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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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 --------------------- IL NOSTRO DOPOGUERRA ---------------------
 di Marco Revelli (dal manifesto 18 gennaio 2004) "Contro ogni logica bellica"
 
 Con il `900 si è tragicamente consumata la stagione dello scontro "militare" e nell'era della
 guerra preventiva serve coerenza tra mezzi e fini. Per questo "l'ipotesi nonviolenta è l'unica
 scelta veramente radicale". Riflessioni sul dibattito aperto da Pietro Ingrao "Al potere si
 risponde col potere. All'organizzazione con l'organizzazione. Al lavoro con il lavoro.
 Alla guerra con la guerra". Così un paio di anni fa, in occasione della presentazione del mio
 Oltre il Novecento, Alberto Asor Rosa aveva sintetizzato il "paradigma politico" dei
 comunisti novecenteschi, a cui dichiarava la sua adesione. Rina Gagliardi, nel riferirne su
 Liberazione, aveva riprodotto la formula con esplicito compiacimento, scegliendo però di
 cancellare l'ultima frase. E fu un peccato. Perché quell'ultimo segmento del paradigma - la guerra -
 non ne era un'appendice esterna (un optional, si direbbe oggi), ma ne costituiva, al contrario,
 un elemento in qualche misura necessario a dar senso al tutto, significando appunto che quella
 contrapposizione, quel rapporto antagonistico simmetrico, per essere sostenuto, presupponeva
 un conflitto duro, "totale", spinto fino al dispiegarsi della forza nella forma estrema e "selvaggia"
 della guerra E perché quella formulazione brutalmente sincera ci avrebbe aiutato a discutere
 meglio di quanto non sia in realtà accaduto. Ora Pietro Ingrao (nei due successivi interventi
 su Liberazione sulla questione posta da Fausto Bertinotti del pacifismo e della nonviolenza),
 ci permette di riprendere il filo di quel ragionamento, e di farlo - grazie all'onestà intellettuale
 che lo contraddistingue - nelle condizioni migliori. Senza reticenze, o rimozioni Due cose ci dice
 Ingrao. La prima è che la prospettiva dell'uso della forza (della violenza, della guerra) era
 parte integrante dell'immaginario e della cultura politica suoi e di quelli come lui. Che, appunto,
 anche per chi si batteva per la pace e aveva scelto la strada della democrazia, la guerra appariva,
 in ultima istanza, come un'opzione possibile e per certi versi inevitabile. Non costituiva, insomma,
 un tabù. La seconda verità che Ingrao ci consegna è il carattere "generazionale" di quella visione
 politica. Il suo essere radicata in un preciso luogo storico. Il suo essere "figlia del proprio tempo".
 
