Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
La questione “immigrazione”, in questo scorcio di fine 2003, è
tornata in primo piano. L’onorevole Gianfranco Fini (segretario di Alleanza
Nazionale, vice Presidente del Coniglio) ha fatto una dichiarazione di apertura
che ha spiazzato i suoi stessi alleati, dicendosi favorevole alla concessione
del voto amministrativo per gli immigrati residenti nel nostro paese (seppur
con molte condizioni). Poi, però, vi sono stati i drammatici sbarchi
di cosiddetti clandestini a Lampedusa, con decine di morti, annegati per lo
sfinimento. Una tragedia, una vergogna, cui sono seguite le ipocrite condoglianze
dei rappresentati del governo e delle istituzioni. Quelle persone che venivano
in Italia per cercare dignità, sono state gettate in fondo al mare dalla
famigerata Legge Bossi-Fini che li ghettizza nel ruolo di clandestini, senza
diritti, senza possibilità, senza volto. “La nonviolenza è
apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere...”
diceva Capitini. Ogni persona, ovunque nasca (e nascere in Italia, in Nigeria,
in India, in Guatemala,...è una pura casualità), ha diritto di
muoversi nel mondo secondo i propri bisogni. L’aria, il mare, l’acqua,
la terra, sono di tutti. Chi fugge dalla miseria o dalla guerra, ha il diritto
di farlo, senza che altri si arroghino il potere di dichiararlo “clandestino”.
La storia dell’umanità è storia di migrazioni. Quando i
popoli hanno fame, sete, caldo o freddo, si muovono per cercare luoghi più
ospitali. E’ una legge di natura. Chi cerca di fermarli viene travolto.
La Chiesa cattolica ha proclamato Beati Padre Daniele Comboni e Madre Teresa
di Calcutta, due Santi moderni che hanno dedicato la loro vita ai “clandestini”
in Africa e in India. In che strana epoca viviamo! Mentre il Papa mostrava al
mondo intero la santità di questi due esempi, i fedeli e le autorità
statali applaudivano e si commuovevano. Ma poi la nostra stessa società
permette che dei poveri cristi, con i loro bambini, perdano la vita sulle carrette
del mare! Che tristezza vedere Comboni messo sugli altari, e i suoi neri ricacciati
ad affogare nel Mediterraneo! Che tristezza vedere Madre Teresa osannata da
tutti, con libri, foto, trasmissioni, film sulla sua vita, mentre i suoi poveri
muoiono nei container tentando di varcare le frontiere!
E’ questo che hanno voluto dirci i padri comboniani che hanno organizzato
l’azione nonviolenta a favore degli immigrati di Castel Volturno (da pagina
4 a pagina 9).
Questo numero di Azione nonviolenta affronta altre due vicende di grande attualità:
la costruzione dell’Europa che il Presidente di turno Berlusconi vorrebbe
dotata di un nuovo efficiente esercito agli ordini della Nato, e la questione
israeliano/palestinese, resa ancor più drammatica dalla costruzione di
un nuovo Muro che divide i due popoli. Noi sappiamo che nuovi eserciti e nuovi
muri porteranno solo nuova violenza. Per questo abbiamo dato spazio a chi sta
lavorando per la costituzione di una Corpo Civile Europeo di Pace (da pagina
10 a pagina 13), e ai parenti delle vittime della violenza di Israele e di Palestina,
che si sono uniti per lavorare insieme per la pace (alle pagine 14 e 15).
Risvegliare le nostre coscienze, uscire dalla casa del Faraone
Intervista a padre Giorgio Poletti, missionario comboniano
di Elena Buccoliero
"Non molesterai il forestiero ne' lo opprimerai,
perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto".
Esodo 22, 20
“Non sono un conferenziere. Sono un uomo che cerca di vivere, faticosamente,
la fedeltà al Vangelo e al Signore, nel servizio ai fratelli”.
Inizia così l’incontro con padre Giorgio Poletti, 62 anni, missionario
comboniano. Ferrarese d’origine, dopo 15 anni in Mozambico e tre negli
Stati Uniti, da sette anni è parroco di Santa Maria dell'Aiuto a Castel
Volturno, dove con tre confratelli e tre suore nigeriane è impegnato
nella pastorale a favore di immigrati africani, polacchi e ucraini.
“Sette anni fa, rientrato dal Mozambico, mi trovavo a Padova con la sensazione
di non portare nessun servizio ai fratelli, quando ho avuto notizia del ghetto
di Castel Volturno e lì ho deciso di andare, prima per una visita, poi
per rimanere, secondo una scelta condivisa con il consiglio provinciale dei
padri comboniani”.
Qual è stato il primo impatto con Castel Volturno?
“Per un anno e mezzo ho avuto solo due persone alla messa della domenica.
In Mozambico – eravamo in guerra – battezzavo ogni anno trecento
adulti, a Castel Volturno al massimo due bambini. E io a chiedermi: Signore,
cosa ci sto a fare qua? E invece, nelle ultime messe la chiesa era talmente
gremita da risultare insufficiente. La nostra parrocchia è composta quasi
esclusivamente da immigrati. Per loro celebriamo una messa in polacco e una
in inglese. Gli italiani sono pochissimi, alcuni amici. Ma avremo tra poco una
comunità polacca”.
Non ci sarà il rischio di costruire barriere tra italiani e stranieri?
“Non bisogna dimenticare che il primo passo per l’integrazione è
la costruzione dell’identità. Anche negli Stati Uniti, che hanno
una grande tradizione di immigrazione, si sono formate inizialmente delle comunità
omogenee per provenienza. Chi lascia il suo paese vive in una dimensione di
incertezza, staccato dalla propria realtà ma non ancora inserito nel
nuovo contesto. Non per niente tra gli immigrati sono in aumento le malattie
psichiche. Viviamo in una fase delicata. Solo dopo si potrà costruire
una vera comunità, veramente multietnica. Ma ancora le comunità
non sono pronte, si vive con la mentalità della fortezza assediata; non
c’è nessuna integrazione, esistono mondi paralleli e sommersi,
non c’è nessuno scambio reale tra gli immigrati e gli italiani.
A Castel Volturno celebriamo una messa africana che dura due ore, con canti
e balli. In Mozambico potevamo andare avanti anche cinque ore. Nella mentalità
africana partecipare alla messa è vivere l’evento, per noi è
osservare il precetto altrimenti andiamo all’Inferno. Questi nuovi fratelli
porteranno una conversione, un cambiamento anche a livello liturgico”.
Parlaci di Castel Volturno. Come possiamo immaginarlo?
“Castel Volturno è costruito lungo una strada di 27 chilometri,
tra Pozzuoli e Madragone. Conta 8500 abitanti che durante l’estate triplicano
per l’arrivo dei turisti. È una zona cuscinetto nella quale sono
confluiti dalla cintura di Napoli i terremotati dell’Irpinia, poi nell’83
i senza casa per il bradisismo di Pozzuoli. Nell’insieme è un territorio
senza cittadini, ci sono solo degli abitanti che non hanno nessun legame tra
loro e nessuna identificazione nel paese in cui vivono. È come se quest’area
fosse una grande periferia delle città intorno: Aversa, Napoli, Pozzuoli…
È la periferia di Casal di Principe, dove ha le sue radici la camorra
che comanda Castel Volturno. La popolazione è oppressa da una forte parcellizzazione,
il capo quartiere ha un dominio diffuso, i negozianti vengono continuamente
taglieggiati. Un terzo del paese è costruito abusivamente, comprese la
chiesa e la caserma dei Carabinieri, e non sembra esserci soluzione. Basti pensare
che, dopo un lungo processo che ha portato all’abbattimento di alcune
torri abusive costruite sulla spiaggia, la costruzione del nuovo ospedale è
stata affidata agli stessi costruttori…”.
Come si inserisce la realtà degli immigrati?
“Sono circa 3.000, largamente coinvolti in attività di spaccio
e di prostituzione. L’immigrazione è voluta dagli abitanti in quanto
fornisce mano d’opera a basso costo – badanti polacche e ucraine
per i vecchi, i loro uomini per l’agricoltura del luogo -, dà nuovo
impulso alla prostituzione e procura inquilini da ricattare con affitti impossibili.
La gente dice che non vuole gli immigrati, poi però affitta loro le case…”.
In che rapporto sono la camorra locale e l’immigrazione dei clandestini?
“La camorra nigeriana o albanese paga il pizzo alla camorra di Castel
Volturno, se no le ragazze sulla strada non ci potrebbero stare. A Villa Literno
la prostituzione degli africani è scomparsa perché il paese non
la vuole più. Hanno bruciato il ghetto, la bidonville degli africani,
ed è stato un incendio annunciato. Anche a Castel Volturno questa storia
finirà quando la camorra stabilirà che è giunto il momento.
Ogni ragazza paga il pizzo per continuare a prostituirsi, e lo stesso per il
mercato della droga”.
E le forze dell’ordine che posizione prendono?
“Si fanno periodiche operazioni di alta immagine, con posti di blocco
disseminati ovunque, quando tutti sanno benissimo dove sono i camorristi. Non
c’è bisogno di complesse operazioni di intelligence, se non per
mostrare un certo impegno a qualcuno che sta in alto”.
L’operazione “Alto Impatto” ha richiesto un grosso spiegamento
di forze da parte delle forze dell’ordine. Voi missionari eravate presenti.
Come ricordi quei momenti?
“C’ero io nel rastrellamento a discutere con il capitano dei Carabinieri.
Sono arrivati in gran numero, hanno circondato l'edificio, hanno bussato alle
porte, a chi non apriva le hanno spaccate con il piede di porco. I bambini piangevano
spaventati. Coloro che sono stati trovati senza permesso di soggiorno sono stati
arrestati. Alcuni sono stati portati in un campo di detenzione temporanea in
vista di essere rispediti nel paese d'origine, altri sono stati rilasciati con
l'ordine di lasciare il paese entro cinque giorni. In questi casi chi non lo
fa (e chi riesce in cinque giorni a trovare i soldi per un biglietto aereo intercontinentale?)
sarà considerato un criminale e, se rifermato, sarà messo in carcere
per alcuni mesi e poi espulso dall'Italia. Molti criminali invece, essendo di
solito in regola con i documenti perché hanno i soldi per ottenerli,
se la cavano presentando il permesso di soggiorno…
In nessun condominio di italiani la polizia oserebbe comportarsi in quel modo,
nemmeno si trattasse di catturare un pericoloso terrorista, ma con gli africani
ci si può permettere di tutto. Loro infatti erano preoccupati e io non
potevo stare a guardare, un parroco deve voler bene alla sua gente. Non sono
tutti angeli, lo so benissimo, e io per primo discuto molte cose con loro, ma
gli voglio bene davvero”.
Siete stati accusati di fare politica.
“Dovremmo davvero, come cristiani, acquisire una maggiore coscienza politica,
non partitica. Io dico che non si può vivere in un territorio e non amarlo,
non condividere le difficoltà della gente, non prendere una posizione.
Mi chiedo, possiamo ancora continuare a sognare?, continuare a liberare, per
il Signore, per i fratelli e le sorelle...? Il Signore ce la dà, questa
forza. Noi siamo molto piccoli ma, se ci fidiamo di Lui, il Signore non ci abbandona”.
Il sindaco di Castel Volturno ti ha denunciato, ti sei tirato addosso parecchi
guai.
“In tanti mi vogliono eliminare. Il sindaco, il questore, il prefetto…
Ormai vengo aggredito ad ogni dibattito pubblico, quando parlo si solleva la
claque. Qualche volta gli amici mi avvertono: Giorgio, non andare, è
un agguato. E io a tentare ogni volta di aprire un dialogo”.
Hai mai pensato di mollare?
“Due anni fa il consiglio provinciale dei comboniani aveva deciso di chiudere
la parrocchia ma io mi sono opposto in tutti i modi, non è questo che
i miei fratelli mi hanno insegnato. Quando ci si spaventa per la fatica, bisogna
saper resistere, anche ai superiori. Allora ho deciso che non avrei accettato
di essere manipolato o usato dalle istituzioni, avrei fatto la mia battaglia.
Tutt’ora, ciclicamente penso che dovrei andarmene. La cosa più
bella è quando arrivo a pensare che Castel Volturno sia un paese abbandonato
e poi improvvisamente mi accorgo che no, Dio c’è, è lì,
è la nostra forza, la nostra certezza. Quando ero in Mozambico la situazione
era ben più disperata ma avevo la sensazione di poter mettere delle toppe,
qui sembra che ogni sforzo cada nel vuoto. C’è una mentalità
camorristica trasversale che permea tutte le organizzazioni sociali, anche parte
della chiesa. Allora prego: Signore, sono nelle tue mani. Meglio essere con
te e avere tutti contro, che il contrario. Sono sereno, ho sempre cercato di
servire Dio e i poveri. E ancora non sono riusciti a mandarmi via, nonostante
i ricatti – non a me personalmente -, le minacce, le informazioni scorrette
diffuse sul conto della mia persona e della comunità”.
Come vive la comunità?
“Siamo in pochi, viviamo con l’essenziale. Non abbiamo niente di
nostro tranne le automobili e qualche libro. Cerchiamo di non accumulare niente
e di ridurre le cose al minimo, perché questo protegge la nostra libertà.
