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Il sentiero, lungo e bello,
della politica nonviolenta
di Mao Valpiana
Questo numero di Azione nonviolenta è dedicato in gran parte al
resoconto dettagliato dell’iniziativa “In cammino per la nonviolenza”
che è stata preparata nel corso di un anno con le 10 parole della
nonviolenza e si è sviluppata dal 4 al 7 settembre lungo la camminata
Assisi-Gubbio, con il convegno “al posto della guerra”, il
laboratorio per bambini “tra i rami dell’albero” e la
festa per i 40 anni di Azione nonviolenta. Il Movimento Nonviolento ha
investito molto in questa proposta, molte energie fisiche e finanziarie.
Ideale e concreto proseguimento della Marcia nonviolenta Perugia-Assisi
“Mai più eserciti e guerre” del settembre 2000, pensato
e avviato fin dal Congresso di Ferrara del 2002, il progetto ha trovato
subito molto consenso tra gli amici della nonviolenza. Il lungo lavoro
è stato ripagato dal risultato.
Da un punto di vista comune il bilancio politico sarebbe negativo: nemmeno
una riga sui giornali nazionali, nessun interlocutore esterno. Ma noi
non cercavamo questo. Cercavamo un luogo periferico, una dimensione dove
poter sperimentare una politica non urlata, fatta a bassa voce, e quel
che cercavamo l’abbiamo trovato.
Finalmente abbiamo realizzato un evento nel quale siamo davvero riusciti
a mettere in pratica il “più lentamente, più profondamente,
più dolcemente”. Ci siamo presi tutto il tempo per fare le
cose bene e con calma. Abbiamo camminato piano per aspettare gli ultimi.
Abbiamo approfondito le ragioni della nonviolenza scavando in fondo al
significato delle 10 parole. Abbiamo apprezzato la bellezza del paesaggio,
cercato relazioni vere, fatto festa con semplicità. Finalmente
un’iniziativa senza l’ansia di dover conquistare una notizia
sul giornale, nessun leader da intervistare, senza volti noti cui affidare
il comizio finale; finalmente una marcia senza slogan idioti, senza egocentrici
pronti all’assalto della telecamera; finalmente un convegno senza
la smania di dover approvare un documento, senza niente da votare; finalmente
un concerto senza primedonne, big o star; finalmente una volta in cui
i bambini partecipano davvero da bambini; finalmente con pochi soldi si
sono fatte tante cose, senza sprechi, con il bilancio in pareggio (chi
ha una minima esperienza di eventi istituzionali, organizzati da partiti
o da associazioni, sa di cosa sto parlando). Abbiamo realmente sperimentato
un modo nonviolento di condurre un’iniziativa politica. E questo
è già un valore in sé.
Sappiamo di non dover guardare ai numeri, ma alla qualità della
proposta. Il confronto fra le poche decine del sentiero nonviolento e
le migliaia di una qualsiasi manifestazione pacifista sarebbe schiacciante.
Ma non è questo. La nostra proposta era circoscritta e limitata
e mirava proprio al coinvolgimento personale di chi vuole intraprendere
un cammino nonviolento particolare e specifico. In questo senso tutti
i partecipanti hanno espresso soddisfazione, si sono sentiti protagonisti
di un evento importante per se stessi e per la crescita del Movimento,
che ha dimostrato di avere la maturità, l’autorevolezza e
la capacità di mettere in campo molte risorse umane per poter realizzare
la propria politica della nonviolenza.
Per poter agire (“Azione” è il titolo della nostra
rivista) ci vuole una coscienza salda, personale e collettiva. Questa
iniziativa ha certamente rafforzato la coscienza del nostro Movimento.

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Camminare assieme è meglio che camminare da soli
Salire sulle colline per vedere più ampiamente l’orizzonte
di Daniele Lugli
L'Assisi - Gubbio è stata una buona cosa. Ce lo siamo detti in
vari momenti. Contiamo ora sia uno stimolo a farsi ciascuno, come piccolo
gruppo coinvolto e come Movimento Nonviolento, promotore di altre iniziative
ispirate alla nonviolenza.
In tre punti avevamo sintetizzato la nostra proposta:
*camminare insieme, in un rapporto più vicino con noi stessi e
tra noi, e con la natura,
* migliorare le nostre convinzioni nel confronto più aperto delle
idee,
* ritrovarsi accanto in un momento di festa, che propone l'apertura gioiosa
alla esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti.
Abbiamo camminato insieme e fin dalla partenza abbiamo sentito che altri
camminavano con noi. Le ragazze e i ragazzi della “Carovana della
pace” del Gruppo di Impegno Missionario dei comboniani, in primo
luogo. Siamo partiti in direzioni apparentemente diverse, ma la partenza
comune non è stata un congedo. Lo assicurano le parole e i doni
scambiati, la compagnia che due giovani del GIM ci hanno fatto per la
prima tappa, la consapevolezza di essere sulla stessa strada. Con noi
camminava Massimiliano, fisicamente con i GAN a Riva del Garda a portare
un segno di nonviolenza. Il tamburo e l'incessante preghiera di Morishita
hanno accompagnato l'intero percorso, sostegno nel percorso esterno e
invito alla meditazione.
Più intensi sono le parole e i sorrisi scambiati camminando e nelle
soste. Conforta la consapevolezza che c'è chi si preoccupa della
nostra fame, della nostra sete, della nostra stanchezza, cosicché
tutti possano completare il cammino. Anche chi pensava di ritornare prima
è poi rimasto per gli incontri di Gubbio. Un Centro di Orientamento
Sociale itinerante è stata la nostra iniziativa. La compagnia dei
cani avrebbe avuto l'approvazione, oltre a quella di Francesco, di Aldo:
io posso rallegrarmi che anche gli animali siano presenti, diceva parlando
dei suoi COS.
Il camminare ha ispirato diverse riflessioni. Non meraviglia. Camminare
è addirittura un modello di vita nella proposta di Henry David
Thoreau, disobbediente civile e ispiratore di Gandhi. Noi abbiamo camminato
nella terra di Francesco e di Aldo Capitini. Delle peregrinazioni di Francesco
sappiamo. Forse meno noto è l'invito di Aldo alla salita dei colli
e delle montagne, stimolando a cercar di vedere più ampiamente
l'orizzonte. Siamo forse ora più consapevoli che camminare è
muovere il piede che sta dietro, è rompere il proprio equilibrio
per conquistarne un altro più avanti, che camminare assieme è
meglio che camminare soli, che ogni collina conquistata schiude lo sguardo
su altre colline e montagne, che il varco della nonviolenza è costituito
da un assieme di varchi. E la salita è appena cominciata.
Il convegno è stato molto partecipato e vivace. Sono mancati relatori
che avevano promesso di intervenire. Ce ne spiace per noi e per loro.
Un saluto non di maniera ci ha portato il Sindaco. Al Convegno sono giunte
persone che alla camminata non avevano potuto partecipare e c'è
stato un modesto, ma significativo, coinvolgimento di persone del posto.
Si è avviato un confronto complesso e molto aperto. È la
discussione che ci serve. Vuol dire infatti - ripeteva Capitini - scuotere
con forza, per saggiare la validità dei nostri argomenti e abbandonarli
o migliorarli, non per sancirne, con abile retorica, il trionfo. Sono
emersi, nel loro difficile rapporto, il carattere planetario dei problemi,
la valorizzazione del ruolo dell'Europa quale attore di pace, la rinnovata
centralità del Mediterraneo, la missione dell'ONU profondamente
in crisi, l'azione nonviolenta dal basso capace di incidere sulle istituzioni.
Nessun momento può essere trascurato. C'è da lavorare, scavare
in profondità, sperimentare. Con rigore e fedeltà a quel
po' di principi della nonviolenza, che abbiamo fatti nostri, ma anche
con la massima apertura. Non partiamo da zero. Ce lo assicura la mostra
delle copertine di Azione nonviolenta, ben curata da Marco, e l'intera
collezione in visione al piano terra del Centro Servizi, che ha ottimamente
ospitato l'iniziativa. È così che la realtà può
venirci incontro, a cominciare dall'istituzione di corpi europei di pace.
Nel coerente perseguimento di questo obiettivo misureremo l'effettiva
volontà di pace degli uomini della politica, di ogni schieramento,
così pronti ad affermarla a parole. Il Convegno voleva anche essere
momento di incontro delle diverse realtà organizzate che fanno
riferimento alla nonviolenza. Forse la concomitanza di altri appuntamenti,
importanti e sotto gli occhi della televisione, ha limitato un incontro
della nonviolenza che continuiamo a ritenere importante e che riproporremo.
Ci incoraggia il preciso invito che aderenti ad altre associazioni, personalmente
partecipanti all'iniziativa, ci hanno rivolto in tal senso.
La festa per i primi quaranta anni di Azione nonviolenta è stata
bella. È una festa e non uno spettacolo, badava a ripetere Mao,
ottimo animatore. Abbiamo visto ed ascoltato, molte cose belle, che generosamente
ci sono state offerte. Bellezza è una parola importante nel percorso
delle dieci parole che ci ha portato a Gubbio. È stato anche un
momento di felicità comune. Abbiamo contribuito tutti a crearlo.
Viene voglia di allargarlo perché, come insegna Sergio Endrigo
nella canzone che abbiamo molto cantato, sarebbe bello fare festa tutti
insieme/ e non si può perché e non si può perché/
fanno festa i musulmani il venerdì/ e il sabato gli ebrei / la
domenica i cristiani/ e i barbieri il lunedì.
Tutta l'iniziativa è stata sotto la luce della festa, di una festa
per tutti: dall'avvio del cammino con i giovani della carovana della pace,
all'incontro lungo il sentiero con padre Jean Marie Benjamin, alla sagra
di Valfabbrica, all'incontro con l'eremita di San Pietro in vigneto, alle
bevande e ai biscotti che, in vista di Gubbio (ma continuavano a mancare
svariati chilometri) Marie Claude ci ha fatto trovare. Festa è
stata l'accoglienza alla Vittorina, da parte dell'amica vice sindaca e
di un giovane francescano, con la liturgia laico-interreligiosa, alla
quale ho partecipato con il monaco buddista Morishita e padre Angelo Cavagna,
rivelatosi anche straordinario camminatore oltre che maestro di nonviolenza.
Festa ci hanno fatto gli sbandieratori in piazza Grande la mattina successiva
al nostro arrivo.
Festa è stato il pranzo finale, allestito dalla bottega del commercio
equo solidale. Un piccolo disguido organizzativo (ma chi ha lavorato all'organizzazione
è stato bravissimo) aveva portato ad allestire qualche pasto in
meno degli effettivi partecipanti. Ma tutto si è risolto, tutti
hanno trovato posto, mangiato e bevuto bene prima di lasciarsi con un
arrivederci.
È stato infine il laboratorio di Loretta a toccare uno dei punti
più alti e profondi di questa Assisi-Gubbio. Ragazze e ragazzi,
che avevano compiuto il cammino, assieme a coetanei di Gubbio (scuole
tra elementari e medie) hanno realizzato pienamente un incontro ai grandi
solo in parte riuscito. In un parco collocato nella parte alta di Gubbio
sono stati invitati a un rapporto particolare con gli alberi, fino a sceglierne
uno, a entrare nella sua scorza e a parlare per lui, realizzando scritte,
disegni, forme poi appese ai rami. Così il parco si è riempito
di considerazioni e domande. Ricordo una curiosità Cosa succede
nelle case? e un emozionante Dov'è il mare? su un foglio azzurro.
