Luglio Agosto 1996
L'AMORE PER IL PROSSIMO VICINO O LONTANO CHE SIA
MAO VALPIANA
MA LA STORIA NON È FINITA
GABRIELE COLLEONI
SVILUPPO ? BASTA ! A TUTTO C'È UN LIMITE
INTERVENTO AL CONVEGNO DI VERONA 2 OTTOBRE 1990
NOI FONDAMENTALISTI ? A SPASSO PER L'EUROPA
CONVERSAZIONE AL CORSO "LE CITTÁ INVISIBILI" 10 FEBBRAIO 1989
LA NONVIOLENZA E LA GUERRA NELLA EX-JUGOSLAVIA
DIBATTITO ALLA CASA PER LA NONVIOLENZA 15 GIUGNO 1992
ANTOLOGIA IL VIAGGIATORE LEGGERO : SCRITTI 1961-1995
EDI RABINI
La lezione di Teheran
In questa conversazione parlo ed evoco, peraltro incautamente e
maldestramente, tutti i massimi sistemi. In realtà volevo tentar di
capire la questione fondamentalismo. Un termine che, come ricordavo
all’inizio, è entrato nel gergo con l’Islam e con Khomeini, e questo ci
offre una lezione importante. Perché ad un certo punto è emerso
nell’Islam questo fenomeno, a volte anche molto sanguinario? Il
fondamentalismo islamico è stato una risposta per certi versi impotente
e per altri anche molto crudele - da pesticida, direi, per usare un
paragone con l’agricoltura biologica - al fatto che l’Iran era
diventato da un lato il maggior esempio di spinta
all’occidentalizzazione nella regione e dall’altro un Paese trasformato
radicalmente dalle compagnie petrolifere, dai venditori di armi e dagli
addestratori delle sue forze armate...
Ma dalla risposta sbagliata
possiamo dedurre che fosse posto in maniera sbagliata il problema a
monte. C’è, infatti, chi presume che esista una sola via maestra da
seguire e che sia quella dello sviluppo industriale, e rispetto a
questa posizione, ci si barrica come si può e si fa appello alla
propria identità. I movimenti fondamentalisti potrebbero essere anche
definiti, con un’altra espressione, come i movimenti dell’identità,
quei movimenti cioè che più che in nome di quel che vogliono ottenere,
delle loro rivendicazioni, possono definirsi in nome di quel che sono e
di come sono. Insomma, la loro identità in un certo senso è il loro
programma.
L’immigrazione dal terzo mondo
Se noi non creiamo maggiori e migliori condizioni di vita nei Paesi
del Terzo mondo come è avvenuto nel meridione italiano, di fatto si
crea uno squilibrio tale da produrre un’emigrazione ed una
urbanizzazione che ormai inevitabilmente finiscono con l’arrivare fin
qui da noi. Un ipotetico blocco degli stranieri non farebbe rallentare
di per sé l’economia. La manodopera locale forse costerebbe un po’ di
più. Il problema però è per certi versi analogo a quello della
tossicodipendenza o dell’intasamento da traffico: tutti frutti
avvelenati di uno sviluppo indotto dalla nostra civiltà. Per questo si
dovrebbe intervenire alla radice più che indirizzare le proprie
rivendicazioni sul tossicodipendente o sull’immigrato.
La risposta
che, da questa sponda del mondo, possiamo dare ora è piuttosto quella
di lavorare ad una cultura della nonviolenza multietnica,
multiculturale, perché sempre di più, e non solo rispetto al Terzo
Mondo, la nostra realtà sarà caratterizzata da una maggiore
circolazione di persone e quindi da una convivenza sempre maggiore di
culture, di lingue, di abitudini...
Noi fondamentalisti a spasso per l’Europa
Io credo di non essere fondamentalista e un po’ me ne dispiace,
perché, se lo fossi, oggi probabilmente dovrei fare il maestro
elementare. Ho conosciuto don Lorenzo Milani quando ero un
universitario (quindi a metà degli anni Sessanta, don Milani morì nel
1967). Ricordo che era molto severo nei confronti di chi frequentava
l’università. Diceva che chi la frequentava, lavorava per aumentare la
diversità con gli altri, per accrescere il suo “zoccolo” di privilegi e
che quindi se uno voleva essere credibile, doveva fermarsi quando era
troppo avanti, cercare di portare gli altri al suo stesso livello e poi
insieme fare un passo in avanti.
Dopo ispirazioni e tormenti vari,
ho deciso di fare quel che ho fatto; se fossi stato, credo, un po’
fondamentalista, forse avrei fatto a suo modo. Da questo punto di
vista, quindi, mi professo subito non all’altezza del fondamentalismo.
Voglio però anche aggiungere che questo termine è entrato nel
linguaggio solo negli ultimi anni ed ha avuto vettori abbastanza
diversi a cominciare dall’ayatollah Khomeini e dalla paura in generale
per l’Islam fondamentalista scaturita dai cambiamenti in Iran, dove in
un modo molto intollerante, integralista, dittatoriale, l’adesione a
una regola di vita pubblica islamica, magari non sempre condivisa, è
diventata norma pubblica coercitiva.
Radicalita’ che non si possono integrare
Il fondamentalismo come termine è entrato poi in circolazione anche
in riferimento ad altre situazioni, per esempio rispetto al movimento
nero negli Stati Uniti. In questi ultimi anni è stato usato tra l’altro
anche nel dibattito tra i Verdi soprattutto in Germania, per i
cosiddetti fondamentalisti o “Fundis” (come poi è stato abbreviato per
rendere la cosa meno solenne e drammatica). Una corrente, che, dico
subito, io faccio fatica, per com’è applicato il termine, ad intendere
veramente come fondamentalista. Assomiglia di più, per così dire, ad
una corrente fortemente di sinistra all’interno dei Verdi dove si
trovano pure atteggiamenti, anche fondamentalisti, che a volte non
rientrano nello schema destra-sinistra. Per esempio gli animalisti
molto decisi. C’è stato anche un caso clamoroso a metà degli anni
Ottanta quando una persona molto nota, Udo Schare, per un periodo un
nume tutelare dei Verdi tedeschi, ad un certo punto uscì dal partito,
ufficialmente perché in rottura proprio sulla questione del diritto
degli animali. Riteneva infatti troppo possibilista l’atteggiamento dei
Verdi sulla vivisezione.
A tutti sembrò molto strano che una persona
come Schare che aveva spesso disegnato complesse strategie su come
trasformare la società, facesse poi cascare l’asino sulla questione
della vivisezione. Ma poi spiegò che avrebbe potuto prendere qualche
altro punto riguardo al quale sospettava che il partito in qualche modo
mancasse di coerenza e di radicalità. Perché, alla fine,
fondamentalismo è un’altra parola per indicare la stessa cosa: andare
alle radici, alle fondamenta. Aveva quindi scelto quella occasione ma
la stessa cosa l’avrebbe potuta dire sulla pace, sul disarmo oppure sul
vivere senza armi e su alcuni passi per evitare le spese militari o il
loro aumento, e via dicendo.
Allora mi chiedo da cosa, al di là
delle semplificazioni giornalistiche, si potrebbe identificare il
fondamentalismo delle più varie speci. Forse quello che maggiormente
potrebbe contrassegnare un’impostazione fondamentalista - senza per ora
dire se sia buona o cattiva - credo sia questo fatto: che si tratta di
esperienze fondamentalmente non integrabili, il meno possibili
integrabili. Insomma, vuole essere fondamentalista chi in qualche modo
cerca di non farsi integrare, “digerire”, anche se per ora è difficile
dire da che cosa: qualcuno direbbe dal sistema semplicemente, altri
potrebbero dire dal mercato, dal progresso, dallo sviluppo, oltre a
cose più banali come carriera, denaro...
Una estraneita’ “perpendicolare”
Preciso subito che non voglio usare il termine fondamentalismo come
etichetta per questa corrente di pensiero, e neppure parlare di
“fondamentalisti di tutto il mondo, unitevi”. In realtà voglio cercare
soltanto di mettere a fuoco un approccio al tema. Allora, se si vuole
dare un significato al fondamentalismo (un termine che poi, magari,
dovremo cambiare) e a quello che si vorrebbe intendere per tale in
questo contesto, mi pare si possa dire che fondamentalisti sono i
movimenti, gli atteggiamenti, le attitudini, anche non sempre
consapevoli, che in qualche modo affermano e praticano la loro
estraneità al modello predominante ponendosi in maniera
“perpendicolare” rispetto allo sviluppo, alla crescita del mercato,
alla corrente di pensiero predominante.
Perché dico
perpendicolarmente e non a testa bassa nei confronti di questo modello?
Le correnti rivoluzionarie spesso hanno tentato di opporsi frontalmente
a una determinata situazione e di rovesciarla: una classe al posto di
un’altra classe, o al limite, nel caso di veri golpisti, un generale al
posto di un altro generale. Comunque ogni impostazione “frontale” in un
certo senso punta semplicemente al ricambio del potere. Da questo punto
di vista, credo, difficilmente potrebbe rientrare in quello che
cerchiamo di individuare come fondamentalismo.
Quando parlo di
“perpendicolarmente”, voglio invece indicare qualcosa che non tenta di
opporsi alla corrente cercando semplicemente di creare una
controcorrente, ma che piuttosto tenta di essere in qualche modo un po’
altrove oppure di riferirsi e rifarsi ad esperienze e modelli che non
si lasciano integrare. Non solo però perché si pensa: “quando qualcuno
dice “A” io penso “non A”; quando dice “la crescita economica é buona”,
io dico “no, lacrescita economica é cattiva”; quando dice “l’aumento di
disponibilità di energia è una cosa cattiva, rimaniamo con poca
energia”.
L’ombra nazionalista, la spinta religiosa
Fondamentalismo non è semplicemente una continua negazione, ma
viceversa è il tentativo di far vivere altri valori, altre esperienze,
altri riferimenti che in qualche modo stanno fuori o altrove. Lascio
stare il fondamentalismo islamico, che del resto conosco poco.
Fermiamoci all’Europa, come ci propone il tema. Se oggi - mi sono
chiesto - si fermasse per un momento lo sguardo sull’Europa, quali
isole di fondamentalismo a vario titolo si potrebbero scoprire. Mi
sembra di poter dire che probabilmente di fondamentalismi ce ne sono
davvero di vari tipi. Credo ad esempio che un certo tipo di
nazionalismo e di razzismo che ha dominato l’Europa durante gli anni
Trenta e che non è del tutto sparito oggi, è un tipo di fondamentalismo
che sta fortemente ritornando e spesso costituisce una risposta dei
poveri nei confronti degli ancor più poveri tra i poveri.