Potremmo traslocare in non più di tre ore…
La nostra parrocchia ospita quindici ragazze, quasi tutte sottratte alla strada.
Con noi studiano cucina, estetica, italiano, informatica. Alcune hanno con sé
i loro bambini. La convivenza è difficilissima, delicata. Quando litigano
tra di loro si prendono per i capelli, alzano le mani, non riescono a controllare
le pulsioni. Ragazze che sono vissute per alcuni anni sulla strada con un minimo
di dieci clienti al giorno, usate nei modi peggiori, che cosa possono avere
dentro?
Mentre fanno il mestiere si salvano con la dissociazione, vivono due esistenze
parallele, dentro e fuori dalla strada, ma è un meccanismo che non dura
a lungo. Dopo qualche anno si spezzano. Per aiutarle non basta il denaro, bisogna
aiutarle a ricostruirsi come persone. Ma proprio loro sono i miei fratelli e
le mie sorelle.
J. ha 18 anni, ne ha passati 3 sulla strada. F. ha 22 anni e una bambina che
ha chiamato Miracolo, concepita con un cliente. La Chiesa dice tante parole
sulla difesa della vita nel seno materno ma poi, quando i bambini vengono alla
luce, le preoccupazioni scompaiono… Noi siamo molto discreti, non siamo
certo favorevoli all’aborto ma non abbiamo mai imposto alle donne di tenere
i loro bambini. Di fatto però tutte hanno preso questa decisione. Noi
ci siamo limitati a proporre un modo di essere, il nostro essere chiesa che
nasce dall’amore, dal servizio”.
Hai fatto cenno alla informazione, e alla disinformazione. Nella vostra vicenda
ha giocato un ruolo importante, sia nel fomentare polemiche che nel veicolare
al solidarietà di molti.
“Non siamo entrati in protesta per il desiderio di sentirci protagonisti
o per finire sui giornali. Quello che noi possiamo fare è comportarci
con rettitudine, con correttezza e trasparenza, evitando ogni polemica. L’informazione
poi non la possiamo controllare, basta un articolo non veritiero a stravolgere
interamente la realtà. Ma allora le azioni si fanno quando si è
sicuri di vincere? Non lo credo. Noi abbiamo agito perché lo ritenevamo
giusto, sapendo che c’era la possibilità di dover pagare di persona.
Quanto al resto, l’appoggio di moltissime persone è stato un dono
inatteso e davvero importante per noi, ma c’è stata anche molta
solitudine”.
In che senso?
“ Siamo servi dei kapò o del Ministero degli Interni ma non siamo
mai liberi, viviamo nella casa del faraone. Persino nella Chiesa ci sono due
volti, uno è complice con il potere, l’altro vive in spirito di
servizio. Prendi per esempio il 27 giugno, il giorno delle manifestazioni di
fronte alle prefetture. Noi comboniani ci siamo divisi in tante città,
io ero a Milano. Non è venuto nessuno perché la Curia aveva detto
che non era il caso di manifestare. Credi che la nostra società sia veramente
cristiana? Cattolica, forse. Cristiana, ho i miei dubbi. Non vede Gesù
nel volto degli ultimi.
Quale spazio può esserci dentro questo sistema? Ci siamo dentro, tutti
noi. Non è concepibile che i gruppi ecclesiali o le associazioni si muovano
compatti seguendo gli ordini di scuderia. Colui che esiste esprime anche il
dissenso. Io non ho mai disobbedito. In Africa mi hanno chiesto cose pericolosissime
e io ho accettato tutto, ma sempre per un accordo raggiunto, per una convinzione
forte”.
Che cosa vi ha insegnato la vostra azione di protesta?
“Abbiamo riscoperto il potere dei segni. La forza di gesti che parlano
più di tante parole, l'efficacia di un'azione ecclesiale nonviolenta
che suscita intorno a sé adesione e sostegno da parte di molti e anche
rifiuto in alcune autorità e settori della vita religiosa”.
Nel diffondersi delle azioni di protesta – non penso in particolare a
questi fatti ma ad un movimento molto più ampio e variegato - c’è
forse un rischio di esibizionismo, o di non considerazione dei rischi. Qual
è il vostro rapporto con queste dimensioni?
“Continuamente ripeto a me stesso: ‘Padre Giorgio, apri la strada
ai poveri ma non farti strada, non usare i poveri né per la tua ricchezza,
né per il tuo prestigio’.
Abbiamo preso le catene come gesto estremo che rivelava l’incapacità
di dialogo. Non lo considero un gesto eccesionale. Ci sono nel mondo tanti comboniani
eroici che sfidano le armi, la solitudine, vivono isolati in villaggi sperduti
a centinaia di chilometri dalle città. Quello che abbiamo fatto a Castel
Volturno è… poca cosa, davvero.
Non penso neppure che tutti dovrebbero seguire il nostro esempio – tante
persone portano catene ben più pesanti, vincoli invisibili da tutta una
vita. Non sono richiesti gesti clamorosi. Invito soltanto a risvegliare la nostra
coscienza individuale, a non delegare la nostra volontà”.
L’azione ecclesiale nonviolenta per gli immigrati di Castel Volturno
Le caratteristiche della manifestazione, il consenso della gente, i risultati
ottenuti e i passi ancora da compiere
Maggio 2003 - nelle province ed in quella di Napoli prende il via l'operazione
"Alto Impatto" con l'impiego di 1500 agenti per operazioni di rastrellamento,
in modo particolare negli appartamenti abitati dagli africani, con lo scopo
dichiarato di "reprimere la criminalità". I padri comboniani,
testimoni di queste retate, tentano numerosi incontri con l’autorità
che però non danno alcun risultato.
4 giugno 2003 - la comunità ecclesiale di Castel Volturno si trasferisce
a Caserta. Due missionari comboniani, padre Giorgio Poletti e padre Franco Nascimbeni,
si incatenano all'inferriata di una finestra dell'edificio della prefettura
e questura provinciale, e lì rimangono per nove giorni.
Si uniscono a loro centinaia di persone. Particolarmente partecipati i momenti
di preghiera, tra cui la celebrazione della messa che avviene regolarmente ogni
giorno, concelebrata dai due padri incatenati, su un tavolino da pic nic che
funge da altare, e la processione serale su e giù davanti al palazzo
“per ricordare a chi vi era dentro”, dirà poi padre Giorgio,
“che la Croce e le catene che portavamo erano nella realtà la Croce
e le catene di migliaia di immigrati della zona. Si trattava di un gesto non
violento, di un momento di preghiera intenso, di una manifestazione pacifica,
senza grida, senza insulti, senza minacce”.
Moltissime le manifestazioni di solidarietà. Accanto ai comboniani ecco
i padri Sacramentini, le suore Orsoline e di Maria Ripatrice e molti sacerdoti
e laici, tra i quali giovani del volontariato cattolico e dei centri sociali.
La presenza di altre persone disponibili a partecipare in prima persona rende
possibile ipotizzare dei turni, qualora la manifestazione si protraesse a lungo.
Di fatto i turni non sono necessari.
Le autorità non sanno più come comportarsi, tentano tutte le vie
per frenare lo scandalo, dai contatti istituzionali con le autorità religiose
alle pressioni dirette. Dice ancora padre Giorgio: “Erano spiazzati da
quattro frati le cui armi inedite erano due catene, una grande croce e l'Eucaristia
celebrata in piazza, attraverso cui si faceva presente un Dio che prendeva posizione
dalla parte degli emarginati, che scendeva in piazza e si identificava con tanti
immigrati senza documenti, senza casa, senza lavoro, in cerca di una vita in
Italia vissuta con dignità”.
Nei frequenti contatti con le forze dell’ordine, i due padri sono irremovibili:
solo quando finiranno gli arresti indiscriminati degli immigrati, accetteranno
di sciogliere la manifestazione.
7 giugno 2003 - alle 4,15 del mattino, per ordine del prefetto di Caserta,
una squadra di oltre 20 poliziotti guidati da 6 uomini della Digos, accompagnati
da alcuni uomini della Squadra Mobile in borghese e dai vigili del Fuoco, troncano
i lucchetti.
“Trenta persone contro due missionari incatenati”, dirà padre
Giorgio scuotendo il capo. “Avevo un po’ di bronchite e mi ero appena
addormentato, non capivo questo spiegamento di forze”.
Poco dopo, padre Giorgio e padre Franco si spostano di alcune decine di metri
e si incatenano nuovamente dall’altro lato della strada. Subito accorrono
decine di persone e, tra i primi, il vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro.
Intanto… Dell’azione ecclesiale nonviolenta si parla in tutta Italia.
Cinquantamila cartoline indirizzate al ministro Pisanu e centinaia di telefonate,
fax e e-mail esprimono la coralità di un vastissimo supporto popolare.
Aderiscono alla campagna, oltre a mons. Nogaro della diocesi di Caserta, la
Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori (CISM) e 14 vescovi tra cui quelli
di Milano, Reggio Calabria, Lecce, Viterbo e perfino il vescovo di Monze, nello
Zambia.
13 giugno 2003 - l’azione si conclude quando la regione Campania propone
di istituire un tavolo di concertazione sui problemi dell’immigrazione.
In seguito il capo dei Carabinieri della zona viene trasferito e l'operazione
"Alto Impatto" si ferma.
27 giugno 2003 – su invito della commissione Giustizia e Pace degli Istituti
Missionari Comboniani, gruppi di religiosi e laici si ritrovano davanti alla
prefettura della propria città con una croce, una catena e un cartellone
riportante la frase di don Milani “Se voi avete il diritto di dividere
il mondo in italiani e stranieri, allora io reclamo il diritto di dividere il
mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.
5 ottobre 2003 – a Roma viene canonizzato Daniele Comboni. La comunità
dei comboniani festeggia l’evento a Roma, di fronte a Montecitorio, con
una manifestazione di canti, danze, preghiere e testimonianze, partecipata da
un vasto movimento di immigrati, soprattutto gli africani (circa 400) e i polacchi
della zona di Castel Volturno, “contro lo schiavismo che affligge oggi
gli immigrati, lo stesso contro cui si scagliò il nostro santo fondatore”,
ha dichiarato padre Giorgio. Presenti anche gruppi di Pax Christi, Peacelink,
il Centro Astalli dei gesuiti e la Rete di Lilliput.
È la prima volta che un istituto religioso promuove una manifestazione
di carattere sociale nel contesto della beatificazione o canonizzazione del
proprio fondatore.
15 novembre 2003 – è prevista una manifestazione sotto le questure
d’Italia, contrassegnata da un vero e proprio atto di disobbedienza civile:
distruggere i decreti di espulsione e rilasciare i permessi di soggiorno a tutti
i clandestini, “in nome di Dio”. Una iniziativa che è già
costata a padre Giorgio Poletti una “denuncia preventiva” da parte
del sindaco di Castelvolturno, Antonio Scalzone (Forza Italia), che lo individua
come l’unico responsabile capace di mettere a repentaglio l’ordine
e la sicurezza pubblica su tutto il litorale domizio.
“Per noi – dichiara padre Giorgio – resta fondamentale l’accoglienza,
come uomini e come cristiani. È la nostra missione e non possiamo farne
a meno di aiutare i nostri fratelli immigrati. Ma, nel contempo, dobbiamo incidere
sul sistema, modificare le strutture. E noi abbiamo due sole armi: la disobbedienza
civile e la preghiera. Le useremo per continuare a combattere contro la camorra
che impera dalle nostre parti e contro le ingiustizie”.
Il ‘programma costruttivo’
Padre Giorgio Poletti e padre Franco Nascimbeni avevano un preciso programma
in mente quando hanno avviato la loro azione di protesta. Di seguito, in sintesi,
le loro richieste, alle quali hanno condizionato l’interruzione della
loro azione ecclesiale nonviolenta: i due missionari infatti hanno accettato
di ‘sciogliere le catene’ solo quando la Regione Campania ha proposto
l’avvio di un tavolo di concertazione sui problemi dell’immigrazione.
1. Il reale e concreto potenziamento degli uffici per stranieri di tutti gli
organi competenti (Prefettura e Questura) a fronte dell’ingente numero
di pratiche da affrontare attraverso il decentramento territoriale degli uffici
nelle aree maggiormente interessate, l’ampliamento dell’organico
e l’impiego di personale specializzato (mediatori culturali), una gestione
migliore e più umana delle file e degli appuntamenti.
2. Garantire i diritti legati alla famiglia: unità del nucleo familiare,
favorendo la semplificazione ed accelerazione delle procedure di ricongiungimento
familiare, estensione della tutela della maternità, tutela dell’unità
familiare.
3. Diritto di Asilo, recependo la normativa internazionale e il dettato costituzionale,
garantendo di fatto l’esercizio del diritto d’asilo. L’uso
spropositato dei C.P.T. (Centri di permanenza temporanei), l’impossibilità
di fatto di opporre ricorso in caso di esito negativo della richiesta e la conseguente
espulsione immediata del richiedente sono un caso unico nella legislazione europea.
4. Procedure di regolarizzazione che tengano conto dei molteplici inceppi (truffe
dei datori di lavoro a carico degli immigrati, cambiamento del datore di lavoro,
necessità di rientro temporaneo in patria per gravi motivi familiari.
