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Fausto Bertinotti e la nonviolenza
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Riportiamo gli articoli fino ad ora pubblicati sul quotidiano Liberazione
a seguito dell'intervento di Fausto Bertinotti che ha aperto il dibattito
interno a Rifondazione Comunista sulla nonviolenza.
All'indirizzo http://www.rifondazione.it/ad/movimenti/non_violenza.html
è possibile trovare anche tutti gli aggiornamenti
e alla pagina http://www.rifondazione.it/ad/movimenti/ 
si può accedere al programma di un seminario organizzato da PRC a Venezia.

LA GUERRA È ORRORE ------------------- di Fausto Bertinotti
 
 Non è certo difficile comprendere e sottolineare il valore di un'iniziativa di Rifondazione comunista
 sulle Foibe. E non mi meraviglierò se essa susciterà discussioni e contrasti. Per noi la ricerca storica
 è obbligatoria ed è, in qualche modo, indistinguibile dalla battaglia politica quotidiana e dalle nostre
 passioni politiche. E' inutile, infatti, nascondere il fatto che in una ricerca storica condotta da
 militanti e da un partito entra in discussione tutto quello che ci anima, il nostro spirito migliore.
 E dobbiamo lealmente riconoscerlo. Questa ricerca è dunque collocata dentro un processo politico e di
 costruzione di una cultura politica. Un processo che Rifondazione ha iniziato da tempo e che riguarda
 il suo modo d'essere, la sua identità e la sua collocazione sulla scena politica. In poche parole la
 ricerca storica che noi vogliamo fare, anche parlando delle Foibe, non è neutrale o innocente.
 E quindi, naturalmente e giustamente, essa deborderà sull'attualità politica, sugli atti che faremo,
 su chi siamo e chi vogliamo essere. Senza attutire i dissensi, dunque, è per me comunque importante
 che venga declinato e condiviso il punto di partenza della nostra ricerca. E' del tutto evidente che
 c'è, ed è forte, un contrasto con i nostri avversari, con la cultura politica che essi esprimono,
 e con le forze che li organizzano. Sarò su questo punto molto chiaro. Noi ci fondiamo sulla negazione
 di ogni legittimazione del fascismo, sull'analisi critica della sua storia e anche di ciò che di esso
 continua, sotto traccia, a corrompere il tessuto sociale e culturale del paese.
 
 Il nostro antifascismo -----------------------
 
 Questo è un asse fondamentale della nostra fondazione. Noi siamo e rimaniamo radicalmente antifascisti.
 Di quella esperienza e di quella storia rifiutiamo la connotazione di fondo per come si è manifestata
 in tempi solo relativamente lontani e come si manifesta, magari in forme diverse, più ambigue, oggi.
 E' questo - lo ripeto - un elemento necessario alla nostra fondazione. Riteniamo che l'antifascismo
 vada vissuto, attivato e proclamato. Chiarito e proclamato questo punto dobbiamo fare i conti con noi
 stessi e farci una domanda. Come si fa ad estirpare il fascismo e i fascismi dalla storia dell'umanità?
 E' questo il quesito a cui rispondere per fare davvero i conti con noi stessi. Il nostro antifascismo
 non è un omaggio alla storia - anch'esso importante sia chiaro -, non è il ricordo annuale del 25 aprile.
 E' molto di più. E' la convinzione della attualità dell'antifascismo. E' la convinzione che esso sia
 l'unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile. Esso è il quadro
 necessario in cui esercitare il contrasto ed il conflitto fra chi accetta lo stato di cose esistenti e
 chi vuole cambiare la società. L'antifascismo è un elemento fondamentale della civiltà di un popolo.
 L'"ora e sempre resistenza" di Calamandrei non è un urlo o una testimonianza. Essa manifesta pienamente
 la cultura di un popolo. Una cultura avversa alla colonizzazione da parte delle maggioranze e ad una
 propensione alla esportazione delle civiltà che va sorvegliata e messa sotto controllo altrimenti
 rischia di dominare e di dominarti. E' questo uno dei motivi per cui, nel percorrere la storia del
 nostro Paese, non possiamo che militare dalla parte della critica ad ogni forma di patriottismo e
 ad ogni forma di violenza, ammantata di patriottismo, che conduce alla guerra. Una critica, questa,
 che possiamo manifestare in maniera sommessa e composta anche rispetto a quegli elementi estetizzanti
 di patriottismo che si vedono dalle nostre parti, quand'anche indotte dallo stesso Presidente della Repubblica.
 Teniamoci lontani, insomma, attraverso una forma di rifiuto, da ogni elemento di nazionalismo ovunque praticato.
 
