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Azione nonviolenta - Giugno 1996 PDF Print E-mail
Giugno 1996

L’editoriale
AZIONE NONVIOLENTA DEVE CRESCERE
di Mao Valpiana e Stefano Guffanti

L’argomento
TELEVISIONE: CATTIVA MAESTRA
di Karl Popper

FATE A PEZZI LA TV
di Guido Ceronetti

COME USARE E QUANDO SPEGNERE LA TV
di Gianfranco Zavalloni

SUGGERIMENTI DIDATTICI

CARTA DI TREVISO: IL TESTO INTEGRALE

UN TRIBUNALE PER I CRIMINI IN TV
di Nantas Salvalaggio

TELEVISIONE VIOLENTA: TRASFORMARE O BUTTARE?
di Nanni Salio

DIECI COMANDAMENTI PER SALVARSI
di Vera Slepoj

UNA FIRMA PER CAMBIARE
di Mario Lodi

L’attualità
RIFONDAZIONE, LA NATO, LA NONVIOLENZA
intervista a Fausto Bertinotti

CARI VERDI: VOGLIAMO DARCI UNA MOSSA?
di Mao Valpiana

Dal Nord e dal Sud
L’INTERESSE PIU’ ALTO È L’INTERESSE DI TUTTI
di Gigi Eusebi

Testimoni di pace
FRANZ JAGERSTAETTER TESTIMONE SOLITARIO
di Alberto Trevisan

Campagna OSM
IL MINISTRO DELLE FINANZE TRATTIENE L’ASSEGNO

Galleria delle idee
CONOSCERE LA GUERRA PER ELIMINARLA
di Enrico Peyretti

Profili
BERTRAND RUSSEL
di Claudio Cardelli

SESTA CONFERENZA DEL VERONA FORUM
di P. Bergamaschi, P. Frigato, M. Valpiana

Ci hanno scritto
di S. Tartarini, D. Melodia, Ass. Gandhi/King/Khan, A. Trevisan

CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE

di Karl Popper

Se riflettiamo sulla storia della televisione, vediamo che, nei suoi primi anni, essa era abbastanza buona. Non c’erano le cattive cose che sono arrivate dopo, offriva buoni film e altre cose discrete. La ragione di questo sta in parte nel fatto che all’inizio non c’era competizione o, per lo meno, ce n’era molto poca e che la domanda non si era ancora estesa. Perciò la produzione poteva essere più selettiva.
È interessante notare che cosa dicono a questo proposito coloro che producono tv. In occasione di una lezione che ho tenuto in Germania non molti anni fa ho incontrato il responsabile di una televisione, che era venuto ad ascoltarmi, insieme ad alcuni collaboratori. Non ne faccio il nome per non personalizzare il caso. Ebbi con lui una discussione durante la quale sostenne alcune orribili tesi, nella cui verità egli naturalmente credeva.
Diceva per esempio: “Dobbiamo offrire alla gente quello che la gente vuole”, come se si potesse sapere quello che la gente vuole dalle statistiche sugli ascolti delle trasmissioni. Quello che possiamo ricavare da lì sono soltanto indicazioni circa le preferenze tra le produzioni che sono state offerte. Guardando quei numeri noi non possiamo sapere che cosa dovremmo o potremmo offrire e lui, il capo di quella televisione, non può sapere che cosa la gente sceglierebbe se ricevesse proposte diverse dalle sue. Il fatto è che egli crede veramente che la scelta sia possibile soltanto nell’ambito dell’offerta così com’è e a questo non vede alternative.
La discussione che ho avuto con lui è stata davvero incredibile. Egli credeva che le sue tesi fossero sostenute dalle “ragioni della democrazia” e si riteneva costretto ad andare nella direzione che sentiva come l’unica che lui era in grado di comprendere, nella direzione che sosteneva essere “ala più popolare”. Ora, non c’è nulla nella democrazia che giustifichi le tesi di quel capo della tv, secondo il quale il fatto di offrire trasmissioni a livelli sempre peggiori dal punto di vista educativo corrispondeva ai principi della democrazia “perché la gente lo vuole”. Ma in questo modo saremo costretti ad andare tutti al diavolo!
Nella democrazia, come ho sostenuto altre volte, non c’è nient’altro che un principio di difesa della dittatura, ma non c’è neppure nulla che dica, per esempio, che la gente che dispone di più conoscenza non debba offrirne a chi ne ha di meno. Al contrario la democrazia ha sempre inteso far crescere il livello dell’educazione; è, questa, una sua vecchia, tradizionale aspirazione. Le idee di quel signore non corrispondono per niente all’idea di democrazia, che è stata ed è quella di far crescere l’educazione generale offrendo a tutti opportunità sempre migliori.
Invece i principi che lui mi ha illustrato hanno come conseguenza che si offrono all’audience livelli di produzione sempre peggiori e che l’audiente li accetta purché ci si metta sopra del pepe, delle spezie, dei sapori forti, che sono per lo più rappresentati dalla violenza, dal sesso e dal sensazionalismo.

Fate a pezzi la TV

La superdroga che non mette in discussione nessuno, la più potente e la più micidiale, contro la quale non c’è difesa...
Eccola. Un rettangolo grigio un po’ convesso sul quale passano delle immagini, delle ombre che parlano.
Legale, perfino statale. Diffusa su tutta la superficie e in tutti i sottosuoli del pianeta, presente ovunque. Madre di crimini e madrina di criminali molto più infinitamente delle droghe di Medellin e di Palermo.
Nessuna legge contro. Nessun avversario che la contrasti.
C’è qualcosa di più schifoso di questo? Assorbire dei miasmi di contagiosissima violenza, dei virus di fanatismo sanguinario, e spargerli immediatamente, o dopo un tempo calcolato per renderli più attivi nelle pieghe cerebrali di tutta questa terrificante umanità ridotta ad uno smisurato polipo di ricettività psichica, passiva al di là del dicibile, ammasso di confusione mentale in cui penetra e agisce qualunque tipo di persuasione?
Non ci sono salvatori. Se ne venisse uno direbbe, sfuggendo per dono divino alle telecamere: “Fatela a pezzi, disfatevene. Toglietevelo di torno quell’arnese maledetto. Non si può correggerlo, si può soltanto distruggerlo.”
È una grave, imperdonabile viltà intellettuale, un autentico “tradimento dei chierici”, non aver intuito che molto pallidamente, non aver denunciato il pericolo.
Si sono piegati tutti. Una brutalità cadenzata, un’invasione di cecità totalitaria. tutti prostrati davanti all’idolo.
L’atto terroristico preparato e attuato in vista del prossimo telegiornale. L’azione antiterroristica assunta come anabolizzante nei centri di predicazione e trasmissione dell’odio, nel momento stesso in cui viene compiuta. La palla rimbalza incessantemente, la biglia non si arresta un solo momento: la risposta, prima ancora di essere risposta ad un atto, ha già generato risposta.
Dà le vertigini pensare l’immensità, maligna, la forza di espansione del male racchiusa in questo mezzo truce. Ma, si capisce, questo non é che lo sfogo di un nevrotico, di uno che vuole oscurare L’informazione...
Un pezzo fatto per la risata. Per il silenzio.

Guido Ceronetti

CHE FARE ALCUNI SUGGERIMENTI DIDATTICI

· diversificare le fonti di informazione, usare radio, giornali, riviste con buone immagini, le stesse cassette televisive;
· ricostruire ambito, abitudini, modalità di visione dei programmi;
· ricostruire contesto, programma e palinsesto televisivo;
· analizzare e smontare il programma con questionari adatti (personaggi,fatti, possibilità di identificazione..);
· analizzare le caratteristiche dei “miti televisivi” se necessario ridimensionarli;
· analizzare l’uso del mito rispetto a fenomeni culturali collaterali e di consumo, evidenziare le interferenze;
· costruire una mappa delle abitudini televisive della classe;
· far registrare aialle ragazzie alcuni programmi e socializzarne la visione;
· far produrre racconti e disegni con personaggi televisivi (anche cartoni animati) e discuterne le caratteristiche e le modalità di rappresentazione;
· costruire una mappa dell’immaginario televisivo ed arrichirla con altre fonti adatte a potenziare la fantasia;
· far esplicitare elementi di ansie, paure, identificazione con personaggi o scene o problematiche (alle medie è forte il bisogno di esprimere una sessualità che è continuamente sollecitata da spots che usano spesso la donna come veicolo per sollecitazionevendita);
· smontare dei frammenti di programma (ideale per gli spot) isolando di volta in volta parti musicali, immagini, messaggi verbali, effetti della ripresa ed accorgimenti tecnici);
· far esplicitare i sottintesi, cambiare i finali di alcuni film;
· la tv a rovescio: costruire con animazioni o con vere riprese spots, documentari, piccoli filmati.

CARTA DI TREVISO IL TESTO INTEGRALE

“I giornalisti italiani, d’intesa con Telefono Azzurro, a 5 anni dall’approvazione della Carta di Treviso, ne riconfermano il valore e ne ribadiscono i principi di salvaguardia della dignità e di uno sviluppo equilibrato dei bambini e degli adolescenti senza distinzioni di sesso, razza, etnia e religione, anche in funzione di uno sviluppo della conoscenza dei problemi minorili e per ampliare nell’opinione pubblica, una cultura dell’infanzia pur prendendo spunto dai fatti di cronaca.
In considerazione delle ripetute violazioni della Carta, ritengo utile sottolineare alcune regole di comportamento, peraltro non esaustive dell’impegno, anche in applicazione delle norme nazionali e internazionali in vigore”.

1) Al bambino coinvolto - come autore, vittima o teste - in fatti di cronaca, la cui diffusione possa influenzare negativamente la sua crescita, deve essere garantito l’assoluto anonimato. Per esempio deve essere evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possono portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo della abitazione o il Comune di residenza nel caso di piccoli centri, l’indicazione della scuola cui appartenga.
2) Per quanto riguarda i casi di affidamento o di adozione e quelli di genitori separati o divorziati, fermo restando il diritto di cronaca e di critica circa le decisioni dell’autorità giudiziaria e l’utilità di articoli e inchieste, occorre comunque anche in questi casi tutelare l’anonimato del minore per non incidere sull’armonico sviluppo della sua personalità.
3) Il bambino non va intervistato o impegnato in trasmissioni televisive e radiofoniche che possono ledere la sua dignità né violato nella sua privacy o coinvolto in una pubblicità che possa ledere l’armonico sviluppo della sua personalità ciò a prescindere dall’eventuale consenso dei genitori.
4) Nel caso di comportamenti lesivi o autolesivi (come suicidi, lanci di sassi, fughe da casa, ecc.) posti in essere da minorenni, occorre non enfatizzare quei particolari della cronaca che possono provocare effetti di suggestione o emulazione.
5) Nei casi di bambini malati, feriti o disabili, occorre porre particolare attenzione nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona.
Impegnamo inoltre il Comitato nazionale di garanzia a:
a) diffondere la normativa esistente;
b) pubblicizzare i propri provvedimenti attraverso un bollettino;
c) attuare l’Osservatorio previsto dalla Carta di Treviso;
d) organizzare una conferenza annuale di verifica della attività svolta e di presentazione dei dati dell’Osservatorio;
e) coinvolgere nella applicazione della Carta di Treviso in modo più diretto i direttori di quotidiani, agenzie di stampa, periodici, notiziari televisivi e radiofonici;
f) sollecitare la creazione di uffici stampa presso i Tribunali per i minorenni;
g) sviluppare in positivo la creazione di spazi informativi e di comunicazione per i minorenni affinche se ne possa parlare nella loro normalità e non soltanto nell’emergenza;
Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti:
a) prevede che nella riforma dell’ordine sia semplificata la procedura disciplinare e contempla la sanzione necessaria accessoria della pubblicazione del provvedimento;
b) organizzazione seminari e incontri e quanto sia utile per confrontare l’iniziativa dei Consigli regionali dell’Ordine;
c) coinvolgere le scuole di giornalismo come centri di monitoraggio.

CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO
SERVIZIO STAMPA E INFORMAZIONI
RASSEGNA STAMPA

È L’ORA DI ISITUIRE UN TRIBUNALE PER I CRIMINI DEL PICCOLO SCHERMO

di Nantas Salvalaggio

Televisione quanti delitti si compiono sotto le sue antenne! E se è vero, come afferma il filosofo Norberto Bobbio, che “la puzza della pelle è assai meno nociva della puzza dell’anima”, allora è venuto il momento di istituire un tribunale per i crimini del piccolo schermo.
Questo progetto si sta facendo strada fra gli intellettuali della Lega Ambiente; i quali a un recente congresso, si sono chiesti: “A che grado è il degrado del Grande Fratello? In quale misura inquinano i film violenti, i telequiz dementi e gli opinionisti avvilenti?”.
Verrà il giorno, si spera, in cui il pubblico ministero dei teleabbonati invierà un avviso di garanzia pera “programmata corruzione di audience”. Il dibattimento potrebbe svolgersi negli scantinati di Saxa Rubra, nella sede della Rai, i condannati sconterebbero le loro pene nelle celle di Castel Sant’Angelo, ben note all’artista Cavaradossi, amante di Tosca.
La lista degli indiziati di reato è molta lunga, e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta quando si tratta di nominare i primi “mostri” della Rai e della Fininvest.
Secondo una opinione abbastanza diffusa, condivisa peraltro dalle agenzie di sondaggio, ecco le “star” di maggior “sgradimento”, per le quali si fa “pollice verso”.
Ad altezze pressoché vertiginose si libra la personalità di Vittorio Sgarbi, con i suoi occhialetti e il ciuffo ribelle. Le sue concione all’ora di pranzo rivelano un tasso di turpiloquio che supera i peggiori programmi del Burundi e della Nigeria.
L’avvocato difensore dell’ex critico d’arte, passato a tempo pieno alla politica, sostiene che lo sgarbato onorovole ha avuto un’infanzia particolare, sempre in guerra con i compagni di scuola, che lo prendevano a schiaffi e gli rubavano gli occhiali. Anche la mamma Sgarbi, sorpresa a singhiozzare dalla domestica, si domanda talvolta con gli occhi rivolti al cielo: “Dimmi tu, o Signore, dove ho sbagliato?”.
Al secondo posto dei Criminali Catodici troviamo, a pari merito, Fabrizio Frizzi e Gianfranco Funari. Noto confidenzialmente a tecnici e guardarobieri come l’Uomo-che-ride-sempre, Frizzi ha illuso milioni di bambini e adolescenti con la sua teoria devastante che “la vita è tutta un quiz”.
Per Funari l’imputazione è diversa, ma non meno grave: ha seviziato, davanti a milioni di telespettatori, l’inerme grammatica italiana. Gli bastano un paio di trasmissioni per rovinare il lavoro paziente di maestri elementari e di professori di lingua italiana.
Davanti alle nequizie di Giucas Casella, il mago che non ragiona se prima non si fa cuocere in una tinozza a settanta gradi, siamo indecisi se lo “stracotto” meriti la privazione della libertà per qualche lustro, oppure il ricovero in qualche clinica per malattie nervose.
Il Tribunale della Lega Ambiente dovrebbe occuparsi anche dei vandali del video che abusivamente lanciano messaggi manicomiali. Tra questi emerge in tutta la sua dabbenaggine il senatore Boso, Lega Nord, consigliere politico di Bossi: è quello che vuole prendere le impronte dei piedi degli extracomunitari, dopo avergli sparato addosso delle pallottole di gomma. Ci risparmiamo ulteriori commenti...

TELEVISIONE E VIOLENZA: CHE FARE?

“Quello che si propone è di gestire, trasformare e risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza”

1) TRASFORMARE. Stabilire, cioè, delle regole del gioco che riducano concentrazioni di potere che possono essere espresse da questa formula: un partito + un quotidiano + una azienda + una televisione + una squadra, tutto nelle mani di un solo centro di potere. Ci sono diversi soggetti in Italia con le stesse modalità di concentrazione. Istituire dei bollettini del tempo politico. I bollettini dovrebbero essere simili ai bollettini meteorologici e dare notizie su come sta l’ambiente, i problemi della pace e della guerra, delle condizioni economiche, che ci facciano seguire le vicende e ci sensibilizzino di più. Non sono soluzioni definitive, possiamo assuefarci a questo tipo di informazione. Questa è in definitiva la fase di trasformazione, non di alternativa radicale.
2) BUTTARE. Io non ho televisione, le mie figlie sono cresciute senza tv e non per questo hanno avuto shock, anzi...
Ritengo che la quantità di informazione veramente autentica sia estremamente bassa e possa in larga misura essere sostituita da altri canali. C’è qualche suggerimento.
Cercare di smontare il mito secondo il quale quando c’è una tecnologia, tipo la tv, non si possa convivere.
Bisogna assumere una forma di modestia nei confronti della superbia che sovente il monopolio della tecnologia manifesta.
Come nel caso dell’immaginario collettivo occidentale dominante che induce alla violenza, qui c’è un altro mito contenuto nella tesi della catarsi: la violenza c’è e bisogna conoscerla. Si, ma c’è modo e modo di conoscerla. In particolare quello che proponiamo è di gestire, trasformare e risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza. Questo è il compito propriamente educativo che gli strumenti culturali che abbiamo a disposizione dovrebbero proporsi come obiettivo centrale. La violenza va conosciuta non nel senso di giustificarla e considerarla inevitabile, ma va analizzata nel senso di vedere come si crei un circolo vizioso per cui la violenza genera violenza.
Poi c’è la proposta di Neil Postman nel libro “Tecnopoli” dove dice di “resistere con amore”, cioè senza subirne il fascino arrogante ed ingenuo al tempo stesso. Elenco alcuni punti.
“Coloro che resistono al tecnopolio sono persone:
che non prendono in considerazione un sondaggio almeno di non sapere quali furono le domande poste e perchè;
che si rifiutano di accettare l’efficienza quale obbiettivo principale dei rapporti umani;
che si sanno liberare dalla presenza del potere magico dei numeri;
che non pensano che il calcolo sostituisca adeguatamente il giudizio, né che la precisione sia sinonimo di verità;
che rifiutano di lasciare che la psicologia o una qualsiasi scienza sociale si appropri del linguaggio del pensiero del senso comune;;;;;
che nutrono almeno qualche sospetto sull’idea di progresso e non confondano l’informazione con la comprensione;
che non considerano gli anziani come irrilevanti;
che prendono sul serio il senso della realtà e dell’onore familiare e che agiscono sempre con franchezza;
che prendono sul serio le grandi narrazioni della religione e non credono che la scienza sia il solo sistema di pensiero in grado di produrre verità;
che conoscono le differenze tra il sacro e il profano e non fanno finta di ignorare la tradizione per amore della modernità;
che ammirano l’ingegnosità tecnologica ma non pensano che rappresenti la massima forma di realizzazione”.

Ispirato a: Nanni Salio, docente all’Università di Torino, estratto dalla relazione al Convegno “Liberare la televisione o liberarsi dalla televisione?”


I dieci comandamenti per salvarsi dai danni della TV

Abbiamo chiesto a Vera Slepoj, psicologa, Presidente della FIP (Federazione Italiana Psicologi) e responsabile di Videohelp (associazione che si occupa dei “danni da televisione”) come si può riuscire a difendersi dalla TV. Ecco i consigli che ci ha dato.

1) Non accendere mai il televisore quando ci si sveglia al mattino (oppure rientrando a casa): Abbiamo bisogno di un certo periodo di tempo per “entrare nel mondo”, al risveglio, e per “uscirci” ( con il rientro nelle mura domestiche).
Rispettiamo sempre questi tempi: sono fondamentali.

2) Quando si é a tavola la TV deve essere spenta: stiamo nutrendo il nostro corpo, evitiamo di “riempirci” di notizie e immagini “indigest”. È anche il momento in cui siamo in compagnia degli altri membri della famiglia; é decisamente più sano comunicare con loro.

3) Sempre per evitare che sia solo lo schermo televisivo a “ parlare”, quando il nucleo familiare è riunito, teniamo spento il video almeno due o tre sere alla settimana e... dedichiamoci ad altri interessi.

4) I bambini devono avere un momento preciso in cui é concesso loro di guardare i programmi. Un’ora al giorno (massimo due) sempre lo stesso orario.

5) I piccoli devono essere stimolati a giocare da soli o tra di loro sfruttando la fantasia. Inventarsi giochi ( e soprattutto nel periodo tra i tre e i cinque anni) é per loro l’antidoto migliore alla “Teledipendenza”.

6) Per garantire una corretta educazione televisiva ai propri figli, i genitori devono esercitare uno stretto controllo anche su chi passa la giornata coi bambini. Per nonni e baby sitter lasciare il piccolo davanti alla TV é sicuramente più comodo e può essere anche più piacevole (specie se anche l’adulto é un teledipendente).

7) No alla televisione in camera dei ragazzi (almeno fino ai 18-20 anni): rischia di diventare uno spazio in cui il bambino prima e l’adolescente poi possono adoperare la TV senza il controllo dell’adulto, cosa necessaria durante la crescita.

8) Per le coppie: se il rapporto sta vivendo un momento di crisi, di difficoltà o di tensione, bisogna oscurare lo schermo. È necessario evitare di riempire i vuoti del rapporto con il fragore dell’apparecchio televisivo.

9) Per i single, allo stesso modo, lo schermo non deve essere un modo di far trascorrere il tempo. Proprio nei momenti in cui emerge più forte il senso di solitudine è il caso di non accendere la televisione. Così facendo ci si dovrà confrontare con la situazione e si potrà la forza necessaria ad uscirne.

10) Il telecomando deve essere gestito a turno una sera a me, una sera a te; oggi tu guardi la partita, domani io mi vedo la telenovela... In questo modo si evita di incorrere in “atti autoritari” che possono solo aumentare la difficoltà di comunicazione che la TV crea.

LIBERARSI DALLA TELEVISIONE
Come spegnere la TV e accendere la creatività

Una pubblicazione che si occupa di un argomento mai come ora tanto attuale: l’invasione televisiva delle nostre coscienze.
Vi troverete, finalmente riunite, le ricerche e le riflessioni più importanti apparse negli ultimi anni sui giornali e riviste.
Rivolta a genitori ed educatori, presenta con un linguaggio chiaro il pensiero degli osservatori più responsabili.

* Aspetti educativi e psicologici: la pubblicità, i consumi indotti, le conseguenze per l’intelligenza.
* Influenza dei programmi televisivi sul comportamento di bambini e adulti.
* Vantaggi e pericoli dello strumento d’informazione e svago più diffuso e discusso.
* Perché è così difficile smettere di guardare la TV?
* La TV influisce sul rendimento scolastico?
* Perché tanta violenza?
* Le radiazioni del televisore possono provocare malattie?
* Quali sono le alternative?

Ordina la rivista a: Associazione per la Protezione della Salute
Via Don Giovanni Verità, 25 - 47023 Cesena (FO)
Tel. 0547/94210 fax 95392
pagamento in contrassegno L. 8.000 + spese di spedizione L. 4.000

Una firma per cambiare la tv

Noi sottoscritti, genitori, educatori, cittadini responsabili di istituzioni pubbliche e private

CONSTATIAMO la mancanza di un codice deontologico per le trasmissioni radiotelevisive destinate ai bambini e ai giovani.

DENUNCIAMO l’effetto dequalificante su tali trasmissioni della caccia all’audience e il predominio attuale di programmi dove dilagano la violenza, l’orrido e la volgarità, con l’effetto di emarginare il meglio della produzione umana sotto il profilo artistico, scientifico e morale.

CHIEDIAMO perciò che il Ministro delle Poste e Telecomunicazioni nomini un’equipe di esperti in psicologia dell’età evolutiva e nei vari campi dell’arte e della scienza, e che tale equipe partecipi con poteri propositivi e anche di veto all’elaborazione dei palinsesti delle trasmissioni rivolte ai bambini e ai giovani dalle reti pubbliche e private.

