Giugno 1996
L’editoriale
AZIONE NONVIOLENTA DEVE CRESCERE
di Mao Valpiana e Stefano
Guffanti
L’argomento
TELEVISIONE: CATTIVA MAESTRA
di Karl
Popper
FATE A PEZZI LA TV
di Guido Ceronetti
COME USARE E QUANDO SPEGNERE LA TV
di Gianfranco Zavalloni
SUGGERIMENTI DIDATTICI
CARTA DI TREVISO: IL TESTO INTEGRALE
UN TRIBUNALE PER I CRIMINI IN TV
di Nantas
Salvalaggio
TELEVISIONE VIOLENTA: TRASFORMARE O BUTTARE?
di Nanni
Salio
DIECI COMANDAMENTI PER SALVARSI
di Vera Slepoj
UNA FIRMA PER CAMBIARE
di Mario Lodi
L’attualità
RIFONDAZIONE, LA NATO, LA
NONVIOLENZA
intervista a Fausto Bertinotti
CARI VERDI: VOGLIAMO DARCI UNA MOSSA?
di Mao
Valpiana
Dal Nord e dal Sud
L’INTERESSE PIU’ ALTO È L’INTERESSE DI
TUTTI
di Gigi Eusebi
Testimoni di pace
FRANZ JAGERSTAETTER TESTIMONE
SOLITARIO
di Alberto Trevisan
Campagna OSM
IL MINISTRO DELLE FINANZE TRATTIENE
L’ASSEGNO
Galleria delle idee
CONOSCERE LA GUERRA PER
ELIMINARLA
di Enrico Peyretti
Profili
BERTRAND RUSSEL
di Claudio Cardelli
SESTA CONFERENZA DEL VERONA FORUM
di P. Bergamaschi, P.
Frigato, M. Valpiana
Ci hanno scritto
di S. Tartarini, D. Melodia, Ass.
Gandhi/King/Khan, A. Trevisan
CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE
di Karl Popper
Se riflettiamo sulla storia della televisione, vediamo che, nei suoi primi
anni, essa era abbastanza buona. Non c’erano le cattive cose che sono arrivate
dopo, offriva buoni film e altre cose discrete. La ragione di questo sta in
parte nel fatto che all’inizio non c’era competizione o, per lo meno, ce n’era
molto poca e che la domanda non si era ancora estesa. Perciò la produzione
poteva essere più selettiva.
È interessante notare che cosa dicono a questo
proposito coloro che producono tv. In occasione di una lezione che ho tenuto in
Germania non molti anni fa ho incontrato il responsabile di una televisione, che
era venuto ad ascoltarmi, insieme ad alcuni collaboratori. Non ne faccio il nome
per non personalizzare il caso. Ebbi con lui una discussione durante la quale
sostenne alcune orribili tesi, nella cui verità egli naturalmente
credeva.
Diceva per esempio: “Dobbiamo offrire alla gente quello che la gente
vuole”, come se si potesse sapere quello che la gente vuole dalle statistiche
sugli ascolti delle trasmissioni. Quello che possiamo ricavare da lì sono
soltanto indicazioni circa le preferenze tra le produzioni che sono state
offerte. Guardando quei numeri noi non possiamo sapere che cosa dovremmo o
potremmo offrire e lui, il capo di quella televisione, non può sapere che cosa
la gente sceglierebbe se ricevesse proposte diverse dalle sue. Il fatto è che
egli crede veramente che la scelta sia possibile soltanto nell’ambito
dell’offerta così com’è e a questo non vede alternative.
La discussione che
ho avuto con lui è stata davvero incredibile. Egli credeva che le sue tesi
fossero sostenute dalle “ragioni della democrazia” e si riteneva costretto ad
andare nella direzione che sentiva come l’unica che lui era in grado di
comprendere, nella direzione che sosteneva essere “ala più popolare”. Ora, non
c’è nulla nella democrazia che giustifichi le tesi di quel capo della tv,
secondo il quale il fatto di offrire trasmissioni a livelli sempre peggiori dal
punto di vista educativo corrispondeva ai principi della democrazia “perché la
gente lo vuole”. Ma in questo modo saremo costretti ad andare tutti al
diavolo!
Nella democrazia, come ho sostenuto altre volte, non c’è nient’altro
che un principio di difesa della dittatura, ma non c’è neppure nulla che dica,
per esempio, che la gente che dispone di più conoscenza non debba offrirne a chi
ne ha di meno. Al contrario la democrazia ha sempre inteso far crescere il
livello dell’educazione; è, questa, una sua vecchia, tradizionale aspirazione.
Le idee di quel signore non corrispondono per niente all’idea di democrazia, che
è stata ed è quella di far crescere l’educazione generale offrendo a tutti
opportunità sempre migliori.
Invece i principi che lui mi ha illustrato hanno
come conseguenza che si offrono all’audience livelli di produzione sempre
peggiori e che l’audiente li accetta purché ci si metta sopra del pepe, delle
spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal
sesso e dal sensazionalismo.
Fate a pezzi la TV
La superdroga che non mette in discussione nessuno, la più potente e la più
micidiale, contro la quale non c’è difesa...
Eccola. Un rettangolo grigio un
po’ convesso sul quale passano delle immagini, delle ombre che
parlano.
Legale, perfino statale. Diffusa su tutta la superficie e in tutti i
sottosuoli del pianeta, presente ovunque. Madre di crimini e madrina di
criminali molto più infinitamente delle droghe di Medellin e di
Palermo.
Nessuna legge contro. Nessun avversario che la contrasti.
C’è
qualcosa di più schifoso di questo? Assorbire dei miasmi di contagiosissima
violenza, dei virus di fanatismo sanguinario, e spargerli immediatamente, o dopo
un tempo calcolato per renderli più attivi nelle pieghe cerebrali di tutta
questa terrificante umanità ridotta ad uno smisurato polipo di ricettività
psichica, passiva al di là del dicibile, ammasso di confusione mentale in cui
penetra e agisce qualunque tipo di persuasione?
Non ci sono salvatori. Se ne
venisse uno direbbe, sfuggendo per dono divino alle telecamere: “Fatela a pezzi,
disfatevene. Toglietevelo di torno quell’arnese maledetto. Non si può
correggerlo, si può soltanto distruggerlo.”
È una grave, imperdonabile viltà
intellettuale, un autentico “tradimento dei chierici”, non aver intuito che
molto pallidamente, non aver denunciato il pericolo.
Si sono piegati tutti.
Una brutalità cadenzata, un’invasione di cecità totalitaria. tutti prostrati
davanti all’idolo.
L’atto terroristico preparato e attuato in vista del
prossimo telegiornale. L’azione antiterroristica assunta come anabolizzante nei
centri di predicazione e trasmissione dell’odio, nel momento stesso in cui viene
compiuta. La palla rimbalza incessantemente, la biglia non si arresta un solo
momento: la risposta, prima ancora di essere risposta ad un atto, ha già
generato risposta.
Dà le vertigini pensare l’immensità, maligna, la forza di
espansione del male racchiusa in questo mezzo truce. Ma, si capisce, questo non
é che lo sfogo di un nevrotico, di uno che vuole oscurare
L’informazione...
Un pezzo fatto per la risata. Per il silenzio.
Guido Ceronetti
CHE FARE ALCUNI SUGGERIMENTI DIDATTICI
· diversificare le fonti di informazione, usare radio, giornali, riviste con
buone immagini, le stesse cassette televisive;
· ricostruire ambito,
abitudini, modalità di visione dei programmi;
· ricostruire contesto,
programma e palinsesto televisivo;
· analizzare e smontare il programma con
questionari adatti (personaggi,fatti, possibilità di identificazione..);
·
analizzare le caratteristiche dei “miti televisivi” se necessario
ridimensionarli;
· analizzare l’uso del mito rispetto a fenomeni culturali
collaterali e di consumo, evidenziare le interferenze;
· costruire una mappa
delle abitudini televisive della classe;
· far registrare aialle ragazzie
alcuni programmi e socializzarne la visione;
· far produrre racconti e
disegni con personaggi televisivi (anche cartoni animati) e discuterne le
caratteristiche e le modalità di rappresentazione;
· costruire una mappa
dell’immaginario televisivo ed arrichirla con altre fonti adatte a potenziare la
fantasia;
· far esplicitare elementi di ansie, paure, identificazione con
personaggi o scene o problematiche (alle medie è forte il bisogno di esprimere
una sessualità che è continuamente sollecitata da spots che usano spesso la
donna come veicolo per sollecitazionevendita);
· smontare dei frammenti di
programma (ideale per gli spot) isolando di volta in volta parti musicali,
immagini, messaggi verbali, effetti della ripresa ed accorgimenti tecnici);
·
far esplicitare i sottintesi, cambiare i finali di alcuni film;
· la tv a
rovescio: costruire con animazioni o con vere riprese spots, documentari,
piccoli filmati.
CARTA DI TREVISO IL TESTO INTEGRALE
“I giornalisti italiani, d’intesa con Telefono Azzurro, a 5 anni
dall’approvazione della Carta di Treviso, ne riconfermano il valore e ne
ribadiscono i principi di salvaguardia della dignità e di uno sviluppo
equilibrato dei bambini e degli adolescenti senza distinzioni di sesso, razza,
etnia e religione, anche in funzione di uno sviluppo della conoscenza dei
problemi minorili e per ampliare nell’opinione pubblica, una cultura
dell’infanzia pur prendendo spunto dai fatti di cronaca.
In considerazione
delle ripetute violazioni della Carta, ritengo utile sottolineare alcune regole
di comportamento, peraltro non esaustive dell’impegno, anche in applicazione
delle norme nazionali e internazionali in vigore”.
1) Al bambino coinvolto - come autore, vittima o teste - in fatti di cronaca,
la cui diffusione possa influenzare negativamente la sua crescita, deve essere
garantito l’assoluto anonimato. Per esempio deve essere evitata la pubblicazione
di tutti gli elementi che possono portare alla sua identificazione, quali le
generalità dei genitori, l’indirizzo della abitazione o il Comune di residenza
nel caso di piccoli centri, l’indicazione della scuola cui appartenga.
2) Per
quanto riguarda i casi di affidamento o di adozione e quelli di genitori
separati o divorziati, fermo restando il diritto di cronaca e di critica circa
le decisioni dell’autorità giudiziaria e l’utilità di articoli e inchieste,
occorre comunque anche in questi casi tutelare l’anonimato del minore per non
incidere sull’armonico sviluppo della sua personalità.
3) Il bambino non va
intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possono
ledere la sua dignità né violato nella sua privacy o coinvolto in una pubblicità
che possa ledere l’armonico sviluppo della sua personalità ciò a prescindere
dall’eventuale consenso dei genitori.
4) Nel caso di comportamenti lesivi o
autolesivi (come suicidi, lanci di sassi, fughe da casa, ecc.) posti in essere
da minorenni, occorre non enfatizzare quei particolari della cronaca che possono
provocare effetti di suggestione o emulazione.
5) Nei casi di bambini malati,
feriti o disabili, occorre porre particolare attenzione nella diffusione delle
immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento
pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento
della persona.
Impegnamo inoltre il Comitato nazionale di garanzia a:
a)
diffondere la normativa esistente;
b) pubblicizzare i propri provvedimenti
attraverso un bollettino;
c) attuare l’Osservatorio previsto dalla Carta di
Treviso;
d) organizzare una conferenza annuale di verifica della attività
svolta e di presentazione dei dati dell’Osservatorio;
e) coinvolgere nella
applicazione della Carta di Treviso in modo più diretto i direttori di
quotidiani, agenzie di stampa, periodici, notiziari televisivi e
radiofonici;
f) sollecitare la creazione di uffici stampa presso i Tribunali
per i minorenni;
g) sviluppare in positivo la creazione di spazi informativi
e di comunicazione per i minorenni affinche se ne possa parlare nella loro
normalità e non soltanto nell’emergenza;
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine
dei giornalisti:
a) prevede che nella riforma dell’ordine sia semplificata la
procedura disciplinare e contempla la sanzione necessaria accessoria della
pubblicazione del provvedimento;
b) organizzazione seminari e incontri e
quanto sia utile per confrontare l’iniziativa dei Consigli regionali
dell’Ordine;
c) coinvolgere le scuole di giornalismo come centri di
monitoraggio.
CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO
SERVIZIO STAMPA E INFORMAZIONI
RASSEGNA
STAMPA
È L’ORA DI ISITUIRE UN TRIBUNALE PER I CRIMINI DEL PICCOLO
SCHERMO
di Nantas Salvalaggio
Televisione quanti delitti si compiono sotto le sue antenne! E se è vero,
come afferma il filosofo Norberto Bobbio, che “la puzza della pelle è assai meno
nociva della puzza dell’anima”, allora è venuto il momento di istituire un
tribunale per i crimini del piccolo schermo.