É un
atteggiamento che nasce dal fatto di sentirsi resi insicuri da tante
cose che in genere vengono dall’alto e non dal basso. E dal momento che
verso l’alto non si sa reagire, si reagisce verso il basso. Succede
perciò che chi si sente privato in modo sostanziale della sua identità,
dell’abitabilità della propria città, del luogo in cui vive, pensa: “io
qui non mi ci riconosco più, pretendono da me comportamenti, abitudini,
modi di mangiare e di vestire, di passare il tempo, divertimenti che mi
sono sempre più estranei”. E cerca poi la ragione di questa
estraneazione, di questo sentirsi stranieri nel proprio habitat, ma la
cerca in quelli che davvero sono ancora più stranieri di lui e che vede
allora come gli inquinatori. Mentre, probabilmente, la televisione,
l’industria del divertimento oppure il modo di abitare o la
ghettizzazione urbana, da questo punto di vista, hanno contribuito
molto di più a metterlo in quella condizione.
Se oggi, quindi, si
guardasse a quali fondamentalismi o quali isole di non integrabilità ci
sono, se ne troverebbero dei più vari e con un’ampia gamma di
oscillazione. Quello del nazionalismo e del razzismo può essere uno di
questi, e penso tra l’altro che in questa fase continuerà ad essere in
crescita e che quindi sia un problema molto serio da affrontare.
L’importante è affrontare il discorso non semplicemente demonizzandolo
con lo slogan “siete dei fascisti”, ma trovando delle alternative,
cercando quelle cose contro la cui mancanza qualcuno protesta
scaricandola sugli zingari, sugli extracomunitari, sui rifugiati
vietnamiti, su chi, insomma, è visto come portatore di inquinamento ed
espropriatore.
Un altro tipo di possibile non integrabilità sono
sicuramente alcuni movimenti religiosi. Non c’è dubbio che oggi per la
corrente principale di pensiero - quella dominata dal mercato, che
possiamo chiamare della crescita, dello sviluppo o anche del progresso,
come a volte enfaticamente si dice - le cose diventano merce e la
compatibilità che conta è quella economica, cioè quanto economicamente
fa crescere, e bene. E quindi si cerca di far girare questa rotella.
Allora una impostazione religiosa molte volte può essere una ragione
per dire, in qualche modo, “non mi interessa”. Il più delle volte non
porta a dire: “blocchiamola”. Anzi, vediamo che sono poche le persone
in Europa che in nome della fede religiosa effettivamente si oppongono
in modo attivo ed efficace ai meccanismi dominanti del mercato. Molti
magari lo pensano, ma quelli che poi lo fanno efficacemente, sono pochi
e spesso vengono poi anche malvisti nelle rispettive chiese perché
ritenuti fomentatori di giovani.
Non sono necessariamente soltanto
ordini religiosi o comunità, ma anche persone, anche se è molto più
comune che dei valori che sul mercato non avrebbero spazio, e che
quindi sarebbero poco considerati, l’abbiano invece in comunità ad
orientamento religioso, in Europa essenzialmente quelle cristiane. E
questo facilmente passa come fondamentalismo.
L’isola della “autonomia di classe”
Un’isola, dunque, di fondamentalismo che si può trovare oggi, è
costituita di sicuro da movimenti o anche semplicemente da comunità ad
ispirazione religiosa. Ma c,è stato un periodo - adesso in declino - in
cui un fondamentalismo che allora non si chiamava ancora così, usava
un’altro nome e si chiamava “autonomia di classe”. Tutti i movimenti
operai radicali alla fine degli anni Sessanta per esempio sostenevano
che l’uguaglianza sociale, i bisogni operai hanno comunque precedenza,
sono comunque autonomi rispetto al profitto, all’andamento del mercato.
I bisogni operai, si affermava, non vengono scoperti se compatibili con
l’andamento dell’economia, ma è l’andamento dell’economia che deve
essere compatibile con i bisogni degli operai. Oggi, forse, questo tipo
di fondamentalismo è stato un po’ rimosso e dimenticato; ma allora era
sicuramente una delle isole abbastanza forti. Ora una delle forme, per
me molto interessanti, del fondamentalismo operaio è l’obiezione di
coscienza nei confronti di certe produzioni, per esempio quella
dell’industria bellica o chimica. Ed è collegato al fatto di dover
comunque intervenire da parte operaia su cosa si produce. L’operaio
cioè dice: “a me non basta che mi sia garantito il salario, che io
venda la mia forza-lavoro e che questa mi venga pagata dal mercato; io
voglio intervenire su quello per cui la mia forza-lavoro serve,
altrimenti io lo rifiuto pur sapendo di pagare un prezzo molto alto”.
Ecco, a mio parere, un possibile fondamentalismo che oggi mi sembra in
crescita.
Anche molti movimenti tradizionalisti sotto questo profilo
sono sospetti di fondamentalismo: dai movimenti che ad esempio
rivendicano la dignità della propria regione, fino ai tradizionalisti
di stampo religioso e culturale. I tradizionalisti dal nostro punto di
vista sono anch’essi - quasi per definizione - molto estranei dalla
corrente principale del mercato e dello sviluppo. Altra isola
dell’arcipelago che stiamo esplorando, mi sembra possano essere
considerate alcune delle comunità etniche minoritarie: ad esempio i
nomadi, che rifiutano - seppure non tutti e non sempre -
l’integrazione. Anche il femminismo, credo, ha significato un’irruzione
di fondamentalismo quando sosteneva, per dirla in poche parole, la tesi
che .
Il movimento ecologico e le compatibilita’ “altre”
Mi rendo conto che in questo modo tralascio altri possibili esempi e
che a questo punto si potrebbe dire: “ma,allora, fondamentalisti sono
quellifuori dello sviluppo, quindi sostanzialmente emarginati, in
genere un po’ retrogradi, probabilmente senza una concreta prospettiva
di affermarsi, a meno che poi non trasformino in fanatismo e militanza
(vedi Iran), a meno che poi non riescano a prendere il potere, allora
diventano intolleranti ed oscurantisti,
eccetera eccetera”. Spesso,
quindi, il giudizio su questi movimenti oscilla tra la commiserazione
(“poveretti!”) e la preoccupazione e la paura che si ha nei confronti
del non integrato.
Anche il movimento ecologico, mi pare, tenta di
essere “perpendicolare” rispetto al dominio della crescita e del
primato dell’economia. Perché in qualche modo afferma e cerca di
praticare una compatibilità completamente diversa. Pensate, ad esempio,
a come noi oggi ragioniamo quando si ha in mente un qualche progetto da
realizzare. Prendiamo un caso. Io vivo in una zona dove si sta parlando
del traforo del Brennero e dove si sta discutendo se fare il traforo e
di quanti chilometri, a quale altitudine, se fare una ferrovia o più
tardi un’autostrada... Le discussioni che si fanno in proposito sono
più o meno di questo tenore. Si dice che l’autostrada e la ferrovia
attuali non sono in grado di sopportare tutto il traffico che passa. E
dunque, visto che non si possono abolire del tutto, le Alpi vanno
almeno tolte come ostacolo al traffico. Allora non resta, appunto, che
passarvi sotto e così le discussioni che si fanno sono curiosamente di
natura economica: quanti miliardi cioè costerà questa opera, quanti
anni ci vorranno per realizzarla, quanta forza-lavoro si dovrà
impiegare, e in quanti anni torneranno i conti...
I movimenti
ecologici, invece, affermano un’altra incompatibilità. Discutono cioè
su quanto traffico può passare attraverso le Alpi senza renderle del
tutto invivibili. Ed è evidente che questa è una priorità molto
diversa. C’è una grande differenza tra il domandarsi: “si può e non si
può fare questo traforo perché costa troppo, si può o non si può
pagare”, e viceversa dire che certe cose non si possono fare perché in
qualche modo sono incompatibili con la vita e con la capacità di
“soppportazione” del pianeta.
Da questo punto di vista, il movimento
ecologico, quando è effettivamente consapevole, è forse oggi in Europa
fra le sfide più fondamentalmente fuori e contro lo sviluppo dominante
perché propone un’affermazione di compatibilità e, viceversa, di
incompatibilità molto lontane da quelle predominanti.
Un altro
esempio?... Chi produce e commercia latte ad esempio sostiene che
conviene di più far pascolare le mucche in Baviera e poi lavorare il
latte in Italia, dovendo così mandare su e giù ogni notte tra Germania
ed Italia centinaia di camion. É chiaro che un ragionamento di questo
genere è totalmente capovolto rispetto a quello della realtà materiale
del pianeta, per la quale il bilancio complessivo e i costi
dell’attuale economia delle mucche allevate in Baviera e della
lavorazione del latte fatta in Italia, se non misurati in termini
aziendali e finanziari, sono infinitamente superiori rispetto a quelli
che comporterebbe un’economia dove le mucche pascolano vicino al luogo
dove poi viene bevuto e lavorato il latte.
Le vie diverse verso la presa di coscienza
In questo senso mi pare si possa dire che il movimento ecologico sta
sicuramente scoprendo un criterio di incompatibilità con la civiltà
dominante molto profondo e molto forte. E le vie attraverso cui lo si
scopre sono davvero le più diverse. Può essere uno scienziato che ad
esempio si rende conto che certe specie di animali piccolissimi si
stanno estinguendo. E arrivandoci per questa via, dice: “no, questo é
un patrimonio irrecuperabile: se si estinguono non ci sono più e noi
non sappiamo ancora se un giorno ne avremo un gran bisogno di questi
animali per la nostra vita”. E, dunque, con questo approccio si arriva
a dire che non è possibile che per ragioni economiche distruggiamo
qualcosa che non è più rigenerabile e viene irreversibilmente perduto.
Succede
in questo caso quel che che avviene ad una persona quando è malata:
improvvisamente tutte le priorità tradizionali - il successo, la
carriera, eccetera - diventano secondarie perché la salvaguardia della
salute, il ripristino del benessere fisico diventano immediatamente
l’unico criterio che conta davvero.
Sotto questo profilo, il
movimento ecologico può essere in effetti considerato fondamentalista.
Perché c’è davvero una gran differenza tra il considerare l’economia
come parametro più efficace e, viceversa, il considerare l’equilibrio
ecologico come il parametro alla fine decisivo per la nostra vita, per
il nostro benessere e quindi anche per la nostra economia, vale a dire
per tutto.
