d'espressione differenti. Scelte culturali, religiose, ideologiche,
politiche condizionano e rendono visibili queste differenze e le apparenti incompatibilità
di pratiche e alleanze. C'è chi, partendo da posizioni laiche e umanitarie,
trova la violenza illogica e intende contrastarla perché riconosce il
valore della vita umana e il diritto dell'altro al rispetto della sua integrità.
C'è chi, avendo aderito ad una confessione religiosa, obbedisce ai suoi
precetti e comandamenti, a incominciare da quello che dice "non uccidere!".
Partendo da questa prima obbedienza arriva a sviluppare una nonviolenza come
esplicitazione della morale religiosa fondata sul timor Dei e sull'imitatio
Dei, che dà fondamento alla fraternità tra gli uomini e all'amore
per il prossimo come immagine vivente di Dio.
Spesso i credenti si sentono a disagio trovandosi a camminare su questa strada
della nonviolenza accanto ai non credenti laici, razionalisti, o addirittura
atei dichiarati. Lo stesso disagio provano i non credenti. Non è facile
per i laici accettare comportamenti e punti di vista chiaramente confessionali
o per gli anticlericali, "mangia-preti", trovarsi a lottare per la
stessa causa insieme ai preti. Spesso fanno fatica a capirsi e a trovare accordo
su questioni fondamentali. Così, sul mercato delle offerte formative,
sembrano apparire "nonviolenze" diverse, tanti modi di essere della
nonviolenza che, a forza di insistere su religiosità e laicità,
dividono gli amici della nonviolenza. Veramente, diverse questioni attuali,
di etica e bioetica separano i "laici" dai "religiosi",
ma può accadere che a dividere sia il diverso modo di porre gli accenti
sui fondamenti della nonviolenza. A volte gli uni irritano gli altri e s'incrina
la possibilità di una collaborazione reciproca.
Per affrontare serenamente la questione delle differenze, esponenti dell'una
e dell'altra posizione si sono ritrovati a Perugia l'11 maggio 2002, hanno dichiarato
le proprie convinzioni, hanno dialogato, cercato risposte comuni, scavando nel
pensiero dei maestri riconosciuti della nonviolenza. Abbiamo ascoltato credenti
che si esprimevano come dei laici, mostrando nonostante la fede abbracciata,
di non voler rinunciare a pensare e non credenti che non nascondevano la tensione
religiosa implicita nella loro scelta della nonviolenza. È stata un'occasione
importante per accorciare le distanze, scoprendo e ribadendo valori comuni,
liberandosi di vecchi pregiudizi. La tematica comunque è stata affrontata
al di fuori delle vecchie contrapposizioni storiche, politiche e ideologiche
tra clericali e anticlericali, ed è rimasta sul piano civile di una cultura
del dialogo e dell'impegno comune. I laici hanno fatto appello alla ragione,
i credenti al loro Dio, ma il risultato è stato una riconferma di quell'ideale
comune che chiamano nonviolenza[…].
L'incontro tra credenti e non credenti è possibile
Le differenze tra mondo laico e mondo religioso ci sono e non sono trascurabili.
I credenti affermano il primato della fede e della trascendenza. Legano il proprio
destino di verità ad una chiesa e la moralità delle proprie azioni
all'obbedienza a voleri divini desunti dalla lettura di testi sacri e assunti
come dottrina e insegnamento della propria chiesa, al di fuori della quale non
è possibile la salvezza. I laici invece sentono come un problema l'appartenenza
di qualcuno ad una comunità religiosa o chiesa perché pensano
che questa adesione acritica ad una Verità assoluta, già data,
comprometta la libera ricerca, l'esercizio del senso critico, la libertà
di espressione, rendendo difficile l'apertura alle novità e alle trasformazioni
del mondo moderno. Aggiungiamo inoltre la diffidenza nei confronti di una chiesa
che non ha separato del tutto la religione dall'esercizio dei poteri politici.
Sembrano due mondi separati e inconciliabili. È possibile ridurre lo
scarto? È possibile un riavvicinamento, un incontro?
[…] I laici di oggi non sono più i "laicisti" e anticlericali
di ieri. Li troviamo più attenti alle problematiche della religione e
ai valori della religiosità, più informati, meno condizionati
da pregiudizi ideologici. Lo studio scientifico delle "enormi masse di
vita religiosa", esaminate con gli strumenti dello storico, del filosofo,
del fenomenologo, del sociologo, dello psicologo, ha rivelato anche alla cultura
laica la ricchezza di pensiero, di spiritualità, di contenuti valoriali,
di risultati creativi che non si possono ignorare, tantomeno condannare tout
court come forme di consolazione, evasione, superstizione o stravaganze. Anche
la religione, dimessa dal reparto delle tossicodipendenze e assolta dall'accusa
di spacciare l'oppio dei popoli, ha qualcosa da dare allo sviluppo e alla crescita
morale dell'umanità.
I credenti di oggi (qui da noi: cristiani e cattolici) non sono più quelli
di ieri. Sono meno dogmatici, gelosi della propria capacità di pensare
e di cercare. Spesso rivendicano l'autonomia della propria coscienza di fronte
alla loro stessa chiesa e sono critici nei confronti degli errori commessi in
passato. Anche su questioni fondamentali, il loro punto di vista s'incontra
frequentemente con il punto di vista dei non credenti. Giustamente Mario Martini
fa notare, nel suo contributo, che laico può essere anche un cattolico,
perché laicità è una forma mentis, «la capacità
di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò
che invece è oggetto di fede».
L'incontro tra laici e credenti è possibile perché laicità
è un nostro modo di porci nel mondo. Dopo il crollo delle grandi ideologie
del XX secolo, su questa base (la laicità) si può costruire un
nuovo umanesimo. Per questo, secondo Bonati, il termine laico non deve essere
confuso con "ateo" o "anticlericale". Anzi compito dei laici
è quello di superare lo stesso "laicismo", ricreando le condizioni
della laicità. Pensiamo che questo stia già accadendo per merito
non solo dei laici ma anche di cristiani impegnati che cercano di dare un senso
alla propria professione di fede, ripensandola in modo critico e moderno e testimoniandola
nell'impegno sociale e politico. Non ci può essere contrasto tra laici
e credenti quando tutti si sforzano di rendere il mondo più giusto e
meno violento. A rendere possibile questo ravvicinamento, un aiuto fondamentale
l'ha dato Aldo Capitini, che nel suo pensiero ha fatto incontrare religione
e laicità […].
Per Capitini, la religione, come "libera aggiunta", aiuta a pensare
e a vivere religiosamente al di fuori delle istituzioni, dei riti, delle chiese,
non più indispensabili. È persuasione religiosa, che si traduce
in impegni pratici, che "si aggiungono" ad altre attività umane
e le trasformano. È "apertura", un modo di fare aperto verso
gli altri, tutti gli altri. Questa religione non è più circoscritta
in una istituzione, non è più chiesa, sacerdoti, oggetti sacri
e poteri carismatici, ma profezia. Con il suo atteggiamento profetico non è
più l'antitesi ma l'integrazione della laicità perché anticipa
le istanze umanistiche di liberazione, per cui la laicità si batte. La
religione non è più accettazione, ripetizione, consacrazione del
mondo così com'è, ma forza del cambiamento, riformatrice del mondo.
Sono stati infatti secoli e secoli di lotte nel campo religioso che hanno dato
vita ai concetti moderni e laici di apertura, libertà, socialità.
Capitini si chiedeva quale contributo avrebbe potuto dare la "vera"
vita religiosa allo sviluppo della libertà e della giustizia. La sua
risposta era: sentire la realtà di tutti, volere la liberazione di tutti,
l'unità con tutti, l'amore verso tutti, l'apertura ad una realtà
liberata, riconoscere che possiamo ritrovarci sempre più uniti, malgrado
tutto.