Questo progetto si sta facendo
strada fra gli intellettuali della Lega Ambiente; i quali a un recente
congresso, si sono chiesti: “A che grado è il degrado del Grande Fratello? In
quale misura inquinano i film violenti, i telequiz dementi e gli opinionisti
avvilenti?”.
Verrà il giorno, si spera, in cui il pubblico ministero dei
teleabbonati invierà un avviso di garanzia pera “programmata corruzione di
audience”. Il dibattimento potrebbe svolgersi negli scantinati di Saxa Rubra,
nella sede della Rai, i condannati sconterebbero le loro pene nelle celle di
Castel Sant’Angelo, ben note all’artista Cavaradossi, amante di Tosca.
La
lista degli indiziati di reato è molta lunga, e abbiamo solo l’imbarazzo della
scelta quando si tratta di nominare i primi “mostri” della Rai e della
Fininvest.
Secondo una opinione abbastanza diffusa, condivisa peraltro dalle
agenzie di sondaggio, ecco le “star” di maggior “sgradimento”, per le quali si
fa “pollice verso”.
Ad altezze pressoché vertiginose si libra la personalità
di Vittorio Sgarbi, con i suoi occhialetti e il ciuffo ribelle. Le sue concione
all’ora di pranzo rivelano un tasso di turpiloquio che supera i peggiori
programmi del Burundi e della Nigeria.
L’avvocato difensore dell’ex critico
d’arte, passato a tempo pieno alla politica, sostiene che lo sgarbato onorovole
ha avuto un’infanzia particolare, sempre in guerra con i compagni di scuola, che
lo prendevano a schiaffi e gli rubavano gli occhiali. Anche la mamma Sgarbi,
sorpresa a singhiozzare dalla domestica, si domanda talvolta con gli occhi
rivolti al cielo: “Dimmi tu, o Signore, dove ho sbagliato?”.
Al secondo posto
dei Criminali Catodici troviamo, a pari merito, Fabrizio Frizzi e Gianfranco
Funari. Noto confidenzialmente a tecnici e guardarobieri come
l’Uomo-che-ride-sempre, Frizzi ha illuso milioni di bambini e adolescenti con la
sua teoria devastante che “la vita è tutta un quiz”.
Per Funari l’imputazione
è diversa, ma non meno grave: ha seviziato, davanti a milioni di telespettatori,
l’inerme grammatica italiana. Gli bastano un paio di trasmissioni per rovinare
il lavoro paziente di maestri elementari e di professori di lingua
italiana.
Davanti alle nequizie di Giucas Casella, il mago che non ragiona se
prima non si fa cuocere in una tinozza a settanta gradi, siamo indecisi se lo
“stracotto” meriti la privazione della libertà per qualche lustro, oppure il
ricovero in qualche clinica per malattie nervose.
Il Tribunale della Lega
Ambiente dovrebbe occuparsi anche dei vandali del video che abusivamente
lanciano messaggi manicomiali. Tra questi emerge in tutta la sua dabbenaggine il
senatore Boso, Lega Nord, consigliere politico di Bossi: è quello che vuole
prendere le impronte dei piedi degli extracomunitari, dopo avergli sparato
addosso delle pallottole di gomma. Ci risparmiamo ulteriori commenti...
TELEVISIONE E VIOLENZA: CHE FARE?
“Quello che si propone è di gestire, trasformare e risolvere i conflitti
senza ricorrere alla violenza”
1) TRASFORMARE. Stabilire, cioè, delle regole del gioco che riducano
concentrazioni di potere che possono essere espresse da questa formula: un
partito + un quotidiano + una azienda + una televisione + una squadra, tutto
nelle mani di un solo centro di potere. Ci sono diversi soggetti in Italia con
le stesse modalità di concentrazione. Istituire dei bollettini del tempo
politico. I bollettini dovrebbero essere simili ai bollettini meteorologici e
dare notizie su come sta l’ambiente, i problemi della pace e della guerra, delle
condizioni economiche, che ci facciano seguire le vicende e ci sensibilizzino di
più. Non sono soluzioni definitive, possiamo assuefarci a questo tipo di
informazione. Questa è in definitiva la fase di trasformazione, non di
alternativa radicale.
2) BUTTARE. Io non ho televisione, le mie figlie sono
cresciute senza tv e non per questo hanno avuto shock, anzi...
Ritengo che la
quantità di informazione veramente autentica sia estremamente bassa e possa in
larga misura essere sostituita da altri canali. C’è qualche
suggerimento.
Cercare di smontare il mito secondo il quale quando c’è una
tecnologia, tipo la tv, non si possa convivere.
Bisogna assumere una forma di
modestia nei confronti della superbia che sovente il monopolio della tecnologia
manifesta.
Come nel caso dell’immaginario collettivo occidentale dominante
che induce alla violenza, qui c’è un altro mito contenuto nella tesi della
catarsi: la violenza c’è e bisogna conoscerla. Si, ma c’è modo e modo di
conoscerla. In particolare quello che proponiamo è di gestire, trasformare e
risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza. Questo è il compito
propriamente educativo che gli strumenti culturali che abbiamo a disposizione
dovrebbero proporsi come obiettivo centrale. La violenza va conosciuta non nel
senso di giustificarla e considerarla inevitabile, ma va analizzata nel senso di
vedere come si crei un circolo vizioso per cui la violenza genera
violenza.
Poi c’è la proposta di Neil Postman nel libro “Tecnopoli” dove dice
di “resistere con amore”, cioè senza subirne il fascino arrogante ed ingenuo al
tempo stesso. Elenco alcuni punti.
“Coloro che resistono al tecnopolio sono
persone:
che non prendono in considerazione un sondaggio almeno di non sapere
quali furono le domande poste e perchè;
che si rifiutano di accettare
l’efficienza quale obbiettivo principale dei rapporti umani;
che si sanno
liberare dalla presenza del potere magico dei numeri;
che non pensano che il
calcolo sostituisca adeguatamente il giudizio, né che la precisione sia sinonimo
di verità;
che rifiutano di lasciare che la psicologia o una qualsiasi
scienza sociale si appropri del linguaggio del pensiero del senso
comune;;;;;
che nutrono almeno qualche sospetto sull’idea di progresso e non
confondano l’informazione con la comprensione;
che non considerano gli
anziani come irrilevanti;
che prendono sul serio il senso della realtà e
dell’onore familiare e che agiscono sempre con franchezza;
che prendono sul
serio le grandi narrazioni della religione e non credono che la scienza sia il
solo sistema di pensiero in grado di produrre verità;
che conoscono le
differenze tra il sacro e il profano e non fanno finta di ignorare la tradizione
per amore della modernità;
che ammirano l’ingegnosità tecnologica ma non
pensano che rappresenti la massima forma di realizzazione”.
Ispirato a: Nanni Salio, docente all’Università di Torino, estratto dalla
relazione al Convegno “Liberare la televisione o liberarsi dalla
televisione?”
I dieci comandamenti per salvarsi dai danni della TV
Abbiamo chiesto a Vera Slepoj, psicologa, Presidente della FIP (Federazione
Italiana Psicologi) e responsabile di Videohelp (associazione che si occupa dei
“danni da televisione”) come si può riuscire a difendersi dalla TV. Ecco i
consigli che ci ha dato.
1) Non accendere mai il televisore quando ci si sveglia al mattino (oppure
rientrando a casa): Abbiamo bisogno di un certo periodo di tempo per “entrare
nel mondo”, al risveglio, e per “uscirci” ( con il rientro nelle mura
domestiche).
Rispettiamo sempre questi tempi: sono fondamentali.
2) Quando si é a tavola la TV deve essere spenta: stiamo nutrendo il nostro
corpo, evitiamo di “riempirci” di notizie e immagini “indigest”. È anche il
momento in cui siamo in compagnia degli altri membri della famiglia; é
decisamente più sano comunicare con loro.
3) Sempre per evitare che sia solo lo schermo televisivo a “ parlare”, quando
il nucleo familiare è riunito, teniamo spento il video almeno due o tre sere
alla settimana e... dedichiamoci ad altri interessi.
4) I bambini devono avere un momento preciso in cui é concesso loro di
guardare i programmi. Un’ora al giorno (massimo due) sempre lo stesso
orario.
5) I piccoli devono essere stimolati a giocare da soli o tra di loro
sfruttando la fantasia. Inventarsi giochi ( e soprattutto nel periodo tra i tre
e i cinque anni) é per loro l’antidoto migliore alla “Teledipendenza”.
6) Per garantire una corretta educazione televisiva ai propri figli, i
genitori devono esercitare uno stretto controllo anche su chi passa la giornata
coi bambini. Per nonni e baby sitter lasciare il piccolo davanti alla TV é
sicuramente più comodo e può essere anche più piacevole (specie se anche
l’adulto é un teledipendente).
7) No alla televisione in camera dei ragazzi (almeno fino ai 18-20 anni):
rischia di diventare uno spazio in cui il bambino prima e l’adolescente poi
possono adoperare la TV senza il controllo dell’adulto, cosa necessaria durante
la crescita.
8) Per le coppie: se il rapporto sta vivendo un momento di crisi, di
difficoltà o di tensione, bisogna oscurare lo schermo. È necessario evitare di
riempire i vuoti del rapporto con il fragore dell’apparecchio televisivo.
9) Per i single, allo stesso modo, lo schermo non deve essere un modo di far
trascorrere il tempo. Proprio nei momenti in cui emerge più forte il senso di
solitudine è il caso di non accendere la televisione. Così facendo ci si dovrà
confrontare con la situazione e si potrà la forza necessaria ad uscirne.
10) Il telecomando deve essere gestito a turno una sera a me, una sera a te;
oggi tu guardi la partita, domani io mi vedo la telenovela... In questo modo si
evita di incorrere in “atti autoritari” che possono solo aumentare la difficoltà
di comunicazione che la TV crea.
LIBERARSI DALLA TELEVISIONE
Come spegnere la TV e accendere la
creatività
Una pubblicazione che si occupa di un argomento mai come ora tanto attuale:
l’invasione televisiva delle nostre coscienze.
Vi troverete, finalmente
riunite, le ricerche e le riflessioni più importanti apparse negli ultimi anni
sui giornali e riviste.
Rivolta a genitori ed educatori, presenta con un
linguaggio chiaro il pensiero degli osservatori più responsabili.
* Aspetti educativi e psicologici: la pubblicità, i consumi indotti, le
conseguenze per l’intelligenza.
* Influenza dei programmi televisivi sul
comportamento di bambini e adulti.
* Vantaggi e pericoli dello strumento
d’informazione e svago più diffuso e discusso.
* Perché è così difficile
smettere di guardare la TV?
* La TV influisce sul rendimento scolastico?
*
Perché tanta violenza?
* Le radiazioni del televisore possono provocare
malattie?
* Quali sono le alternative?
Ordina la rivista a: Associazione per la Protezione della Salute
Via Don
Giovanni Verità, 25 - 47023 Cesena (FO)
Tel. 0547/94210 fax
95392
pagamento in contrassegno L. 8.000 + spese di spedizione L. 4.000
Una firma per cambiare la tv
Noi sottoscritti, genitori, educatori, cittadini responsabili di istituzioni
pubbliche e private
CONSTATIAMO la mancanza di un codice deontologico per le trasmissioni
radiotelevisive destinate ai bambini e ai giovani.
DENUNCIAMO l’effetto dequalificante su tali trasmissioni della caccia
all’audience e il predominio attuale di programmi dove dilagano la violenza,
l’orrido e la volgarità, con l’effetto di emarginare il meglio della produzione
umana sotto il profilo artistico, scientifico e morale.
CHIEDIAMO perciò che il Ministro delle Poste e Telecomunicazioni nomini
un’equipe di esperti in psicologia dell’età evolutiva e nei vari campi dell’arte
e della scienza, e che tale equipe partecipi con poteri propositivi e anche di
veto all’elaborazione dei palinsesti delle trasmissioni rivolte ai bambini e ai
giovani dalle reti pubbliche e private.