5. Politiche di integrazione: richiamare le Amministrazioni Locali ad attuare
vere e proprie politiche di integrazione e non semplicemente singoli interventi
a partire dalla conoscenza quantitativa e qualitativa del fenomeno, dallo sviluppo
di servizi di accoglienza, dei servizi sanitari, degli alloggi, collaborando
col volontariato e l’associazionismo che da anni, soli, sul campo hanno
maturato esperienza.
Un decalogo contro la Bossi-Fini
1. "Disobbedisco anch'io". Riteniamo legittimo un atto di disobbedienza
nei confronti dei contenuti della legge Bossi-Fini e ci diciamo disposti a compierlo.
Intendiamo adoperarci a contribuire materialmente con i mezzi a nostra disposizione
per ottenere che lo straniero in attesa di regolarizzazione, che non sia responsabile
di reati, possa sottrarsi all'espulsione e siamo disponibili a subire i procedimenti
penali e le conseguenti sanzioni previste per i trasgressori.
2. Favorire il protagonismo del migrante. Incoraggiare la nascita di iniziative
ed organizzazioni che vedano i migranti impegnati e coinvolti in prima persona
come protagonisti nel definire gli obiettivi utili al loro inserimento ed i
modi migliori per perseguirli. A questo livello si chiede che si riconosca il
diritto di voto.
3. Gemellaggio con un migrante. Si tratta di una sorta di "adozione"
fatta da famiglie o comunità nei confronti di un migrante in maniera
tale da offrirgli amicizia e solidarietà, soprattutto nell'evenienza
che si trovi in situazioni di difficoltà. Concretamente questo può
implicare diversi gradi di coinvolgimento:
- una semplice telefonata periodica di "controllo" della situazione;
- accompagnamento del migrante adottato agli uffici della questura o comunque
nello svolgimento di qualche pratica;
- aiuto nella ricerca di un alloggio o di un lavoro;
- stanziamento di una cifra mensile di sostentamento a chi ha più bisogno;
- un corso personalizzato di lingua italiana.
4. Creare una rete di urgenza. La rete di urgenza è un insieme di singoli,
gruppi o associazioni, avvocati, medici, politici etc. che si rendono disponibili
ad agire in tempi rapidi nel caso di un'emergenza: retate di polizia, episodi
di razzismo etc.
5. Testimoniare pubblicamente il proprio dissenso. Si tratta di organizzare
presidi, sit-in o altre forme di resistenza passiva davanti a questure o altri
luoghi istituzionali per sensibilizzare circa l'ingiustizia di trattamenti sommari
e puramente restrittivi nei confronti di migranti in difficoltà.
6. Organizzazione del "sanctuary movement" in Italia. Negli Usa negli
anni '80 nacque il Sanctuary movement per sostenere gli immigranti provenienti
dal Centramerica in guerra. Nel tentativo di rifugiarsi negli Stati Uniti, questi
ultimi venivano sistematicamente rispediti al proprio paese dove avrebbero dovuto
affrontare la prigione o la morte. Le comunità cristiane, memori dell'essere
luoghi inviolabili e pertanto i più idonei per la difesa del diritto
d'asilo, si offrirono a dichiarare un immigrato parte integrante della loro
comunità facendosi carico di determinati soggetti a rischio. Quando la
polizia veniva per arrestarli ed espellerli, era la comunità stessa a
farsi arrestare e a presentarsi in tribunale.
7. Offrire sostegno alla regolarizzazione dei migranti. Si tratta di facilitare
in qualsiasi modo possibile il processo di regolarizzazione del migrante chiedendo
ed offrendo informazioni utili o anche qualsiasi altro tipo di supporto.
8. Sostenere le campagne di pressione. Si tratta di aderire a campagne volte
a cambiare la legge Bossi-Fini e a sensibilizzare la società civile sul
problema.
9. Avviare laboratori di convivenza. Creare occasioni e spazi di conoscenza
reciproca, di confronto, di convivialità tra le persone e le culture,
nelle scuole, nelle parrocchie, negli spazi comunitari.
10. Aprire le case ed i cuori dei religiosi/e al forestiero e al migrante.
Ogni istituto potrebbe trovare il modo di aprirsi al migrante offrendo spazi
o supporto vario.
Il contributo dell’Europa alla soluzione dei conflitti
Diverse strategie di intervento per i movimenti per la pace
di Elena Buccoliero
È ripreso nuovamente in terra umbra, e questa volta a Perugia nella
cornice della V Assemblea dell’Onu dei Popoli, il dibattito sul contributo
dell’Europa sulla soluzione dei conflitti che già aveva avuto un
primo momento di avvio all’inizio di settembre, con il convegno conclusivo
della camminata Assisi Gubbio.
Il rischio di una deriva militare
La situazione generale, delineata da Paolo Bergamaschi del gruppo Verde presso
il Parlamento Europeo, ha luci e ombre, grossi spettri e possibilità
ancora aperte. Decisivo, in questo quadro, il ruolo che la società civile
può svolgere per chiedere una politica di pace.
Dal suo osservatorio, interno all’Unione Europea, avverte un grosso rischio
di deriva militare. “È un momento decisivo per l’Europa in
divenire. Cadono tabù che pensavamo indiscussi. Tra breve probabilmente
in alcuni paesi sarà possibile svincolare dal patto di stabilità
i fondi per la ricerca militare, pur di incrementare in modo decisivo questo
settore, peraltro molto redditizio. Il Commissario per la Ricerca Europea, in
un recente gruppo di lavoro con le lobby militare, ha dichiarato l’intenzione
di realizzare ‘una industria forte e competitiva’, dal momento che
‘la sinergia tra ricerca civile e militare è particolarmente fruttuosa’
e ‘in Europa spendiamo troppo poco per la ricerca militare’. Una
parte dell’Europa insegue il sogno di raggiungere i livelli di spesa e
di efficienza militare statunitensi. Gli Usa impiegano ogni anno 400 miliardi
di dollari per la difesa, i 25 paesi europei insieme non arrivano al 50%, la
nostra efficienza militare è imparagonabile, assolutamente ridotta. D’altra
parte l’Europa è il più grosso fornitore di aiuti del mondo
ed è riconosciuta per le azioni di “soft power”, potere dolce,
ovvero cooperazione, parternariato, condivisione, offerta di azioni comuni.
Di fronte alla forte spinta che proviene della lobby militare per innalzare
la spesa, dobbiamo rispondere con armi pacifiche”.
Esperienze e progetti per la difesa civile
Nonostante tutto, l’Unione Europea ha in corso alcuni interventi in zone
di conflitto pensati come operazioni di polizia nell’ambito di missioni
di peace-keeping più complessive, finalizzate alla ripresa del dialogo
tra comunità – come in Macedonia tra i gruppi etnici albanese e
macedone -, all’assistenza alla nascita di istituzioni democratiche, alla
riconciliazione nella fase post bellica. Di questo si parla in Bosnia Erzegovina,
in Congo – dove, dietro ripetuta insistenza di Kofi Annan, un contingente
di 1500 uomini sta svolgendo correttamente il proprio mandato -, in Macedonia
appunto.
C’è poi, nel cassetto dal 1995 ma più volte approvato dal
Parlamento Europeo, il progetto dei Corpi Civili Europei di Pace. “Ne
abbiamo ormai molte anticipazioni a livello internazionale e nella rete italiana
di associazioni che si stanno coordinando per la realizzazione ‘dal basso’
di questo strumento di intervento. A oggi, nella mentalità della gente,
nei media e nella politica di difesa, il peace keeping si fa con le armi. Eppure
è provato che le capacità civili di intervento sono molto più
forti di quelle militari, ma abbiamo bisogno di poterle mettere in pratica,
di avere risorse da impegnare e di sperimentarle. Fino a questo momento le risorse
destinate alla difesa civile sono state irrisorie. Eppure, questa potrebbe essere
una grande scommessa per l’Europa: qualificarsi come grande potenza civile”.
È una strada irta di ostacoli, avverte Paolo Bergamaschi, poco gradita
alle grandi potenze militari, alle industrie, “perfino ad alcune ONG che
temono una riduzione dei fondi a disposizione per i loro programmi. Nonostante
tutto”, prosegue Paolo, “è un bene che i Corpi Civili di
Pace siano inseriti nella Costituzione Europea, foss’anche nel mondo sbagliato,
perché un riconoscimento anche parziale può essere rafforzato
nel tempo. Il problema che dobbiamo porci è come costruire questo strumento
di azione poggiando sulle esperienze già esistenti di presenza non armata
in zone di conflitto, protezione della popolazione, dialogo, ricostruzione,
protezione civile”.
Un’idea al riguardo viene da Francesco Tullio del Centro Studi Difesa
Civile, che propone di fare pressione per inserire nella Costituzione Europea
l’istituzione di una “Agenzia per il peace building e la gestione
costruttiva dei conflitti”, che controbilanci la prevista “Agenzia
per la difesa militare”, così da porre in essere strumenti alternativi
per la sicurezza e la difesa.
Una battaglia soprattutto culturale
“Stiamo assistendo ad una militarizzazione del concetto di sicurezza”,
ha osservato Bergamaschi. “Anche a livello di opinione pubblica è
passata l’idea, palesemente sbagliata, che la riposta al terrorismo è
nella forza militare. A livello internazionale vediamo una ‘sharonizzazione’
della politica di difesa, negli Usa e non solo, per cui si risponde alle provocazioni
o si prevengono le minacce con atti punitivi che non interrompono la logica
teroristica, quando sappiamo che molto di più potrebbero la cooperazione,
le operazioni di intelligence, e naturalmente il saper affrontare le cause strutturali
di ingiustizia”.
Per questo è richiesta una capacità di dialogo incisiva, paziente
e duratura da parte di quanti si impegnano per la riduzione della violenza.
“Ricordiamoci che la prevenzione dei conflitti non fa notizia”,
ha rammentato Paolo, “la guerra sì. Se ci interessa che l’Europa
abbia un ruolo attivo per la pace dobbiamo rilanciare una campagna di sensibilizzazione
per aumentare nell’opinione pubblica la consapevolezza del fatto che esistono
alternative alla guerra”.
Secondo Bergamaschi, è nonostante tutto un obiettivo possibile.
“A livello europeo ci sono le premesse per un pacifismo maturo, forte,
capace di un intervento complesso e approfondito. È compito dei movimenti
per la pace esprimere obiettivi chiari, comunicarli alla gente con tutti gli
strumenti disponibili offrendo possibilità di intervento, valorizzare
le molte tecniche nonviolente di cui siamo in possesso”.
E ha concluso il suo intervento con un invito ben specifico: “Quest’anno,
nei primi tre mesi, si sono ripetute le manifestazioni di piazza contro la guerra.
Contemporaneamente, grazie all’inclusione europea, si svolgeva il piano
di pace per l’isola di Cipro, dove esiste ancora l’ultimo muro d’Europa.
Siamo arrivati al 31 di marzo con nulla di fatto, Cipro è ancora divisa.
Sarebbe bello che la nostra prossima marcia fosse lì, un cammino per
la pace da Nicosea sud a Nicosea nord”.
Una campagna allargata per costruire consenso.
La proposta e l’invito dei “Beati i Costruttori di Pace”
Persuaso che l’impegno per una cultura di pace sia in questo momento indispensabile,
per dare solidità a qualsiasi campagna o intervento specifici contro
il commercio o l’uso delle armi, don Albino Bizzotto, presidente dell’associazione
Beati i Costruttori di Pace, ha invitato “scuole, enti locali, chiese,
ad unirsi per costruire una vasta campagna d’opinione. Finché le
armi saranno richieste dai popoli, finché si riterrà che da esse
dipenda la nostra sicurezza, non ci sarà spazio per chiedere al mondo
dell’economia o della politica una ‘conversione’ al disarmo”.
L’idea di rinunciare alla forza delle armi incontra resistenze, pregiudizi
e paure. Ci si preoccupa dell’industria militare, dei posti di lavoro
che da essa dipendono – e, insieme, si pensa che solo armandosi uno Stato
abbia la possibilità di difendersi.
“Si chiede un rafforzamento dell’ONU, e si invoca una forza armata.
La sicurezza è sempre frutto dell’impiego di militari. Il controllo
sui territori si fa con i soldati. Tutto il lavoro di pacificazione è
consegnato ai mezzi militari. Quello che non vogliamo per gli individui, l’uso
della violenza per la risoluzione dei conflitti, lo esigiamo e lo legittimiamo
nella vita delle istituzioni. La guerra non è altro che una forma di
criminalità di stato. In che modo possiamo costruire una opinione pubblica
che delegittimi le istituzioni sull’uso delle armi? È un cammino
lungo che richiede una campagna specifica, con strumenti agili di partecipazione
per la gente. Se non ci impegneremo su questo terreno, le nostre scelte associative
si infrangeranno contro quelle degli Stati, che di fronte alle emergenze invocheranno
l’inevitabilità della guerra. Per non parlare del fatto che in
Africa le armi leggere, quelle che qui non fanno notizia e non hanno regolamentazione,
uccidono molto più delle armi pesanti in Iraq”.
Disarmo.org: un network europeo
per il controllo dell’industria bellica
“È vero, il problema è culturale, ma la guerra ha conseguenze
ben diverse se si combatte con le clave o con le bombe atomiche…”
Incomincia così l’intervento serrato di don Tonio dell’Olio,
di Pax Christi, invitando alla realizzazione di un network che incominci in
Italia, ma abbia ampiezza e respiro di carattere europeo, per rafforzare il
controllo sulla produzione e il commercio delle armi.
