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Maggio 1996
L’editoriale
ANTINUCLEARE DIECI ANNI DOPO
Servizio fotografico di A.N.
L’argomento
UN SERVIZIO PER EDUCARE ALLA PACE
di Antonino Drago
Campagna OSM
UN’OBIEZIONE FORTEMENTE POLITICA
di Vittorio Merlini
Dal Nord e dal Sud
IL REGIME SERBO PERDONA I CRIMINALI DI GUERRA E CONDANNA DISERTORI E OBIETTORI PACIFISTI
di Sasa Zajovic
MILITARISMO, DISOCCUPAZIONE, INQUINAMENTO IN INDONESIA E A TIMOR EST
Intervista di Alberto Melandri a W. Wilson
Galleria delle idee
LA VIOLENZE E’ LIBERATRICE ?
di Hem Day
Profili
ALBERT EINSTEIN
di Claudio Cardelli
Campagna Nestlè
BOICOTTAGGIO RIUSCITO
di Paolo Macina
BIBLIOGRAFIA SULLA FORMAZIONE DEGLI ODC
INTRODUZIONE
di Antonino Drago
1. Definizione di educazione alla pace
Formare gli obiettori di
coscienza (odc) a che? La prima risposta naturale è: educare alla pace.
Ma che vuol dire educare alla pace?
Tra le tante definizioni
possibili, quella data da A. Bjersted, coordinatore del Peace Education
Committee dell’IPRA mi sembra la più adeguata: Educare alla pace
comporta lavoro educativo per portare avanti quattro ampi obiettivi
interagenti tra loro: 1) essere responsabili come cittadini del mondo;
2) essere pronti alla nonviolenza; 3) avere atteggiamenti ugualitari;
4) essere pronti a ricercare alternative (l’ordine tra di loro ha
rilevanza).
2. Due linee pedagogiche sulla formazione degli odc
La pedagogia
dominante ha assunto un atteggiamento molto preciso negli ultimi
decenni: professionalizzazione del ruolo dell’insegnante (o formatore);
libertà di apprendimento invece che libertà di insegnamento;
esorcizzazione del plagio sugli educandi; autorità = autoritarismo;
repressione
= oppressione; neutralità rispetto ai valori sociali e storici (salvo
il valore della scienza e il valore della tecnologia); pedagogia come
scienze dell’educazione; tecnologie dell’educazione; società educante
(= ruolo dominante dei mass media). Si può dire che tutto questo ha un
punto di riferimento preciso nel rapporto Unesco: E. Faure: Imparare ad
essere, Armando, 1975. Quello stesso rapporto vedeva ogni altra
pedagogia come inesorabile superata dai tempi moderni.
Quindi ogni rivendicazione diversa è considerata espressione di arretratezza culturale.
In
realtà i nonviolenti non hanno mai avuto paura di passare per
arretrati; perché se il progresso è la corsa agli armamenti, allora
occorre combattere questo progresso, e con esso il progresso di ogni
altro settore che si connette al settore degli armamenti. Questa è la
novità essenziale del pensiero nonviolento rispetto alle ideologie
sociali dall’800 in poi.
I nonviolenti basano la espansione delle
loro idee e della loro società sulla convinzione personale. Perciò
l’educazione per essi è una attività fondamentale. È naturale allora
che essi abbiano espresso degli educatori nonviolenti, considerati
universalmente di grande levatura: Tolstoj, Montessori, Capitini, D.
Dolci, Don Milani. Illich. In particolare Don Milani appare come colui
che ha portato a compimento una pedagogia che sa includere la soluzione
dei conflitti a tutti i livelli, da quelli personali a quelli sociali
(lotta culturale e lotta di classe: Lettera ad una professoressa, LEF,
1967) a quelli bellici (Lettera ai cappellani militari, LEF, 1966),
secondo una metodologia che può essere letta tra le righe di quei
documenti e della sua Autodifesa.
Si è riflettuto poco sulla
pedagogia implicita in Don Milani. Se ne è fatto parziale interprete D.
Novara nel suo primo periodo (D. Milani e L. Ronda: Guida metodologica
alla educazione alla pace, EGA, Torino, I ed., 1984). Mi permetto di
segnalare alcuni miei scritti: “Le proposte della Scuola di Barbiana”,
Scuola e Professione, 15, n.4 (1987) 6-13: “Quello che Don Milani ha
voluto costruire”, in G. Catti (ed.): Don Milani e la pace, EGA,
Torino, 1988, 89-95; “Dall’esperienza dell’educazione alla pace alla
nuova pedagogia come insegnamento alle scelte di vita” in G. Catti
(ed.): Studiar per pace, Thema, Bologna, 1988, 77-95.
Finora nulla
ho detto della particolare età e del particolare sesso degli odc.
Purtroppo la educazione giovanile non ha grandi esperienze da offrire,
a mia conoscenza; ancor meno ha da offrire la educazione degli adulti,
che viene intesa di solito solo come educazione alla socializzazione
alla vita istituzionale: tutto il contrario di quel che serve a degli
odc. È da riscoprire piuttosto la pedagogia di Gandhi, sulla quale
conosco solo il libretto di M. Piatti: Gandhi e le scuole del Nai
Talim, EMI, 1985, oltre al mio scritto “Nonviolenza come educazione
degli adulti”, in D. Dolcini et al. (eds.): Mahatma Gandhi. Idee e
prassi di un educatore, Ist. Prop. Libraria, 1994, 309-315. A me sembra
essenziale l’esperienza di Gandhi per chi voglia impostare
quell’educazione degli adulti che in generale sfugge a tutti i
pedagogisti.
Infine c’è da segnalare che la Caritas dal 1986 ha
istituito, in parallelo al SC’ dei maschi, l’anno di volontariato
sociale (AVS) delle ragazze, con ormai 1500 esperienze compiute.
L’esperienza pedagogica è molto interessante, ma molto particolare;
perché è volontaria, dentro un Ente particolare e con finalità
pionieristiche.
3. La pedagogia per gli odc: tra due fuochi
Oggi la formazione
degli odc è oscillante tra le due popolarità pedagogiche precedenti. La
pedagogia nonviolenta non ha un punto di riferimento esplicito (anche
per il cambiamento di D. Novara, che nel passato aveva saputo attirare
l’attenzione degli insegnanti e formatori sulla pedagogia nonviolenta).
D’altra parte la pedagogia dominante è pervasiva, anche se
tendenzialmente rifiutata dagli educatori degli odc. Dalla tensione tra
le due polarità sortiscono spesso esperienze documenti che sono delle
miscele basate molto sulla buona volontà, mista al culturalismo
pedagogico.
Se in Italia non c’è ancora una esperienza stabile e
diffusa di educazione alla pace (“Dozen years of Peace Education in
Italy, as embodied in winners of the F. Pagano National Prize”, comun.
XV IPRA Conf., Malta. 1994), ancor meno c’è una tradizione di
formazione degli odc.
C’è piuttosto una tradizione di dibattito sulla formazione degli odc.
La
vexata quaestio della formazione degli odc è in quale modo e in che
misura la formazione debba fuoriuscire dalla formazione solo cognitiva,
includendo anche la formazione emotiva e fisica.
Il problema è
grosso per la pedagogia corrente, ma anche per la pedagogia dei grandi
maestri della nonviolenza, i quali non suggeriscono soluzioni precise e
facilmente ripetibili.
Di fatto oggi la formazione collettiva è in
gran parte di tipo cognitivo (lezioni con discussione finale).
Pochissimo usata è la tecnica di Don Milani, quella della scrittura
collettiva (F. Gesualdi, J.L. Corzo Toral: Don Milani nella struttura
collettiva, EGA, Torino, 1992).
Da un decennio circa si è fatto
strada un tipo di formazione che viene chiamata training nonviolento.
All’origine questo tipo di formazione è stato concepito per unire tre
attività educative: lo yoga, la psicologia e il sociodramma. La
modalità di presentazione corrente è quella di un lavoro di gruppo
presentato come gioco, che unisce il fisico, lo psichico e il
comunitario. C’è ormai una letteratura abbastanza ampia (ricordo: A.
L’Abate: L’addestramento alla nonviolenza, Satyagraha, Torino, 1985;
Jelf: Giochi cooperativi, LDC, Torino, 1989). Le valutazioni sono
contrastanti, ma c’è poca letteratura critica in proposito. Italia si è
formato un gruppo specifico di promozione di questo tipo di formazione.
Una prima esperienza nazionale (Forze Nonviolente di Pace) si è
conclusa bruscamente e inspiegabilmente nel giro di tre anni. Ne è nata
successivamente (1990) la Rete di Formazione Nonviolenta (RFN), che
promuove molti corsi nei gruppi di volontariato locale o nelle scuole;
attraverso qualcuno ha avuto una esperienza formativa nelle marce a
Sarajevo 1992 e 1993; vedi Anch’io a Sarajevo... , ed. Satyagraha,
Torino, 1995, ma non ha una presenza colletiva nella formazione degli
odc. Un’altra attività che ha ampia diffusione è la tecnica detta “Il
teatro dell’oppresso” di Boal.
Qualche Ente di SC cerca di
svolgere una attività di formazione preventiva che termina con la
realizzazione di una manifestazione pubblica su uno dei tanti temi che
di interesse fondamentale per gli odc (approvazione della riforma della
legge sulla odc, DPN, antimilitarismo, fame nel mondo, problemi
assistenziali locali, ecc.)
La Caritas propone e fa praticare la
vita comunitaria in piccolo gruppo come esperienza educativa -
formativa degli odc, è una proposta controversa; c’è chi a tal
proposito parla di “casermette”, anche perché il Ministero della Difesa
vorrebbe, attraverso le sue circolari, imporre l’obbligo del dormire
presso l’Ente di SC.