PROPONIAMO inoltre:
a) l’eliminazione delle pubblicità da tutti i
programmi, di qualsiasi rete, destinati a bambini e giovani;
b) la messa in onda, possibilmente in diretta, degli eventi più
significativi: concerti, mostre, spettacoli teatrali, avvenimenti sportivi non
violenti: la presentazione di film di valore artistico e morale, conservati
nelle cinetiche di tutto il mondo (anche solo con le didascalie in
italiano);
c) adeguati stanziamenti per favorire la produzione di opere di valore
artistico, sociale e morale;
d) la messa al bando, come hanno fatto altri Paesi europei, di cartoni
animati e film che rappresentano la violenza fine a se stessa, provocando nei
bambini reazioni e stati d’animo dannosi;
e) la lettura quotidiana di fiabe, brevi racconti e poesie di parte di attori
capaci di restituire il fascino della oralità; e la presentazione, con lettura
di qualche brano, di liberi per l’infanzia, novità e classici, per interessare i
bambini alla lettura;
f) la trasmissione di telegiornali per bambini e giovani in cui si dia ampio
risalto a notizie positive, italiano ad estere, riferite a quelle esperienze nei
vari campi dell’attività umana che contribuiscono a costruire la civiltà non
violenta.
SOTTOLINEIAMO che la nostra richiesta ha carattere di urgenza. I bambini
hanno il diritto di essere difesi dalla irresponsabilità dei programmi attuale
delle radiotelevisioni pubbliche e private e dal disinteresse del Ministro della
Pubblica Istruzione in questo delicato e importante settore informativo.
Il
nostro dovere di cittadini che pensano al futuro democratico della nostra
società è mostrare ai bambini che la maggioranza del nostro popolo è formata da
persone che lavorano, amano, osservano le leggi, creano, rispettano gli altri. E
che nella società, accanto a una minoranza di violenti le cui gesta occupano
gran parte dei telegiornali, ci sono tante persone che credono nei valori
positivi dell’uomo, come l’amicizia, l’onestà, la solidarietà, l’altruismo, la
non violenza, l’amore.
La nostra azione comincia con questo appello e proseguirà con altre forme
(dibattiti, indagini, pubblicazioni ecc..) e non cesserà fino a quando la
radio-televisione sarà diventata; per i bambini e per tutti, un mezzo per
informare, educare, liberare i sentimenti più alti dell’uomo.
Il testo, nella
sua forma definitiva, sarà inviato ai giovani, al Presidente della RAI-TV, al
Capo dello Stato e a tutte le persone sensibili al problema che ci possono
aiutare.
Possono aderire alla iniziativa persone, associazioni, enti e
scuole. La raccolta delle firme non ha scadenza.
Promotrice: Cooperativa Casa delle Arti e del Gioco, 26034 Drizzona (CR) Tel.
0375-980678/98308, alla quale vanno inviate le firme.
Il Presidente: Mario Lodi
TV SPAZZATURA: CON CHI PROTESTARE
Quando ci si accorge che viene mandato in onda un programma inadatto ai
bambini o ai ragazzi in fasce orarie protette, si può denunciare il fatto ad una
delle organizzazioni che seguono questo tipo di problemi:
Rai, Via Col di
Lana, 8 - Roma, tel. 06/36864890
Federazione Radio Televisioni, Viale Regina
Margherita, 286 - Roma, tel. 06/4404471 Confconsumatori, Via A. Saffi, 16 -
Parma, tel. 0521/230134
oppure scrivere direttamente all'ufficio opinioni
dell'emittente responsabile del programma.
NOSTRA INTERVISTA A FAUSTO BERTINOTTI
Rifondazione Comunista, la Nato e la nonviolenza
*Il mese scorso, a Parigi, hai rispolverato un vecchio slogan del movimento
pacifista: “fuori l’Italia dalla Nato”; è stata solo una provocazione rivolta al
nascente governo dell’Ulivo, o c’è una precisa volontà di rilanciare una
politica disarmista nel nostro paese?
Certamente l’obiettivo è quello di aprire un dibattito serio sulla necessità
del superamento della Nato. Quindi un problema di linea politica, e non un
calcolo di bottega. Anzi, l’imminente nascita del governo di centro sinistra
avrebbe consigliato un atteggiamento piùprudente; si tratta invece di non
lasciare sopire un problema che continua in realtà ad essere riproposto ad ogni
situazione di crisi regionale od internazionale.
Le alleanze militari sono
difficili da digerire anche quando possono avere una giustificazione storica;
figuriamoci quando non hanno più alcun senso...
L’Alleanza Atlantica ha avuto
un significato (anche se molto contrastata da tanta parte dei democratici
italiani) fintantoché la politica internazionale era contraddistinta dalla
contrapposizione Est/Ovest. In un mondo contrassegnato invece dalla divisione
Nord/Sud, un’alleanza militare -tra l’altro tra i paesi forti- acquista un
significato di “gendarme” nei confronti dei paesi politicamente instabili del
Sud del mondo, che spesso sono luoghi che patiscono proprio per l’insufficienza
e l’inadeguatezza delle preposte istituzioni internazionali.
Dire che bisogna
pensare al superamento della Nato in Europa, vuol dire porsi il problema della
riforma democratica dell’Onu e avanzare l’idea che è finito il tempo degli
interventi militari; ogni crisi nel mondo va affrontata con una mentalità di
pace.
Concretamente ciò significa dire no agli interventi militari della
Nato, smantellare le basi militari, riconvertire l’industria bellica. Insomma,
abbiamo voluto offrire un nuovo orizzonte politico.
Il Patto di Varsavia si è sciolto, ma il suo potenziale bellico, anche
atomico, resta tutto in mano alla Russia; la Nato è più forte che mai e mantiene
tutte le sue armi convenzionali e strategiche in Europa. Come liberare l’Europa
di oggi dall’arsenale nucleare conservato ad est e ad ovest?
Come sempre riproponendo il problema e costruendo una campagna di iniziativa
politica. La vicenda degli esperimenti nucleari francesi e cinesi ha avuto come
conseguenza anche quella di far riemergere un forte movimento antinucleare.
Dunque, dobbiamo fare qualcosa di analogo. Ma questa volta, contro l’arsenale
nucleare, anziché aspettare l’evento catastrofico, dobbiamo essere noi a giocare
d’anticipo. Io penso anche ad un ruolo importante dell’Europa, che in un certo
modo è fuori sia dalla concentrazione delle armi in Russia, sia dal “cuore”
della Nato. L’Europa potrebbe “parlare per sé” e prendere l’iniziativa per una
riduzione multilaterale dell’arsenale nucleare.
Facciamo gli avvocati del diavolo: lo smantellamento della Nato non
lascerebbe il posto alla tentazione di una forza armata europea ?
Sì, effettivamente potrebbe prendere spazio e corpo l’idea di un forte e
autonomo esercito europeo; ma a quel punto sarebbe una partita tutta da giocare,
con ben altre capacità di successo, perché significherebbe aver fortemente
ridimensionato il “gendarme americano”; francamente non mi sembra poco...
Da tempo i movimenti nonviolenti sostengono la realizzazione e
l’istituzionalizzazione di forme organizzate di difesa popolare nonviolenta,
spostando parte delle spese militari per la ricerca e l’addestramento alla
difesa civile non armata: la ritieni una proposta politica praticabile?
Sono molto stimolato da questa proposta. Penso che un argomento di questo
tipo meriti un approfondimento. Voglio dire che il rapporto tra l’esistenza di
un esercito di massa e la riconversione pacifista, è un problema complesso.
Vedo affiorare molte proposte che mettono in discussione fortemente
l’esercito di massa (la leva popolare) per salvaguardare un esercito
professionale. Io penso che sarebbe meglio che l’esercito non ci fosse, ma
dovendo esserci è meglio che sia popolare e di massa piuttosto che composto solo
da professionisti (perché la partecipazione obbligatoria di tutti è una garanzia
al mantenimento di una vocazione di pace -che è innegabilmente presente nel
popolo-, al contrario di una tendenza interventista che vi può essere in un
corpo volontario e professionalizzato).
Il vantaggio dell’esercito
professionale, invece, è che libererebbe tanti giovani dal giogo delle forze
armate.
Pensare a delle forme di allargamento della difesa tradizionale alla
difesa popolare nonviolenta, può essere un modo per alimentare questa ricerca
sull’assetto futuro del sistema difensivo.
Ma non sono in grado di avere
un’opinione precisa, consolidata. Come tutte le forme nonviolente, penso che
anche la dpn richieda un approccio volontario e non eterodefinito. Una difesa
nonviolenta può essere solo scelta, non può essere imposta.
Anche avviando
questo terreno di ricerca, resta tuttavia il problema del rapporto con
l’esercito e la sua necessità storica.
Da quindici anni esiste in Italia la Campagna per l’obiezione di coscienza
alle spese militari, per togliere denaro al Ministero della Difesa e finanziare
specifiche iniziative nonviolente: Rifondazione Comunista intende incalzare il
governo Prodi anche su questo punto?
Sì, intanto per avere subito la legge sull’obiezione di coscienza. È
incredibile che non sia ancora stata approvata, e noi vogliamo puntare i piedi
per ottenerla. A partire da qui bisogna poi aprire un terreno nuovo di incidenza
dell’obiezione di coscienza in generale, non solo nella campagna di
mobilitazione, ma anche nei confronti dei corpi dello Stato. Bisogna arrivare ad
avere una modificazione dei rapporti tra lo Stato ed il cittadino.
Rifondazione Comunista e la nonviolenza: è una scelta di campo convinta e
definitiva, o permane qualche riserva a favore di una possibile “guerra giusta”
o della necessaria “violenza rivoluzionaria”? Insomma, la violenza è ancora
levatrice della storia o è diventata il suo becchino?
Non mi sento di rispondere a questa domanda a nome del partito. Sono
questioni controverse. Come Rifondazione Comunista non c’è un livello di
elaborazione compiuta su questo terreno. La mia è quindi solo un’opinione
personale.
La formula della “violenza liberatrice” non è sempre stata
iscritta nella storia dei marxismi. È stata una replica in un dato momento della
storia: quello che ha indotto un uomo come Brecht a dire “noi che abbiamo
combattuto per il mondo della gentilezza, non abbiamo potuto essere gentili”. A
me risulta sempre difficile dire se si sarebbe potuto combattere altrimenti il
nazismo. E io che avrei una propensione pacifista continuo ad essere interrogato
da Auschwitz...mi chiedo, insomma, se sia possibile fare diversamente da come si
è fatto... In ogni caso continuo a sentire forte l’eredità del diritto al
tirannicidio, anche in senso più lato. Continuo a considerare la guerra di
resistenza, la lotta partigiana, come una partecipazione, travagliata e
drammatica ma necessaria, ad un processo di liberazione. Per me la lezione
storica del Vietnam resta incancellabile. Non vi è mai stata una disparità
tecnologica così ampia tra le forze militari di occupazione e la possibilità di
resistenza di un popolo. Eppure l’unità dei vietnamiti e la capacità di
organizzazione di tutte le forme di lotta e di noncollaborazione ha reso
possibile un’ impresa che davvero sembrava impossibile.
Insomma, pur
rifiutando la logica della guerra tra stati, intesa come mezzo di risoluzione di
controversie territoriali, la violenza -nei contesti appunto di tirannicidio-
continua ad apparirmi come una condizione drammaticamente necessitata per
resistere alle forme di annientamento degli oppressi che il potere può mettere
in atto.
(Intervista a cura di Mao Valpiana)
LETTERA APERTA A RIPA DI MEANA
Cari Verdi, vogliamo darci una mossa?
di Mao Valpiana
Una stagione entusiasmante
Un fatto è certo: l’Ulivo ha vinto ed il Polo
ha perso. E va bene così! Se fosse avvenuto il contrario, ora saremmo qui a
doverci scontrare con il presidenzialismo, lo smantellamento dei servizi
sociali, la privatizzazione della scuola, la restrizione del sistema
pensionistico, il monopolio televisivo e chissà cos’altro.
Nella nuova
stagione politica, che si è aperta con l’avvento del governo Prodi, vi sono
dunque molti aspetti entusiasmanti. Non ultimo il fatto che per la prima volta
in Europa, ed in un paese industrialmente avanzato facente parte dei 7 Grandi
come l’Italia, i Verdi hanno assunto diretta responsabilità di governo e guidano
il Ministero dell’Ambiente. Evidentemente dai tempi nei quali i Verdi venivano
considerati un marginale fenomeno folcloristico, o peggio un fastidioso gruppo
estremista, di acqua (inquinata) sotto i ponti ne è passata tanta! Il gruppo dei
28 parlamentari, è secondo per numero solo ai Grunen tedeschi ed i tre
sottosegretari verdi si occupano di settori fondamentali (lavori pubblici,
istruzione, giustizia).
La corte ed il regno
Ma esistono anche tanti aspetti
preoccupanti.
Qualche anno fa, ai tempi dell’unificazione tra i Verdi
Arcobaleno ed i Verdi del Sole che Ride, nei circoli dell’ambientalismo nostrano
si diceva spesso “noi non vogliamo essere il partitino del 5%, la centralità
ecologica dovrà essere la vera questione degli anni 2000”. Ebbene al 2000
mancano solo 4 anni, e i Verdi sono il mini-partitino del 2,5%.