Dell’Olio ha ricordato le recenti modifiche alla legge 185/90, che disciplina
l’industria bellica italiana, intervenute nonostante la vasta mobilitazione
popolare che ha contrastato e posticipato di diversi mesi l’adeguamento
del nostro paese all’accordo europeo nato per – così si legge
nel sottotitolo del documento ufficiale - “facilitare e consolidare la
produzione e l’esportazione dell’armamento europeo”.
Per oltre un decennio le industrie italiane – e di alcuni altri paesi
con una legislazione simile alla nostra – hanno lamentato le “eccessive
restrizioni” al loro operato previste dalla legge.
Come ha ricordato Chiara Bonaiuti di Os.C.Ar, l’Osservatorio sul Commercio
delle Armi, la legge 185/90 “originaria” subordinava l’esportazione
di armi al fatto che il paese acquirente non fosse in conflitto – o non
potesse entrarvi prevedibilmente nel giro di breve tempo – e non stesse
affrontando spese militari sproporzionate rispetto alle proprie esigenze in
altri settori, quali la spesa sociale, l’istruzione, lo sviluppo economico
e via di seguito. Certo, il divieto è stato più volte aggirato,
è pur vero però che grazie a questa normativa – che richiedeva
una fitta rete di controlli su tutti i passaggi commerciali e una relazione
annuale del Governo al Parlamento - è stato possibile conoscere l’entità
e le destinazioni delle nostre commesse di armi e, per esempio, avviare una
campagna come quella sulle “Banche armate” che tra l’altro,
sottolineava Dell’Olio, ha riscosso successi non di poco conto.
“Di recente la direzione dell’Istituto San Paolo IMI ha comunicato
che sta decidendo di tirarsi fuori dall’apertura di credito al commercio
di armi, vista la forte attenzione dell’opinione pubblica. È un
successo ancor più importante, se pensiamo che questa operazione è
avvenuta dal basso, senza che ci fosse un appoggio mediatico”.
Quale dovrebbe essere, allora, l’impegno di questo nuovo network?
“Controllare la spesa e il commercio di armi e stimolare progetti di conversione
dell’industria bellica, come previsto nella legge 185/90 e in parte anche
dall’Unione Europea. Purtroppo questi interventi restano sulla carta”,
ha aggiunto Dell’Olio, “perché nessuna produzione civile
ha gli stessi profitti di quella militare”.
Ma, ancora, il network avrebbe il compito di rafforzare lo studio e la ricerca
sui temi legati agli armamenti, collegando Os.C.Ar. con l’Osservatorio
Permanente sulle Armi Leggere di Brescia e gli altri organismi esistenti a livello
europeo, e di mobilitare l’opinione pubblica per rendere efficace un disarmo
progressivo.
Una particolare sottolineatura merita il tema delle armi leggere: in Italia
non abbiamo nessuna legge sulla loro intermediazione, il nostro paese infatti
è ai primi posti in questo tipo di produzione. In questo momento in Israele
si spara con le armi leggere di fabbricazione italiana.
Manca una normativa europea
per regolamentare il commercio di armamenti
“In Europa manca una regolamentazione comune sull’industria militare”,
ha illustrato ancora Chiara Bonaiuti. “Questo settore è intenzionalmente
sottratto a tutti gli accordi commerciali dal Trattato di Roma, proprio per
l’assenza di una politica estera condivisa dall’Unione Europea.
Francia e Gran Bretagna sono i principali esportatori di armi del continente,
in un regime giuridico più permissivo di quello italiano, tedesco, svedese.
I paesi che stanno per entrare a far parte dell’Unione, poi, hanno un
sistema di controlli piuttosto lacunoso”.
Un tentativo di armonizzazione è stato compiuto, purtroppo però…
al ribasso. Due i documenti di rilievo. Il primo è un atto soprattutto
politico. È il Codice di condotta europeo sull’esportazione di
armi, siglato nel 1998 dopo sette anni di elaborazione, un accordo non vincolante
giuridicamente ma soltanto politicamente che prevede, in sostanza, la comunicazione
tra gli Stati nel caso venga negata l’autorizzazione ad una esportazione
di armi. I meccanismi di consultazione restano abbastanza limitati ed entrano
in campo solo nel caso di rifiuti. Chiara Bonaiuti ha citato il caso di una
esportazione di aerei militari avvenuta nel 1999 dalla Gran Bretagna all’Indonesia,
il cui governo ha utilizzato i mezzi a scopi repressivi. Al riguardo la Gran
Bretagna ha dichiarato che “non potevamo sapere come sarebbero stati utilizzati”.
Il secondo testo è il già citato Accordo quadro per la ristrutturazione
dell’industria europea sugli armamenti, che ha determinato modifiche sulle
legislazioni nazionali. Questo accordo è stato approvato da soli 6 paesi
che però, insieme, rappresentano il 90% delle esportazioni europee di
armi e precisamente Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Svezia e Germania.
“È un documento economico industriale redatto per porre un argine
alla crisi degli armamenti e alla concorrenza selvaggia. Il risultato è
stato uno sconvolgimento dei controlli, l’inserimento di elementi di parziale
privatizzazione e di deregulation nel settore bellico, la concentrazione del
mercato nelle mani di poche industrie molto forti. Ma non è un processo
solo europeo”, ha tenuto a precisare Chiara, “si sta ripetendo anche
negli Stati Uniti e nei paesi del sud del mondo”.
Le società transnazionali produttrici di armi avevano richieste molto
precise: criteri più morbidi sull’autorizzazione delle esportazioni,
la liberalizzazione degli scambi commerciali, la armonizzazione delle normative
nazionali, l’allargamento dei mercati.
Ecco allora l’“Accordo quadro”, questa volta vincolante sulle
normative nazionali, che ha ridotto al minimo le certificazioni, ha introdotto
la licenza globale di progetto e ha snellito lo scambio di pezzi e componenti.
Con il rischio molto concreto che sia l’offerta a determinare la domanda,
vale a dire che l’industria militare diventi motore di nuovi conflitti
internazionali.
Nonviolent Peace Force, progetto Sri Lanka
Una forza nonviolenta mondiale in grado di intervenire in zona di conflitto
è un sogno ma è, anche, una realtà da quando, nel 1999,
si è costituita l’organizzazione Nonviolent Peace Force di cui
Claudia Samaoya è copresidente mondiale.
“Inizialmente eravamo 150 persone. Oggi NPF riunisce organizzazioni di
tutto il mondo: 8 in Africa, 15 in Europa, 6 in America Latina, 6 in Medio Oriente,
3 nel Nord America e 4 organizzazioni internazionali, oltre a organismi nazionali
negli Usa, in Giappone, Corea e Australia. La nostra è una forza ancora
in crescita, chi lo desidera può unirsi a noi”.
L’impegno di Nonviolent Peace Force è volto alla individuazione
di zone di conflitto per le quali stilare un progetto e avviare una sperimentazione
di intervento nonviolento.
“Non vogliamo sostituirci agli abitanti”, ha tenuto a precisare
Claudia Samaoya, “ma creare con la nostra presenza uno spazio sufficiente
perché i movimenti nonviolenti locali possano agire”.
Nel 2002 sono state decise tre situazioni dove attuare progetti pilota: lo Sri
Lanka, il Guatemala e Israele e Palestina.
Sri Lanka è il primo progetto attivo. Lo scopo è quello di impiegare
50 civili per fornire protezione in 16 comunità della zona Tamil e di
quella Cingalese, con azioni di accompagnamento agli attivisti per i diritti
umani, vigilanza, aiuto alla società civile, monitoraggio.
Il progetto è articolato in tre fasi ed è finanziato quasi completamente
da privati (unica eccezione il contributo di 50.000 dollari versato dal governo
tedesco). Ad oggi sono state assunte tre persone - un cingalese, un inglese
e uno statunitense – ed è stata selezionata la prima squadra di
attivisti, 11 persone già sul luogo, di cui 8 sono donne. Da qualche
settimana hanno cominciato a collaborare con una associazione cingalese e si
sono distribuiti in tre diverse comunità.
Nei prossimi mesi verranno selezionare altre 25 persone che dovrebbero recarsi
in Sri Lanka nell’aprile 2004, e l’ultimo gruppo di attivisti entrerà
in azione nell’agosto successivo.
“Ci frena la questione economica”, ha spiegato Claudia, “non
la disponibilità personale. Negli ultimi tempi si sono messe in contatto
con noi ben 185 persone disposte a partire per un anno, il fatto è che
mancano i fondi”.
I problemi da affrontare per la messa in opera degli interventi sono moltissimi,
dai più concreti - come quello di fissare i salari, che siano un giusto
equilibrio tra quelli che gli attivisti lasciano nel loro paese di provenienza
e i compensi correnti in quello in cui vanno ad inserirsi – ai più
impegnativi, quali la costruzione di un modello di azione complessivo in zona
di conflitto che tenga conto delle esperienze già vissute, o la progettazione
di una formazione per i volontari aperta ai temi della religione, della differenza
di genere, della multiculturalità nelle situazioni di crisi.
L’ambizione di Nonviolent Peace Force è la preparazione di una
rete mondiale di risposta immediata sia con l’invio di persone –
“ma è praticamente impossibile allo stato attuale avere mezzi e
persone sufficienti per intervenire in tutte le zone di guerra”, si rammaricava
Claudia Samoaya -, sia con altri mezzi quali i rapporti con le ambasciate nei
paesi in conflitto.
Forme di intervento si stanno progettando per altre due zone calde: Israele
e Palestina, dove si pensa di poter intervenire nel 2005, e la Corea del nord
e del sud, con l’invio di una delegazione di testimoni in relazione alle
minacce che provengono dal governo Usa.
Lo stesso sangue, lo stesso dolore, il medesimo futuro
Parents’ circle, l’associazione di famiglie israeliane e palestinesi
“Sono medico, neurologo per la precisione. Mio padre è stato colpito
alla testa e io per quaranta minuti sono stato accanto a lui cercando in ogni
modo di prestargli soccorso, senza riuscire a fare niente per aiutarlo. L’ho
visto morire tra le mie braccia”.
Adel, 50 anni, palestinese, è membro di Parents’ circle, l’associazione
che unisce 500 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perduto nel conflitto
uno dei loro cari. Accanto a lui c’è Robi, israeliana, a testimoniare
l’unione tra i due popoli. La conversazione prosegue con Adel, che parla
un ottimo italiano, mentre Robi rilascia un’altra intervista.
“Va bene lo stesso”, assicura Adel, “tanto siamo d’accordo
su tutto, quello che dico io potrebbe dirlo lei, e quello che lei pensa, anch’io
lo condivido”.
E così racconta.
“La nostra associazione è nata nel 1994 grazie all’impegno
di un israeliano che aveva perso il figlio nel conflitto. Oggi siamo in tanti
a credere che solo il dialogo, la riconciliazione, il perdono possano porre
fine a queste violenze inutili e restituirci la pace”.
Come sei entrato in Parents’ Circle? E che cos’è avvenuto
allora?
“Ho deciso di unirmi agli altri perché ho capito che nella vendetta
non c’è futuro. L’unico modo è avviare un percorso
di riconciliazione, e dobbiamo cominciare da noi stessi, dalle nostre esistenze
ferite. Inizialmente abbiamo cominciato ad incontrarci per parlare del nostro
dolore, delle difficoltà, dell’odio che sentivamo, e poi delle
speranze, del futuro. In quasi dieci anni sono nati tanti progetti in cui cerchiamo
di sensibilizzare altre persone e di agire in modo incisivo sui nostri due popoli.
Perché noi possiamo davvero parlare di riconciliazione”.
Dice “noi possiamo” ed è inteso il significato profondo:
noi abbiamo la legittimità per farlo, noi abbiamo la posizione e l’esperienza
perché le nostre parole siano vere. E infatti, “Diciamo anche:
permetteteci di aiutare i nostri governanti per arrivare alla pace”, continua
Adel. “Perché se ci siamo riusciti noi, a trovare un accordo e
a volerci bene, allora ci possono riuscire tutti”.
Instancabili, i volontari portano il loro messaggio in ogni occasione, ricercando
l’incontro con figure politiche di rilievo – nel 2003 hanno incontrato
alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti e il principe della Giordania
– e l’opinione pubblica degli altri paesi, per chiedere un supporto
alla loro causa.
L’attività nelle scuole
Sono molti i progetti che vedono impegnati congiuntamente i membri del Parents’
Circle. Al primo posto viene l’impegno per l’educazione dei giovani.
Sono stati svolti complessivamente 1400 incontri nelle scuole superiori, di
cui più di 300 nei primi sei mesi del 2003. Destinatari principali erano
giovani israeliani di 17 anni.
“Parliamo con i ragazzi, raccontiamo loro la nostra storia personale e
diciamo che la pace è possibile. Non a caso scegliamo di parlare con
loro. L’anno successivo saranno chiamati a servire l’esercito, e
noi vogliamo che siano consapevoli delle loro scelte”.
È anche in relazione a questo che è aumentato il numero dei refusenik,
cioè dei giovani militari che rifiutano il servizio nei Territori Occupati?