Loretta alle pagine 12 e 13 ci racconta del suo bel laboratorio col quale
ha proposto una concreta esperienza di nonviolenza. Io la ritrovo nelle
parole di Aldo: La nonviolenza è una presa di contatto col mondo
circostante nella sua varietà di cose, di esseri subumani e di
esseri umani, è un destarsi di attenzione alle singole individualità
di tutti questi oggetti circostanti per porsi un problema: “che
cosa è questo singolo oggetto? Qual è la sua caratteristica,
la sua vita, la sua libertà, il suo formarsi dal di dentro?”.

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Incontrare il lupo, dentro e fuori di noi. Imparare a sognare.
Riconvertire l’economia. Disarmare. Vivere una vita felice.
di Nanni Salio
Il lupo cattivo
Il lupo è la metafora del potere, in una molteplicità di
accezioni. Proviamo a elencarle e a vedere che implicazioni hanno per
noi. Nella concezione tradizionale dominante il lupo è il nemico,
colui con il quale non ci sono margini di manovra e possibilità
di mediazione.
Ricordiamo i tanti slogan urlati negli anni ‘60 del tipo: “il
potere si abbatte e non si
cambia”, “il potere si regge sulla canna del fucile”,
e così via. È questo un significato del potere che non ci
appartiene e che intendiamo sfidare e cambiare.
I lupi della P2
I lupi della P2 sono tutte le forme della politica arrogante e centralistica
che trasformano la democrazia in oligarchia, il malessere di cui soffrono
oggi tutte le principali democrazie del mondo. I lupi della P2 sono i
bulli internazionali, con cognomi che, per l’appunto, iniziano quasi
tutti per B. Ma alla P2 possiamo attribuire anche un altro significato
che, ironicamente, è simmetrico a quello dominante. Nell’esaminare
gli eventi culminati nel 1989, Johan Galtung propone una interpretazione
che si basa sulla tripla P2, intesa come manifestazione congiunta del
People’ Power, del Primato della Politica e della Politica di Pace.
Per noi ciò significa ricominciare dal potere dal basso, invece
che puntare alla presa del Palazzo d’Inverno. Ogni potere, anche
il più apparentemente monolitico, si basa sul consenso e la nonviolenza
oltre che il “varco della storia” è anche “la
talpa della storia” che scava e fa implodere le strutture dominanti.
Dopo l’implosione dell’impero sovietico, sarà la volta,
quanto prima, di quello statunitense. Dobbiamo cominciare a lavorare a
partire dalle municipalità, quei luoghi in cui la cittadinanza
è più vicina ai centri di potere e più in grado di
condizionarli e trasformarli. Sono quegli stessi luoghi protagonisti,
insieme ai movimenti globali, della nuova stagione di partecipazione dei
bilanci partecipativi di Porto Alegre. E sono inoltre i luoghi disarmati
in cui già si sperimenta la trasformazione nonviolenta dei conflitti.
I lupi dell’economia
Ogni pretesa di costruire modelli su larga scala è segnata dalla
possibilità di commettere errori madornali. L’umanità
ha costruito una scala delle proprie organizzazioni sociali in massima
parte non sostenibile, per esempio le città. Questo modello funziona
grazie al petrolio, ma stiamo entrando (o siamo già entrati) nel
cosiddetto “picco di produzione geofisica” (picco di Hubbert),
che corrisponde metaforicamente ad avere “bevuto” metà
delle risorse disponibili nell’intero pianeta. Uscire dall’economia
doppiamente mortifera del petrolio (guerre e cambiamento climatico globale)
è impresa possibile, sebbene impegnativa. L’ alternativa
più coerentemente nonviolenta è quella delle energie rinnovabili
solari, illimitate, decentrate, democratiche, di piccola scala e di piccola
potenza, che richiamano l’ideale della rete di villaggi nonviolenti
di ispirazione gandhiana, oggi resi ancora più possibili dalle
nuove tecnologie dell’informazione.
La riconversione ecologica e solidale dell’economia è sempre
più urgente per contenere e ridurre quella violenza strutturale
la cui incidenza è pari a 100.000 vittime al giorno, ben superiore
alla violenza diretta della guerra. Il paradigma della “semplicità
volontaria” è la chiave di volta per tradurre in concrete
esperienze quotidiane questo ambizioso progetto.
I lupi della guerra
Contrariamente a quanto si sente spesso dire, i mezzi sono più
importanti (o lo sono quantomeno altrettanto) del diritto internazionale,
che viene bellamente e impunemente calpestato e stracciato dalle strutture
di potere dominanti, ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Il nodo cruciale, istituire o meno un esercito dell’Unione Europea
oppure mantenere gli eserciti nazionali, è riduttivo e fuorviante
se non si affronta la questione di quale difesa l’Europa vuole darsi.
Il primo passo immediato è uscire da un modello che è di
fatto offensivo, indipendentemente dalle intenzioni. Finché si
produrranno armi di distruzione di massa, e più in generale sistemi
d’arma offensivi, ci sarà sempre chi vorrà impadronirsene
e chi, prima o poi, dittatore o bullo internazionale, ne approfitterà,
giunto al potere. La tecnica ci ha resi obsoleti come esseri umani perché
non siamo più in grado di controllarla.
Possiamo avanzare una duplice proposta, per noi e per “gli altri”.
La nostra ipotesi è quella di una difesa popolare nonviolenta da
raggiungere attraverso il disarmo ma, poiché non possediamo una
bacchetta magica, dobbiamo ammansire i lupi, capire che cosa sognano,
parlare con loro. Il primo passaggio è quello verso una difesa
veramente difensiva e questo implica lo smantellamento di tutti i sistemi
d’arma offensivi, pertanto di tutte le armi a lungo raggio predisposte
per colpire e portare l’offesa oltre i confini. Contemporaneamente
è possibile avviare la transizione, il famoso transarmo, verso
una difesa popolare nonviolenta, parzialmente compatibile, finché
la transizione non sarà completata, con la difesa difensiva.
E poiché senza un finanziamento serio ogni progetto rimane lettera
morta, una proposta concreta può essere quella del 5%: cerchiamo
e/o costruiamo una forza politica che inserisca nel suo programma, per
la prossima legislatura, una riduzione annuale del 5% delle spese militari
per impiegare gli stessi fondi nella costruzione di una forza nonviolenta
di pace, sulla scia di quanto già è stato realizzato: Corpi
Civili di Pace, Caschi e Berretti Bianchi, Operazione Colomba, PBI, Donne
in Nero. Infine, lanciamo una poderosa campagna di contribuzione fiscale:
“Se vuoi la pace, paga per la pace”, ovvero finanzia, dal
basso, la forza nonviolenta di pace.
I lupi della cultura
Chiediamoci “che cosa sognano i lupi ?” e domandiamoci anche
qual è il nostro sogno. Abbiamo un sogno veramente nostro? Siamo
capaci di esplicitarlo? Sappiamo confrontarlo con i sogni e i progetti
dei lupi?
Ma attenti, perché qualche volta si rischia di sfociare nel delirio
di onnipotenza. Dobbiamo imparare a sognare, a dichiarare il nostro sogno,
I Have a Dream, come ha fatto quarant’anni fa, di questi giorni,
Martin Luther King.
Abbiamo bisogno di coltivare sogni capaci di permetterci di vivere nel
regno dell’incertezza che ci sovrasta, perché siamo esseri
finiti e fallibili. Nessuna ingegneria sociale può assicurarci
un modello a prova di errore. Capire questo è vitale per una cultura
della nonviolenza.
Abbiamo bisogno di scavare in profondità. Su temi quali la globalizzazione,
la mondializzazione, i problemi su scala globale, dobbiamo sapere che
nessuno possiede una conoscenza tanto ampia ed esaustiva da essere a prova
di errore. Gli stessi dati su scala planetaria rispetto all’uso
e all’esaurimento delle risorse, o ai mutamenti climatici incipienti
non sono facili da verificare. Viviamo in una costante condizione di incertezza
e di ignoranza e pertanto dobbiamo rifarci a quell’autentico “principio
di responsabilità” (Jonas), che oggi chiamiamo “principio
di precauzione”. Siamo man mano passati, quasi senza accorgercene,
da una scienza e una tecnologia di laboratorio a una tecnoscienza che
ha per laboratorio il mondo intero. Se prima era implicito che potevamo
correggere gli errori e imparare da essi, ora dobbiamo evitare di commettere
errori non correggibili, su larga scala, che ci impediscano di tornare
sui nostri passi. Abbiamo costruito quella che è ormai riconosciuta
da autorevoli sociologi come “società del rischio”
(Ulrich Beck) o “società dell’incertezza” (Zygmunt
Bauman), ma ci manca un’etica condivisa con cui far fronte non più
alla natura esterna, ma alla nostra hybris prometeica.
E’ diventato sempre più impellente avviare nell’Unione
Europea un’ampia riflessione sulla cultura tecnico-scientifica intesa
nella sua complessità: dagli OGM, alla biotecnologia, all’informatica,
alle nanotecnologie, alla questione energetica e al cambiamento climatico.
Se ben compreso e ben applicato, il principio di precauzione potrà
diventare uno degli strumenti operativi principali nella ricerca senza
fine di una conoscenza scientifica che ci permetta di comprendere l’ecologia
globale del pianeta e degli esseri umani. La scienza è un percorso
di “caccia agli errori”, ma oggi più che mai tali errori
devono essere sufficientemente piccoli per poterli correggere, altrimenti
rischiamo la catastrofe.
I diritti dei lupi
La figura del lupo può essere letta in versione ecologica: i diritti
dei lupi, appunto. Il primo passo è il rispetto per l’avversario.
Chiediamoci quali lupi possiamo incontrare, come incontrarli, come parlare
con loro.
C’è poi una versione antropologica che ci richiama al lupo
che è dentro di noi. Etty Hillesum ci ricorda che non è
possibile analizzare il male senza scoprire il marcio che è radicato
in noi. E, al contempo, sappiamo che i lupi possono essere tali perché
gli altri sono agnelli, cioè sono pavidi, incapaci di interrogarsi
e di vivere liberi, senza paura, pensando con la propria testa.
Il lupo e Cappuccetto Rosso
Il lupo di Cappuccetto Rosso ha suggerito molte chiavi di lettura. Nella
cultura femminista la favola rappresenta l’iniziazione di Cappuccetto
Rosso alla sessualità. La bambina non ha paura del lupo, anzi lo
cerca. L’incontro è per lei esperienza di liberazione e scoperta.
Dobbiamo insegnare ai lupi ad amare, questo è un compito che le
donne dovranno includere esplicitamente nel loro programma di liberazione
della condizione femminile: aiutare i lupi maschi a uscire dai ruoli del
machismo, della violenza, della guerra. Insegnare loro l’etica della
cura e dell’amore, aiutarli a vivere una sensualità e sessualità
nonviolenta, ispirandosi alla loro esperienza millenaria che risale a
quelle società matriarcali che probabilmente ancora non conoscevano
la guerra.
Anche i lupi soffrono
Che cosa spinge i lupi a condurre una vita che si ritorce contro di loro,
a seguire schemi e rituali comportamentali come il vestirsi tutti nello
stesso modo come tante copie clonate del capo, concentrati solo sulla
conservazione del potere? Vorremmo riuscire a dir loro che quel modo di
vivere non è l’unico possibile, che potrebbero essere molto
più felici se facessero un diverso utilizzo del loro denaro, della
loro intelligenza e della loro intraprendenza. Vorremmo aiutarli a uscire
dalle gabbie dorate in cui si sono rinchiusi, perché la vita è
bella, ha molto da offrire, ma bisogna essere liberi e generosi per gustarne
i frutti.
