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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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MISTIFICANTI I RIFERIMENTI AL VIETNAM E ALLA RESISTENZA-------------------------------
di Patrizia Sentinelli su Liberazione

In questo dibattito di grande livello, non per caso "nobilitato" dagli interventi di Pietro Ingrao,
si discute anche della sorte politica del movimento. La sua divisione, abbiamo più volte detto, è
obiettivo che molti si sono dati in questi anni e che tutti abbiamo contribuito a respingere,
a partire dalla denuncia dell'uso manipolativo della categoria "buoni" e "cattivi". Proprio per
questo ho avvertito un sovrappiù nell'intervento a quattro firme uscito qualche giorno fa come se
la sua priorità fosse, prima che la discussione di merito, una "delimitazione di campo".
Una scelta singolare e non proficua. Tanto più in un dibattito come questo, dove non a caso,
io credo, lo stesso segretario di un partito interviene in prima persona, non per solitudine
o per sovrapposizione, ma per rispondere ad una esigenza di interrogarsi anche in proprio e
fuori dai contesti ravvicinati della battaglia politica più immediata. Anche per evitare qualsiasi
rischio di sovrapporre dinamiche di partito, e interne ai partiti, al movimento. E per accompagnare
la riflessione stessa del movimento che è in corso collettivamente e in modo impegnato. Il merito
dell'articolo di Casarini, Cannavò, Bernocchi e Bersani mi pare un po' "antico", "conservatore",
non all'altezza della rottura operata dal movimento stesso. Certo c'è sempre il rischio di banalizzare
le posizioni altrui ma ciò che non mi convince non è l'articolazione prospettata tra forme varie
assunte in contesti diversi dalle pratiche violente, ma la contestazione della spirale guerra-terrorismo
come fenomeno tipico di questa fase che opera concretamente per annichilire la politica e in particolare
contro il soggetto che sta in campo, per reinverare la politica stessa, e cioè il movimento. Qui non
sono proprio d'accordo. Se non vediamo che la guerra e il terrorismo nell'era della globalizzazione s
ono altro da ciò che sono stati nel '900, non vediamo il nuovo e cioè il carattere sovrastante delle
nuove forme di dominio imperiali e fondamentaliste, capitalistiche e religiose, portatrici di un
conflitto devastante tra "modernità barbarica" e "barbarica modernità". E inseguono una vecchia
lettura statualistica dei conflitti che crede ancora centrare la politica nel suo avvalersi della
forza e non coglie l'assolutizzarsi della forza come distruzione della politica. E' questo elemento
del tutto nuovo che rende mistificanti i riferimenti a epoche passate, dal Vietnam alla Resistenza.
Non è la comprensione di questa novità, come si afferma nel testo di Cannavò e degli altri compagni,
a far "interiorizzare" il punto di vista della strategia della guerra preventiva e permanente al
punto da non saper più articolare i giudizi e percepire le diversità che permangono nelle pratiche
della forza, ma al contrario è la sottovalutazione della sua portata ad impedire la rottura necessaria
a non essere manipolati o sussunti nell'agire. Nel mondo ci sono tanti conflitti aperti, come è sempre
stato, ma il punto è che ce ne è uno, la spirale guerra-terrorismo che esprime la crisi della
globalizzazione nel suo portato storico potenziale, cioè il suo essere crisi della modernità tout court
nelle sue forme storicamente costituite, assolutizzando la forza contro la politica in quanto considera
questa ultima non praticabile e in nome non più di idee condivise di progresso ma di una visione
assolutizzante di un "bene" assunto come categoria del dominio. E' questo prevalente reale, e non
la sua interiorizzazione psicologistica, che bisogna evitare che sussuma tutto il resto. Che non
vi sia alcuna interiorrizzazione psicologistica è evidente nei comportamenti politici del Movimento
e di tutti noi che, appunto, lungi da farsi dividere tra buoni e cattivi e incorporare l'equivalenza
totalizzante, dal terrorismo alla disobbedienza, troviamo l'unità nel massimo di radicalità del
contrasto disobbediente alla guerra e nel massimo di garantismo rispetto alle pratiche, sapendo
leggere le dinamiche concrete dei conflitti e delle piazze e le asimmetrie tra potere e di chi
vi si oppone. Sapendo però che quella spirale c'è e che non ne saremo garantiti agendo, come nel '900,
nella pura contraddizione dei poteri in lotta, ma dispiegando l'altro mondo possibile. Intendiamoci,
anche nel '900, questo altro mondo si era dichiarato con il movimento operaio ma si era poi consegnato
a una dinamica statuale, quella sovietica, che aveva garantito equilibri ma anche imprigionato
l'istanza di cambiamento. Qui la discussione si fa più su di noi stessi. Perché, io penso,
che non solo "l'oggettivo" ci porta a pratiche del tutto nuove, come quelle nel rapporto con
la forza e ciò che essa significa, ma anche il "soggettivo". E anzi, che la rivoluzione come
forma storicamente nuova di modernità sia proprio un reincontro tra oggettività e soggettività
come mai c'è stato, così come tra umanità e natura. Ce ne parlano il femminismo e l'ambientalismo.
Nessuno mette in discussione la Resistenza e il Vietnam, di cui siamo tutti figli e figlie, ma oggi
posso dire, che ciò che andava fatto allora, l'uso della forza, vorrei non fosse necessario vogliamo
comunque interrogarci su come la categoria della forza abbia potuto deformare soprattutto nelle sue
pratiche statuali, quella istanza di liberazione di cui ero e voglio essere portatrice? C'è in questo,
tanto del nuovo movimento, dal valore di tutte le persone, al suo carattere orizzontale che rifiuta
quella verticalizzazione che è già violenza. E c'è una dimensione collettiva e insieme individuale.
Io sono per le pratiche radicali ma, ancora più come donna, vorrei poter contemperare pratiche per
me gestibili e rivendicabili, non per aver interiorizzato la repressione o per sfuggirla, ma perché
mi consentono di esprimermi in modi inequivocabili senza lasciarmi attraversare da categorie altrui
di cui voglio liberarmi. Non è una discussione facile, anzi molto difficile, come è a volte liberarsi
dal passato, in un presente difficile, ma guardando al futuro.



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