 |
Menu |
 |
|
|
 |
Motore
di Ricerca |
 |
|
|
Richiesta copia omaggio
Inviando una e-mail ad
an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)

Abbonamento annuo Euro 29.00. 
|
|
|
 |
 |
 |
 |
| |
|
Fausto Bertinotti e la nonviolenza |
|
|
|
|
Page 2 of 18 --------------------- IL NOSTRO DOPOGUERRA --------------------- di Marco Revelli (dal manifesto 18 gennaio 2004) "Contro ogni logica bellica" Con il `900 si è tragicamente consumata la stagione dello scontro "militare" e nell'era della guerra preventiva serve coerenza tra mezzi e fini. Per questo "l'ipotesi nonviolenta è l'unica scelta veramente radicale". Riflessioni sul dibattito aperto da Pietro Ingrao "Al potere si risponde col potere. All'organizzazione con l'organizzazione. Al lavoro con il lavoro. Alla guerra con la guerra". Così un paio di anni fa, in occasione della presentazione del mio Oltre il Novecento, Alberto Asor Rosa aveva sintetizzato il "paradigma politico" dei comunisti novecenteschi, a cui dichiarava la sua adesione. Rina Gagliardi, nel riferirne su Liberazione, aveva riprodotto la formula con esplicito compiacimento, scegliendo però di cancellare l'ultima frase. E fu un peccato. Perché quell'ultimo segmento del paradigma - la guerra - non ne era un'appendice esterna (un optional, si direbbe oggi), ma ne costituiva, al contrario, un elemento in qualche misura necessario a dar senso al tutto, significando appunto che quella contrapposizione, quel rapporto antagonistico simmetrico, per essere sostenuto, presupponeva un conflitto duro, "totale", spinto fino al dispiegarsi della forza nella forma estrema e "selvaggia" della guerra E perché quella formulazione brutalmente sincera ci avrebbe aiutato a discutere meglio di quanto non sia in realtà accaduto. Ora Pietro Ingrao (nei due successivi interventi su Liberazione sulla questione posta da Fausto Bertinotti del pacifismo e della nonviolenza), ci permette di riprendere il filo di quel ragionamento, e di farlo - grazie all'onestà intellettuale che lo contraddistingue - nelle condizioni migliori. Senza reticenze, o rimozioni Due cose ci dice Ingrao. La prima è che la prospettiva dell'uso della forza (della violenza, della guerra) era parte integrante dell'immaginario e della cultura politica suoi e di quelli come lui. Che, appunto, anche per chi si batteva per la pace e aveva scelto la strada della democrazia, la guerra appariva, in ultima istanza, come un'opzione possibile e per certi versi inevitabile. Non costituiva, insomma, un tabù. La seconda verità che Ingrao ci consegna è il carattere "generazionale" di quella visione politica. Il suo essere radicata in un preciso luogo storico. Il suo essere "figlia del proprio tempo". Identità pericolose -------------------- Si tende a dimenticarlo, in una discussione spesso un po' dottrinale e orientata a questioni di principio, ma la militanza politica novecentesca si è costituita e s'inscrive pienamente in un contesto storico segnato a fondo dalla guerra, da quella terribile, immane tragedia bellica che fu la prima guerra mondiale e dal suo prolungamento feroce nei decenni che la seguirono. L'immaginario collettivo, la dimensione esistenziale, l'identità politica delle generazioni che hanno prodotto la tradizione alta e dura con cui oggi ci misuriamo, si erano formati interamente nel clima della "mobilitazione totale" scatenata da quella guerra, e con la guerra erano in buona misura impastati: era bellico il linguaggio; erano belliche le divise (non c'era formazione che non avesse le proprie "milizie" con le proprie bandiere e le proprie uniformi); era bellica la poetica che li ispirava (quell'epica di cui parla Ingrao). Non stupisce che la guerra comparisse, sia pur come extrema.' ratio, nel repertorio dei mezzi cui affidare l'efficacia della propria azione. Si erano trovati a fronteggiare nemici feroci ("assoluti", potremmo dire), nazismo, fascismo. Avevano subìto la caccia all'uomo implacabile contro ogni brandello di opposizione, la minaccia della tortura e la cancellazione della libertà in ogni interstizio della vita sociale. E in qualche misura inevitabile che affidassero la possibilità di