PROPONIAMO inoltre:
a) l’eliminazione delle pubblicità da tutti i programmi, di qualsiasi rete, destinati a bambini e giovani;

b) la messa in onda, possibilmente in diretta, degli eventi più significativi: concerti, mostre, spettacoli teatrali, avvenimenti sportivi non violenti: la presentazione di film di valore artistico e morale, conservati nelle cinetiche di tutto il mondo (anche solo con le didascalie in italiano);

c) adeguati stanziamenti per favorire la produzione di opere di valore artistico, sociale e morale;

d) la messa al bando, come hanno fatto altri Paesi europei, di cartoni animati e film che rappresentano la violenza fine a se stessa, provocando nei bambini reazioni e stati d’animo dannosi;

e) la lettura quotidiana di fiabe, brevi racconti e poesie di parte di attori capaci di restituire il fascino della oralità; e la presentazione, con lettura di qualche brano, di liberi per l’infanzia, novità e classici, per interessare i bambini alla lettura;

f) la trasmissione di telegiornali per bambini e giovani in cui si dia ampio risalto a notizie positive, italiano ad estere, riferite a quelle esperienze nei vari campi dell’attività umana che contribuiscono a costruire la civiltà non violenta.

SOTTOLINEIAMO che la nostra richiesta ha carattere di urgenza. I bambini hanno il diritto di essere difesi dalla irresponsabilità dei programmi attuale delle radiotelevisioni pubbliche e private e dal disinteresse del Ministro della Pubblica Istruzione in questo delicato e importante settore informativo.
Il nostro dovere di cittadini che pensano al futuro democratico della nostra società è mostrare ai bambini che la maggioranza del nostro popolo è formata da persone che lavorano, amano, osservano le leggi, creano, rispettano gli altri. E che nella società, accanto a una minoranza di violenti le cui gesta occupano gran parte dei telegiornali, ci sono tante persone che credono nei valori positivi dell’uomo, come l’amicizia, l’onestà, la solidarietà, l’altruismo, la non violenza, l’amore.

La nostra azione comincia con questo appello e proseguirà con altre forme (dibattiti, indagini, pubblicazioni ecc..) e non cesserà fino a quando la radio-televisione sarà diventata; per i bambini e per tutti, un mezzo per informare, educare, liberare i sentimenti più alti dell’uomo.
Il testo, nella sua forma definitiva, sarà inviato ai giovani, al Presidente della RAI-TV, al Capo dello Stato e a tutte le persone sensibili al problema che ci possono aiutare.
Possono aderire alla iniziativa persone, associazioni, enti e scuole. La raccolta delle firme non ha scadenza.

Promotrice: Cooperativa Casa delle Arti e del Gioco, 26034 Drizzona (CR) Tel. 0375-980678/98308, alla quale vanno inviate le firme.

Il Presidente: Mario Lodi


TV SPAZZATURA: CON CHI PROTESTARE

Quando ci si accorge che viene mandato in onda un programma inadatto ai bambini o ai ragazzi in fasce orarie protette, si può denunciare il fatto ad una delle organizzazioni che seguono questo tipo di problemi:
Rai, Via Col di Lana, 8 - Roma, tel. 06/36864890
Federazione Radio Televisioni, Viale Regina Margherita, 286 - Roma, tel. 06/4404471 Confconsumatori, Via A. Saffi, 16 - Parma, tel. 0521/230134
oppure scrivere direttamente all'ufficio opinioni dell'emittente responsabile del programma.

NOSTRA INTERVISTA A FAUSTO BERTINOTTI

Rifondazione Comunista, la Nato e la nonviolenza

*Il mese scorso, a Parigi, hai rispolverato un vecchio slogan del movimento pacifista: “fuori l’Italia dalla Nato”; è stata solo una provocazione rivolta al nascente governo dell’Ulivo, o c’è una precisa volontà di rilanciare una politica disarmista nel nostro paese?

Certamente l’obiettivo è quello di aprire un dibattito serio sulla necessità del superamento della Nato. Quindi un problema di linea politica, e non un calcolo di bottega. Anzi, l’imminente nascita del governo di centro sinistra avrebbe consigliato un atteggiamento piùprudente; si tratta invece di non lasciare sopire un problema che continua in realtà ad essere riproposto ad ogni situazione di crisi regionale od internazionale.
Le alleanze militari sono difficili da digerire anche quando possono avere una giustificazione storica; figuriamoci quando non hanno più alcun senso...
L’Alleanza Atlantica ha avuto un significato (anche se molto contrastata da tanta parte dei democratici italiani) fintantoché la politica internazionale era contraddistinta dalla contrapposizione Est/Ovest. In un mondo contrassegnato invece dalla divisione Nord/Sud, un’alleanza militare -tra l’altro tra i paesi forti- acquista un significato di “gendarme” nei confronti dei paesi politicamente instabili del Sud del mondo, che spesso sono luoghi che patiscono proprio per l’insufficienza e l’inadeguatezza delle preposte istituzioni internazionali.
Dire che bisogna pensare al superamento della Nato in Europa, vuol dire porsi il problema della riforma democratica dell’Onu e avanzare l’idea che è finito il tempo degli interventi militari; ogni crisi nel mondo va affrontata con una mentalità di pace.
Concretamente ciò significa dire no agli interventi militari della Nato, smantellare le basi militari, riconvertire l’industria bellica. Insomma, abbiamo voluto offrire un nuovo orizzonte politico.

Il Patto di Varsavia si è sciolto, ma il suo potenziale bellico, anche atomico, resta tutto in mano alla Russia; la Nato è più forte che mai e mantiene tutte le sue armi convenzionali e strategiche in Europa. Come liberare l’Europa di oggi dall’arsenale nucleare conservato ad est e ad ovest?

Come sempre riproponendo il problema e costruendo una campagna di iniziativa politica. La vicenda degli esperimenti nucleari francesi e cinesi ha avuto come conseguenza anche quella di far riemergere un forte movimento antinucleare. Dunque, dobbiamo fare qualcosa di analogo. Ma questa volta, contro l’arsenale nucleare, anziché aspettare l’evento catastrofico, dobbiamo essere noi a giocare d’anticipo. Io penso anche ad un ruolo importante dell’Europa, che in un certo modo è fuori sia dalla concentrazione delle armi in Russia, sia dal “cuore” della Nato. L’Europa potrebbe “parlare per sé” e prendere l’iniziativa per una riduzione multilaterale dell’arsenale nucleare.

Facciamo gli avvocati del diavolo: lo smantellamento della Nato non lascerebbe il posto alla tentazione di una forza armata europea ?

Sì, effettivamente potrebbe prendere spazio e corpo l’idea di un forte e autonomo esercito europeo; ma a quel punto sarebbe una partita tutta da giocare, con ben altre capacità di successo, perché significherebbe aver fortemente ridimensionato il “gendarme americano”; francamente non mi sembra poco...

Da tempo i movimenti nonviolenti sostengono la realizzazione e l’istituzionalizzazione di forme organizzate di difesa popolare nonviolenta, spostando parte delle spese militari per la ricerca e l’addestramento alla difesa civile non armata: la ritieni una proposta politica praticabile?

Sono molto stimolato da questa proposta. Penso che un argomento di questo tipo meriti un approfondimento. Voglio dire che il rapporto tra l’esistenza di un esercito di massa e la riconversione pacifista, è un problema complesso.
Vedo affiorare molte proposte che mettono in discussione fortemente l’esercito di massa (la leva popolare) per salvaguardare un esercito professionale. Io penso che sarebbe meglio che l’esercito non ci fosse, ma dovendo esserci è meglio che sia popolare e di massa piuttosto che composto solo da professionisti (perché la partecipazione obbligatoria di tutti è una garanzia al mantenimento di una vocazione di pace -che è innegabilmente presente nel popolo-, al contrario di una tendenza interventista che vi può essere in un corpo volontario e professionalizzato).
Il vantaggio dell’esercito professionale, invece, è che libererebbe tanti giovani dal giogo delle forze armate.
Pensare a delle forme di allargamento della difesa tradizionale alla difesa popolare nonviolenta, può essere un modo per alimentare questa ricerca sull’assetto futuro del sistema difensivo.
Ma non sono in grado di avere un’opinione precisa, consolidata. Come tutte le forme nonviolente, penso che anche la dpn richieda un approccio volontario e non eterodefinito. Una difesa nonviolenta può essere solo scelta, non può essere imposta.
Anche avviando questo terreno di ricerca, resta tuttavia il problema del rapporto con l’esercito e la sua necessità storica.

Da quindici anni esiste in Italia la Campagna per l’obiezione di coscienza alle spese militari, per togliere denaro al Ministero della Difesa e finanziare specifiche iniziative nonviolente: Rifondazione Comunista intende incalzare il governo Prodi anche su questo punto?

Sì, intanto per avere subito la legge sull’obiezione di coscienza. È incredibile che non sia ancora stata approvata, e noi vogliamo puntare i piedi per ottenerla. A partire da qui bisogna poi aprire un terreno nuovo di incidenza dell’obiezione di coscienza in generale, non solo nella campagna di mobilitazione, ma anche nei confronti dei corpi dello Stato. Bisogna arrivare ad avere una modificazione dei rapporti tra lo Stato ed il cittadino.

Rifondazione Comunista e la nonviolenza: è una scelta di campo convinta e definitiva, o permane qualche riserva a favore di una possibile “guerra giusta” o della necessaria “violenza rivoluzionaria”? Insomma, la violenza è ancora levatrice della storia o è diventata il suo becchino?

Non mi sento di rispondere a questa domanda a nome del partito. Sono questioni controverse. Come Rifondazione Comunista non c’è un livello di elaborazione compiuta su questo terreno. La mia è quindi solo un’opinione personale.
La formula della “violenza liberatrice” non è sempre stata iscritta nella storia dei marxismi. È stata una replica in un dato momento della storia: quello che ha indotto un uomo come Brecht a dire “noi che abbiamo combattuto per il mondo della gentilezza, non abbiamo potuto essere gentili”. A me risulta sempre difficile dire se si sarebbe potuto combattere altrimenti il nazismo. E io che avrei una propensione pacifista continuo ad essere interrogato da Auschwitz...mi chiedo, insomma, se sia possibile fare diversamente da come si è fatto... In ogni caso continuo a sentire forte l’eredità del diritto al tirannicidio, anche in senso più lato. Continuo a considerare la guerra di resistenza, la lotta partigiana, come una partecipazione, travagliata e drammatica ma necessaria, ad un processo di liberazione. Per me la lezione storica del Vietnam resta incancellabile. Non vi è mai stata una disparità tecnologica così ampia tra le forze militari di occupazione e la possibilità di resistenza di un popolo. Eppure l’unità dei vietnamiti e la capacità di organizzazione di tutte le forme di lotta e di noncollaborazione ha reso possibile un’ impresa che davvero sembrava impossibile.
Insomma, pur rifiutando la logica della guerra tra stati, intesa come mezzo di risoluzione di controversie territoriali, la violenza -nei contesti appunto di tirannicidio- continua ad apparirmi come una condizione drammaticamente necessitata per resistere alle forme di annientamento degli oppressi che il potere può mettere in atto.

(Intervista a cura di Mao Valpiana)

LETTERA APERTA A RIPA DI MEANA

Cari Verdi, vogliamo darci una mossa?

di Mao Valpiana

Una stagione entusiasmante
Un fatto è certo: l’Ulivo ha vinto ed il Polo ha perso. E va bene così! Se fosse avvenuto il contrario, ora saremmo qui a doverci scontrare con il presidenzialismo, lo smantellamento dei servizi sociali, la privatizzazione della scuola, la restrizione del sistema pensionistico, il monopolio televisivo e chissà cos’altro.
Nella nuova stagione politica, che si è aperta con l’avvento del governo Prodi, vi sono dunque molti aspetti entusiasmanti. Non ultimo il fatto che per la prima volta in Europa, ed in un paese industrialmente avanzato facente parte dei 7 Grandi come l’Italia, i Verdi hanno assunto diretta responsabilità di governo e guidano il Ministero dell’Ambiente. Evidentemente dai tempi nei quali i Verdi venivano considerati un marginale fenomeno folcloristico, o peggio un fastidioso gruppo estremista, di acqua (inquinata) sotto i ponti ne è passata tanta! Il gruppo dei 28 parlamentari, è secondo per numero solo ai Grunen tedeschi ed i tre sottosegretari verdi si occupano di settori fondamentali (lavori pubblici, istruzione, giustizia).

