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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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RISPOSTA A MENCARONI------------------------------
di Fausto Bertinotti

Caro Mencaroni, cari amici, ho potuto vedere solo ora la vostra lettera, mentre sto riordinando
le carte in partenza per il Terzo Forum sociale mondiale di Mumbay. Ma forse questa distrazione
alla fine non nuoce, dal momento che da allora ad oggi si è intrecciato un interessante dibattito,
non solo sulle colonne del nostro giornale, sul tema della nonviolenza. Naturalmente, perché quel
dibattito sia davvero utile, è bene depurarlo di quanto si riferisce a episodi o vicende della cronaca
politica e sociale di questi giorni, senza ovviamente togliere a questi ultimi la loro dovuta e
specifica importanza. Per questo sono io a ringraziare voi per l'attenzione che avete voluto porre a
quell'intervista, ormai di un mese fa, della quale avete voluto ricordare i tratti più salienti.
E vi ringrazio anche di avere ricordato che qu elle riflessioni avevo cercato di esporle, in forma
assai più ampia e motivata, in un libro di ormai più di un anno fa. Ma, come si sa, è più facile
attirare l'attenzione con un'intervista che con un lavoro più esteso e più ponderato. Ed è quanto
è accaduto. Tuttavia in questo caso possiamo essere relativamente indifferenti ai mezzi visto il
raggiungimento dei fini, poiché i secondi, l'apertura di un dibattito su violenza e nonviolenza
su cui pareva essere sceso l'oblio, sono assai positivi e i primi sono comunque coerenti con essi.
Voi lamentate un oscuramento o addirittura un boicottaggio dell'opera di Aldo Capitini.
Comprendo il vostro rammarico, eppure non sarei sincero se non vi dicessi di non essere completamente
d'accordo con voi. L'opera e il pensiero di Aldo Capitini sono talmente ampi e profondi che non si
finisce mai di parlarne. Non c'è dubbio poi che nel nostro panorama culturale e politico le figure
che non si inseriscono perfettamente entro la tripartitura della cultura cattolica, socialista e
comunista sono state viste con fastidio o addirittura con sospetto anche a sinistra. Ma, è questo
il punto positivo su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, non sono molti i casi nei quali
l'opera di un pensatore e di un uomo di azione trascende la sua scomparsa e si fa costante nel tempo.
Non vi pare che questo precisamente sia il caso della marcia Perugia-Assisi che da decenni si ripete,
ogni volta con rinnovata forza e significato? Questo avviene grazie al magistero e alla capacità di
iniziativa di Aldo Capitini. Poco importa davvero se fra i tantissimi giovanissimi - e parlo di ragazze
e di ragazzi di 14 o 15 anni - che partecipano ogni anno a quella marcia, il nome e soprattutto la
personalità di Aldo Capitini siano poco o affatto noti. Lo saranno se quei ragazzi troveranno dei
buoni "maestri" capaci di trasmettere loro una storia e un'esperienza del passato, così viva da
parlare a noi oggi continuamente. Intanto è importante che quelle ragazze e quei ragazzi camminino,
se possono, sul modello zapatista, interrogandosi, in ogni caso percorrendo un sentiero che è stato
tracciato da un uomo così grande, gra nde a tal punto che l'importanza del suo messaggio, proprio
perché anticipava i tempi, poteva solo essere messo in pratica dalle generazioni future.
Cari amici, diciamoci la verità, non è forse questo un destino che augureremmo a ciascuno di noi?
Capisco che non basta. Proprio pensando al dibattito di queste settimane, sento io stesso la necessità
di valorizzare appieno il lascito di pensiero e di azione di Aldo Capitini. Non solo nell'occasione
della marcia Perugia-Assisi, ma in ogni manifestazione della nostra attività politica e di pensiero.
Ma se guardiamo bene, nelle manifestazioni culturali dei giovani, il nome di Capitini è forse più
conosciuto di quanto noi tutti crediamo. Lo dobbiamo anche all'opera di storici come Angelo d'Orsi che,
come sapete, alla figura e all'opera di Capitini ha dedicato un'attenzione che non è mai venuta meno
attraverso gli anni. Non ci dobbiamo accontentare, ma, rispetto a qualche tempo fa, siamo di fronte
ad una ripresa di attenzione da ogni punto di vista nei confronti della cultura della pace e della
nonviolenza (scritto tuttattac cato come voleva Danilo Dolci, altro messaggero laico di questa buona novella).
Eppure non ci basta e non ci deve bastare, sono d'accordo. Bisogna insistere, bisogna fare in modo che
si conosca l'esistenza da vecchia data di un pensiero pacifista. Esso esisteva anche durante la Resistenza.