Ora, il fatto curioso è che guardando in giro a ciò che
succede in Europa, ho l’impressione che queste prese di coscienza siano
abbastanza recenti e che quindi oggi come movimento ecologico ci si
trovi in una fase paragonabile forse, se si usasse come pietra di
paragone il movimento operaio e se un simile confronto è plausibile, a
quella in cui si trovò tale movimento negli anni Sessanta del secolo
scorso, cioè in una fase molto iniziale.
Mi sembra inoltre che
quanto ha finora prodotto questo riconoscersi circondati da una civiltà
dominante ma ostile alla vita, siano forme di risposta ancora molto
deboli, discutibili e sperimentali. Sono in parte le risposte di chi
tenta di fermare questa corsa, di chi dice: “non facciamoci scavalcare
da uno sviluppo che poi diventa così ostile ed incontrollabile, che non
si riesce più ad indirizzarlo verso una strada compatibile”.
Di
sicuro un’altra via praticata forse più di quanto non si conosca -
penso ai vari Paesi dell’Europa centrale soprattutto ma anche a Paesi
come la Spagna e la Grecia - è invece quella scelta da chi dice: “io
non riesco a fermare questa corsa distruttiva, intanto però me ne
allontano; vado a vivere e lavorare altrove, cerco di sganciarmi”. É
una specie di dichiarazione di indipendenza individuale. Pensate agli
agricoltori biologici, alle persone che recuperano dal piccolo
artigianato forme di vita che non riescono a fermare il mercato, non
riescono a combatterlo, ma che in qualche modo cercano di restare un
po’ a lato. In circuiti più rallentati, più giusti, più solidali, meno
sottoposti alla legge della competizione e della crescita.
La parabola tra riformismo e rivoluzione
Il tentativo dei movimenti verdi che si sono messi in politica è
anche quello di dire: “cerchiamo di modificare le regole della corsa,
cerchiamo di moderarla, di rallentarla”. E la cosa curiosa è che questi
vari movimenti verdi in politica che oggi, per esempio in Germania,
hanno acquisito un certo peso, rischiano per ora di ripercorrere in
parte la parabola tra riformismo e rivoluzione, sulla falsariga di
quanto è successo al movimento operaio. In questo senso, il termine
fondamentalista spesso viene appioppato a quelli che, se volessimo
usare i termini del movimento operaio, potremmo definire i
rivoluzionari in contrapposizione ai riformisti.
C’è una accezione
di ecologico - spesso denominato anche, e forse dispregiativamente,
fondamentalista - usata per chi riesce o cerca di contribuire ad una
scelta di estraneità piuttosto radicale come impostazione ed analisi,
che non concede nulla ed afferma in pieno la incompatibilità fra lo
sviluppo oggi dominante e l’equilibrio vitale, ecologico del pianeta.
Ma nello stesso tempo non pretende di prendere tutta questa
incompatibilità e trasformarla immediatamente anche in moneta politica.
Mi
pare stia crescendo una maggiore saggezza all’interno dei movimenti
ecologici, impegnati anche nella politica e nella presa di coscienza
della pericolosità dello sviluppo dominante e di estraneità delle
proprie scelte. Una saggezza che è però collegata alla convinzione che
se poi ci si mette al tavolo della politica, e in particolare delle
istituzioni, quella estraneità non si riesce ad esprimerla tutta. Ed è
interessante, anche se in molti Paesi europei fatica ad emergere,
questo tentativo di unire un’estraneità molto forte al fatto che tutto
questo si trasformi poi in politica e in vita quotidiana. Ed è
altrettanto interessante notare come i Verdi in politica riescono a
tradurre solo una piccola parte di questa estraneità in proposta. Cosa
che peraltro avviene anche per la vita quotidiana. Entrare in un’ottica
politica in base alla quale si dice: “ io spendo meno soldi per armi e
perché ci sia meno traffico”, è una logica certo scoraggiante rispetto
alla radicalità delle convinzioni. Ma è nello stesso tempo anche quello
che ognuno di noi fa quando dice: “sì, io adesso sto arrivando alla
separazione dei rifiuti tra cose organiche, vetro, plastica e via
dicendo”.
Sviluppo? Basta! A tutto c’è un limite...
Il ruolo della “compassione” come strumento di conoscenza, ovvero il
condividere una situazione come funzione essenziale per conoscere:
vorrei far partire la mia riflessione proprio da questa idea
suggeritaci da Majid Rahnema*. Molti di noi, per le storie pur diverse
che hanno alle spalle, sono da iscriversi tra le persone che hanno
tentato o tentano di fare qualcosa per migliorare il mondo. Molti di
noi si sentono votati a cambiare il mondo in meglio, ed alcuni
probabilmente, in questo sforzo, hanno sviluppato inconsapevolmente, in
modi sempre più elaborati ed astuti, un atteggiamento che, per
distinguerlo dall’amore per il prossimo nel senso del più vicino, si
potrebbe tradurre con l’amore per il più lontano.
L’amore per il più lontano
Ecco, credo che l’amore per il più lontano sia un atteggiamento che
ha contraddistinto e continua a contraddistinguere molti dei tentativi
di cambiare il mondo che condividiamo. Chi non si sente interpellato
dall’immagine del bambino che ha fame nel Biafra? Oppure chi di noi non
si sente chiamato in causa dai grafici sui flussi finanziari che dal
Sud del pianeta vanno verso il Nord e non viceversa?... Nel corso del
tempo abbiamo così sviluppato una serie di visioni del mondo che hanno
affermato e perfezionato le nostre capacità di amore verso il più
lontano.
Oggi i movimenti che in qualche modo vogliono tentare di
ricostruire una pace tra gli uomini e il resto della natura, si sentono
spesso porre una domanda: “Ma allora adesso, voi ecologisti, siete una
nuova terza via, siete quelli che indicano una strada di fronte al
fallimento del comunismo nelle sue varie espressioni, e di fronte alle
distruzioni evidenti che il sistema capitalista ed il mercato
provocano?”
E a questo punto la tentazione di costituirsi in sistema
- di trasformarsi cioè in ecologismo - può essere forte, proprio perché
forte è la domanda di trovare una risposta, una chiave, una strada che
aiutino a riaggiustare le cose.
Sotto questo profilo dobbiamo
riconoscere che molti dei movimenti che in un altro contesto una volta
ho definito “movimenti della generosità” per distinguerli dai
“movimenti dell’egoismo” individuale e collettivo, tendono facilmente a
costituirsi in movimenti salvifici. In effetti, oggi, noi ci ritroviamo
in questo momento a chiederci che cosa può aver senso fare di fronte
alla caduta della cortina tra Est ed Ovest ed all’unificazione
dell’Europa. Di fronte ad una forte domanda che viene spesso dalle
società dell’Est - dove la gente in questo momento dice “noi abbiamo
passato 40-50 anni nell’isolamento, in aberrazioni che ci sono state
imposte; aiutateci”. Di fronte infine anche ad una domanda crescente
dal Sud del mondo, che reclama giustizia in varie forme. Ci ritroviamo
a chiederci come sviluppare una linea di azione, di intervento, di
politica, di economia, di cultura, di civiltà che possa fornire delle
risposte.
Oggi é meglio il non-fare
Una delle cose che abbiamo cominciato a riconoscere occupandoci
nell’ultimo decennio più da vicino della “sostenibilità” della
biosfera, è probabilmente il dubbio che gran parte degli interventi cui
abbiamo attivamente o passivamente collaborato, hanno alimentato una
spirale fortemente distruttiva.
Oggi, posti di fronte alle cifre e
alle percentuali che compendiano la crisi ecologica e la minaccia di
una catastrofe ambientale - tra 40-50 anni il clima non sarà più
vivibile etc... - diventa forte la tentazione di intervenire, ad
esempio, con progetti di riforestazione oppure di amministrazione
accurata dell’acqua potabile, o ancora con progetti di ripristino di
una condizione di maggiore equilibrio con la natura quali il togliere
un po’ di cemento dai fiumi, restituendo loro alvei più liberi, oppure
con programmi di riduzione del traffico e dell’ampiezza di alcune
strade troppo larghe.
Eppure, anche la ricerca di programmi per
governare in qualche modo una certa riappacificazione con la natura, il
più delle volte finisce con il sospingere in avanti questa spirale di
sviluppo. In altre parole, la pace con la natura si risolve alla fine
con la promozione della costruzione di depuratori, di filtri, di
desalinizzatori... Per rendere governabile la crisi ecologica, per
rimandare il pagamento dei conti che abbiamo in sospeso con la natura,
si fa ricorso dunque a nuova tecnologia ed a un ulteriore
perfezionamento tecnico.
Se si guarda più a fondo a quanto emerge
dai dati relativi alla crisi ecologica, la cosa più importante da fare
è probabilmente il non-fare, cioè passare complessivamente da un
modello di espansione verso un altro di contrazione.
Sostenere che
dall’espansione le civiltà altamente sviluppate - quelle ad alto
consumo di energia, di materiali, di natura, di biosfera - dovrebbero
passare ad una fase di maggior contrazione, e proporre tale prospettiva
come linea di azione, può indurre alla tentazione dei filtri e dei
depuratori. Perciò vorrei porre al centro della nostra riflessione la
ricerca di quei settori ed aspetti della vita in cui tutti noi si
riesca a passare concretamente da una logica del “più” a una logica del
“meno”. Ed è un passaggio non facile per la nostra forma mentis.
Logica del più e logica del meno
Noi siamo abituati a considerare gli indici di crescita e di
progresso come segnali di miglioramento del benessere, e da questo
punto di vista, oggi, non c’è amministrazione che non misuri in qualche
modo l’impatto della propria azione con gli indici di crescita ed
espansione quantitativa, di quante più persone sono state rese felici,
di quanti più soldi si sono ricavati o investiti, etc... Di sicuro la
cruna dell’ago rispetto alla quale si devono oggi misurare i movimenti
che si propongono come loro fondamento ideale la ricerca della pace fra
gli uomini e con la natura, è ribaltare quella impostazione,
riconoscendo che l’obiettivo è la autolimitazione ed in particolare
l’autolimitazione dei danni, ma più in generale delle nostre civiltà e
specificamente di quella industrializzata del Nord, e pretendere di
trasformare la scelta ideale dell’autolimitazione in una linea politica
e di azione.
Ovviamente una politica di autolimitazione e di
contrazione si scontra subito con un primo ostacolo, quello del
consenso. L’autolimitazione indica un’attitudine volontaria e non
connessa ad una legislazione impositiva che pretenda di controllare
quanta benzina oppure quanta acqua potabile ciascuna persona consuma...