“Pensiamo di sì. Noi non diciamo di rifiutare l’esercito,
io che sono palestinese non posso dire ad un israeliano che non deve servire
il suo paese. Io sono straniero, non posso interferire su questo. Ma posso chiedere
di non entrare nei Territori Occupati, perché quelle operazioni sono
illegittime e colpiscono civili innocenti”.
Con insegnanti, studenti, gruppi interessati presso centri di aggregazione o
altro si svolgono anche letture sulla pace – nei primi sei mesi del 2003
se ne sono svolte oltre 400 -. Inizialmente è stato possibile entrare
soltanto nelle scuole israeliane, da quest’anno il progetto ha avuto accesso
anche nelle aule palestinesi.
“Lì è più difficile perché, quando noi parliamo,
la gente dice: d’accordo, ma come si fa ad avere pace finché gli
israeliani invadono i nostri territori?”
Affrontare il dolore, insieme
L’esperienza dell’incontro tra famiglie in lutto si ripete costantemente,
con un potenziale ampliamento dell’associazione. Su richiesta, e con grande
frequenza, si ripetono i seminari per le famiglie colpite dalla guerra. In queste
occasioni, israeliani e palestinesi si uniscono per due giorni di vita comune.
Negli incontri si parla di tolleranza, convivenza, risoluzione nonviolenta dei
conflitti, riconciliazione, pace. Nel 2002 si sono svolti due seminari con,
complessivamente, 200 famiglie israeliane e palestinesi. Inoltre in maggio un
gruppo di 20 israeliani si è recato nel villaggio palestinese di Beit
Omar a visitare le famiglie colpite dall’esercito israeliano. In seguito
si sono svolti altri 63 incontri “misti”, di dimensioni minori.
Ai più giovani, colpiti dalla guerra con la scomparsa di genitori o fratelli,
sono rivolti i campi estivi: quattro giorni nella foresteria di Nevè
Shalom-Wahat al-Salam, il villaggio fondato da un gruppo di famiglie israeliane
e palestinesi, per conoscersi e sviluppare attività con i coetanei del
luogo. I temi toccati dal programma del campo sono: la riconciliazione tra i
due popoli, le azioni possibili presso le rispettive comunità, le future
attività da svolgere insieme, la scoperta delle differenze e dei punti
di connessione tra i gruppi israeliano e palestinese.
Lo stesso sangue, lo stesso dolore, il medesimo futuro
Si dice “sangue del mio sangue” per intendere il legame più
stretto, più profondo, più duraturo che possa esistere, un legame
che non si cancella, qualunque cosa possa succedere.
“È stato un grande evento”, racconta ancora Adel, “quando
l’8 ottobre 2002 nove palestinesi che avevano perduto i loro cari in guerra,
accompagnati da israeliani che condividevano lo stesso dolore, si sono recati
alla Banca del Sangue di Gerusalemme come donatori a favore dei feriti israeliani.
E poco più tardi, nella stessa giornata, nove israeliani hanno fatto
lo stesso presso l’ospedale governativo di Ramallah, scelto dai palestinesi”.
Nel pomeriggio entrambi i gruppi hanno incontrato il presidente Arafat nei quartieri
distrutti di Muqaata. E l’opinione pubblica, che spazio riserva al vostro
lavoro?
“Ne hanno parlato tutti. Giornali, radio, reti televisive, tutti i media
più importanti, sia israeliani che palestinesi, hanno ripreso la nostra
iniziativa. E subito abbiamo colto l’occasione per pubblicare degli annunci
sui maggiori quotidiani israeliani, per parlare dell’associazione e del
nostro impegno di pace”.
Hello Peace, Hello Shalom, Hello Salam
Lavorare insieme, tra israeliani e palestinesi, è difficile e rischioso.
Ci sono ragazzi israeliani che non hanno mai occasione di stringere amicizia
con un coetaneo “nemico” e viceversa. Per questo motivo è
nata “Hello Peace, hello Shalom, hello Salam”.
“Gli israeliani non capiscono le sofferenze dei palestinesi, i quali non
riconoscono le paure degli israeliani. Il distacco e la mancanza di comunicazione
tra le due società non fanno che aumentare la paura, incentivare l’odio,
e permettono ai governanti di continuare il loro gioco facendo leva proprio
sul dolore e la paura che divide i due popoli. Riaccendere la comunicazione
potrà sviluppare comprensione, empatia, fiducia nell’altro, e aprirà
una possibilità alla pace. Per questo pensiamo che tutti i mezzi siano
positivi, anche i più moderni”.
Ecco allora “Hello Peace”, un progetto unico nel suo genere che
è stato ampiamente pubblicizzato dai media mediorientali proprio per
la sua originalità.
“Abbiamo aperto una linea telefonica gratuita che qualsiasi israeliano
può utilizzare per parlare di pace con un palestinese, o viceversa. La
telefonata viene raccolta da un centro di smistamento che mette in comunicazione
il chiamante con una persona dell’altra parte, disponibile al dialogo”.
Come sta andando?
“Abbiamo iniziato circa un anno fa, con un ottimo successo: oltre 500.000
telefonate, più di 800.000 minuti di parlato. È il segno tangibile
che la gente si interroga, che la gente vuole la pace, il dialogo e il confronto
con l’altro. E in questo modo anche i più timorosi possono cercare
un contatto restando nell’anonimato e senza correre rischi con le autorità
israeliane o palestinesi”.
_______________________________
Parents’ Circle ha un sito web in ebraico e inglese (è in corso
la traduzione in arabo): www.theparentscircle.com.
Contiene la storia e le attività dell’associazione, articoli scritti
dai suoi membri o che hanno per oggetto il loro impegno.
In memoria di Achille Croce amico della nonviolenza
Il 3 ottobre alle ore 10,30 Achille Croce ha concluso serenamente la sua giornata
terrena.
Conosciuto anche come il “Gandhi della Val di Susa”, nato e vissuto
a Condove (TO) è stato nel Movimento Nonviolento fin dal 1967. In quegli
anni fondò anche il G.V.A.N. (Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta)
e nel 1970 balzò agli onori della cronaca per aver convinto gli operai,
gli impiegati e i dirigenti delle Officine Moncenisio di Condove a votare una
mozione antibellica in cui diffidavano l’azienda dall’assumere commesse
di lavoro di materiale bellico impegnando nel contempo le maestranze, nell’ipotesi
che ciò si verificasse, ad astenersi dal prestare a qualunque livello,
direttamente o indirettamente, la propria mano d’opera.
Questo è stato in Italia il primo caso di obiezione collettiva all’industria
bellica, infatti ne parlarono tutti i più importanti quotidiani nazionali.
Achille Croce era anche una persona di grande spiritualità, qualcuno
lo definiva “ascetico”, era visto con ammirazione ma non sempre
veniva capito: era un grande conoscitore degli scritti di Gandhi, periodicamente
praticava il digiuno o si autoimponeva “un giorno di silenzio” (stava
24 ore senza parlare comunicando solo in forma scritta), la sua alimentazione
era vegetariana.
Era una persona sempre allegra e sorridente ed è così che va ricordato.
Piercarlo Racca
Le Beatitudini di un operatore di pace
di Beppe Marasso
Ho avuto il singolare privilegio di godere dell’amicizia di Achille Croce
per più di un trentennio.
Questo lungo arco di tempo è in lui segnato da una coerenza cristallina,
da un filo luminoso che lega, come in una collana di perle, tutte le Beatitudini,
per cui, sulla filigrana del comune amico e maestro Lanza del Vasto, dirò:
BEATI I POVERI, perché nessuno può attaccarsi alle ricchezze
senza privarne il prossimo per conservarle, senza asservirlo per accrescerle,
senza combatterlo per difenderle. Achille non ha privato, non ha asservito,
non ha combattuto nessuno. Anzi, ha risposto con generosità a tante richieste
di aiuto. Quando, nel 1971, si trattò di comprare la casa “Aldo
Capitini” a Torino, fu sua la sottoscrizione del primo milione dei diciotto
richiesti;
BEATI I MITI e nessuno lo è se prima non si è fatto povero, che
non vuol dire miseria, ma decisione consapevole che i soldi non sono lo scopo
della nostra vita. Ogni atteggiamento del corpo e in particolare del volto sempre
sorridente esprimeva una grande mitezza. E’ questa mitezza che conquistò
i compagni di lavoro nella unanime e storica decisione degli operai della Moncenisio
di non accettare più commesse d’armi; è questa competente
mitezza che esprimeva nel prediletto lavoro dell’orto, che continuò
lietamente fino a poco tempo fa, quando il male lo aveva già aggredito;
BEATI QUELLI CHE PIANGONO. Piangono perché assieme al creato soffrono
i dolori del parto che darà cieli nuovi e terra nuova, condividono cioè
le sofferenze del mondo e le patiscono. Le com-patiscono. Achille ha sofferto
soprattutto le guerre ovunque scoppiassero come una ferita e un pianto interiore
e ha sofferto i macelli, questa guerra quotidiana a vitelli, conigli, polli,
che con noi condividono lo stesso soffio di vita. Piangono e saranno consolati
con una nuova nascita cha mai gusterà la morte;
BEATI QUELLI CHE HANNO FAME E SETE DI GIUSTIZIA. Beato Achille, che in questo
tempo affamato di piaceri ci ha insegnato il valore del digiuno, della temperanza,
del sopportare i colpi. Ad esempio quelli dei tiratori al volo, quando l’attuale
tiro al piattello era ancora il tiro al piccione;
BEATI I MISERICORDIOSI, che estendono a tutti , fino ai colombi, la loro misericordia,
e perciò troveranno misericordia;
BEATI I PURI DI CUORE perché il cuore in pace mostra il suo fondo che
è l’anima e l’anima in pace il suo fondo che è Dio.
Ecco perché è scritto che i puri di cuore vedranno Dio. Achille,
questa purezza di cuore l’ha avuta in misura tale da “vedere”
Dio non solo in se stesso ma anche negli altri, ognuna e ognuno accolto con
infinito rispetto e amore;
BEATI I PACIFICATORI perché, se come è evidente, la volontà
del Padre è la pace, coloro che vi si impegnano sono davvero figli. Achille
di questo impegno ha riempito la sua vita e a questa pienezza tutti abbiamo
attinto e ancora potremo attingere.
A Dio, Achille.
Non pago le spese militari Aiuto i bambini lebbrosi
Il 28 gennaio 1971 Manrico Mansueti, impiegato del Comune di Sarzana, racconta
in una lettera ai giornali la sua -ancora inconsueta- scelta di obiezione.
Egregio Direttore
appartengo al Movimento Nonviolento per la pace, che ha come primo punto tra
le fondamentali direttrici d’azione: “l’opposizione integrale
alla guerra”.
Avendo letto su alcuni giornali che per ogni uomo che vive sulla terra vi sono
a disposizione 38 kg. di tritolo, e non ve ne sono, in vece, altrettanti di
grano, e siccome nel Bilancio di previsione dello Stato italiano per il 1971,
la spesa militare è addirittura aumentata, ho sentito il dovere di fare
una scelta per coerenza ai principi del Movimento al quale appartengo.
Perciò ho deciso di non contribuire alle spese militari e di versare
l’aliquota delle spese militari, a favore dei bimbi lebbrosi di Padre
Maschio, missionario a Matunga, Bombay. (…)
Senza due righe di risposta con le quali, semmai, farmi presente la legge vigente,
mi è giunto l’avviso d’intimazione che si manda ai contribuenti
morosi, col quale mi si chiedeva di pagare entro cinque giorni, scaduti i quali
l’Esattoria “procederà ad esecuzione forzata”.
Pagasti?
Ovviamente no, e così vennero a casa, ma avevo soltanto cose non pignorabili,
nemmeno un elettrodomestico. Così la causa fu inviata al Giudice, che
in casi del genere è il Pretore. Egli stabilì che l’importo
fosse prelevato dalla busta paga, decisione alla quale non potei fare alcuna
opposizione.
Quali motivazioni ti avevano spinto all’azione?
Sarebbe un discorso troppo lungo. In quel periodo leggevo -tra gli altri- Gandhi,
Capitini, Schweitzer, Luther King, l’Abé Pierre, Régamey,
Hannah Arendt. Ricordo in particolare il carteggio tra il pilota di Hiroshima
Claude Eatherly e il filosofo Gunter Anders e una frase di
Raoul Follereau: “con la spesa di un bombardiere si potrebbero curare
tutti i lebbrosi del mondo”.
Leggevo anche i notiziari della FAO e le varie pubblicazioni sul dramma della
fame e mi resi conto dei grossi problemi che affliggevano il Terzo Mondo, intuendo
quello che oggi sta succedendo. Pensai nel mio piccolo di alleviare in qualche
modo almeno le sofferenze di qualcuno: avevo già
un figlio e adottai nel 1966 un bimbo togolese. L’obiezione fiscale fu
una conseguenza logica dopo questo primo passo; sarebbe stata una contraddizione
da una parte voler alleviare le sofferenze degli oppressi e dall'altra pagare
per gli armamenti che poi venivano venduti ai vari
tirannelli del Terzo Mondo.
Come fu divulgata l’iniziativa?
Scrissi memorie e petizioni che ciclostilai e diffusi. Vennero giornalisti e
fotografi a casa mia per interviste. Ne parlarono tutti i giornali e le riviste
e anche alcuni libri.
Chi ti aiutò?