Dalla "religione aperta" alla nonviolenza
Su questa via capitiniana della "religione aperta", si arriva alla
nonviolenza. La nonviolenza è al centro di questo processo di riavvicinamento,
realizza la mediazione tra laicità e religione, permettendo di superare
gli eccessi ideologici dell'una e dell'altra. La nonviolenza può essere
una condizione pregiudiziale di collaborazione tra laici e religiosi e tra fedeli
di religioni e chiese differenti. Può unire tutti al di sopra delle differenze.
Dice il pastore valdese Eugenio Rivoir: «bisogna imparare la lingua degli
altri per capirli, guardare con il loro sguardo. Ma se uso la violenza come
farò a capirli?».
La spaccatura tra laicità e religiosità, che esiste nel pensiero
occidentale dopo Kant, può essere sanata dalla nonviolenza, con la quale
si può fondare una nuova religiosità e una nuova laicità.
Con la nonviolenza laici e religiosi assumono un impegno costruttivo con cui
si aprono alle esigenze della "realtà di tutti". Questo farà
sicuramente bene sia ai credenti che ai non credenti.
Per porre fine alle violenze nel mondo, la religione potrebbe far molto, e se
questo non accade è colpa di molti uomini che si dicono religiosi. Anche
la prospettiva laica potrebbe far molto e se questo non accade è colpa
di molti che si dicono laici. È scandaloso che nel campo religioso molti
siano occupati ad alimentare il rogo delle violenze, con il proprio integralismo
e fondamentalismo. È altrettanto scandaloso che ci siano quelli che pensano
di poter portare il mondo sotto il governo della ragione, sottomettendo gli
uomini con la violenza. Sia i laici che i religiosi sono chiamati a collaborare
per trasformare i metodi del cambiamento.
La nonviolenza è un altro metodo, un altro modo di affrontare i problemi
d'oggi e dell'avvenire. Ci dispiace che questa forza sia racchiusa nei panni
stretti e un po' equivoci di una parola che ha nel prefisso una negazione (non-violenza).
Il termine appare negativo, mentre invece il significato vuol essere positivo.
Gandhi stesso si avvide delle difficoltà comunicative del negare invece
dell'affermare e decise di rinominare la forma di lotta da lui elaborata, sulla
base del principio della nonviolenza. La chiamò allora efficacemente
satyagraha (forza della verità).
Alla base della nonviolenza c'è il riconoscimento che, al di là
dei conflitti che ci dividono, c'è una comune essenza umana che ci unisce.
Ci unisce più di quanto i conflitti ci dividano. Per poter riconoscere
l'umanità che è in ogni uomo, anche nei "nemici", la
nonviolenza cerca soluzioni ai conflitti escludendo a priori il ricorso alla
violenza. Questa esclusione, oltre a preservare l'essenza comune, stimola la
ricerca dei mezzi giusti, quelli più coerenti con il fine, quelli che
ci permetteranno di conseguire veramente i nostri fini, perché nella
stessa scelta dei mezzi siamo più vicini alla verità.
Ma la nonviolenza richiede agli uomini che la scelgono un cambiamento di mentalità,
di atteggiamento intellettuale, di orientamento nella vita. Questo cambiamento
dev'essere profondo, radicale, vale a dire una conversione. È un tornare
sui propri passi, cambiare direzione, cambiare rotta e dirigersi verso tutt'altro
rispetto a ciò che sperimentiamo nella vita di ogni giorno. Dobbiamo
sapere che possiamo essere qualcosa di diverso da quello che siamo, che le nostre
azioni e i nostri rapporti possono mutare totalmente. Dobbiamo saperlo se non
conosciamo ancora la nonviolenza. Dobbiamo saperlo se la conosciamo e non la
mettiamo in pratica. La nonviolenza rappresenta una "tramutazione",
una rivoluzione categoriale, in tutti i campi della vita umana.
Quello della conversione è un tema centrale delle grandi religioni. È
un invito a dirigersi verso un Dio, che non si conosce, o è un ritorno
a Dio, dopo aver peccato. Ma è anche una metafora nel pensare laico:
uscire dall'errore, riconoscere la falsa dottrina (ideologia), aprirsi a nuove
ipotesi di verità, cambiare la propria condotta, riconvertire i mezzi,
vale a dire misurarli eticamente.
Ci troviamo all'inizio di un processo pedagogico di trasformazione dell'umanità,
nel suo insieme, la cui posta in gioco è altissima: la sopravvivenza
di noi tutti e di tutto ciò cui diamo il più alto valore, la vita,
la qualità della stessa, la qualità dei rapporti umani, il futuro
stesso dell'umanità.
Quando gli uomini sono stanchi e disgustati della violenza, sia quelli che hanno
scelto, come via breve del cambiamento il metodo violento, e si sono accorti
di aver solo riprodotto e accresciuto il male che intendevano combattere; sia
quelli che non hanno saputo cosa fare e sono rimasti impotenti e complici, possono
trovarsi di fronte a questa via d'uscita, la nonviolenza. È il "varco
attuale della storia", come annunciò Capitini negli anni '30, cioè
l'uscita dalla spirale di violenza, dal circolo vizioso che ripete e riproduce
i mali dell'uomo.
È il momento della "conversione", del cambiamento di rotta,
dell'assunzione di quella forza nuova, che sa trarre il bene dal male. Credenti
e non credenti, laici e religiosi, tutti sono chiamati, per così dire,
a convertirsi alla nonviolenza. Quella forza è stata già sperimentata
da Gandhi, da Luther King, da Lanza del Vasto, da Capitini e da tanti altri.
Si manifesta come una forte fede, una persuasione incrollabile, una responsabilità
non eludibile, un comandamento non trasgredibile, capace di portare anche al
sacrificio personale, come forma di testimonianza pura.
La nonviolenza è una "religione mascherata"?
A questo punto qualcuno incomincia a preoccuparsi del rischio che la nonviolenza
assuma le caratteristiche di una nuova religione, anzi sia già una "religione
mascherata". Gloria Gazzeri, credente, cristiana, nelle sue Domande ai
laici, paventa il rischio che la nonviolenza diventi una religione per chi non
crede in Dio, una fede per gli atei e chiede chiarimenti ai laici, perché
le sembra che la cosa abbia poco senso. Sostiene inoltre che la nonviolenza
non sia concepibile senza la fede in Dio. Lo sostenevano anche Gandhi e Tolstoj,
che erano riconosciuti da tutti come uomini di fede. Questo pensano gli amici
della nonviolenza che professano una religione.
Forse non c'è motivo di preoccuparsi. Riconosciamo che le radici della
nonviolenza sono da ricercare nelle esperienze religiose e nei testi sacri delle
grandi religioni, in particolare nel testo evangelico, che l'ha esaltata. Anche
i laici l'hanno scoperta e apprezzata nelle testimonianze di coloro che hanno
creduto e sono stati capaci, nel nome del loro Dio, di sopportare persecuzioni,
sofferenze, fallimenti, convinti che alla fine sarebbe venuto in loro aiuto
il più potente degli alleati. Il seme gettato dagli spiriti religiosi
del passato può crescere e svilupparsi, a condizione però che
non venga trasformato in un dogma da abbracciare per fede, in un principio per
soli credenti, cioè per quelli che si arrendono alla volontà di
Dio e ripongono in lui tutta la propria speranza.
Il fatto che la nonviolenza sia oggi accettata da tanti non credenti, significa
che è stata riconosciuta come un principio universale, valido per tutti,
a qualunque religione o cultura si appartenga. Non è più solo
un aspetto della vita religiosa: è anche una filosofia, un'etica, una
teoria politica, una metodologia per la risoluzione dei conflitti.