 Identità pericolose --------------------
 
 Si tende a dimenticarlo, in una discussione spesso un po'
 dottrinale e orientata a questioni di principio, ma la militanza politica novecentesca si è
 costituita e s'inscrive pienamente in un contesto storico segnato a fondo dalla guerra, da
 quella terribile, immane tragedia bellica che fu la prima guerra mondiale e dal suo prolungamento
 feroce nei decenni che la seguirono. L'immaginario collettivo, la dimensione esistenziale,
 l'identità politica delle generazioni che hanno prodotto la tradizione alta e dura con cui oggi
 ci misuriamo, si erano formati interamente nel clima della "mobilitazione totale" scatenata da
 quella guerra, e con la guerra erano in buona misura impastati: era bellico il linguaggio; erano
 belliche le divise (non c'era formazione che non avesse le proprie "milizie" con le proprie
 bandiere e le proprie uniformi); era bellica la poetica che li ispirava (quell'epica di cui parla Ingrao).
 Non stupisce che la guerra comparisse, sia pur come extrema.' ratio, nel repertorio dei mezzi cui
 affidare l'efficacia della propria azione. Si erano trovati a fronteggiare nemici feroci
 ("assoluti", potremmo dire), nazismo, fascismo. Avevano subìto la caccia all'uomo implacabile
 contro ogni brandello di opposizione, la minaccia della tortura e la cancellazione della libertà
 in ogni interstizio della vita sociale. E in qualche misura inevitabile che affidassero la
 possibilità di salvezza a una forza eguale (in potenza) e contraria (nelle finalità), capace
 di combattere il male (assoluto) di quel tipo di oppressione con il male (relativo) del ricorso
 alle armi (di ogni arma, purché efficace). Dunque che convivessero con la guerra senza eccessivo
 disagio. Che giungessero anche ad auspicarla, come via alla libertà e all'emancipazione.
 Non solo i comunisti, si badi. Intere generazioni di democratici, di liberalsocialisti,
 persino di liberali e di cattolici, - di antifascisti in genere - vissero la guerra (e la desiderarono)
 come inevitabile strumento di liberazione. E reagirono al Patto di Monaco con lo stesso disgusto di
 Ingrao, odiarono Chamberlain e gli attendisti come traditori della causa dell'umanità, soffrirono
 la caduta della Spagna prima e poi della Francia come il prodotto di una diserzione. Ricordo che fu
 proprio l'argomento "generazionale"' di Monaco - la memoria dei propri sentimenti di quel tempo -
 quello con cui Norberto Bobbio spiegò, a noi che insorgevamo, e non lo comprendevamo, in lui che
 era stato razionale teorico della pace, il suo possibilismo nei confronti della prima guerra del Golfo.
 Difendere le ragioni della nonviolenza, di un pacifismo che non si limitasse a contrastare le guerre
 degli altri ma che giungesse a estinguere le' radici stesse dell'opzione bellica "senza se e senza ma"
 all'interno del proprio stesso campo politico, quale che ne potesse essere la motivazione e l'obiettivo,
 in quell'epoca era impresa terribilmente ardua. E quasi inevitabilmente "impolitica". Chi la tentò
 e realizzò in Occidente - e non mancano i casi, da Simone Weil a Aldo Capitini -, lo fece sorretto
 da una risorsa "extrapolitica": da una spiritualità e una religiosità difficili da riprodurre fuori
 dalla ristretta cerchia dei "persuasi". Quasi tutti gli altri, assorbiti totalmente nel corpo a
 corpo con un nemico mortale e totale, non ebbero 'né tempo né modo, allora, di riflettere sulla
 retroazione che la violenza opera su chi la pratica. Sulla metamorfosi antropologica che la violenza
 impone al soggetto che si trova a "impiegarla" (un tema tipico, invece, della riflessione non-violenta).
 