Ma non solo;
usando un’ immagine di Alexander Langer si può dire che mentre la “corte” dei
Verdi si va allargando (14 deputati, 14 senatori, un Ministro...), il “regno” si
va sempre più restringendo (abbiamo perso oltre 100.000 voti in due anni) e
rischiamo la “sindrome socialdemocratica” del movimento ambientalista che conta
750 eletti (dai Consigli comunali al Parlamento) e 2.100 iscritti (ogni tre
iscritti uno è nelle istituzioni).
Questo significa, tra l’altro, che non
abbiamo ancora saputo sciogliere il nodo tra partito e movimento: abbiamo
ereditato il peggio del partito (vedi l’ imposizione di candidature “nazionali”
dall’alto) e il peggio del movimento (la disorganizzazione ed i personalismi). E
rischiamo anche di non essere più attivamente presenti nelle realtà di base del
movimento ecopacifista: dove sono i Verdi nella campagna contro le mine
antiuomo? Dove sono i verdi nella campagna contro la multinazionale Nestlè? Dove
sono i verdi nella campagna Nord/Sud?
I Verdi e l’Ulivo
È prevedibile, inoltre, che da settembre -quando la
nuova legislatura sarà già a pieno ritmo- inizieranno i problemi all’interno
della coalizione dell’Ulivo. Qualche avvisaglia l’abbiamo già vista nello
scontro Prodi-Di Pietro-Vaticano-Rutelli per la gestione dei lavori per il
Giubileo; possiamo poi ben immaginare che la convivenza tra il Ministro ai
Lavori Pubblici Di Pietro (riapriamo subito i cantieri di tangentopoli) e il
Ministro all’Ambiente Ronchi (facciamo solo le opere che servono e dopo una
seria valutazione di impatto ambientale) non sarà facile. Senza contare che le
accoppiate Prodi-Veltroni e Bianco-D’Alema tendono più ad una sorta di
“compromesso storico” che ad una nuova formazione democratica nella quale
valorizzare la componente ecologista. Mi chiedo anche come si comporteranno i
deputati verdi (ora di maggioranza) quando a dicembre ci sarà da votare il
bilancio del Ministero della Difesa che conterrà anche le spese militari per il
“nuovo modello di difesa”. Voteranno contro, come dovrebbero fare per coscienza
e coerenza programmatica, o voteranno a favore per non far cadere la maggioranza
di centrosinistra? Staremo a vedere...
I Verdi e Rifondazione
C’è quindi una questione di linea politica. Per
evitare il pericolo di essere ghettizzati in un ruolo subalterno all’abbraccio
di regime “Popolari-Pds”, è necessario che i Verdi contribuiscano, con la loro
azione politica, a tenere equilibrata l’alleanza di centro-sinistra con
l’apertura verso Rifondazione Comunista. Il consenso del partito di Bertinotti è
fondamentale, non solo in termini di voti che garantiscono la maggioranza, ma
anche e soprattutto come garanzia di una politica attenta alle necessità delle
masse popolari, del lavoro, dei disoccupati, e non solo dei poteri forti.
Solamente in questo equilibrio di forze (cattoliche, laiche, di sinistra,
comuniste) i Verdi riusciranno ad imporre nell’agenda politica del governo la
questione della centralità ambientale.
Inoltre i Verdi e Rifondazione sono le
due sole forze politiche che hanno dato priorità programmatica alle tematiche
del disarmo, dell’obiezione di coscienza, della diminuzione delle spese militari
e la costruzione di una difesa nonviolenta.
I Verdi e la Padania
Vi sono poi i problemi posti dalla Lega Nord.
Ovviamente non possiamo condividere il Bossi-pensiero sulla secessione, né
l’egoistica rivolta anti-fisco dei ricchi commercianti di Vicenza o Treviso, ma
alcune tematiche sollevate dalla Lega contengono indubbiamente dei dati di
verità. Il federalismo fa parte del codice genetico dei Verdi (la nostra
organizzazione è su base federale) ed il nostro slogan “pensare globalmente,
agire localmente”, la dice lunga sull’idea di solidarietà federalista del
pensiero verde. Non vorrei nemmeno scomodare Gandhi per risalire alle teorie
economiche e politiche dell’autonomia locale, dell’indipendenza,
dell’autosufficienza. Basta rileggersi Aldo Capitini (“Il potere è di tutti”)
per trovare le radici del pensiero nonviolento sull’idea di stato e sul rapporto
cittadino-istituzioni.
Verdi: che fare?
La crisi del movimento verde non è nata con l’avvento del
sistema maggioritario, ma risale forse al comparire delle stesse Liste Verdi
sulla scena politica, quando il movimento “arcipelago verde” decise, per dirla
alla Berlusconi, di scendere in campo. Risalgono a quegli anni gli allarmi di
Alex Langer che come antidoto al rischio di accettare “certe leggi della
politica istituzionale” consigliava di mantenere strettamente congiunta l’azione
dei verdi politici con quella dei movimenti verdi (“solo la spinta dei movimenti
può aiutare i verdi politici a non appiattirsi alle logiche della coalizione...
D’altra parte è dal tessuto associativo che vengono di norma le preziose risorse
umane, di esperienza, di sapere, di impegno che mettono a disposizione di
amministrazioni ben disposte il necessario know how verde”). Quello di cui
abbiamo bisogno è una bella boccata di aria fresca, di persone ed esperienze
nuove che entrino a pieno titolo a far parte dei Verdi. Chi oggi (e ormai da un
decennio) fa parte del gruppo dirigente centrale e dei vari gruppetti dirigenti
locali, ha dato spesso generosamente tutto quello che sapeva dare. Non sarà da
quel personale politico che potranno nascere delle novità. Lo spazio politico
perché realtà nuove diano corpo ai Verdi, si creerà unicamente se chi oggi ha in
mano la dote verde saprà fare un passo indietro.
Penso ad una diminuzione
del “target” politico verde e ad un contemporaneo rafforzamento del lavoro
sociale e culturale dal basso, che sappia poi coinvolgere anche il livello
istituzionale.
Un bell’esempio è quello della campagna “Produrre ed
acquistare meno rifiuti” che ha coinvolto consumatori, ditte, scuole, comuni,
associazioni.
Altre due campagne che dovrebbero vedere i Verdi in prima fila
dovrebbero essere quella contro la televisione e quella contro l’automobile: i
due simboli negativi di una società impazzita che vogliamo cambiare...
lentamente, dolcemente, ma profondamente.
Altrimenti, che ci stiamo a fare?
L’interesse più alto è l’interesse di tutti
di Gigi Eusebi
Da più di un anno si fa un gran parlare in Italia di nuove proposte
finanziare che si porrebbero l’obiettivo primario di coniugare etica ed
economia, investimento del denaro e solidarietà sociale, impegno civile ed
investimenti non speculativi. Riassumendo il tutto in uno slogan: “finanza
etica”.
Non si tratta di una novità in assoluto: all’estero - principalmente
nel nord Europa - esperienze di risparmio alternativo e, più ,recentemente, vere
e proprie banche operano sul mercato dall’inizio degli anni settanta, mentre nel
nostro paese sono attive da una quindicina d’anni le MAG, cooperative
finanziarie di Mutua Auto Gestione che raccolgono i risparmi dei soci per
finanziare progetti sul territorio a scopo sociale (in Piemonte interviene
dall’87 la MAG4, che riunisce poco meno di 1000 soci, i quali hanno finora
investito più di tre miliardi, che sono stati utilizzati per finanziare circa 70
progetti nei settori della solidarietà sociale, immigrazione, ecologia, cultura
popolare, inserimento disabili, immigrati, ex detenuti, minori, ecc. - per
informazioni: V. Vigone 54 Torino - tel. 011/ 4474555).
Negli ultimi mesi,
diverse banche e compagnie assicuratrici sono intervenute per occupare con
ingordigia anche questa “nicchia” di mercato, lasciando tutta una serie di
supposti prodotti finanziari “etici” (sotto forma di c.c. solidali o di fondi di
investimento sociali), che tentano di indurre la gente a dirottare la propria
quota di soldi destinati ad opere “a fin di bene” verso canali tradizionalmente
più “solidi” di gestione del denaro pubblico. In realtà, nella stragrande
maggioranza dei casi, si tratta di forme di investimento, giuridicamente non
illegali, ma palesemente subdole, in quanto si propongono di far credere ai
risparmiatori di investire in forma differente i loro risparmi, mentre in realtà
sono forme di investimento del tutto tradizionali (titoli di stato, azioni,
speculazioni finanziarie internazionali), dove il contributo “etico” é a carico
del solo risparmiatore, il quale firma un contratto in cui rinuncia ad una parte
del rendimento che gli spetterebbe per destinarlo, tramite la banca o la
compagni assicuratrice, al sostegno di progetti sociali sul territorio o a
interventi di cooperazione nel cosiddetto Terzo Mondo. Per comprendere meglio
questo meccanismo, si potrebbe in pratica verificare il paradosso di una
famiglia - ignara - che, ad esempio, sostiene abitualmente attraverso i classici
canali della solidarietà un progetto di intervento sanitario in un paese
africano per curare feriti e contaminati di una qualche guerra e che, dopo aver
affidato i propri risparmi ad uno di questi nuovi “fondi etici”, si trova a
finanziare indirettamente con i propri soldi la stessa guerra armando gli
eserciti in campo, perché la banca che gestisce i fondi ha provveduto nel
frattempo ad acquistare titoli o azioni di società che, passando per i mille
rivoli occulti della finanza pubblica e privata, fabbricano o riforniscono di
armi il paese che la nostra famiglia era convinta di “aiutare”...
Nessuna
speranza di realizzare forme di vero risparmio solidale, dunque? Non
esattamente. A parte la già ricordata esperienza delle MAG, un nuovo ambizioso
progetto si affaccia all’orizzonte: la “Banca Etica”. Di che cosa si tratta?
Dell’idea, lanciata da 22 tra le principali organizzazioni del volontariato e
del Terzo Settore italiano (oltre alle MAG, CTM, Associazione delle Botteghe del
Mondo, ARCI, ACLI, UISP, AGESCI, Manitese, Gruppo Abele, Meridiana, Europe
Conservation, AIAB, JANUS, CISL Brianza, Overseas) di far nascere in Italia una
nova banca il cui fine sia il finanziamento a condizioni agevolate e trasparenti
di progetti ad alto impatto sociale nei settori del commercio equo e solidale,
del sostegno alle categorie sfavorite (disabili fisici e psichici, stranieri
immigrati, ex detenuti), ecologia e recupero ambientale, agricoltura naturale e
biologica, cultura popolare, lotta contro l’usura. Questa banca non avrà il
lucro come suo obiettivo strategico primario ed applicherà condizioni non
speculative non solo sui finanziamenti che concederà, ma anche sulla
remunerazione dei depositi dei “clienti”, utilizzando come parametro di
riferimento nella propria politica dei tassi d’interesse, il valore d’inflazione
fornito dall’ISTAT.
La forma giuridica, il nome e le modalità operative sono
ancora in via di definizione, in quanto soggette alle trattative in corso con le
autorità del settore, piuttosto restie a concedere le autorizzazioni di legge,
anche perché il mondo creditizio tradizionale è sospettoso nei confronti
dell’entrata in campo di un nuovo soggetto, scomodo, soprattutto dal punto di
vista dell’immagine (se una banca alternativa necessità dell’aggettivo “etica”
per distinguersi, significa forse che tutte le altre non lo sono...?).
È in
corso da alcuni mesi una campagna nazionale di raccolta di capitale sociale per
dotare l’attuale “Cooperativa Verso la Banca Etica” di almeno cinque miliardi
da...far pesare al tavolo delle trattative, per ottenere il nulla osta
necessario per l’apertura del primo sportello (probabilmente a Padova o
Bologna). Chi volesse associarsi alla cooperativa (versando quote da £100.000
ciascuna) o avere ulteriori informazioni, può rivolgersi sia alla MAG 4
Piemonte, sia direttamente alla sede operativa di Padova (Piazzetta Forzatè, 2/3
- 35137 - Padova - tel. 049/651158 - fax 049/664922). Finora sono stati raccolti
poco meno di due miliardi di capitale provenienti da circa 1.000 persone.