La nonviolenza non richiede necessariamente una "fede", ma soltanto
la buona volontà di ricercare il bene e di attuarlo. Nel considerare
il rapporto tra religione e laicità, Rocco Pompeo, nel suo contributo
laico (Valore della laicità e tensione religiosa della nonviolenza),
sostiene che il problema non è la "religiosità", che
può accompagnare o fondare la nonviolenza, ma la "religione"
nella sua versione istituzionalizzata in una chiesa. La nonviolenza è
una garanzia di "inclusione" perché mira all'universalità,
non a fondare una chiesa esclusiva, cioè mira a coinvolgere nel processo
di liberazione sia i religiosi che i non religiosi.
[…] Quando hanno scelto la nonviolenza e si trovano ad affrontare i problemi
della violenza per trovare rimedi efficaci, laici e religiosi possono credere
in verità diverse, possono non riconoscere lo stesso dio, nominarlo in
modo diverso, o come laici non volere alcun dio, ma possono ritrovarsi nella
persuasione comune. Nelle situazioni di conflitto il credente dice: in nome
di Dio, amiamo il nostro nemico, che è nostro fratello! Il non credente
dice: nel rispetto della verità, in nome dei diritti umani, fermiamo
la violenza, favoriamo il dialogo, cerchiamo una soluzione nonviolenta del conflitto,
facciamo giustizia! Entrambi dicono la stessa cosa. Riguardo alla nonviolenza
non sono dunque accettabili rivendicazioni esclusive, riduzionismi, ghettizzazioni
[…].
Conclusione
La nonviolenza, praticata dai credenti e quella praticata dai non credenti
non si escludono a vicenda. I credenti non devono andare a verificare se la
nonviolenza dei laici corrisponda ai contenuti della propria religione, e i
laici non devono andare a cercare nella nonviolenza dei credenti il riconoscimento
dei principi della laicità. La ricerca è aperta. C'è una
definizione di Capitini che dice: «la nonviolenza è apertura all'esistenza,
alla libertà, allo sviluppo di ogni essere». Solo in questa apertura
c'è la possibilità di un guadagno di umanità e verità
per tutti.
La nonviolenza, per chi l'ha scelta, ha la forza persuasiva di una religione
o di una dimostrazione matematica, ma non è una religione e non è
una scienza esatta. È una possibilità che l'umanità è
venuta scoprendo da quando ha incominciato a provare disgusto di fronte alle
manifestazioni di violenza e ha sentito il peso di questo errore.
[…] Al di là di ciò che può dividerli, gli amici
della nonviolenza, si ispirino essi alla religione o alla laicità, hanno
in comune questo mezzo, che aiuterà a sottrarre la Storia alla ripetizione
circolare dei suoi errori. Può essere l'inizio di una storia nuova: quella
degli uomini e delle donne di buona volontà.
Matteo Soccio
Convertirsi alla nonviolenza?
Credenti e non credenti si interrogano su laicità religione nonviolenza
A cura di Matteo Soccio
Il Segno dei Gabrielli editori, pp. 180, € 14.00
È uscito, presso Il Segno dei Gabrielli editori (Verona) il libro Convertirsi
alla nonviolenza? Il volume contiene gli Atti del convegno di studio sul tema
Laicità Religione Nonviolenza, tenuto a Perugia (Villa Umbra) l'11 Giugno
2002. Il convegno era stato promosso e organizzato dal Movimento Nonviolento,
dal Movimento Internazionale della Riconciliazione, dall' Associazione Nazionale
"Amici di Aldo Capitini", con il patrocinio ed il contributo della
Regione Umbria. Riportiamo qui di seguito l'indice dei contributi.
Sommario
Introduzione di Matteo Soccio
Laicità religione nonviolenzadi Mario Martini
L'opzione nonviolenta dei cristiani di Luciano Benini
Laicità di Gandhi nei suoi esperimenti con la verità di Matteo
Soccio
Capitini e la religione nei limiti della semplice ragione di Ornella Pompeo
Faracovi
Possono le religioni e le chiese allevare figli nonviolenti? di Eugenio Rivoir
Valore della laicità e tensione religiosa nella nonviolenza di Rocco
Pompeo
Nonviolenza alla prova: le sfide "religiose" del presente di Mao Valpiana
Aldo Capitini riformatore religioso-politico di Antonino Drago
Danilo Dolci e la santità laica di Sandro Mazzi
Laicità e nonviolenza di Liviano Bonati
Domande ai laici di Gloria Gazzeri
Può chi non crede in Dio scegliere la nonviolenza? di Adriano Moratto
Credenti e non credenti di fronte alla nonviolenza di Luciano Capitini
Dieci tesi su "Religioni violenza nonviolenza" di Enrico Peyretti
Nota sugli autori
Nuove esperienze di formazione: gli operatori per la pace
Il settore della formazione alla pace e alla trasformazione dei conflitti vive
attualmente in Italia una fase di forte sviluppo. Nel mese di ottobre è
partito a Bolzano il primo corso per "operatori per la pace" promosso
dalla Formazione Professionale della Provincia autonoma e finanziato dal Fondo
Sociale Europeo. Il corso viene realizzato in cooperazione dalla Fondazione
Alex Langer, dal Centro Studi Difesa Civile, da Fields (organizzazione assai
attiva nella formazione degli operatori umanitari) e da Avventura Urbana, associazione
torinese che si occupa di progettazione urbanistica partecipata.
L'idea portante del corso è di fornire a persone interessate e dotate
di una qualificazione di base le competenze necessarie a lavorare come operatore
di pace in situazioni di conflitto a livello locale e internazionale, in particolare
nelle aree dell'assistenza umanitaria e di cooperazione allo sviluppo. Proprio
il fatto di essere collocato all'interno della formazione professionale rende
questo percorso formativo assai diverso rispetto ai corsi di di laurea sulla
pace nati negli ultimi due anni all'interno dell'università.
I contenuti didattici ricalcano quelli del primo corso di questo genere tenutosi
nel nostro paese, organizzato dal Centro Studi Difesa Civile e dal Comune di
Roma nel 2002. Il corso di Bolzano è suddiviso in cinque grandi aree
tematiche: forme di gestione costruttiva dei conflitti, promozione dei processi
di pace, aiuti umanitari, cooperazione allo sviluppo, diritti umani e giustizia
riparativa.
Nel progettare il corso si è cercato di prestare attenzione al profilo
professionale degli operatori di pace, o meglio di quelle figure professionali
che oggi operano concretamente in situazione di conflitto e che possono essere
ricondotte alla professione di operatore di pace.
L'impresa non è semplice, in primo luogo perché, pur avendo un
background comune, si tratta in realtà di profili professionali differenziati:
nel caso dell’azione umanitaria e della cooperazione allo sviluppo, la
formazione di operatori di pace costituisce in realtà un innesto su un
nucleo di conoscenze e competenze pratiche relativamente ben strutturato. In
questo caso la formazione mira in primo luogo a sensibilizzare gli operatori
all’impatto dei progetti umanitari o di sviluppo sulle dinamiche dei conflitti
all’interno dei quali si lavora. Questo filone di riflessione viene ricondotto
al progetto di ricerca “Do no harm”, promosso alcuni anni or sono
da Mary Anderson. Simile è il caso degli operatori giuridici, che sono
chiamati a riflettere le problematiche della giustizia e dei diritti umani sotto
il nuovo punto di vista della trasformazione dei conflitti.
