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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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 MA IL TERRORISMO ISOLA CHI LO FA E RENDE LE MASSE SPETTATRICI --------------------------
 di LIDIA MENAPACE (da liberazione)
 
 Sulle pratiche terroristiche non esprimo un giudizio etico: delle sue azioni ciascuno/a
 risponde alla sua coscienza e - se non se ne sottrae - alla legge positiva. Non esprimo
 nemmeno un giudizio assoluto. Si tratta di un fenomeno storico e per tale lo valuto.
 Se fu praticato dai Tartari mi interessa poco, dato che non fluisce più nella storia di oggi,
 praticato dai Narodnikj, i populisti russi, tra i quali vi era Leo Jogiches e la stessa Rosa,
 che se ne distaccarono (ma vi passarono, sia detto per scandalo delle anime belle).
 Mi interessa invece, perchè riguarda una persona della quale voglio rinnovare la memoria,
 non museale, ma attiva e viva. Politicamente sul fenomeno terrorismo nelle sue varianti
 storiche e geopolitiche dò un giudizio negativo: non tanto per la ferocia persino autodistruttiva
 o perchè ci vanno di mezzo innocenti (anche: ma questo è un giudizio generico che riguarda
 troppe cose per essere un fondamento saldo) ma perchè il suo scopo dichiarato o comunque il
 suo effetto non eludibile è che allontana le masse, le passivizza, le colloca in un limbo di
 inattività a fare da spettatrici. E per questo a me oggi pare sempre un fenomeno di destra
 per quanto rivoluzionaria possa essere la soggettività di chi lo pratica. Chiamo dunque terrorismo
 una azione molto violenta contro persone agita individualmente o in un piccolo gruppo con una
 esposizione personale "eroica", che a me non piace mai: resto con Bert Brecht: "Beato il popolo
 che non ha bisogno di eroi". Non è invece terrorismo la resistenza anche armata o la guerriglia,
 che ha una organizzazione e ha bisogno dell'appoggio popolare come del pane. Ricordiamo il motto
 di Ho Chi Minh che il partigiano è come un pesce nell'acqua e l'acqua è appunto il favore popolare
 che deve assolutamente conquistare e mantenere. La resistenza anche armata è legittima dal punto
 di vista del diritto internazionale per qualsiasi popolo occupato e da lì non mi muovo: il popolo
 iraqeno invaso e occupato ha il diritto di lottare contro gli occupanti e delle morti che ne seguono
 rispondono quelli che hanno mandato soldati ad occupare, vergognosamente: oggi i carabinieri uccisi
 a Nassiriya servono per consentire a imprese italiane di lucrare sulla "ricostruzione" dell'Iraq.
 Davvero assassini, come dissi a Parigi dando la notizia durante il Forum delle Donne. Non sollevo
 dunque nessun rilievo critico sulla legittimità della guerriglia o della resistenza armata iraqena:
 se interpellata tuttavia non giudicherei allo stesso modo qualsiasi gruppo resistenziale: a me che
 vincano i sunniti o gli sciiti, come in Egitto magari i fondamentalisti islamici, come in Iran
 vinsero gli Imam, davvero non piace: so bene che qualsiasi dittatura è esecrabile, ma comunque
 le dittature religiose sono -almeno per le donne - peggio ancora di quelle laiche: per dirlo con
 esempi chiari, le donne Afgane stavano meglio con Najibullah che con i Talebani o con il governo
 di destra di oggi; le donne pakistane poco giovamento hanno dal fatto che il loro governo appoggi
 e sia appoggiato dalla "democrazia occidentale". In Iraq certo le donne avevano più agibilità con
 Saddam di quanta ne avrebbero in una democrazia teocratica. Sarebbe come aver accettato durante
 la Resistenza che il fascismo cadesse per far posto allo stato pontificio o alla monarchia rafforzata
 e per restaurare lo Statuto albertino invece di fare la Costituzione. Interpellata, in più direi
 come scelta e indicazione personale che preferisco boicottaggi e sabotaggi, pozzi incendiati e
 binari fatti saltare che attentati a persone, mine sulle strade ecc.. E qui voglio ricordare che
 l'azione nonviolenta non è affatto necessariamente legale o remissiva e comprende appunto sabotaggi
 boicottaggi attentati a cose. A me sembra che sia un atteggiamento conservatore quello di chi si
 appella al passato prossimo non per dare uno spessore storico al suo cammino in avanti, ma per avere
 un esempio rassicurante e agire una sorta di coazione a ripetere. Conviene anche ricordare che le pur
 gloriose e legittime guerriglie e lotte armate di resistenza alle invasioni (Vietnam) o alla tirannia
 interna (Nigaragua, Cuba) hanno prodotto o regimi autoritari e inamovibili o addirittura l'andata al
 potere di governi di destra. Conviene fare uno sforzo di creatività e trovare nuove strade: una scelta
 di azione collettiva nonviolenta del tutto interna alla storia del movimento operaio e sindacale e a
 quello delle donne a me pare interessante. Un atteggiamento di questo tipo starebbe bene immesso nelle
 lotte degli autoferrotranvieri: piuttosto che una ripetizione un po' fuori tempo massimo dei CUB e
 delle lotte operaie dell'autunno caldo. Si può altrimenti diventare persino subalterni: se i
 ferrotranvieri non vedono la differenza tra mercato e servizi e non si danno da fare per un pieno
 coinvolgimento dell'utenza non solo a sostegno passivo della loro lotta, ma con propria presenza
 (come ad esempio invece fanno i Cobas contro la riforma Moratti, insieme a genitori e associazioni)
 rischiano l'isolamento e la ripetitività, e sembrano lasciar credere che anche per loro i servizi
 sono un pezzo del mercato.
 

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