Per autolimitazione si deve intendere un atteggiamento meno predatorio,
meno vorace nei confronti della biosfera. Un atteggiamento che si basa
su una scelta e non sul fatto che accanto ad ogni fonte ci sia un
carabiniere che ti controlla e ti dice basta dopo il secondo bicchiere.
L’autolimitazione
richiede un cambiamento di logica, di atteggiamento dentro di noi. In
altre parole è una scelta più difficile, ed è poi ancor più difficile
trasformarla in consenso politico e democratico, in scelte che abbiano
il beneplacito della gente. In realtà, un buon bilancio pubblico oggi
dovrebbe essere giudicato non sulla base dei soldi in più che riesce ad
investire, ma sui danni in meno che concretamente riesce a dimostrare
di provocare. Un buon amministratore dovrebbe cioè dire: “Noi nel corso
di un anno siamo riusciti a restituire respirazione a tanti metri o
ettari o chilometri quadrati di terreno, togliendo cemento dalla crosta
della terra. Noi siamo riusciti a non edificare tot aree...”
L’autolimitazione come chiave di volta
Misurare le cose non fatte invece che quelle fatte è sicuramente un
passaggio di non poco conto. É un cambiamento di mentalità che non ci
preserva automaticamente da un atteggiamento fariseo, perché si può
finire nel comportarsi come chi rimpiangeva i profumi della Maddalena
profusi sui piedi di Gesù anziché esser stati messi sul mercato e
distribuiti ai poveri. In questo senso molti integralismi ecologici e
molte tecnocrazie dipinte di verde possono assumere un atteggiamento
altrettanto ostile e negativo nei confronti degli uomini e degli altri
esseri viventi.
La domanda di fondo alla quale dovremo cercare
ancora di rispondere è se sia giusto che oggi una politica di
autolimitazione possa essere riconosciuta come una chiave di volta per
ciò di cui c’è bisogno. Passare dall’espansione alla contrazione pone
poi una seconda domanda forte alla quale non dovremo sfuggire, ed è
quella relativa alle motivazioni, ossia sul perché compiere questo
passo. E anche in questo caso sono dell’idea che in molti casi siamo
più vicini al punto di partenza di una ricerca, che a quello d’arrivo.
Oggi,
infatti, una parte delle motivazioni che vengono apportate per
caldeggiare politiche ecologiste, sono essenzialmente motivazioni per
così dire “di paura”. In altre parole è come se si dicesse: “devi
smettere di fumare, altrimenti avrai il cancro; devi smettere di bere,
altrimenti etc...”. Sono atteggiamenti che poi non tengono: sono poche,
infatti, le persone che smettono in tempo di fumare o di bere, perché
la paura non è una motivazione che alla lunga tenga. E la paura inoltre
come motivazione non appartiene all’atto della generosità, semmai
appartiene all’atteggiamento del “si salvi chi può”, e può spesso
indurre a comportamenti o a scelte assai egoiste.
La paura spesso
può essere un utile campanello d’allarme, ma in genere non è una
motivazione che con il tempo regge. Anche le motivazioni
ecologico-economiche - cioè quelle di chi guarda alla biosfera
semplicemente come una dispensa che deve essere amministrata con cura
perché deve durare a lungo, e quindi ne ritaglia fettine piccine, molto
sottili - potrebbero portare a politiche di razionamento sociale, di
amministrazione oculata della scarsità, ma molto difficilmente ad un
cambiamento forte di cultura e di atteggiamento verso la vita sociale e
personale.
Scelta etica e scelta estetica
Siamo dunque appena agli inizi. Ma vedo alcune spinte motivazionali
che credo vadano incentivate, e qui ne vorrei accennare ad almeno due.
La prima, che credo stia assumendo un peso via via maggiore, è la
spinta etica. Che può essere alimentata a sua volta da molte sorgenti.
Per qualcuno, infatti, si caratterizza maggiormente in senso religioso,
per altri invece in senso umanistico... Di sicuro, però, una scelta
etica non può accettare un atteggiamento predatorio non solo nei
confronti dei “prossimi”, ma anche dei “posteri”. Oggi la domanda di
etica è molto forte, e questo è già un buon segno.
C’è poi
sicuramente anche una seconda fonte di motivazioni, una sorgente che
per ora è poco esplorata, ed è quella che definirei “il piacere della
contrazione”. L’autolimitazione non deve ridursi ad una specie di
autosuggestione per cui una persona finisce con il dire: “lo stomaco
vuoto è meglio dello stomaco pieno perché alla fine ci guadagna la
linea”.
Sempre più persone si accorgono, invece, che la linea dello
sviluppo, la linea della crescita materiale ha talmente aumentato e
moltiplicato anche le forme di dipendenza, di non autonomia, di
alienazione, di rinunce all’essere noi stessi, al punto da postulare la
capacità di camminare facendo un uso più moderato di protesi...
É
una seconda importante motivazione che dobbiamo saper riscoprire e
ricercare meglio - quella del disporre di una maggiore autonomia, del
saper ricercare la varietà, della capacità di sviluppare molte e
diverse forme di relazione e di adattamento al mondo rispetto a quelle
a senso unico e predeterminate che ci disegnano le vie finora seguite
dallo sviluppo.
Oggi riconosciamo necessario passare da un
atteggiamento molto interventista, molto chirurgico e salvifico nei
confronti del mondo “giusto”- un atteggiamento secondo cui i tagli, gli
interventi drastici riescono a determinare la storia nel modo - ad una
linea “omeopatica”, di piccole dosi, che ha meno pretese di sapere come
le cose devono andare a finire e quindi di forzarle perché vadano in
quella determinata direzione.
Il mercato l’unico demiurgo?
Può darsi che in tutte queste considerazioni si rifletta anche
l’atteggiamento di chi riconosce la sproporzione tra le forze che
spingono verso il veloce e vorace consumo della biosfera, e le forze
che invece in qualche modo cercano un equilibrio. Può darsi si cerchi
di far di necessità virtù, ma può anche darsi che tali virtù aiutino a
compiere delle buone scelte. Abbiamo assistito in questi tempi ad
un’acuta crisi non solo del socialismo e dell’ambiente, ma anche delle
idee e delle ideologie che definiamo “interventiste” nei confronti
della natura. Abbiamo assistito all’emergere da molte parti di critiche
e riflessioni molto profonde rispetto alla pretesa di rifare il mondo,
di cambiarlo, e così pure rispetto alla pretesa di poter in qualche
modo trovare delle soluzioni, comprendere gli obiettivi che si
ritengono giusti ed importanti, e quindi realizzarli con la sola forza
soggettiva della volontà e della organizzazione.
É possibile allora
che almeno nel Nord del mondo, ma forse anche nel Sud, ci si trovi in
una fase in cui diventa difficile individuare degli ideali, delle forze
motrici che non siano solo dei sogni, ma anche delle possibili visioni
del mondo che motivino, che aiutino a intravedere un cambiamento
possibile ed aiutino poi anche a provocarlo.
Oggi l’unica forza
pressoché incontrastata che pare in grado di proporsi per cambiare il
mondo, sembra essere il mercato con la sua dinamica incontrollata.
Abbiamo addirittura assistito ad una sorta di obbedienza precorritrice
nei confronti del mercato, tra le popolazioni ad esempio di gran parte
dell’Europa dell’Est che nelle loro prime elezioni democratiche hanno
votato per partiti che esaltano il mercato. Come volessero dire che, se
il mercato è tutto da ristrutturare, sappia almeno che al momento
giusto deve ricordarsi anche di noi perché anche noi stiamo dalla sua
parte, e che tutto sommato preferiamo esser saliti sul suo carro che
ritrovarci sotto le ruote. É un’aspettativa che Wolfang Sachs** ha
definito illusoria. Fra poco infatti, sostiene, il mercato, il
capitalismo rimpiangeranno il socialismo e il comunismo, perché non ci
sarà più la lotta contro il comunismo a giustificare e legittimare
tutto quello che non va.
Mi pare insomma importante soffermarci su
un punto: le visioni in qualche modo demiurgiche, quelle basate cioè
sul “poter fare” , oggi sono messe in crisi da parte dei movimenti
liberatori, mentre invece il demiurgo-mercato in apparenza gode di
ottima salute e sembra inesorabile. Occorre dunque chiedersi e capire a
fondo se le ideologie che pretendono di rendere felice l’uomo, non
siano in realtà fortemente in crisi.
Le difficoltà della “contrazione”
Un secondo aspetto che vorrei mettere in luce a proposito della
prospettiva di cambiamento è quello della necessità di una forte
contrazione del modello che governa dal punto di vista economico,
politico e culturale almeno il Nord industrializzato del pianeta, ed in
particolare la sua parte occidentale. Certo, abbiamo anche constatato
che ogni processo di contrazione e di riduzione risulta assai
contrastato, così come risulta difficile tagliare una qualsiasi spesa.
Abbiamo ad esempio sentito più volte operai e sindacati delle fabbriche
belliche protestare contro i tagli alla spesa militare, e sono gli
stessi sindacati che invece ad altri tavoli negoziali l’avevano anche
chiesta.
Qualsiasi processo di contrazione va incontro e provoca
quindi grandi difficoltà. Perciò uno dei grandi interrogativi attuali
riguarda la strada da seguire per arrivare a forme di atterraggio
morbido nell’uscita dalla traiettoria dominante.
La questione del
Golfo e della crisi seguita all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq
ne è una prova. Molti esponenti e persone che si riconoscono nell’area
ecologista, hanno vissuto mesi di forte disagio, avvertendo la totale
insufficienza di tutto quanto si poteva fare nella circostanza. Ci si
rendeva conto infatti che la pura ripetizione di vecchi slogan come
“Via gli aerei della Nato dall’Italia, dal mondo etc.” oppure “no alla
guerra” avevano in sé qualcosa di puramente declamatorio ed
eventualmente autoconsolatorio, mentre allo stesso tempo si assisteva
al dispiegarsi di una logica secondo la quale, pur con tutto quel che
si può dire a giustificazione di interventi contro espansionismi e
aggressioni assolutamente ingiustificati, la crisi ha fortemente
assunto le caratteristiche di uno scontro Nord-Sud. Non perché Saddam
Hussein rappresenti il Sud e l’insieme delle forze schierate contro di
lui rappresentino di per sé il Nord, ma piuttosto perché il conflitto
ha aperto una forte contraddizione Nord-Sud.
É possibile allora che
rispetto ad un simile conflitto che rischia di sfociare in guerra
aperta, noi ambientalisti e pacifisti si finisca quasi con il
rinunciare ad intervenire? É possibile che si lasci l’interventismo
solo agli Stati, agli eserciti, alla Borsa, ai commercianti di petrolio
etc?