 '900 dove abbiamo sbagliato ----------------------------
 
 Se è così allora bisogna vedere anche che cosa non ha funzionato in noi, perché poi ci ritroviamo
 con questa guerra e con questo terrorismo. Io credo, che nel '900 noi abbiamo perso.
 Ha perso la nostra gente, la nostra storia, la nostra cultura politica. Nel '900, il secolo in cui
 si è realizzato il più grande tentativo di scalata al cielo e di ascesa delle masse nella politica,
 e il tentativo del proletariato di superare la società capitalistica, cioè la società dello sfruttamento
 e dell'alienazione, noi abbiamo perso. La partita nel '900 si è conclusa con una sconfitta.
 E' solo colpa dell'avversario? Guardate che se diciamo così andiamo a casa, chiudiamo la porta e
 buttiamo la chiave. Se l'avversario è indefinitamente più forte di noi è inutile continuare a parlare.
 Se invece la storia si fa anche con i "se" allora si può cercare di capire dove abbiamo accumulato
 degli errori che hanno contribuito alla sconfitta. La proposta che facciamo non è una nostra invenzione.
 Mentre la globalizzazione pareva vincere, il pensiero unico aveva il dominio totale del mondo e noi eravamo
 una minoranza sparuta di resistenti, è nato un movimento di critica alla globalizzazione che ha attraversato
 il mondo da Seattle, a Genova, a Firenze e che è diventato il movimento della pace. La storia è ricominciata,
 ed è ricominciata così. Si è trovata una forma di contestazione di massa, tendenzialmente non violenta al
 dominio della globalizzazione capitalista e alla guerra. Ma allora in quel '900 nella nostra storia c'era
 anche qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che era proprio necessario massacrarli quelli di Kronstad?
 Siamo così sicuri che per salvare il nuovo stato post rivoluzionario andavano massacrati? E siamo così
 sicuri che per difendere la rivoluzione bisognava costruire degli stati autoritari? Siamo sicuri che
 lo stalinismo fosse proprio la risposta necessaria a quella fase? E che il mantenimento delle tracce
 dello stalinismo che si sono da lì irradiate non siano state un elemento, invece, di corrompimento
 drammatico dell'alternativa possibile e necessaria del comunismo al capitalismo? E siamo così convinti
 che i gulag o non esistevano oppure erano solo un modo per tenere a freno gli egoismi di popolazioni che
 non capivano il comunismo? Oppure invece era una modalità attraverso la quale una idea nata per liberare
 si rovesciava nel suo contrario in un regime oppressivo? Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni
 di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse. Ma al di là
 dei numeri terribili quello che è successo, quello sterminio significa che qualche cosa non ha funzionato, o no?
 Oppure si è trattato di una perversione orientale, cadendo la quale tutto può tornare al posto giusto?
 O non dobbiamo pensare invece che c'è un rapporto tra Kronstadt, il gulag e qualche cosa che ha a che
 fare anche con le nostre storie e magari con le Foibe? Non parlo di un rapporto meccanico, ma di una
 cultura che consentiva l'idea di un esercizio del potere e una idea dell'avversario come nemico da
 fronteggiare, appunto, in termini prevalentemente militari. So che alcuni fanno una similitudine fra
 i campi di sterminio e i gulag, fra nazismo e comunismo. Non funziona. Il nazismo è un sistema costruito
 per l'oppressione, che nasce e vive sull'oppressione e si esaurisce nell'oppressione di classe, di Stato,
 di etnia, sistematicamente e organicamente. Auschwitz è il suo paradigma. Il gulag non è il paradigma
 del comunismo, il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è
 portata nella pancia e che è determinata da una idea del potere e da una idea della violenza.
 Su questa idea del potere e su questa idea della violenza noi dobbiamo fare una revisione coraggiosa.
 E' questo, io credo, il passaggio che noi siamo chiamati a fare, non per essere meno comunisti,
 ma semplicemente per cercare di essere comunisti.
 