I
problemi non mancano, complice anche una certa disomogeneità progettuale tra i
movimenti promotori dell’iniziativa, un’iniziale prudenza da parte dei possibili
futuri soci risparmiatori e la tattica attendistica delle autorità finanziarie,
ma il progetto è potenzialmente...rivoluzionario e merita di essere sostenuto e
migliorato, in quanto si propone d’introdurre valori come l’etica, la
trasparenza e la solidarietà, creando contemporaneamente una nuova cultura
sull’utilizzo del denaro, all’interno di un mondo che ha sempre fatto della
speculazione e dell’impenetrabilità i suoi capisaldi e che ha un ruolo chiave
nella determinazione dei destini dei governi e dei popoli.
VIAGGIO A SANTA RADEGONDA (AUSTRIA):
IN RICORDO DI FRANZ JAEGERSTAETTER, “TESTIMONE SOLITARIO”
di Alberto Trevisan
Visitare i luoghi dei conflitti, condividerne le atrocità e lavorare a fianco
delle vittime delle guerre rappresentano oggi i momenti più qualificanti del
“nuovo” movimento pacifista.
E proprio in questa prospettiva assume ancora
più importanza la ricerca di “testimoni solitari” nella storia della
nonviolenza.
“Il testimone solitario” di Gordon Zahn, ed. Gribaudi, è il
titolo di un libro che tratta la scelta di obiezione di coscienza di Franz
Jaegerstaetter, contadino austriaco, che pagò con il martirio il suo NO alla
guerra, il suo No al Nazismo.
Un libro che avevo letto con attenzione alla
fine degli anni ‘60, prima di scegliere la via della nonviolenza e che mi ha
molto aiutato nella mia scelta di obiezione di coscienza: una lettura
fondamentale come la lettera di Don Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”,
e altri scritti simili.
Nel riprendere in mano il libro e rileggendo i
capitoli più significativi, quasi immediatamente si è risvegliata in me
l’esigenza di programmare un viaggio a Santa Radegonda, piccolo paese a 40
chilometri da Salisburgo, in Austria, aggiungendo così un altro “itinerario di
pace”.
Ancora una volta ho potuto verificare quanto sia facile comprendere la
vita, le scelte di questi “testimoni della pace” andando a conoscere il loro
ambiente, dove hanno trascorso la loro vita e anche dove ora
riposano.
Avvicinarsi a Santa Radegonda, magari scegliendo le strade
secondarie, è come attraversare un lungo tappeto verde in mezzo ad una campagna
ordinata, pulita, caratterizzata da bianche fattorie che nulla hanno da
invidiare a lussuosi quartieri residenziali.
Procedendo immersi in questo
paesaggio quasi bucolico mi è stato quasi impossibile non pensare alla forte
idea della difesa della natura, della convivenza tra gli uomini che doveva
animare la vita di Franz Jaegerstaetter, il quale non poteva certo sopportare
l’idea della guerra e della distruzione.
Distruzione, atrocità e morte che
hanno invece caratterizzato la vita di Hitler che, coincidenza della storia,
nacque a Braunau proprio a pochi chilometri da Santa Radegonda: insomma, vittima
e carnefice nati sotto lo
stesso cielo, ma guidati da stelle così
tragicamente diverse!
Franz Jaegerstaetter nacque il 20 maggio 1907, a Santa
Radegonda, in Austria, ai confini con la Baviera: ancora oggi il paese è
piccolo, raccolto in piccole case, dominato dalla chiesa che sovrasta una valle
solcata da un corso d’acqua, accanto ad un piccolo cimitero, pieno di fiori,
dove ora riposa il “testimone solitario”.
“È nella cornice di questo piccolo
villaggio isolato che un modesto campagnolo è diventato un ribelle, cioè, come
scrive Camus, un uomo che dice NO. Ma il suo rifiuto non è rinuncia; egli è
anche un uomo che dice Si fin dall’inizio, un uomo che accetta di morire e
mostra con ciò di sacrificarsi a favore di un bene che ritiene superi il suo
personale destino” (A. Camus-Essais-La Pleiade, pg. 423).
Il gesto di Franz
Jaegerstaetter, ancora oggi poco conosciuto, sconvolge i canoni tradizionali,
perchè siamo così abituati alle scelte spettacolari dei grandi capi politici,
che rischiamo di non comprendere e di rimuovere il gesto di ribellione sicura ed
eroica di un uomo di campagna che da un paesino, neppure segnato sulla carta
geografica, ha sfidato il tiranno che pareva avesse ormai tutta l’Europa ai suoi
piedi.
Ma come ipotizzava Gordon Zahn nel suo libro, “Il testimone
solitario”, il piccolo cimitero di Santa Radegonda forse un giorno sarà luogo di
pellegrinaggio: già ogni anno in occasione dell’anniversario della morte di
Franz (9 agosto 1943 - decapitato nel carcere di Berlino) si ritrovano pacifisti
e non, provenienti da vari paesi a rendere omaggio al “testimone
solitario”.
Come spesso accade (nemo profeta in patria) la scelta di Franz
Jaegerstaetter, in quanto così radicale e inequivoca fu giudicata dalla maggior
parte del paese come imprudente, inutile, e persino irrispettosa nei confronti
degli altri compaesani che parteciparono alla guerra e in 57 caddero sul fronte
russo e che ora sono tutti ricordati, anche insieme a Franz, in un monumento nel
piccolo cimitero di Santa Radegonda.
È proprio il piccolo cimitero, così ben
curato, in un paese quasi delicato dove sono più evidenti i segni di questa
grande testimonianza di non violenza: ma ci sono anche le indicazioni della casa
dove Franz è nato, senza contare che ancora vivono li sia la vedova che le tre
figlie.
Anche se persone sono poche, e possono sembrare schive, traspare
l’orgoglio di avere avuto in una comunità contadina così piccola la scelta non
di un intellettuale, di un sacerdote, di un borghese illuminato o di un politico
di avanguardia, ma quella di un semplice contadino autodidatta, unico cittadino
di lingua tedesca che si rifiutò di servire nel “Wermacht” e che pagò con il
martirio la fedeltà alla propria coscienza e ai propri principi.
Il silenzio,
i pensieri, l’emozioni che mi hanno accompagnato durante il viaggio e in questo
piccolo cimitero austriaco, forse sono state più profonde, più coinvolgenti di
quelle provate a Barbiana (Don Milani), a San Egidio (P. Turoldo), a Santa Fiora
(P. Balducci): rimangono comunque luoghi che ricordano veri e grandi Testimoni
di Pace.
IL MINISTERO DELLE FINANZE TRATTIENE L’ASSEGNO DEGLI OBIETTORI
ALLE SPESE MILITARI.
Sono quindici anni che esiste in Italia una Campagna
nazionale di obiezione alle spese militari. Fin dall’inizio della loro
disubbidienza civile, gli obiettori, che chiedono la possibilità di finanziare
una difesa popolare nonviolenta attraverso l’opzione fiscale, hanno chiesto di
uscire dall’illegalità della loro posizione inviando anno dopo anno al
Presidente della Repubblica i soldi che la loro coscienza l’imponeva di
sottrarre alle spese militari. I soldi obiettati sono sempre stati
respinti.
Tuttavia nel 1994, il Presidente della Repubblica Scalfaro ha
chiesto agli obiettori di indirizzare i loro soldi al Ministero delle Finanze.
Così è stato fatto all’inizio del 1995.
Successivamente si è sollecitato con
due lettere una risposta da parte di questo Ministero. Non ottenendo alcuna
risposta si è provveduto ad effettuare una ricerca presso gli Uffici del
Ministero delle Finanze al fine di riuscire finalmente ad avere notizie certe
della nostra pratica. È emerso che il fascicolo, dopo essere passato attraverso
la Direzione Personale e Organizzazione, è approdato al Gabinetto del
Ministro.
Abbiamo quindi preso lì contatto con il dottor Pacifico, che ci ha
indirizzato al Dipartimento delle Entrate cui la pratica era stata inviata per
competenza.
Presso tale Dipartimento abbiamo appurato, tramite colloqui con
il dottor Monaco della Segreteria del Direttore dottor Rocfaz, che la pratica è
stata affidata alla Direzione Centrale Accertamento e Programmazione dove
risulterebbe tuttora trovarsi...
Per non finire in un dramma kafkiano non
intendiamo proseguire con le ricerche.
Prendiamo atto con soddisfazione che è
ormai più di un anno che il Ministero delle Finanze trattiene presso di sé
l’assegno il cui importo è il risultato dell’obiezione alle spese militari del
1994, e ne informiamo l’opinione pubblica e le Istituzioni perché ne traggano le
dovute conseguenze.
Il Coordinamento politico della
Campagna Nazionale di Obiezione di
Coscienza
alle Spese Militari
Un libro del generale Jean
CONOSCERE LA GUERRA PER ELIMINARLA
di Enrico Peyretti
Ho sott’occhio l’introduzione dattiloscritta ad un libro del generale Carlo
Jean, dal titolo Disinteresse nazionale e forze disarmate in Italia. Non vuol
parlare della difesa nonviolenta, ma dire che l’esercito italiano non è
abbastanza armato. Il gen. Jean è Presidente del Centro Alti Studi per la
Difesa. Si dice che fu lui che suggerì a Cossiga, nel gennaio 1992, di rinviare
al Parlamento, con argomenti pretestuosi e in circostanze impossibili, la buona
Legge di riforma dell’obiezione di coscienza già approvata dalle due Camere.
Feci un’analisi critica di quel messaggio di rinvio in Il foglio n.188, marzo
1992.
Estraggo dal testo di Jean alcune affermazioni-chiave , da
discutere.
“La guerra non paga mai, neppure per i vincitori, (...) è sempre
un pessimo affare: meglio una cattiva pace che una buona guerra! Eppure la
guerra è una realtà “. Più che d’accordo! Qui Jean cita il grande Erasmo, senza
nominarlo. Vediamo dunque che farne di questa pessima realtà.
Jean si
compiace che la dissuasione nucleare avesse allontanato la guerra dall’Europa
(ma era proprio vero? Un rischio gravissimo a bassa probabilità è peggiore di un
rischio minore ad alta probabilità) “confinandola nelle aree periferiche del
Terzo Mondo”. Ma forse una guerra è meno brutta se ammazza i poveri anziché gli
europei? Chi siamo noi per pensare così?
“Tutti coloro che vogliono evitare
la guerra o limitare gli effetti, dai pacifisti ai militari, devono
studiarla”.
Giustissimo, ma per farne che? Per aggiornarla ai tempi o per
preparare la sua eliminazione dalla storia? Qui sta la differenza totale. Anche
perché Jean riduce comodamente e falsamente la tradizione pacifista a strumento
di Mussolini, Hitler e Stalin!
Nel periodo bipolare “la logica della politica
si era militarizzata”. Cioè, gli eserciti dirigevano la politica. Che
strano.
Quando dicevamo che la moltiplicazione dei missili, quindi della
minaccia, era antipolitica perché riduceva la sicurezza, e che la
nuclearizzazione era eversione della nostra Costituzione pacifica, non c’erano
generali (salvo alcuni ex) né politici di governo a dire con noi queste
cose.
Jean condivide “senza alcuna nostalgia per la guerra fredda”
l’affermazione che “un sistema bipolare garantisce la pace e la stabilità nel
mondo meglio di qualsiasi sistema multipolare”, che oggi si dimostra gravido
delle peggiori minacce. È tristemente vero. Ma non è il caso, come fa il
generale, di prefigurare una strategia anche nucleare, come la dissuasione “da
forte al folle”, in presenza dell’attuale grande proliferazione; e persino di
mettere in conto la distruzione con bombe termonucleari delle grandi megalopoli
del Terzo Mondo per dissuadere gli “stati criminali” (rogue states). Pensare di
agire così è da criminali, appunto. L’alternativa è una politica di giustizia
economica e di sviluppo delle istituzioni per le soluzioni pacifiche, che qui
non è mai accennata. La forza armata, per restare legale e legittima, deve ormai
passare dagli Stati dell’ONU, come forza di politica e non di guerra. Ragionare
ancora di eserciti nazionali è pensiero fazioso e minaccioso, di pericolo e non
di difesa.
Concedendo che “ogni sforzo vada fatto per evitare la
proliferazione” nucleare, Jean sostiene la prevenzione (nucleare, si direbbe) e
prevede non solo difficile giungere ad un disarmo nucleare globale, ma anche
“pericoloso”! E perché? “Perché fra cinquant’anni circa il 15% dell’umanità
dovrà difendere l’85% delle ricchezze mondiali che possederà. Nulla fa pensare
che lo dividerà con gli Stati più poveri, visto che ha i mezzi per difendere la
sua prosperità e il suo grado di sicurezza sociale”.