Poche famiglie molto attive e sensibili a queste idee. Il Movimento Nonviolento
fece sua l’iniziativa ed alcuni degli appartenenti seguirono la mia azione.
Il Consiglio Comunale di Sarzana espresse solidarietà a l’iniziativa.
Il Sindaco inviò telegrammi ai Presidenti delle Camere e al Presidente
del Consiglio per sollecitare la discussione sulle proposte di legge già
presentate sull’obiezione di coscienza e un rinnovato impegno verso il
Terzo Mondo.
Atti di ostilità?
Fui "sorvegliato". Nel maggio dello stesso anno venni convocato al
Commissariato di polizia. L’allora Commissario capo mi denunciò
per vilipendio alle Forze Armate, avendo affisso per conto del Movimento Nonviolento,
in occasione del primo maggio, un manifesto antimilitarista che diceva press’a
poco: l’esercito è nemico dei lavoratori, rifiutiamoci di fabbricare
armi e non usiamole per uccidere altri lavoratori ecc. Il Pretore però
non ravvisò gli estremi di reato e passò tutta la documentazione
alla Procura della Repubblica che l’archiviò.
Dopo questi fatti, però, io e il Commissario capo divenimmo amici. Ad
ogni buon conto io non mi pentii mai della mia azione perché ritenevo
di aver fatto la cosa giusta.
Risultati diretti dell'azione?
La vicenda aveva creato interesse negli ambienti politici; le autorità
si erano veramente allarmate: l’anno seguente destre e sinistre votarono
insieme la legge della “Ritenuta a la fonte delle imposte dovute”,
e così fu reso quasi inefficace il mio lavoro.
Certamente non fu un gran successo, però forse dette una spinta a l’iter
dell’approvazione della legge su l’obiezione di coscienza al servizio
militare, che esisteva già, ma aveva grandi limitazioni.Come vedi l’oggi?
La guerra contro l’Iraq e l’oppressione dei palestinesi mi hanno
profondamente indignato. Per incidere sulle decisioni dei potenti della terra
bisogna condurre una protesta più seria, bisogna far pressione dove essi
sono più sensibili e gli americani sono sensibilissimi se si incide sul
loro sviluppo economico. Bisogna boicottare i prodotti di tutti quegli stati
che hanno partecipato alla guerra.
Tutto ampiamente previsto: che il primo anno del Brasile di Lula sarebbe stato
perlomeno controverso, l’avrebbe indovinato chiunque. Dopo il varo del
governo più alternativo del mondo (il cantante Gilberto Gil alla Cultura,
un militante trotzkista alla Riforma Agraria, una compagna di lotte di Chico
mendes all’Ambiente, Frei Betto come superconsulente) e il lancio del
programma Fame Zero, l’ex presidente del Partito dei Lavoratori ha ondivagato
per tutto l’anno: dalle posizioni pacifiste, che l’hanno portato
a rinunciare alla guerra in Iraq a fianco degli Stati Uniti e dirottare 760
milioni di dollari dal Ministero della Difesa a quello per l’Assistenza
Sociale, è passato a quelle del Fondo Monetario Internazionale per quanto
riguarda il rimborso del debito estero e la politica dei tassi monetari. Ha
confermato in marzo la moratoria alla coltivazione degli OGM sancita dal precedente
governo del Presidente Cardoso, facendo gioire Greenpeace e i governi europei
desiderosi di approvvigionarsi di granaglie non provenienti dagli Stati Uniti,
salvo poi aprire alla sperimentazione qualche mese dopo; infine ha intrapreso
una riforma pensionistica che i suoi predecessori avrebbero potuto solo immaginare.
A luglio infatti c’è stato il primo sciopero contro il governo
targato PT, organizzato dai dipendenti pubblici (circa 800.000) che protestavano
per l’innalzamento di sette anni dell’età minima pensionabile
che li equipara al settore privato. In effetti il trattamento dei dipendenti
pubblici era un po’ benevolo: l’età minima era di 48 anni
per le donne e 53 per gli uomini (in un paese dove la vita media è però
di 66 anni), e manteneva il salario pieno come pensione. La riforma prevede
ora anche l’innalzamento a 35 anni (30 per le donne) di versamenti contributivi
ed un limite massimo alle pensioni dei funzionari: non più di 800 euro
mensili, in un paese nel quale il salario minimo non supera i 150 euro mensili.
Anche i magistrati, che hanno aderito in massa allo sciopero, si sono visti
porre un tetto pensionistico, ma di 5.500 euro circa, a testimonianza delle
enormi disuguaglianze che sussistono in questo vasto paese.
In compenso, secondo i calcoli del Governo, dovrebbero ricevere una pensione
40 milioni di persone, della fascia più povera, cui prima era negata.
Il giorno dello sciopero, dopo uno scontro con la polizia che ha fatto ricordare
i tempi bui degli anni passati, i rappresentanti dei lavoratori sono stati ricevuti
dal presidente, ma questo gesto non è bastato a far passare il malumore
ai sindacati. In altalena tra i movimentisti di Porto Alegre e gli economisti
che si riuniscono a Davos, Lula sta probabilmente cercando di scegliere dai
due ambienti le idee migliori per la sua popolazione, con la pistola alla tempia
puntata dagli investitori istituzionali.
L’America Latina, in questa situazione, non si può permettere un’altra
bancarotta come quella avvenuta in Argentina l’anno scorso: sarebbe la
fine dei sogni di un intero continente. Per rafforzarne le prospettive, Lula
ha giocato tutta la sua politica estera nel rilancio del trattato Mercosur (Brasile,
Argentina, Paraguay, Uruguay, associati Cile e Bolivia), proponendo di ampliarlo
a Venezuela e Perù, per giungere ad un dialogo più dignitoso con
l’Alca proposto dagli Stati Uniti, che mira a creare un’area di
libero scambio dal Canada alla Terra del Fuoco, estendendo l’attuale Nafta.
Tra l’ “esproprio proletario” di un latifondo (l’ultimo,
il 1° agosto, di 13.000 ettari) per sostenere la riforma agraria e un colloquio
con il FMI, il nuovo governo brasiliano cerca soluzioni innovative per dare
una speranza ai sem terra. L’ultima trovata è stata quella di consentire
a tutti coloro che vivono nelle favelas di trasformarsi in proprietari della
baracca e del terreno sul quale risiedono. L'idea non è originale, l'ha
formulata in un libro ormai famoso, Il mistero del capitale, il sociologo peruviano
Hernando De Soto, e avrebbe l'effetto di far emergere in un batter d'occhio
milioni di dollari immobilizzati nel sommerso. Applicarla su scala brasiliana
- ci sono quasi 4 mila favelas – è una scommessa enorme: permetterà
agli abitanti delle favelas di Rio de Janeiro, San Paolo, Recife o Bahia di
avere un indirizzo legale, magari chiedere un prestito, e quindi forse avere
un lavoro regolare.
Infine, per non far rimpiangere il suo passato indigenista, in agosto Lula ha
posto la parola fine ad una battaglia durata 18 anni, per la demarcazione dell'area
amazzonica (3.600.000 ettari, grande più del Belgio) dove potranno vivere
tranquillamente gli Indios Deni al riparo dalle multinazionali del legname.
Forse, da lassù, Chico Mendes guarda il nuovo Brasile e sorride.
Dal 28 novembre al 4 dicembre il documentario torna a Firenze per la 44a edizione
del Festival dei Popoli, portando il suo carico di storie vere, immagini di
popoli e paesi del mondo, ritratti di uomini e donne indimenticabili. Tra i
vari eventi in programma, tre sono le sezioni tematiche particolarmente interessanti
per gli appassionati del documentario sociale: Madame l’Eau - Storie d’Acqua,
Fotografia cinema video: i tanti media dell’inchiesta, Il Presente documentato.
Il 2003 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno Internazionale
dell'Acqua”: in un mondo in cui un miliardo e mezzo di persone non ha
accesso all’acqua potabile, e 2 miliardi e mezzo non hanno alcun servizio
sanitario, il controllo delle risorse idriche diventa sempre più un controllo
economico, sociale e politico. Rispondendo a un forte bisogno di informazione,
il Festival ha deciso di dedicare un’intera sezione al tema, "Madame
l’Eau - Storie d’Acqua", proponendo in venti film, una selezione
rappresentativa dei molteplici approcci all’argomento. Primo fra tutti
un doveroso omaggio a Joris Ivens con Niewe Gronden (1934), in cui il grande
autore esalta poeticamente il confronto tra il lavoro dell’uomo e la forza
della natura durante la realizzazione della diga dello Zuiderzee in Olanda,
non senza preoccuparsi delle implicazioni politico- economiche. Tra i titoli
in programma anche Drowned Out (2002) di Franny Armstrong, sulla disperata resistenza
degli abitanti del villaggio di Jalsindhi, nell’India centrale, di fronte
all’allagamento delle proprie abitazioni a causa della costruzione della
diga Narmada: il documentario ha raccolto anche la preziosa testimonianza della
scrittrice indiana Arundathi Roy. Un’attenzione particolare è riservata
all’Africa: da un lato la siccità, le malattie, le carestie, come
in A guerra da Agua (1996) di Licinio Azevedo, sulle guerre per l’acqua
in Mozambico, dall’altro la ricerca di esperienze diverse per l’approvvigionamento
e l’utilizzo dell’acqua, come in Madame l’Eau (1992) di Jean
Rouch, maestro del cinema documentario, che racconta la storia di Damouré,
Lam, Tallou, agricoltori nigeriani rovinati dalla siccità, e di come,
dopo un viaggio in Olanda, proveranno a costruire un mulino a vento sul bordo
del Niger per irrigare i campi. Un occhio particolare è riservato anche
al potenziale culturale e antropologico del tema. Il viaggio sul Gange che percorriamo
in Ganga (1985) di Viswanadhan, alla ricerca di immagini, suoni, colori e storie,
ben esemplifica anche lo sguardo attento del Festival all’aspetto culturale,
storico, sociologico, antropologico. La sezione “Fotografia, cinema, video:
i tanti media dell’inchiesta” prende spunto da Oil – A Crude
World (ed. Seuil), un’inchiesta condotta recentemente dal fotografo Paolo
Woods, e da due giornalisti, Serge Enderlin – collaboratore del giornale
“Le Temps”- e Serge Michel - corrispondente free-lance per “Le
Temps” e “Le Figaro”-. L’inchiesta è un’esplorazione
dietro le quinte dell’industria del petrolio realizzata con testi, fotografie
e documenti filmati. Percorrendo 12 paesi in 4 continenti, i tre autori hanno
viaggiato dalle piattaforme chiuse dal ghiaccio della Siberia ai deserti di
fuoco dell’Iraq, dagli uffici dotati di aria condizionata dei magnati
del petrolio di Huston, ai miserabili campi di petrolio di Baku; hanno seguito
il percorso dei nuovi oleodotti attraverso le valli senza legge della Georgia
e fatto lo shopping con gli oligarchi a Dubay. Oil – A Crude World segue
le vie dell’oro nero, rivelando drammatiche e affascinanti storie, che
troppo spesso non vengono raccontate. Sarà, inoltre, presentato in anteprima
assoluta anche il cortometraggio realizzato nel periodo dell’inchiesta.
A partire da Oil – A Crude World, nel corso di una tavola rotonda intitolata
Fotografia, cinema, video: i tanti media dell’inchiesta presieduta da
Peppino Ortoleva, saranno messi a confronto diversi mezzi di informazione: il
cinema (tre documentari dedicati a tre celebri fotoreporter di guerra: Robert
Capa, Gilles Caron e Miguel Gil), la fotografia (una mostra fotografica di Paolo
Woods) e la carta stampata (con la presenza di Serge Enderlin e Serge Michel).
“Il presente documentato” è la sezione dedicata alla situazione
internazionale: l'attualità politica, le tematiche sociali e la salvaguardia
dei diritti umani. Tra i film presentati Afghan Massacre (UK, 2002), regia di
Jamie Doran, sulla deportazione e lo sterminio di migliaia di prigionieri, che
si sono arresi agli afgani alleati all’America dopo l’assedio di
Kunduz.