Il discorso per gli operatori di pace “puri” – cioè
coloro che intendono influenzare direttamente le dinamiche del conflitto nel
senso della prevenzione della violenza e della ricerca di soluzioni adeguate
ai conflitti con mezzi pacifici – è alquanto diverso. Anzitutto
questa professionalità, a differenza delle altre, sta acquistando solo
lentamente un profilo riconoscibile e distinto. A questo carattere di novità,
embrionale, si aggiunge una manifesta eterogeneità delle conoscenze e
competenze richieste. Capacità di analisi politica, di progettazione,
ma anche di empatia e di ascolto attivo vanno senz’altro annoverate nel
bagaglio degl operatori di pace. Le competenze riconducibili alla mediazione
e alla promozione del dialogo tra le parti in lotta non possono esaurirne il
profilo: gli operatori dovranno essere anche in grado di suscitare processi
di capacitazione tra coloro che della violenza e della guerra sono vittime,
per permettere a vaste fasce di popolazione di iniziare a lottare per la pace
e la difesa dei loro diritti. In sintesi: la tradizione della nonviolenza con
il suo potenziale di suscitazione di energie positive deve accompagnarsi alla
tradizione della mediazione e della trasformazione creativa dei conflitti.
Il corso di formazione professionale di Bolzano cerca di rispondere a queste
esigenze molteplici ed è fortemente orientato alla pratica. La didattica
si incentra sui metodi della formazione alla nonviolenza e sull’apprendimento
di strumenti concreti ad esempio nel campo della progettazione degli interventi
e nel reporting. Un periodo di tirocinio sul campo completerà la formazione
in aula.
È in fase di lancio una convenzione interregionale che permetterà
di finanziare una approfondita analisi dei fabbisogni di questa figura professionale
nel nostro paese. Inoltre, la convenzione permetterà ad altre regioni
di replicare con facilità questo percorso formativo. Al momento segnali
di grande interesse al corso vengono dalle Marche e dalla Campania. È
augurabile che anche presto altre regioni seguano l’esempio di Bolzano
e dell’Alto Adige/Sudtirolo.
Padre Angelo Cavagna, dehoniano, presidente del gruppo Autonomo di Volontariato
Civile in Italia (GAVCI), ci parla del digiuno che ha condotto dal 27 ottobre
al 14 novembre.
Parlaci innanzitutto dei contenuti di questa azione
In circa vent’anni di Finanziaria rigorosissima (“bisogna tagliare,
bisogna tagliare!”), i tagli si sono abbattuti quasi sempre sulle spese
sociali e quasi mai su quelle militari. E’ l’ora di invertire la
tendenza.
Cosa significa “digiuno a tempo indeterminato salvo la vita”?
Io sono contrario in modo assoluto a qualsiasi uccisione di una persona umana,
quindi alla guerra, all’omicidio, all’aborto, all’eutanasia
e anche al suicidio. Con le parole “salvo la vita”, intendo “salvo
danni alla salute di carattere irreversibile“. Cioè non voglio
restare con il cuore indebolito, il fegato spappolato ecc. Il dottore mi deve
bloccare quando c’è qualche pericolo serio al riguardo. Così
ha fatto e io obbedisco.
Il tuo fisico come ha reagito?
Direi abbastanza bene. Lo dimostra il fatto che il medico mi ha fermato solo
alla vigilia del ventesimo giorno. La prima volta che feci un simile digiuno,
a sola solissima acqua, feci 27 giorni. Ma avevo almeno vent’anni in meno.
Ho continuato a fare i miei lavori normali: ministero, conferenze, articoli
e anche un po’ di orto, quasi senza problemi. Ho solo rinunciato a guidare
l’auto, per prudenza.
E’ un’azione isolata o inserita all’interno di una campagna?
Io e coloro che aderiscono in qualche forma al digiuno, appoggiamo sbilanciamoci
(http://www.sbilanciamoci.org), una campagna promossa da vari enti con specialisti
e parlamentari, che studia la proposta governativa e propone modifiche specifiche
su determinati articoli. In particolare io pongo l’accento su due voci:
la cooperazione internazionale, quasi azzerata, e il Servizio Civile degli obiettori.
Questi sono dunque i tuoi obiettivi particolari; quali le tue motivazioni più
personali? Nei tuoi documenti accenni a una doppia motivazione: civica e religiosa...
L’art. 11 della Costituzione è chiaro: “L’Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali”. Ora,
i governi italiani, non solo l’attuale ma anche i precedenti, hanno condotto
l’Italia a partecipare alle guerre per risolvere le controversie internazionali
e persino alle guerre di attacco, perché chiaramente mirate a soddisfare
i propri interessi, camuffandole se mai di nobili ideali.
Anche in casi di legittima difesa, propria o altrui, esiste l’alternativa
alla guerra, che è: la difesa popolare nonviolenta. In campo politico
e anche socio – culturale si parla poco o niente di nonviolenza, quasi
fosse un tabù. Invece ha scritto pagine storiche magnifiche. E’
ora di rendersene conto.
E le motivazioni religiose?
La chiesa dei primi tre secoli aveva una posizione chiara: “Sono cristiano;
non posso fare il soldato”. E ciò non solo per il pericolo del
giuramento idolatrico, come alcuni si ostinano ad affermare, ma anche per il
“non uccidere”, come letteralmente si legge nella “Dottrina
Apostolica” di Ippolito romano, opera che rifletteva la prassi della Chiesa
mediterranea, a partire da Roma. Purtroppo con l’imperatore Costantino,
favorevole ai cristiani, venne abbozzata la cosiddetta “Dottrina della
guerra giusta”, giunta fino ai nostri giorni.
Esiste un spinta di ritorno alla nonviolenza dei primi secoli, che ha trovato
sostanziale accoglimento nel Catechismo Cei “La verità vi farà
liberi” (pp. 491 – 494 e 528 – 529, cc. 26 e 28). Ma c’è
ancora molta strada da fare.
Come hai lanciato la notizia sui media?
Inviando comunicati stampa per internet e fax, e con un’apposita conferenza
stampa, il 5 novembre. Inoltre i documenti inerenti a questa campagna dei digiuni
per una finanziaria di pace si possono trovare sul sito del GAVCI (http://users.peacelink.it/gavci).
Solidarietà e adesioni?
Abbastanza bene, direi. I primi sono stati un gruppo di parlamentari. Ben presto
si sono aggiunti sia singoli che gruppi a staffetta; diversi si sono impegnati
a digiunare un giorno e persino due ogni settimana, sino a finanziaria terminata.
Speriamo che i parlamentari non facciano orecchi da mercante.
Un gioco di ruolo per comprendere le ragioni del conflitto tra Israele e Palestina
Due ragazzi si danno le spalle, seduti sulla terra, appoggiati allo stesso
albero. Non ci fosse il fusto, il loro sarebbe un contatto fisico. C’è
invece una barriera naturale a separarli, così che ognuno può
pensare di ignorare o di non riconoscere l’altro.
È l’immagine di copertina di La mia storia, la tua storia, il nostro
futuro, un gioco di ruolo ideato da Angela Dogliotti Marasso e Maria Chiara
Tropea per avvicinare i ragazzi alle ragioni del conflitto mediorientale.
Il gioco si propone di offrire agli studenti la possibilità di impersonare
e dare voce a esponenti delle società israeliana e palestinese, e a persone
di altri paesi coinvolte nei problemi dell’area.
Come in tutti i giochi di un certo livello, per partecipare occorre essere competenti.
Ecco allora le autrici proporci una scelta di materiali ricca ed essenziale:
una cronologia dall’inizio del secolo al 6 settembre 2003, un glossario
per le parole “difficili” o nelle lingue araba ed ebraica, quattro
cartine del territorio per seguirne le trasformazioni dal ’47 ad oggi
e, ancora, una mappa dei punti controversi nel confronto tra le versioni israeliana
e palestinese e un’antologia di testi che propongono una soluzione nonviolenta.