Alcune idee, io credo, sono diventate senso comune. Ma ora
devono anche esprimersi. Tra queste l’obiezione di coscienza nei
confronti di una possibile guerra e tutto quanto ad essa si connette.
Una seconda idea è che comunque si debba arrivare, anche dal basso, ad
un forte dialogo, a una forte rete di solidarietà tra le popolazioni
europee, specialmente del Mediterraneo, e le popolazioni mediorientali.
Non occorre essere santi
Apparentemente la crisi del Golfo ci distoglie dallo sforzo di
operare quella contrazione di cui si parlava, in realtà però essa
diventa una sorta di banco di prova. C’è un ultimo aspetto su cui
soffermarsi, ed è quello dei consumi. Molti gruppi hanno ripetutamente
cercato di gestire la tensione tra il bisogno di fare cose in grande e
poi le ripercussioni che queste esse in piccolo. La contraddizione di
essere contro la guerra nel Golfo e, poi, ad esempio usare la macchina,
ci ha attraversato continuamente. E c’è una tentazione oggettiva di
affidarsi solo alle risposte “piccole” , visto che le risposte “grandi”
sono molto lontane e rischiano di sottometterci al gioco della politica
che può poi diventare strumentale e non farsi più controllare.
In
altri contesti, invece, si verifica il contrario. Si manifesta contro
la guerra, si fa molta politica però non si è mai minimamente preso in
considerazione il fatto di ridurre i propri consumi energetici e di
lavorare in questa direzione. Io credo invece che la questione dei
consumi sia un aspetto centrale se vogliamo affrontare seriamente il
problema della contrazione, senza viverla come autoflagellazione oppure
una sorta di rinuncia per spirito di sacrificio, ma per viverla
viceversa come un passaggio anche ad un’attualità diversa, migliore.
Vivere meglio con meno come una scelta non ideologica ma oggi anche
molto sperimentale nella pratica.
Ed a questo proposito mi chiedo se
può essere riscattata la scelta della autolimitazione per paura? A mio
parere sì, se la trasformiamo in un discorso di razionalità, cioè di
adattamento dei mezzi ai fini. Dobbiamo chiederci allora qual è il
fine, cosa vogliamo. Ci sono due tipi di razionalità nella società. C’è
una razionalità di pochi, che chiamerei la “razionalità dei santi” ,
cioè di coloro che sono felici di vedere felici gli altri, perché hanno
un desiderio di bene universale. É una razionalità che li porta quindi
a sacrificare se stessi per vedere contenti gli altri. Ma è una
razionalità di pochi, non possiamo fare politica solo con loro. Magari
fossero tanti. Dobbiamo fare il possibile perché crescano di numero,
però non sono certo che ci siano i tempi storici per trasformare il
mondo con una simile razionalità.
C’è poi un’altra razionalità,
quella della gente comune che cerca il proprio bene, il proprio piccolo
bene, per sé, per la famiglia... Ebbene oggi possiamo dimostrare
razionalmente che l’autolimitazione non è soltanto una prospettiva che
appartiene alla razionalità del santo, ma è anche valida per la
razionalità comune. Quando nella razionalità comune c’è il desiderio di
bene per i figli, e quando si comprende che il mio agire di oggi
compromette il futuro dei miei figli, allora l’autolimitazione comincia
già ad avere un senso anche per la razionalità comune. É un concetto
questo che dobbiamo sviluppare molto, dimostrando quanto sia fondato
nella realtà. E poi non ci resterà che da dimostrare un’altra cosa: che
non solo occorre autolimitarsi perché possano continuare ad esistere il
mondo e la famiglia, ma che nel farlo c’è anche una gioia.
*Majid Rahnema, iraniano, fu Ministro della Scienza e
dell’Istruzione per tre anni ma poi lasciò l’incarico per contrasti
insanabili con il governo di Reza Pablevi; ha collaborato con l’Unesco
elaborando l’idea di autosviluppo con progetti nel Luristan. Oggi vive
in Francia; fa il ricercatore e tiene seminari nelle Università del
Nord America. Ha scritto numerosi saggi: La sua ultima pubblicazione in
Italiano è “Si fa presto a dire povero” (Macro Edizioni, 1995).
**Wolfgang Sachs, tedesco, ha insegnato alle Università di Berlino e
Pennsylvania ed è stato co-direttore della rivista “Development”.
Attualmente è ricercatore sulla storia dello sviluppo all’Università di
Essen (Germania). Ha pubblicato numerosi saggi: in Italia è uscito
“Archeologia dello sviluppo” (Macro Edizioni, 1992).
“Verdi di testa” e “verdi di cuore”
La sfida a cui oggi si trova di fronte chi condivida questo tipo di
presa di coscienza, è proprio quella di come conservare, anzi di come
sviluppare una forte estraneità; di come riconoscere che viviamo in un
contesto tutto sbagliato e al tempo stesso molto coerente, all’interno
del quale ogni cosa è veramente incatenata all’altra. Un contesto al
quale, sappiamo, ci si dovrebbe negare totalmente anche se il più delle
volte non riusciamo a farlo, ma nel quale vi sono anche spazi da
esplorare non solo in termini propagandistici e rivendicativi.
I
fondamentalisti più efficaci che vedo in giro, mi sembra quindi siano
quelli che meno sanno di esserlo o che meno rivendicano di esserlo. Non
sono certo quelli che sanno tutto su come sono inquinati i cibi per cui
prendono solo alimenti integrali. Oppure quelli che sono i più attenti
a comprare solo detersivi poco inquinanti. Probabilmente, invece,
l’estraneità più forte e più radicata sta in molti contadini, nei Paesi
a base agricola. Nelle isole di fondamentalismo, cioè, inteso nel senso
che spiegavo in precedenza: nei gruppi di persone e sociali che sono
effettivamente tagliati fuori, che dello sviluppo non hanno da
attendersi che degrado ed emarginazione.
Da questo punto di vista il
tipo di militante verde che finora è emerso è soltanto la punta di un
iceberg. Sono i cosiddetti “verdi di testa”. Verdi che le cose le hanno
imparate dai libri o le hanno capite attraverso ragionamenti. E oggi i
movimenti verdi esistenti rappresentano in gran parte i “verdi di
testa”. Non a caso sono molto urbani, nel senso che provengono dalle
città, sono in genere abbastanza intellettuali e molto scolarizzati,
spesso inseriti nelle professioni più istruite e colte... E invece il
vero fondamentalismo - quello che rischia meno di essere di moda - è
probabilmente molto più popolare, molto più naturalmente saggio.
A
me sembra che dall’attuale esperienza italiana potrebbe derivare un
interessante messaggio: quello di arrivare ad una più forte, convinta
ed effettiva estraneità rispetto al meccanismo della competizione,
della crescita e della corsa allo sviluppo, e nello stesso tempo ad una
capacità più rasserenata di non vedere ogni volta in gioco la battaglia
finale, decisiva, all’ultimo spasimo.
Nel movimento verde italiano
esiste una buona possibilità che atteggiamenti di questo genere
crescano. Non so se la politica, il campo elettorale ed istituzionale
siano il terreno migliore su cui possa crescere. Il campo elettorale è
modellato ad immagine e somiglianza della competizione, della corsa,
della crescita e non è quindi il terreno più favorevole. Ho tuttavia
l’impressione che se si riuscisse a togliere ai fondamentalismi la
carica di fanatismo, di declamazione, per far diventare le nostre idee
e proposte non solo qualcosa “di testa” ma anche “di pancia” e “di
cuore”, più collegate cioè al vissuto, l’uso di alcuni strumenti -
compreso quello della politica ed un certo intreccio col mercato -
potrebbe essere più efficace. Oggi, infatti, non siamo in una
situazione come quella in cui avvenne il crollo dell’impero romano, e
cioè che laddove crollava l’impero, sorgevano poi i monasteri
benedettini o piccole comunità autosufficienti.
L’illusione che oggi
caratterizza in negativo il fondamentalismo è quella di poter tracciare
delle linee nette: di là i cattivi e di qui quelli che si salvano, di
là i contaminati e di qui i puri. É un genere di fondamentalismo che
ritengo abbastanza puerile e del tutto inefficace: al massimo può
accontentare la propria sicurezza di sé e nient’altro. La speranza è di
arrivare ad un fondamentalismo più disincantato e rasserenato, visto
che la società diversa che vogliamo, non nascerà probabilmente da un
crollo generalizzato e da una successiva rigenerazione, ma richiederà
piuttosto molto lavoro, per così dire, di bricolage.
Scelta di testimonianza “omeopatica”
Ogni cambiamento sociale nasce sull’orma di quello che c’era prima e
di quello che c’è in quel momento. In Italia ma anche in altri Paesi
possano rinascere e rafforzarsi esperienze di fondamentalismo meno
ideologico. Proviamo a fare alcuni esempi, scegliendo tra quelli di chi
si trova già per sua condizione in una situazione di forte estraneità.
Mentre l’antimilitarismo è già di per sé una scelta molto soggettiva,
far parte di una minoranza etnica o essere un abitante di una regione
sottosviluppata, o ancora essere vecchio e malato, significa trovarsi
di per sé comunque ai margini del cosiddetto sviluppo, e questo fatto
in qualche modo costringe a reagire.
Costringe ad esempio a tentare
l’assimilazione, a tentare cioè di diventare competitivi. Le minoranze
etniche spesso reagiscono tentando, appunto, di diventare competitive.
Il nazionalismo è una di queste forme, per cui è molto facile che
dall’affermazione di identità di una comunità che si sente oppressa, si
passi poi al ruolo di oppressori. In ogni caso sono tutte situazioni in
cui la condizione di estraneità in qualche modo esiste, e non è solo
una scelta.
Una delle scelte più rilevanti è però quella del rifiuto
del militarismo e del servizio militare, e più in generale quella
dell’obiezione di coscienza e della nonviolenza. Credo anzi che la
scelta nonviolenta sia uno dei più grandi sforzi civilizzatori e umani
di rendersi consapevoli di quale e quanta violenza esercitiamo e di
lavorare per la sua riduzione in quanto nessuno può immaginare di non
dover mai esercitare o subire violenza.
In questo senso considero i
movimenti nonviolenti come una grande professione di incompatibilità:
perché tu puoi certo dire che la legge prevalente è quella della
violenza, della forza, del più forte, ma noi cerchiamo di affermare una
legge diversa. Però li collocherei decisamente tra i movimenti “di
testa”, cioè quelli legati ad una scelta soggettiva.
