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IL POTERE È VIOLENTO MA OPPORSI CON LA SPADA PERPETUA IL POTERE... ----------------------------- di Franco Russo (da liberazione)
Diversi, legittimi e di indubbio interesse sono stati finora i modi di affrontare il dibattito sulla non violenza, evocando infatti il solo termine 'non violenza' si destano emozioni, riflessioni, propositi: è una discussione che ci coinvolge in quanto persone, finalmente. Al cuore della stagione apertasi con il '68, che rompeva gli schemi istituzionali tradizionali con un tumultuoso processo di sconvolgimenti dello stesso modo di fare "politica" - il personale dello studente, dell'operaio, della donna è politica (si sosteneva) -, c'era critica del potere e dei suoi linguaggi. A questa innovazione si sovrapposero una pratica e un'ideologismo dei partitini che ripetevano i rituali del terzointernazionalismo. Questo si presentò purtroppo anche nella sua incarnazione più tragica, e farsesca al tempo stesso - in quella del partito armato per compiere la giustizia proletaria. Contro questa riapparizione di un'avanguardia che in nome del destino storico del proletariato e del comunismo si arrogò il massimo dei poteri - di dare la morte - ci ergemmo in molti e acquisimmo la consapevolezza - con l'assassinio di Moro - che l'avanguardismo, con la sua autoreferenzialità, è la coltura del fanatismo ideologico che scambia la propria azione con il "fare" della storia e le proprie elucubrazioni con la verità assoluta - che gli discenderebbe dal possedere la bibbia delle leggi del divenire sociale. Ci si presentò con forza drammatica il problema di chi e di come si decide nella società: chi è il popolo, come e quando parla. Il '68 cominciò un'opera di decostruzione del potere e delle sue manifestazioni quotidiane - a scuola, in famiglia, nelle istituzioni 'totali', oltre che nei luoghi classici della fabbrica e dello stato -, ma quell'opera si è interrotta. Il potere. Questo è l'oggetto della questione. A mio avviso Bertinotti non ha tanto evocato un problema di analisi storica se non per delineare una questione squisitamente teorica, e specificamente di teoria normativa. Gli è stato anche risposto che le generalizzazioni oscurano le differenze, che c'è bisogno di discernere caso per caso: così si rischia però di ricadere nello storicismo giustificazionista. Il problema non è giudicare il passato, è di vedere quello che dobbiamo fare oggi riflettendo anche sul passato; non è una questione di contingenze e circostanze: è il tema classico del potere, dunque un nodo di analisi teorica e di invenzione politica. Sulla futura, che speriamo di realizzare, società si è tutti apparentemente d'accordo: senza sfruttamento, senza patriarcato, con relazioni solidali, partecipazione alle decisioni collettive e autonomia della persona nel perseguire il proprio progetto di vita (superando così un rozzo collettivismo da caserma). Ma il punto dolente è come giungere a questa società. C'è chi, come Tronti con i consueti accenti nicciani, invita i movimenti a dotarsi di una volontà di potenza pari a quella di Bismarck: questa mi pare una proposta isolata, anche se a sostenerla è Tronti che si assume addirittura l'intero peso della storia del movimento operaio sulle spalle (come Atlante). Bernocchi, Bersani, Cannavò e Casarini mettono invece al centro delle proprie riflessioni il potere, e la sua violenza. Ripropongono un'analisi classica: nella società capitalistica il potere è concentrato nello stato, che esercita il monopolio, peraltro legittimo e legale della violenza. Esso agisce - legalmente quando è sufficiente, e violentemente quando è necessario - per impedire i processi di trasformazione: anche se ci fosse uno slittamento della sovranità, verso il basso o verso l'alto, esso si ferma a una soglia, quella oltre la quale i movimenti minerebbero le fondamenta della società capitalistica. Insomma, sostengono, dietro Locke c'è sempre il Leviatano di Hobbes, dietro il purismo dell'ordinamento normativo di Kelsen c'è lo 'stato d'eccezione' di Schmitt: la violenza è una manifestazione necessaria dell'organizzazione statale - la guerra la sua pratica quotidiana, tanto più oggi che è divenuta permanente. E' questo che ci divide? Certo, in termini di analisi, si dovrebbe andare più a fondo: per esempio esaminare il ruolo della sovranità nazional-statale, e il suo lascito autoritario alla stessa versione popolare della sovranità, che si è dovuto incanalare nell'alveo del costituzionalismo per evitarne derive assolutistiche. Non è la violenza del potere l'elemento di discussione: questa riguarda il come superare quella violenza nella prassi trasformatrice delle classi e delle persone oppresse. Qui lo storicismo, la comprensione del caso per caso si tramuta in positivismo proceduralistico: essendo avviluppate dalla violenza del potere le lotte sono costrette anche a forme non-non violente, che "possono scegliere di essere partecipate, co-decise... mezzi autodeterminati avendo come fine un mondo migliore". La citazione mette in luce un paradosso, quello proceduralista: una violenza si legittima perché è decisa da una maggioranza? E chi garantisce che la maggioranza abbia ragione? L'efficacia storica dell'azione, cioè l'utilitarismo dell'atto? Siamo a Bentham. Anche i capitalisti fanno il computo dei costi e benefici e sostengono che il prezzo dello sfruttamento è compensato dallo sviluppo delle forze produttive e dal benessere, sia pure diseguale Si scrive ancora: si scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. E' il calcolo razionale della scuola della 'scelta pubblica', che definisce razionali i mezzi più economici per raggiungere un fine. Siamo alla scissione di morale e politica, che il movimento no global ha giustamente messo in crisi, revocandone la validità, sostenendo invece che le scelte morali sono politiche: la pace è un valore assoluto che sovradetermina le opzioni politiche. Dopo la seconda guerra mondiale venne superato il positivismo, perché fonte di legittimazione di qualunque stato, e venne riarticolato il nesso tra morale, politica e diritto. Oggi il movimento prosegue quel lavorio teorico e pratico. Solo superando la scissione dei mezzi dai fini, si raggiunge una idea regolativa capace di orientare i processi di trasformazione. Il potere è violento, la spada è sempre pronta a colpire chi si oppone; ma opporsi con la spada dà vita a nuove pratiche sociali di relazioni solidali e libere o perpetua la violenza e il potere? Abbiamo mai visto qualcuno deporre la spada, preso il potere? Questi sono i problemi, questa è la ricerca da condurre con spirito aperto, senza anatemi e politicismi: altrimenti la storia continuerà a vendicarsi di noi.
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