Il gioco permette di studiare e approfondire, in modo coinvolgente e appassionante,
i molti perché del conflitto ripercorrendone la storia e arrivando fino
ai giorni nostri, alla seconda Intifada, alla guerra per l’acqua, alla
costruzione del muro. Mancano i giudizi e le condanne a priori rispetto all’una
o all’altra parte. È in primo piano invece la molteplicità
delle posizioni, la presenza di molte buone ragioni in ognuna di esse, il bisogno
di difendersi e la paura, e per entrambi i popoli la mancanza di un luogo di
accoglienza e di pace. In positivo, questo strumento è orientato affinché
i ragazzi e le ragazze possano conoscere le molte voci fuori dal coro che nelle
società israeliana e palestinese vogliono indicare una strada per la
pace, e riescano ad intravedere nella complessità e drammaticità
della situazione segni e motivi di speranza, possibilità di dialogo tra
le parti, spunti e realtà di riconciliazione.
Giocare non è difficile ma ci vuole cura, apertura mentale, disponibilità
a entrarci davvero tutti interi, con emozioni e pensieri. Il tutto si svolge
all’incirca in 3 giornate di scuola: 4 ore per la preparazione del gioco,
4 ore e mezzo per la prima sessione di gioco, 6 ore per la seconda.
Nell’avvio è fondamentale il ruolo degli insegnanti o degli animatori
nel presentare la metodologia del gioco e lo scenario del conflitto. Vengono
poi introdotti i personaggi che gli studenti assumeranno personalmente, ricevendo
ognuno una delle 34 schede che le autrici hanno predisposto. Sono in tutto 14
ebrei israeliani, 14 palestinesi e 6 internazionali, immaginati o liberamente
ispirati a persone realmente esistite o tuttora viventi. Di ognuno vengono presentati
la storia, la posizione nel conflitto, quello che potrà raccontare. Mancano
i politici, dell’area e internazionali. Ci sono invece gli esponenti di
una società civile estremamente sfaccettata e multiforme: operatori di
ONG, medici, giornalisti, militari, figli o genitori di vittime della guerra,
testimoni del passato, costruttori di pace. (Mentre scriviamo, nell’incontro
con gli studenti e nella pratica del gioco sono nati altri personaggi, presenti
sul sito www.arpnet.it/regis).
Nella prima fase del gioco si esplora il passato. Ogni parte in conflitto racconta
la storia dal proprio punto di vista. Il passaggio successivo, con l’aiuto
degli internazionali, sarà comprendere ognuno il punto di vista dell’altro
e costruire una narrazione condivisa.
La seconda sessione è volta alla ricerca di soluzioni possibili e si
struttura nella analisi dei problemi, nella scelta di una questione ritenuta
nodale e nella successiva ricerca di un percorso che risani quell’aspetto
del conflitto e conduca al miglior esito per tutti gli attori in gioco. È
interessante notare come questo movimento possa avvenire a partire dal presente
o a partire dal futuro, a seconda che si scelga di porre le basi dell’intervento
nel presente, per poi proiettarsi in avanti, o di prospettare uno scenario futuro,
cercando poi di capire quali premesse hanno dato luogo ai risultati sperati.
Nella finzione del gioco tutte le vie possono essere tentate, le più
utopistiche come le più distruttive, purché con l’onestà
di riconoscere, caso per caso, le possibili conseguenze di dolore o di liberazione.
Elena Buccoliero
Il libro “La mia storia, la tua storia, il nostro futuro”, di Angela
Dogliotti Marasso e Maria Chiara Tropea, Edizioni Gruppo Abele, 2003, Torino,
pag. 95, € 9,00, è in vendita presso l’Amministrazione di
Azione nonviolenta.
Riflessioni e proposte dalla Rete di Lilliput del Trentino per una politica
(e uno sviluppo) più sostenibile.
“Il Trentino che vorremmo” è il documento di riflessioni
e proposte per una politica provinciale più sostenibile che alcune associazioni
della Rete di Lilliput del Trentino hanno presentato e inviato a tutte le forze
politiche in vista delle elezioni provinciali dello scorso 26 ottobre.
“Compito della politica è progettare il futuro in modo che un futuro
ci possa essere” si legge nella premessa del documento, “e allo
stesso tempo essere in grado di immaginare scenari nuovi, diversi”. Per
questo, il testo contiene visioni di lungo respiro e proposte concrete, frutto
della riflessione dentro le associazioni e della pratica quotidiana di persone
e gruppi che credono che ciascuno è responsabile del bene di tutti.
Punto di partenza dell’analisi è una lettura critica del modello
di sviluppo che ha guidato le scelte politiche del Trentino fino ad oggi. E’
un modello che ha avuto forse successo nel garantire ricchezza e lavoro, ma
che mostra i suoi limiti in diversi aspetti della sostenibilità tanto
auspicata: fra tutti, il versante ambientale e quello sociale. Ne sono indicatori
eloquenti l’impronta ecologica, i dati sulla povertà e la scarsa
partecipazione dei cittadini alla vita politica. E’ proprio il desiderio
di contribuire ad un processo di condivisione e di partecipazione che ha portato
le associazioni trentine della Rete Lilliput alla costruzione del documento.
Le associazioni si rendono conto di essere, in quanto società civile,
“altro” dal mondo politico, non tanto perché non si occupano
delle stesse questioni, ma perché lo fanno in modo diverso. Non sono
infatti dei decisori. Intendono però portare all’attenzione e alla
riflessione di tutti questioni che riguardano il bene comune, ovvero l’oggetto
stesso della politica.
Sostenibilità ambientale, pace, nonviolenza, cooperazione internazionale,
questioni sociali ed economiche sono i temi toccati da questo corposo documento,
senza pretesa alcuna di essere esaustivo.
Tra le proposte concrete trovano spazio suggerimenti semplici come: favorire
gli spostamenti con mezzi leggeri a valenza urbana (bici e autobus), rendere
più efficace il sistema di raccolta differenziata dei rifiuti, investire
risorse nella cooperazione allo sviluppo, promuovere una legge antidiscriminazione,
favorire i progetti di adozione e affido familiare…; ma anche progetti
più ambiziosi, quali: l’istituzione di un car sharing, la costruzione
di impianti di compostaggio sul territorio provinciale, la previsione dell’”aspettativa
di pace” per coloro che intendono far parte di corpi civili di pace, favorire
l’autoproduzione di beni e servizi, costruire un marchio di qualità
per la produzione agricola locale che segua criteri di “biologicità”
ed eticità del processo di produzione, affidare la gestione dei conflitti
sociali ad operatori civili esperti nella risoluzione nonviolenta, piuttosto
che alla forze dell’ordine.
Ciò che accomuna queste proposte è in primo luogo una certa visione
dello sviluppo che mette la crescita economica in secondo piano (anzi, arriva
a non auspicarla, se questa significa ulteriore sacrificio di risorse ambientali
cruciali) rispetto alle persone e all’ambiente. E’ il concetto di
“limite” che guida le riflessioni. Limite inteso non come sacrificio
o rinuncia in nome di una austerità ideologica, ma “limite”
inteso come riflessione critica sui danni che la crescita illimitata ha fino
ad ora provocato e sulle risorse che sono indispensabili ad una società
capace di futuro. “Limite” che non significa ritorno al passato
né rinuncia ad una migliore qualità della vita. “Limite”
che può invece portare a valorizzare le questioni che portano ad una
migliore qualità della vita – ovviamente non più misurabile
solo in termini di ricchezza posseduta e beni utilizzabili -, sulla base di
un profondo ripensamento degli indicatori che questa qualità possono
misurare.