La corte ed il regno
Ma esistono anche tanti aspetti preoccupanti.
Qualche anno fa, ai tempi dell’unificazione tra i Verdi Arcobaleno ed i Verdi del Sole che Ride, nei circoli dell’ambientalismo nostrano si diceva spesso “noi non vogliamo essere il partitino del 5%, la centralità ecologica dovrà essere la vera questione degli anni 2000”. Ebbene al 2000 mancano solo 4 anni, e i Verdi sono il mini-partitino del 2,5%.
Ma non solo; usando un’ immagine di Alexander Langer si può dire che mentre la “corte” dei Verdi si va allargando (14 deputati, 14 senatori, un Ministro...), il “regno” si va sempre più restringendo (abbiamo perso oltre 100.000 voti in due anni) e rischiamo la “sindrome socialdemocratica” del movimento ambientalista che conta 750 eletti (dai Consigli comunali al Parlamento) e 2.100 iscritti (ogni tre iscritti uno è nelle istituzioni).
Questo significa, tra l’altro, che non abbiamo ancora saputo sciogliere il nodo tra partito e movimento: abbiamo ereditato il peggio del partito (vedi l’ imposizione di candidature “nazionali” dall’alto) e il peggio del movimento (la disorganizzazione ed i personalismi). E rischiamo anche di non essere più attivamente presenti nelle realtà di base del movimento ecopacifista: dove sono i Verdi nella campagna contro le mine antiuomo? Dove sono i verdi nella campagna contro la multinazionale Nestlè? Dove sono i verdi nella campagna Nord/Sud?

I Verdi e l’Ulivo
È prevedibile, inoltre, che da settembre -quando la nuova legislatura sarà già a pieno ritmo- inizieranno i problemi all’interno della coalizione dell’Ulivo. Qualche avvisaglia l’abbiamo già vista nello scontro Prodi-Di Pietro-Vaticano-Rutelli per la gestione dei lavori per il Giubileo; possiamo poi ben immaginare che la convivenza tra il Ministro ai Lavori Pubblici Di Pietro (riapriamo subito i cantieri di tangentopoli) e il Ministro all’Ambiente Ronchi (facciamo solo le opere che servono e dopo una seria valutazione di impatto ambientale) non sarà facile. Senza contare che le accoppiate Prodi-Veltroni e Bianco-D’Alema tendono più ad una sorta di “compromesso storico” che ad una nuova formazione democratica nella quale valorizzare la componente ecologista. Mi chiedo anche come si comporteranno i deputati verdi (ora di maggioranza) quando a dicembre ci sarà da votare il bilancio del Ministero della Difesa che conterrà anche le spese militari per il “nuovo modello di difesa”. Voteranno contro, come dovrebbero fare per coscienza e coerenza programmatica, o voteranno a favore per non far cadere la maggioranza di centrosinistra? Staremo a vedere...

I Verdi e Rifondazione
C’è quindi una questione di linea politica. Per evitare il pericolo di essere ghettizzati in un ruolo subalterno all’abbraccio di regime “Popolari-Pds”, è necessario che i Verdi contribuiscano, con la loro azione politica, a tenere equilibrata l’alleanza di centro-sinistra con l’apertura verso Rifondazione Comunista. Il consenso del partito di Bertinotti è fondamentale, non solo in termini di voti che garantiscono la maggioranza, ma anche e soprattutto come garanzia di una politica attenta alle necessità delle masse popolari, del lavoro, dei disoccupati, e non solo dei poteri forti. Solamente in questo equilibrio di forze (cattoliche, laiche, di sinistra, comuniste) i Verdi riusciranno ad imporre nell’agenda politica del governo la questione della centralità ambientale.
Inoltre i Verdi e Rifondazione sono le due sole forze politiche che hanno dato priorità programmatica alle tematiche del disarmo, dell’obiezione di coscienza, della diminuzione delle spese militari e la costruzione di una difesa nonviolenta.

I Verdi e la Padania
Vi sono poi i problemi posti dalla Lega Nord. Ovviamente non possiamo condividere il Bossi-pensiero sulla secessione, né l’egoistica rivolta anti-fisco dei ricchi commercianti di Vicenza o Treviso, ma alcune tematiche sollevate dalla Lega contengono indubbiamente dei dati di verità. Il federalismo fa parte del codice genetico dei Verdi (la nostra organizzazione è su base federale) ed il nostro slogan “pensare globalmente, agire localmente”, la dice lunga sull’idea di solidarietà federalista del pensiero verde. Non vorrei nemmeno scomodare Gandhi per risalire alle teorie economiche e politiche dell’autonomia locale, dell’indipendenza, dell’autosufficienza. Basta rileggersi Aldo Capitini (“Il potere è di tutti”) per trovare le radici del pensiero nonviolento sull’idea di stato e sul rapporto cittadino-istituzioni.

Verdi: che fare?
La crisi del movimento verde non è nata con l’avvento del sistema maggioritario, ma risale forse al comparire delle stesse Liste Verdi sulla scena politica, quando il movimento “arcipelago verde” decise, per dirla alla Berlusconi, di scendere in campo. Risalgono a quegli anni gli allarmi di Alex Langer che come antidoto al rischio di accettare “certe leggi della politica istituzionale” consigliava di mantenere strettamente congiunta l’azione dei verdi politici con quella dei movimenti verdi (“solo la spinta dei movimenti può aiutare i verdi politici a non appiattirsi alle logiche della coalizione... D’altra parte è dal tessuto associativo che vengono di norma le preziose risorse umane, di esperienza, di sapere, di impegno che mettono a disposizione di amministrazioni ben disposte il necessario know how verde”). Quello di cui abbiamo bisogno è una bella boccata di aria fresca, di persone ed esperienze nuove che entrino a pieno titolo a far parte dei Verdi. Chi oggi (e ormai da un decennio) fa parte del gruppo dirigente centrale e dei vari gruppetti dirigenti locali, ha dato spesso generosamente tutto quello che sapeva dare. Non sarà da quel personale politico che potranno nascere delle novità. Lo spazio politico perché realtà nuove diano corpo ai Verdi, si creerà unicamente se chi oggi ha in mano la dote verde saprà fare un passo indietro.
Penso ad una diminuzione del “target” politico verde e ad un contemporaneo rafforzamento del lavoro sociale e culturale dal basso, che sappia poi coinvolgere anche il livello istituzionale.
Un bell’esempio è quello della campagna “Produrre ed acquistare meno rifiuti” che ha coinvolto consumatori, ditte, scuole, comuni, associazioni.
Altre due campagne che dovrebbero vedere i Verdi in prima fila dovrebbero essere quella contro la televisione e quella contro l’automobile: i due simboli negativi di una società impazzita che vogliamo cambiare... lentamente, dolcemente, ma profondamente.
Altrimenti, che ci stiamo a fare?

L’interesse più alto è l’interesse di tutti

di Gigi Eusebi

Da più di un anno si fa un gran parlare in Italia di nuove proposte finanziare che si porrebbero l’obiettivo primario di coniugare etica ed economia, investimento del denaro e solidarietà sociale, impegno civile ed investimenti non speculativi. Riassumendo il tutto in uno slogan: “finanza etica”.
Non si tratta di una novità in assoluto: all’estero - principalmente nel nord Europa - esperienze di risparmio alternativo e, più ,recentemente, vere e proprie banche operano sul mercato dall’inizio degli anni settanta, mentre nel nostro paese sono attive da una quindicina d’anni le MAG, cooperative finanziarie di Mutua Auto Gestione che raccolgono i risparmi dei soci per finanziare progetti sul territorio a scopo sociale (in Piemonte interviene dall’87 la MAG4, che riunisce poco meno di 1000 soci, i quali hanno finora investito più di tre miliardi, che sono stati utilizzati per finanziare circa 70 progetti nei settori della solidarietà sociale, immigrazione, ecologia, cultura popolare, inserimento disabili, immigrati, ex detenuti, minori, ecc. - per informazioni: V. Vigone 54 Torino - tel. 011/ 4474555).
Negli ultimi mesi, diverse banche e compagnie assicuratrici sono intervenute per occupare con ingordigia anche questa “nicchia” di mercato, lasciando tutta una serie di supposti prodotti finanziari “etici” (sotto forma di c.c. solidali o di fondi di investimento sociali), che tentano di indurre la gente a dirottare la propria quota di soldi destinati ad opere “a fin di bene” verso canali tradizionalmente più “solidi” di gestione del denaro pubblico. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di forme di investimento, giuridicamente non illegali, ma palesemente subdole, in quanto si propongono di far credere ai risparmiatori di investire in forma differente i loro risparmi, mentre in realtà sono forme di investimento del tutto tradizionali (titoli di stato, azioni, speculazioni finanziarie internazionali), dove il contributo “etico” é a carico del solo risparmiatore, il quale firma un contratto in cui rinuncia ad una parte del rendimento che gli spetterebbe per destinarlo, tramite la banca o la compagni assicuratrice, al sostegno di progetti sociali sul territorio o a interventi di cooperazione nel cosiddetto Terzo Mondo. Per comprendere meglio questo meccanismo, si potrebbe in pratica verificare il paradosso di una famiglia - ignara - che, ad esempio, sostiene abitualmente attraverso i classici canali della solidarietà un progetto di intervento sanitario in un paese africano per curare feriti e contaminati di una qualche guerra e che, dopo aver affidato i propri risparmi ad uno di questi nuovi “fondi etici”, si trova a finanziare indirettamente con i propri soldi la stessa guerra armando gli eserciti in campo, perché la banca che gestisce i fondi ha provveduto nel frattempo ad acquistare titoli o azioni di società che, passando per i mille rivoli occulti della finanza pubblica e privata, fabbricano o riforniscono di armi il paese che la nostra famiglia era convinta di “aiutare”...
Nessuna speranza di realizzare forme di vero risparmio solidale, dunque? Non esattamente. A parte la già ricordata esperienza delle MAG, un nuovo ambizioso progetto si affaccia all’orizzonte: la “Banca Etica”. Di che cosa si tratta? Dell’idea, lanciata da 22 tra le principali organizzazioni del volontariato e del Terzo Settore italiano (oltre alle MAG, CTM, Associazione delle Botteghe del Mondo, ARCI, ACLI, UISP, AGESCI, Manitese, Gruppo Abele, Meridiana, Europe Conservation, AIAB, JANUS, CISL Brianza, Overseas) di far nascere in Italia una nova banca il cui fine sia il finanziamento a condizioni agevolate e trasparenti di progetti ad alto impatto sociale nei settori del commercio equo e solidale, del sostegno alle categorie sfavorite (disabili fisici e psichici, stranieri immigrati, ex detenuti), ecologia e recupero ambientale, agricoltura naturale e biologica, cultura popolare, lotta contro l’usura. Questa banca non avrà il lucro come suo obiettivo strategico primario ed applicherà condizioni non speculative non solo sui finanziamenti che concederà, ma anche sulla remunerazione dei depositi dei “clienti”, utilizzando come parametro di riferimento nella propria politica dei tassi d’interesse, il valore d’inflazione fornito dall’ISTAT.
La forma giuridica, il nome e le modalità operative sono ancora in via di definizione, in quanto soggette alle trattative in corso con le autorità del settore, piuttosto restie a concedere le autorizzazioni di legge, anche perché il mondo creditizio tradizionale è sospettoso nei confronti dell’entrata in campo di un nuovo soggetto, scomodo, soprattutto dal punto di vista dell’immagine (se una banca alternativa necessità dell’aggettivo “etica” per distinguersi, significa forse che tutte le altre non lo sono...?).
È in corso da alcuni mesi una campagna nazionale di raccolta di capitale sociale per dotare l’attuale “Cooperativa Verso la Banca Etica” di almeno cinque miliardi da...far pesare al tavolo delle trattative, per ottenere il nulla osta necessario per l’apertura del primo sportello (probabilmente a Padova o Bologna). Chi volesse associarsi alla cooperativa (versando quote da £100.000 ciascuna) o avere ulteriori informazioni, può rivolgersi sia alla MAG 4 Piemonte, sia direttamente alla sede operativa di Padova (Piazzetta Forzatè, 2/3 - 35137 - Padova - tel. 049/651158 - fax 049/664922). Finora sono stati raccolti poco meno di due miliardi di capitale provenienti da circa 1.000 persone.
I problemi non mancano, complice anche una certa disomogeneità progettuale tra i movimenti promotori dell’iniziativa, un’iniziale prudenza da parte dei possibili futuri soci risparmiatori e la tattica attendistica delle autorità finanziarie, ma il progetto è potenzialmente...rivoluzionario e merita di essere sostenuto e migliorato, in quanto si propone d’introdurre valori come l’etica, la trasparenza e la solidarietà, creando contemporaneamente una nuova cultura sull’utilizzo del denaro, all’interno di un mondo che ha sempre fatto della speculazione e dell’impenetrabilità i suoi capisaldi e che ha un ruolo chiave nella determinazione dei destini dei governi e dei popoli.