Francesco e il lupo
Fare il solletico al lupo: farlo ridere, disorientarlo, raccontargli barzellette
nonviolente, impegnarci a dare un’immagine costruttiva della nonviolenza
non solo come richiamo etico ma come possibilità di vivere, qui
e ora, nonostante tutto, in maniera felice. In questo modo potremo offrire
una proposta appetibile ai giovani che chiedono di incontrare la nostra
gioia, il nostro sorriso, il nostro sguardo e scopriremo anche, per ciascuno
di noi, un modo per rimanere giovani, una sorta di elisir di lunga e dolce
vita lungo i sentieri della nonviolenza.

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Realizzare in Europa una forza di difesa nonviolenta
Chiedere la costituzione dei Corpi Civili di Pace
Di Gianni Tamino
È possibile un ruolo di pace per l’Europa all’interno
di un modello violento, in cui gli eserciti servono essenzialmente a mantenere
il dominio sulla natura e sulle sue risorse, e a garantire un tenore di
vita altissimo per una minoranza dell’umanità? Forse sì,
se le popolazioni sapranno esprimere movimenti capaci di incidere davvero
sulla politica europea.
L’Unione Europea si è evoluta sin qui su base non politica
ma economica. Il trattato di Roma è stato qualcosa di simile a
ciò che il WTO è oggi per il pianeta, vale a dire un accordo
commerciale per il libero scambio. In seguito abbiamo visto come la ‘Comunità
Economica Europea’ si è trasformata gradualmente in ‘Comunità
Europea’ e, oggi, in ‘Unione Europea’. La scelta delle
parole non è casuale. Si è ormai coscienti del fatto che
non basta costruire alleanze economiche, occorre una strategia politica.
Oggi, però, manca un lavoro politico di massa per chiedere una
inversione di rotta all’attuale modello economico. Risuona ancora
l’affermazione di Bush, suicida per tutti anche per il suo Paese,
secondo la quale il tenore di vita degli americani non deve essere messo
in discussione. Questo stile di vita è ammesso per due miliardi
di persone, ma gli abitanti della terra sono il triplo e non si può
pensare di mantenere in condizioni di povertà gran parte dei popoli
del mondo.
La prima conseguenza del passaggio previsto dell’Unione Europea
da 15 a 25 membri è che i nuovi entrati chiederanno di accedere
allo stesso livello economico degli altri paesi. Ciò significa
che, o i “vecchi” 15 faranno un passo indietro, o i “nuovi”
10 dovranno avere la possibilità di crescere.
Nel giro di pochi anni – secondo alcune stime, nel giro di un decennio
– un miliardo di indiani e un miliardo e mezzo di cinesi avanzeranno
la medesima esigenza. Già oggi 800 milioni di cinesi si avviano
verso il nostro modello di consumo. Nel giro di dieci, quindici anni non
ci saranno più risorse sufficienti per questa parte del pianeta,
ed è ragionevole che nuovi conflitti scoppieranno per il controllo
del mercato, quei conflitti che fino ad oggi siamo riusciti a isolare
nella periferia dell’impero, dove si combatte per il controllo delle
risorse naturali in una logica puramente violenta.
Nei paesi nuovi al consumismo la violenza si chiama mafia e controlla
i processi economici fondamentali. Il partito comunista cinese ha connessioni
evidenti con la mafia di Hong Kong e la gente lo tollera come una nuova
dinastia di mandarini, contenta che la giornata lavorativa sia scesa da
24 a 20 ore al giorno e per la nuova diffusione dei telefoni cellulari…
Il controllo mafioso che impone con la violenza le scelte politiche fondamentali
esiste anche, diversamente, nelle democrazie occidentali. Sarebbe sufficiente
rileggere il programma della P2 per ritrovare fatti che stanno avvenendo
oggi.
L’Europa dei 25 vuole darsi una difesa armata, non una difesa nonviolenta.
Non ritiene possibile proporsi sullo scenario internazionale con una condizione
diversa, che pure sarebbe di grande forza, in una scelta di difesa civile.
C’è, in questo scenario, qualche aspetto positivo? Certamente
sì, nelle sue contraddizioni. La prima è quella tra l’ipotesi
di costituire un esercito europeo e l’appartenenza alla NATO. I
10 nuovi membri dell’Unione, prima di entrare in Europa, erano diventati
membri NATO e sono, per questo, molto vicini alla politica statunitense,
come si è evidenziato in occasione della guerra in Iraq.
All’interno dell’Unione manca un blocco interno capace di
fare da guida sul piano politico. È mancata fin qui quella leadership
culturale che avrebbe determinato un salto di qualità e l’assunzione
di un ruolo politico reale.
Mentre ci si dibatte tra il progetto di un esercito europeo e l’adesione
alla Nato, è questo il momento per insistere affinché si
realizzi in Europa una forza di difesa nonviolenta, non conflittuale con
la Nato. Il Parlamento e il Consiglio Europeo hanno più volte approvato
il progetto dei Corpi Civili di Pace, ne è stata più volte
ribadita la necessità e la fattibilità. Questa, che per
noi è LA opzione, deve riuscire a passare in un ambito politico
più largo, accettando il fatto che per chi l’accetta sarà
solo UNA delle possibilità.
Chiediamo la costituzione di un Corpo Civile di Pace che abbia il compito
non di rincorrere i conflitti già esplosi ma di intravederne precocemente
le cause in un’ottica di prevenzione, non solo per stabilire un
confronto e un dialogo tra i popoli ma per incidere sulle ragioni reali
e profonde, al di là dei pretesti religiosi che vengono ritualmente
portati all’attenzione pubblica.
Il WTO oggi è un organismo che assicura una violenza globalizzata,
per cui c’è chi corre in Ferrari, chi in scooter, chi in
bicicletta, chi a piedi e chi è zoppo. Quello che dobbiamo chiederci
è in che modo l’opinione pubblica dei venticinque paesi europei
può proporre un’alternativa a partire dai rapporti economici.
Il movimento può essere protagonista di una azione attiva per dire
sì a quei processi che, secondo una rete diffusa che unisce ogni
paese alla Unione Europea e al mondo intero, promuovano nuovi modelli
di vita, modifiche radicali nei consumi e nei meccanismi di produzione.
I Corpi Civili di Pace dovrebbero essere impiegati per portare un messaggio
in questo senso, non per mantenere lo status quo, altrimenti saranno al
servizio di quelle stesse condizioni di ingiustizia che rendono impossibile
la pace. Ma ancora, nel movimento di critica a questa globalizzazione,
non è chiara l’esigenza di una scelta nonviolenta…

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Come vede il paesaggio un albero? Che domande si fa un albero?
“Tra i rami dell’albero, il lupo?” Laboratorio creativo
per bambini
Di Loretta Viscuso
Se ai primi di settembre vi fosse capitato di fare una passeggiata al
Parco Ranghiasci di Gubbio, sareste stati sicuramente incuriositi nel
vedere tra i rami degli alberi cartoncini colorati, trasparenti, grandi
o lunghissimi. Alcuni erano arrotolati alla corteccia, altri quasi invisibili
si dondolavano da un ramo, altri ancora grandi e coraggiosi guardavano
chi passava.
Sono le parole degli alberi che i bambini di Gubbio insieme a quelli che
hanno partecipato alla camminata Assisi–Gubbio, hanno lasciato dopo
il laboratorio “Tra i rami dell’albero, il lupo”.
Quando mi è stato chiesto di organizzare un laboratorio per i bambini
durante il convegno di Azione nonviolenta a Gubbio, ho detto subito di
sì, pensando che la cosa che mi avrebbe ispirato a creare il Laboratorio
sarebbe stato il dialogo tra Francesco e il lupo.
Come si parla ad un lupo?
Si può parlare a cani, gatti, alberi, fiori? Capiscono?
Per sapere se capiscono dobbiamo diventare lupo, cane, fiore, albero!
In mancanza di lupi l’attenzione si è spostata verso gli
alberi: presenze silenziose dietro le nostre passeggiate: ci ricordano,
nelle città dove abitiamo, che facciamo parte della natura.
In tutte le culture esistono miti e tradizioni che hanno visto nella relazione
tra uomo e albero segni di una vicinanza divina.
Basta pensare ai boschetti sacri dei Celti, all’albero sotto cui
Buddha ottenne l’Illuminazione, alle apparizioni, spesso tra i rami
di un albero, della Madonna.
Ci sono molti modi per avvicinarsi ad un albero. Dal punto di vista botanico
ci viene spiegato che tipo di albero è; ci danno il nome, ci spiegano
se le foglie sono seghettate o cuoriformi; quanto può essere alto,
di che tipo è il legno e che uso se ne può fare.
Per ”far diventare albero” i bambini del laboratorio, la strada
che ho preso è stata un’altra.
I bambini conoscono il mondo che li circonda attraverso i sensi: toccano,
assaggiano, vedono.
Questo essere presenti con il corpo e con la mente insieme, fa sì
che la percezione di quello che fanno possa essere allo stesso tempo profonda,
fresca e leggera.
Eccoli allora tutti intorno a me nel parco di Gubbio a scegliere il posto
dove sarebbero cresciuti se fossero stati alberi: un boschetto di bambini
silenziosi con gli occhi chiusi.
I piedi ben piantati per terra, come radici. Le braccia esplorano lo spazio
a disposizione per far crescere i rami fin dove si può, lentamente
in tutte le direzioni.
Poi gli occhi si aprono e si cerca nel parco un albero da conoscere da
vicino. Ci si siede lì intorno e si guarda l’albero in relazione
ai quattro elementi: il cielo, la terra, l’acqua, il fuoco. Io pongo
domande, loro cercano risposte che rimangono lì sospese, pronte
a essere messe in fila per una percezione dell’albero, creata da
quello che loro stessi un po’ alla volta vedono, capiscono, provano.
Che odore ha un albero? Che sapore ha? I più coraggiosi provano
ad assaggiare la corteccia – non ha sapore, ha un profumo!-.
Poi cambiamo punto di vista: come cambia un albero se lo vediamo da vicinissimo,
da lontano o da distesi? Al parco l’albero scelto lo riusciamo a
vedere anche dall’alto!
Adesso i bambini sono pronti a fare il grande salto: proviamo a vedere
il paesaggio con gli occhi di un albero.
Cosa vede un albero? dove sono gli occhi di un albero? cosa vede da vicino?
di notte? di giorno?
come sente il silenzio, la musica, i rumori?
Ancora una volta pongo soltanto domande che proseguono nella direzione
di: che cosa sente un albero?
Freddo, caldo, l’acqua della pioggia, il vento, le carezze, il peso
dei nidi, la propria altezza, lo sguardo delle persone, i rumori sottoterra…
Cosa pensa un albero? che domande si fa?
A questo punto ogni bambino ha una matita e un foglio e prova a scrivere
le domande e i pensieri di un albero.
I bambini sono concentrati e io che li guardo, vedo crearsi su questi
fogli un po’ alla volta le domande: stanno provando ad essere albero…
ecco:
dove sono?
a cosa servo?
perché le mie foglie sono cadute?
ho paura, eppure questi sono felici.
cosa vedete attorno a me?
voglio sapere di più su di voi, ditemi.
perché sei qui?
che c’è dentro le case?
io riesco a vedere solo attraverso i rami più alti che ho.
io non soffro il sole.
non sento mai qualcosa che mi bagna.
perché il fuoco cerca sempre di bruciarmi?
io sento suoni un po’ oscuri, troppe voci che mi circondano.
io ho foglie verdi sempre ,sempre.
non dobbiamo urlare e non dobbiamo urlare.
chi sono queste persone che passano?