4. I problemi strutturali della formazione odc in Italia
Da una
parte c’è il problema della formazione degli odc come problema
collettivo, inter Enti di SC e politico è un problema relativamente
recente. La crescita degli odc è stata costante dai 108 del 1972 ai
3000 del 1980, ma non comportava problemi urgenti di formazione se non
per gli Enti più grandi (Caritas) o per quelli più motivati nel
promuovere la prospettiva politica di un SC come crescita delle idee
nonviolente (MIR, MN). È dagli anni del Movimento della Pace (anni ‘80)
che gli odc sono cresciuti fortemente, anche in contrasto alla manovra
ostacolatrice del Ministro della Difesa Spadolini nel 1983. Inoltre,
diventando l’obiezione un fenomeno di massa, la figura dell’odc è
scaduta in una figura inizialmente poco motivata e facilona; il che ha
reso necessaria quella formazione che prima ogni odc aveva già
realizzato con la riflessione e l’impegno sociale personale.
Per di
più, dagli stessi anni è nata la Campagna Nazionale di obiezione alle
spese militari (OSM), che ha proposto un progetto politico che tende a
impegnare tutti gli odc al sostegno di una prima istituzione di difesa
popolare nonviolenta (DPN), programma che poi si è specificato nella
richiesta di una Scuola per i 1000 Formatori degli odc oggi necessaria
per i 40.000 odc attuali; al quale programma la Caritas ed altri Enti
hanno acconsentito.
D’altra parte ci sono vari problemi strutturali.
Intanto c’è il problema che la Legge n. 772 del 1972 non ha
riconosciuto l’odc alla guerra, ma solamente l’odc alla caserma, o
anche il rifiuto della vita di caserma (in caso di guerra gli odc
possono essere impegnati in “attività ancorché pericolose”(!)).
Inoltre
la Legge aveva impegnato per iscritto lo Stato a istituire un Servizio
Civile Nazionale che avrebbe dovuto proporre una debita formazione; e
invece il Servizio civile è stato abbandonato agli Enti privati e
pubblici (forse calcolando che gli odc si sarebbero dispersi e
squalificati da soli). C’è il problema delle frizioni causate
sadicamente dal Ministero della Difesa, che destina gli odc a capriccio
( sorte subita da gran parte degli obiettori, fino al 50%, che avevano
dichiarato, assieme all’Ente che dichiara di volerlo accogliere, una
loro scelta preferenziale); per cui spesso negli Enti ci sono odc con
preferenza per un SC del tutto differente da quello al quale sono stati
obbligati eo con malanimo verso una dirigenza dell’Ente che essi non
hanno scelto. Poi c’è il problema che dal Ministero della Difesa viene
permesso che l’odc sia trattato come manodopera a basso costo; pertanto
per molti Enti, quelli che trattano così gli obiettori, la formazione è
un lusso.
Infine c’è il problema che tra gli Enti restanti alcuni di
essi considerano la (poca) formazione che fanno come formazione allo
specifico servizio civile al quale gli odc sono destinati; il che, tra
l’altro, permette all’Ente di separarsi dalle finalità generali della
odc e quindi non riconoscerlo nelle sue motivazioni di fondo (o
collettive, o politiche, in particolare il progetto di una difesa
popolare nonviolenta, DPN).
Pochi sono gli Enti restanti: qualche
comune, Caritas Italiana, Gavci, Arci, anche se tra questi alcuni hanno
una forte presenza (ad es. la Caritas ha alcune migliaia di odc ogni
anno).
5. Enti e tipi di formazione
In positivo, c’è la tendenza della
Caritas (e dei salesiani) di presentare agli odc il SC come una specie
di vocazione (tipica è la frase: “Si è obiettori per tutta la vita”):
il SC come una piccola avventura sociale per laici che, venendo in
contatto con personalità (i sacerdoti, i religiosi in genere) che hanno
una ben definita vocazione ecclesiale, ne mutuano in piccolo e nel
pratico la vocazione almeno per un periodo di tempo limitato, con le
tipiche qualità positive delle vocazioni religiose: generosità,
disponibilità, serietà, impegno, socialità. In effetti, nella decadenza
e distruzione di tutte le agenzie educative nella società, il seminario
e la formazione alla vita religiosa restano ancora una tradizione forte
e carica di valori.
È chiaro che questo tipo di impostazione
pedagogica non è estendibile ad altri Enti. La Lega degli obiettori di
coscienza (LOC) e analoghe associazioni (quelle nonviolente: Movimento
Internazionale della Riconciliazione MIR, Movimento Nonviolento MN)
tendono a ripetere questo modulo educativo, ma in termini di vocazione
laica, rispettivamente all’antimilitarismo e alla nonviolenza. In
quest’ultimo caso la impostazione pedagogica può allargarsi ad una vera
e propria ideologia anche politica che porterebbe l’odc ad una
formazione politica da militante di un partito minoritario; ma in
generale la debolezza delle strutture organizzative di questi movimenti
(in genere piccoli gruppi locali con assemblee nazionali sulle trenta -
cinquanta persone) non dà un sostegno forte all’odc, il cui impegno,
sollecitato da una formazione tendenzialmente totalizzante ricade
facilmente nella frustrazione del senso di impotenza.
Altri Enti
casomai offrono un modello educativo tipico dell’Ente: ad es. l’Agesci,
che di per sé è una Associazione educativa. Questa non ha una
formazione specifica per gli odc, ma, accogliendo solo un piccolo
numero dei suoi iscritti che già si sono formati ai valori dell’Agesci
e vertendo il lori SC sulle attività dell’Agesci, di fatto non fa che
mantenere negli odc le motivazioni alla vita associativa che essi già
avevano.
Le associazioni laiche (Patronati sindacali, Arci, WWF,
Italia Nostra) non hanno a mia conoscenza un modello educativo
nazionale. La vita associativa interna non offre figure esemplari da
proporre come modelli educativi. C’è in esse un impegno sociale e
politico al quale tutti i partecipanti dell’Ente sono chiamati e al
quale gli odc in SC sono aggregati (magari senza formazione preventiva,
come nei Patronati). Purtroppo questo impegno in questi decenni non
trova nella società civile un grande conforto, data la decadenza della
vita politica nazionale. È facile casomai che l’impegno di qualche odc
prenda l’attività dell’Associazione come impegno politico tout court,
più o meno in vista di un impegno professionale dello stesso tipo.
Un
discorso a parte va fatto per i Comuni e le ASL. Nei primi gli odc
vengono chiamati di solito perché c’è qualche forza politica
rappresentata nella Giunta, e in particolare qualche assessore, che è
interessato ad avere gli odc, magari per lanciare un programma di
intervento straordinario, (in passato, negli anni ‘70, i sindacati
avevano visto l’impegno degli obiettori tutto concentrato nell’impegno
politico del decentramento amministrativo, poi invece fallito), che
richiede una mobilitazione di energie che di solito il Comune non può
permettersi (ad es. nei comuni altoaltesini il programma di
integrazione tra le diverse etnie). Gli odc in questo senso funzionano
bene, perché, quanto meno, accendono speranze nelle famiglie di
provenienza e nell’ambiente giovanile. Ma tutto dipende dall’impegno
politico, che è di tipo volontaristico, che ci mette l’assessore. Per
cui queste esperienze sono educative nella misura in cui c’è
l’assessore giusto. Altrimenti i SC si scontrano con la professionalità
degli impiegati (di solito fortemente burocratizzati) che scoraggia il
lavoro volontario o lo sovraccarica di impegni di sostituzione che alla
fine diventano inaccettabili per l’odc, che non può considerarsi un
volontario disponibile a tutto. Quindi qui c’è una frizione
volontariato-professionismo che facilmente degenera in contrasto e
contrapposizione. È questo che di solito succede nelle ASL, dove gli
odc vengono a priori posti in condizioni di inferiorità psicologica e
organizzativa: essi vengono colpevolizzati di essere dei lavativi e
ogni occasione è valida per metterli con le spalle al muro; per cui
l’obiettore deve dare una lunga dimostrazione di volersi impegnare
nelle attività delle ASL per semplicemente dimostrare quello che egli
non è.
In definitiva, è mia convinzione che la formazione degli odc
dipenda fortemente dal nesso teoria-prassi educativa; non serve a gran
che una formazione pedagogicamente ben calibrata se poi nell’impegno
quotidiano per far andare avanti l’Ente l’odc non trova degli esempi di
personalità che gli sostanziano le belle parole. Perciò gli Enti che
hanno queste personalità (ad es. nella Caritas i preti dedicati agli
odc) riescono in effetti a formare trasformando persone svogliate,
incerte, maldisposte, demotivate, generiche in personalità con delle
convinzioni e che cumulano un anno di esperienza che incide sulla loro
vita.
6. La riflessione collettiva sulla formazione degli odc
Nel
gennaio 1990 a Roma, per iniziativa del Com. Scient. DPN, si è avuta
una prima riunione dei ricercatori DPN sulla formazione degli odc, in
particolare alla DPN. Il risultato è la prima edizione del Quaderno
della DPN n. 15, La Meridiana, 1990, che raccoglieva le prime
esperienze e riflessioni sulla impostazione e la portata della
formazione degli odc. In particolare i ricercatori DPN chiedevano a
tutti gli Enti i seguenti punti riguardanti la formazione degli odc:
autogestione amministrativa dei corsi e autodeterminazione dell’odc;
pedagogia della partecipazione, pedagogia del coinvolgimento sia
cognitivo, che emotivo, che della motricità, in particolare i
trainings; costituzione di gruppi di odc.
Dall’ottobre 1990 è
iniziata una riflessione collettiva grazie alla collaborazione del Com.
Scient. DPN, Fond. Zancan, Acli, Caritas, Scuola Specializzazione sui
Diritti Umani e dei Popoli dell’Università di Padova, Centro Educazione
alla Pace dell’Università di Napoli.
Si è tenuto un primo seminario
metodologico (ottobre 1990), seguito da una sperimentazione in sei
città, riportata e discussa in un seminario del luglio 1991. Di esse
esistono i materiali a distribuzione interna; essi hanno tutti cercato
di seguire con precisione un quadro di riferimento composto da 5x4 = 20
caselle; il quadro in una dimensione pone gli obiettivi della
formazione, andando dal personale al politico, dalle idee all’azione
(informazione sull’odc, metodi e strategie dell’odc, promozione
sociale, difesa popolare nonviolenta, relazioni internazionali) e in
un’altra dimensione pone i ruoli sociali, andando dal micro al macro
sociale (chi sono gli obiettori e perché lo sono, in quale contesto,
servizio civile, servizio alla pace). Poi sono seguiti nel luglio del
1992, 1993, 1994 tre seminari sulla formazione degli odc sui temi
specifici, trattati invece in maniera progettuale e in una varietà di
ipotesi diverse; di essi sono stati pubblicati gli atti come Quaderni
della Fondazione Zancan (a cura di De Stefani e M. Stabellini).