VIAGGIO A SANTA RADEGONDA (AUSTRIA):

IN RICORDO DI FRANZ JAEGERSTAETTER, “TESTIMONE SOLITARIO”

di Alberto Trevisan

Visitare i luoghi dei conflitti, condividerne le atrocità e lavorare a fianco delle vittime delle guerre rappresentano oggi i momenti più qualificanti del “nuovo” movimento pacifista.
E proprio in questa prospettiva assume ancora più importanza la ricerca di “testimoni solitari” nella storia della nonviolenza.
“Il testimone solitario” di Gordon Zahn, ed. Gribaudi, è il titolo di un libro che tratta la scelta di obiezione di coscienza di Franz Jaegerstaetter, contadino austriaco, che pagò con il martirio il suo NO alla guerra, il suo No al Nazismo.
Un libro che avevo letto con attenzione alla fine degli anni ‘60, prima di scegliere la via della nonviolenza e che mi ha molto aiutato nella mia scelta di obiezione di coscienza: una lettura fondamentale come la lettera di Don Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”, e altri scritti simili.
Nel riprendere in mano il libro e rileggendo i capitoli più significativi, quasi immediatamente si è risvegliata in me l’esigenza di programmare un viaggio a Santa Radegonda, piccolo paese a 40 chilometri da Salisburgo, in Austria, aggiungendo così un altro “itinerario di pace”.
Ancora una volta ho potuto verificare quanto sia facile comprendere la vita, le scelte di questi “testimoni della pace” andando a conoscere il loro ambiente, dove hanno trascorso la loro vita e anche dove ora riposano.
Avvicinarsi a Santa Radegonda, magari scegliendo le strade secondarie, è come attraversare un lungo tappeto verde in mezzo ad una campagna ordinata, pulita, caratterizzata da bianche fattorie che nulla hanno da invidiare a lussuosi quartieri residenziali.
Procedendo immersi in questo paesaggio quasi bucolico mi è stato quasi impossibile non pensare alla forte idea della difesa della natura, della convivenza tra gli uomini che doveva animare la vita di Franz Jaegerstaetter, il quale non poteva certo sopportare l’idea della guerra e della distruzione.
Distruzione, atrocità e morte che hanno invece caratterizzato la vita di Hitler che, coincidenza della storia, nacque a Braunau proprio a pochi chilometri da Santa Radegonda: insomma, vittima e carnefice nati sotto lo
stesso cielo, ma guidati da stelle così tragicamente diverse!
Franz Jaegerstaetter nacque il 20 maggio 1907, a Santa Radegonda, in Austria, ai confini con la Baviera: ancora oggi il paese è piccolo, raccolto in piccole case, dominato dalla chiesa che sovrasta una valle solcata da un corso d’acqua, accanto ad un piccolo cimitero, pieno di fiori, dove ora riposa il “testimone solitario”.
“È nella cornice di questo piccolo villaggio isolato che un modesto campagnolo è diventato un ribelle, cioè, come scrive Camus, un uomo che dice NO. Ma il suo rifiuto non è rinuncia; egli è anche un uomo che dice Si fin dall’inizio, un uomo che accetta di morire e mostra con ciò di sacrificarsi a favore di un bene che ritiene superi il suo personale destino” (A. Camus-Essais-La Pleiade, pg. 423).
Il gesto di Franz Jaegerstaetter, ancora oggi poco conosciuto, sconvolge i canoni tradizionali, perchè siamo così abituati alle scelte spettacolari dei grandi capi politici, che rischiamo di non comprendere e di rimuovere il gesto di ribellione sicura ed eroica di un uomo di campagna che da un paesino, neppure segnato sulla carta geografica, ha sfidato il tiranno che pareva avesse ormai tutta l’Europa ai suoi piedi.
Ma come ipotizzava Gordon Zahn nel suo libro, “Il testimone solitario”, il piccolo cimitero di Santa Radegonda forse un giorno sarà luogo di pellegrinaggio: già ogni anno in occasione dell’anniversario della morte di Franz (9 agosto 1943 - decapitato nel carcere di Berlino) si ritrovano pacifisti e non, provenienti da vari paesi a rendere omaggio al “testimone solitario”.
Come spesso accade (nemo profeta in patria) la scelta di Franz Jaegerstaetter, in quanto così radicale e inequivoca fu giudicata dalla maggior parte del paese come imprudente, inutile, e persino irrispettosa nei confronti degli altri compaesani che parteciparono alla guerra e in 57 caddero sul fronte russo e che ora sono tutti ricordati, anche insieme a Franz, in un monumento nel piccolo cimitero di Santa Radegonda.
È proprio il piccolo cimitero, così ben curato, in un paese quasi delicato dove sono più evidenti i segni di questa grande testimonianza di non violenza: ma ci sono anche le indicazioni della casa dove Franz è nato, senza contare che ancora vivono li sia la vedova che le tre figlie.
Anche se persone sono poche, e possono sembrare schive, traspare l’orgoglio di avere avuto in una comunità contadina così piccola la scelta non di un intellettuale, di un sacerdote, di un borghese illuminato o di un politico di avanguardia, ma quella di un semplice contadino autodidatta, unico cittadino di lingua tedesca che si rifiutò di servire nel “Wermacht” e che pagò con il martirio la fedeltà alla propria coscienza e ai propri principi.
Il silenzio, i pensieri, l’emozioni che mi hanno accompagnato durante il viaggio e in questo piccolo cimitero austriaco, forse sono state più profonde, più coinvolgenti di quelle provate a Barbiana (Don Milani), a San Egidio (P. Turoldo), a Santa Fiora (P. Balducci): rimangono comunque luoghi che ricordano veri e grandi Testimoni di Pace.

IL MINISTERO DELLE FINANZE TRATTIENE L’ASSEGNO DEGLI OBIETTORI ALLE SPESE MILITARI.

Sono quindici anni che esiste in Italia una Campagna nazionale di obiezione alle spese militari. Fin dall’inizio della loro disubbidienza civile, gli obiettori, che chiedono la possibilità di finanziare una difesa popolare nonviolenta attraverso l’opzione fiscale, hanno chiesto di uscire dall’illegalità della loro posizione inviando anno dopo anno al Presidente della Repubblica i soldi che la loro coscienza l’imponeva di sottrarre alle spese militari. I soldi obiettati sono sempre stati respinti.
Tuttavia nel 1994, il Presidente della Repubblica Scalfaro ha chiesto agli obiettori di indirizzare i loro soldi al Ministero delle Finanze. Così è stato fatto all’inizio del 1995.
Successivamente si è sollecitato con due lettere una risposta da parte di questo Ministero. Non ottenendo alcuna risposta si è provveduto ad effettuare una ricerca presso gli Uffici del Ministero delle Finanze al fine di riuscire finalmente ad avere notizie certe della nostra pratica. È emerso che il fascicolo, dopo essere passato attraverso la Direzione Personale e Organizzazione, è approdato al Gabinetto del Ministro.
Abbiamo quindi preso lì contatto con il dottor Pacifico, che ci ha indirizzato al Dipartimento delle Entrate cui la pratica era stata inviata per competenza.
Presso tale Dipartimento abbiamo appurato, tramite colloqui con il dottor Monaco della Segreteria del Direttore dottor Rocfaz, che la pratica è stata affidata alla Direzione Centrale Accertamento e Programmazione dove risulterebbe tuttora trovarsi...
Per non finire in un dramma kafkiano non intendiamo proseguire con le ricerche.
Prendiamo atto con soddisfazione che è ormai più di un anno che il Ministero delle Finanze trattiene presso di sé l’assegno il cui importo è il risultato dell’obiezione alle spese militari del 1994, e ne informiamo l’opinione pubblica e le Istituzioni perché ne traggano le dovute conseguenze.

Il Coordinamento politico della
Campagna Nazionale di Obiezione di Coscienza
alle Spese Militari