“Il Trentino che vorremmo” è un documento che richiede alla
politica di trovare mediazioni e nuove soluzioni entro lo spazio del pubblico,
invece che tentare continuamente di spartire la torta tra diversi interessi
privati.
Questa riflessione si rivolge ai responsabili della politica provinciale dei
prossimi cinque anni, ma anche ai cittadini che ne saranno i protagonisti.
Per chi fosse interessato l’intero documento è scaricabile al seguente
link: http://www.unimondo.org/retelilliputtn/DocLilliputTN2003.zip
ELEPHANT di Gus Van Sant, USA 2003 – Palma d’oro/Miglior Regia
Festival di Cannes 2003
Una domenica d’inizio autunno: in sala, sullo schermo, scorrono ancora
i titoli di coda dell’ultimo film di Gus Van Sant; fuori, all’ingresso
della sala, davanti alla locandina del film lei, perplessa, domanda a lui: “
…Miglior film al Festival di Cannes…sono io che non ho capito nulla
o sono quelli che lo hanno premiato ad aver preso un abbaglio?”
Risponde, sicuro e baldanzoso, lui: “…e me lo chiedi? Come si fa
a premiare un film simile!”
Più o meno la stessa negatività di opinione, da parte del pubblico,
l’avevo percepita circa un anno fa dopo la proiezione de «Il figlio»
dei fratelli Dardenne, anch’esso premiato a Cannes. Al di là della
superficialità di giudizio dell’ineffabile “coppietta”,
(«Elephant» è un buon film e la Palma a Cannes non fa certo
gridare allo scandalo!) il pubblico, accomunando nella valutazione negativa
questi due film, ne ha implicitamente colto gli elementi di analogia: uno fra
tutti, l’uso godardiano del piano sequenza; la macchina da presa che insegue
i protagonisti, spesso alle spalle, per quasi tutta la durata del film (un po’
come Eric insegue vittime virtuali con la pistola/joystick del suo videogames).
Restituendo allo spettatore una modalità di visione “scomoda”,
reiteratamente ravvicinata agli oggetti scopici, ossessiva e pedinatrice. Entrambe
le opere si propongono di aprire una “finestra” sul mondo dell’adolescenza
attraverso uno sguardo oggettivo e distaccato; in «Elephant», ad
esempio, vi sono scene in cui la macchina da presa, raggelata in una fissità
che confligge con i già citati frequenti piani sequenza, appare limitarsi
a riprendere ciò che le si squaderna davanti, quasi per caso e senza
partecipazione agli eventi. I dialoghi e la colonna sonora vengono sottoposti
ad un processo di rarefazione e prosciugamento, perché ciò che
interessa è l’oggettività del fatto colto nella sua asciutta
e cruda essenzialità. E il fatto (di cronaca) che fornisce lo spunto
per il film di Van Sant è di quelli che la società americana non
ha ancora metabolizzato: due adolescenti entrano in un college (la Colombine
High School già “raccontata” da Michael Moore in «Bowling
for Columbine») equipaggiati di una piccola “Santa Barbara”
costituita da vari modelli di armi da fuoco e da taglio acquistati in precedenza
via Internet e, “per divertirsi” fanno strage dei loro coetanei.
A differenza di Moore, Van Sant non è interessato a compiere un’analisi
di tipo politico-sociologico delle molteplici cause che condussero all’eccidio;
gli interessa, altresì, riprodurre in maniera fredda e distante la “scatola
chiusa”, il college al centro della vicenda, con la sua ineffabile pulizia,
l’ordine e la geometria labirintica dei suoi “kubrickiani corridoi,
la varietà e l’avanguardia delle proposte extradisciplinari e infine,
con i suoi fruitori, gli studenti; pedinati nell’agire quotidiano, ciascuno
con il proprio tic più o meno inquietante: dalla passione dilettantesca
e quasi maniacale per la fotografia del biondino, ai primi sintomi di anoressia
delle tre teenager che “sbavano” per il compagno già fidanzato;
dall’andirivieni goffo e ingobbito della bruttina di turno, al silenzio
rabbioso di Alex, contro il quale i compagni di classe gettano palline di carta
igienica imbevute nella saliva. Ed è proprio l’urlo, per troppo
tempo soffocato, del suo fucile ad aprire il vulnus nascosto tra le pieghe sottili
del suo universo interiore e a farne scaturire un pus putrido e virulento.
La tragedia e i suoi prodromi vengono ricostruiti da Van Sant con agghiacciante
esattezza: il suo è “cinema puro”, talmente aderente al dato
oggettivo del reale da sfociare in una allucinata astrazione di corpi, suoni
e colori. Quella visione impressionistico-fotografica simile al processo che
più di un secolo prima aveva condotto Renoir a tradurre l’osservazione
precisa e minuziosa delle ninfee del suo giardino, in incorporei riflessi di
luce e colore.
Ma in tutta questa abilità di stile e capacità di dominare il
linguaggio filmico e nella dichiarata volontà di esimersi dal didascalico
e dai processi di causalità fautori di tale inconcepibile violenza, risulta
contraddittoria e incoerente con il disegno complessivo la volontà di
spiegare, in maniera oltretutto abbastanza semplicistica, i risvolti nazi-omosessuali
di Alex e Eric e il loro astio pregresso nei confronti dell’autorità
scolastica; e il dito medio alla fine dell’esecuzione al piano del pezzo
di Beethoven uno come Van Sant ce lo poteva anche risparmiare.
Gianluca Casadei
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni
Un concerto rock può essere riuscito a fermare una guerra? Non risulta
esattamente questo, ma sicuramente ci sono esempi di eventi musicali che hanno
giocato ruoli importanti non solo dal punto di vista simbolico in situazioni
di pesante conflitto. Un caso esemplare è stato documentato di recente
e per questo ne possiamo parlare. Protagonisti Bono e gli U2, artefici nel corso
della loro ultraventennale carriera di svariate iniziative ecopacifiste, anche
con azioni dirette nonviolente rischiose ed eclatanti. Ultimamente certe loro
dichiarazioni a volte ambigue, a volte deludenti, non possono far dimenticare
quanto realizzato in precedenza con un sapiente e non scontato coinvolgimento
dei meccanismi del mondo dello spettacolo, mettendo in gioco l’enorme
popolarità acquisita ovunque..
Il fatto
La sera del 23 settembre 1997 gli U2 suonano a Sarajevo, preceduti da un gruppo
punk locale uscito direttamente dalla cantina-sala prove; questi ultimi, pur
dichiarando di non apprezzare la musica del quartetto irlandese, accettano di
dare voce ai musicisti bosniaci. Il conflitto è formalmente concluso,
ma la città è ancora disseminata di mine e continua a vivere un
clima di altissima tensione. All’interno dello stadio, oltre alle forze
militari internazionali presenti nella regione, si riuniscono 50000 spettatori,
donne, uomini, anziani e giovani di etnie croate, serbe e bosniache musulmane
che fino a quel momento (e anche successivamente) erano state in guerra.
Il luogo
La scelta dello stadio Kosevo di Sarajevo è altamente simbolica: proprio
lì nel 1991 scoppiarono i primi incidenti durante una partita di calcio
fra Stella Rossa di Belgrado e Dinamo Zagabria e, durante la guerra, servì
da campo di raccolta dei prigionieri bosniaci.
La preparazione
Negli anni precedenti in giro per il mondo con lo Zooropa Tour, gli U2 si erano
impegnati contro la guerra proiettando nel corso di ogni concerto immagini e
collegamenti da Sarajevo. Nella tragedia della città venivano evidenziate
le contraddizioni dell’Europa e del mondo occidentale dopo la caduta del
muro di Berlino.