 Derive globali ---------------
 
 Allora. Ma oggi? Oggi che gli effetti di quella deriva sono sotto gli
 occhi di tutti? Oggi, quando è ormai ben visibile, nella caduta del comunismo orientale, la
 devastazione che il mezzo impiegato ha operato sui fini stessi che avrebbe dovuto servire; e la
 rivoluzione, come dice Ingrao, ha divorato i suoi figli. Ma quando è anche ben visibile la devastazione
 prodotta a "occidente" da quel contagio bellico (dell'introiezione della pratica della guerra fin nel
 cuore dei modello "democratico"), quale la si può leggere nello spettacolo desolante delle potenze
 che quella guerra vinsero trasformate a loro volta in macchine belliche (e bellicose), determinate
 a imporre il proprio modello politico con la forza, dall'Indocina in poi, lungo la catena che dal
 Vietnam arriva su su, fino alla "intrusione umanitaria" e all'aberrazione della guerra preventiva
 e infinita, dove la retorica 'della liberazione serve da viatico all'occupazione manu militari.
 Per le generazioni che in questa scenario si sono formate, non è forse giunto il momento di aprire
 un contenzioso esplicito con quella "tradizione"? Col paradigma politico che ha dominato il Novecento
 (e nel Novecento è "esploso")? E di provare "un'uscita in avanti"? Credo che intenda qualcosa di
 simile Ingrao quando dice che "forse dobbiamo avere il coraggio di fare un salto". E riconosce a
 Bertinotti il merito di "rompere uno schema" (che rischia di diventare davvero una "camicia di Nesso").
 L'ha detto bene, d'altra parte, Gigi Sullo - intervenendo ancore su Liberazione in qual dibattito
 che proprio da Carta era stato aperto quando ha paragonato l'esigenza attuale, di rottura in avanti
 del vecchia paradigma, a quella che spunte, l'altra transizione di secolo, alle origini del Novecento,
 quelle generazioni di comunisti a tagliare con l'esperienza della Seconda Internazionale, e
 tornare a portare la propria voglia di radicalità e di antagonismo in mare aperto. Né mi sembra,
 sinceramente, praticabile la linea di "buon senso" proposta da Tronti sul manifesto di una sorta di
 "rivoluzione recuperante" capace di avanzare senza tagliare nessuna radice. Come può una generazione
 formatasi nell'epoca in cui la guerra è dilatala forma stessa della vita sociale così come è
 concepita dai nuovi poteri "imperiali", e cresciuta da ribelle all'insegna dell'improponibilità
 assoluta della guerra come strumento per qualsivoglia causa, immaginare di acquisire una propria
 capacità autonoma di azione nel nuovo mondo prodotto dalla globalizzazione, se non sulla base di
 un qualche "nuovo inizio"? Dell'elaborazione di un'idea di politica segnata a sua volta da una qualche
 discontinuità, capace di incorporare nel proprio paradigma non l'assolutizzazione della forza
 - in forma di "potenza" - come era avvenuto per quello precedente, a destra come a sinistra, ma
 una qualche entità più congruente con il "mondo altra" che si vuole "possibile"? La produzione di
 relazionalità, per esempio, in luogo della tradizionale "conquista del potere". E la nonviolenza
 come mezzo adeguato, in luogo della guerra come ultima istanza. Come può, d'altra parte, risalendo
 più indietro nella riflessione sul novum radicale introdotto da Hiroshima, dalla distruttività totale di
 un'umanità divenuta per la prima volta nella storia tecnicamente capace di annientare se stessa,
 accontentarsi dello strumentario conflittuale di prima? E non invece arrischiarsi nell'esercizio
 creativo di trovare nuove forme, non distruttive, per il proprio antagonismo? Forme che, liberandolo
 dall'involucro di ferro in cui il Novecento e la sua tecnica mortale l'avevano imprigionato, gli
 permettano di dispiegarsi nell'estensione che le sfide planetarie di oggi richiedono? Nell'epoca
 della guerra preventiva, non è il caso di pensare a una politica "altra" fondata, all'opposto,
 sulla logica della "pace preventiva" (la pace, cioè, praticata giorno per giorno nell'azione
 quotidiana anziché posta come obiettivo finale da ottenere con mezzi anche violenti)? Lo so che
 tutto ciò è ancora assai generico, e non risponde alla domanda decisiva che Ingrao ci rilancia:
 "come si incide sui poteri reali del nostro tempo"? Come si tiene aperta la speranza (la possibilità)
 che l'ingiustizia assoluta sia rovesciata se si rinuncia al "rapporto di forza"?
 
 Formiche politiche -------------------
 
 Ma forse è proprio qui il nodo della questione: il rapporto di forza. Se tuia nuova natura
 (oltre che formi) della politica va trovata, essa !loia passa forse proprio dalla rottura di
 quella dimensione "simmetrica" dell'antagonismo di cui si parlava all''inizio? Dalla cecità
 dì rompere con l'idea che l'antagonismo si esprima solo in un gioco frontale a somma zero, giocato
 da entrambi i contendenti sullo stesso terreno e con le stesse unita' di misura, in
 cui alla fine conta chi ha accumulato piu' potenza. E di elaborare una strategia "asimmetrica"
 (come appunto, asimmetrica e' ormai la guerra) in cui l'alterita' si costituisca anche a partire
 dal terreno e dalle risorse che impiega nell'esprimere il proprio antagonismo: non quello (proprio
 di "poteri terribili" che minacciano pianeta) del confronto muscolare ma quello (davvero "solo nostro"
 dell'uso della parola e del racconta Non l'uso della potenza per conquistare strumenti di coercizione,
 ma l'apertura di spazi in cui elaborare la propria socialità altra. In questo quel popolo di formiche
 che apparve silenziosamente dieci anni or son nelle strade di San Cristobal de la Casas, qualcosa da
 insegnarci forse ce l'ha. Ha lanciato la sua sfida a u potere infinitamente sproporzionato sul piano
 della forza, ed è ancora 1 Qualcosa vorrà pur dire. E d'altra parte, tutto ciò che si è mosso,
 in questo decennio, dentro é contro Ia globalizzazione, da Seattle ai 500.00 materializzatisi
 inaspettati in Indi in questi giorni, passando per quella "seconda potenza mondiale" che è opposta
 alla guerra di Bush, muove ormai in una logica lenticolare, disseminata e nonviolenta che rompe
 con i centralismi , muscolari non solo dei nuovi poteri ma anche degli antichi ribelli Una riflessione
 più attenta la meriteranno pure.
 

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