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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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DOBBIAMO DISARMARE LA VIOLENZA CON LA NONVIOLENZA --------------------------------
di Nella Ginatempo

L'intervento di Bernocchi, Bersani, Cannavò e Casarini su Liberazione non riesce a darmi speranza.
Al di là dei tanti ragionamenti mi trasmette il messaggio di una condanna: come se noi tutti che
lottiamo, disobbediamo, resistiamo, fossimo condannati a non poter uscire dal paradigma della violenza,
di fronte ad un potere che si fa sempre più violento, e specie là dove la guerra asimmetrica dei
potenti schiaccia ogni libertà e resistenza. Ma credo che sia proprio questa condanna che dobbiamo
smentire, questo paradigma che dobbiamo rompere nel nostro pensiero, nelle nostre pratiche, nel
sostegno che diamo ai movimenti di liberazione degli altri popoli. Se vogliamo aprire le porte di
un altro mondo possibile, dobbiamo saper immaginare un modo diverso di lottare contro la ferocia e
la violenza dell'Impero. Definirsi nonviolenti non è una insufficienza, non è un minus, ma al
contrario è il primo passo di una utopìa concreta. E la questione cruciale non è neanche stabilire
se la resistenza armata in Iraq o in altri contesti sia legittima oppure no, ferma restando una
giusta distinzione tra terrorismo e resistenza. Il problema cruciale è chi siamo noi, che cosa
vogliamo essere. Infatti, una volta stabilito che è legittimo difendersi anche con le armi, non
abbiamo però fatto i nuovi passi che possano farci aprire la porta del futuro; non abbiamo prodotto
alcuna innovazione per essere diversi dalle pratiche dell'avversario che ci sovrasta. Oggi l'Impero
ha dichiarato guerra al resto del mondo, a cominciare dagli Stati canaglia. Io credo che l'Impero
sia invincibile sul piano militare, che il movimento può batterlo solo sul piano politico distruggendo
definitivamente e a livello planetario la sua egemonia. Ma per far questo dobbiamo essere consapevoli
di un nuovo ruolo. Non possiamo continuare a guardare al passato, non ci basta giustificare i metodi
di lotta del Novecento, dobbiamo annunciare il futuro, essere ambasciatori di una nuova civiltà,
cominciare concretamente un nuovo processo di civilizzazione che dimostri l'impossibilità di governare
il mondo con le armi. Ma se noi stessi continuiamo a giustificarne l'uso, continuando a credere nella
loro efficacia, vincerà sempre chi ha le armi più potenti. Noi dobbiamo invece dimostrare che le armi
non servono perché tutto il mondo si ribella al loro uso e disarma i signori della guerra. Non so come
faremo a fare questo e non so come si potrà fare a liberare l'Afghanistan, la Palestina, l'Iraq e
tutti gli altri, affermando la strada della resistenza nonviolenta, civile, di massa. Non so quali
altri mezzi troveremo per affermare che tra Uccidere e Morire c'è una terza via: Vivere. Ma so che
la strada della nonviolenza è obbligata perché dobbiamo lasciare la violenza tutta nelle mani
dell'avversario, come depositario di quel mondo che vogliamo cambiare radicalmente. E le
contraddizioni economiche e politiche del capitalismo globalizzato mi fanno ben sperare che
questo ordine del mondo non è eterno e che noi contribuiremo a costruire l'alternativa.
La posizione così chiaramente espressa da Fausto Bertinotti non solo non è minoritaria nel
movimento di cui anch'io faccio parte, ma è maggioritaria nella società civile che si muove
e confligge insieme a noi e attorno a noi. Il movimento delle lotte sociali e delle lotte per
la pace e la giustizia si fonda su pratiche nonviolente e di massa ed esprime creatività, vitalità,
fiducia nella partecipazione collettiva. Sappiamo che il nostro compito in Occidente è quello di
disarmare l'Impero, opporre la pace alla guerra, la nonviolenza alla violenza. Tutte le grandi
idee rivoluzionarie del passato all'inizio sembravano astratte e irrealizzabili. Oggi i nonviolenti
vengono tacciati di astrattezza, ma la storia ci darà ragione.


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