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LA DIALETTICA NON È UN QUALCOSA CHE CI DEVE DARE FASTIDIO ---------------------------------- di Libero Vallicelli
Vorrei intervenire sul dibattito aperto da Liberazione sul tema non-violenza. Colgo subito un aspetto positivo: la decisione di allontanare dal movimento quelle forze grigie di confine che ne potrebbero minare il carattere aperto e fecondo. E d'altra parte il rigetto definitivo dello stalinismo come pratica politica (non dell'Urss), cosa palese ma scarsamente praticata. Premetto, di essere d'accordo con Ingrao sulle valutazioni che egli ha più volte sottolineato negli interventi sul nostro giornale. E qui vorrei approfondire (pur nella ovvia sintesi) gli spunti che lui ha lanciato, ma sui quali vedo una riluttanza diffusa a intervenire, e che invece sono i temi politici/ideologici che già ci troviamo davanti. Partiamo dalla non-violenza. Essa evidentemente esprime un afflato etico condivisibile che deve informare le vite di ciascuno di noi. Il problema è un altro, ovvero l'assolutizzazione concettuale che se ne fa. Essa è inattendibile per diversi fattori. Il primo, è che nessuno storico indagherebbe la storia con quel paradigma, a meno di non scivolare sul terreno crociano, ovvero liberale (per sintesi, perché il pensiero è ben più raffinato, egli pensò alla storia come storia della libertà). Ed infatti mettere sullo stesso piano la vendetta con la repressione non solo non ha nessun appiglio scientifico, ma appare evidentemente banale. La questione andrebbe invece rimessa sulla negazione del concetto schmitiano della politica come continuazione della guerra, che traduce il tutto nella volgarizzazione amico/nemico, e che riporta questa estremizzazione anche all'interno del proprio schieramento, producendo distorsioni vergognose come quelle dei gulag. La questione diventa quindi non una semplice scelta etica (peraltro la violenza scaturisce proprio da quella sostanza), ma una dura battaglia storica sul tema del potere, della sua effettività storica, dei rapporti tra le classi, della intima fallacia della democrazia. Quest'ultima affermazione ci interroga sulle nostre vite: come fare per salvaguardare la democrazia e al contempo produrre una critica che ne veda le incongruenze, tale per cui pensiamo ad un altro mondo possibile, che appunto non è la democrazia. Anche qui sarebbe bene ricordare che la democrazia non è un valore, ma una forma determinatasi dallo sviluppo storico e obbediente alla fase del capitalismo maturo. Mi pare di dire cose lapalissiane. Banalmente potrei dire: il voto di Agnelli equivale a quello dell'operaio di Melfi? Le strutture sovranazionali, come l'Fmi, sono aliene alla democrazia o ne costituiscono una parte della stessa? Come fare per rendere veramente egualitario il voto di ciascuno (per forza bisognerà limitare l'efficacia di qualcun altro) e al contempo sostenere l'eliminazione di quelle strutture senza prevedere una reazione violenta e repressiva delle forze dominanti? In Iraq, sta succedendo qualcosa di complesso. Mancano in quel paese le strutture della democrazia (almeno come passaggio storico). Al contempo l'occupazione, perché di questo si tratta (anche da parte degli italiani), continua. Possiamo rimanere equidistanti dagli invasori e dai poveracci locali che si battono contro l'impero del male? Dobbiamo porci le stesse domande di Ingrao? In India si sta per aprire il Forum sociale mondiale. Diversi intellettuali hanno aperto una serie di interrogativi, tra i quali spuntano decisi la questione della lotta politica e del potere come obiettivi e tematiche di praxis del movimento, pena il riflusso. Vogliamo parlarne? O preferiamo le grandi e particolari opzioni etiche, peraltro condivisibili, che però non propongono la trasformazione del mondo come necessaria ed ineludibile, e che quindi spesso finiscono per affluire nel ventre grasso dei nostri vicini di Partito? Essendo la mia pratica politica impregnata di movimento, di gramscismo e di disponibilità al confronto con le diversità, non sono imputabile di volere un Partito settario. Penso che l'estremizzazione ideologica porti alla sconfitta e alla rovina delle idee di libertà che i comunisti promuovono, e anzi ne sia la negazione. Ma l'assolutizzazione concettuale della pratica politica è la cosa più dannosa che un Partito comunista, o un'aggregazione che si richiami a quel mondo, possa avere. Rientra per-altro in campo quel regime della verità che è intrinseco alla religione. Siamo uomini e donne del nostro tempo, viviamo pienamente questa società per poterla cambiare, senza farci irretire nelle sue forme dominanti. E anche la nascita, non la giustezza del progetto in sé, del partito della sinistra europea, ha in sé i germi della pratica politica che si dice di voler eliminare. La dialettica, soprattutto quando si colgono le ragioni di una iniziativa politica, non è un qualcosa che ci deve dar fastidio...
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