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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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NONVIOLENZA, L'ARMA PIÙ FORTE DI CUI OGGI DISPONIAMO --------------------------
di Alessandro Curzi e Rina Gagliardi

L'intensa discussione, che si va sviluppando d molti giorni sulle colonne del nostro giornale,
suscita interesse e attenzione anche al di là delle nostre fila, nella sinistra, nel movimento,
nel sistema dell'informazione. Ne prendiamo atto con soddisfazione: è una prova in più che questo
dibattito molteplice- anzi, questi dibattiti che si susseguono e, talora, si intrecciano su
questioni politiche e ideali di prima grandezza - non è mosso da spirito autoreferenziale.
E' un confronto vivo che ha a che fare, non a caso, con la politica viva del presente, dove
si misurano non solo posizioni diverse, ma culture politiche, esperienze e spesso vissuti tra
di loro lontani. Noi, per parte nostra, abbiamo cercato di garantire sia la pari dignità di
tutte le voci, interne ed esterne a Rifondazione, che hanno voglia di farsi sentire, sia di
contribuire, per come possiamo, ad una buona dialettica ovvero ad una discussione che, senza
pensare a sintesi oggi impossibili, ci arricchisca, ci aiuti a fare un passo avanti, nella
comprensione e nella chiarezza reciproca. Con questo articolo, vogliamo anche noi dire la
nostra, misurandoci con quel nodo teorico-politico, violenza e nonviolenza, che appassiona
non da oggi il movimento operaio e la sinistra. E diciamo subito - da militanti comunisti,
diversi per sesso e generazione, per pratica di vita e riferimenti culturali - che l'opzione
strategica pacifista e nonviolenta, che Fausto Bertinotti ha avanzato e Pietro Ingrao ha
rilanciato proprio su "Liberazione", ci persuade profondamente. Ovvero: è la stessa
scelta che abbiamo maturato in questi anni, nel fuoco dei conflitti drammatici che hanno
devastato il mondo, nel dipanarsi concreto dell'impegno. Non è in questione, s'intende, un
assoluto che, chissà perché, molti compagni vedono o paventano tutte le volte che viene
dichiarata la necessità di una pratica nonviolenta: per noi laici e comunisti non esistono
mai assoluti o fedi astratte, al di là del tempo e dello spazio. E' in questione, ci pare,
un'idea della politica e - se la parola non è troppo grossa - della rivoluzione del futuro:
nell'era della guerra globale, infinita e preventiva, la violenza non è più una via di autentica
liberazione dei popoli, delle classi e delle persone e, al tempo stesso, non è più uno strumento
capace di garantire la vittoria finale Nell'era, insomma, della spirale guerra-terrorismo, che
concerne il qui e l'ora del capitalismo globalizzato, il terrore è tutto dell'avversario e dei
suoi apparati colossali di sterminio e di morte: gli appartiene fino in fondo, perfino come
vocazione e come nuova idealità. Ce lo spiega bene Kagan, teorico dei neocons nordamericani,
nel suo lucido pamphlet Il Paradiso e il Potere quando contrappone la civiltà dell'America fondata
sulla forza militare e sullo spirito di aggressione alla civiltà dell'Europa, continente imbelle
e vocato ai diritti sociali piuttosto che alle armi. Questa nostra persuasione è il risultato,
anche e soprattutto, dei nostri rispettivi percorsi di vita. Noi non siamo nati pacifisti: abbiamo
creduto nella guerra giusta e nel valore liberatorio della guerra e della guerriglia di popolo.
Uno di noi ha partecipato, giovanissimo, alla resistenza: ha impugnato le armi, da partigiano,
ha praticato l'antifascismo. E non solo non se ne pente, ma continua ad andare orgoglioso del
proprio passato. Una di noi ha condiviso, finché è stata giovane, le lotte, anche quelle dure
dei movimenti occidentali e quelle armate dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non
ha nulla di cui pentirsi. C'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza delle
armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta
più radicale, più in sé rivoluzionaria, più efficace: la Resistenza ha vinto, la lotta del popolo
vietnamita ha vinto, il movimento di liberazione dei popoli colonizzati ha vinto. Non si tratta
certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente: questo sì
sarebbe puro pentitismo opportunismo oltre tutto antistorico. Si tratta di ben altro: far tesoro
di quelle esperienze, anche alla luce di alcuni, forse non casuali, esiti negativi, mettendone in
causa il valore assoluto e l'attualità schematica. Oggi, insomma, sentiamo la necessità di una
strada nuova, di nuovi percorsi: un ciclo della storia si è chiuso, con il '900, un nuovo ciclo
può avviarsi. L'immagine che abbiamo ancora negli occhi è quella dei 110 milioni di persone che
nello stesso giorno di febbraio sono scese in piazza, in tutto il mondo, contro la guerra di Bush.