……………………………………….
Adesso ognuno si avvicina ai tavoli con i materiali: ogni frase ha in
se il suggerimento sul supporto più adatto per essere scritta.
Ci sono domande pesanti che vengono avvolte ad un sasso e appoggiate alle
radici, altre così impalpabili da essere scritte col gesso su una
carta velina e lasciate poi svolazzare su un ramo.
Alcune sono lunghe e si avvolgono in più giri attorno al tronco.
Le frasi preziose su carte luccicanti, quelle segrete, nascoste dalle
foglie.
Tutto è pronto adesso perché ogni bambino scelga l’albero
a cui regalare la domanda, gliela legga, lo abbracci e la lasci.
Ci salutiamo ascoltando una storia antica che parla di alberi, ovviamente
.
La mattina del giorno dopo siamo andati a camminare nel parco e abbiamo
incontrato un ippocastano che chiedeva – Cosa c’è dietro
le montagne?-
Più avanti sui rami di un leccio un bagliore azzurro –Dov’è
il mare? –
Un acero si chiede - Come mai sono un albero?-
Da lontano un vecchio noce ha una domanda scritta in verde su un foglio
trasparente –Di che cosa sono fatte le persone?-
Ringrazio i bambini, Giovanna e Maria Clara maestre, Lucio attore, Maurizio
fotografo, Francesca coordinatrice e Paola amica.
Parco Ranghiasci – Gubbio.
6 settembre 2003.
ideato e condotto da Loretta Viscuso.

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Pensieri, commenti, riflessioni di chi ha camminato.
Immagini e sapori dal sentiero Assisi, Valfabbrica, Gubbio
Un glorioso furgone
Il borbottìo arrogante del motore del vecchio Wolkswagen, paurosamente
inclinato su un vicolo perso tra i boschi, non lasciava presagire niente
di buono. Occhiata laterale sullo specchietto appoggiato con distorto
equilibrio sul lato destro della carrozzeria: un fumo denso ingolfa lo
sguardo. Mi fermo. Scendo. Vapori azzurognoli esalano dal motore...ohioi...apro
con cautela lo sportellino sotto il bagagliaio posteriore: nella vaschetta
dell’acqua, il liquido bolle danzando al ritmo di balera sudamericana.
Sta sudando. La salita è stata pesa anche per lui. Vengo raggiunto
da nugoli sempre più variopinti di respiri affannati: sono i partecipanti
al cammino. Secondo giorno, da Valfabbrica a Gubbio, con sosta, già
consumata, presso un eremo disegnato sopra la cresta di una collina. I
volti segnati dalla fatica assumono espressioni di scoramento...cerco
di rassicurare tutti...”Non è niente. Ora si riprende. Ogni
tanto lo fa. E’ solo questione di tempo”. Tutti coloro che
passano si sincerano delle condizioni del furgone. E pensare che appena
acquistato aveva ricevuto solo risate sardoniche e commenti di ironia
pungente e tagliente. Qui no. Finalmente ha un suo spazio: è il
luogo di raccolta delle cibarie e bevande che, nelle rare occasioni in
cui l’asfalto si incunea con i passi del percorso, vengono distribuite
alle mani sudate e alle bocche arse dei camminanti.
Sono estremamente convinto della tenacia e gioia del furgone nello svolgere
questa funzione, poichè questa è l’unica spiegazione
al fatto che dopo quattro giornate intere, anche dopo essere stato sotto
un sole, sì benigno, in quanto placato da brezze lievi, ma pur
sempre caldo, l’ acqua rimaneva fresca, come uscita fuori da un
frigo... magari un po’ corroso dagli anni...ma insomma. E non mi
sto riferendo solo a quello: come mai nel gelido risveglio che ci ha colto
la mattina successiva alla prima tappa, dopo aver dormito nel padiglione
senza muratura dell’ impianto sportivo di Valfabbrica, le brioches
sembravano abbastanza tiepide?...uhm, forse perché era talmente
freddo lo spazio...vabbè, qui si sottilizza...che diamine...ma
che bellezza trovarlo lì, anche dopo le notti passate sui campi
in linoleum di palestre di scuole eugubine, per buona sorte costruite
in solida muratura, pronto ad offrire anche colazioni, se non sontuose,
apprezzabili...da pensione, per intendersi.
Insomma, lui ci stava bene.
Tutto questo è emerso, come un arcobaleno dal fiume, durante la
festa per i 40 anni di Azione Nonviolenta, un momento di emozione profonda,
laboratorio di musica, parole, teatro, danza, di canali comunicativi che
si dilatavano, mescolavano i loro contorni, dimostrando, concretamente,
che quando ci si esprime senza l’arroganza tipica del potere ingrigito
dai privilegi, lontani dai toni da giudici, censori dell’altrui
colore, solo per incapacità nel vederlo e riconoscerlo come sfumatura
distinta dal proprio, si può realizzare un terreno vivo di contaminazione,
di sperimentazione di saperi spontanei e autentici.
Forse nessuno di quelli che erano dentro il teatro comunale di Gubbio
se ne è accorto, ma quando le persone presenti si sono unite in
quel girotondo finale sulle note calde della musica di lotta e rivendicazione
di armonia e concordia tra i popoli, ho sentito un sorriso emergere da
fuori...mi sono avvicinato e ho visto il buon Wolkswagen animarsi e delineare
un’espressione di ringraziamento tra il tergicristallo e i fari
anteriori...certo, guardando meglio, si poteva scorgere che il riflesso
intermittente dell’insegna luminosa di una trattoria vicina aveva
tutte le carte in regola per essere il pittore di quello strano effetto...ma,
personalmente ed onestamente, ho preferito lasciarmi il dubbio e tornare
dentro, a concludere il cerchio danzante di questi giorni insieme, per
salutarsi e darsi appuntamento alle conclusioni della mattina dopo al
centro congressi.
Anche qui non ho ascoltato granchè: alcuni spostamenti di oggetti,
cibarie rimanenti, zaini arruffati, coincidenze con treni e pulman, mi
hanno fatto fare da spola. Poco male...ho visto gli sguardi di chi se
ne andava...gli abbracci, i saluti, alcuni fogli che segnavano indirizzi,
numeri di telefono, in un caleidoscopico circolo di voci, pensieri, sussurri,
rimandi...sì, soprattutto questi...gesti di arrivederci...a presto,
dunque...con la promessa che il rauco sfrigolio del mio amico parcheggiato
sotto gli alberi della tenuta di campagna dove vivo, vi farà di
nuovo compagnia...
Enrico Pompeo
Montevaso
Un’ “altra” politica
Ho sempre saputo che la camminata Assisi-Gubbio sarebbe stata un successo,
ma ciò nonostante il risultato è andato ben oltre la mia
immaginazione. Il cammino, il convegno e la festa per i quarant’anni
di Azione nonviolenta, hanno dato vita a momenti di condivisione, di comunione
e di intensa partecipazione che ancora oggi mi emozionano. La scelta di
andare oltre Assisi si è rivelata fondata e ha permesso di ritrovare
lo spirito e le motivazioni più profonde che nel 1961 spinsero
Capitini a mettersi in marcia da Perugia ad Assisi. Non basta più
la passerella autunnale che anche quest’anno vedrà migliaia
di persone marciare verso Assisi, né è sufficiente contrapporsi
più o meno violentemente alle spinte globalizzatrici del mercato.
Come è messo giustamente in risalto nel comunicato stampa finale,
riprendendo la lucida relazione di Nanni Salio, il lupo può essere
reso inoffensivo solo dalla nonviolenza e dalle scelte personali che ciascuno
di noi è chiamato a fare, a partire dalla vita di tutti i giorni.
E’ questo un modo completamente diverso di intendere le relazioni
tra le persone e soprattutto è un modo completamente “altro”
di intendere e di fare politica (cosa di cui si sente urgentemente bisogno).
E’ con questa persuasione che ringrazio il Movimento Nonviolento
che con lungimiranza ha promosso l’iniziativa, i relatori del convegno
ed ogni singolo partecipante che con la propria presenza ha permesso la
realizzazione della camminata.
Un ringraziamento particolare lo voglio indirizzare al Segretario Daniele
Lugli, travolgente come un fiume in piena, per il suo sentito intervento
conclusivo del convegno.
Con la speranza di poter ripetere ancora questa bellissima esperienza,
vi saluto e vi abbraccio tutti.
Marco Baleani
Gubbio
Fare più dibattito
Siamo appena rientrati a casa dai pochi giorni trascorsi insieme in quella
bella regione francescana e capitiniana. E’ stato un avvenimento
unico e ci sentiamo rinvigoriti... un sentito grazie a tutti coloro che
hanno contribuito al suo successo. Cercheremo di condividere le nostre
esperienze, con amici della nonviolenza in altri paesi, quando l’occasione
si presenta, perchè si sappia che accanto a quella di Berlusconi
c’è un’altra Italia, quella della nonviolenza e del
poter di tutti.
Ed ora vorremmo esprimere qualche commento di valutazione sul Convegno
a conclusione della bella camminata. Alcuni interventi ci sono particolarmente
piaciuti, ma ci è mancato il dibattito annunciato nel programma.
Abbiamo anche sentito la scarsa partecipazione femminile tra coloro che
sono intervenuti. Forse, in un’occasione futura, si potrebbe chiedere
a chi avesse qualcosa da dire/comunicare ai partecipanti di farlo all’inizio,
piuttosto che alla conclusione dei lavori. Ciò, secondo noi, darebbe
l’opportunità ai partecipanti di discutere con i proponenti
eventuali proposte fatte, lasciando più tempo per il dibattito
aperto a tutti (il potere di tutti!), non soltanto a chi si considera
“esperto”, avendo la parola facile in pubblico. Una persona,
forse un po’ timida, ha dovuto alzar la mano almeno 7 volte prima
che venisse riconosciuta dal coordinatore, e ciò solo dopo la segnalazione
di altri partecipanti.
Questa critica costruttiva l’avremmo fatta in loco, se il programma
avesse previsto una seduta di valutazione, cosa importante, a nostro avviso,
a conclusione di ogni attività che si basa sulla partecipazione
di tutti.
Asma Haywood e Franco Perna
Padenghe sul Garda
Quattro gradini da fare
Tra le varie belle suggestioni di queste nostre giornate, scelgo l’immagine
del cammino. Camminare è renderci conto che cerchiamo, che procediamo
da luogo a luogo. Chi ha un obiettivo cui aspira, cammina. Chi vive cammina,
cresce, anche se non avesse l’uso delle gambe. Se cammina, non è
arrivato, deve procedere. Se cammina, non vola, non arriva di colpo. Il
cammino è graduale, è fatto di occhio e piede, di vista
lunga e passo costante. Gradualità è parola usata per raccomandare
di rallentare, frenare, anche fermarsi. Ma in verità significa
fare dei passi (gradus, passo, gradino, pro-gredire). Ogni passo è
parziale, e proprio per questo chiede un altro passo. Raggiunta una tappa,
sempre parziale, la vita chiede di pro-seguire. Sempre si riparte. Il
senso giusto della gradualità preserva sia dalla resa sia dalla
pretesa.
La nonviolenza è cammino. Non la si raggiunge subito, appena se
ne è visto e capito il valore. Siamo cercatori (camminatori) della
nonviolenza, non siamo nonviolenti bell’e fatti. Vedo, ora, almeno
quattro gradini della nonviolenza, in progressione:
1) la in-nocuità, (letteralmente il gandhiano a-himsa): il non
fare violenza propria, cioè praticare il “non uccidere”
in tutto il suo esteso significato. Non è l’innocenza, assenza
di colpa (anche un assassino può diventare nonviolento) ma la crescita
nella capacità di non offendere, non nuocere. Richiede un costante
lavoro su di sé per ripulirsi dai sentimenti negativi, per esempio
per trasformare l’istintivo odio verso i violenti in indignazione
attiva, energia che arriva all’amore teso a ricuperarli all’umanità.