Un’attività
di riflessione collettiva è stata sviluppata anche dai Salesiani che
l’hanno pubblicato sia nel Quaderno di DPN II ed., sia in Note di
Pastorale Giovanile, n. 8, nov. 1995, numero dedicato alla formazione
degli odc. Nella seconda ed. del suddetto Quad. DPN è stata inserita
anche una riflessione del prof. Augusto Palmonari, docente di Pedagogia
all’Università di Bologna, il quale ha adattato una sua precedente
riflessione sulla formazione al volontariato alla formazione degli odc.
Sono otto tesi (autogestione pedagogica, superamento
dell’assistenzialismo, prospettiva storica dell’intervento, supporto
delle scienze sociali, collaborazione tra professionisti e odc,
attenzione alle culture specifiche, costruire il cambiamento). È
significativo che la riflessione si chiuda dichiarando il carattere
tentativo della riflessione ed esperimento l’auspicio della
costituzione di “un gruppo promotore autonomo, creativo e aperto a
tutti i contributi. Che sia giunto il momento di provocare le sedi
universitarie per spingerle a prendersi responsabilità inedite e
originali?”
Sin dal 1989 è stata lanciata l’idea di una strategia
della formazione degli odc che puntasse alla costituzione di una Scuola
dei Formatori degli odc (v. Quad DPN, num. 15, I ed.). Nel 1992 sono
cominciate le sperimentazioni della Caritas Campania in collaborazione
con il Dip. di Sociologia dell’Univ. di Napoli (Nola, giugno 1992-
gennaio 1993; 20 formatori), della Campagna Osm in collaborazione con
il Cirup dell’Uni. di Bologna (Firenze, sett.1992 - gen. 1993, 30
formatori; Convegno inter. pubblico sulla DPN), della Caritas Italiana
(1994, corso triennale, 100 formatori), della Campagna OSM in
collaborazione con l’Universalità della pace di Rovereto TN (sett. 1995
- genn. 1996, 20 formatori; convegno internazionale pubblico sul
peacekeeping).
Nel novembre del 1992 è stato tentato un incontro con
cappellani militari e militari (Sen. Capuzzo) sul tema specifico della
formazione degli odc. Non si è andati oltre una generica buona volontà
a rivedersi e ridiscuterne.
7. La formazione odc all’estero
Si può stentare a crederlo, ma
l’Italia si trova all’avanguardia sul tema della formazione degli odc,
per svariati molti. Intanto molti Paesi importanti (USA, GB, Belgio,
Australia) non hanno la leva obbligatoria e quindi non hanno i fenomeni
sociali dell’odc e del SC. Negli altri Paesi solo alcuni hanno una
attività di formazione rilevante: Germania, Austria, Svezia, Finlandia,
Spagna e Francia.
Dal dopoguerra la Germania ha l’odc nella
Costituzione; è stato sempre il paese leader per il numero degli odc
(l’anno scorso il loro numero ha superato il numero di quelli del
servizio militare).
Però la formazione è molto legata al particolare
SC effettuato. La Spagna da poco ha visto aumentare i suoi obiettori
fino a livelli inusitati (80.000 l’anno scorso); ma ha una forte
tradizione anarchica che le impedisce una riflessione corale sulla
formazione degli odc. La Francia, che pure ha una lunga tradizione di
odc, non ha dato spazio alla formazione degli odc, anche perché la
propaganda per l’odc è reato. Austria, Norvegia, e Finlandia hanno una
tradizione di neutralità internazionale che li ha favoriti nel
progettare una formazione degli odc anche istituzionale. Anche la
Svezia è in una posizione simile. La posizione più avanzata è quella
dell’Austria; di questa esperienza si è pubblicato il manuale della
formazione alla DPN curato da una commissione mista di funzionari
statali e nonviolenti (Quad. DPN n. 17, La Meridiana, Molfetta BA,
1991).
Di solito in questi corsi il tempo di formazione (una
settimana o un mese) è diviso in tre parti, delle quali due sono
occupate da funzionari statali (Croce Rossa e Protezione Civile);
mentre il terzo è dedicato ad una formazione generale, nella quale
rientra la nonviolenza e la DPN, presentate da degli insegnanti scelti
tra vecchi nonviolenti e legati al lavoro educativo attraverso una
prestazione di consulenza.
Non conosco nessuna discussione
all’estero sulla formazione degli odc, neanche nell’ambito della Peace
Education Commission dell’IPRA. Inoltre nessun Paese, oltre l’Italia,
ha posto finora il problema della Scuola dei Formatori degli odc.
Piuttosto
da anni c’è una formazione che si pone al limite della formazione degli
odc in SC, la formazione ad azioni di interposizione nei conflitti
acuti. È questa la formazione data dalle Peace Brigades International,
un’iniziativa di interposizione nonviolenta nei Paesi dove ci sono
conflitti internazionali (Guatemala, Israele, Sri Lanka) nata quindici
anni fa e finora realizzata in piccoli numeri di volontari. Inoltre
negli ultimi anni le guerre del Golfo e della ex Jugoslavia hanno posto
angosciosamente il problema di una forza di peacekeeping civile
dell’ONU (richiesta con forza dal Segr. Gen. B.B. Ghali nel 1992). Da
questo problema è nata una iniziativa di alcune istituzioni (European
Peace University Austria dal 1992, Scuola S. Anna Univ. Pisa 1995,
Scuola Spec. Diritti Umani e dei Popoli Univ. Padova 1996) di formare
il personale adatto alle missioni di peackeeping civile dell’ONU. Della
formazione alla soluzione dei conflitti che di solito viene insegnata
in questi corsi si è pubblicato il Quad. DPN n. 28, Qualevita, Sulmona
AQ, 1995. È in questo ambito progettuale che si parla con insistenza di
professionalizzazione della formazione, o anche di formazione di
specifiche competenze (alla soluzione del conflitto, alla mediazione
del conflitto, ecc.). Ma ancor più forte vorrebbe essere la iniziativa
mondiale di un Corpo di Servizio di Pace Globale, composto non tanto da
odc ma soprattutto da persone di tutte le età, per effettuare
interposizioni nonviolente nelle tensioni internazionali. Per questo
progetto che sta coinvolgendo molti Enti europei e internazionali si
sta lavorando molto. Sul tipo di formazione che viene previsto nel
progetto della Chiesa di Berlino - Brandenburgo si è pubblicato il
Quad. DPN n. 27
8. Prospettiva della formazione odc
A mio avviso la formazione
degli odc oggi ha di fronte a sé un salto di qualità da compiere. Non
solo e tanto per la prospettiva di dover affrontare la formazione di
40.000 odc l’anno secondo metodi, ruoli e tecniche che appaiono tutti
da definire; ma comunque, perché l’evoluzione della formazione odc in
Italia e all’estero comporta una serie di avanzamenti decisivi, quelli
che elenco nel seguito.
A) Il Committente. Finora esso è stato
l’Ente privato benintenzionato verso la formazione odc. D’ora in avanti
occorre pensare una formazione universale, per qualsiasi tipo di Ente,
compresi quelli poco motivati verso la odc e il SC. Occorrerà saper far
leva sui doveri minimi che l’Ente deve soddisfare per essere Ente di
SC: semplicemente essere in regola giuridicamente come Ente privato,
sia esso di base o collaterale a grandi organizzazioni (ad es.
sindacarti, chiese), o addirittura Ministeri (ad es. Beni Culturali,
Prot. Civile). Questo minimo comune denominatore restringe di molto la
copertura pedagogica e la prospettiva ideale nella quale finora si è
fatta esperienza di formazione di odc (con i pochi Enti che l’hanno
voluta fare volontariamente). In prospettiva (approvazione della
riforma della Legge odc e concessione della formazione agli Enti di
SC), c’è il committente Stato. La stessa figura del formatore
ovviamente cambia. Nel tipo di formazione tradizionale quella figura è
tutta ritagliata all’interno dell’Ente gestore della formazione; e
quindi fa rivolgere la attenzione del formatore quasi esclusivamente al
rapporto docente-discente. Nella possibile futura committenza, la
figura del formatore è sempre più pubblica e pertanto si deve
confrontare non solo con i discenti, ma anche con l’opinione pubblica e
il potere decisionale pubblico.
B) Le motivazioni prospettate
all’odc. Nel passato ormai lontano, esse erano già costituite dalle
riflessioni personali degli odc stessi; poi erano date per lo meno da
quelle che presupponeva l’Ente privato che gestiva la formazione (ad
es. Caritas Italiana). Ben diversa è la situazione di prospettare
motivazioni a odc generici all’interno di un corso che fa riferimento
ad un Ente di SC che non ha forti prospettive ideali o sociali. Qui il
minimo comune denominatore è quello giuridico delle sentenze della
Corte Costituzionale che equipara il servizio civile a quello militare
anche ai fini della difesa della Patria; il che significa che esse sono
da inquadrare nella Costituzione italiana come quadro di riferimento
generale dell’interazione sociale di tutti e per tutti. In più ci sono
le affermazioni della Legge odc; queste, nella attuale Legge, sono
considerate le convinzioni individuali disparate che giustificano la
richiesta del riconoscimento come odc, e che trovano espressione comune
in un intervento di Servizio Civile Nazionale, che però non è stato mai
istituito dallo Stato; e che quindi può solo essere ipotizzato come
genericamente a favore del benessere della società civile (solo
assistenzialismo e protezione civile? o anche compiti di difesa non
violenta?). Ma nel nuovo testo da approvare, testo che può essere
anticipatamente considerato valido, sono già molto impegnative: sono le
motivazioni civiche e popolari di una difesa della collettività
nazionale, ma anche della collettività internazionale. In questo
contesto la motivazione della nonviolenza può essere prospettata in
tutta la sua valenza. Qui si possono prospettare una vasta gamma di
motivazioni, anche le più impegnative. Il problema maggiore non sarà
tanto quello di come sviluppare la presentazione di queste motivazioni,
quanto quello educativo di come conciliarle con le tante ideologie
politiche che insistono sul tema difesa nazionale e internazionale (ad
es. anarchica, antimilitarista, autonoma, internazionalista,
anticapitalista, difesa armata solo difensiva).
