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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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LETTERA DI PRECISAZIONI ------------------------
di Marco Bersani

Carei, quando si vuole attraverso un articolo comunicare qualcosa e tutti quelli che lo leggono
ne capiscono totalmente altro, c'e' un' unica possibilita': si e' commesso un grosso errore.
Mi riferisco ovviamente all'articolo co-firmato da me e apparso su Liberazione sul tema guerra 
terrorismo. Un tema sul quale quel giornale aveva da tempo aperto il dibattito e rispetto al
quale da tempo mi sarebbe piaciuto intervenire per contribuire alla discussione. Complice il poco
tempo a ridosso della partenza per Mumbay, ho seguito la proposta di un articolo a piu' mani
senza dedicarvi il tempo che un tema cosi' delicato avrebbe richiesto. Il risultato, riletto
con calma qui a Mumbay, e' quello di aver francamente sbagliato. Vorrei provare a spiegare il
perche', sgombrando il campo da alcune interpretazioni dietrologiche che anche sulla stampa sono
state date. Non sono i compagni di firma il problema, persone anche molto diverse da me, ma con
le quali e' possibile che su un tema specifico si possa costruire una riflessione comune. Nessuna
alleanza strategica dunque, ma solo la necessita' di contribuire ad un dibattito con un contributo
collettivo ( risultato non raggiunto, ma di questo argomento in seguito). Ne' tantomeno era mia
intenzione partecipare ad un' operazione politica che, mettendo insieme persone di culture differenti,
andasse ad impattare nella dialettica interna del PRC, schematicamente in funzione anti-bertinottiana,
in particolare rispetto al percorso politico-elettorale intrapreso. Casomai l' errore -grossolano lo riconosco-
e' non aver riflettuto abbastanza di come questa lettura potesse essere data indipendentemente dalle mie
intenzioni. Ma e' soprattutto nel merito, che mi sento di dover riconoscere l'errore compiuto.
Da tempo avrei voluto intervenire sulla questione guerra errorismo, perche' continuo ad
essere convinto che il dibattito cosi' com'e' stato impostato sia largamente insufficiente.
In particolare, quello che avrei voluto comunicare e' che l' assunzione della categoria
"il terrorismo" come categoria unica e compiuta in se', non aiuta l'analisi politica e di
conseguenza non orienta l'azione del movimento. Occorre articolare la categoria, perche'
altrimenti il rischio e' quello di pensare al mondo come diviso tra due nemici uguali e contrari,
che si alimentano reciprocamente. Assumere acriticamente questa analisi, rischia, aldila' delle
intenzioni, di mettere dentro un'unica categoria fatti estremamente diversi fra loro, fino a
provocare un certo balbettio e una difficolta' d'iniziativa del movimento. Provo a fare un esempio :
la strrage di Nassirya contro il contingente italiano ha visto una enorme difficolta' di intervento
da parte del movimento, che si e' rivelato tanto timido nell'esprimere la pietas per i morti di
quel fatto quanto balbettante nello scendere in piazza per il ritiro delle truppe italiane.
Io credo che questa difficolta' fosse dovuta proprio all'assunzione della categoria terrorismo
come onnicomprensiva. Se avessimo articolato la categoria, avremmo letto Nassirya come un atto
di guerra, doloroso quanto si voglia, ma che ci avrebbe consentito una capacita' d' iniziativa
piu' incisiva, perche' avremmo ascritto quell'attentato come l'ennesima violenza provocata dalla
guerra permanente. Insomma, quello di cui avremmo bisogno, credo sia una maggior capacita' di
analisi politica dei fenomeni in corso. In Iraq ci sono sicuramente gruppi terroristi in azione,
con l'appoggio dei servizi di paesi stranieri limitrofi; ci sono sicuramente azioni di resistenza
armata, piu' assimilabili a quella che noi storicamente definiamo "resistenza"; e ci sono
importanti fenomeni di resistenza popolare non violenta. Non separare queste vicende, analizzandole
criticamente, rischia di mettere tutto in un unico calderone,"il terrorismo", che non aiuta la
nostra capacita' d'iniziativa e di aggregazione. Vale per l'Iraq come per moltissime altre situazioni.
Ma quello che avrei voluto (non riuscendovi, mi rendo conto) comunicare e' la necessita' di piu'
analisi politica. Il risultato e' invece un documento che non contribuisce a questo obiettivo,
ma anzi rischia di far incistare il dibattito sullo schieramento etico violenza
on violenza come puro schema di appartenenza. Un ultimo punto su questo. Riletto attentamente,
il documento ha un passaggio sui mezzifini che rischia di far pensare ad un arretramento macchiavelliano.
Non e' cosi', per quello che mi riguarda. Penso che i mezzi debbano corrispondere ai fini e che i fini
debbano essere la capacita' di comunicazione e di allargamento del consenso di ogni iniziativa intrapresa.
Questo significa, per la dinamica italiana ed europea, quello che l'insieme del movimento ha da sempre
( pur con qualche sbavatura) praticato, ovvero il patto genovese fondato su azioni non violente, pacifiche
e di disobbedienza civile. Personalmente, tutto questo non mi impedisce di accettare in altre situazioni
altre forme purche' corrispondenti ai fini - capacita' di comunicazione e allargamento del consenso-i
quali valgono per qualsiasi situazione si analizzi. Questo in estrema sintesi quello che avrei voluto
comunicare partecipando alla stesura di quell'articolo. Mi rendo conto di non aver centrato l'obiettivo.
Ma spero che troveremo tempi e modi per affrontare questo tema con l'attenzione e l'intelligenza collettiva
che la delicatezza dell'argomento richiede.


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