Quelle masse, che il New York Times ha definito la seconda potenza mondiale, hanno fatto paura,
davvero, ai nostri avversari imperiali. Non sono riusciti, no, a impedire la guerra: ma hanno pur
segnato un gigantesco salto di qualità, di coscienza critica, di consapevolezza, di soggettività.
Un patrimonio immenso, anche dal punto di vista della forza, che a tutt'oggi domanda alla politica
una risposta adeguata. La nonviolenza, dunque, come pratica alta del conflitto - come opposto della
passività o della rassegnazione - è oggi l'arma più forte di cui disponiamo. La nonviolenza, anche,
come smilitarizzazione delle nostre coscienze e della politica (che continua, proprio nel suo linguaggio
tutto nutrito di tattica, strategia, schieramento obiettivo battaglia a mostrare il suo profondo
spirito bellico), nella sua connessione profonda con la società altra che vogliamo costruire.
Non siamo anime belle, siamo ahimè fin troppo contaminati con le brutture che ci circondano,
e conosciamo tutte le sottigliezze della politica e della Realpolitik: ma non è l'ora di cominciare
a colmare l'abisso che separa i nostri valori generali dalle nostre pratiche? Ma davvero possiamo
continuare in eterno a propugnare una distanza - così assoluta - tra i fini che ci proponiamo e i
mezzi che mettiamo in atto per realizzarli? Torna a proposito, qui, la questione del terrorismo,
dal quale siamo sempre stati lontani e che mai ci è appartenuto, anche per le ragioni che osservava
ieri Lidia Menapace. E' vero, sì, che i nostri avversari battezzano sotto la dizione di terrorismo
anche ciò che è pura resistenza all'invasore. E forse hanno ragione quei compagni che dicono che
ci sono luoghi del mondo in cui la nonviolenza è una pratica difficile, quasi impossibile, se non
un lusso: infatti noi non ci permettiamo di criticare coloro che, di fronte ad aggressioni od
invasioni armate, reagiscono anche impugnando le armi. La nonviolenza, lo dicevamo, non è un
imperativo categorico. E tuttavia, anche nel passato recente, ci sono esempi significativi sui
quali riflettere. La prima Intifada palestinese, quella nonviolenta, con i ragazzi che si
opponevano alla potenza dei carri armati israeliani con le fionde e con i sassi, conquistò nel
mondo un consenso enorme alla causa dell'indipendenza nazionale palestinese: avrebbe potuto vincere,
se l'Europa, invece di limitarsi ad applaudire, fosse intervenuta ed avesse messo in campo la sua
potenza politica. Oggi, quali sono le prospettive concrete di vittoria della lotta e della
guerriglia armata nel Medio Oriente? A parere quasi unanime, nessuna. E quegli attentati suicidi -
come l'ultimo della giovane madre che voleva essere martire - possiamo sì distinguerli dal
terrorismo e battezzarli azione di guerriglia militare se hanno soldati nemici come bersaglio.
Ma possiamo tacere del loro carattere feroce, disperato, perdente? Quando una lotta di liberazione
entra in contrasto così totale con i valori della vita, della speranza, della costruzione,
quando il sacrificio di sé è ricercato come valore e perfino simbolo positivo, vuol dire che
in essa la dimensione della tragedia è diventata dominante. Vuol dire, anche, che forse non si
è abbastanza riflettuto sul fatto che, anche e soprattutto là dove l'oppressione e la prevaricazione
sono massime, la violenza del potere, introiettata e metabolizzata senza anticorpi, produce una
violenza distruttiva uguale e contraria. L'aveva scritto Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra
rivoluzione dovrà essere un processo di lunga durata, di rivoluzionamento dei rapporti economici
e sociali esistenti, anche perché soltanto in un processo di lunga durata potremo liberarci dal
sudiciume che la società del capitale ha disseminato in ciascuno in noi. Era già questa un'idea
di rivoluzione nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto oggi, possiamo cominciare a praticare.
Almeno, a provarci.


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