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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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LETTERA------------
Di Mencaroni Associazione Amici di Capitini a Bertinotti (4 gennaio)

Caro Bertinotti, abbiamo letto, nel "Corriere della Sera" dell'11 dicembre scorso, una sua
lettera al direttore sulle "due questioni che sono al centro del nostro impegno politico:
il comunismo e la non violenza". Siamo amici vecchi e nuovi di Aldo Capitini e le sue argomentazioni
ci hanno profondamente interessato. Lei scrive che "nel tempo della guerra o del terrorismo non è
possibile parlare di comunismo se non si sradica da esso ogni riferimento alla violenza.
E non si può parlare, in un mondo così organicamente ingiusto, di non violenza se non all'interno
della rinascita di un'ipotesi di trasformazione della società. Oggi la guerra e il terrorismo ci
stanno conducendo in una crisi di civiltà. All'origine di questa crisi c'è la modernizzazione
capitalistica che non si è rivelata portatrice di progresso e di benessere , ma per la prima volta
nella storia dell'umanità ha separato l'innovazione dal progresso sociale e civile e dal
miglioramento della condizione di vita degli uomini, delle donne e della natura. Essa deriva da uno
sfruttamento che si è dilatato oltre i confini del '900 e che non coinvolge solo il proletariato
classicamente inteso, ma le persone, la natura, l'ambiente. Il fattore ordinatore del mondo,
quello con cui si impone questo sfruttamento dilatato, è la guerra. E' attraverso la guerra che
la modernizzazione capitalistica pensa d'imporre le sue regole, le regole del mercato, dell'impresa.
La questione del comunismo del nostro tempo nasce da qui, ma per essere affrontata richiede delle
significative rotture con la sua storia. Oggi parlare di comunismo significa, infatti, rompere con
almeno tre idee-forza del '900. E' diverso il soggetto rivoluzionario che non si definisce solo
nella sua collocazione nel processo produttivo, ma piuttosto nell'antagonismo a questa globalizzazione.
I l movimento no global ha annunciato questa nuova soggettività e ha riaperto un cammino.
Nella nostra idea di comunismo - è questa la seconda rottura con il passato - non c'è alcuna attesa
deterministica, quella attesa su cui si è fondata una parte importante della strategia dei partiti
e degli Stati post-rivoluzionari. Noi all'opposto pensiamo al comunismo come processo aperto.
Credo anche - ed è questa la terza e più importante rottura col passato - che qui ed ora la non violenza
sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la radicalità di quel processo di
trasformazione sociale che chiamiamo comunismo. Ma il mio rifiuto totale e incondizionato dei
mezzi violenti ha anche un altro motivo. Oggi quei mezzi sono del tutto inefficaci. Non riescono
a produrre neppure nell'immaginario di chi vuole un cambiamento un'idea di alternativa di società.
La sfida è un'altra, forse persino più ambiziosa, per chi non rinuncia alla costruzione di una
società alternativa al capita lismo. Sono idee e proposte che anche Aldo Capitini aveva pensato e
scritto nel contesto e nel lungo arco della sua vita di rivoluzionario, dagli anni '30 fino alla
morte. Nel suo libro intervista "La pace infinita" (Ponte alla Grazia editore, Milano, 2002) lei
lo ricorda più volte. Ci dispiace che, in dibattiti come il vostro su temi a lui cari, il contributo
di una figura così importante e singolare della vita culturale italiana sia vivo soltanto nella sua
lettera. Pensiamo che sia una mancanza più voluta che involontaria da parte di un mondo culturale,
religioso e politico ancora indeciso a fare i conti con il suo pensiero. Speriamo che interventi
come il suo possano rompere quel silenzio. Lanfranco Mencaroni e altri amici via e-mail



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