Qui la formazione
degli odc deve dare prova di saper cementare la società civile non
tanto attraverso dei servizi assistenziali rivolti all’esterno, quanto
attraverso il servizio della educazione alla vita sociale rivolto
all’interno del gruppo degli odc (o serviziocivilisti in genere); la
presenza di giovani emarginati, devianti, mafiosi ecc. porrà a dura
prova questo tipo di formazione, che pur tuttavia su questo punto
dimostrerà la sua insostituibilità.
C) Prospettiva istituzionale. È
ben diverso se il SC viene svolto dalla minoranza degli odc dichiarati,
o se è una istituzione alla quale afferiscono sia odc che giovani di
leva in esubero alle esigenze della difesa armata. Ancor più diverso è
se il SC viene inserito in un progetto di “Servizio civile per tutti”,
comprese le donne, come anno della vita dedicato alla collettività, sia
per le esigenze della difesa nazionale (e internazionale secondo il
progetto ONU), sia per attività (straordinarie e ordinarie) a favore
della popolazione. Attualmente si discute di tutte queste prospettive e
si potrebbe essere alla vigilia di grandi cambiamenti.
È chiaro che
è meglio considerare per prima l’ipotesi di minimo; ma non si può fare
a meno di tener presente anche le altre ipotesi.
D) Figura umana
dell’odc e figura dei gruppi sociali di riferimento. La formazione deve
prospettare una figura di odc in SC che, se anche delineata da pochi
tratti comuni a tutti i possibili odc con le varie motivazioni
possibili e i vari ruoli sociali prevedibili, deve possedere dei tratti
comuni, quali quelli della socialità, del civismo, della disponibilità,
della adeguata conoscenza della complessità della nostra società. E
sicuramente qui si potrebbe essere più precisi e dettagliati. Ma
l’importante è piuttosto il precisare quale tipo di socialità si
richiede a questo odc. Se gli si prospetta d’impegnarlo per azioni che
comportano grandi sacrifici, come la difesa nazionale e internazionale,
allora egli da solo non potrà avere la capacità di sostenere il peso di
un tale impegno se non in quanto egli lo vedrà condiviso e sostenuto da
un
gruppo di riferimento. Quale gruppo di riferimento? La società
tutta, in molte occasioni; ma non sempre, perché si potrà giungere a
divisioni sul tipo di difesa da attuare, magari anche contro una guerra
ingiusta o contro un colpo di Stato o contro un invasore che ha posto a
capo dello Stato un fantoccio. In tali casi il gruppo di riferimento
non è più la società tutta, ma una sua parte, diciamo quella che
condivide le motivazioni all’odc e più specificamente alla nonviolenza.
Ecco allora che si presenta la necessità di una formazione che delinei
una figura di odc inserito nel contesto sociale almeno a tre livelli
fondamentali: quello della società mondiale tutta (cosmopolitismo),
quello della società nazionale di appartenenza (civismo) e infine, ma
forse psicologicamente il più importante, quello del gruppo sociale in
cui ci si sente incardinati come progettualità e in nome del quale si
possono compiere anche azioni eccezionali. Non conosco una pedagogia
che abbia saputo suggerire una specificazione pedagogica di questo
tipo, che invece qui risulta inevitabile.
E) Metodo pedagogico. Qui
l’iniziale esperienza compiuta finora a già presentato una gamma di
problemi che sono in discussione fra i formatori attuali, Lezione e/o
mutuo insegnamento e/o training (in genere) e/o motricità e/o
sopravvivenza? Sono questi i principali snodi della discussione.
Su questi snodi rimando alla letteratura che incomincia ad essere prodotta.
F)
Logistica. In attesa di apposite istituzioni statali, oggi quali Enti
possono prevedere delle situazioni logistiche favorevoli alla
formazione degli odc? Ad es., dove collocare delle biblioteche per odc,
nelle biblioteche comunali, nelle Scuole Superiori di Teleogia per
Laici, nelle Facoltà Teologiche, nelle Università? Inoltre quali testi
base proporre per la formazione degli odc: lettera di D. Milani, libri
sulla DPN, Manuale austriaco, ecc. ? E dove svolgere questi corsi:
all’Università, nelle Scuole Superiori di Teleogia per Laici, nei
Centri di lavoro sociale del SC ?
Tendere o no ad anticipare i tempi
promuovendo una commissione mista di nonviolenti e militari per
progettare questo tipo di formazione, anche in vista di un SC per
tutti? Svolgere un convegno apposito? Non credo di aver esaurito le
domande; ma credo che queste possano bastare a stimolare la
riflessione.
9. Classificazione del materiale sulla formazione degli odc
Nella
sede del Com. Scient. DPN (Via S. Giov. Maggiore Pignatelli, 14,
Napoli, 80134) c’è molto materiale accumulato in vari anni di
frequentazioni di corsi per odc e per formatori di odc.
Esso copre abbastanza bene la produzione spontanea; pertanto può essere utile in fase di ricerca d’idee e di linee indicative.
Ho
tentato di dare la seguente classificazione che ovviamente corrisponde
ad una impostazione ideologica della formazione stessa; ma che al
momento non so correggere in una migliore.
1. Storia dell’odc
2. Indagini sui giovani e sugli odc
3. Scelte pedagogiche e psicologiche; verifiche
4. Progetti di corsi di formazione
5. Training nonviolento e tecniche formative
6. Cultura e competenza sui conflitti
7. Formazione alla Protezione civile
8. Progetti ed esperienze di formazione alla DPN
9. Esperienze di formazione
10. Esperienze istituzionali
11. Servizio civile ed Enti di Servizio civile
12. Formatori degli odc
13. Giurisprudenza nazionale e internazionale
14. Internazionale (ONU, esperienze in altri Paesi, ecc.)
QUALE FUTURO PER LA CAMPAGNA OSM?
un contributo al dibattito
Ho cominciato a praticare l’obiezione di coscienza alle spese
militari nel 1980. Eravamo in otto. L’anno dopo cominciò la Campagna
OSM. Ora si parla di chiuderla o si sospenderla.
Ne ho parlato con Cristina, mia moglie, anche lei convinta obiettrice alle spese militari. Ci siamo guardati un Po perplessi.
C’è stanchezza, è vero. Gli entusiasmi sono passati. Mancano novità stimolanti. Persone nuove. Intuizioni coinvolgenti.
Eppure, con o senza Campagna, pensiamo di continuare a praticare l’Osm.
Come irrinunciabile obbedienza alla coscienza.
Un
gesto che è prima e al di là di ogni Campagna. Un gesto sempre
fortemente politico. Come ci ha insegnato Pietro Pinna. Un atto
personale, ma che può diventare atto collettivo. Il rifiuto di
collaborare allo spreco delle risorse della terra per progetti di morte
è doveroso.
È adesione alla verità, che non dipende né dal numero né dall’entusiasmo di chi la pratica.
L’abolizione
delle spese militari nel mondo è un appuntamento con la storia che
sicuramente verrà. Quando non lo sappiamo. Possiamo immaginare come.
L’analisi che Roberto Mancini fa della Campagna Osm (Azione Nonviolenta dicembre ‘95) è rigorosa e spietata.
Secondo i canoni della nonviolenza gandhiana la nostra non sarebbe una vera campagna di disobbedienza civile.
È
stata avviata senza obbiettivi, gradualità, leadership e programma
costruttivo. Personalmente ho cercato di lavorare perché la Campagna
chiarificasse il proprio obiettivo e si dotasse di un Programma
costruttivo. Questa strada non è stata da tutti condivisa fino in fondo.
Una
vera intesa non c’è mai stata. Anzi, è proprio in questa divisione la
nostra debolezza strutturale, più che nelle manovre del Ministero delle
Finanze o in altro.
Che questa mancanza di chiarezza esista ne è
prova il fatto che nel documento di Sintesi del Seminario di Brescia
(25-26 nov. ‘95) non vi è traccia dello sbocco naturale di ogni atto di
Disobbedienza Civile: una legge che lo legittimi (nel nostro caso
l’opzione fiscale per la Difesa Popolare Nonviolenta).
La proposta
di Roberto Mancini è chiara e drastica: chiudere definitamente la
Campagna Osm e rafforzare la Campagna per la legittimazione politica
della DPN. Mentre non c’è futuro per una campagna di Disobbedienza
Civile senza avere come sbocco la DPN, quest’ultima può andare avanti
da sola.
La DPN è una realtà troppo complessa per sostenersi con una
sola campagna di Disobbedienza Civile. Ha mille rivoli con cui
alimentarsi.
Se questa è veramente l’alternativa alla guerra nella
risoluzione dei conflitti è destinata a crescere e a farsi strada
lentamente, ovunque.
Vengono così alla luce, chiarificandosi e
separandosi, le due anime della Campagna Osm. Quella realistica di una
sorta di sindacato degli obiettori e quella utopistica della DPN.
Sospendiamo pure la seconda, ma teniamo in vita la prima.
Finche
ci saranno otto obiettori questi avranno sempre il bisogno di restare
collegati, di difendersi nei processi e nei pignoramenti.
Sospendiamo
la Campagna di Disobbedienza Civile, ma teniamo in vita un
Coordinamento. Ripartiamo dal minimo comune denominatore che ci vede
sicuramente uniti, tutti. Se poi un giorno si decide di rilanciare la
Campagna, si definiranno obbiettivi, priorità, gradualità e programma
costruttivo. Con un obbiettivo preciso, condiviso e raggiungibile.
In
pratica, dato che il significato politico del singolo atto di Osm
rimane intatto, manteniamo un Coordinamento (Centro Nazionale,
Coordinatori Locali, Coordinamento Politico, Assemblea), trasformiamo
la guida in un foglio di informazione tecnica e di autofinanziamento,
sospendiamo il Programma Costruttivo, e cioè il fondo comune e tutto
l’Apparato Amministrativo (progetti, garanti, opzione istituzionale,
...).