Un libro del generale Jean

CONOSCERE LA GUERRA PER ELIMINARLA

di Enrico Peyretti

Ho sott’occhio l’introduzione dattiloscritta ad un libro del generale Carlo Jean, dal titolo Disinteresse nazionale e forze disarmate in Italia. Non vuol parlare della difesa nonviolenta, ma dire che l’esercito italiano non è abbastanza armato. Il gen. Jean è Presidente del Centro Alti Studi per la Difesa. Si dice che fu lui che suggerì a Cossiga, nel gennaio 1992, di rinviare al Parlamento, con argomenti pretestuosi e in circostanze impossibili, la buona Legge di riforma dell’obiezione di coscienza già approvata dalle due Camere. Feci un’analisi critica di quel messaggio di rinvio in Il foglio n.188, marzo 1992.
Estraggo dal testo di Jean alcune affermazioni-chiave , da discutere.
“La guerra non paga mai, neppure per i vincitori, (...) è sempre un pessimo affare: meglio una cattiva pace che una buona guerra! Eppure la guerra è una realtà “. Più che d’accordo! Qui Jean cita il grande Erasmo, senza nominarlo. Vediamo dunque che farne di questa pessima realtà.
Jean si compiace che la dissuasione nucleare avesse allontanato la guerra dall’Europa (ma era proprio vero? Un rischio gravissimo a bassa probabilità è peggiore di un rischio minore ad alta probabilità) “confinandola nelle aree periferiche del Terzo Mondo”. Ma forse una guerra è meno brutta se ammazza i poveri anziché gli europei? Chi siamo noi per pensare così?
“Tutti coloro che vogliono evitare la guerra o limitare gli effetti, dai pacifisti ai militari, devono studiarla”.
Giustissimo, ma per farne che? Per aggiornarla ai tempi o per preparare la sua eliminazione dalla storia? Qui sta la differenza totale. Anche perché Jean riduce comodamente e falsamente la tradizione pacifista a strumento di Mussolini, Hitler e Stalin!
Nel periodo bipolare “la logica della politica si era militarizzata”. Cioè, gli eserciti dirigevano la politica. Che strano.
Quando dicevamo che la moltiplicazione dei missili, quindi della minaccia, era antipolitica perché riduceva la sicurezza, e che la nuclearizzazione era eversione della nostra Costituzione pacifica, non c’erano generali (salvo alcuni ex) né politici di governo a dire con noi queste cose.
Jean condivide “senza alcuna nostalgia per la guerra fredda” l’affermazione che “un sistema bipolare garantisce la pace e la stabilità nel mondo meglio di qualsiasi sistema multipolare”, che oggi si dimostra gravido delle peggiori minacce. È tristemente vero. Ma non è il caso, come fa il generale, di prefigurare una strategia anche nucleare, come la dissuasione “da forte al folle”, in presenza dell’attuale grande proliferazione; e persino di mettere in conto la distruzione con bombe termonucleari delle grandi megalopoli del Terzo Mondo per dissuadere gli “stati criminali” (rogue states). Pensare di agire così è da criminali, appunto. L’alternativa è una politica di giustizia economica e di sviluppo delle istituzioni per le soluzioni pacifiche, che qui non è mai accennata. La forza armata, per restare legale e legittima, deve ormai passare dagli Stati dell’ONU, come forza di politica e non di guerra. Ragionare ancora di eserciti nazionali è pensiero fazioso e minaccioso, di pericolo e non di difesa.
Concedendo che “ogni sforzo vada fatto per evitare la proliferazione” nucleare, Jean sostiene la prevenzione (nucleare, si direbbe) e prevede non solo difficile giungere ad un disarmo nucleare globale, ma anche “pericoloso”! E perché? “Perché fra cinquant’anni circa il 15% dell’umanità dovrà difendere l’85% delle ricchezze mondiali che possederà. Nulla fa pensare che lo dividerà con gli Stati più poveri, visto che ha i mezzi per difendere la sua prosperità e il suo grado di sicurezza sociale”.
Avete capito bene? Il teorico della difesa militare sta teorizzando la difesa nucleare di un privilegio già oggi criminale e ancor più in futuro. È la filosofia del Nuovo Modello di Difesa, già dichiarata a chiare lettere in quel documento (v. Rocca, 01.12.1994, pg. 47). Questa non è difesa, ma offesa e aggressione! In essa non c’è alcun “onore militare”, ma un servilismo colpevole e disonorato! Ecco perché diciamo che gli eserciti non difendono il diritto, ma il delitto mediante altri delitti, e che la sicurezza giusta dei popoli va cercata nella loro abolizione. La strada è lunga? È l’unica giusta.
E non è puro sogno. In Svizzera, che non è un paese di pazzi, il 26 novembre 1989 si tenne un referendum sull’abolizione dell’esercito. Era previsto un massimo di 30% di si, che per il Ministro della Difesa sarebbe già stata una catastrofe, e si ebbe il 35,6%, con punte del 50,4 e del 55,5 nei Cantoni di Ginevra e del Giura (noti luoghi di concentramento degli svizzeri pazzi...). “Si è messa in dubbio l’esistenza della vacca sacra”, scrisse Tobia Schnebli. Nessun altro paese ha mai messo ai voti il tabù dell’esercito, anche se la Svizzera non riconosce ancora l’obiezione di coscienza.
Però il Costa Rica, uno dei più felici paesi dell’America Latina, pur nella dignitosa povertà, ha abolito l’esercito nel 1949, e non per idealismo pacifista, ma per un calcolo di convenienza democratica ed economica, che si è rivelato giusto, ed ha anche assicurato al paese una sicurezza maggiore degli altri, forniti di esercito (v. Costa Rica: giardino di pace e di democrazia, di Aldo Lafranchi, in Dialoghi di riflessione cristiana, n. 141, Locarno, aprile 1996, Ancora la Svizzera...).
E in Austria, altro paese neutrale, il Ministro degli Interni Caspar Einem (un ministro pazzo?) propone sul settimanale Profil di abolire le forze armate e di sostituirle con la polizia di frontiera. Il Ministro sostiene che nelle nuove condizioni geopolitiche sono praticamente sparite le minacce dirette contro il territorio austriaco. Secondo Einem potrebbero costituirsi truppe di soli volontari per operazioni di peace keeping sotto l’egida dell’ONU o della Nato (notizia su Avvenire, 06.02.1996). Già nel maggio 1990, il Ministro degli Interni austriaco aveva pubblicato un Manuale per obiettori di coscienza sulla difesa popolare nonviolenta (trad. ital. ed. La Meridiana, Molfetta, 1991, Quaderni della D.P.N., n. 17).
Che cosa fanno in Italia le istituzioni di cultura della difesa, altamente rappresentate dal gen. Jean, per studiare difese alternative a quella militare? Ogni alternativa, infatti, è una possibilità di più. Solo l’ostinazione sul monopolio militare della difesa, che è interessata e non intelligente, può impedire di aprirsi a tali ricerche, che oggi i pacifisti compiono con le sole loro poche forze e con l’unico finanziamento che viene dall’obiezione di coscienza alle spese militari.
Il gen. Jean tratta come ipotesi pensabile una risposta nucleare sulla Libia ad un suo attacco nucleare all’Italia, invece di vedere come unica via pensabile tutto ciò che può diminuire tale eventualità, anziché raddoppiare l’immane delitto e danno. Questa ipotesi criminale compare all’interno di un passo preoccupante (p. 7 del dattiloscritto), detto dal difensore di uno Stato democratico. In esso si parla del nuovo ruolo delle armi nucleari, i cui programmi in corso di sviluppo in Occidente “riguardano (...) la protezione antimissilistica dei corpi di spedizione, del tipo Golfo, per permettere all’Occidente di poter intervenire a protezione dei suoi interessi, anche contro Stati che si siano procurati armi di distruzione di massa e vettori in grado di lanciarle”. Di nuovo: la difesa di interessi parziali, con mezzi che moltiplicano il pericolo. È la confessione della bassezza dei motivi della Guerra del Golfo, esaltata come difesa del diritto internazionale! Quale saggezza, quale sicurezza in queste concezioni?!? Come fidarci di questo esercito?
Sentite: “Occorre che l’Occidente si riappropri della cultura della forza militare indispensabile per la stabilità e la pace: forse è l’unica speranza per portare ordine nel caos internazionale. Beninteso, la forza può portare l’ordine, non la giustizia. Fare giustizia non è suo compito, né rientra nelle sue possibilità tecniche. Ma, senza un minimo di ordine, non è possibile alcuna giustizia. Dominerebbe comunque la violenza del più forte e del più prepotente”. Il generale vede il limite della possibilità delle armi (anche a pg. 10), che non possono agire sulle cause storiche, culturali, economiche, l’unico livello di soluzione dei conflitti. Ma ritiene che possano togliere la violenza, quando invece la confermano come criterio.
Le armi possono solo sopraffare altre armi, uccidendo e distruggendo. Come possono mettere un ordine che non sia pura sopraffazione, se non sono sottomesse alla più rigorosa legalità internazionale, cioè ad una ONU realizzata, la cui idea in queste pagine non compare mai? (All’ONU il testo accenna solo per registrarne senza scandalo la strumentalizzazione da parte degli Stati Uniti). Cos’altro sanno fare le armi se non premiare chi è più violento e imporre la sua volontà? Esse riescono a servire la giustizia solo se questa supera in violenza l’ingiustizia, e così si identifica con essa. Non c’è scampo a questa maledizione, se non lo sviluppo di “armi” umane, non omicide: le tecniche di resistenza nonviolenta.
Dopo aver lamentato che la garanzia nucleare degli Stati Uniti ha “espunto il fenomeno guerra dalla cultura, dall’organizzazione sociale e dalle attribuzioni dello Stato nazionale, soprattutto in Italia” (!!), il generale afferma: “ se vuoi la pace, comprendi la guerra”. Egli ritiene che i pacifisti si accontentino di ignorarla, di esorcizzarla, e perciò non siano da prendere sul serio, nonostante le “buone intenzioni”. Si sbaglia, perché chiunque può vedere che la cultura di pace seria si fonda proprio sulla cultura del conflitto, ad ogni livello, compresa la guerra, per scoprirne, attraverso molti strumenti di analisi, le possibilità di gestione non distruttiva, nonviolenta.
La cultura di pace è questo. Simili cantonate di un autorevole studioso militare derivano dalla mancanza di comunicazione tra i ricercatori della pace e i militari. Questi, che nelle loro sedi culturali, ricche di mezzi che i pacifisti non si sognano, non hanno mai accettato proposte di una libera ricerca comune, come già documentato più volte.
Ma, mentre critico lo scritto del generale Jean, non rifiuto di vedere che egli deve fare i conti con la forza attuale della cultura pacifista seria, pur senza conoscerla bene.
Ripete che la guerra è una realtà, ma afferma che bisogna comprenderla per volere efficacemente la pace. Vogliamo intendere che non ritiene la guerra una realtà metafisica che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Ecco un punto su cui siamo d’accordo, signor generale!
Poi ammette l’ipotesi “che la guerra sia una malattia e non un aspetto intrinseco della politica”, e anche qui ci trova d’accordo, perché questa è la nostra ipotesi fondamentale. Ma si cura una malattia sviluppandola, alimentandone i germi?
È interessante la penultima pagina, dove Jean ironizza sul PDS, che, quando era PCI, condannava l’esercito italiano anticomunista durante la Guerra Fredda, e ora deve parlarne bene, per avvicinarsi (l’Ulivo non aveva ancora vinto) al Governo.
Noi abbiamo sempre criticato l’enorme debolezza culturale della concezione della difesa di tutta la sinistra (non parliamo della destra...).
Lo scopo del libro di Jean è di essere “un contributo al dibattito sul nuovo modello di difesa italiano”, studiando “le funzioni e l’impiego della forza militare nelle relazioni internazionali”, perciò “i criteri generali da seguire nel decidere se intervenire all’estero del territorio nazionale e come farlo efficacemente”. Questa idea ripetuta degli “interventi militari all’estero” è il cuore viziato del Nuovo Modello di Difesa, la sua visione iniqua delle relazioni tra i popoli, in cui le armi dichiaratamente proteggono l’ingiustizia stabilita.
Quella di cui parla il generale non è difesa, ma offesa. Ma, per amore del discorso, concediamo che se anche la cultura militare pensasse di difendere giusti diritti, sarebbe illusione, utopismo. Le armi sanno unicamente uccidere. Uccidere per vivere non è vita.
È peggio che morire per non voler uccidere.
So bene che c’è un obiezione certa che anche Gandhi considera e ammette: nel caso estremo devi difendere altri, anche uccidendo chi sta per uccidere.
Ma questa obiezione non chiude il discorso. In tanto vale soltanto nella circostanza immediata ed estrema, e non giustifica quell’immensa organizzazione dell’omicidio premeditato di tanti innocenti, o comunque del dominio mediante il terrore o l’inganno, quale è ogni esercito.
E poi resta un forte interrogativo che la coscienza umana non può far tacere: i salvati grazie ad un tale sistema omicida, sono veramente salvati, o non sono terribilmente rovinati nella loro umanità?
Si, generale, la guerra bisogna conoscerla, perché solo chi non la conosce ama farla e prepararla, come insegna il grande Erasmo. Ma bisogna conoscerla unicamente per eliminarla dalla storia. È necessario.
Nessuno può provare che sia impossibile. Ci sono segni che ciò sia possibile. Perciò è doveroso. I militari, se sono veri difensori, possono far molto per questo.

Un illuminista del Novecento

Bertrand Russell

Bertrand Russell (1872-1970), premio Nobel per la letteratura nel 1950, è il più celebre filosofo inglese del Novecento. Discendente da una prestigiosa famiglia (il nonno, John Russell, fu primo ministro), si dedicò allo studio della filosofia e della matematica e contribuì alla fondazione della logica matematica in collaborazione con A.N. Whitehead (Principia mathematica, 1910-1913).
È interessante ricordare che il pensatore, inglese si sentì debitore nei confronti di un grande matematico italiano: Giuseppe Peano.
Negli anni della maturità affrontò in diverse opere il problema della conoscenza e compose pure una vivace e personalissima Storia della filosofia occidentale (1945). Fu anche autore di molti scritti, rivolti al grande pubblico, sulla politica, la società e i comportamenti. In questi libri rivelava uno spirito volterriano, anticonformista e, a volte amante del paradosso, ma sempre sorrette da uno stile fino e arguto.

L’impegno per la pace
Russell manifestò fin dalla giovinezza un deciso orientamento pacifista tanto che, durante la prima guerra mondiale, fu per tale motivo allontanato dall’insegnamento al Trinity College di Cambridge e incarcerato per sei mesi. Scrive nell’Autobiografia che, in opposizione al nazionalismo di molti intellettuali, non potè fare a meno di esprimere la propria condanna della guerra:

Sentii imperioso il dovere di protestare, per quanto vana potesse essere la mia protesta. Partecipavo con tutto me stesso. Innamorato della verità, come sono sempre stato, ero nauseato dalla propaganda nazionalista dei Paesi belligeranti (...) Quando venne istituito il servizio militare obbligatorio, dedicai, si può dire, tutto il mio tempo e le mie energie agli obiettori di coscienza.

Il pensiero politico di Russell fu sempre favorevole a sistema sociale che garantisce ai cittadini la massima libertà personale. In effetti, il filosofo si è battuto in maniera instancabile in difesa dei diritti dell’uomo e della donna, dovunque fossero calpestati.
L’avvento del regime nazista in Germania ne attenuò il credo pacifista e lo indusse ad accettare, sia pure con notevole rammarico, la guerra contro Hitler.