L’esito
Il concerto si conclude senza incidenti di alcun genere, neanche una scazzottata;
viene seguito da televisioni di tutto il mondo e diventa un grande evento mediatico.
Sarajevo, simbolo delle distruzioni e della guerra nella ex jugoslavia annuncia
il ritorno della normalità e offre un segno di ricongiungimento all’Europa
da parte di una città e una regione dove la normalità per diversi
anni è stata il fragore delle esplosioni. Un “banale concerto rock”
ha annullato le differenze che la diplomazia internazionale non aveva saputo
o voluto sanare…
La cronaca, corredata da abbondante e minuziosa documentazione è raccolta
nel libro “U2 a Sarajevo”, scritto dal giornalista Marco Denti per
la Selene Edizioni che, uscito alcuni mesi fa, ci ha dato l’occasione
di analizzare questo momento importante di azione musicale per la pace.
Obiettori totali e disertori per la libertà individuale
Nel numero di luglio 1996 la rivista "Senzapatria" riportava le lettere
di Saverio Ciancio e di Carlo Elio Voltolini. Il primo comunicava di aver deciso
di non voler prestare il servizio civile, da lui precedentemente richiesto in
sostituzione del servizio militare, poiché riteneva che esso non fosse
altro che la negazione della sua libertà di individuo, capace di gestire
autonomamente la propria vita e soprattutto la propria libertà. Il secondo
dichiarava di rifiutare l'obbligo del servizio militare di leva e l'alternativa
obbligata del servizio civile, per motivi di coscienza, etici e filosofici,
e di scegliere l'obiezione totale assumendo le responsabilità che questa
comporta. Egli concludeva la sua lettera con le seguenti parole: "Credo
nelle scelte radicali. Essere radicali significa andare alla radice delle cose.
Ma alla radice dell'uomo c'è l'uomo stesso."
Il 7 agosto la seconda rete della R.A.I. trasmise un'interessante inchiesta
d'attualità sul tema: "Servizio militare e servizio civile".
Furono intervistati soldati, volontari dell'esercito e obiettori di coscienza,
che prestavano il loro servizio presso la Caritas e i salesiani.
Il 19 agosto a Torino fu fermato dai carabinieri e immediatamente arrestato
Marzio Muccitelli, disertore anarchico. Muccitelli, subito rinchiuso nel carcere
civile delle Vallette per scontare una condanna di due mesi per un'occupazione
effettuata a Pescara, fu condannato a otto mesi di carcere militare per diserzione.
Egli dichiarò: "Verso la fine del CAR mi ero accorto che la vita
militare mi stava trasformando. I gesti, le azioni, persino i pensieri, diventavano
meccanici. Sentivo che la mia individualità si stava spegnendo lentamente,
che una garrota invisibile manovrata da un boia, altrettanto invisibile, strozzava
la mia coscienza. Era naturale; quando i giorni si susseguono uguali, quando
devi fare sempre le stesso cose, a che ti serve una coscienza, un'individualità?
(...) Io che sono uno spirito libero e non ho voglia di sottomettermi a nessuno
ho scelto la strada più logica e, perché no, più divertente
per esprimermi: ho disertato. La sera del 17 gennaio ho preso le mie cose, sono
uscito e mi sono scordato di rientrare" (1). Muccitelli richiese alla procura
militare di La Spezia la conversione della pena militare in civile. Infatti
la detenzione in un carcere militare lo avrebbe portato a scontrarsi nuovamente
con quella serie di regole e riti (divisa, cubo, barba e signorsì), che
con la sua scelta aveva già rifiutato. Nel mese di novembre Muccitelli
fu trasferito nel carcere militare di Forte Boccea a Roma. All'epoca del suo
arresto a Torino si ebbero manifestazioni di protesta, durante le quali furono
deturpati monumenti e muri; in particolare furono lanciate uova colorate contro
la facciata del duomo appena restaurata. Di conseguenza furono fermati e arrestati
quattro ragazzi. Due furono rilasciati dopo un giorno, mentre altri due furono
processati per direttissima per danneggiamento e imbrattamento. Uno dei giovani
fu condannato a un anno con la condizionale, mentre il secondo, Marco Avataneo,
che aveva appena finito di scontare una pena agli arresti domiciliari, fu trattenuto
in attesa di un nuovo processo che si tenne il 18 settembre. Accusato anche
di resistenza e oltraggio, fu condannato a un anno e quattro mesi senza condizionale,
ma già il 15 ottobre seguente veniva scarcerato. Altre manifestazioni
di solidarietà si svolsero a Bologna e a Trieste. In quest'ultima città
il cippo di san Giusto, monumento ai bersaglieri, fu deturpato con una scritta
effettuata da ignoti, che collocarono anche una finta lapide in cui si inneggiava
ai disertori (2).
Il 20 agosto alla Caritas di Torino furono assegnati di nuovo gli obiettori,
compresi quelli di luglio, che nel frattempo avevano lavorato per un mese in
altri enti. Inoltre il ministero dichiarò che le assegnazioni sarebbero
state regolari anche per il mese di settembre.
Nel mese di agosto il Consiglio di Stato diede torto al ministero della difesa
e in particolare ai funzionari della Direzione generale della difesa, per i
quali colui che si droga è violento e quindi non può svolgere
il servizio civile. Ciò nonostante continuarono a essere respinte diverse
domande, con la motivazione che il candidato era "stato segnalato come
facente uso di sostanze stupefacenti". Il ridicolo della faccenda era dato
dal fatto che il giovane, la cui domanda di obiezione fosse respinta per uso
di sostanze stupefacenti, avrebbe dovuto poi svolgere il servizio militare,
per il quale era prevista la dispensa proprio per "tossicodipendenza"
(3).
(1) Cfr. "Senzapatria", n° 53.
(2) Cfr. "Il Piccolo", 15 settembre 1996.
(3) Cfr. "Fogli di collegamento degli obiettori", ottobre 1996.
Da una parte il Ministro Castelli, la destra, la sinistra, il centro. Dall’altra
parte Sofri, Ciampi, la Chiesa, i detenuti e le vittime. Arbitro è Dio,
inascoltato.
Purtroppo la partita non è delle più belle, continuano a mancare
i goals d’autore, mentre gli autogol da usura intellettuale imperversano.
Leggo di tanti uomini che scambiano il bisogno di allontanarsi da qualcosa di
negativo, con il desiderio di andare verso qualcosa di nuovo offrendo il fianco
per una causa nobile e giusta, e indipendentemente dalla strumentalizzazione
che il caso Sofri alimenta, questa marmellata di parole e pronunciamenti, non
è di oggi, ma dell’altro ieri.
Per questa “grazia” in verità mai richiesta, perché
Sofri si dichiara innocente, poco o nulla s’è fatto, anche se molto
se ne è parlato, proprio come adesso, che al Governo c’è
la destra e in Parlamento c’è pure la sinistra, tenendo ben presente
che ribaltando i soggetti di cui sopra, abbiamo il film proiettato qualche tempo
addietro.
E allora perché questo Governo dovrebbe accettare un’eredità
imposta e non condivisa? Perché dovrebbe risolvere un nodo storico che
non le appartiene, e slegare una zavorra che la sua antitesi politica non ha
voluto impegnarsi a sciogliere?
Si potrà obiettare che impedimenti di ordine tecnico e giuridico hanno
fatto sì che tale argomento restasse a mezz’aria. Sta di fatto
che ora il fardello è rimpallato alla destra, senza alcun gioco di sponda
né di buca, ma in maniera diretta e frontale.
Penso che nessuno abbia ragione da solo e nessuno si salvi da solo, occorreva
ieri, e a maggior ragione occorre oggi, più coraggio per ciò in
cui si crede, e avere più coscienza di sé, come consapevolezza
dei propri limiti, delle proprie capacità, delle proprie emozioni-sentimenti,
e soprattutto percepire sulle proprie spalle la responsabilità del comunicare
a chi ci osserva, in particolar modo quando costui è più giovane
o in una situazione di sofferenza.