Ribadiamo che anche un solo gesto di obiezione alle spese
militari ha come sbocco naturale il suo riconoscimento attraverso una
legge dello Stato (opzione fiscale per la DPN).
Rinunciamo quindi al Programma Costruttivo ma non ad indicare lo sbocco finale del nostro gesto.
Le somme obiettate possono essere usate singolarmente a sostegno della Campagna internazionale per la legittimazione della DPN.
Questo almeno è quello che intendo fare personalmente.
Vittorio Merlini.
RAPPORTO SULLA SITUAZIONE IN SERBIA
di Stasa Zajovic
Stato di guerra a bassa intensità
La guerra continua, ma si usano risorse diverse. Da quando ha
firmato “l’accordo di pace”, il regime serbo ha rivolto il proprio
interesse alla guerra interna. È la continuazione della guerra a bassa
intensità che S. Milosevic ha portato avanti dal momento in cui è
andato al potere nel 1987. La guerra è anche più crudele ora che le
grandi potenze, a cominciare dagli USA, lo hanno promosso al rango di
“fautore di pace”; ora Milosevic è più che mai libero di portare avanti
il proprio progetto repressivo. Ora egli non deve neanche preoccuparsi
dell’opinione pubblica rispetto alla grave repressione che è parte del
suo piano all’interno e contro “i numerosi nemici stranieri del popolo
serbo”.
Ora il regime porta apertamente avanti una guerra
psicologica contro la popolazione civile della sua stessa “etnia”,
contro i “numerosi avversari e nemici interni”.
I regimi totalitari
come quello serbo nascondono la loro bestialità dietro le leggi, i
decreti, le disposizioni: in un solo giorno durante l’ultima sessione
del parlamento serbo, e in assenza dell’opposizione, il partito al
potere ha approvato duecentocinquanta leggi in meno di due ore.
Questo è il modo di giustificare e legalizzare la repressione selettiva e massiccia secondo il vecchio e il nuovo modello.
Tutto
questo ha un solo scopo, restare al potere. Nella sua frenesia di far
questo, il governo ha cambiato la propaganda di guerra in propaganda di
“pace”. Questa retorica conduce alla stessa logica e allo stesso modo
di agire della guerra. I suoi metodi permettono di mantenere il
controllo sulla gente attraverso la paura, l’intimidazione, l’ulteriore
distruzione delle tradizioni sociali creando un clima di impunità.
Cercherò
ora di presentare una breve informazione su quanto sta succedendo in
Serbia e in particolare sulle varie forme di repressione che il governo
serbo sta usando.
La legge contro i disertori, la legge sull’eredità
La legge è
stata approvata dal parlamento serbo il 31 ottobre 1995 con
procedimento di urgenza. Il Presidente della Repubblica Slobodan
Milosevic l’ha firmata prima che venisse approvata, lo stesso giorno è
volato alla base militare di Dayton, Ohio, per firmare l’ “accordo di
pace”.
Quel pomeriggio la legge è stata approvata.
L’opposizione
non ha presenziato alla assemblea per protesta, perché il regime non ha
permesso che l’assemblea fosse trasmessa alla televisione. Questo
comunque, non avrebbe influenzato la sua approvazione, infatti
l’opposizione in Parlamento, composta per la maggioranza da
nazionalisti, avrebbe votato a favore della legge. Nel paragrafo 4 la
legge dice che “i coscritti che sono scappati all’estero per evitare di
difendere il proprio paese non sono degni di ereditare. L’eredità verrà
loro confiscata”.
La legge prevede il perdono per coloro che hanno
commesso dei crimini ma non per coloro che non hanno compiuto il loro
dovere militare. La maggioranza parlamentare, cioè il partito
governativo denominato Partito Socialista Serbo, ha spiegato che “il
crimine di non difendere il paese deve essere punito perché la difesa
del proprio paese è il dovere supremo e l’imperativo morale della
società e questo deve riflettersi sulle leggi relative al problema
dell’eredità”.
Alcuni giuristi sostengono che la legge ha molti
difetti tecnici e in particolare che tutto ciò che riguarda gli aspetti
militari non può essere approvato che dal Parlamento Federale.
La
legge è assurda: come può un paese che ha sempre dichiarato di non
essere in guerra, punire qualcuno che non vi ha partecipato?
Bisogna
ricordare che la Serbia non ha mai dichiarato guerra - essi continuano
a ripeterlo - e che non è stata attaccata ai confini con la Repubblica
Federale di Yugoslavia così come sono stati definiti nella
Costituzione. La legge stessa è molto confusa, non chiarisce a chi si
riferisce in particolare, anche alle reclute, ad esempio? A coloro che
fanno parte della riserva? A coloro che sono stati richiamati quando si
trovavano fuori del paese? Le autorità legislative non si preoccupano
di questi “dettagli”, lo scopo di questa legge è intimidire, punire i
disobbedienti e non importa che si tratti di un latrocinio - lo stato
infatti confischerà tutti i beni dei “disobbedienti”; e anche se
dovesse essere approvata la legge sulla amnistia rimarrà quella che
sottrae ai disertori la possibilità di ereditare.
Proposta di legge di amnistia
Finora sono stati fatti molti
tentativi per far approvare tale legge. Il primo sforzo è fallito. Il
Centro di Azione contro la Guerra di Belgrado ha steso il disegno di
legge nel maggio del 1992, il Partito Socialdemocratico del Montenegro
ha provato a presentarlo al Parlamento Federale, ma la maggioranza
costituita dal Partito di Milosevic si è unita agli altri
ultranazionalisti serbi per impedirne la discussione, dicendo che
“nulla deve essere perdonato a dei traditori”.
È fallito anche il
secondo tentativo: Tibor Varady allora Ministro della Giustizia, lo ha
presentato con il sostegno del governo di Milan Panic, sostenendo che
“la società non può respingere più di 100.000 persone che sono fuggite
dal paese per evitare di partecipare alla guerra”. Il risultato è stato
che la maggioranza parlamentare ha attaccato sia il governo che il
disegno di legge.
Quel governo durato solo pochi mesi è stato battuto da quella stessa maggioranza parlamentare.
Dal
1992 ad ora molti giuristi hanno messo in evidenza la necessità di
approvare una legge sulla amnistia ai disertori basandosi sui seguenti
ragionamenti, perfettamente legali. La nuova Costituzione (1992)
definisce i nuovi confini della R.F.Y. e questo deve riflettersi sulla
legge penale.
Nello Stato di Serbia e Montenegro non è stata mai
dichiarata la guerra, perciò non ci sono disertori. Non ci sono
abbastanza prigioni per così tante persone. Tutto questo non ha
comunque fermato le autorità militari dal processare le persone per
diserzione in modo selettivo, operando una discriminazione arbitraria
per intimidire ed esercitare un controllo sulla gente. Nel nostro
libro, Disertori della Guerra nella ex Yugoslavia, sono riportate
statistiche e testimonianze in proposito.
Alla fine del 1995 il
Partito Democratico Riformato della Vojvodina ha presentato al
Parlamento yugoslavo il disegno di legge sulla amnistia che aveva steso
insieme alla Alleanza Civile di Serbia. Il disegno di legge è stato
consegnato, ma non si sa se e quando andrà in discussione.
Esso è
simile ai precedenti e si riferisce a tutti coloro che “hanno rifiutato
di prendere parte alla guerra civile e non hanno fatto il servizio
militare. L’amnistia deve coprire tutti indipendentemente dal
territorio dove attualmente ognuno vive”.
Reazioni dei partiti, delle organizzazioni e delle associazioni politiche
I
partiti e le organizzazioni ultranazionaliste come il Partito Radicale
Serbo (quello del criminale di guerra Seselj) e il Partito per l’Unità
Serba (il cui leader è Arkan, un altro criminale di guerra) si sono
espressi a favore di una amnistia per “tutti i crimini e per la
diserzione o per una amnistia per i disertori di Serbia, ma
assolutamente contro l’amnistia per i disertori serbi in Bosnia e
Croazia”. Gli altri partiti con la stessa tendenza ideologica si sono
dichiarati contro in quanto “l’amnistia è contraria alla difesa del
paese”.
L’Associazione dei veterani della guerra (199192) è
fermamente contraria all’amnistia perché “si deve andare in guerra per
ragioni patriottiche”. Ma i più arrabbiati contro l’amnistia ai
disertori sono i nazional-comunisti, la cosiddetta Lega Comunista,
partito satellite di quello al governo, il partito dei generali in
pensione guidato da Mirjana Markovic, la moglie di Milosevic, Essi
sostengono che una amnistia “premierebbe i codardi”, riconoscerebbe la
legittimità della diserzione e si opporrebbe alla politica ufficiale.
Nelle
loro farneticanti dichiarazioni, essi condannano il movimento per la
pace, riferendosi in particolare alle “Donne in Nero” che si sono
sempre dedicate e si stanno dedicando all’indebolimento e alla
svalutazione del concetto di difesa della sovranità territoriale della
R.F.Y.
L’amnistia viene sostenuta da parecchi partiti politici
nazionalisti come il Partito Democratico Serbo e il Partito Democratico
non perché essi siano o siano mai stati contro la guerra, ma perché
“non era ben chiaro di che cosa si trattasse” (cioè a dire che “non era
stata fatta correttamente”).
I partiti come la SPO (Movimento per il
Rinnovamento Serbo), l’Alleanza Civile di Serbia, i partiti di
opposizione del Montenegro, i partiti delle minoranze etniche della
Serbia e del Montenegro si sono espressi a favore della Amnistia.
Alcuni hanno anzi dichiarato il loro appoggio esplicito a “coloro che
si sono rifiutati di prendere parte a questa guerra”.
I sostenitori
della guerra pensano che il disegno di legge passerà perché “la
questione dell’amnistia può avere serie ripercussioni internazionali.
Non si tratta più di una questione interna ma, praticamente il regime
sarà costretto ad accettarla perché sono le grandi potenze a volerlo (
e i disertori yugoslavi saranno costretti a ritornare nel loro paese,
non lo faranno volontariamente).