 Rifiutiamo la barbarie del nemico ----------------------------------
 
 Ora se guardiamo a ciò di cui stiamo discutendo possiamo affermare due cose.
 La prima riguarda il condizionamento esterno del nostro avversario, quanto la natura del
 nostro avversario incide su di noi. Tema oggi attualissimo. A me ha fatto molta impressione
 l'articolo di un dirigente palestinese che stimo molto, Ali Rashid, che in un momento particolarmente
 drammatico in cui Hamas aveva compiuto uno dei molti attentati terroristici ha scritto un articolo dolente,
 molto sofferto, in cui diceva: "Questo mio popolo è proprio spogliato di tutto. Non può muoversi,
 non può lavorare, non può costruire. Dipende dallo Stato israeliano, se gli viene aperto il passaggio,
 se gli viene aperta l'acqua, se gli viene aperto il lavoro. Ma adesso c'è una cosa ancora più terribile.
 La barbarie dell'oppressione dei coloni, dell'esercito israeliano, ha imbarbarito anche una parte della
 mia reazione, della reazione della mia gente. Quella tensione barbarica entra anche in qualche misura dentro
 di me". Questo punto di osservazione non è un atto di nobiltà. E' una lucida analisi politica.
 Senza estirpare da noi questo elemento di penetrazione dell'avversario, del suo linguaggio,
 della sua logica, della sua cultura non vinciamo e rischiamo di assomigliargli troppo. Troppo.
 E in questo caso, qualora anche vincessimo saremmo in realtà in larga misura figli di quella storia
 che è il contrario di una storia di liberazione e di emancipazione. E poi c'è un elemento che riguarda noi,
 che riguarda la nostra storia, l'idea cioè che le Foibe ci possono capitare addosso non solo per
 imbarbarimento indotto dall'avversario, ma perché nessuna cultura forte è immune dalla propensione
 fondamentalista. Tanto più pensiamo di avere un'idea del mondo, tanto più è radicata l'idea di alternativa,
 di diversità, di un altro mondo possibile, tanto più è alto il rischio che si possa accedere alla scorciatoia
 fondamentalistica di imporre con ogni mezzo questo esito. E' in questo modo che chi pensa di dover
 esportare una civiltà fa la guerra. Vorrei poter dire anche ai compagni più avversi a questa linea di
 ricerca, che come vedete non è vero che noi vogliamo disfarci del passato, ma vogliamo scegliere un
 lato del nostro passato contro un altro ed esaltarlo al punto da farlo diventare una pratica sociale,
 politica e culturale. Nessuno di noi propone di ricominciare da capo. Noi proponiamo, sulla base
 dell'analisi secondo cui il capitalismo oggi porta la guerra come il temporale porta la pioggia,
 di sottrarci non solo alla guerra, ma alla cultura della guerra, alla cultura del potere che è
 connessa a quella della guerra. E' un potere gerarchizzato, onnipotente quello a cui viene delegata
 la sorte della partita. Noi pensiamo che la partita la debbano giocare le moltitudini, le masse e
 le classi, non lo stato maggiore. Questo è il punto chiave. Se c'è uno stato maggiore c'è un regime
 possibile di guerra. Allora, quelle che appaiono culture deboli e soggetti deboli, noi dovremo
 saperlo per nostra storia, sono i portatori del futuro. Perché la classe operaia è il soggetto
 del cambiamento se non perché esprime la realtà dello sfruttamento e dell'alienazione? E non
 riposa su di essa la possibilità, attraverso la rivolta e la rivoluzione, della liberazione?
 Ma se è così non c'è già, nell'antropologia marxiana, il rovesciamento del forte con il debole,
 perciò noi siamo forti se siamo deboli, noi siamo egemonici se siamo in grado di valorizzare le
 diversità? Ma perché la periferia diventi il centro bisogna che la radicalità sia iscritta in una
 pratica di non violenza. Il massimo di radicalità oggi si può esprimere solo con la non violenza,
 altrimenti retrocede immediatamente a braccio armato e si inserisce nella dialettica guerra-terrorismo.
 Diventa la fine della politica. Se oggi facessimo quella scelta, se fosse in qualche modo compresa
 nelle nostre possibilità, sarebbe la devastazione nostra, del campo e della politica. Ieri era una
 tragedia e per questo possiamo ragionarci al fine di poterla estirpare dalla nostra storia
 valorizzando invece gli altri elementi che sono descritti nella storia partigiana, della Resistenza,
 della costruzione delle comunità e poi, via via, della grande ascesa delle lotte di massa,
 della nascita del femminismo. Se oggi dovessimo accettare la violenza essa ammazzerebbe soprattutto noi.
 Per questo, io credo, noi dobbiamo liberarcene facendo i conti interamente con la nostra storia. 


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