FESTIVAL DEI POPOLI
tel. 0039 055 244778
Fax 0039 055 241364
Email:
www.festivaldeipopoli.org
“Se tutte le ragazze e i ragazzi del mondo si dessero la mano”
Sergio Endrigo contro la guerra, fra musica e poesia
Sergio Endrigo, dopo il grande successo degli anni sessanta e settanta è
stato un po’ emarginato dalla scena musicale italiana, mantenendo però
notevole popolarità in altri Paesi, in particolare in Brasile dove continua
a tenere concerti molto seguiti. Resta un personaggio caro a molti di noi, un
amico, un fratello maggiore, un arguto e saggio papà, autore e interprete
di canzoni che ci evocano momenti significativi. Due ricordi? Il 26 aprile 1987,
i partecipanti alla catena”vivente” Caorso-S.Damiano, preludio dei
referendum vittoriosi per un futuro non nucleare, si sono dati la mano chiudendo
la catena al canto di “Ci vuole un fiore”; “Fare festa”
e “Un signore di Scandicci” le abbiamo cantate a Gubbio, alla festa
di Azione nonviolenta che seguiva la camminata partita da Assisi. E’ stato
inevitabile andare cercarlo…
Partiamo da due spunti nonviolenti che credo non siano casuali. “La rosa
bianca” riprende quel testo di Josè Martì utilizzato anche
per “Guantanamera”, scegliendo proprio il passaggio che sottolinea
un atteggiamento positivo verso chi ci è ostile; “L’arca
di Noè” indica la via del piccolo gruppo che, di fronte ai mali
del mondo, inizia un viaggio per ricostruire una vita migliore. Non a caso Lanza
del Vasto, dopo gli insegnamenti di Gandhi, fonda le comunità dell’Arca…
Certo, è così. E pensare che “L’arca di Noè”
è stata subito oggetto di attacchi furibondi. Padre Ugolino sosteneva
che non lasciava spazi alla speranza. Lietta Tornabuoni nei versi trovava un
pasticcio fra Lorca e il futurismo di Marinetti. La canto ancora oggi e riesco
a strappare un applauso supplementare in maniera un po’ ruffiana ricordando
che quando dico “che fatica essere uomini” intendo dire anche “che
fatica essere donne”…
“La rosa bianca” è l’unica cosa che mi ha dato Bacalov
in 12 anni di collaborazione ed è nella colonna sonora del film “La
rimpatriata”, un film bellissimo di Damiano Damiani con Walter Chiari
in un ruolo drammatico. Il fatto di aver musicato quel testo mi procurò
il primo invito a Cuba, dove scoprii che Josè Martì è considerato
un padre della patria, con tanto di monumento a L’Avana alto 100 metri!
Poi sono tornato a Cuba una decina di volte senza mai prendere una lira ma con
un’ospitalità da ambasciatore. Al museo della revolucion sempre
a L’Avana c’è pure la mia canzone “Anch’io ti
ricorderò”, ispirata dagli ultimi momenti vissuti da Che Guevara.
“La rosa bianca” parla di qualcosa simile al porgere l’altra
guancia, al cercare di perdonare, anche se io penso che l’uomo è
l’animale più intelligente della terra ma anche il più stronzo
perché gli animali non fanno quello che fanno gli uomini. L’intolleranza
religiosa, il vero argomento di “Fare festa”, è causa anche
di interessi materiali, il fanatismo religioso è frutto dell’ignoranza
e molti ne approfittano per questioni territoriali, per rivendicazioni economiche.
Ci sono tante guerre inutili, il terrorismo che impazza, si uccide in Afghanistan,
in India, in Pakistan, in Irak, non parliamo poi di Palestina e Istraele, “ci
si ammazza volentieri/ oggi come e più di ieri”… è
una cosa tremenda.
Possiamo pensare a un cambiamento?
Mah!? Prima che io muoia no, però può darsi che tra 300-400 anni
qualcosa cambi.
Nonostante i fatti oggettivamente negativi che ci circondano, esistono anche
notevoli segni di speranza, come tutto il movimento new-global che si sta sviluppando
a livello mondiale e l’opposizione alla guerra che ha raggiunto ultimamente
dimensioni e visibilità senza precedenti, ispirando anche molte nuove
canzoni. “La guerra”, siamo nel 1963, è stata un’anticipazione
dell’ondata di canzoni pacifiste degli anni sessanta…
“La guerra” è una canzone contro le guerre organizzate. Io
sono contro la guerra, però la guerra contro Hitler mi sembra fosse più
che legittima. Ricordo l’enciclica di Paolo VI “populorum progressio”
diceva finalmente che non si possono condannare quelli che sono tormentati,
soffrono e si ribellano. Le guerre organizzate coi carri armati e la bomba atomica
no, ma certe rivolte possono essere utili a superare problemi di sottomissione.
La legittimità della ribellione in quei casi non è in discussione.
Si tratta però di vedere se, a parità di efficacia, si impara
a gestire le lotte e i conflitti nel modo meno distruttivo possibile. Il metodo
nonviolento cerca di ottenere questo risultato lavorando sulla parte positiva
che è in ogni essere umano, come mi pare ben detto in “La voce
dell’uomo”: “…anche quando è violenta e uccide
il fratello/ la voce dell’uomo quando parlo mi risponde”. “Girotondo
intorno al mondo” raffigura la capacità dell’uomo di costruire
la pace…
Diventerà l’inno dell’Unicef. E’ una canzone nata tanti
anni fa. Mi capitò di leggere un romanzo di Argon, “Le campane
di Basilea” dove si racconta che prima della prima guerra mondiale a Basilea
ci fu una grande festa con cortei di ragazzini ragazzine vestiti da angioletti
che per scongiurare la guerra cantavano una poesia di Paul Fort, “Se tutte
le ragazze e i ragazzi del mondo si dessero la mano”. A me piacque, così
la tradussi, la musicai e nacque “Girotondo intorno al mondo”.
Un tempo si parlava di musicisti “impegnati” ma i punti di vista
potevano essere anche molto diversi. Woody Guthrie era sicuramente impegnato
facendo canzoni dal dentro del movimento operaio; altri come Keith Richards
dei Rolling Stones affermano che il musicista impegnato è solo quello
che fa buona musica.
Io sono molto orgoglioso di una cosa. Non di aver scritto grandi canzoni perché
questo lo devono dire gli altri. Però ho sempre cantato soltanto le cose
che piacevano a me. Ho cominciato a cantare e a scrivere canzoni per caso. Nel
'46 ho cantato in un concorso per dilettanti e il giorno dopo un fisarmonicista
mi ha incontrato e mi ha offerto quasi il doppio della paga che prendevo lavorando
undici ore e mezzo al giorno all'Hotel Excelsior. E' cominciato tutto così.
Poi Nanni Ricordi prima di mettermi sotto contratto mi ha chiesto se scrivevo
canzoni: non ci avevo mai pensato. Tornato a casa ho cominciato a scrivere “Bolle
di sapone”…
Da allora a oggi cosa possiamo evidenziare?
La canzone oggi mi sembra in calo di qualità. Io mi sono fermato ai Beatles
e a De Gregori. Non ho mai capito il rock e non ho mai capito perché
bisogna fare tanto baccano per dire quattro fregnacce. Sento Radio Uno in macchina,
guardo un po' di televisione, ma non c'è niente che mi convinca, niente
che ritengo interessante, mi sembra che tutto sia una specie di routine. La
globalizzazione oramai invade tutti i campi, quindi la stessa musica si sentirà
a Tokyo, in Sudafrica, a New York, a Roma, dappertutto.
Veniamo ai prossimi programmi e ai progetti in corso…
Un disco nuovo con una sola canzone inedita. Mi sono stufato un po’ di
scrivere perché dall’80 al ’94 ho fatto 5 album tutti buttati
via dalle case discografiche. Oggi per lanciare un disco, per portarlo alla
conoscenza del pubblico bisogna spendere qualche centinaio di milioni, ci sono
le radio private, le riviste specializzate. La canzone inedita si intitola “Altre
emozioni” e poi ce ne sono altre 14, alcune di successo come “L’arca
di Noè”, “Canzone per te”, “Io che amo solo te”,
“Adesso si” e altre assolutamente sconosciute al grande pubblico,
tipo “Madame Guitar”, “Le parole dell’addio”,
“Il giardino di Giovanni”, “Questo è amore”.
Tutto con arrangiamenti nuovi molto originali. Penso che un disco così
in questo momento in Italia non c’è. Forse è un guaio perché
non è la solita roba che si sente alla radio con questa batteria forte
ossessiva e sempre uguale. Sono canzoni espressive con arrangiamenti belli.
Non li ho fatti io e lo posso dire.
Dovrei ritornare a Cuba in dicembre per fare un disco. Poi mi hanno invitato
a San Remo al Club Tenco perché fanno tre giorni sul rapporto fra canzone
e poesia. Io ho musicato parecchie poesie, da Pasolini a Ungaretti. Poi c’è
il Paul Fort di “Girotondo intorno al mondo” e “La rosa bianca”
che pure è diventata un inno per l’Associazione che sostiene la
ricerca di rimedi contro l’Alzheimer. Sono tutte soddisfazioni…non
hanno rientri economici, ma non si vive di solo pane. Qualcuno ha detto così,
no?
Un ultimo messaggio per i lettori ?
Coltivare la curiosità! I giovani di oggi sono diversi dai giovani di
ieri, perché i media sono diventati molto più potenti. Quando
ero ragazzo sceglievo le cose che pensavo di preferire. C’era solo la
radio che non trasmetteva molte canzoni, leggevo il “Corriere dei Piccoli”,
poi il “Vittorioso” e poi Salgari. Oggi ci sono dei media che sono
diventati una cosa tremenda. I ragazzi, fatte le dovute eccezioni, non scelgono
più, è tutto loro imposto, mangiano quello che gli danno. Ho cantato
alla televisione Svizzera in un capannone dove c’erano 200 ragazzi di
massimo 18 anni, mi hanno fischiato ancora prima che cantassi e io non capivo
il perché. "Endrigo lo conosci? No? Allora fischia". E come
se ciò non bastasse alla fine era previsto il concerto gratuito di Baden
Powell, il più grande chitarrista di Bossanova. Sono rimasti in due,
sono andati via tutti, dicendo: "Baden Powell lo conosci? No? Allora via".
Purtroppo è la moda di oggi. Non c’è curiosità ed
è proprio questa invece che bisogna sviluppare!
Il 14 maggio 1996 Francesco Santel non si presentò alla caserma di Albenga
dove avrebbe dovuto prestare il servizio militare, rifiutando contemporaneamente
di svolgere anche quello civile. "Io ho deciso", affermò "di
non vendere la mia libertà in cambio di servigi o privilegi e di caricare
su di me tutta la responsabilità delle mie azioni, vivendo le mie idee
come prassi quotidiana. Confido perciò che per la mia crescita personale
sia meno dannosa una carcerazione coatta piuttosto che una volontaria"
(1).
Il 3 giugno il Levadife inoltrò la circolare n° LEV/850012/96/SAM
agli enti convenzionati di tutt'Italia, firmata dal direttore generale dirigente
generale dott. Giuseppe Distefano, che recitava: "Per esigenze organizzative
collegate a una pianificazione delle assegnazioni degli obiettori di coscienza
agli enti convenzionati, si dispone che gli obiettori avviati al servizio sostitutivo
civile con gli scaglioni 4 bis, 5 e 6 siano collocati in congedo illimitato,
sotto le date appresso indicate: 15 luglio 1996 (4 bis scaglione) anziché
7 agosto 1996; 19 agosto 1996 (5 scaglione) anziché 28 agosto 1996;
17 settembre 1996 (6 scaglione) anziché 2 ottobre 1996." Ciò
significava che gli obiettori degli scaglioni indicati avrebbero svolto una
ventina di giorni in meno di servizio. Qual era il motivo della riduzione
del servizio civile? Probabilmente esso è da ricercarsi nel fatto
che il numero degli obiettori superava ormai quello dei posti disponibili e
che pertanto si cercava di liberare i posti di chi era alle ultime settimane
di servizio per farli occupare da coloro che attendevano da mesi la chiamata.
Il 6 giugno Davide Agostinelli avrebbe dovuto presentarsi al Centro sportivo
di Imperia per iniziare il servizio civile, ma non lo fece, dichiarandosi
obiettore totale. Dieci anni prima aveva inoltrato domanda per poter svolgere
il servizio civile, ma gli era stata rifiutata. Cercò allora di ottenere
il permesso attraverso le vie legali e in effetti ci riuscì. I dieci
anni trascorsi nel frattempo gli avevano però fatto cambiar parere sull'impostazione
del servizio civile e alla fine decise di rifiutare anche quello (2).
Si stava sviluppando intanto il dibattito sulla possibilità di abolire
la coscrizione obbligatoria per sostituirla con un esercito di professionisti.
Questa scelta, che per il momento era bloccata dal dettato dell'art. 52 della
Costituzione, avrebbe eliminato il servizio civile sostitutivo e quindi
avrebbe obbligato a un ripensamento della figura dell'obiettore. "Se fare
il soldato diventa una professione e una scelta volontaria, l'obiezione decade?",
si chiedeva Giancarla Codrignani. "Certamente no. Ma ne cambia inevitabilmente
la filosofia. E nasce l'esigenza di collegarla a un'altra funzione, quella
di dare senso a un servizio civile destinato a offrire contributi di civiltà
ai Paesi in via di sviluppo" (3).
La mattina del 26 giugno il Senato doveva votare la procedura d'urgenza per
il progetto di riforma dell'obiezione di coscienza che era stato approvato proprio
da Palazzo Madama nella passata legislatura, ma la votazione non ebbe luogo
e perciò l'iter della legge dovette continuare il percorso normale.
Nel mese di giugno la Direzione Generale della Leva inviò a tutti i Comuni
che avevano obiettori in servizio una lettera con la quale comunicava che,
essendo i Comuni enti pubblici, per loro veniva in parte a mancare l'obbligo
di fornire agli obiettori vitto e alloggio.
Con il decreto legge n° 346 del 1° luglio, fu concesso agli obiettori
di intervenire a fianco delle popolazioni della ex Jugoslavia. All'inizio del
seguente mese di ottobre i distretti militari distribuirono una circolare,
nella quale si informava che gli enti interessati avrebbero dovuto inoltrare
la richiesta a Levadife, indicando la zona d'impiego, la data di inizio
del servizio all'estero, la presumibile durata e la dichiarazione di totale
responsabilità da parte dell'ente e di esclusione di qualsiasi onere
aggiuntivo a carico dello Stato. L'invio nei territori della ex Jugoslavia poteva
però avvenire solo con una richiesta di accettazione da parte dell'obiettore
interessato (4).