Alleanza Civile, invece, che ha
contribuito a stendere il disegno di legge, dubita che passerà perché
la politica all’interno del paese sta diventando sempre più repressiva,
ma la comunità internazionale non sembra curarsene.
Se si torna con
la mente alla furia della maggioranza parlamentare quando nel 1992 si
sono dovuti occupare di questo disegno di legge (e si intende sia il
livello Serbo che quello yugoslavo), si può ben capire cosa ci sia da
aspettarsi ora.
Il partito al potere non ha dichiarato ancora nulla,
ma c’è da aspettarsi che se verrà esercitata una pressione esterna,
essi aderiranno formalmente, ma la realtà sarà molto diversa.
Nello
stesso tempo i disertori sono sistematicamente ed arbitrariamente
processati allo scopo di intimidire e controllare. Continuano le
mobilitazioni forzate, non come gli accordi di Dayton, ma i metodi
usati sono gli stessi. Ad esempio nella città di Valjevo (nella Serbia
centrale) alla fine del 1995 la polizia civile e militare ha condotto
una serie di raids notturni per prendere i riservisti (artiglieria e
carristi) e mandarli alla base militare sul Danubio, vicino alla
Croazia.
Nella città di Knjazevac, le autorità militare hanno
richiamato 2000 riservisti per manovre militari (il 25% della
popolazione attiva del paese). È interessante sapere che nel 1991 (anno
d’inizio della guerra) in queste due città ci sono state le più lunghe
e forti sollevazioni di disertori.
Il regime ha condannato il
generale Vlado Trifunovic a 11 anni di prigione per “tradimento”. In
realtà egli ha salvato 260 reclute in un distaccamento di Varazdin
(Croazia). Questo è accaduto nel 1991, il generale aveva il comando
quando furono circondati dall’esercito Croato e si arrese, rifiutando
di distruggere la città.
Egli è l’unico comandante che abbia fatto
un gesto del genere durante questa guerra. Due dei suoi colleghi
colonnelli sono stati anch’essi condannati. È interessante notare che
sia che il governo Serbo che quello Croato hanno condannato Trifunovic
come “criminale di guerra”. I gruppi che si battono per la pace,
incluso il nostro, chiedono la libertà per Trufunovic e i suoi
colleghi, ma il regime rifiuta di estendere l’amnistia al 18 gennaio
1996. Trifunovic e i suoi chiedono la revisione del processo perché si
considerano innocenti.
Il giorno stesso il Consiglio Suprema della
Difesa della RFY ha proposto al Governo Federale di stendere un disegno
di legge di amnistia per coloro che dal 1991 al 1995 “non hanno fatto
il servizio militare”. Non si conosce il contenuto di questo documento
ne se riguarderà tutte le 12.455 persone di questo “crimine”. Finora
circa mezzo milione di persone hanno lasciato il paese per evitare la
partecipazione alla guerra, ma non c’è nessuna possibilità di far
approvare una amnistia generale. Per settimane nella nostra attività
abbiamo posto l’accento sull’antimilitarismo. Ci siamo dedicati alle
questioni della amnistia per tutti i disertori e alla legge che
disereda i disertori. In tutti gli incontri nazionali e internazionali,
sin dal 1991, abbiamo chiesto l’amnistia. Alla seconda sessione del
Tribunale Permanente dei Popoli (Barcellona 7 - 11 dic. 1995) noi, con
altri gruppi antimilitaristi provenienti da Spagna, Germania e Austria
abbiamo redatto un documento su questo argomento. Se siete interessati
per favore contattateci. Riguardo ad altri aspetti della crescente
militarizzazione della Serbia, vi manderemo presto ulteriori
informazioni.
INTERVISTA SU INDONESIA E TIMOR EST
W. Wilson è il Segretario Generale del Sindacato PPBI (Centro
Indonesiano per le Lotte dei Lavoratori) ed è anche Coordinatore dello
SPRIM (Solidarietà del Popolo Indonesiano con il Popolo di Timor Est).
Wilson è stato di recente in Italia durante un tour europeo ed in
questa occasione l’abbiamo intervistato per saperne di più su di un
paese-continente come l’Indonesia, formato da 13.000 isole, 200 milioni
di abitanti, un’estensione est-ovest maggiore del coast-to-coast degli
Stati Uniti.
Qual’è la situazione dell’Indonesia dopo più di 30 anni di regime militare?
Il
regime militare del generale Suharto è andato al potere nel 1965 dopo
un colpo di stato a cui è seguita una repressione feroce che ha colpito
i membri della opposizione ed in particolare gli iscritti al Partito
Comunista Indonesiano: 2 milioni di morti ed oltre 1 milione di
prigionieri nei campi di detenzione. Ora, a più di 30 anni da quel
bagno di sangue i militari continuano a dominare la scena indonesiana.
Che tipo di supporto a livello internazionale ha ricevuto e riceve il regime di Giakarta?
Le
ragioni che hanno spinto fin dal 1965 gli Stati Uniti e l’Occidente ad
appoggiare il generale Suharto sono state in primo luogo di carattere
geopolitico: negli anni della guerra del Vietnam, nel contesto del
bipolarismo, gli USA non hanno consentito ad un grande paese come
l’Indonesia di decidere autonomamente sul suo destino, ma allora e
soprattutto oggi la persistenza del regime militare ha delle
motivazioni economiche: quando, alla fine degli anni ‘70 per il crollo
del prezzo del petrolio, il regime ha deciso di promuovere una
massiccia industrializzazione, per attirare gli investitori stranieri
ha offerto due ingredienti estremamente seducenti, quali una larga base
di manodopera a basso costo e grandi risorse, minerarie e naturali. Da
allora si è verificata una crescita annua media del 6% ed i lavoratori
dell’industria sono passati dai 4,2 milioni del 1980 ai 10,5 milioni
del 1993.
Questa crescita ha portato con sé un miglioramento delle condizioni di vita per la popolazione?
Solo
il 10% ne ha beneficiato; ci sono 75 milioni di persone che vivono
sotto la soglia della povertà e solo il 62% dei lavoratori
dell’industria raggiungono il salario minimo (2$ al giorno) che
peraltro copre solo il 73% dei bisogni di base: Attualmente nel paese
ci sono anche 15 milioni di disoccupati.
I lavoratori sono privi di
qualsiasi forma di previdenza sociale e di assistenza e sono
costantemente esposti a rischi di infortuni sul lavoro, dato che non
vengono rispettate norme anche elementari di sicurezza, per tenere
sempre più bassi i costi di produzione.
Nelle zone industriale la
mancanza di norme di protezione ambientale produce effetti devastanti,
determinano alti livelli di inquinamento dell’aria e dell’acqua, che
colpiscono più direttamente i lavoratori industriali e le loro
famiglie, che vivono in prossimità degli impianti.
Come funziona la repressione da parte dei militari?
Ovviamente il
regime militare cerca in ogni maniera di scoraggiare ogni forma di
protesta; non si contano i casi di uccisioni di sindacalisti, di
sparizioni, di torture nei confronti di chi si oppone pacificamente.
Come reagisce la gente?
La
popolazione indonesiana, dopo la grande repressione degli ultimi anni
‘60 si è lentamente ripresa e soprattutto negli ultimi anni si è
verificato un aumento molto consistente di forme di lotta nonviolente
come scioperi, marce, distribuzione di materiale di contrinformazione,
assemblee, per far prendere coscienza alla popolazione dei suoi
diritti. Sono nati così dei sindacati indipendenti che sono stati messi
al bando dal regime, ma che continuano ugualmente le loro attività.
L’unico sindacato legale (SPSI) è stato creato dal regime ed è in
realtà una specie di corporazione come quelle che avevate qui in Italia
nel periodo fascista: è stato presieduto a lungo da un industriale e
non fa nulla per migliorare le condizioni dei lavoratori.
Hai
parlato di forme di protesta pacifiche, basate sulla disobbedienza
civile. Quali sono le premesse teoriche che stanno dietro a queste
vostre scelte?
Fa parte della cultura indonesiana la tendenza a
risolvere le dispute attraverso discussioni, anche lunghissime, che si
devono concludere con un accordo tra le parti che tutti possano
ragionevolmente accettare. Le forme di azione nonviolenta che adottiamo
sono in linea con questa tradizione e grazie ad esse riusciamo a
coinvolgere moltissime persone. È anche difficile che l’esercito o la
polizia sparino quando si trovano di fronte a masse consistenti di
persone.
Esiste una opposizione legale a Suharto?
Esiste in parlamento una
opposizione democratica formata dal PDI (Partito Democratico
Indonesiano), la cui leader è Megawati Sukarno, la figlia del primo
presidente della Indonesia indipendente, Sukarno, al potere prima del
golpe del 1965. Con il PDI collabora strettamente il NU (Nahdatul
Ulama), il Partito Islamico Democratico, guidato da Abdurahman Wahid. I
due raggruppamenti hanno complessivamente un seguito di 50 milioni di
persone. Con queste forze parlamentari collabora un arcipelago di
organizzazioni extraparlamentari variamente coordinate da organismi
come il National Council, a cui fanno riferimento gruppi di base
studenteschi e contadini, sindacati indipendenti, comunità religiose,
ecc.
Come si collocano in questo quadro le due organizzazioni di cui fa
parte il sindacato PPBI e lo SPRIM (solidarieta’ con Timor Est)?
PPBI
e SPRIM fanno parte di un coordinamento ombrello, il PRD (PeoplÈs
Democratic Union) che comprende anche organizzazioni di studenti,
contadini, poveri urbani, ecc.
Qual’È il programma del PPBI?
Le componenti chiave del programma
riguardano la richiesta di aumento del salario minimo ed il
miglioramento delle condizioni di sicurezza e delle garanzie per la
salute dei lavoratori, la rivendicazione del diritto di sciopero, della
libertà di espressione ed organizzazione, la cessazione dell’intervento
dei militari nelle controversie di lavoro, la proibizione del lavoro
dei bambini e la formazione di un sistema della giustizia indipendente
e democratico.
L’età avanzata di Suharto pone delle prospettive per la sua successione. che tipo di evoluzione si potrebbe verificare?