salvezza a una forza eguale (in potenza) e contraria (nelle finalità), capace di combattere il male (assoluto) di quel tipo di oppressione con il male (relativo) del ricorso alle armi (di ogni arma, purché efficace). Dunque che convivessero con la guerra senza eccessivo disagio. Che giungessero anche ad auspicarla, come via alla libertà e all'emancipazione. Non solo i comunisti, si badi. Intere generazioni di democratici, di liberalsocialisti, persino di liberali e di cattolici, - di antifascisti in genere - vissero la guerra (e la desiderarono) come inevitabile strumento di liberazione. E reagirono al Patto di Monaco con lo stesso disgusto di Ingrao, odiarono Chamberlain e gli attendisti come traditori della causa dell'umanità, soffrirono la caduta della Spagna prima e poi della Francia come il prodotto di una diserzione. Ricordo che fu proprio l'argomento "generazionale"' di Monaco - la memoria dei propri sentimenti di quel tempo - quello con cui Norberto Bobbio spiegò, a noi che insorgevamo, e non lo comprendevamo, in lui che era stato razionale teorico della pace, il suo possibilismo nei confronti della prima guerra del Golfo. Difendere le ragioni della nonviolenza, di un pacifismo che non si limitasse a contrastare le guerre degli altri ma che giungesse a estinguere le' radici stesse dell'opzione bellica "senza se e senza ma" all'interno del proprio stesso campo politico, quale che ne potesse essere la motivazione e l'obiettivo, in quell'epoca era impresa terribilmente ardua. E quasi inevitabilmente "impolitica". Chi la tentò e realizzò in Occidente - e non mancano i casi, da Simone Weil a Aldo Capitini -, lo fece sorretto da una risorsa "extrapolitica": da una spiritualità e una religiosità difficili da riprodurre fuori dalla ristretta cerchia dei "persuasi". Quasi tutti gli altri, assorbiti totalmente nel corpo a corpo con un nemico mortale e totale, non ebbero 'né tempo né modo, allora, di riflettere sulla retroazione che la violenza opera su chi la pratica. Sulla metamorfosi antropologica che la violenza impone al soggetto che si trova a "impiegarla" (un tema tipico, invece, della riflessione non-violenta). Derive globali --------------- Allora. Ma oggi? Oggi che gli effetti di quella deriva sono sotto gli occhi di tutti? Oggi, quando è ormai ben visibile, nella caduta del comunismo orientale, la devastazione che il mezzo impiegato ha operato sui fini stessi che avrebbe dovuto servire; e la rivoluzione, come dice Ingrao, ha divorato i suoi figli. Ma quando è anche ben visibile la devastazione prodotta a "occidente" da quel contagio bellico (dell'introiezione della pratica della guerra fin nel cuore dei modello "democratico"), quale la si può leggere nello spettacolo desolante delle potenze che quella guerra vinsero trasformate a loro volta in macchine belliche (e bellicose), determinate a imporre il proprio modello politico con la forza, dall'Indocina in poi, lungo la catena che dal Vietnam arriva su su, fino alla "intrusione umanitaria" e all'aberrazione della guerra preventiva e infinita, dove la retorica 'della liberazione serve da viatico all'occupazione manu militari. Per le generazioni che in questa scenario si sono formate, non è forse giunto il momento di aprire un contenzioso esplicito con quella "tradizione"? Col paradigma politico che ha dominato il Novecento (e nel Novecento è "esploso")? E di provare "un'uscita in avanti"? Credo che intenda qualcosa di simile Ingrao quando dice che "forse dobbiamo avere il coraggio di fare un salto". E riconosce a Bertinotti il merito di "rompere uno schema" (che rischia di diventare davvero una "camicia di Nesso"). L'ha detto bene, d'altra parte, Gigi Sullo - intervenendo ancore su Liberazione in qual dibattito che proprio da Carta era stato aperto quando ha paragonato l'esigenza attuale, di rottura in avanti del vecchia paradigma, a quella che spunte, l'altra transizione di secolo, alle origini del Novecento, quelle generazioni di comunisti a tagliare con l'esperienza della Seconda Internazionale, e tornare a portare la propria voglia di radicalità e di antagonismo in mare aperto. Né mi sembra, sinceramente, praticabile