In genere penso
al fondamentalismo come ad una medicina omeopatica, da assumere cioè in
piccole dosi. Piccoli gruppi come una scelta di testimonianza che con
la forza di convinzione possono avere una grande forza di influsso. Ho
paura invece che diventi sistema dominante, perché penso non ci sia
nulla di più fondamentalista del sistema di mercato dato che riesce a
trasformare tutto in merce e su questo terreno è vincente. Ho dunque
simpatia per i gruppi fondamentalisti che operano scelte di grande
coerenza e con grande impegno personale. Non auspicherei però che
erigessero a sistema, a legge le loro scelte, quand’anche fossero le
mie.
“Sviluppo sostenibile” e consumi
Molti ecologisti e ambientalisti a vario titolo adesso adottano
volentieri la formula “sviluppo sostenibile”, anche perché la nostra
esperienza nella vita quotidiana ci dice che ciascuno di noi si ritrova
molto dentro il processo di crescita. Sono pochi coloro che riescono a
sottrarsi in misura sufficiente ad esso. Basta pensare allo “sviluppo”
del nostro reddito e delle nostre aspirazioni di consumo. Molti
ecologisti cercano una compatibilità tra crescita ed equilibrio
ecologico. E in molti casi, penso, tale compatibilità esiste. Credo
invece che ci sia un grande squilibrio tra i popoli. Da questo punto di
vista, siamo noi che dovremmo fermarci e vedere se altri popoli possono
arrivare ad un livello di soddisfacimento dei bisogni essenziali, prima
di decidere di prenderci un’altra fetta della torta e peraltro
guastarne il resto.
Molti verdi oggi non hanno il coraggio di dire
che in certi ambiti dovremmo fermarci e magari tornare indietro per
quanto riguarda il livello dei consumi. Il mercato per ora continuerà a
spingere verso l’espansione, perciò non troverei così oltraggioso il
tentativo di influire anche sul mercato, cercando per esempio di
modificare la domanda di beni di consumo.
Sul fatto dei bisogni,
invece, il discorso è diverso. Certi bisogni a livello di massa, o
bisogni indotti, forse si potrebbero modificare solo in seguito a
catastrofi. Basti pensare alla quantità di spostamenti che oggi
consideriamo parte integrante e irrinunciabile del nostro stile di
vita. Ma se il numero di tumori così come il numero di malattie causate
dai gas di scarico continuerà ad aumentare, forse si comincerà a
ridiscutere se una grande mobilità sia il bene preferibile oppure se
non sia forse preferibile una migliore qualità dei nostri polmoni.
É
un problema di vivere meglio, di razionalizzare. Pensiamo ad esempio
nelle città le quantità di gas tossico che si potrebbero eliminare se
tanta gente non viaggiasse da sola nella propria automobile e tutti
nella stessa direzione. Se si associassero più persone nella stessa
auto, si eliminerebbe più della metà dei veicoli circolanti e quindi
più della metà della quantità di gas tossico che giornalmente viene
riversata nell’atmosfera. C’è insomma uno spazio larghissimo di
recupero degli sprechi, delle inefficienze e delle irrazionalità.
Di
fronte alle grandi emergenze il movimento verde in Italia, come
peraltro dovunque in Europa, dà spesso l’impressione di non sapere da
dove e cosa cominciare a combattere. Una grande campagna sull’effetto
serra? Scegliere come tema centrale “no all’olocausto”? Una campagna e
un referendum sui pesticidi? L’imminente referendum sui pesticidi potrà
essere forse una grande occasione per affrontare il problema che quanto
si immette oggi nel suolo, ci sarà “restituito” tra 30-40 anni.
Per
ora, comunque, mi pare che i movimenti ecologisti facciano uno sforzo
consistente per evidenziare, segnalare e condurre singole campagne da
cui emerga un qualche segnale di conversione. Così va benissimo puntare
sulla questione dell’ozono, ma se le azioni che promuoviamo non sono
legate tra di loro, se non vengono affrontati anche altri aspetti -
dalla crescita abnorme del traffico aereo all’emissione di CO2, una
singola cosa non salverà.
C’è insomma il rischio che molte campagne
ecologiste inducano la gente a credere, che facendo quella singola cosa
- al limite iscrivendosi a quella tale associazione ambientalista
oppure usando la carta riciclata o il detersivo tal dei tali - si sia
salvato il pianeta.
Un impatto circolare sulla natura
Ora si parla molto di “sviluppo quantitativo” e “sviluppo
qualitativo”. Vi sono delle cose che sicuramente possono essere
utilmente sviluppate e possono anche crescere. Nei settori
dell’informazione, dell’istruzione e della cultura si prospettano ad
esempio crescite che non portano necessariamente ad una esplosione.
Finora, comunque, si è chiamato sviluppo non solo la crescita materiale
economica, ma anche la capacità di distanziare gli effetti nocivi e
dannosi che essa produce, di separare ed allontanare cioè i suoi costi
dai vantaggi. É il caso dei rifiuti: noi siamo riusciti largamente a
disfarci fisicamente dalle conseguenze del nostro impatto
sull’ambiente. Anche se poi, com’è successo, qualche volta magari ci
ritornano sotto forma di “nave dei veleni” dall’Africa o dal Libano.
In
questo senso, invece, io credo che sul territorio - in un ambito
territoriale cioè relativamente definito - è possibile dare forma
circolare al nostro impatto sul resto della natura. Ovvero noi
interveniamo, modifichiamo, distruggiamo e inquiniamo; ma lavoriamo
anche per ripristinare e garantire in qualche modo l’equilibrio.
La
critica nei confronti dello sviluppo e lo sforzo per riaccettare il
principio che ai benefici debbano anche corrispondere dei costi, sono
uno sforzo molto complesso. Con questo non voglio dire che le
catastrofi o la paura delle catastrofi sono il principale motore che ci
spingano a farlo; ma di fatto le catastrofi ci costringono e ci
costringeranno a tenere conto di questi costi ed a modificare il nostro
atteggiamento.
Ovviamente, spero anche che possano influirvi molte
altre motivazioni. Ad esempio, una migliore qualità della vita oppure
una migliore alimentazione. Del resto, il tipo di alimentazione e di
superalimentazione che abbiamo attualmente, è ormai criticato da molti
e non solo per gli sprechi, ma anche perché non è certo il meglio che
si possa immaginare.
Per una possibile razionalizzazione, per
passare da sprechi a consumi ragionevoli c’è un ampio spazio di
intervento e di cambiamento, anche a prescindere da altri spazi che
potrebbero essere aperti dalla ricerca scientifica, anche se finora
questa “risorsa scientifica” è andata fondamentalmente a spingere
sull’acceleratore di una ulteriore artificializzazione. Come in una
spirale del riarmo: si combattono con ancor più tecnologie le
conseguenze della tecnologia.
Lo “sganciamento” possibile
Non si possono porre delle delimitazioni ai progetti di
“sganciamento”, perché sono processi molto graduali e molto parziali.
Se un Paese del Terzo mondo come il Mozambico decidesse ad esempio di
commerciare maggiormente con un altro Paese africano, mettiamo lo
Zaire, invece che con un Paese europeo o nordamericano, probabilmente
ciò significherebbe non uscire dal mercato ma sganciarsi in parte da un
mercato impari per dimensione ed avvicinarsi invece a mercati più alla
pari. Così le scelte di agricoltori biologici o artigiani che
pensassero alla propria autosufficienza e al baratto, sarebbero del
tutto inagibili. É invece possibilissimo che alcuni di questi
inizialmente facciano la scelta di restare fuori dal mercato anche
perché non ce la fanno ad entrare, mentre, poi, non appena trovano una
cosa che li renda sufficientemente appetibili sul mercato, decidano di
entrarvi.
Ogni processo di sganciamento - quelli ad esempio che ci
portano ad essere meno dipendenti dal mezzo di trasporto, dallo
standard energetico prevalente e da molte altre cose - è molto, ma
molto parziale, però in qualche può tentare di correggere una tendenza.
Gli esempi che ho portato, sono quelli di movimenti o di situazioni di
un certo tipo, non dico immuni ma certo di minore permeabilità o con in
sé anticorpi più forti nei confronti del dominio del mercato e della
crescita. Eppure, sicuramente alcuni di questi anticorpi sono del tutto
incompatibili tra di loro. Non c’è dubbio che chi sceglie di stare
fuori dal mercato per ragioni di giustizia sociale - ad esempio i
nonviolenti in generale che si oppongono comunque alle scelte
militariste - si troverà fortemente in contrapposizione con chi dice:
“noi contro il mercato, contro lo sviluppo, contro il progresso,
spariamo anche con i cannoni, difendiamo il nostro isolamento ecc”.
Il
fatto di essere portatori di “anticorpi” nei confronti del dominio
della crescita e dell’espansione, non significa quindi automaticamente
che ci sia compatibilità reciproca. Questa può essere costruita, ma
forse non tra tutti. Ce lo insegna anche la storia delle comunità
locali, come quelle del Trentino-Alto Adige. Quel che è piccolo, non è
detto, diventi poi più bello. Credo però si possa dire che i possibili
danni sono già minori, perché operando su scala minore, c’è una
maggiore possibilità di intervento immediato da parte della gente.
La carta dei diritti ecologici
Sono decisamente favorevole all’esistenza di una carta dei diritti
ecologici, ad affermare con forza questa parte dei diritti, compreso
quello all’ingerenza di chi subisce le conseguenze delle scelte fatte
da altri. C’è stata un’esperienza interessante nella nostra provincia,
a Bolzano. Quest’anno (1990) abbiamo promosso una manifestazione contro
il progetto di una centrale elettrica che avrebbe praticamente
prosciugato una valle per convogliare tutte le acque in un invaso. Gli
organizzatori valligiani della manifestazione hanno curato
esplicitamente il coinvolgimento e la partecipazione anche dei turisti.
Hanno avuto il buon gusto di scegliere in particolare quelli che nella
valle ci andavano da molti anni e che quindi avevano anche una maggiore
credibilità nel dire: “questi luoghi interessano anche a noi”. Certo,
una simile scelta interpellava di sicuro anche il mercato e l’economia.
Un
altro esempio: finora il traffico nella mia regione, il Sudtirolo, era
visto sostanzialmente come veicolo di ricchezza e di turismo. Oggi la
quantità di traffico che attraversa il passo del Brennero comincia a
diventare controproducente dal punto di vista del turismo e rende la
zona meno appetibile sotto questo profilo.
C’è quindi un ampio
spazio di aggregazione e di alleanze per chi vuole solo razionalizzare
lo sviluppo e chi dice “no grazie”. Se non li si pone in termini di
principio ideologico, su molte questioni ed obiettivi si può trovare un
accordo anche con chi oggi non ha maturato una più complessiva critica
allo sviluppo.