Benchè mi aggrappassi ancora alle mie convinzioni pacifiste, lo facevo con sempre maggiore difficoltà e quando, nel 1940, la minaccia di una invasione pesò sull’Inghilterra, compresi che per tutta la prima guerra non avevo mai seriamente contemplato la possibilità di una disfatta totale. Questa idea mi era insopportabile e finalmente, in piena coscienza, decisi che era mio dovere appoggiare tutto ciò che pareva necessario per il conseguimento della vittoria, per quanto difficile si presentasse e per quanto fossero dolorose le conseguenze prevedibili della seconda guerra mondiale.
(dall’Autobiografia)

Il pericolo atomico
La vocazione pacifista del filosofo inglese ebbe il massimo sviluppo dopo la seconda guerra mondiale, in seguito alla scoperta delle armi atomiche. Non solo diffuse nel 1955 il testamento spirituale di Einstein, ma divenne un attivo organizzatore del movimento antinucleare inglese.
Nell’ottobre del 1960 fu uno dei fondatori del Comitato dei Cento, che lanciò una campagna di disobbedienza civile a favore del disarmo nucleare dell’Inghilterra.
Russell fu imprigionato per alcuni giorni nel settembre del 1961, poichè si era rifiutato di rinunciare alla organizzazione di manifestazioni nonviolente di protesta contro il governo inglese: si trattava delle dimostrazioni “sedute”, in cui migliaia di dimostranti interrompevano il traffico dei centri cittadini sedendosi nelle strade e nelle piazze.
La campagna antinucleare dei pacifisti inglesi ebbe una larga eco in tutto il mondo, anche per l’infaticabile attività pubblicistica del celebre filosofo, che analizzò in alcuni volumi la drammatica condizione dell’umanità. In un libro del 1961 scriveva: Dobbiamo renderci conto che l’odio, lo spreco di tempo e di denaro e di capacità intellettuali per costruire armi di distruzione, la paura di quel che potremmo farci a vicenda e l’imminente quotidiano rischio che tutto quanto l’uomo ha compiuto scompaia, dobbiamo renderci conto, dico, che sono tutti prodotti della follia umana. Non sono decreti del fato. Non è qualcosa che ci viene imposto dalle condizioni naturali. È un male che nasce dalle menti umane, radicato nell’antica crudeltà e superstizione, adatto forse alle orde selvagge di tanto tempo fa, ma non alla nostra epoca, e capace di distruggere prima di tutto la felicità e poi, molto probabilmente, la vita. Ci vuole soltanto una cosa per trasformare questo inferno in un paradiso: e cioè che l’Est e l’Ovest smettano di odiarsi e temersi a vicenda e si accorgano di una comune felicità della quale potrebbero godere se fossero disposti cuori che deve venire espulso (E domani?, Longanesi, Milano, 1962, conclusione cap. IX).
Purtroppo, la storia successiva non ha preso la via indicata da Russell: nel 1962 scoppiò la crisi dei missili russi a Cuba, che avrebbe potuto trascinare l’umanità nella temuta guerra fra i due blocchi militari. Russell lanciò un appello a Kennedy e a Krusciov per una soluzione pacifica di tale crisi.
Negli anni seguenti, l’intervento, sempre più deciso, degli americani nel Vietnam spinse Russell ad uscire dal Partito Laburista ed a istituire un tribunale che indagasse sui crimini di guerra, compiuti dagli americani in tale conflitto. Fu egualmente severo verso la Russia: prese decisamente posizione contro l’invasione della Cecoslovacchia e contro il trattamento riservato dal governo sovietico ad alcuni scrittori.
A chi lo accusava di filocomunismo rispose: Si suppone che siamo ispirati da simpatia per il comunismo, o ad ogni modo, dall’incapacità di capirne i suoi lati cattivi. Tutto ciò, in effetti, è ben lungi da quanto pensiamo e sentiamo. Ciò che dobbiamo dire è rivolto tanto all’Oriente che all’Occidente ed è sentito ugualmente da ambo i lati. Non siamo dalla parte dell’umanità e consideriamo la divisione in due campi ostili di una larga parte di essa una follia intollerabile. Ostilità su così larga scala sono state frequenti nel corso della storia. Cristiani e maomettani, protestanti e cattolici si combatterono in lunghe guerre di distruzione, e solo dopo essersi inflitti grandi sofferenze reciproche, scoprirono che potevano coesistere in pace ed amicizia. Ma le sofferenze causate dalle guerre passate non sono paragonabili a quelle che ci dobbiamo aspettare nel caso che scoppiasse un conflitto nucleare. L’intolleranza nel passato era un male, è vero, ma era un male che si poteva sopportare. Se l’Oriente e l’Occidente non impareranno a tollerarsi a vicenda, nessuno dei due potrà sopravvivere (Le prospettive per il disarmo, in “Il Verri”, n. 6, 1962, p. 109).

La conquista della felicità
Russell, che non era credente, ha criticato aspramente qualsiasi forma di dogmatismo, sia religioso, sia ideologico; e ha indicato nel libero pensiero, rispettoso delle opinioni altrui, la via maestra per la pacifica convivenza.

Il dogma comunista nella dittatura di una minoranza ha causato orrori senza fine. Si sente dire che soltanto il fanatismo può rendere efficiente un gruppo sociale. Ma questo dogma è in contrasto con le lezioni della storia. In ogni caso, soltanto coloro che servilmente adorano il successo possono credere che l’efficienza sia di per sè stessa cosa ammirevole senza tener conto di quanto sangue essa grondi. Da parte mia, penso che è meglio fare un poco di bene piuttosto che molto male. Il mondo che io auspico dovrebbe essere libero da faziose incomprensioni, e consapevole che la felicità per tutti nasce dalla collaborazione e non dalla discordia. L’educazione dovrebbe mirare alla libertà della mente dei giovani, e non al suo imprigionamento in una rigida armatura di dogmi destinati a proteggerla, nella vita, contro i pericoli dell’evidenza imparziale. Il mondo necessita di menti e di cuori aperti, non di rigidi sistemi, vecchi o nuovi che siano.
(Prefazione a Perché non sono cristiano, Longanesi, 1960)

La filosofia dovrebbe favorire il dialogo fra le diverse culture, procedendo a un confronto razionale, privo di passionalità; secondo il nostro autore, chi sostiene le proprie idee con eccessiva veemenza cerca di mascherare la mancanza di argomentazioni a favore della propria tesi.
Il fine della ricerca culturale è il benessere di tutti gli uomini, sia materiale che spirituale. Una condotta intelligente può portarci alla felicità, a condizione che l’uomo sappia riconoscere i propri limiti dalla prigione dell’egocentrismo.

Nei casi in cui le circostanze esterne non sono decisamente sfortunate, un uomo dovrebbe riuscire a raggiungere la felicità, purchè le sue passioni e i suoi interessi siano diretti verso l’esterno e non verso l’interno. Dovremmo perciò tentare, sia nell’educazione sia nei nostri sforzi per inserirci nel mondo, di mirare ad eliminare le passioni egocentriche e ad acquistare invece quegli effetti e quegli interessi che impediranno ai nostri pensieri di occuparsi perpetuamente di noi stessi. Non è quella natura della maggior parte degli uomini di poter essere felici in una prigione, e le passioni che ci rinchiudono in noi stessi costituiscono una delle prigioni peggiori.
(La conquista della felicità, Longanesi, 1947, cap. XVII)


Una biografia: A. Wood, Russell scettico appassionante, Feltrinelli, 1960.
Una antologia dagli scritti: Bertrand Russell, a cura di E. Musacchio, Loescher, Torino, 1968.

SI È RIUNITA A BUDAPEST

Sesta conferenza del Verona Forum

“Nella memoria di Alexander Langer” si è riunito a Baudapest, il 18 e 19 maggio, il Verona Forum per la pace e la riconciliazione nei territori della ex-Jugoslavia. È stato il sesto incontro, ma era il primo dopo la morte di Langer. Il Verona Forum è un gruppo di pressione non governativo all’interno del Parlamento Europeo. È impegnato a sostenere coloro che nella ex-Jugoslavia lavorano per trovare una strada di convivenza pacifica. Fanno parte del Verona Forum persone attive e qualificate provenienti da tutte le regioni della ex-Jugoslavia, organizzate in partiti non nazionalistici, associazioni per i diritti umani, sindacati indipendenti, giornalisti democratici, organizzazioni non governative. Un Ufficio a Bruxelles coordina tutte queste attività, fornendo materiale di supporto. Creare le condizioni affinché le realtà democratiche dell’area balcanica possano incontrarsi direttamente, scambiarsi informazioni ed esperienze e trovare comuni strade di convivenza, è uno degli obiettivi del Forum.
A Budapest, dove si sono riunite circa 80 persone, molte erano le facce nuove, quasi l’80%, molte le assenze. Il clima politico di questo incontro è stato dominato dalla diffidenza e sfiducia sulla possibilità di tenuta della pace scaturita dagli accordi di Dayton; i nazionalisti di ogni luogo si stanno già riarmando.
I lavori del Forum sono iniziati con la nomina della nuova presidenza. È stato eletto il croato Zvonimir Cicak, personaggio a tratti spigoloso, nemico numero uno di Tudjman; è stata quindi una scelta politica coraggiosa che avrà sicure conseguenze anche per il futuro del Forum.
I lavori sono poi proseguiti con un dibattito che ha provocato anche qualche lamentela per la frammentarietà della discussione e la troppa insistenza sui rispettivi “orticelli”.
La parte più difficile dell’incontro è stata comunque quella conclusiva, dedicata alla redazione del documento che palesa le posizioni del Forum sulle questioni più controverse della fase post-bellica.
Il documento affronta le questioni legate al dopo-accordi-di-Dayton:
-Necessità del rispetto dei diritti umani e del monitoraggio delle violazioni subite. Significativo in tale ambito risulta l’appoggio all’impiego dei contingenti IFOR in Bosnia per aiutare il Tribunale Internazionale dell’Aja ad individuare e processare i sospettati di crimini contro l’umanità
-Realizzabilità di una democrazia sostanziale in Bosnia: è emersa una forte preoccupazione sullo stato delle istituzioni politiche e di rappresentanza nei tre stati (Bosnia, Croazia, Serbia). In questi ultimi mesi si è osservata una restrizione progressiva e antidemocratica della gestione e dell’impiego dei mass media e delle possibilità di partecipazione sociale. All’interno di ciascuna realtà statuale sono necessarie radicali riforme istituzionali.
-Affermazione della inammissibilità della costituzione di Stati etnicamente “cernierati” in gabbie etnico-nazionali: questa pratica condurrebbe direttamente a crimini contro l’umanità.
-Vi è poi la questione dei profughi: il loro ritorno “a casa” dovrebbe essere realizzato nel quadro dei progetti pilota già previsti nei piani delle Nazioni Unite.
-Elezioni di settembre in Bosnia: le future consultazioni non saranno ritenute valide qualora le condizioni del loro svolgimento non mutino radicalmente rispetto alla situazione attuale. La situazione dei media e le strozzature ad ogni possibilità di diffusione di prospettive antinazionaliste, insieme alla possibilità di sostanziali brogli elettorali, sanzionano un clima di illegalità dal quale non può scaturire nessuna dialettica interna autenticamente democratica. È in questa prospettiva che è nato una sorta di “ricatto” proposto dal Verona Forum: gli aiuti economici internazionali alla Bosnia Erzegovina devono essere vincolati all’istituzionalizzazione di un sistema di rappresentanza politica pluralista e democratico.
-Infine il Forum condanna la pesante situazione in Kossovo ai danni della “minoranza” albanese e sostiene tutte le iniziative che vengono dalla reale società civile.