2) la indipendenza, il non accettare rassegnati la violenza altrui, la
violenza del mondo, perché si sa che essa non è tutto e
non regna; emanciparsi dall’impressionante dominio della violenza
sistematica, non per ignorarlo, ma per rendersi ad esso alternativi; non
agire soltanto in risposta subalterna alle azioni violente, ma proporre
il pensiero e l’azione nonviolenti nella loro autonomia.
3) la lotta, l’opporsi alla violenza con mezzi forti, di qualità
alternativa (la forza umana è l’opposto della violenza),
come singoli e insieme; il resistere attivamente al violento con la forza
nonviolenta, per impedirlo, distoglierlo, richiamarlo all’umanità;
4) la testimonianza che la violenza non può impadronirsi di noi,
e neppure delle sue vittime, le quali, anzi, denunciano la sua impotenza,
perché la dignità umana può venire offesa, ma è
indistruttibile, e risalta nell’offesa. Testimone in greco si dice
“martire”. Non solo il “martirio” nel senso corrente
(Gandhi, Luther King, …) è vera testimonianza nonviolenta,
ma anche il porre, con modesta concreta tenacia, delle continue alternative
alla violenza. Questa testimonianza è sempre efficace e feconda,
nei successi e anche negli insuccessi, perché dimostra la presenza
di “un altro mondo possibile”, un altro tipo di relazioni
umane, che fermenta dentro il mondo violento, ed offre sempre esempio,
fiducia, esperienze, coraggio, ad altri continuatori.
Cammina davvero la nonviolenza? Difficile misurare, quantificare. Nonostante
tutto, mi sembra di poter dire che, in generale nel nostro mondo, cresce
rispetto ad altri tempi la non-rassegnazione alla violenza, diminuisce
la rassegnazione fatalistica alla violenza dei potenti, cresce la protesta
contro ogni forma di violenza. Il grande passo da compiere è quello
positivo: dal contro al per; dal rifiuto alla costruttività, con
i metodi attivi e la forza positiva, dall’ahimsa al satyagraha.
Enrico Peyretti
Torino
Una fatica lenta, profonda e dolce
Il “varco della storia” non è una strada larga ed
asfaltata, ma un sentiero di montagna, a volte impervio, a volte più
leggero. Sicuramente lungo, bello ma faticoso; dove si respira aria pura,
sgorga l’acqua limpida e si sudano le maglie. Il sentiero ti mette
alla prova, personalmente e profondamente, a partire dai piedi doloranti,
ma le piaghe – piccole o grandi – sono alleviate dalla solidarietà
fraterna dei compagni di cammino.
Il sentiero di montagna spesso fa dei giri apparentemente inutili, se
non viziosi, e ti sembra di allungare la strada, di perdere tempo e, a
volte, di tornare indietro. Ogni discesa a valle, fino al ruscello, è
solo la preparazione ad una nuova risalita. Ma quando sei in vetta e guardi
intorno ti accorgi di aver scavallato una montagna e, dopo, un’altra
ancora.
Di tanto in tanto, il sentiero incrocia qualcuna di quelle strade larghe
ed asfaltate, sulle quali corrono le macchine, dove anche tu hai la tentazione
di salire e magari andare… Ma quasi subito il sentiero si immerge
ancora nel bosco, per riapparire più avanti. E tu con lui.
Non attraversa i ponti, il sentiero di montagna, ma vi passa sotto, tra
i piloni.
È un sentiero che si può percorrere solo a piedi, lentamente
e dolcemente, e nonostante ciò il gruppo dei camminanti si sfilaccia,
prima in alcuni tronconi, dopo in tanti gruppetti. Poi qualcuno va troppo
avanti e qualcun altro rimane troppo indietro, finché ad un certo
punto i primi si fermano ad aspettare gli ultimi e gli ultimi vogliono
arrivare con le loro gambe. E per uno che prende una scorciatoia un altro
si aggiunge al gruppo: accoglie chiunque il sentiero di montagna, se ha
forza e voglia di camminare.
Infine si fa sera. A sera, tutti insieme, si entra in città e tutti
insieme, stanchi, si fa festa. E il giorno dopo, all’alba, si riparte.
“La nonviolenza è antica come le montagne” e faticosa
e bella come i loro sentieri: non è ciò che tutti i giorni
sperimentano le donne e gli uomini in cammino?
Pasquale Pugliese
Reggio Emilia
Rinnovato nell’ottimismo
Un dato positivo è stata sicuramente la varietà di età
dei partecipanti, da gente matura negli anni a bambini in età di
scuola elementare, famiglie intere con la gioia di portarsi appresso il
proprio cane.
Per me e per molti altri che hanno vissuto l’esperienza delle marce
antimilitariste (1967-1976) questa iniziativa è stata anche una
iniezione di ottimismo e gioia, scegliere di partecipare significa anche
essere liberi, la consapevolezza di sapere di non essere omologati da
questa società.
Nella parte propositiva, vale a dire il convegno finale, non solo abbiamo
potuto confrontarci fra il nostro idealismo, cui mai dobbiamo rinunciare,
e la cosiddetta “realpolitik”, ma soprattutto siamo usciti
rafforzati nella convinzione che occorre avere il coraggio di perseverare
nelle nostre scelte di nonviolenza.
Partecipando a questa iniziativa ne siamo usciti arricchiti e questa ricchezza
non va dispersa ma investita per rafforzare il Movimento Nonviolento.
Nelle impressioni, commenti e parole scambiate ritengo senza ombra di
dubbio che i partecipanti siano stati più stimolati dal richiamo
della “camminata” e meno dal “convegno”, però
emerge anche che la camminata senza il convegno sarebbe stata incompleta
o se vogliamo molto meno politica. Infine la festa dei 40 anni di Azione
nonviolenta al teatro comunale è stata un successo di creatività
con un buon coinvolgimento del pubblico presente.
Tutto questo è anche il nostro modo di fare politica, politica
accessibile a tutti e non sempre e solo delegata agli specialisti. Visto
il consenso e il successo ottenuto mi auguro che questa iniziativa o una
analoga venga riproposta.
Piercarlo Racca
Torino

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Dopo il fallimento di Cancún:
verso un'economia globale di giustizia?
di Gianni Scotto
Nel momento in cui scrivo si è appena conclusa con un nulla di
fatto la riunione dei paesi membri dell'Organizzazione mondiale del commercio
a Cancún, in Messico. I motivi del fallimento sono presto detti:
Unione Europea, Stati Uniti e Giappone non hanno voluto mettere in discussione
le politiche protezionistiche e i sussidi in agricoltura, e hanno preteso
invece che si discutesse di protezione degli investimenti e liberalizzazione
dei servizi.
Tradotto in parole povere significa in primo luogo non voler correggere
le principali storture dell'attuale sistema economico internazionale:
gli agricoltori del Nord vengono lautamente premiati per produrre quantità
enormi di derrate, i cui prezzi vengono mantenuti artificialmente bassi
dalle sovvenzioni governative; per questo, gli agricoltori del Sud, che
producono generalmente con assai meno capitali a disposizione, riescono
a vendere i propri prodotti solo a prezzi irrisori, e spesso vanno in
rovina. Due esempi per tutti. Con la stipula del NAFTA (l'accordo di libero
commercio dell'America del Nord) le importazioni di mais statunitense
hanno portato al collasso l'agricoltura messicana. I sussidi alla produzione
di cotone nel Nord ricco impoveriscono i già poveri paesi dell'Africa
occidentale.
La proposta del Nord ricco equivaleva a voler inasprire il sistema ingiusto
del commercio mondiale, facilitando le esportazioni dei ricchi verso i
poveri, e continuando indefinitamente a ostacolare l'inverso.
A questo punto che il vertice sia fallito è senz'altro l'esito
migliore. Due anni fa, aprendo a Doha il nuovo round negoziale per la
liberalizzazione del commercio, l'OMC affermò solennemente che
stavolta gli interessi dei paesi poveri avrebbero avuto la priorità.
Il Nord ricco non ha voluto rimettere in discussione i suoi privilegi,
i paesi del sud hanno deciso che stavolta non si sarebbero accontentati
di compromessi ancora una volta a loro sfavorevoli.
A Cancún si è manifestata una novità politica non
di poco conto: intorno a Brasile, India e Cina si è formato un
gruppo, il G-21, capace di tenere testa alle pressioni dei paesi più
sviluppati. All'indomani del fallimento, i rappresentanti di USA e Unione
europea hanno dato la colpa proprio al G-21, accusato di essere "inflessibile"
nella sua condotta negoziale. In realtà, un accordo come quello
cercato dai paesi del Nord avrebbe significato il consolidamento del privilegio,
in cambio di vaghe promesse di diminuire i sussidi agricoli, in un futuro
indeterminato.
Poi c'è lo scandalo permanente dei medicinali negati. Mi sembra
sinceramente che se ne parli troppo poco. Ma in Africa ci sono milioni
di ammalati di HIV/AIDS, senza contare le malattie tradizionalmente diffuse
nei paesi poveri del Sud, come la malaria e la tubercolosi. La produzione
di medicinali appropriati è alla portata di economie mediamente
industrializzate, come Brasile e India. I paesi del Nord hanno però
difeso a spada tratta nell'OMC la proprietà intellettuale sui farmaci,
e solo recentemente hanno acconsentito a una loro produzione nei paesi
in via di sviluppo. Ma l'esportazione nei paesi sprovvisti di industrie
farmaceutiche – i più poveri e vulnerabili – è
rimasta vietata, fino al compromesso di alcune settimane fa (e non è
certo un caso che il compromesso sia arrivato alla vigilia della riunione
di Cancún). Oggi è finalmente possibile per i paesi più
poveri importare farmaci salvavita a basso prezzo, ma questa possibilità
è ostacolata da mille cavilli. Negli ultimi anni, i morti per malattie
curabili con questi farmaci sono stati diversi milioni. Lo scandalo è
destinato a continuare.
Per quanto importante, il fallimento del negoziato di Cancún non
è una vittoria. I problemi di un sistema economico mondiale ingiusto,
mortale per i più poveri ed ecologicamente insostenibile, sono
ancora tutti aperti. E le soluzioni non si prospettano semplici. Di certo
c'è bisogno di mettere mano ai sussidi che i paesi ricchi devolvono
ai loro agricoltori e di dare ai paesi poveri la possibilità di
ottenere prezzi accettabili per i loro prodotti. Non si tratta però
solo di rinunciare a un privilegio: in ballo c'è anche la possibilità
di sostenere un ramo essenziale dell'attività economica che non
può essere lasciato in balia dei mercati.
Che fare? Certo, il movimento del commercio equo e solidale ha senz'altro
buone prospettive dinanzi a sé. Ma le botteghe del mondo rimarranno
in ogni caso un fenomeno circoscritto, mentre oggi si pone la domanda
pressante di come riformare il sistema economico globale nel suo complesso.
La partita, ancora una volta, si gioca nei paesi del nord del mondo, e
i principali responsabili sono i governanti. Dai governi europei è
lecito aspettarsi più coraggio, maggiore intelligenza e solidarietà
con il Sud. Ancora una volta, bisogna lavorare ad alternative dal basso
e insieme creare movimento per una trasformazione dall'alto.