Per quanto mi riguarda non penso diversamente dai partigiani di allora. L'impegno in una lotta armata
contro il nazifascismo non è solo giustificato moralmente, storicamente e politicamente - visti i
suoi esiti vittoriosi - ma è a tutt'oggi rivendicabile come un atto necessario, di più come un diritto,
contro un'occupazione straniera e una dittatura interna, entrambe feroci. Nel libro che voi ricordate
ho dedicato un capitolo al pensiero di Kant, ma non ho dimenticato di mettere in luce come il suo
pacifismo fosse da un lato così proficuamente anticipatore, ma dall'altro si risolvesse in una sorta
di rassegnata accettazione del potere qualunque fosse la sua natura e la sua qualità, quindi in un
divieto della possibilità di insorgenza del popolo contro il potere costituito. Il mio accordo con
la tesi della "pace perpetua" pro pugnato da Kant, ha questo preciso limite. Bisogna dunque andare
oltre Kant, non procedere a ritroso. Nell'epigrafe del libro da voi ricordato ho voluto mettere una
frase appuntata nel "Diario partigiano" di Roberto Tenerini. L'autore e il martire della Resistenza
Primo Ciabatti riferendosi ad Aldo Capitini affermano di avere compreso "a fondo che, nonostante la
diversità degli orientamenti, la funzione politica (di Aldo Capitini) e il suo atteggiamento nonviolento
erano tanto importanti per la libertà quanto il nostro impegno di militanti armati". Siamo quindi di
fronte, nell'epoca della concreta lotta armata contro il nazifascismo, da parte di coloro che l'hanno
fatta e per essa sono caduti, ad un'affermazione di importanza decisiva. Non vi è una gerarchia assoluta
fra lotta armata e azione nonviolenta rispetto ai fini che si propongono. Dipende, dipende dalla
condizione storica e dalla contingenza concreta. Ma anche nella relatività di priorità nelle scelte,
non vi può essere tra esse una classifica di valori morali e politici. In altre parole si può convenire
che in un determinato momento è più efficace e risolutiva la lotta armata, senza condannare alla
inettitudine la protesta nonviolenta. E viceversa naturalmente. [sottolineature di e.p.] Ma per entrambe
le forme di lotta vi è un vincolo. Quello della ricerca della massima e possibile adesione di massa ai
mezzi che prefigurano nel loro concreto manifestarsi l'obiettivo. Il che non significa affatto affermare
che violenza e nonviolenza sono equivalenti e che la scelta tra le due costituisce solo un fatto di
opportunità. Al contrario con molta decisione propongo di scegliere e addirittura di trarne le conseguenze
in ogni singola manifestazione nella quale questa scelta è richiesta. La scelta è per la nonviolenza.
Una scelta, come voi stessi ricordate, che radica le sue ragioni in un esame critico della nostra storia
e nell'analisi del comportamento attuale delle parti in causa. Da un lato vi è il monopolio assoluto
della forza, con una possibilità distruttiva fin qui neppure immaginata; dall'altro lato i bisogni e
le aspirazioni della stragrande maggioranza dell'umanità che è esclusa dall'accesso alla forza,
ma può esercitare quello della progettazione alternativa, della convinzione, della protesta.
Se guardassimo le cose così come esse attualmente stanno, lo scontro è del tutto impari.
In ogni caso esso non potrebbe essere riequilibrato dentro un ragionamento prigioniero del mito della forza.
Questa non può essere ridistribuita, p er necessità di essenza, come direbbero i filosofi, dal momento che
ogni spartizione coinciderebbe con un suo indebolimento. Quest'ultimo potrebbe risultare anche funzionale
a un determinato progetto, ma proprio per questo da evitare. Mi spiego. Robert Kagan, consigliere di Bush,
ha scritto in un libriccino tradotto anche nella nostra lingua, che sarebbe auspicabile la costituzione di
una "forza" europea, cioè di un esercito con tutto quanto comporta, poiché essa in nessun caso potrebbe
rimettere in discussione lo strapotere militare degli Usa e nel contempo potrebbe servire a spegnere,
per conto degli americani, focolai di ribellioni alla logica imperiale di questi ultimi. Non vi è
dunque altra strada. Alla forza smisurata sul piano militare delle forze dominanti della globalizzazione
e delle loro articolazioni, si può solo contrapporre la forza delle coscienze, dei movimenti, delle
convinzioni. La pratica dell'obbiettivo di una società alternativa, che anticipa il suo modo di essere
nel comportamento concreto dei soggetti che la propugnano è il più grande messaggio che si può dare.
Per queste ragioni la nostra discussione non può essere immiserita in quella per quanto importante
sul comportamento da tenere in questa o in quella manifestazione. Dobbiamo far fare a questo dibattito
un passo in avanti, quello di porsi sul terreno della cultura della pace. A questo dedicheremo un
nostro seminario a Venezia negli ultimi giorni di febbraio. Il pensiero e l'opera di Capitini sarà
uno dei nostri punti di riferimento.


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