Grazia, amnistia, indultino e pena certa che per molti detenuti ormai dura da
trent’anni, ma mai come in questo momento vale il detto: smuovo tutto,
chiedo tutto, per non spostare né concedere niente.
Grazia per Sofri, per gli uomini che cambiano (colpevoli e innocenti ), perché
l’uomo della pena non è più l’uomo della condanna:
ciò, nonostante il carcere mantenga perversamente il suo meccanismo di
deresponsabilizzazione e infantilizzazione, di maggior riproduttore di sottocultura.
In questa condanna alla condanna, ci sono attimi che attraversano l’esistenza
dell’uomo detenuto, e proprio nel sapere, nella ricerca della propria
dignità, nasce l’esigenza di un’autoliberazione possibile
e non più prorogabile.
Anche all’interno di una prigione, la vita può riservare incontri
con se stesso e con gli altri, che disotturano le intercapedini dell’anima:
le visioni unidimensionali, gli assoluti, i vicoli ciechi si sgretolano, nei
disvalori che sono sempre stati.
Chi sbaglia e paga il proprio debito con decenni di carcere, attraversa davvero
tempi e contesti di un lungo viaggio di ritorno, lento e sottocarico, fino a
far scomparire l’uomo sconosciuto a se stesso, in uomini nuovi che tentano
di riparare al male fatto, con una dignità ritrovata, accorciando le
distanze tra una giusta e doverosa esigenza di giustizia per chi è stato
offeso, e quella società che è tale perché offre, a chi
è protagonista della propria rinascita, opportunità di riscatto
e di riparazione.
Si parla oggi come si è parlato ieri del caso Sofri, ritengo sia un atto
coraggioso, oltre che giusto, non solo per l’uomo che tutt’ora si
dichiara innocente, ma anche e soprattutto per la ricerca di una Giustizia giusta
ed equa, una Giustizia che è anche perdono, come ebbe a sottolineare
il Papa, e che comprenda un granello di pietà, perché la pietà
non è un atto di debolezza per i tanti uomini che in un carcere sopravvivono
a se stessi, inchiodati alle loro storie anonime, blindate, dimenticate.
Sono convinto che non esiste amnistia, indulto, sanatoria d’accatto, per
il detenuto, non esistono slanci in avanti utopisti, esistono solamente uomini
sconfitti, perché in un carcere non sopravvivono miti vincenti, ma esistenze
sconfitte dal tempo e dalle miserie che ci portiamo addosso.
Mi chiedo se è possibile perdonare, nella difficoltà di affrontare
la lettura evangelica del sentimento del perdono, per non parlare della necessità
di salvaguardare la collettività, ormai improntata alla sola risposta
penale, al solo deterrente carcerario.
Ma occorre riconoscere il bisogno di un tragitto umano (non solo cristiano)
nella condivisione e nella reciprocità, quindi nella accettazione di
una possibile trasformazione e cambiamento di mentalità.
In conclusione che dire ancora, se non che occorre guardare alle decine o centinaia
di Sofri, ai loro silenzi assordanti, con il coraggio di scegliere fra tanti
dubbi, un percorso significativo su cui giocarsi un pezzo di vita, per il bene
di tutti, società libera e detenuta.
Globalizzazione e nonviolenza con gli occhi delle donne
M. LANFRANCO M. G. DI RIENZO (a cura di), Donne disarmanti, Intra Moenia, Napoli
2003, pagg. 287, € 13,00. Spesso le storiche, le antropologhe, le filosofe,
le giornaliste e le studiose femministe centrano l’attenzione sull’uso
delle parole e mettono in guardia sulla stretta connessione tra violenza del
linguaggio comune e violenza reale nelle relazioni quotidiane, nella politica,
nella comunicazione mediatica e quindi nel tessuto sociale.
Se cercate su qualunque vocabolario la parola nonviolenza non la troverete,
perché non è registrata così come la scriviamo, senza trattino
o elementi di separazione. Eppure si tratta di una rivoluzione semantica quella
di coniare una parola che si opponga, nel suo significato, a un’altra
altrettanto potente, contenendola ma al tempo stesso anteponendole una negazione.
Nel concetto di nonviolenza la violenza è contenuta perché non
la si nega: non troverete una persona che in sincerità si possa definire
nonviolenta. Infatti Aldo Capitini si definiva, umilmente, “amico della
nonviolenza”. Il lavoro più duro non è il contrastare la
violenza esterna, ma la propria.
Le domande che Monica Lanfranco e Maria Di Rienzo pongono sono, tra le altre:
essere donne aiuta nella scelta nonviolenta e costituisce un vantaggio rispetto
all’essere uomini?
Le donne sono più portate alla nonviolenza perché considerate
meno aggressive e più miti, visto che la natura le ha dotate del compito
di procreare e occuparsi dei cuccioli?
Dare un riscontro affermativo assoluto a queste domande sarebbe, oltre che banale
e sbrigativo, davvero sbagliato. Personaggi come Margareth Thatcher sono lì
a ricordarci che la nonviolenza, come la violenza, non ha sesso.
Conclude infine il libro un articolato manuale di comportamento per l’azione
diretta nonviolenta, considerata un’alternativa fra il sottomettersi alle
ingiustizie e la reazione violenta contro di esse.
Il volume contiene contributi di Lidia Menapace, Imma Barbarossa, Tiziana Plebani,
Rosangela Pesenti, Starhawk, Vandana Shiva e interviste a Luisa Morgantini,
Dawn Peterson e Giancarla Codrignani.
Per eventuali ordinazioni contattare l’editore (081 290 988;
)
oppure direttamente Monica Lanfranco (347 088 30 11;
).
E. LIOTTA, Le solitudini nella società globale, La piccola editrice,
Celleno 2003, pagg. 116, € 12.
Quella di Elena Liotta, psicoterapeuta e psicoanalista junghiana, è
una voce che si distingue dalle tante che evidenziano i pericoli insiti nella
globalizzazione, poiché il suo libro ne analizza un aspetto particolare:
l’impatto psicologico che questo fenomeno sta avendo sugli individui.
Contrariamente alla visione del tradizionale approccio psicoanalitico che tende
a ricerca le cause del disagio esistenziale nella storia personale del paziente,
l’autrice, in base alla sua esperienza, afferma che ormai da tempo sia
le patologie psicologiche sia i malesseri di diagnosi meno chiara che approdano
all’analisi portano il segno della società in cui viviamo. Nell’attenzione
al punto d’incontro tra l’io interiore e l’io sociale Leotta
sviluppa il tema della solitudine, evidenziandone forme vecchie e nuove. L’indagine
procede lungo tre linee generali: la solitudine nel mondo tecnologico, la solitudine
dell’individuo nella comunità e nella società e la solitudine
nei rapporti interpersonali. All’interno di queste linee trovano poi spazio
la solitudine della donna, dell’artista, del mistico, del dissociato,
del terrorista, dell’eroe e sono affrontate problematiche di ordine politico,
economico e ambientale. L’esposizione è sintetica e non si accontenta
di tracciare un quadro della situazione, anche se da una prospettiva ancora
inesplorata, ma si dimostra propositiva sul piano etico, suggerendo al singolo
nuove strade per agire in prima persona. A cominciare dal rifiuto della mentalità
dell’”usa e getta”, inadatta alla crescita di valori comuni
che invece richiedono un “usa e conserva con amore”.
Due sono i rischi che evidenziamo nella pubblicazione. Il primo è che
si carichi una generica società dei disagi menta