Avete capito bene? Il
teorico della difesa militare sta teorizzando la difesa nucleare di un
privilegio già oggi criminale e ancor più in futuro. È la filosofia del Nuovo
Modello di Difesa, già dichiarata a chiare lettere in quel documento (v. Rocca,
01.12.1994, pg. 47). Questa non è difesa, ma offesa e aggressione! In essa non
c’è alcun “onore militare”, ma un servilismo colpevole e disonorato! Ecco perché
diciamo che gli eserciti non difendono il diritto, ma il delitto mediante altri
delitti, e che la sicurezza giusta dei popoli va cercata nella loro abolizione.
La strada è lunga? È l’unica giusta.
E non è puro sogno. In Svizzera, che non
è un paese di pazzi, il 26 novembre 1989 si tenne un referendum sull’abolizione
dell’esercito. Era previsto un massimo di 30% di si, che per il Ministro della
Difesa sarebbe già stata una catastrofe, e si ebbe il 35,6%, con punte del 50,4
e del 55,5 nei Cantoni di Ginevra e del Giura (noti luoghi di concentramento
degli svizzeri pazzi...). “Si è messa in dubbio l’esistenza della vacca sacra”,
scrisse Tobia Schnebli. Nessun altro paese ha mai messo ai voti il tabù
dell’esercito, anche se la Svizzera non riconosce ancora l’obiezione di
coscienza.
Però il Costa Rica, uno dei più felici paesi dell’America Latina,
pur nella dignitosa povertà, ha abolito l’esercito nel 1949, e non per idealismo
pacifista, ma per un calcolo di convenienza democratica ed economica, che si è
rivelato giusto, ed ha anche assicurato al paese una sicurezza maggiore degli
altri, forniti di esercito (v. Costa Rica: giardino di pace e di democrazia, di
Aldo Lafranchi, in Dialoghi di riflessione cristiana, n. 141, Locarno, aprile
1996, Ancora la Svizzera...).
E in Austria, altro paese neutrale, il Ministro
degli Interni Caspar Einem (un ministro pazzo?) propone sul settimanale Profil
di abolire le forze armate e di sostituirle con la polizia di frontiera. Il
Ministro sostiene che nelle nuove condizioni geopolitiche sono praticamente
sparite le minacce dirette contro il territorio austriaco. Secondo Einem
potrebbero costituirsi truppe di soli volontari per operazioni di peace keeping
sotto l’egida dell’ONU o della Nato (notizia su Avvenire, 06.02.1996). Già nel
maggio 1990, il Ministro degli Interni austriaco aveva pubblicato un Manuale per
obiettori di coscienza sulla difesa popolare nonviolenta (trad. ital. ed. La
Meridiana, Molfetta, 1991, Quaderni della D.P.N., n. 17).
Che cosa fanno in
Italia le istituzioni di cultura della difesa, altamente rappresentate dal gen.
Jean, per studiare difese alternative a quella militare? Ogni alternativa,
infatti, è una possibilità di più. Solo l’ostinazione sul monopolio militare
della difesa, che è interessata e non intelligente, può impedire di aprirsi a
tali ricerche, che oggi i pacifisti compiono con le sole loro poche forze e con
l’unico finanziamento che viene dall’obiezione di coscienza alle spese
militari.
Il gen. Jean tratta come ipotesi pensabile una risposta nucleare
sulla Libia ad un suo attacco nucleare all’Italia, invece di vedere come unica
via pensabile tutto ciò che può diminuire tale eventualità, anziché raddoppiare
l’immane delitto e danno. Questa ipotesi criminale compare all’interno di un
passo preoccupante (p. 7 del dattiloscritto), detto dal difensore di uno Stato
democratico. In esso si parla del nuovo ruolo delle armi nucleari, i cui
programmi in corso di sviluppo in Occidente “riguardano (...) la protezione
antimissilistica dei corpi di spedizione, del tipo Golfo, per permettere
all’Occidente di poter intervenire a protezione dei suoi interessi, anche contro
Stati che si siano procurati armi di distruzione di massa e vettori in grado di
lanciarle”. Di nuovo: la difesa di interessi parziali, con mezzi che
moltiplicano il pericolo. È la confessione della bassezza dei motivi della
Guerra del Golfo, esaltata come difesa del diritto internazionale! Quale
saggezza, quale sicurezza in queste concezioni?!? Come fidarci di questo
esercito?
Sentite: “Occorre che l’Occidente si riappropri della cultura della
forza militare indispensabile per la stabilità e la pace: forse è l’unica
speranza per portare ordine nel caos internazionale. Beninteso, la forza può
portare l’ordine, non la giustizia. Fare giustizia non è suo compito, né rientra
nelle sue possibilità tecniche. Ma, senza un minimo di ordine, non è possibile
alcuna giustizia. Dominerebbe comunque la violenza del più forte e del più
prepotente”. Il generale vede il limite della possibilità delle armi (anche a
pg. 10), che non possono agire sulle cause storiche, culturali, economiche,
l’unico livello di soluzione dei conflitti. Ma ritiene che possano togliere la
violenza, quando invece la confermano come criterio.
Le armi possono solo
sopraffare altre armi, uccidendo e distruggendo. Come possono mettere un ordine
che non sia pura sopraffazione, se non sono sottomesse alla più rigorosa
legalità internazionale, cioè ad una ONU realizzata, la cui idea in queste
pagine non compare mai? (All’ONU il testo accenna solo per registrarne senza
scandalo la strumentalizzazione da parte degli Stati Uniti). Cos’altro sanno
fare le armi se non premiare chi è più violento e imporre la sua volontà? Esse
riescono a servire la giustizia solo se questa supera in violenza l’ingiustizia,
e così si identifica con essa. Non c’è scampo a questa maledizione, se non lo
sviluppo di “armi” umane, non omicide: le tecniche di resistenza
nonviolenta.
Dopo aver lamentato che la garanzia nucleare degli Stati Uniti
ha “espunto il fenomeno guerra dalla cultura, dall’organizzazione sociale e
dalle attribuzioni dello Stato nazionale, soprattutto in Italia” (!!), il
generale afferma: “ se vuoi la pace, comprendi la guerra”. Egli ritiene che i
pacifisti si accontentino di ignorarla, di esorcizzarla, e perciò non siano da
prendere sul serio, nonostante le “buone intenzioni”. Si sbaglia, perché
chiunque può vedere che la cultura di pace seria si fonda proprio sulla cultura
del conflitto, ad ogni livello, compresa la guerra, per scoprirne, attraverso
molti strumenti di analisi, le possibilità di gestione non distruttiva,
nonviolenta.
La cultura di pace è questo. Simili cantonate di un autorevole
studioso militare derivano dalla mancanza di comunicazione tra i ricercatori
della pace e i militari. Questi, che nelle loro sedi culturali, ricche di mezzi
che i pacifisti non si sognano, non hanno mai accettato proposte di una libera
ricerca comune, come già documentato più volte.
Ma, mentre critico lo scritto
del generale Jean, non rifiuto di vedere che egli deve fare i conti con la forza
attuale della cultura pacifista seria, pur senza conoscerla bene.
Ripete che
la guerra è una realtà, ma afferma che bisogna comprenderla per volere
efficacemente la pace. Vogliamo intendere che non ritiene la guerra una realtà
metafisica che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Ecco un punto su cui siamo
d’accordo, signor generale!
Poi ammette l’ipotesi “che la guerra sia una
malattia e non un aspetto intrinseco della politica”, e anche qui ci trova
d’accordo, perché questa è la nostra ipotesi fondamentale. Ma si cura una
malattia sviluppandola, alimentandone i germi?
È interessante la penultima
pagina, dove Jean ironizza sul PDS, che, quando era PCI, condannava l’esercito
italiano anticomunista durante la Guerra Fredda, e ora deve parlarne bene, per
avvicinarsi (l’Ulivo non aveva ancora vinto) al Governo.
Noi abbiamo sempre
criticato l’enorme debolezza culturale della concezione della difesa di tutta la
sinistra (non parliamo della destra...).
Lo scopo del libro di Jean è di
essere “un contributo al dibattito sul nuovo modello di difesa italiano”,
studiando “le funzioni e l’impiego della forza militare nelle relazioni
internazionali”, perciò “i criteri generali da seguire nel decidere se
intervenire all’estero del territorio nazionale e come farlo efficacemente”.
Questa idea ripetuta degli “interventi militari all’estero” è il cuore viziato
del Nuovo Modello di Difesa, la sua visione iniqua delle relazioni tra i popoli,
in cui le armi dichiaratamente proteggono l’ingiustizia stabilita.
Quella di
cui parla il generale non è difesa, ma offesa. Ma, per amore del discorso,
concediamo che se anche la cultura militare pensasse di difendere giusti
diritti, sarebbe illusione, utopismo. Le armi sanno unicamente uccidere.
Uccidere per vivere non è vita.
È peggio che morire per non voler
uccidere.
So bene che c’è un obiezione certa che anche Gandhi considera e
ammette: nel caso estremo devi difendere altri, anche uccidendo chi sta per
uccidere.
Ma questa obiezione non chiude il discorso. In tanto vale soltanto
nella circostanza immediata ed estrema, e non giustifica quell’immensa
organizzazione dell’omicidio premeditato di tanti innocenti, o comunque del
dominio mediante il terrore o l’inganno, quale è ogni esercito.
E poi resta
un forte interrogativo che la coscienza umana non può far tacere: i salvati
grazie ad un tale sistema omicida, sono veramente salvati, o non sono
terribilmente rovinati nella loro umanità?
Si, generale, la guerra bisogna
conoscerla, perché solo chi non la conosce ama farla e prepararla, come insegna
il grande Erasmo. Ma bisogna conoscerla unicamente per eliminarla dalla storia.
È necessario.
Nessuno può provare che sia impossibile. Ci sono segni che ciò
sia possibile. Perciò è doveroso. I militari, se sono veri difensori, possono
far molto per questo.
Un illuminista del Novecento
Bertrand Russell
Bertrand Russell (1872-1970), premio Nobel per la letteratura nel 1950, è il
più celebre filosofo inglese del Novecento. Discendente da una prestigiosa
famiglia (il nonno, John Russell, fu primo ministro), si dedicò allo studio
della filosofia e della matematica e contribuì alla fondazione della logica
matematica in collaborazione con A.N. Whitehead (Principia mathematica,
1910-1913).
È interessante ricordare che il pensatore, inglese si sentì
debitore nei confronti di un grande matematico italiano: Giuseppe
Peano.
Negli anni della maturità affrontò in diverse opere il problema della
conoscenza e compose pure una vivace e personalissima Storia della filosofia
occidentale (1945). Fu anche autore di molti scritti, rivolti al grande
pubblico, sulla politica, la società e i comportamenti. In questi libri rivelava
uno spirito volterriano, anticonformista e, a volte amante del paradosso, ma
sempre sorrette da uno stile fino e arguto.
L’impegno per la pace
Russell manifestò fin dalla giovinezza un deciso
orientamento pacifista tanto che, durante la prima guerra mondiale, fu per tale
motivo allontanato dall’insegnamento al Trinity College di Cambridge e
incarcerato per sei mesi. Scrive nell’Autobiografia che, in opposizione al
nazionalismo di molti intellettuali, non potè fare a meno di esprimere la
propria condanna della guerra:
Sentii imperioso il dovere di protestare, per quanto vana potesse essere la
mia protesta. Partecipavo con tutto me stesso. Innamorato della verità, come
sono sempre stato, ero nauseato dalla propaganda nazionalista dei Paesi
belligeranti (...) Quando venne istituito il servizio militare obbligatorio,
dedicai, si può dire, tutto il mio tempo e le mie energie agli obiettori di
coscienza.
Il pensiero politico di Russell fu sempre favorevole a sistema sociale che
garantisce ai cittadini la massima libertà personale. In effetti, il filosofo si
è battuto in maniera instancabile in difesa dei diritti dell’uomo e della donna,
dovunque fossero calpestati.
L’avvento del regime nazista in Germania ne
attenuò il credo pacifista e lo indusse ad accettare, sia pure con notevole
rammarico, la guerra contro Hitler.
Benchè mi aggrappassi ancora alle mie convinzioni pacifiste, lo facevo con
sempre maggiore difficoltà e quando, nel 1940, la minaccia di una invasione pesò
sull’Inghilterra, compresi che per tutta la prima guerra non avevo mai
seriamente contemplato la possibilità di una disfatta totale. Questa idea mi era
insopportabile e finalmente, in piena coscienza, decisi che era mio dovere
appoggiare tutto ciò che pareva necessario per il conseguimento della vittoria,
per quanto difficile si presentasse e per quanto fossero dolorose le conseguenze
prevedibili della seconda guerra mondiale.