La sede politica, a mio parere, non deve essere
quella in cui si misura la compatibilità dei fini ultimi, ma in
quest’ambito in modo molto laico si può scegliere di fare quel che si
riesce, anche in modo parziale, senza per questo rinunciare poi ad
andare oltre.
Qualche parola, al proposito, sulla “questione Alpi”.
Nella mia regione, l’agricoltura è stata in per gran parte
salvaguardata dalla Comunità europea in nome della difesa etnica, non
per ragioni ecologiche o altro. Sostanzialmente si è detto: “Se qui per
l’agricoltura lasciamo andare avanti il piano Manford della Comunità
(così si chiamava allora), in pratica si deve chiudere tutto quello che
c’è al di sopra dei 500 metri di altitudine. No, noi questo non lo
vogliamo fare perché i contadini sono il retroterra del nostro popolo e
della nostra cultura”. Di fatto la politica agricola della Cee è stata
molto abilmente elusa; tant’è che nel Sudtirolo non c’è stato lo
spopolamento della montagna, avvenuto sull’Appennino o anche nelle Alpi
occidentali e centrali.
Con ciò voglio dire che le Alpi non hanno
chissà quale verbo da dire, ma che nell’arco alpino il collegamento tra
“verdi di testa” e “verdi di pancia” o “di cuore”, forse è più nei
fatti che soltanto nelle intenzioni.
Nella provincia di Bolzano, ad
esempio, ad essere più verdi, secondo me, non siamo noi che ci
definiamo tali, ma a volte lo sono più efficacemente e maggiormente
molti altri come ad esempio l’Unione dei contadini. Oggi, prima di
questo incontro, è stato da me un cacciatore; anzi, il capo
dell’associazione cacciatori. Ebbene, non esito a dire che lui gli
animali li conosce e li ama più di me. D’accordo, lui li ammazza, io
no, però il modo in cui nell’insieme si occupa degli animali, rispetto
a come me ne occupo io, probabilmente è più efficace.
In questo caso
il confronto non può fermarsi al fatto che lui va a caccia e io no,
perché anche lui ha dedicato gran parte della vita agli animali. Perciò
vorrei che una volta si arrivasse a rapporti più ravvicinati, anche
polemici se necessario, tra persone come questi cacciatori e le persone
impegnate nella battaglia animalista. In questo senso l’arco alpino,
come altre zone più marginali rispetto all’epicentro dello sviluppo
industriale, può offrire qualche vantaggio ai movimenti ecologisti. In
queste zone, infatti, certe situazioni non sono del tutto sommerse e
quindi da reinventare da zero. Anche se poi, come messaggio generale,
magari è sicuramente più dirompente e più generoso quello che ci viene
dall’America latina o da qualche altro posto del Terzo Mondo.
È ancora difficile parlare di Alex ad un anno dalla sua morte
volontaria. Forse bisognerebbe solo tacere, osservare la consegna del
silenzio che era implicita in quell’estremo gesto. Ma le cose lasciate
da Alex, i suoi scritti, le sue azioni, hanno una forza tale che
riescono comunque a parlare da sé. Quante volte, in questi mesi,
abbiamo detto o sentito dire “come diceva Alex...”, “quella volta che
Alex...”, “anche Alex aveva scritto che...” e ci rendiamo conto che la
sua assenza è una continua forte presenza.
Per superare la soglia
del lutto, dei ricordi, della nostalgia, abbiamo iniziato a mettere
mano all’eredità lasciata da Alex: una quantità enorme di scritti,
articoli, riflessioni, testimonianze, diari, documenti. E non si tratta
solo di fare un lavoro documentario di catalogazione per arrivare, in
qualche modo, ad un’opera omnia di Alexander Langer. Anche di questo ci
sarà bisogno, ma verrà più avanti nel tempo. L’esigenza che sentiamo
oggi è quella di utilizzare quel materiale per mantenerlo vivo, per
farlo conoscere a tanti, per poterne fare ancora un uso politico,
rispettando esattamento lo scopo per il quale è stato prodotto. Anche
chi gli era stato più vicino, rileggendo tutta questa produzione
(conservata in forma cartacea nell’ufficio di Bolzano, sparsa qua e là
in giornali e riviste, fatta riemergere dai file del suo computer), si
rende conto di non averlo conosciuto abbastanza, o comunque di non
essere stato a conoscenza di tutto ciò che riusciva a fare, di tutte le
risposte che era chiamato a dare, di tutte le esigenze che doveva
soddisfare. L’ampiezza e la complessità del pensiero e dell’azione di
Langer emergono mano a mano che si scoprono nuovi testi dai quali si
viene a sapere, ad esempio, che si era occupato con competenza persino
della questione degli “zingari irlandesi”, facendo un incontro con i
verdi di quell’isola, intervenendo poi al Parlamento Europeo per
proporre delle soluzioni, scrivendone infine su una rivista locale per
informare i lettori. E così si potrebbero fare centinaia di altri
esempi.
Rileggendo i testi principali (raccolti con cura
nell’antologia “Il viaggiatore leggero” di cui pubblichiamo la
recensione) ci si rende conto che in fondo il pensiero di Alex aveva,
pur nella sua complessità, aveva forse un unico filo conduttore:
l’amore per il prossimo, vicino o lontano che fosse. Di volta in volta
questo prossimo poteva essere chi conviveva nella sua piccola patria
sudtirolese, di lingua e cultura italiana, tedesca o ladina, oppure
l’indios dell’Amazzonia, l’ebreo morto nei lager nazisti, il profugo
bosniaco, un bimbo qualsiasi delle prossime generazioni. Tutte le
riflessioni o le iniziative avviate da Alex sono animate da questo
amore.
Alexander Langer, Il viaggiatore leggero - Scritti 1961-1995,
a cura di Edi Rabini, Sellerio ed., Palermo, 1996, L. 22.000
Alexander Langer è nato a Sterzing (Vipiteno - BZ) nel 1946, ed è
morto suicida a Firenze, nel luglio del 1995. Benché abbia dedicato la
sua vita intera, fin dall’adolescenza, a un impegno sociale e civile, e
abbia attraversato per questo le tappe più significative della
militanza politica, da quella di ispirazione cristiana a quella
dell’estremismo giovanile, dall’ecologista e pacifista all’europeismo e
alla solidarietà fra il Nord, il Sud e l’Est del mondo, e sempre alle
ragioni della convivenza e del rispetto per la natura e la vita, e
benché abbia ricoperto cariche elettive e istituzionali, da quelle
locali al Parlamento europeo, è molto difficile parlarne come di un
uomo politico. O almeno, è del tutto raro che nella politica corrente
si trovi anche una piccola parte dell’ispirazione intellettuale e
morale che ha guidato la fatica di Langer. La politica professata,
anche quando non è semplicemente sciocca e corrotta, non ha il tempo di
guardare lontano, e imprigiona i suoi praticanti nella routine e
nell’autoconservazione. Uno sguardo che accetti di vedere lontano nella
difficoltà della convivenza contemporanea e nella minaccia che pesa
sulla vita della terra, tende per forza a scegliere la profezia e a
rifuggire dalla politica militante come dal proprio opposto.
Langer
è stato un esempio - un tentativo - unico di tenere insieme le due
aspirazioni, un’intelligenza delle cose che non si lasciasse spaventare
dall’enormità; uno stile di vita quotidiano che non contraddicesse, e
neanche si discostasse troppo, dalle convinzioni proclamate, e anzi ne
offrisse la prima verifica; e poi una dedizione pratica che permettesse
di misurarsi con l’efficacia, con la faticosa e mortificante e
realistica traduzione delle idee, dei desideri e delle paure, in azioni
concrete. In questa scelta, Langer ha messo una misura di abnegazione
insopportabile per le forze di chiunque, una disponibilità agli altri -
e non solo all’idea degli altri - senza riserve, una capacità persino
virtuosistica di parlare e ascoltare tante lingue diverse, di essere in
tanti luoghi diversi, di fissare tanti incontri diversi, senza rispetto
di gerarchie esterne e di fame acquisite. E sempre, il suo sforzo di
esserci si è accompagnato a una nostalgia di essere altrove, l’impegno
strenuo del proprio tempo, e della propria attenzione, a un desiderio
di un’altra vita, di una dimissione e di una conversione. Nel catalogo
della vita di Langer, la colonna delle responsabilità e dei titoli
accettati è lunga quanto quella dei rifiuti, delle rinunce, delle
abdicazioni. Avrebbe potuto essere il leader politico, o il guru, dei
verdi italiani: se ne è sottratto discretamente. Avrebbe accettato di
fare il sindaco della sua città: ne è stato escluso formalmente per
essersi rifiutato di aderire alle clausole “etniche” di un censimento
irresponsabile.
Nel momento dell’apparente affermazione delle liste verdi, ne ha paventato l’immeschinimento, e proposto lo scioglimento.
Quando
il PCI ha abbandonato la sua corazza monolitica e si è avviato verso un
scioglimento e una trasformazione, Langer se ne è proposto, così dal di
fuori, segretario: e faceva sul serio. Non fu preso sul serio, allora,
né lo fu abbastanza mai: troppo grande era il divario fra la sua tempra
e le incombenze, le abitudini, le indulgenze reciproche e le inimicizie
da cortile dei bei mondi della politica e dell’informazione.
Ma
questo non vuol dire che anche in quei mondi non si sapesse, o non si
riconoscesse, il suo valore speciale: semplicemente, chiedeva troppo.
Volete
che i telegiornali trovino il tempo di ospitare le campagne di Langer
dal Kossovo o da Tuzla? Langer, che avrebbe maneggiato con maestria e
profondità la scrittura, scriveva in treno, o in aereo, rubando il
tempo al sonno, o al tavolo degli oratori dei convegni: bigliettini di
appunti, cartoline, articoli... Gli articoli erano destinati senza
discriminazioni a tutti coloro che ne facessero richiesta, riviste e
rivistine spesso volontarie e di tiratura minima. I grandi giornali, le
grandi riviste, ospitavano a volte gli interventi di Langer, così come
si paga una piccola tassa: più spesso, per far trapelare qualcosa del
suo lavoro indefesso, e dei temi che più gli stavano a cuore, Langer si
affidava, con alterne fortune, alla posta dei lettori.