I partecipanti italiani
Paolo Bergamaschi
Pietro Frigato
Mao Valpiana

GANDHI E LE TASSE

È accaduto spesso nella storia che il pensiero di un grande filosofo venisse travisato fino a commetterne e a giustificarne dei crimini.
È accaduto ed accade, anche, di uccidere in nome di Dio.
Accade oggi che il nome del Mahatma Gandhi venga usato e travisato per fini decisamente egoistici.
Come può il leghismo utilizzare il nome di M.K. Gandhi per attuare la secessione di una parte del Nord Italia per una questione di denaro?
Non è in discussione il denaro inteso come giusta ricompensa di un salario, ma del denaro inteso come accumulo di ricchezze per se stessi ai danni di miliardi di affamati nel pianeta.
Non è in discussione l’obiezione fiscale a leggi ingiuste, ma è in discussione l’evasione fiscale.
“Pagare tutti, per pagare meno”, è legittimo dovere di tutti i cittadini onesti.
Fino a quale punto certi evasori sono disponibili a “scendere dalla schiena del prossimo e cessare di depredarlo”?
Fino a quale punto donne e uomini delle varie “leghe e metalli” sono disposti a far proprio il principio supremo dell’ahimsa (nonviolenza), che si basa sull’amore infinito per tutte le creature e non sull’himsa (violenza), che si basa sull’odio e sull’altrui sfruttamento?
“Colui che desidera soltanto il proprio bene o quello della propria comunità - scriveva Gandhi su Haraijan del 20/10/1946 - è un egoista e non può che recar danno”.
Gandhi, allora, non può e non deve essere scambiato per Tudjman!
L’uno è la negazione dell’altro.
È legittimo voler conseguire la secessione con mezzi pacifici, ma non è legittimo ne morale spacciare un fine egoistico per un fine nonviolento.
“La linea di demarcazione tra un fine egoistico e un fine disinteressato è spesso sottilissima”. Per questo non bisogna confondere l’uso di mezzi senza violenza dall’uso di mezzi nonviolenti.
I primi, infatti, implicano concetti d’odio, di rancore e di violenza che si scatenano non appena si raggiunge il fine, i secondi, invece, implicano concetti di amore, di giustizia e di solidarietà tra tutte le creature dell’universo.
Il leghismo fondato sull’egoismo e sull’etnocentrismo, per quanto possa adoperare, in una prima fase, mezzi senza l’uso della violenza, chiamiamoli pure “mezzi di disobbedienza civile”, non potrà mai raggiungere fini nonviolenti.
Il “dio denaro”, per intenderci, non è un fine nonviolento.
La nonviolenza unisce, il leghismo divide e contrappone. Il leghismo vuole dividere l’Italia dei ricchi da quella dei poveri. Gandhi fino all’ultimo si è adoperato per la non separazione di indù e musulmani, nei due Stati di India e Pakistan.
Gandhi ha servito ed elevato gli Harijan (Intoccabili) al decoro e alla dignità umana. Il leghismo perseguita nelle volontà e nei fatti i paria delle nostre città (vedi l’ostinazione rabbiosa contro immigrati e gruppi Sinti e Rom).
Leghisti a parte, le mafie, le disonestà, gli sfruttamenti e altri soprusi vanno decisamente combattuti e solo non adeguandosi a queste forme di violenza, si potrà essere nonviolenti e degni imitatori di Gandhi.

Associazione “M.K. Gandhi - M.L. King - B. Khan”
Brescia

CARLO CASSOLA E LA NONVIOLENZA

Caro Direttore,
recentemente Azione nonviolenta, nella rubrica “Profili”, ha incluso Cassola tra i servitori della nonviolenza.
Anche se trovo questo, in definitiva, giusto (soprattutto se si pensa che per Cassola morale e politica non sono mai state in antitesi), e ve ne ringrazio, tuttavia devo precisare che Cassola non è un nonviolento nella accezione comune del termine. Cassola non mi pare avesse mai sentito il bisogno di scegliere tra violenza e nonviolenza, ma, bensì, tra il disarmo e la fine dell’umanità.
Perché Cassola considerava l’antimilitarismo un fine e non un mezzo. Vedeva cioè, nel militarismo, la struttura portante della società. E se si voleva cambiare, ma, soprattutto se si voleva salvarsi, bisognava abbatterlo. Se per Capitini la nonviolenza era il punto della tensione più profonda ed era tesa al sovvertimento di una società inadeguata, per Cassola questa funzione la svolgeva il disarmo unilaterale, che era il punto di rottura e al tempo stesso il punto più alto della coscienza di un popolo.
Nei confronti della nonviolenza metteva sempre un distinguo, come se lui intendesse ricordare che veniva da un’altra strada.
Io credo che lo facesse perché la L.D.U. (Lega per il Disarmo Unilaterale) potesse essere considerata sempre una “casa per tutti”, dove i nonviolenti potessero convivere con coloro che non intendevano abbracciare nella sua totalità l’ideologia della nonviolenza.
C’è un suo scritto dei primi anni ‘80, dove dice: “L’antimilitarismo e la nonviolenza sono state certamente due cose diverse. Altrimenti, dopo essere andato nelle più piccole città italiane a diffondere il messaggio del disarmo unilaterale, avrei poi, potuto iscrivermi al Movimento Nonviolento, che già esisteva”.
Per Cassola, inoltre, come già accennato, il problema era anche legato all’urgenza che è un modo di sentire che non accompagna tradizionalmente la nonviolenza, perché questa si basa sulla trasformazione delle coscienze. E le coscienze si trasformano in tempi necessariamente lunghi.
Per Cassola, invece, bisognava svegliarsi e darsi da fare subito e con il sentimento dell’urgenza se si voleva salvare il mondo. Non si poteva aspettare troppo che le cose cambiassero dentro ad ognuno di noi, perché non ce ne sarebbe stato il tempo. Semmai, la nonviolenza in Cassola la individuerei nel fatto che credeva molto nella forza della verità e il suo cruccio rimase sempre quello di non aver potuto diffonderla che più di tanto.
Inoltre per Cassola la causa del progresso e della sopravvivenza si identificavano. Questo lo portava a concepire naturalmente uno sviluppo “dolce” (che cos’altro era il disarmo unilaterale se non questo?) che non potesse mettere in alcun modo a rischio la vita sul pianeta.
Cassola vedeva nel disarmo unilaterale l’unico passo possibile, deciso per un avvio di una società ecopacifista che ci portasse finalmente fuori dalla miseria e dalla paura. Inoltre era internazionalista, per un mondo senza frontiere e sognava una realtà che sapeva possibile: “Noi disarmisti siamo accusati di essere sognatori fuori della realtà. Invece siamo i soli realisti. Gli altri, i sedicenti realisti, sono solo struzzi che hanno nascosto la testa sotto la sabbia per non vedere le conseguenze scellerate della loro politica: l’imminente fine del mondo e l’attuale miseria del mondo”.
Ma Cassola, dicevo, veniva da un’altra parte e non faceva sempre sua la strada della nonviolenza, perché era anche pronto al “tanto peggio, tanto meglio” e, inoltre, voleva salvare la vita sul pianeta a “qualsiasi costo”, perché sosteneva che le cose, dal punto di vista della pace, non potevano andare peggio di come andavano.
Inoltre, la nonviolenza non è solo uno strumento di lotta politica, è già un modo completo di comprendere la vita: è una ideologia.
Cassola non sentiva il bisogno di avere niente di pronto in tal senso. Spesso avevano accusato il suo disarmo unilaterale di essere manchevole, perché non indicava che tipo di vita, che qualità della vita avremmo dovuto lasciare ai nostri figli. E lui rispondeva sempre che il discorso sulla qualità della vita veniva dopo, dopo che avevamo salvato e messo al sicuro al vita.
Questo e solo questo era quello che dovevamo fare e che qualsiasi tipo di vita era sempre meglio dell’assenza di vita. Cassola sapeva che dalla pace si può poi risalire alla libertà e alla giustizia, mentre fuori della pace non si può fare niente. Non ha forse dimostrato questo quello che è successo nella ex-Yugoslavia? E quello che sta succedendo in tante disgraziate parti del nostro pianeta, oggi che la guerra, con un notevole passo indietro rispetto a Clausewitz, non è più strumento di continuazione della politica, ma la politica tout court?
Il disarmo, con il suo gesto unilaterale, che è anche un modo di pensare e di essere, di rapportarsi, era la nonviolenza di Cassola, quella in cui il “politico” si riconosceva completamente ed era tutt’uno con lo scrittore.
Entrambi difendevano fino in fondo la semplice esistenza.
Ma Cassola sapeva anche che la pace non si può costruire con un semplice aggiustamento dell’esistente. Non a caso in un suo saggio che s’intitola la rivoluzione disarmista scrive:”L’utopia può diventare realtà solo mediante la rivoluzione. Un’evoluzione graduale e pacifica è impensabile: come può il male evolvere verso il bene?” (R.D., pag. 13 - Rizzoli, 1983). E qui torna di nuovo un distinguo rispetto all’ideologia nonviolenta, perché appare la possibilità della violenza per salvare il mondo. E si unisce all’urgenza, di cui dicevo, ancora come distinguo rispetto ai percorsi ortodossi nonviolenti: “Sono queste vecchie, stupide e malvage istituzioni che ci portano alla rovina. Dobbiamo distruggerle prima che sia troppo tardi.
Non bisogna distruggerle gradualmente (non ne avremmo il tempo) ma tutte d’un colpo. Occorre un taglio netto col passato. Questo taglio netto è appunto ciò che chiamiamo rivoluzione” (R.D. pag. 13 - Rizzoli, 1983).

Silvano Tartarini
(Montecarlo -LU)

ANTINUCLEARI = DIAMOCI UNA MOSSA!

Fra le mille gravi colpe del Presidente francese Chirac, che ha voluto con caparbio spirito militar-patriottico perseguire obiettivi di potenza nucleare nel ‘95 e nel ‘96, c’è un merito...deteriore: quello di ricompattare i movimenti pacifisti anti-nucleari, e di costringerli a darsi una mossa. Altra spinta anti nucleare viene dall’indomabile cavallo pazzo della centrale di Cernobil, che è tragico simbolo di un mondo auto-vincolatosi all’energia pesante, che in cambio garantisce inquinamento da radiazioni, morte da esplosioni, malattie incurabili. Sul piano politico, la lunga trafila del combustibile per il nucleare si dimostra vulnerabile, pericolosa, condizionante, interferendo sulle scelte di Governo, di partiti, di strategie economiche internazionali.
- Tutta la ricerca scientifica e pratica che dimostra la superiorità dell’impiego di energie dolci non inquinanti, non distruttive, non condizionanti, non ricattatorie, non esauribili, resta lettera morta o in catalessi, aspettando il miracolo che i Capi di governo, la grande industria e le multinazionali diano un grazioso benestare al loro ingresso in campo.
- Una cosa è il piccolo esperimento sul piano locale, altro è il passaggio alla produzione su vasta scala transnazionale.
- Siamo spaventosamente indietro non solo sul piano della lotta - costante, corale, tempestiva - al nucleare militare e civile, comunque letale, ma su quello culturale, dell’informazione, dell’educazione, dell’etica, della religione, mediante cui una opinione pubblica avvertita può spingere i Governi, i relativi ministri, e i capitani di industria, a dedicare tempo e scienza e denaro né alle generazioni presenti, né alle future, e che preserva per tutti i valori gratuiti della Natura.

Davide Melodia
Verbania

Caro Luigi,
ho letto con molto piacere e anche con molta attenzione la tua lettera pubblicata su Azione Nonviolenta (aprile ‘96) in riferimento ad alcuni miei interventi sul problema degli immigrati, questi nostri “vicini scomodi”.
Ciò che tu hai scritto e che sei riuscito così bene a comunicare, “l’avrei voluto scrivere nella mia lettera” (è quello che mi chiedevi alla fine della tua riflessione) nel senso che hai aggiunto considerazioni, analisi ed elementi così importanti tali da rendere i nostri interventi molto più completi e utili per una migliore e maggior comprensione del problema posto.
Insomma non ho elementi per contraddire quanto affermi sul ruolo, sulle incertezze, sui ritardi dell’area eco-pacifista, che spesso fugge dalla nostra realtà per vagare con analisi sul resto del mondo, sui popoli del Sud, non riuscendo a confrontarsi con i problemi di casa nostra.
Solo una cosa vorrei aggiungere e forse, almeno me lo auguro, potrà ulteriormente chiarire il ruolo pacifismo di fronte a queste continue tragedie come la guerra nei Balcani.
Nella tua lettera più volte fai riferimento a “frequenti manifestazioni antirazziste fatte a sproposito e demagogicamente”: io penso, invece, che nel mondo pacifista proprio su questo aspetto ci sia stato un notevole salto di qualità, proprio in occasione della guerra sui territori della Jugoslavia.
Il mondo pacifista e del volontariato ha scelto in maniera netta di “fare meno manifestazioni” e condividere concretamente la realtà della guerra a fianco delle vittime. Se non ci fosse stato l’enorme contributo del volontariato, del pacifismo e degli Enti locali la guerra in Jugoslavia sarebbe stata ancora più dura: in questo progetto di solidarietà e condivisione con le vittime della guerra è iniziata un’opera di integrazione e “si sono raccolte molte energie su progetti concreti e praticabili”, proprio ciò che tu, Luigi, auspichi.
Caro Luigi, in tempi di Internet, mi è parso bello comunicare attraverso Azione Nonviolenta, importante strumento di metodologia nonviolenta.
Fraternamente

Alberto Trevisan
Rubano (PD)


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