I due articoli pubblicati in queste pagine, sostituiscono le consuete
rubriche ALTERNATIVE ( a cura di Gianni Scotto) e LILLIPUT (a cura di
Massimiliano Pilati), questo mese entrambe dedicate al vertice di Cancun.
Cancun? Credo di non capire!
di Alberto Zoratti *
”Non capisco quello che dici”. Eh sì, a volte il Padreterno
gioca degli scherzi mica da ridere: il significato della parola Yucatan,
nome della penisola che ospita (è proprio il caso di dirlo) Cancun,
vuol dire proprio questo.
E chissà quanti “Yucatan” saranno girati tra le bianche
mura del Convention Center più affacciato sull’Oceano nei
giorni tra il 10 e il 14 settembre, nel momento in cui i colossi Pascal
Lamy e Robert Zoellick ponevano le basi per il rifiuto netto ed incontestabile
dei paesi africani a continuare il vertice. Tutti si aspettavano un crollo
epocale sull’agricoltura, sussidi agricoli e partite di grano sottocosto
ed invece l’inciampo c’è stato su investimenti e regole
sulla concorrenza; tanto era lo stupore che i ministri italiani Alemanno
ed Urso hanno pensato bene di fare un pellegrinaggio sul logo della morte
di Lee Kyunghai credendo di essere a Predappio. Cosa che i tranquilli
campesinos non hanno particolarmente gradito.Il movimento, questo sconosciuto.
Ma in tutto questo bailamme, il movimento che ha fatto? Per il TG1 ha
abbattuto reti di protezione, in una scenetta ripresa che ricordava più
una parata tutabianchista che non uno scontro sociale. Per il Corsera
si trasformato in New global, quasi una religione New Age che non un movimento
politico, barcamenandosi tra un Agnoletto in vena di dichiarazioni e un
Gianni Fabbris formato Sem Terra.
La verità, fortunatamente per noi, è invece un’altra.
Le Reti internazionali, tra cui la Campagna Questo Mondo Non è
In Vendita, hanno lavorato per quasi un anno gestendo ed organizzando
una mobilitazione
multilivello, che vedeva aldilà dell’interlocuzione istituzionale
(attenzione: interlocuzione, non mediazione o trattativa) la necessità
di scendere nella società, informare e coinvolgere i cittadini,
costruendo le basi per un aumento della consapevolezza e del consenso
attorno ai temi del movimento.
Momenti come la giornata dei beni comuni di metà maggio, come gli
incontri alla Fiera del Commercio Equo di Modena, la mobilitazione di
Palermo i primi di luglio, Riva del Garda e soprattutto il 13 settembre
(55 città coinvolte, più di 5000 persone alla Marcia Agliana
Quarrata) sono state le tappe di questo percorso che ha diffuso notizie,
fatto incontrare persone e oliato collaborazioni.Aria condizionata e delegazioni.
Ma il livello più alto si è avuto durante le giornate del
vertice, lungo la striscia hotelera, al freddo dell’aria condizionata
delle stanze e del centro stampa del Convention Center; l’obiettivo
non è solo protestare, ma creare le condizioni per inceppare e
sabotare tutta la macchina, per farle variare rotta, per creare contraddizione
interna.
E allora contatti informali con le delegazioni dei Paesi del Sud del Mondo,
per cercare di ragionare assieme sui limiti e le prospettive degli scenari
che andavano via via chiarendosi (o ingarbugliandosi?) attraversou vero
e proprio lavoro di “counseling”, ma anche per dar loro la
possibilità di parlare e denunciare: chi l’avrebbe mai saputo
dell’atto di accusa di Algresia Akwi, di Uganda Action Aid e delegata
del governo del suo paese, sulle pressioni di Ue e Usa e sull’esclusione,
anche con paradossali depistaggi e informazioni inesatte, dei Paesi del
Sud dalle diverse riunioni negoziali, senza il lavoro della Campagna Questo
Mondo Non è In Vendita sui giornalisti italiani?
Già i giornalisti, quindi l’informazione e la comunicazione.
La Campagna ha strutturato un vero e proprio Centro stampa parallelo e
delocalizzato, con tre uffici stampa a Cancun, uno in Italia (presso ROBA
dell’Altro Mondo), sei siti coordinati (Rete Lilliput, Cipsi, Chiama
l’Africa, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Roba dell’Altro
Mondo e il sito ufficiale www.campagnawto.org) ed un blog (http://campagnawto.splinder.it)
su cui si potevano leggere in tempo reale l’andamento di negoziati
e mobilitazioni. Il tutto completato da una Newsletter e da un continuo
circolare di informazioni e documenti tra le varie mailing list.
Questo è il movimento: uno stretto coordinamento tra comunicazione,
competenza tecnica e mobilitazione, senza leaderismi né verticismi.
L’obiettivo? Porre le basi per un mondo diverso.
Ma questa è Utopia direte voi; molto probabilmente sì, ma
l’importanza di trovarsi davanti un orizzonte non sta nel raggiungerlo,
ma nell’inseguirlo.
Solo questo ci permette di procedere.0* ROBA dell’Altro Mondo/Rete
Lilliput

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ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Milioni di drogati di energia elettrica
Sono bastati un fulmine e nove secondi di tempo per far comprendere a
grandi linee, alla popolazione di New York, cosa volesse dire vivere nella
Baghdad occupata dai militari statunitensi, nel clima torrido di agosto.
Fermi i condizionatori, gli ascensori dei grattacieli, i distributori
elettronici di benzina, i lettori di carte di credito, i computer e i
sistemi di sicurezza della popolazione benestante; ma soprattutto treni,
aerei e metropolitane (ogni giorno raggiungono la metropoli per lavoro
5 milioni di persone), i frigoriferi, l’illuminazione nelle strade,
luce, acqua, gas e telefono nelle case della gente qualunque: proprio
come essere in guerra, mancavano solo le bombe intelligenti.
Dopo i black out del 1999 nella stessa città e l’energia
razionata nel 2001 in California, gli Stati Uniti tornano a fare i conti
con i loro incredibili consumi. Questi i numeri presentati da Federico
Rampini su La Repubblica: con appena il 4,6% della popolazione mondiale,
gli USA detengono il 25% dei consumi energetici del pianeta. Dal 1990
il consumo elettrico è cresciuto del 25% e un quinto di esso è
divorato a scopo residenziale, soprattutto a causa della diffusione di
massa dei condizionatori d’aria. Il solo stato del Tennessee brucia
66 terawatt all’ora, quando l’intera Africa ne consuma nello
stesso tempo 398. Il trasporto copre il 27% dei consumi e non è
difficile pensarlo, visto che esiste 1 auto ogni 1,3 abitanti e il tipo
di autovettura preferito dagli americani, anche dalle madame che vanno
a fare la spesa, è il famoso SUV (Super Ultra Vehicle), che a stento
riesce a fare 5 km con un litro di benzina.
Se si va poi a vedere quali fonti garantiscono tale livello di consumi,
appare molto chiaro il motivo del particolare attaccamento degli Stati
Uniti a paesi così distanti geograficamente e culturalmente come
l’area del Medio Oriente o il Caucaso: il nucleare fornisce l’8%
del fabbisogno energetico (valore limitato a causa dell’insurrezione
popolare seguita all’incidente alla centrale di Three Mile Islands
nel 1979), le energie rinnovabili un misero 6%, mentre i combustibili
fossili e inquinanti (carbone, gas e petrolio) producono ancora il 71%
dell’elettricità USA.
E’ ormai inutile ricordare le pericolose connivenze dell’amministrazione
Bush con quasi tutte le compagnie energetiche statunitensi: da tempo solca
i mari la superpetroliera “Condoleeza” della Chevron, in onore
della più influente consigliera del presidente, mentre è
ormai appurato che il nuovo piano energetico nazionale fu scritto dal
vicepresidente Cheney assieme ai vertici della Enron, poi condannata per
bancarotta fraudolenta e accusata di aver orchestrato il black out della
California nel 2001. Forse anche Mickey Mouse avrebbe potuto aspirare
a diventare presidente nel 2000 se avesse potuto contare su 29 milioni
di dollari di contributi elettorali, come potè fare Bush grazie
alle donazioni delle compagnie elettriche, nucleari e petrolifere (i democratici
ne ricevettero un terzo).
Di fronte all’evidenza, il governo a stelle e strisce ha una sola
strategia: aumentare l’estrazione di petrolio dalle riserve naturali
(anche quelle ubicate al di fuori dei confini nazionali), rilanciare il
nucleare, rifiutare il trattato di Kyoto. Bush, in coerenza con la sua
scellerata politica, non ha trovato di meglio che incolpare del collasso
la mancata liberalizzazione del mercato e soprattutto i Verdi, che da
anni si oppongono a nuove estrazioni petrolifere in Alaska e all’apertura
di nuove centrali nucleari. Quegli stessi Verdi che probabilmente dovranno
farsi carico dell’inquinamento che ha colpito il lago Erie a causa
del blocco dei depuratori delle aziende automobilistiche di Detroit (General
Motors, Ford e DaimlerChrysler).
Forse per avere un’idea diversa per risolvere tali problemi, il
texano più temuto al mondo, nei giorni dell’oscuramento,
avrebbe potuto sporgersi dal balcone del suo ufficio di New York e guardare
attentamente, a 15 minuti dal Bronx, le luci che provenivano dalla piccola
isola di Hen, 10 ettari di terra tra le acque dell’East River. Da
anni scollegate dalla rete elettrica nazionale, le 31 case dell’isola
sono autonome grazie all’uso dell’energia solare, che i suoi
abitanti usano anche per depurare l’acqua piovana. I sentieri presenti
su Hen non consentono l’uso delle auto, ma sembra che i suoi residenti,
anziché affranti da questa situazione, ne siano decisamente felici.

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EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Le emozioni nel conflitto
La fiducia nelle relazioni
Di solito diciamo che abbiamo delle emozioni e quest’affermazione
indica che abbiamo una visione proprietaria delle emozioni, che deriva
dall’idea di controllo. Affermare che abbiamo provato delle emozioni
ci fa paura, ma noi siamo dentro al mondo emotivo, dentro le emozioni,
sono loro a possederci, non il contrario. Possiamo schiacciarle, reprimerle,
ignorarle, diventare insensibili ad esse, ma non controllarle, come invece
crediamo di poter fare facendo riferimento al nostro mito del controllo,
un mito che rientra nel modello sicuritario..
Vivere in questo mondo emozionale ci crea dei diversi livelli di conflitto
che possono essere così riassunti:
1)Conflitto sulle emozioni: sul valore, sul significato, sul limite da
dare alle emozioni ( spesso le emozioni vengono controllate-represse in
quanto segno di debolezza e per il rischio di perderne la gestione). Abbiamo
conflitti tra di noi sulle emozioni, su quanto ci differenziamo nel valorizzare
le emozioni (da controllare?, da reprimere?, da esprimere?)
2)Conflitto con le nostre emozioni: conflitto fra parti di noi, tra razionalità
ed emozioni, il modo in cui viviamo dipende da come conciliamo le parti
e da come mediamo questo conflitto.
3)Conflitto tra emozioni contrastanti dentro di noi
Quando parliamo di emozioni facciamo riferimento a questi tre livelli
di conflitto.
1)Il conflitto sulle emozioni è legato alla violenza culturale,
ad una cultura che violenta le emozioni, le ritiene una minaccia all’ordine
mentale, relazionale, sociale che esse rischiano di mettere a repentaglio.
2)Il conflitto con le nostre emozioni è legato alla violenza strutturale:
parti di noi dominano su altre parti. Solitamente le emozioni sono dominate.