Minuziosamente,
quando imperversavano le cronache sulle tangenti, Langer compilava e
spediva il conto delle sue entrate e uscite, fino agli spiccioli. Una
stravaganza, agli occhi dei più. Chi legga ora i testi compresi in
questa vasta raccolta potrà confrontarsi con quelli abituali della
produzione politica e giornalistica contemporanea, e farsene un’idea, o
confermarsela. Ma anche chi ha conosciuto bene Langer leggerà con
meraviglia e ammirazione, oltre che con commozione, l’insieme di questi
scritti. Non solo essi coprono un arco di tempo ormai lungo, ma sono
stati redatti in lingue diverse, pronunciati o pubblicati in occasione
diverse e spesso rare, indirizzati a persone e comunità diverse:
ritrovati insieme, offrono un’immagine frammentaria certo, ma
singolarmente coesa e ricca, del pensiero e dell’esperienza pratica di
una persona che si è misurata davvero con le questioni essenziali del
nostro tempo. Questa seria versatilità è essa stessa un modello umano
esemplare, per noi europei di fine secolo, e cittadini del mondo
minacciato.
Quando Langer è morto, oltre la pena della sua morte, i
sentimenti e le parole di tanti, anche di chi l’aveva tenuto alla larga
per invidia, o meschinità, mostrarono di aver riconosciuto la
straordinarietà del suo passaggio.
Gli scritti raccolti in questa
antologia sono raccolti secondo alcuni temi essenziali, e, al loro
interno, secondo la successione nel tempo.
Per la stragrande
maggioranza dei lettori, anche quelli che hanno conosciuto Langer e il
suo lavoro, si tratta di testi di fatto inediti, data la loro
collocazione disseminata e “minoritaria”.
Naturalmente, questa
raccolta è stata resa possibile dall’autorizzazione e dalla
partecipazione di Valeria Malcontenti, cui siamo affettuosamente
riconoscenti.
LANGER - 22/06/92 - CASA PER LA NONVIOLENZA
DIBATTITO SULL’OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI
Confermo che anche quest’anno ho praticato la mia obiezione alle spese militari. Sono stato anche pignorato...
Continuo
a credere che la Campagna alle spese militari sia un’iniziativa non
solo simbolica, ma anche una delle cose più concrete che si possono
fare, anche perché la discussione che c’è sopra a questo, cioè che cosa
saremmo noi se dovessimo decidere sul bilancio della difesa sulla
questione della pace.
È una Campagna che ci obbliga a ragionare di
cose concrete, a decidere, anche se nel nostro piccolo, quale decisione
prendere sul bilancio militare e ci obbliga a dare risposte concrete.
Per quanto riguarda la questione della Jugoslavia, io credo che ci obblighi a ragionare sulla natura del conflitto.
La
prima cosa che io vorrei sottoporre a questa assemblea è di inviare un
messaggio di apprezzamento e solidarietà a coloro che in questi giorni
stanno manifestando a Belgrado la loro opposizione al regime di
Milosevic.
Io penso che in guerra in Jugoslavia ci troviamo di
fronte a un varco difficilmente colmabile: cosa fare contro la guerra e
cosa fare per la pace?
Comincio dalla seconda questione perché è più
facile da rispondere: ogni giorno che passa e ogni cosa che non siamo
riusciti a fare per la pace rende drammatica la prima questione perché
la guerra è già in atto e avanza.
Sul cosa fare per la pace, Verona
si è confermata un luogo molto importante di incontro anche grazie al
lavoro della Casa per la Nonviolenza. Penso che la cosa più importante
che si possa fare è ristabilire tutti i possibili canali di dialogo e
di solidarietà tra i vecchi protagonisti in Jugoslavia, gruppi, etnie e
comunità, tra coloro di cui oggi si dice che sono incompatibili, che
non possono più vivere insieme.
Molte delle cose che si possono fare
positivamente per la pace, le abbiamo tentate anche se la domanda che
spesso ci viene rivolta “ma dove sono i pacifisti di fronte al
conflitto in ex Jugoslavia”, viene fatta perché l’attenzione dei mass
media è rivolta alla situazione degli scontri, e sappiamo tutto dei
bombardamenti, ma non sappiamo nulla dei luoghi nei quali la gente
riesce ancora a convivere; il lavoro di tenere uniti i fili di
comunicazione non fa notizia ma non per questo è meno importante.
Da
questo punto di vista molti sforzi sono stati fatti. Sono molti gli
incontri che si sono realizzati all’estero tra i diversi interlocutori
della ex Jugoslavia che in patria non possono più incontrarsi.
Dobbiamo
aprire le porte dell’Europa ai popoli della ex Jugoslavia nel senso che
oggi che palesemente non è più agibile un tetto comune tra coloro che
fino ad un anno fa vivevano nella Repubblica Federale Jugoslava,
bisogna offrire una casa comune europea ai popoli della ex Jugoslavia.
Questo ovviamente non avverrà fino a quando la Comunità europea si
distingue per essere solo un mercato.
La casa europea è l’attesa
politica più forte. Oggi però noi facciamo con la ex Jugoslavia come
facciamo con i profughi, siamo disposti a pagare perché qualcuno gli
accolga, ma non siamo disposti ad aprire le nostre porte; non siamo in
grado di offrire un comune spazio giuridico e politico.
Io penso che
su questo dobbiamo insistere molto, sia come cittadini che come
istituzioni. Tutte le iniziative, siano campi di lavoro, solidarietà a
profughi, convegni, tavoli di lavoro e occasioni di incontro, devono
andare nella direzione di tener annodati i fili della comunicazione e
creare un tetto comune, si tratta di fare un investimento nel futuro
post bellico.
Voi sapete che nel caso della ex Jugoslavia tutta una
serie di organismi internazionali hanno dichiarato forfait uno dietro
all’altro.
All’inizio della crisi jugoslava la CSCE, cioè la
Conferenza per la sicurezza e per la cooperazione in Europa, nata
ufficialmente dopo la riunione della Conferenza di Parigi del novembre
1990, il primo organismo europeo dopo la fine della guerra fredda; la
prima volta in cui in un organismo in Europa partecipavano
rappresentanti dei due blocchi contrapposti, inizialmente erano 34,
oggi sono diventati 57, ma non ha una sua decisionalità comune, non
porta a soluzioni.
Accanto al consultivo tavolo politico, quindi con
la presenza dei protagonisti politici, era stato previsto un altro
tavolo consultivo più giuridico costituito da una commissione di alti
magistrati europei, tra i quali l’ex Presidente della Corte
Costituzione italiana Corassaniti.
Questa Commissione giuridica
aveva dato alcuni consigli abbastanza saggi, per esempio aveva
consigliato di dare un riconoscimento innanzitutto a quelle
Repubbliche, che l’avessero chiesto, che garantivano la massima
consistenza multietnica al loro interno, raccomandando in particolare
la Bosnia-Erzegovina e la Macedonia, in quanto garantivano rispetto
alle altre un maggior livello di protezione dei diritti e consistenza
multietnica.
Peccato che questa raccomandazione sia stata disattesa
per ragioni politiche a favore della Croazia, che in quel momento era
sotto tiro e quindi il riconoscimento è stato ritenuto da molti
governi, in particolare forzati da quello tedesco, una misura
necessaria, per trasformare la guerra da conflitto interno a guerra
internazionale e perciò sanzionabile dalla Nazioni Unite.
Anche
altri consigli di questa commissione arbitrale non sono stati seguiti,
per esempio era stato richiesto a tutti gli Stati che qualunque nuovo
Stato aspirasse ad essere riconosciuto doveva garantire un alto livello
di diritti umani e di diritti delle minoranze al proprio interno,
questo è stato invece in gran parte dimenticato.
Un altro consiglio,
che mi sembra tuttora attuale, era che nessun problema della ex
Jugoslavia si poteva risolvere da solo, non era possibile
sostanzialmente risolvere separatamente il problema della Slovenia, del
Kossovo, della Voivodjna e così via, ma che in qualche modo doveva
essere trovata una soluzione comune per evitare quello che poi in
realtà sta succedendo.
Ognuno ha cercato un po’ come è successo a
Beirut di occupare dal punto di vista etnico più territorio possibile,
cioè cacciando via gli altri, infatti abbiamo milioni di profughi e
questo è un qualcosa che l’Europa non aveva più visto dalla seconda
guerra mondiale.
Questi profughi sono stati deliberatamente
terrorizzati e indotti alla fuga per preparare la strada ad una
spartizione per etnie, estremamente crudele.
Dovrebbe essere
attivata una missione ONU anche armata, cioè con mansioni prettamente
di polizia, per bloccare in particolare l’uso più pesante dei
bombardamenti dal cielo e dal mare che è quello che ad una guerra
civile conferisce una dimensione molto più che da guerra civile.
Non
possiamo lasciare tutto all’ONU, dobbiamo anche noi cercare una
soluzione a questa stupida guerra, che non sia fare la guerra alla
Serbia o lasciare che semplicemente si ammazzino tutti.
Reclamo
urgente di alternative agli enti militari; trovo giusto che in questi
ultimi anni nella Campagna si sia sempre più accentuata la richiesta
anche di autorità politica e giuridica internazionale, è un qualcosa
che riesca anche a dare fiducia in una autorità comune non di parte, un
po’ quello che un anno fa i popoli della ex Jugoslavia si aspettavano
ancora dalla Comunità Europea, oggi invece ormai delusi non credono più
che la Comunità Europea sia in grado di dare.
La Comunità Europea e
la Comunità internazionale in generale non hanno investito nella pace,
non hanno favorito quelle repubbliche e quelle realtà all’interno della
ex Jugoslavia più disposte alla pace, comprese in particolare le realtà
istituzionali come la Bosnia-Erzegovina e la Macedonia, soprattutto
perché erano economicamente deboli, ma che erano realtà molto
importanti dal punto di vista della possibilità di convivenza
multietnica, non sono state da nessuno aiutate.
Purtroppo ogni cosa
che stiamo discutendo oggi, doveva essere fatta ieri se non l’altro
ieri, ormai è difficilmente ricuperabile ora.
I profughi giustamente continuano a domandarsi e domandarci: “ma cosa sta aspettando l’Europa per aiutarci?”
Questo
non vuol dire che bisogna intervenire a tutti i costi, ma bisogna anche
rammentare che dove ci sono forti interessi commerciali come nel caso
della Guerra del Golfo, causata dall’invasione irachena del Kuwait, la
Comunità internazionale si è mossa immediatamente, mentre in Jugoslavia
non essendoci petrolio è rimasta a guardare...
Rispetto alla Serbia
e al Montenegro la questione delle sanzioni è reale, bisogna anche lì
come nel caso dell’Iraq colpire dal punto di vista economico e mi
aspetto che queste possano avere un effetto.
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