Suharto
non ha nessuna intenzione di ritirarsi, ma, com’è intuibile, le grandi
manovre per la successione sono già iniziate: sono diverse le fazioni
in lotta: all’interno delle forze armate ci sono, ad esempio, due
principali gruppi, la fazione verde, favorevole ad un libero mercato
privo di qualsiasi limitazione, e quella bianco-rossa, nazionalista; le
due tendenze attraversano anche il partito-stato, il GOLKAR, ed i vari
gruppi che formano la classe dirigente.
Gli investitori stranieri,
giapponesi, americani, europei, cinesi, stanno studiando la situazione
per decidere da che parte stare per non perdere le vantaggiosissime
condizioni di favore di cui godono. Nessuno dei gruppi in lotta
dimostra comunque di avere particolari inclinazioni per la democrazia,
hanno in comune tutti una gran sete di potere.
All’interno delle forze armate non esistono fermenti di democrazia almeno nei gradi più bassi e nella truppa?
Le
forze armate attuano il loro reclutamento soprattutto nelle campagne,
per quel che concerne i soldati semplici ed i graduati di basso
livello, ma quando i contadini diventano soldati, conducono una vita
del tutto separata dal resto della popolazione e godono di privilegi di
cui diventano gelosi custodi, dimenticando da dove provengono e quali
problemi travagliano coloro che hanno lasciato nei campi. Le forze
armate difendono, quindi, a tutti i livelli, l’ordine esistente.
Sappiamo che da anni il governo indonesiano sta attuando una
politica di trasferimento (“trasmigrasi”) di gruppi di persone dalle
zone più popolate (Giava, Bali) in isole meno affollate. come sta
funzionando?
L’obbiettivo del governo era soprattutto quello di
controllare le zone più calde (Timor Est, Aceh nella parte
settentrionale di Sumatra, Papua Occidentale), insediando coloni che
avrebbero dovuto occupare le terre migliori sottratte a popolazioni
ribelli, diventandone i più accaniti difensori, ma, alla luce dei
fatti, questa politica sta fallendo: molti coloni, intimoriti dai
movimenti di resistenza all’occupazione, stanno fuggendo e preferiscono
ritornare ai luoghi di origine.
Che importanza occupa il problema di Timor Est nell’ambito del movimento democratico indonesiano?
È
stato dopo la strage di Santa Cruz, nel novembre del ‘91 (centinaia di
giovani uccisi mentre partecipavano alla commemorazione di un loro
amico ucciso dalle forze di occupazione indonesiana), che in Indonesia
abbiamo iniziato a considerare inscindibili i problemi della democrazia
con il diritto del popolo di Timor Est alla autodeterminazione. Da
allora molti indonesiani partecipano, accanto ai timoresi, ad
iniziative di protesta come le recenti occupazioni di ambasciate a
Giakarta. Il programma dello SPRIM prevede la fine delle attività
militari, il ritiro di tutte le forze armate, compresa la polizia da
Timor Est, la formazione di un governo provvisorio composto solo da
timoresi, la realizzazione del principio di autodeterminazione per il
popolo di Timor Est, attraverso un referendum con cui i timoresi
possano liberamente manifestare le loro scelte.
(Intervista realizzata da Alberto Melandri - CIES Ferrara)
LA VIOLENZA È LIBERATRICE?
di HEM DAY
La nonviolenza è l’unico fattore di una vera liberazione. L’uso
della violenza all’opposto è contrario all’orientamento del movimento
anarchico. Anarchia vuol dire nonviolenza, non dominazione dell’uomo
sull’uomo, non imposizione sugli altri della volontà singola o di più
persone. “Maggiore è la violenza, minore è la rivoluzione” (B. De
Ligt). La guerra rivoluzionaria è la tomba della rivoluzione.
Occorre
diffidare degli istigatori propensi ad intravedere la conquista della
libertà solo nei suoi aspetti restrittivi ed unilaterali. Spesso sono
imbevuti di teorie rivoluzionarie violente e brutali. Essi esercitarono
la loro influenza sull’opinione gregaria delle masse e condussero
all’assalto delle piazzeforti del capitalismo. Poi bruscamente questi
stessi protestatari da tavolino e generali della politica estremista le
abbandonarono a loro stesse, se non addirittura le tradirono.
Non
penso che bisogno rinnegare gli slanci generosi delle minoranze attive
di un popolo sollevatosi grazie ad un grande idealismo, occorre invece
destarle di fronte alle vere conseguenze del loro impegno. Occorre
consigliare loro di misurare meglio le loro forze impiegandole con
maggiore circospezione, cercando di evitare gli ostacoli senza uscita e
le provocazioni dei criminali di Stato. Vincere il molosso non
significa abbandonarsi al suo progetto di asservimento. Urge quindi che
tutti gli antimilitaristi ed i socialisti di qualsiasi formazione si
impegnino finalmente ad applicare una tattica rivoluzionaria che superi
in efficacia l’uso brutale della violenza armata.
Non posso
presentare qui un esposizione dell’anarchia e della nonviolenza, ma
solo toccare la problematica riguardo alla storia ed alle prospettive
future.
Mentre la Russia ci ha dato Tolstoj (la cui dottrina
richiama delle serie riserve riguardo alle “resistenze al male”),
l’America ci ha lasciato Thoreau, l’India Gandhi, mentre la Francia ha
prodotto Han Rayner. Inoltre Rousseau, B. Tucker, W. Morris, Ruskin e
Godwin hanno elaborato un pensiero nonviolento che con l’andare degli
anni ha apportato, compenetrandosi, un insieme ideologico che ci
autorizza oggi a porre le premesse di una tecnica nonviolenta. Ed
infine ecco che si presentano uomini come B. De Ligt che definisce i
dati di questa tecnica e che fornisce un piano di resistenza
nonviolenta di carattere rivoluzionario. Vi sono poi anche stati
Richard Greeg con il “potere della nonviolenza” e Pierre Ramus suo
predecessore.
È da queste opere si tutti questi precursori che ho
potuto attingere per elaborare un metodo di lotta che possa aiutare -
come spero - il mondo a liberarsi dei mali di cui soffre continuamente.
Inoltre occorre che questo mondo si sforzi a non accontentarsi più
della propria sorte cui sembra adeguarsi con rassegnazione; occorre
cioè che la finisca di accontentarsi di quanto è sempre stato.
Mi
dispiacerebbe venire fraintese o mal compreso; sto parlando di tutto
quanto rappresenta una rivolta nello spazio di tempo tra le due guerre,
dalla Rivoluzione di ottobre del 1917, alla Germania dopo il 1918, alle
lotte sociali in Francia e in America, alla grande tragedia o epopea
della Spagna del 1936. Ed è proprio perché di questi vari movimenti ne
conosco tutta la ricchezza, la grandezza, la perduta generosità, che
desidero dare alla lotta sociale e alla rivoluzione un nuovo
presupposto.
Secondo me la rivoluzione è una cosa positiva e costruttiva.
Non
si tratta però né di raccogliere alte gesta di eroismo, né di riempire
i cimiteri. Vorrei che il giorno dopo una rivoluzione vincente siano
disponibili gli uomini delle cui menti e braccia si avrà grande
bisogno, per costruire e per poter andare avanti. Senza falsa vergogna,
e tanto meno senza esaltare con quel fervore romantico e fuori posto,
occorre costantemente ricordare che i migliori idealisti ci hanno
sempre lasciato la pelle nelle lotte.
È inutile rimpiangerli, dato
che sappiamo che essi si sono liberamente offerti alla causa che
abbracciarono. Diciamo piuttosto che i loro sacrifici hanno avuto delle
risonanze liberatrici.
Non si può biasimare quanto si è cercato di
esaltare, o dispiacersi di quanto si ammira con fervore: tuttavia si
può auspicare un miglior impiego ed un uso più giudizioso dello sforzo
umano.
La nonviolenza ci offre prospettive?
Si peccherebbe di
presunzione se si pretendesse di giocare a fare i profeti. E malgrado
questo si può affermare con certezza che dopo i tentativi infruttuosi,
che a parte qualche incontestabile aiuto, hanno sempre lasciato l’umano
di fronte al dilemma di una liberazione molto relativa e imperfetta, in
quanto la servile obbedienza alle leggi che impongono lo Stato e la
società si basano su di essa.
Ciò conferma che l’impiego della violenza ricrea l’autorità e la servitù verso nuovi dei.
Non
è possibile una volta per tutte cambiare tutto questo mediante dei
nuovi metodi? Occorre in ogni caso tentare di fare questo sforzo.
Dobbiamo volere abbandonare i sentieri battuti da sempre, saper avventurarci su nuovi cammini pieni di speranza!
Ma
non è possibile tener presente come la resistenza nonviolenta debba
superare delle dure prove prima di poter affermare nel mondo il suo
profondo valore di una “liberazione umana”.
“Non è possibile credere
ai miracoli se si vuole realizzare una speranza, al contrario occorre
avere la certezza di voler vincere per una causa che è bella e umana,
ed aiutarsi così a diventare degli uomini liberi in una società libera”.
(traduzione dal francese di Veronica Vaccaro)
Uno scienziato pacifista
Albert Einstein
L’opera scientifica di Einstein, padre della teoria della
relatività e premio Nobel per la fisica nel 1921, è molto nota e
studiata; perciò, nel presente articolo, ci limiteremo ad illustrare il
suo pacifismo e la sua concezione della vita. Nato nel 1879 a Ulm in
Germania da genitori ebrei, ricavò dalla tradizione ebraica una
profonda ispirazione religiosa, fondata sull’affermazione del diritto
alla vita per tutte le creature. Per Einstein la vera religiosità porta
al rispetto per gli esseri viventi, poichè Dio è presente nell’armonia
della natura.
Il pacifismo
Fin da giovane manifestò il proprio disprezzo per il
militarismo tedesco e aveva preferito studiare e risiedere in Svizzera;
tuttavia la sua attività pacifista ebbe inizio dopo lo scoppio della
prima guerra mondiale (1914). Il fatto che provocò la sua aperta
opposizione alla guerra fu la dichiarazione emessa da 93 intellettuali
tedeschi favorevoli alla politica della Germania che, per invadere più
facilmente la Francia, non aveva esitato a violare la neutralità belga.