la linea di "buon senso" proposta da Tronti sul manifesto di una sorta di "rivoluzione recuperante" capace di avanzare senza tagliare nessuna radice. Come può una generazione formatasi nell'epoca in cui la guerra è dilatala forma stessa della vita sociale così come è concepita dai nuovi poteri "imperiali", e cresciuta da ribelle all'insegna dell'improponibilità assoluta della guerra come strumento per qualsivoglia causa, immaginare di acquisire una propria capacità autonoma di azione nel nuovo mondo prodotto dalla globalizzazione, se non sulla base di un qualche "nuovo inizio"? Dell'elaborazione di un'idea di politica segnata a sua volta da una qualche discontinuità, capace di incorporare nel proprio paradigma non l'assolutizzazione della forza - in forma di "potenza" - come era avvenuto per quello precedente, a destra come a sinistra, ma una qualche entità più congruente con il "mondo altra" che si vuole "possibile"? La produzione di relazionalità, per esempio, in luogo della tradizionale "conquista del potere". E la nonviolenza come mezzo adeguato, in luogo della guerra come ultima istanza. Come può, d'altra parte, risalendo più indietro nella riflessione sul novum radicale introdotto da Hiroshima, dalla distruttività totale di un'umanità divenuta per la prima volta nella storia tecnicamente capace di annientare se stessa, accontentarsi dello strumentario conflittuale di prima? E non invece arrischiarsi nell'esercizio creativo di trovare nuove forme, non distruttive, per il proprio antagonismo? Forme che, liberandolo dall'involucro di ferro in cui il Novecento e la sua tecnica mortale l'avevano imprigionato, gli permettano di dispiegarsi nell'estensione che le sfide planetarie di oggi richiedono? Nell'epoca della guerra preventiva, non è il caso di pensare a una politica "altra" fondata, all'opposto, sulla logica della "pace preventiva" (la pace, cioè, praticata giorno per giorno nell'azione quotidiana anziché posta come obiettivo finale da ottenere con mezzi anche violenti)? Lo so che tutto ciò è ancora assai generico, e non risponde alla domanda decisiva che Ingrao ci rilancia: "come si incide sui poteri reali del nostro tempo"? Come si tiene aperta la speranza (la possibilità) che l'ingiustizia assoluta sia rovesciata se si rinuncia al "rapporto di forza"? Formiche politiche ------------------- Ma forse è proprio qui il nodo della questione: il rapporto di forza. Se tuia nuova natura (oltre che formi) della politica va trovata, essa !loia passa forse proprio dalla rottura di quella dimensione "simmetrica" dell'antagonismo di cui si parlava all''inizio? Dalla cecità dì rompere con l'idea che l'antagonismo si esprima solo in un gioco frontale a somma zero, giocato da entrambi i contendenti sullo stesso terreno e con le stesse unita' di misura, in cui alla fine conta chi ha accumulato piu' potenza. E di elaborare una strategia "asimmetrica" (come appunto, asimmetrica e' ormai la guerra) in cui l'alterita' si costituisca anche a partire dal terreno e dalle risorse che impiega nell'esprimere il proprio antagonismo: non quello (proprio di "poteri terribili" che minacciano pianeta) del confronto muscolare ma quello (davvero "solo nostro" dell'uso della parola e del racconta Non l'uso della potenza per conquistare strumenti di coercizione, ma l'apertura di spazi in cui elaborare la propria socialità altra. In questo quel popolo di formiche che apparve silenziosamente dieci anni or son nelle strade di San Cristobal de la Casas, qualcosa da insegnarci forse ce l'ha. Ha lanciato la sua sfida a u potere infinitamente sproporzionato sul piano della forza, ed è ancora 1 Qualcosa vorrà pur dire. E d'altra parte, tutto ciò che si è mosso, in questo decennio, dentro é contro Ia globalizzazione, da Seattle ai 500.00 materializzatisi inaspettati in Indi in questi giorni, passando per quella "seconda potenza mondiale" che è opposta alla guerra di Bush, muove ormai in una logica lenticolare, disseminata e nonviolenta che rompe con i centralismi , muscolari non solo dei nuovi poteri ma anche degli antichi ribelli Una riflessione più attenta la meriteranno pure.
|
|
|
|
|
|
 |
 |
 |
|