Il 9 luglio il Consiglio regionale del Piemonte approvò con ventisette
voti favorevoli e cinque astensioni l'ordine del giorno n° 235, che invitava
i parlamentari piemontesi a proporre l'emanazione di una legge che accordasse
ai giovani il diritto soggettivo di optare tra il servizio militare e il servizio
civile sostitutivo (5).
Dopo l'azione della Caritas nazionale ci furono contatti tra l'ente e il ministero
della Difesa, che portarono a un blocco delle precettazioni per il mese
di luglio; in altre parole in quel mese non furono assegnati obiettori, neppure
quelli che avevano richiesto espressamente di andare in Caritas.
AA.VV., Cecenia. Nella morsa di un impero, Gerini e associati, 2003, pagg.
174, € 12,50.
Questo libro getta luce sulla morsa che da quattrocento anni tenta di stritolare
un Paese grosso come l’Abruzzo, rispondendo a tante domande, anche alle
più scomode e crudeli.
Il testo consente un’agile e puntuale conoscenza della Cecenia. La prefatrice
Sophie Shihab, inviata di “Le Monde”, scrive: “Scopo del libro
è ricordare fatti che non hanno equivalenti nel resto del mondo. Quanti
saremo a ricordarci che la Cenenia, che ha meno di un milione di abitanti, è
occupata dall’esercito di un Paese che ne conta centoquarantacinque? Un
ceceno su dieci è stato ucciso. Queste cifre, se riferite alla Francia,
parlerebbero almeno di sette milioni di morti”.
La Cecenia resta per i più, a distanza di quasi dieci anni dall’esplosione
di una violenza che l’ha resa “il peggio del peggio” di un
pianeta così devastato, una parola associata a notizie incomprensibili
per chi abbia perduto le puntate precedenti. Il libro, edito originariamente
in Francia, è scritto da dieci autori che in maggioranza sono stati in
Cecenia e che rispondono, secondo le loro competenze, a dieci domande essenziali:
quali sono le dimensioni del disastro? perché i ceceni si battono? sono
gli islamici i responsabili della guerra? è una guerra per il petrolio?
perché la guerra non ha fine? come funziona la rimozione e la disinformazione?
che ripercussione ha la guerra sulla società russa? e sulla cecena? chi
è responsabile della violenza contro i civili? quale impegno solidale
è possibile di fronte all’atteggiamento rinunciatario della comunità
internazionale?
Grozny è diventata la capitale più bombardata del mondo dopo la
seconda guerra mondiale: nel 1994-95 in nome della repressione del banditismo
e nel 1999-2000 in nome della lotta al terrorismo. In entrambi i casi il Cremlino,
e con esso la comunità internazionale, lo dichiararono un “affare
interno”.
Nel 1944 l’intero popolo ceceno fu deportato, nel giro di un giorno e
una notte, in Kazakistan e in Siberia; i superstiti tornarono soltanto dopo
il 1956. Ora il 30% di loro vive in campi profughi.
La resistenza di oggi, dalla nonviolenza a quella militare fino al terrorismo
islamista e suicida, ha motivazioni diverse. Il vicolo cieco in cui guerra e
occupazione hanno cacciato sia la Russia sia il popolo ceceno hanno persuaso
le persone più sagge della necessità di affidare la volontà
di pace a un’amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite, che dovrebbe
essere in grado di garantire il disarmo di tutte le forze cecene e il ritiro
delle russe, per governare la transizione a una condizione in cui il popolo
ceceno sia chiamato a pronunciarsi attraverso libere elezioni sullo statuto
del Paese e sui suoi governanti.
Senza il riconoscimento e l’affermazione della democrazia in Cecenia è
inarrestabile la deriva militarista, nazionalista e mafiosa della Russia e la
deriva islamista e terroristica della resistenza cecena.
Fra le molte cose che il libro trasmette sta l’impegno per il diritto
e la pace da parte di cittadini e associazioni russe, come Memorial e le organizzazioni
delle Madri dei soldati.
Adriano Sofri
V. LANTERNARI, Ecoantropologia, Edizioni Dedalo, Bari 2003, pagg. 433, €
20,00.
Fin dagli inizi dei processi di civilizzazione, il rapporto della nostra specie
con le forze che regolano gli equilibri del pianeta ci ha portati a considerarci
privilegiati fruitori esclusivi della natura terreste, ma anche suoi affidatari,
responsabili di quel delicato equilibrio che ha reso possibili il sorgere della
vita. Il Dio della Genesi ha consegnato la Terra all’uomo ma anche l’uomo
alla Terra.
Sul rapporto fra uomo e ambiente si sono formati due partiti: quello degli antropocentrici,
per i quali l’uomo è la misura di tutte le cose e quindi ha il
diritto di spremere il pianeta fino all’ultima goccia, irridendo gli allarmi
ecologici; e quello degli ecocentrici, che obiettano che gli attuali livelli
di sfruttamento del pianeta non solo ne alterano i naturali equilibri, pregiudicando
l’avvenire degli altri viventi e il nostro, ma che chi ne fa le spese
sono soprattutto le masse umane più povere, perché lo sviluppo
a ogni costo va a vantaggio della ricca minoranza occidentale e del suo cieco
iperproduttivismo.
Siamo alle soglie di una catastrofe ambientale? Tra gli scienziati c’è
chi non ci crede e sostiene che siamo in presenza di normali assestamenti dell’equilibrio
naturale del sistema Terra, che già si sono succeduti nel corso di milioni
di anni. Altri scienziati sostengono invece che processi così rapidi
come quelli che stiamo sperimentando non si erano mai verificati prima nella
milionaria storia della Terra. Sono alternative che Lanternari descrive con
rigore scientifico.
A questa dicotomia l’autore contrappone poi una visione ecoantropologica,
che tiene conto sia delle richieste del pianeta sia quelle dell’universo
umano, come ne erano consapevoli le culture tradizionali che avevano elaborato
modelli di interazione tra le esigenze umane e il mondo naturale.
La nonviolenza come metodologia contro la violenza negli stadi
Ricordo ancora la tragedia dell'Eisel in Belgio e ricordo purtroppo anche il
sadico entusiasmo del grande Platini esultare per aver segnato il goal che dava
alla Juventus una Coppa Europea sporca di sangue. Me le scene puntuali, tragiche,
precise, nitide che ho potuto vedere alla TV allo stadio di Avellino nel mese
di settembre per la partita Avellino-Napoli mi hanno veramente impressionato.
Rivedo la comprensibile ma anche goffa fuga del Carabiniere di mezza età
che nulla poteva fare se non sfuggire alle randellate dell'ultrà vigliacco
e mascherato. Ho persino visto per ben tre volte i volontari infermieri della
Misericordia di Avellino venire respinti e depredati della barella usata poi
come ariete per abbattere la rete e distruggere ogni cosa.
Credo che ormai la misura sia colma e non ci siano alibi per i "Signori
del calcio" che hanno trascorso la torrida estate a stravolgere leggi e
regolamenti, il tutto per l'interesse economico delle Tv criptate: è
rimasto ben poco della sana competizione di un gioco così appassionante
che può essere ben definito "globale " perché praticato
in tutto il pianeta soprattutto dai bambini, magari con pallone di stracci.
A me pare che anche le "partite del cuore" animate da saggi ideali
e organizzate da quella brava persona che è Gianni Morandi abbiano fatto
il loro tempo: sono diventate rituali, spesso legate alle guerre terribili contro
le quali bisogna ogni giorno impegnarsi perché non avvengano.
Ormai non ci sono più alibi per gli operatori del mondo del calcio, o
si inverte la tendenza o la resa ben presto sarà definitiva. Ricordo
nella mia città striscioni aberranti contro le opposte tifoserie utilizzando
il linguaggio antisemita tipo "sporchi ebrei". Penso ai famosi ultras
di Trieste che dal loro stadio possono vedere la triste Risiera di San Saba,
i cui striscioni sono forse i più antisemiti.
E quello che mi preoccupa è che lo Stato scappa dalla violenza perdendo
il confronto: anzi mettendo a disposizione autisti dei bus, treni speciali,
stazioni e fermate intermedie alla periferia delle città per scaricare
la fiumana degli ultras il cui dopo partita è spesso teatro di distruzione
degli stessi bus o vagoni ferroviari. Non servono neppure le schedature, le
riprese televisive per individuare gli ultras, gli arresti domenicali per non
farli partecipare alle partite o le partite a porte chiuse: è necessario
capire le ragioni profonde di questo vero e proprio conflitto sociale.
Sono convinto che come nonviolenti abbiamo gli strumenti per proporre con forza
una nostra metodologia che sappia superare questo "conflitto" . Noi
dobbiamo capire come mai milioni di persone alla domenica scaricano negli stadi
di tutto il mondo una violenza così devastante e spesso omicida.
Secondo me bisogna cominciare dall'interno usando come "veicoli" di
pace e di riconciliazione gli stessi giocatori: un nome per tutti, Damiano Tommasi,
giocatore della Roma e per un periodo della stessa Nazionale anche presente
agli ultimi campionati del mondo .
Tommasi, veronese, obiettore caritas, insieme a De Francesco, con i soldi delle
ammende dei suoi compagni di squadra, hanno consegnato subito dopo la guerra
un campo da calcio per i ragazzi di Sarajevo: lui contatta la curva degli ultras
e minaccia la sua uscita dal campo in presenza dei cori razzisti nei confronti
dei numerosi giocatori di colore.
Il nostro Movimento Nonviolento è ormai maturo, l'abbiamo visto a Gubbio,
dispone di persone preparate, di formatori di obiettori di coscienza, di caschi
Bianchi che operano dall' Africa (Rwanda) ai Balcani, all'America Latina (Honduras)
per un lavoro di riconciliazione tra le parti in conflitto e le diverse etnie.
Possibile che non si possa entrare in contatto con questi tifosi, preparando
le partite, costruendo assieme i loro striscioni, inserendosi nei vari clubs
per ridare al gioco del calcio la sua bellezza ed emozione? Ricordo che l'ex
Presidente del calcio Padova, Sergio Giordani, vedeva con piacere questa proposta:
chi la condivide si faccia avanti, magari il Presidente del Chievo!!
Alberto Trevisan
Padova
La vaghezza inesorabile della Sinistra
“E’ Tutta Colpa Loro?”
Se la sinistra si batte per il benessere della maggioranza delle persone (pace,
uguaglianza, diritti, sostegno economico, ecc.) perché non vince le elezioni?
“Colpa della destra!”, è una risposta frequente. Per colpa
loro? “Demagogia dei politici della destra, promesse false, manipolazione
dei mass media che appartengono ai padroni ed agli sponsor, le multinazionali.,
ecc.”.
La sinistra, tra quelli che votano per la destra e l’astensionismo, perde
voti ad ogni elezione. Tutto ciò è solamente colpa degli altri?
Il “No Think” della Sinistra
Una Tavola Rotonda mi ha illustrato una mancanza fondamentale della sinistra:
la vaghezza inesorabile, che chiamo “No think.” (Assenza di pensiero).
Cito un caso particolare, ma ne esistono tanti altri; scommetto che anche il
lettore si è spesso scontrato con lo stesso fenomeno altamente deludente:
“Parlano, parlano! Ma non dicono niente”.
Un Incontro Deludente
Domenica 7 Settembre, Festa di Rifondazione Comunista all’ex-Mattatoio,
Roma. Titolo dell’incontro: “L’autunno fertile: idee e scelte
dei Movimenti della Società Civile.” Relatori annunciati nel programma:
Tom Benettollo, Titti Di Salvo, Nicola Frantoianni, Pancho Pardi, Edoardo Patriarca.
Di fatto, però, la maggioranza dei relatori erano altre persone che sostituivano
quelli annunciati (non ho i loro nomi. Comunque sia la mia critica non è
mirata alle persone: voglio parlare di una tendenza che abbraccia tutto il movimento
della sinistra).
“L’Impermeabilità della Politica” ed Altri Problemi
Ma che cosa ho sentito? Cinque relatori hanno parlato per quasi due ore. E che
cosa hanno detto? Hanno spiegato, ognuno, i diversi problemi che affrontano
i movimenti sociali: “la guerra,” “Il Neo-Liberalismo,”
“L’impotenza dell’ONU,” “mettere in discussione
il pensiero unico”, “il fallimento dei vertici”, “la
destrutturazione del Welfare e dei diritti”, “l’impermeabilità
della politica”. Cito precisamente questi loro termini. Vediamo che i
relatori hanno toccato una varietà di problemi globali. Nonostante ciò,
non hanno citato un solo problema specifico italiano. Quindi una persona italiana
può chiedersi “E Io?”. Ancor più importante è
che questi “termini generali” non erano supportati da fatti concreti.
Quindi i problemi rimanevano intangibili. Niente di veramente informativo.
Proposta: “Una Politica Presente”
Più grave, la vaghezza a livello di proposta. Il titolo dell’Incontro
proponeva: “Scelte dei Movimenti della Società Civile.” Vi
cito le scelte proposte dai cinque relatori:
“Un orizzonte alternativo”
“Una cultura di responsabilità”
“Dare coerenza”
“La qualità della risposta radicata”
“La capacità di andare oltre”