3)Il conflitto tra emozioni è legato alla violenza diretta: la
violenza che facciamo dentro di noi, in tutti i contesti in cui scegliamo
e facciamo prevalere delle emozioni su altre (facciamo violenza agli altri
attaccandoli o ci violentiamo reprimendo le nostre emozioni).
Tanto più alta è la violenza diretta che esercitiamo su
noi o sugli altri, tanto più alta è stata la violenza culturale
e strutturale che abbiamo subito.
Per non turbare la nostra sicurezza e la situazione di quiete in cui faticosamente
cerchiamo di mantenerci, tendiamo a tenere a freno l’apparato emotivo.
L’empatia per identificazione, è la strada che facilmente
si percorre nelle relazioni importanti: spesso per mantenere la relazione
si rinuncia ad aspetti di sé che possono entrare in conflitto con
l’altro, oppure si cerca di assimilare l’altro a sé,
talvolta con la scusa di proteggerlo.
Un rapporto di questo tipo ha come riferimento il modello che privilegia
la sicurezza, questo non implica equivalenza, ma superiorità o
falsa inferiorità. Chi si pone nella posizione di voler proteggere
l’altro è in difficoltà rispetto comportamento dell’altro,
che ritiene comporti dei rischi per se stesso. Nell’atto del proteggerlo
in realtà tenta di controllarlo.
Ma è poi vero che la relazione cresce quando ci si assimila?
Mantenere le proprie differenze e permettere all’altro di essere
altro in quanto altro, è sicuramente più faticoso e motivo
di conflitto, ma la tendenza totalizzante, nel tempo limita la crescita
dei soggetti della relazione e la relazione stessa, e rischia di produrre
l’effetto (la distruzione della relazione) che con l’assimilazione
si vuole evitare. Più sano è l’essere due persone
che lottano per crescere, lottando insieme.
La fiducia si sperimenta solo all’interno delle relazioni, anche
la fiducia di me in me è relazionale, in quanto è fiducia
che ho in me con me stesso e l’essenza stessa della persona è
legata a tutte le persone o alle esperienze che ha incontrato nella sua
vita.
La fiducia si basa sul rischio dell’autonomia, per evitare il rischio
della divisione e, la capacità di distinguerci, restando in una
relazione, è direttamente proporzionale alla capacità di
stare insieme.
La crescita dell’autonomia limita il mito dell’indipendenza
separata e favorisce la capacità di distinguerci per poter far
crescere le relazioni, per diventare autonomi nei rapporti.
Invece, più cresce l’ansia e la minaccia esterna, più
cresce la richiesta di simbiosi, l’empatia per identificazione.
La paura porta a rafforzare il mito della sicurezza che comporta l’unirsi
tra simili contro i dissimili, che evolve facilmente anche in violenza
verso gli altri. L’odio è l’unione dei simili contro
i dissimili, quindi, può essere importante rivendicare l’amore
per il dissimile, che certamente è diverso dall’ideale sicuritario.
A volte l’odio è coperto dall’indifferenza, che chiamiamo
tolleranza. Preferiamo essere indifferenti piuttosto che conflittuali,
questo atteggiamento nega la relazione.
Come uscire dal controllo di sé e degli altri? Non è un
lavoro intrapsichico, in quanto è un lavoro sul sé e non
sull’io. Mentre l’io corrisponde a individuo e dà l’idea
di separazione, il sé corrisponde a persona, sempre già
in relazione.
Chiara Manina e Mariella Lajolo
(Quarta e ultima parte)

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L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
I gesti simbolici delle comunità di base
Dinamica di dissenso ecclesiale condotta da una parrocchia nell’aprile
del 1971.
Da qualche mese la parrocchia di Oregina, sulle alture sopra il porto
di Genova, aveva cominciato a occuparsi della realtà di un quartiere
di operai, portuali e marittimi. In quegli anni percorsi simili di rinnovamento
delle pratiche religiose nel nome di una maggiore apertura al sociale
diedero origine al movimento delle comunità cristiane di base.
Alla conseguente repressione da parte delle gerarchie si rispose sovente
con azioni simboliche di dissenso ecclesiale. In questo caso la Comunità
di Oregina agì in seguito al rifiuto da parte del vescovo di Firenze
di dare la cresima ai bambini della comunità dell’Isolotto.
Il testo che segue è una libera selezione dal racconto che ne fece
Agostino Zerbinati, al tempo parroco di Oregina, pubblicato per intero
nel libro di Peppino Orlando “La Comunità di Oregina: evangelo
e marxismo nel dissenso cattolico” Editrice Claudiana, 1972.
Discutemmo per due mesi, se era giusto sopportare questo rifiuto da parte
del vescovo, il quale si serve di un sacramento per strumentalizzare il
suo potere, cioè dare o non dare a suo piacimento la cresima. Pensammo
allora di scrivere al nostro vescovo, mons. Siri, chiedendogli che, proprio
in nome della giustizia e della carità, si coinvolgesse in questo
fatto: quando veniva a cresimare i nostri bimbi, cresimasse anche quelli
dell’ Isolotto.
Il vescovo comunicò che nella Chiesa esiste l’autorità,
la gerarchia: quel che fa l’autorità è ben fatto;
“i nostri rapporti con Dio sono condizionati dal diritto canonico”.
E allora rispondiamo al vescovo:
“la Carità che è il fondamento della Chiesa e della
stessa obbedienza, ci spinge a condividere con i bimbi dell’Isolotto
la loro esclusione dal Sacramento della Cresima, che in questo momento
ci appare come un privilegio insopportabile. (...) Pertanto i genitori
dei cresimandi e i cresimandi stessi e la comunità cristiana tutta
hanno deciso di rinunciare al Sacramento della Confermazione..
P.S.: La invitiamo caldamente alle nostre riunioni del venerdì
sera ore 21.”
Inizia il 3 maggio il processo contro l’Isolotto. Si rinsaldano
i legami fra le due comunità nel momento di prova. Il 14 maggio
mi giunge una lettera di Siri, ritornato dalla Terra Santa. Si tratta
di una “lettera riservata” in cui il cardinale mi prega di
ascoltarlo “nel nome del Signore”. Mi chiede di non legare
le vicende della mia parrocchia a quelle di una parrocchia “estranea
e discussa”, di voler convincere quelli che rifiutano per sé
o per i figli la cresima a recedere dalla loro decisione, di pensare che
la carità non dispensa dall’obbedienza. Concludeva pregandomi
di riflettere ricordando i sacri voti, le promesse fatte al momento dell’ordinazione,
gli impegni d’onore. A questo trasparente tentativo di pressione
risposi con una lettera che così concludeva:
“Noto che per la seconda volta Ella risponde a me a titolo personale
a lettere inviatele non da me personalmente, ma a nome della Comunità.
In particolare per quanto riguarda questa seconda lettera “riservata”,
non ritengo di poterla considerare una risposta ufficiale in atti alla
Comunità. Le rinnovo caldamente l’invito a incontrarsi paternamente
con noi tutti alle nostre riunioni del venerdì sera in Parrocchia”.
Anche alcuni membri della comunità, a nome di tutti, rispondono:
“La Comunità, rattristata dal fatto che Ella ancora una volta
non voglia riconoscerne l’esistenza, non ritiene valida tale risposta,
proprio perché personale e riservata. Nella stessa Assemblea si
è deciso che per qualsiasi lettera riservata, riguardante la comunità
cristiana, e inviata a membri della stessa, sarà esaminata l’opportunità
di leggerla in Assemblea”.
A quest’epoca hanno inizio le assemblee popolari nella piazza di
Oregina con vasta partecipazione; ora cominciamo ad essere realmente coinvolti
nei fatti e ad assumere precise responsabilità; cominciamo a renderci
conto in modo sempre più chiaro che certi momenti della vita religiosa
sono degli strumenti in mano alla gerarchia ecclesiastica.
E giungono anche gli ambasciatori di buona volontà per farci desistere
dalle nostre posizioni, le lettere più paradossali, dei veri S.O.S.,
e poi le intimazioni delle autorità.
Naturalmente mantenemmo il nostro impegno, anzi giungemmo ad invitare
l’Isolotto ad un incontro con la nostra comunità proprio
il giorno in cui doveva venire il vescovo per amministrare la cresima
ad Oregina.
Finalmente, a fine giugno, giunge l’atteso ordine di rimozione:
mi trasferiscono a Piano Castello, in provincia di Imperia. Durante la
messa comunitaria, la domenica 27 giugno, diedi notizia del trasferimento.
Al termine, la comunità decise di riunirsi in assemblea plenaria
mercoledì sera sul piazzale davanti alla chiesa. Vi si raccolsero
circa 1500 persone . In quel momento Oregina moriva come parrocchia, ma
rinasceva come “comunità di base”.

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STORIA
A cura di Sergio Albesano
La lunga lotta contro le precettazioni
Il 24 giugno 1996 la Caritas rimandò al distretto di competenza
circa cinquecento obiettori assegnati d'ufficio dal ministero della difesa,
perché impreparati e inadatti. Nei mesi di marzo e aprile il numero
delle precettazioni per l'associazione aveva raggiunto il 60% degli obiettori
in servizio, mentre nel contempo molti ragazzi formati precedentemente
dalla Caritas stessa erano inviati a svolgere il servizio civile presso
enti diversi. "Di fronte alla crescita esponenziale delle precettazioni
d’ufficio, cioè degli obiettori assegnati a caso e senza
preavviso e quindi senza alcuna preparazione, la Caritas ha detto basta
e dopo mesi di inutili richieste di intervento a 'Levadife', ieri sono
stati a centinaia i ragazzi che, assegnati alla Caritas Diocesana, sono
stati da questa rispediti al mittente, vale a dire il Distretto militare"
(1). E' bene precisare che il 19 dicembre 1995 il direttore generale della
Leva, dott. Giuseppe Distefano, in un incontro con la C.N.E.S.C. annunciò
l'avvio per i mesi successivi di una nuova procedura informatica
che avrebbe permesso di contenere il fenomeno delle precettazioni d'ufficio.
Il 7 marzo la C.N.E.S.C. scrisse al dott. Distefano chiedendogli di conoscere
le misure adottate dal ministero in vista degli obiettori che avrebbero
dovuto iniziare il servizio nel periodo di aprilegiugno. Il dott. Distefano
rispose con una lettera datata 3 aprile, nella quale ribadiva quanto già
dichiarato nel precedente incontro e dichiarava che "un nuovo software
finalizzato all'allocazione ottimale delle risorse disponibili (aveva)
dato nel complesso buoni risultati sotto il profilo dello snellimento
del lavoro e della velocizzazione delle procedure nonché della
regionalizzazione", ma ammetteva che non era stato possibile evitare
"le precettazioni di una quota di giovani non segnalati". In
realtà questa quota di precettazioni d'ufficio aveva raggiunto
l'80% per l'A.R.C.I. La consulta chiese allora un incontro urgente con
il direttore generale della leva. Il 19 aprile il dott. Distefano incontrava
il presidente e il vicepresidente della C.N.E.S.C. e affermava che la
Levadife aveva preso provvedimenti per correggere eventuali errori del
nuovo sistema informatico, assicurando che già nelle assegnazioni
di giugno si sarebbe potuto venire incontro alle richieste degli enti
(2). "Quei cinquecento giovanotti non sapevano neppure che cosa fosse
la Caritas, un posto dove si entra ovviamente con un certo quorum di dedizione
o almeno con una certa dose di coraggio un po' speciale" (3). Il
ministro della difesa, Beniamino Andreatta, rispose minacciando di revocare
la convenzione all'ente e aggiungendo: "Spero che la Caritas adotti
un linguaggio più cristiano nel parlare di queste cose". Per
il responsabile degli obiettori dell'associazione, Diego Cipriani, si
sarebbe dovuto anzitutto abrogare la norma che permette di stipulare convenzioni
solo con enti che forniscono garanzie riguardo alla fornitura di vitto
e alloggio agli obiettori, anche se residenti nella stessa città
(4). Alla data della ricusazione della Caritas risultavano esserci in
Italia 32.881 posti per utilizzare gli obiettori, di cui 31.489 erano
occupati.