(dall’Autobiografia)
Il pericolo atomico
La vocazione pacifista del filosofo inglese ebbe il
massimo sviluppo dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla scoperta delle
armi atomiche. Non solo diffuse nel 1955 il testamento spirituale di Einstein,
ma divenne un attivo organizzatore del movimento antinucleare
inglese.
Nell’ottobre del 1960 fu uno dei fondatori del Comitato dei Cento,
che lanciò una campagna di disobbedienza civile a favore del disarmo nucleare
dell’Inghilterra.
Russell fu imprigionato per alcuni giorni nel settembre del
1961, poichè si era rifiutato di rinunciare alla organizzazione di
manifestazioni nonviolente di protesta contro il governo inglese: si trattava
delle dimostrazioni “sedute”, in cui migliaia di dimostranti interrompevano il
traffico dei centri cittadini sedendosi nelle strade e nelle piazze.
La
campagna antinucleare dei pacifisti inglesi ebbe una larga eco in tutto il
mondo, anche per l’infaticabile attività pubblicistica del celebre filosofo, che
analizzò in alcuni volumi la drammatica condizione dell’umanità. In un libro del
1961 scriveva: Dobbiamo renderci conto che l’odio, lo spreco di tempo e di
denaro e di capacità intellettuali per costruire armi di distruzione, la paura
di quel che potremmo farci a vicenda e l’imminente quotidiano rischio che tutto
quanto l’uomo ha compiuto scompaia, dobbiamo renderci conto, dico, che sono
tutti prodotti della follia umana. Non sono decreti del fato. Non è qualcosa che
ci viene imposto dalle condizioni naturali. È un male che nasce dalle menti
umane, radicato nell’antica crudeltà e superstizione, adatto forse alle orde
selvagge di tanto tempo fa, ma non alla nostra epoca, e capace di distruggere
prima di tutto la felicità e poi, molto probabilmente, la vita. Ci vuole
soltanto una cosa per trasformare questo inferno in un paradiso: e cioè che
l’Est e l’Ovest smettano di odiarsi e temersi a vicenda e si accorgano di una
comune felicità della quale potrebbero godere se fossero disposti cuori che deve
venire espulso (E domani?, Longanesi, Milano, 1962, conclusione cap.
IX).
Purtroppo, la storia successiva non ha preso la via indicata da Russell:
nel 1962 scoppiò la crisi dei missili russi a Cuba, che avrebbe potuto
trascinare l’umanità nella temuta guerra fra i due blocchi militari. Russell
lanciò un appello a Kennedy e a Krusciov per una soluzione pacifica di tale
crisi.
Negli anni seguenti, l’intervento, sempre più deciso, degli americani
nel Vietnam spinse Russell ad uscire dal Partito Laburista ed a istituire un
tribunale che indagasse sui crimini di guerra, compiuti dagli americani in tale
conflitto. Fu egualmente severo verso la Russia: prese decisamente posizione
contro l’invasione della Cecoslovacchia e contro il trattamento riservato dal
governo sovietico ad alcuni scrittori.
A chi lo accusava di filocomunismo
rispose: Si suppone che siamo ispirati da simpatia per il comunismo, o ad ogni
modo, dall’incapacità di capirne i suoi lati cattivi. Tutto ciò, in effetti, è
ben lungi da quanto pensiamo e sentiamo. Ciò che dobbiamo dire è rivolto tanto
all’Oriente che all’Occidente ed è sentito ugualmente da ambo i lati. Non siamo
dalla parte dell’umanità e consideriamo la divisione in due campi ostili di una
larga parte di essa una follia intollerabile. Ostilità su così larga scala sono
state frequenti nel corso della storia. Cristiani e maomettani, protestanti e
cattolici si combatterono in lunghe guerre di distruzione, e solo dopo essersi
inflitti grandi sofferenze reciproche, scoprirono che potevano coesistere in
pace ed amicizia. Ma le sofferenze causate dalle guerre passate non sono
paragonabili a quelle che ci dobbiamo aspettare nel caso che scoppiasse un
conflitto nucleare. L’intolleranza nel passato era un male, è vero, ma era un
male che si poteva sopportare. Se l’Oriente e l’Occidente non impareranno a
tollerarsi a vicenda, nessuno dei due potrà sopravvivere (Le prospettive per il
disarmo, in “Il Verri”, n. 6, 1962, p. 109).
La conquista della felicità
Russell, che non era credente, ha criticato
aspramente qualsiasi forma di dogmatismo, sia religioso, sia ideologico; e ha
indicato nel libero pensiero, rispettoso delle opinioni altrui, la via maestra
per la pacifica convivenza.
Il dogma comunista nella dittatura di una minoranza ha causato orrori senza
fine. Si sente dire che soltanto il fanatismo può rendere efficiente un gruppo
sociale. Ma questo dogma è in contrasto con le lezioni della storia. In ogni
caso, soltanto coloro che servilmente adorano il successo possono credere che
l’efficienza sia di per sè stessa cosa ammirevole senza tener conto di quanto
sangue essa grondi. Da parte mia, penso che è meglio fare un poco di bene
piuttosto che molto male. Il mondo che io auspico dovrebbe essere libero da
faziose incomprensioni, e consapevole che la felicità per tutti nasce dalla
collaborazione e non dalla discordia. L’educazione dovrebbe mirare alla libertà
della mente dei giovani, e non al suo imprigionamento in una rigida armatura di
dogmi destinati a proteggerla, nella vita, contro i pericoli dell’evidenza
imparziale. Il mondo necessita di menti e di cuori aperti, non di rigidi
sistemi, vecchi o nuovi che siano.
(Prefazione a Perché non sono cristiano,
Longanesi, 1960)
La filosofia dovrebbe favorire il dialogo fra le diverse culture, procedendo
a un confronto razionale, privo di passionalità; secondo il nostro autore, chi
sostiene le proprie idee con eccessiva veemenza cerca di mascherare la mancanza
di argomentazioni a favore della propria tesi.
Il fine della ricerca
culturale è il benessere di tutti gli uomini, sia materiale che spirituale. Una
condotta intelligente può portarci alla felicità, a condizione che l’uomo sappia
riconoscere i propri limiti dalla prigione dell’egocentrismo.
Nei casi in cui le circostanze esterne non sono decisamente sfortunate, un
uomo dovrebbe riuscire a raggiungere la felicità, purchè le sue passioni e i
suoi interessi siano diretti verso l’esterno e non verso l’interno. Dovremmo
perciò tentare, sia nell’educazione sia nei nostri sforzi per inserirci nel
mondo, di mirare ad eliminare le passioni egocentriche e ad acquistare invece
quegli effetti e quegli interessi che impediranno ai nostri pensieri di
occuparsi perpetuamente di noi stessi. Non è quella natura della maggior parte
degli uomini di poter essere felici in una prigione, e le passioni che ci
rinchiudono in noi stessi costituiscono una delle prigioni peggiori.
(La
conquista della felicità, Longanesi, 1947, cap. XVII)
Una biografia: A. Wood, Russell scettico appassionante, Feltrinelli,
1960.
Una antologia dagli scritti: Bertrand Russell, a cura di E. Musacchio,
Loescher, Torino, 1968.
SI È RIUNITA A BUDAPEST
Sesta conferenza del Verona Forum
“Nella memoria di Alexander Langer” si è riunito a Baudapest, il 18 e 19
maggio, il Verona Forum per la pace e la riconciliazione nei territori della
ex-Jugoslavia. È stato il sesto incontro, ma era il primo dopo la morte di
Langer. Il Verona Forum è un gruppo di pressione non governativo all’interno del
Parlamento Europeo. È impegnato a sostenere coloro che nella ex-Jugoslavia
lavorano per trovare una strada di convivenza pacifica. Fanno parte del Verona
Forum persone attive e qualificate provenienti da tutte le regioni della
ex-Jugoslavia, organizzate in partiti non nazionalistici, associazioni per i
diritti umani, sindacati indipendenti, giornalisti democratici, organizzazioni
non governative. Un Ufficio a Bruxelles coordina tutte queste attività, fornendo
materiale di supporto. Creare le condizioni affinché le realtà democratiche
dell’area balcanica possano incontrarsi direttamente, scambiarsi informazioni ed
esperienze e trovare comuni strade di convivenza, è uno degli obiettivi del
Forum.
A Budapest, dove si sono riunite circa 80 persone, molte erano le
facce nuove, quasi l’80%, molte le assenze. Il clima politico di questo incontro
è stato dominato dalla diffidenza e sfiducia sulla possibilità di tenuta della
pace scaturita dagli accordi di Dayton; i nazionalisti di ogni luogo si stanno
già riarmando.
I lavori del Forum sono iniziati con la nomina della nuova
presidenza. È stato eletto il croato Zvonimir Cicak, personaggio a tratti
spigoloso, nemico numero uno di Tudjman; è stata quindi una scelta politica
coraggiosa che avrà sicure conseguenze anche per il futuro del Forum.
I
lavori sono poi proseguiti con un dibattito che ha provocato anche qualche
lamentela per la frammentarietà della discussione e la troppa insistenza sui
rispettivi “orticelli”.
La parte più difficile dell’incontro è stata comunque
quella conclusiva, dedicata alla redazione del documento che palesa le posizioni
del Forum sulle questioni più controverse della fase post-bellica.
Il
documento affronta le questioni legate al dopo-accordi-di-Dayton:
-Necessità
del rispetto dei diritti umani e del monitoraggio delle violazioni subite.
Significativo in tale ambito risulta l’appoggio all’impiego dei contingenti IFOR
in Bosnia per aiutare il Tribunale Internazionale dell’Aja ad individuare e
processare i sospettati di crimini contro l’umanità
-Realizzabilità di una
democrazia sostanziale in Bosnia: è emersa una forte preoccupazione sullo stato
delle istituzioni politiche e di rappresentanza nei tre stati (Bosnia, Croazia,
Serbia). In questi ultimi mesi si è osservata una restrizione progressiva e
antidemocratica della gestione e dell’impiego dei mass media e delle possibilità
di partecipazione sociale. All’interno di ciascuna realtà statuale sono
necessarie radicali riforme istituzionali.
-Affermazione della
inammissibilità della costituzione di Stati etnicamente “cernierati” in gabbie
etnico-nazionali: questa pratica condurrebbe direttamente a crimini contro
l’umanità.
-Vi è poi la questione dei profughi: il loro ritorno “a casa”
dovrebbe essere realizzato nel quadro dei progetti pilota già previsti nei piani
delle Nazioni Unite.
-Elezioni di settembre in Bosnia: le future
consultazioni non saranno ritenute valide qualora le condizioni del loro
svolgimento non mutino radicalmente rispetto alla situazione attuale. La
situazione dei media e le strozzature ad ogni possibilità di diffusione di
prospettive antinazionaliste, insieme alla possibilità di sostanziali brogli
elettorali, sanzionano un clima di illegalità dal quale non può scaturire
nessuna dialettica interna autenticamente democratica. È in questa prospettiva
che è nato una sorta di “ricatto” proposto dal Verona Forum: gli aiuti economici
internazionali alla Bosnia Erzegovina devono essere vincolati
all’istituzionalizzazione di un sistema di rappresentanza politica pluralista e
democratico.
-Infine il Forum condanna la pesante situazione in Kossovo ai
danni della “minoranza” albanese e sostiene tutte le iniziative che vengono
dalla reale società civile.
I partecipanti italiani
Paolo Bergamaschi
Pietro Frigato
Mao
Valpiana
GANDHI E LE TASSE
È accaduto spesso nella storia che il pensiero di un grande filosofo venisse
travisato fino a commetterne e a giustificarne dei crimini.
È accaduto ed
accade, anche, di uccidere in nome di Dio.
Accade oggi che il nome del
Mahatma Gandhi venga usato e travisato per fini decisamente egoistici.
Come
può il leghismo utilizzare il nome di M.K. Gandhi per attuare la secessione di
una parte del Nord Italia per una questione di denaro?
Non è in discussione
il denaro inteso come giusta ricompensa di un salario, ma del denaro inteso come
accumulo di ricchezze per se stessi ai danni di miliardi di affamati nel
pianeta.
Non è in discussione l’obiezione fiscale a leggi ingiuste, ma è in
discussione l’evasione fiscale.
“Pagare tutti, per pagare meno”, è legittimo
dovere di tutti i cittadini onesti.
Fino a quale punto certi evasori sono
disponibili a “scendere dalla schiena del prossimo e cessare di
depredarlo”?
Fino a quale punto donne e uomini delle varie “leghe e metalli”
sono disposti a far proprio il principio supremo dell’ahimsa (nonviolenza), che
si basa sull’amore infinito per tutte le creature e non sull’himsa (violenza),
che si basa sull’odio e sull’altrui sfruttamento?
