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potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Fausto Bertinotti e la nonviolenza |
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Page 5 of 18 INSURREZIONE, RESISTENZA, INSUBORDINAZIONE, DISOBBEDIENZA... ------------------------------ di Daniele Farina Diversamente da quanto espresso ieri da Cannavò e altri compagni non credo affatto che l'intervento di Bertinotti abbia alimentato alcunché di ambiguo o peggio di negativo. Prosegue semmai un dibattito di lungo periodo rialimentatosi nel movimento dopo i fatti di Genova 2001. Sono tra quelli che, in quel frangente, respinse l'idea che di fronte ad un ordine pubblico palesemente uscito dai cardini, fino all'omicidio, servissero servizi d'ordine, e non, piuttosto, forme estese e condivise di autotutela personale e collettiva. Tra quelli che all'indomani della manifestazione del 4 ottobre scorso ha espresso contrarietà evidente sulla conduzione di quella manifestazione e gli effetti sul movimento. Non oggi discutiamo dunque sull'onda di una palese operazione politico-giudiziaria ma riprendiamo il filo di un ragionamento mai realmente interrotto. La disobbedienza come processo sociale dimostra una straordinaria estensione: è entrata nel vocabolario materiale di larghi settori sociali, nelle lotte di Basilicata contro le scorie nucleari, in quelle degli autoferrotranviari, nelle mobilitazioni per il diritto all'abitare o allo studio. Un grande, immaginario, luogo comune nel quale la tradizione non violenta, quella di Capitini, si confronta con altre pratiche, tra le quali quelle comuniste ed eterodosse di molti di noi. Ne sta emergendo un linguaggio che declina la non violenza in una forma nuova e diversa da ciascuna di esse, fortemente attualizzata. Del che sembra non rendersi conto anche quella parte del movimento che attribuisce a pratiche nuove significati antichi, prigioniero di gabbie semantiche e politiche. Errore, questo sì, che cristallizza e paralizza l'azione. D'altro canto se il reciproco riflettersi di guerra e terrorismo va rotto in qualche punto è all'interno di questa novità che il cuneo va cercato e non certo in una disputa geometrica sulle forme di questa relazione. Questo è anche il luogo nel quale si concretizza l'obiezione e la diserzione alla guerra, in cui disobbedienza e boicottaggio acquisiscono legittimità sociale. Non ho dubbi che l'ondata di movimenti globali sviluppatasi dal 1999 in avanti ha portato con se l'eredità del passato e che riaffiorino i felici detriti di un conflitto irrisolto. Che proprio la guerra, nelle sue varie declinazioni, terrorismo compreso, ci ponga di fronte in modo più stringente ad una necessaria e radicale trasformazione dell'esistente, quasi ad uno stato di necessità, entro un modello di sviluppo, che per convenzione chiamiamo neoliberista, percepito come socialmente e ambientalmente intollerabile. Che riemerga un problema di legittimità delle forme di lotta che si intreccia ad uno "ius resitentiae" che permea la nostra cittadinanza. Dalla dichiarazione giacobina del 1793 "di fronte all'ingiustizia e all'oppressione l'insurrezione è il più sacro dei diritti dei cittadini", attraverso l'irredentismo italiano, l'articolo di Dossetti in sede costituente, "la resistenza individuale e collettiva... è diritto e dovere di ogni cittadino", lungo la guerra d'Algeria e l'insubordinazione dei 120 intellettuali francesi, attraverso la disobbedienza civile del movimento Usa per i diritti civili, e via di questo passo, fino allo zapatismo, c'è un filo piuttosto visibile che arriva fino a noi. Ma è un sentiero che si modifica nel tempo, dall'insurrezione al diritto di resistenza, all'insubordinazione, alla disobbedienza in un percorso forzoso che mi piace pensare corrisponda ad un estendersi, un socializzarsi. Che ci consente di parlare di non violenza con piena libertà, fuori da categorie immutabili e da una ricerca spasmodica di coerenza tra mezzi e fini dell'agire politico. Che non ci impedisce di leggere la violenza dei rapporti di dominio imperanti ma senza rimandare ad un lontano futuro la radicale rottura con essi, il posizionarsi da subito alle soglie del mondo migliore possibile. E' dibattito insomma che fuoriusciti dal travisamento del giornalismo interessato ( "Il Corriere della Sera" di "Casco sì, no, forse") può portare lontano.
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