Sulla questione delle precettazioni d'ufficio alcuni parlamentari, tra
cui l'on. Paissan, chiesero al ministro della difesa di tenere conto,
nelle assegnazioni degli obiettori, delle indicazioni della convenzione
tra ministero ed enti, per evitare il ripetersi di situazioni spiacevoli,
come quella che aveva visto coinvolta la Caritas (5).
Il 26 giugno si svolse un dibattito a Radio Proposta di Torino in cui
fu spiegato qual è la trafila per diventare obiettori della Caritas:
"Noi chiediamo alle persone interessate a questo tipo di discorso
di contattarci prima della domanda di obiezione per una serie di colloqui
informativi. Ci teniamo a mettere subito in chiaro che la proposta Caritas
non è una semplice proposta di servizio civile, ma una vera proposta
di obiezione di coscienza, che ci contraddistingue per un cammino di crescita
personale, che vede il servizio civile come uno degli strumenti per realizzarla,
assieme a una formazione continua e assieme alla condivisione con altri
obiettori. Questa serie di colloqui iniziali sono atti a capire quale
sia la personalità e la motivazione di ogni singola persona e a
capire soprattutto in quale delle tante aree di disagio in cui la Caritas
attualmente opera poter inserire proficuamente la persona. (6). Dopo tutta
questa scrupolosa preparazione è evidentemente negativo, soprattutto
per gli utenti finali, che siano effettuate precettazioni d'autorità.
"Noi abbiamo centri in cui è richiesto un servizio molto specifico,
ad esempio abbiamo un centro dove ci sono obiettori laureati in odontoiatria,
che svolgono un servizio ai barboni, cioè curano i denti ai barboni.
Se viene inviato un obiettore che è ingegnere, noi non possiamo
mandare un ingegnere ad aggiustare i denti" (7).

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MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Ricky Gianco: suono e canto contro questo imperialismo
Ricky Gianco ha scritto pagine storiche della canzone italiana collaborando
con personaggi come Celentano e De Andrè, Vanoni e Paoli, Battiato
e Gaber. Sono sue “Ora sei rimasta sola” e “Pugni chiusi”;
assieme a Gian Pieretti ha scritto “Il vento dell’est”e
“Pietre”, con Gianfranco Manfredi album interi come“Ma
non è una malattia” e “Arcimboldo”. Di recente,
assieme a Manfredi ha curato, per i dischi del Manifesto, il cd “Danni
collaterali”, canzoni contro tutte le guerre, alcune originali,
alcune tradotte e alcune storiche, interpretate oltre che dai curatori,
anche da Finardi, Paoli, De Sio, Skiantos, Yo Yo Mundi, Lolli, Lella Costa,
Patrizio Fariselli project e Suso.
- Parlaci di “Danni collaterali”
Io e Manfredi abbiamo coordinato il tutto col patrocinio del Comune di
Forlì, all’interno del progetto “Teatro della Pace”,
con l’assessore Marisa Fabbri che è molto brava. Abbiamo
scelto e tradotto letteralmente dei pezzi stranieri per dar voce anche
a cantautori inglesi, americani, canadesi come Bruce Cockburn, Mark Knopfler,
Shinead O’Connor e Ani Di Franco che in questo periodo hanno espresso
le stesse cose che pensiamo noi. Poi ho scritto un pezzo nuovo insieme
a Fernanda Pivano. Gli introiti vanno metà a Emergency e metà
al Tavolo di Solidarietà di don Ciotti e Margherita Hack. L’abbiamo
fatto per non essere passivi in un momento così brutto.
- un momento che produce, come non succedeva da tempo, nuove canzoni
“impegnate” e in particolare contro la guerra…
“Impegnate” mi suona come aggettivo arcaico. Se ti esprimi
basandoti su quello che è la vita tua e degli altri, tutto è
sociale, sentimenti e politica. Se c’è la scelta di non fare
solo canzonette del cavolo, fai questo. Non ci sono corsi e ricorsi, semmai
il problema è di chi ascolta. Ci sono dei periodi in cui la maggior
parte della gente non ha voglia di sentire certe cose. Oggi stiamo subendo
quello che succede sia in Italia che nel mondo. Ogni giorno vediamo combinare
disastri. La grandissima e positiva reazione è quella del movimento
dei no-global che ormai è una realtà internazionale. Nel
nostro piccolo abbiamo voluto portare a galla il nostro dissenso a questa
politica imperialista.
- nella tua sterminata produzione che precedenti vuoi ricordare sui temi
pace-guerra?
La roba c’è. Magari non parla di guerra specifica come adesso,
ma è tutta una guerra questa vita. Molte canzoni sulle lotte dai
primi anni settanta in qua, come “Fango” o “Campo minato”.
Ci sono guerre che si possono combattere non proprio ad armi pari ma quasi,
poi ci sono quelle fatte di bombe, per cui si può combattere ma
in un altro modo. Io e Manfredi avevamo scritto una canzone quando buttarono
fuori i primi sfrattati in via Tibaldi a Milano: “Questa casa non
la mollerò”.
- pensando a queste lotte e all’opposizione alla guerra cosa puoi
dirci della nonviolenza ?
E’ bellissima se c’è chi sa usarla. Gandhi era quello
che era e i risultati li ha fatti vedere. Purtroppo non è andata
sempre così, come ad esempio per toglierci di mezzo i nazisti e
i fascisti. Bisogna vedere i momenti storici e i fatti. Io sono per la
nonviolenza anche se poi in ciascuno di noi è insita la violenza.
Si tratta solo di controllarla come controlliamo tutte le cose che sappiamo
non vanno fatte.
www.rickygianco.it

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LIBRI
A cura di Sergio Albesano
AA.VV., Obiezione alla violenza. Servizio all’uomo, Edizioni Gruppo
Abele, Torino 2003, pp. 127, € 9,00.
Il volume, curato da Diego Cipriani, raccoglie studi e bilanci presentati
a un convegno sui trent'anni di obiezione di coscienza in Italia e sui
venticinque di servizio civile nella Caritas. Nello spazio disponibile,
possiamo indicare qui soltanto alcune delle relazioni, tutte interessanti.
Mons. Giovanni Nervo, primo presidente della Caritas italiana, dopo aver
affermato che la Caritas ha educato decine di migliaia di giovani ai valori
del servizio, chiede: “Ma li abbiamo educati egualmente, e ancor
prima, ai valori della nonviolenza, del rifiuto della guerra e della pace?”.
Questo è il problema che serpeggia nel libro. Nervo elenca sei
precise forme di obiezione che oggi la coscienza morale ha da opporre
alla mentalità dominante riguardo al mercato, al lavoro e alla
guerra preventiva. Dunque, l’obiezione è più attuale
che mai. Non è più obiezione del militare di leva (che oggi
diventa volontario ben pagato e privilegiato, cioè mercenario),
ma obiezione del cittadino. La violenza è da rifiutare e superare,
non da amministrare, come fa ancora la politica corrente, di destra e
di sinistra.
Andrea Riccardi, presidente della Comunità di Sant’Egidio,
propone un’ampia storia politica e culturale, prima e dopo la legalizzazione
del 1972, da cui ricaviamo che non solo cresce oggi nella società
la non rassegnazione alla violenza abituale dei poteri, ma cresce anche
il versante positivo: le alternative civili, sebbene ancora allo stato
germinale. Noi possiamo dire che hanno difeso l’Italia gli obiettori
di coscienza più dei militari; che hanno portato pace nelle zone
di conflitto i molti volontari, a loro spese e rischio, più dei
“militari di pace” pagati a suon di milioni. Anche Riccardi
osserva che la Chiesa italiana ha sostenuto più il servizio civile
che l’obiezione, ma quest’ultima ha spostato “quell’asse
privilegiato di rapporto tra Chiesa ed esercito” verso un nuovo
asse tra solidarietà e pace.
L’obiezione contesta una legge in nome di una verità che
la precede. Tuttavia, anche nell’ispirazione laica e non evangelica,
l’obiezione ha reintrodotto istanze etiche che sembravano dimenticate
nelle democrazie liberali: la persona ha il primato sulle istituzioni,
che non possono forzarla ad agire contro coscienza; la maggioranza non
sempre vede e sceglie la verità e il bene; l’obbedienza politica
non può essere acritica. L’obiezione connessa al servizio
civile esprime “vita votata agli altri” e non è solo
produttiva di servizi, ma espressiva del valore profondo della persona,
del mistero superiore che essa contiene e rivela.
Come atto politico, l’obiezione contesta senza violenza disvalori
della comunità e propone valori che testimonia e paga. L’obiezione
al militare contesta l’ideologia della guerra che si estende a “obiettivi
sempre più ambigui e inaccettabili”. Mentre l’esercito
professionale naturalizza la guerra da sciagura a funzione normale e sottrae
la difesa ai cittadini, l’obiezione alla guerra richiede l’educazione
alla difesa popolare nonviolenta, presente nella storia più di
quanto l’informazione corrente consente di sapere. Si deve far crescere
la conoscenza di metodi nonviolenti efficaci e si deve sviluppare la valenza
politica del perdono e delle procedure di riconciliazione nella verità,
sperimentate in Sudafrica.
Rodolfo Venditti (magistrato e studioso di diritto militare) presenta
la storia giuridica dell’obiezione di coscienza dal dopo guerra
alla legge del 1972, della quale elenca i meriti e i forti limiti. L’obiezione
ha camminato nella società italiana sviluppando la cultura della
nonviolenza. Venditti racconta suoi interventi in lettere e dibattiti,
negli anni ’80, con esponenti di governo chiusi e intolleranti.
“Ci si scontrava con un muro, che nonostante l’avvicendarsi
dei governi restava inesorabilmente fermo e immutabile, quasi obbedendo
a un orientamento di fondo che non dipendeva dal colore dei singoli governi
e della loro composizione”. Persino il governo Prodi “deluse
profondamente le attese”, avallando il “nuovo Modello di Difesa”,
sostanzialmente aggressivo, e professionalizzando le Forze Armate. Ciò
dice molto sul tragico ritardo culturale della classe politica in generale,
schiava del dogma militare. Molto positivo è invece il bilancio,
che Venditti documenta con cura, dell’atteggiamento della magistratura
nei confronti dell’obiezione, come indicativa di un diritto e di
una cultura di pace, le cui basi sono inscritte nella nostra Costituzione.
“Perché i giudici sono stati all’avanguardia nel capire
ciò che parlamento e governo non hanno capito o hanno capito in
forte ritardo?”. Venditti risponde che, mentre “i giudici
sono meno condizionati da preoccupazioni politiche e ciò consente
loro di muoversi con libertà e indipendenza molto maggiori”,
parlamento e governo, invece, dipendono dalla maggioranza politica. Molti
enti locali si sono dimostrati più sensibili degli organi statuali,
grazie al loro radicamento territoriale e al contatto diretto con le esigenze
più consapevoli della popolazione, sicché hanno sostenuto
meglio l’educazione alla pace.
Enrico Peyretti

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