“Colui che desidera
soltanto il proprio bene o quello della propria comunità - scriveva Gandhi su
Haraijan del 20/10/1946 - è un egoista e non può che recar danno”.
Gandhi,
allora, non può e non deve essere scambiato per Tudjman!
L’uno è la negazione
dell’altro.
È legittimo voler conseguire la secessione con mezzi pacifici, ma
non è legittimo ne morale spacciare un fine egoistico per un fine
nonviolento.
“La linea di demarcazione tra un fine egoistico e un fine
disinteressato è spesso sottilissima”. Per questo non bisogna confondere l’uso
di mezzi senza violenza dall’uso di mezzi nonviolenti.
I primi, infatti,
implicano concetti d’odio, di rancore e di violenza che si scatenano non appena
si raggiunge il fine, i secondi, invece, implicano concetti di amore, di
giustizia e di solidarietà tra tutte le creature dell’universo.
Il leghismo
fondato sull’egoismo e sull’etnocentrismo, per quanto possa adoperare, in una
prima fase, mezzi senza l’uso della violenza, chiamiamoli pure “mezzi di
disobbedienza civile”, non potrà mai raggiungere fini nonviolenti.
Il “dio
denaro”, per intenderci, non è un fine nonviolento.
La nonviolenza unisce, il
leghismo divide e contrappone. Il leghismo vuole dividere l’Italia dei ricchi da
quella dei poveri. Gandhi fino all’ultimo si è adoperato per la non separazione
di indù e musulmani, nei due Stati di India e Pakistan.
Gandhi ha servito ed
elevato gli Harijan (Intoccabili) al decoro e alla dignità umana. Il leghismo
perseguita nelle volontà e nei fatti i paria delle nostre città (vedi
l’ostinazione rabbiosa contro immigrati e gruppi Sinti e Rom).
Leghisti a
parte, le mafie, le disonestà, gli sfruttamenti e altri soprusi vanno
decisamente combattuti e solo non adeguandosi a queste forme di violenza, si
potrà essere nonviolenti e degni imitatori di Gandhi.
Associazione “M.K. Gandhi - M.L. King - B. Khan”
Brescia
CARLO CASSOLA E LA NONVIOLENZA
Caro Direttore,
recentemente Azione nonviolenta, nella rubrica “Profili”,
ha incluso Cassola tra i servitori della nonviolenza.
Anche se trovo questo,
in definitiva, giusto (soprattutto se si pensa che per Cassola morale e politica
non sono mai state in antitesi), e ve ne ringrazio, tuttavia devo precisare che
Cassola non è un nonviolento nella accezione comune del termine. Cassola non mi
pare avesse mai sentito il bisogno di scegliere tra violenza e nonviolenza, ma,
bensì, tra il disarmo e la fine dell’umanità.
Perché Cassola considerava
l’antimilitarismo un fine e non un mezzo. Vedeva cioè, nel militarismo, la
struttura portante della società. E se si voleva cambiare, ma, soprattutto se si
voleva salvarsi, bisognava abbatterlo. Se per Capitini la nonviolenza era il
punto della tensione più profonda ed era tesa al sovvertimento di una società
inadeguata, per Cassola questa funzione la svolgeva il disarmo unilaterale, che
era il punto di rottura e al tempo stesso il punto più alto della coscienza di
un popolo.
Nei confronti della nonviolenza metteva sempre un distinguo, come
se lui intendesse ricordare che veniva da un’altra strada.
Io credo che lo
facesse perché la L.D.U. (Lega per il Disarmo Unilaterale) potesse essere
considerata sempre una “casa per tutti”, dove i nonviolenti potessero convivere
con coloro che non intendevano abbracciare nella sua totalità l’ideologia della
nonviolenza.
C’è un suo scritto dei primi anni ‘80, dove dice:
“L’antimilitarismo e la nonviolenza sono state certamente due cose diverse.
Altrimenti, dopo essere andato nelle più piccole città italiane a diffondere il
messaggio del disarmo unilaterale, avrei poi, potuto iscrivermi al Movimento
Nonviolento, che già esisteva”.
Per Cassola, inoltre, come già accennato, il
problema era anche legato all’urgenza che è un modo di sentire che non
accompagna tradizionalmente la nonviolenza, perché questa si basa sulla
trasformazione delle coscienze. E le coscienze si trasformano in tempi
necessariamente lunghi.
Per Cassola, invece, bisognava svegliarsi e darsi da
fare subito e con il sentimento dell’urgenza se si voleva salvare il mondo. Non
si poteva aspettare troppo che le cose cambiassero dentro ad ognuno di noi,
perché non ce ne sarebbe stato il tempo. Semmai, la nonviolenza in Cassola la
individuerei nel fatto che credeva molto nella forza della verità e il suo
cruccio rimase sempre quello di non aver potuto diffonderla che più di
tanto.
Inoltre per Cassola la causa del progresso e della sopravvivenza si
identificavano. Questo lo portava a concepire naturalmente uno sviluppo “dolce”
(che cos’altro era il disarmo unilaterale se non questo?) che non potesse
mettere in alcun modo a rischio la vita sul pianeta.
Cassola vedeva nel
disarmo unilaterale l’unico passo possibile, deciso per un avvio di una società
ecopacifista che ci portasse finalmente fuori dalla miseria e dalla paura.
Inoltre era internazionalista, per un mondo senza frontiere e sognava una realtà
che sapeva possibile: “Noi disarmisti siamo accusati di essere sognatori fuori
della realtà. Invece siamo i soli realisti. Gli altri, i sedicenti realisti,
sono solo struzzi che hanno nascosto la testa sotto la sabbia per non vedere le
conseguenze scellerate della loro politica: l’imminente fine del mondo e
l’attuale miseria del mondo”.
Ma Cassola, dicevo, veniva da un’altra parte e
non faceva sempre sua la strada della nonviolenza, perché era anche pronto al
“tanto peggio, tanto meglio” e, inoltre, voleva salvare la vita sul pianeta a
“qualsiasi costo”, perché sosteneva che le cose, dal punto di vista della pace,
non potevano andare peggio di come andavano.
Inoltre, la nonviolenza non è
solo uno strumento di lotta politica, è già un modo completo di comprendere la
vita: è una ideologia.
Cassola non sentiva il bisogno di avere niente di
pronto in tal senso. Spesso avevano accusato il suo disarmo unilaterale di
essere manchevole, perché non indicava che tipo di vita, che qualità della vita
avremmo dovuto lasciare ai nostri figli. E lui rispondeva sempre che il discorso
sulla qualità della vita veniva dopo, dopo che avevamo salvato e messo al sicuro
al vita.
Questo e solo questo era quello che dovevamo fare e che qualsiasi
tipo di vita era sempre meglio dell’assenza di vita. Cassola sapeva che dalla
pace si può poi risalire alla libertà e alla giustizia, mentre fuori della pace
non si può fare niente. Non ha forse dimostrato questo quello che è successo
nella ex-Yugoslavia? E quello che sta succedendo in tante disgraziate parti del
nostro pianeta, oggi che la guerra, con un notevole passo indietro rispetto a
Clausewitz, non è più strumento di continuazione della politica, ma la politica
tout court?
Il disarmo, con il suo gesto unilaterale, che è anche un modo di
pensare e di essere, di rapportarsi, era la nonviolenza di Cassola, quella in
cui il “politico” si riconosceva completamente ed era tutt’uno con lo
scrittore.
Entrambi difendevano fino in fondo la semplice esistenza.
Ma
Cassola sapeva anche che la pace non si può costruire con un semplice
aggiustamento dell’esistente. Non a caso in un suo saggio che s’intitola la
rivoluzione disarmista scrive:”L’utopia può diventare realtà solo mediante la
rivoluzione. Un’evoluzione graduale e pacifica è impensabile: come può il male
evolvere verso il bene?” (R.D., pag. 13 - Rizzoli, 1983). E qui torna di nuovo
un distinguo rispetto all’ideologia nonviolenta, perché appare la possibilità
della violenza per salvare il mondo. E si unisce all’urgenza, di cui dicevo,
ancora come distinguo rispetto ai percorsi ortodossi nonviolenti: “Sono queste
vecchie, stupide e malvage istituzioni che ci portano alla rovina. Dobbiamo
distruggerle prima che sia troppo tardi.
Non bisogna distruggerle
gradualmente (non ne avremmo il tempo) ma tutte d’un colpo. Occorre un taglio
netto col passato. Questo taglio netto è appunto ciò che chiamiamo rivoluzione”
(R.D. pag. 13 - Rizzoli, 1983).
Silvano Tartarini
(Montecarlo -LU)
ANTINUCLEARI = DIAMOCI UNA MOSSA!
Fra le mille gravi colpe del Presidente francese Chirac, che ha voluto con
caparbio spirito militar-patriottico perseguire obiettivi di potenza nucleare
nel ‘95 e nel ‘96, c’è un merito...deteriore: quello di ricompattare i movimenti
pacifisti anti-nucleari, e di costringerli a darsi una mossa. Altra spinta anti
nucleare viene dall’indomabile cavallo pazzo della centrale di Cernobil, che è
tragico simbolo di un mondo auto-vincolatosi all’energia pesante, che in cambio
garantisce inquinamento da radiazioni, morte da esplosioni, malattie incurabili.
Sul piano politico, la lunga trafila del combustibile per il nucleare si
dimostra vulnerabile, pericolosa, condizionante, interferendo sulle scelte di
Governo, di partiti, di strategie economiche internazionali.
- Tutta la
ricerca scientifica e pratica che dimostra la superiorità dell’impiego di
energie dolci non inquinanti, non distruttive, non condizionanti, non
ricattatorie, non esauribili, resta lettera morta o in catalessi, aspettando il
miracolo che i Capi di governo, la grande industria e le multinazionali diano un
grazioso benestare al loro ingresso in campo.
- Una cosa è il piccolo
esperimento sul piano locale, altro è il passaggio alla produzione su vasta
scala transnazionale.
- Siamo spaventosamente indietro non solo sul piano
della lotta - costante, corale, tempestiva - al nucleare militare e civile,
comunque letale, ma su quello culturale, dell’informazione, dell’educazione,
dell’etica, della religione, mediante cui una opinione pubblica avvertita può
spingere i Governi, i relativi ministri, e i capitani di industria, a dedicare
tempo e scienza e denaro né alle generazioni presenti, né alle future, e che
preserva per tutti i valori gratuiti della Natura.
Davide Melodia
Verbania
Caro Luigi,
ho letto con molto piacere e anche con molta attenzione la
tua lettera pubblicata su Azione Nonviolenta (aprile ‘96) in riferimento ad
alcuni miei interventi sul problema degli immigrati, questi nostri “vicini
scomodi”.
Ciò che tu hai scritto e che sei riuscito così bene a comunicare,
“l’avrei voluto scrivere nella mia lettera” (è quello che mi chiedevi alla fine
della tua riflessione) nel senso che hai aggiunto considerazioni, analisi ed
elementi così importanti tali da rendere i nostri interventi molto più completi
e utili per una migliore e maggior comprensione del problema posto.
Insomma
non ho elementi per contraddire quanto affermi sul ruolo, sulle incertezze, sui
ritardi dell’area eco-pacifista, che spesso fugge dalla nostra realtà per vagare
con analisi sul resto del mondo, sui popoli del Sud, non riuscendo a
confrontarsi con i problemi di casa nostra.
Solo una cosa vorrei aggiungere e
forse, almeno me lo auguro, potrà ulteriormente chiarire il ruolo pacifismo di
fronte a queste continue tragedie come la guerra nei Balcani.
Nella tua
lettera più volte fai riferimento a “frequenti manifestazioni antirazziste fatte
a sproposito e demagogicamente”: io penso, invece, che nel mondo pacifista
proprio su questo aspetto ci sia stato un notevole salto di qualità, proprio in
occasione della guerra sui territori della Jugoslavia.
Il mondo pacifista e
del volontariato ha scelto in maniera netta di “fare meno manifestazioni” e
condividere concretamente la realtà della guerra a fianco delle vittime. Se non
ci fosse stato l’enorme contributo del volontariato, del pacifismo e degli Enti
locali la guerra in Jugoslavia sarebbe stata ancora più dura: in questo progetto
di solidarietà e condivisione con le vittime della guerra è iniziata un’opera di
integrazione e “si sono raccolte molte energie su progetti concreti e
praticabili”, proprio ciò che tu, Luigi, auspichi.
Caro Luigi, in tempi di
Internet, mi è parso bello comunicare attraverso Azione Nonviolenta, importante
strumento di metodologia nonviolenta.
Fraternamente
Alberto Trevisan
Rubano (PD)
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