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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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 INSURREZIONE, RESISTENZA, INSUBORDINAZIONE, DISOBBEDIENZA... ------------------------------
 di Daniele Farina
 
 Diversamente da quanto espresso ieri da Cannavò e altri compagni non credo affatto che
 l'intervento di Bertinotti abbia alimentato alcunché di ambiguo o peggio di negativo.
 Prosegue semmai un dibattito di lungo periodo rialimentatosi nel movimento dopo i fatti
 di Genova 2001. Sono tra quelli che, in quel frangente, respinse l'idea che di fronte ad
 un ordine pubblico palesemente uscito dai cardini, fino all'omicidio, servissero servizi
 d'ordine, e non, piuttosto, forme estese e condivise di autotutela personale e collettiva.
 Tra quelli che all'indomani della manifestazione del 4 ottobre scorso ha espresso contrarietà
 evidente sulla conduzione di quella manifestazione e gli effetti sul movimento. Non oggi
 discutiamo dunque sull'onda di una palese operazione politico-giudiziaria ma riprendiamo il
 filo di un ragionamento mai realmente interrotto. La disobbedienza come processo sociale
 dimostra una straordinaria estensione: è entrata nel vocabolario materiale di larghi settori
 sociali, nelle lotte di Basilicata contro le scorie nucleari, in quelle degli autoferrotranviari,
 nelle mobilitazioni per il diritto all'abitare o allo studio. Un grande, immaginario,
 luogo comune nel quale la tradizione non violenta, quella di Capitini, si confronta con
 altre pratiche, tra le quali quelle comuniste ed eterodosse di molti di noi. Ne sta emergendo
 un linguaggio che declina la non violenza in una forma nuova e diversa da ciascuna di esse,
 fortemente attualizzata. Del che sembra non rendersi conto anche quella parte del movimento
 che attribuisce a pratiche nuove significati antichi, prigioniero di gabbie semantiche e politiche.
 Errore, questo sì, che cristallizza e paralizza l'azione. D'altro canto se il reciproco riflettersi
 di guerra e terrorismo va rotto in qualche punto è all'interno di questa novità che il cuneo va
 cercato e non certo in una disputa geometrica sulle forme di questa relazione. Questo è anche il
 luogo nel quale si concretizza l'obiezione e la diserzione alla guerra, in cui disobbedienza e
 boicottaggio acquisiscono legittimità sociale. Non ho dubbi che l'ondata di movimenti globali
 sviluppatasi dal 1999 in avanti ha portato con se l'eredità del passato e che riaffiorino i
 felici detriti di un conflitto irrisolto. Che proprio la guerra, nelle sue varie declinazioni,
 terrorismo compreso, ci ponga di fronte in modo più stringente ad una necessaria e radicale
 trasformazione dell'esistente, quasi ad uno stato di necessità, entro un modello di sviluppo,
 che per convenzione chiamiamo neoliberista, percepito come socialmente e ambientalmente intollerabile.
 Che riemerga un problema di legittimità delle forme di lotta che si intreccia ad uno "ius resitentiae"
 che permea la nostra cittadinanza. Dalla dichiarazione giacobina del 1793 "di fronte all'ingiustizia
 e all'oppressione l'insurrezione è il più sacro dei diritti dei cittadini", attraverso l'irredentismo
 italiano, l'articolo di Dossetti in sede costituente, "la resistenza individuale e collettiva...
 è diritto e dovere di ogni cittadino", lungo la guerra d'Algeria e l'insubordinazione dei 120
 intellettuali francesi, attraverso la disobbedienza civile del movimento Usa per i diritti civili,
 e via di questo passo, fino allo zapatismo, c'è un filo piuttosto visibile che arriva fino a noi.
 Ma è un sentiero che si modifica nel tempo, dall'insurrezione al diritto di resistenza,
 all'insubordinazione, alla disobbedienza in un percorso forzoso che mi piace pensare corrisponda
 ad un estendersi, un socializzarsi. Che ci consente di parlare di non violenza con piena libertà,
 fuori da categorie immutabili e da una ricerca spasmodica di coerenza tra mezzi e fini
 dell'agire politico. Che non ci impedisce di leggere la violenza dei rapporti di dominio
 imperanti ma senza rimandare ad un lontano futuro la radicale rottura con essi, il posizionarsi
 da subito alle soglie del mondo migliore possibile. E' dibattito insomma che fuoriusciti dal
 travisamento del giornalismo interessato ( "Il Corriere della Sera" di "Casco sì, no, forse")
 può portare lontano.
 

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