Einstein, in collaborazione con G. F. Nicolai e W. Foerster, redasse un
“Manifesto all’Europa”, in cui sollecitava gli intellettuali ad
impegnarsi per il ristabilimento della pace e della cooperazione.
Dopo
la conclusione della guerra, Einstein, favorevole all’instaurazione di
una organizzazione sovranazionale, fu un naturale sostenitore della
Lega delle Nazioni, sorta nel 1920 con sede a Ginevra. La diretta
collaborazione alla Lega delle Nazioni avvenne attraverso l’adesione
dello scienziato tedesco al Comitato della Cooperazione intellettuale
(l’antecedente dell’odierna UNESCO). Proprio per incarico di questo
Comitato scrisse una celebre lettera nel 1932 a Freud, per invitarlo ad
analizzare il fenomeno della guerra e i modi per evitarla (ora nel
volume: Freud, Perché la guerra?, Boringhieri, 1975).
Lotta al nazismo
Nel 1933, in seguito all’avvento al potere di
Hitler in Germania, Einstein emigrò negli Stati Uniti ed ottenne la
cattedra di fisica all’Università di Princeton, dove visse fino alla
morte (1955). La dittatura di Hitler e la persecuzione degli Ebrei
provocarono un ripensamento nel suo pacifismo: mentre sino allora aveva
difeso l’obiezione di coscienza, di fronte al pericolo della Germania
nazista invocò l’unione delle Potenze democratiche ed approvò la difesa
militare.
Nel 1939, temendo che i tedeschi potessero per primi
entrare in possesso dell’arma atomica, inviò una lettera al presidente
degli Stati Uniti Roosevelt, insistendo sulla necessità di
intensificare le ricerche per la costruzione di una bomba atomica.
L’uso che gli americani fecero della nuova arma, contro il Giappone
ormai prostrato, lo sconvolse e da quel momento divenne il più attivo
sostenitore della necessità di porre al bando le armi atomiche. In uno
scritto del 1952, pubblicato dalla rivista giapponese “Kaizo”,
sintetizzò con grande lucidità il proprio pensiero.
La parte da me
avuta nella costruzione della bomba atomica si limita a un solo atto:
firmai una lettera al presidente Roosevelt, insistendo sulla necessità
di esperimenti su larga scala per sondare la possibilità della
costruzione di una bomba atomica.
Ero pienamente consapevole del
terribile pericolo per il genere umano nel caso che quel tentativo
avesse avuto successo, ma la probabilità che i tedeschi stessero
lavorando nel medesimo problema con una possibilità di riuscita mi
spinse a quel passo. Non avrei potuto agire altrimenti, sebbene io sia
sempre stato un pacifista convinto. Per me uccidere in guerra non è
colpa minore che commettere un comune assassinio.
Finché, tuttavia,
le nazioni non si decideranno ad abolire la guerra attraverso un’azione
comune e a risolvere i loro conflitti e a proteggere i loro interessi
attraverso decisioni pacifiche su una base giuridica, esse si
sentiranno costrette a prepararsi alla guerra. Esse si sentono
obbligate ad apprestare tutti i mezzi possibili, anche i più odiosi,
pur di non rimanere indietro nella corsa generale agli armamenti.
Questa strada porta necessariamente alla guerra, una guerra che nella
presente situazione significa l’universale distruzione.
In queste
circostanze la lotta contro i mezzi non ha probabilità di successo.
Solo l’abolizione radicale della guerra e della minaccia della guerra
possono esserci di aiuto. È per questo fine che noi dobbiamo lavorare.
Dobbiamo essere risoluti a non lasciarci forzare ad azioni contrarie a
quel fine. Questa, per un individuo conscio di dipendere dalla società,
è una grave richiesta, ma non è una richiesta impossibile.
Gandhi,
il più grande genio politico del nostro tempo, ha indicato la strada.
Egli ha mostrato di quali sacrifici siano capaci gli uomini una volta
che abbiano trovato la strada giusta. La sua opera per la liberazione
dell’India è una testimonianza vivente del fatto che una volontà
sorretta da una ferma convinzione può più di una forza materiale
apparentemente invincibile (Idee e opinioni, pp. 161-162).
Einstein,
riprendendo il progetto di Kant, pensa che debba esistere una forte
organizzazione internazionale - dotata di armi per dissuadere i
violenti - la quale risolva pacificamente con strumenti giuridici le
controversie fra i vari Stati.
Negli anni cinquanta, quando si
intensificò la corsa agli armamenti nucleari fra USA e URSS, comprese
che era in gioco la stessa sopravvivenza dell’umanità e preparò un
appello agli scienziati, che fu reso pubblico da Bertrand Russell. Il
testo in traduzione è stato presentato da “Azione Nonviolenta” nel
novembre scorso.
Filosofia e saggezza
Einstein è stato un grande scienziato, ma
non si chiudeva nella propria specializzazione: era sensibile ai
problemi della convivenza umana e ai valori dell’arte (suonava il
violino). Incline alla riservatezza (si definiva un “viaggiatore
solitario”) e alla pacata riflessione sul significato della vita, ha
trascorso la propria esistenza in modo sobrio e modesto, dando un
esempio prezioso di rara saggezza.
Riportiamo ora alcuni pensieri e aforismi, tratti da Idee e opinioni (Schwarz Editore, Milano, 1965).
Spesse volte, durante la giornata, ricordo a me stesso che la vita
interiore ed esterna si basa sul lavoro degli altri uomini, d’oggi e di
ieri, e che io devo sforzarmi di dar loro in uguale misura ciò che ho
ricevuto e ciò che tuttora ricevo. Sento il bisogno di condurre una
vita semplice e ho spesso la penosa consapevolezza di esigere
dall’opera dei miei simili più di quanto non sia necessario. Io
considero le differenze di classe come ingiustificate e fondate in
ultima analisi sulla violenza; ma credo anche che una vita modesta e
semplice sia adatta a chiunque, per il corpo come per la mente (pp.
19-20).
Non ho mai guardato all’agiatezza e alla felicità come a fini
assoluti. Gli ideali che hanno illuminato il mio cammino e che in molte
occasioni mi hanno dato nuovo coraggio per far fronte serenamente alla
vita, sono stati la bontà, la bellezza e la verità. Senza la coscienza
di essere in armonia con coloro che partecipano delle mie convinzioni,
senza l’ansia verso una meta, sempre irraggiungibile, nel campo
dell’arte e della ricerca scientifica, la vita mi sarebbe parsa vuota.
Le mete banali verso le quali l’umanità indirizza i suoi sforzi: il
possesso materiale, il successo esterno, il lusso, mi sono sempre
apparse spregevoli (p. 20).
Il mio ideale politico è la democrazia. Ciascuno deve essere rispettato come individuo e nessuno deve essere idolatrato.
È
una ironia della sorte che io sia divenuto per i miei contemporanei
l’oggetto di un’eccessiva ammirazione, senza colpa nè merito da parte
mia (p. 21).
Non posso concepire un Dio che ricompensa e punisce le sue creature
e che esercita una volontà simile a quella che noi sperimentiamo su noi
stessi. Nè so immaginarmi e desiderare un individuo che sopravviva alla
propria morte fisica (...)
A me basta il mistero dell’eternità della
vita, la coscienza e il presentimento della mirabile struttura del
mondo in cui viviamo, insieme con lo sforzo incessante per comprendere
una particella, per piccola che sia, della Ragione che si manifesta
nella natura (p. 22).
Il vero valore di un essere umano è anzitutto determinato dalla
proporzione e dal senso in cui egli si è liberato da sè medesimo (p.
23).
La gioia del guardare e del comprendere è il dono più bello della natura (p. 37).
Credo che le idee di Gandhi siano le più illuminanti fra tutte
quelle degli uomini politici del nostro tempo. Dovremmo sforzarci di
operare nel loro spirito, non già usando la violenza nella lotta per la
nostra causa, ma rifiutando la partecipazione a quello che noi
riteniamo essere male (p. 159).
L’Editore Boringhieri di Torino ha pubblicato di Einstein, oltre a
varie opere scientifiche, Pensieri degli anni difficili. (1965).
Su
“azione nonviolenta” (maggio-giugno 1979) è uscita la traduzione del
saggio di J. Rotblat: Einstein, un genio antimilitarista.
Claudio Cardelli
Boicottaggio riuscito
Torino, 4 maggio 1996
Egr. sig. Resp. delle Pubbliche Relazioni
dott. Saverio Ripa di Meana
Nestlè Italia S.p.a.
Via Richard, 5
20100 Milano
e p.c. Segreteria italiana Baby Milk Action
Via Macchi, 12
21100 Varese
Azione Nonviolenta
Via Spagna, 8
37123 Verona
Con la presente desidero informarVi che, aderendo lo scorso ottobre
1995 alla Campagna di boicottaggio internazionale “Baby Milk Action”
promossa da diverse organizzazioni non governative per protestare
contro il comportamento adottato dalla Nestlè nel Terzo Mondo ed in
particolare per quanto riguarda la diffusione del latte in polvere:
A) Ho raggiunto, assieme alla mia famiglia (composto da quattro
persone e un cane), il traguardo del primo milione di lire dirottato
dall’acquisto di prodotti del gruppo Nestlè a prodotto analoghi di
gruppi concorrenti, come dimostra la tabella che elenca i prodotti
boicottati, il loro prezzo medio nei sei mesi di osservazione e la
marca di prodotti acquistati in alternativa.
B) Il boicottaggio dei Vostri prodotti deriva esclusivamente
dall’adesione alla Campagna per contrastare il commercio del latte in
polvere nei Paesi in via di sviluppo in sfavore dell’allattamento al
seno, comportamento che l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della
Sanità hanno stimato essere responsabile della morte di un milione e
mezzo di bambini all’anno. Il boicottaggio non è quindi una critica
alla qualità dei Vostri prodotti, ma alla qualità della Vostra etica.
C) La mia famiglia ed io siamo disposti a ritornare all’acquisto dei
Vostri prodotti a partire dal giorno in cui la Nestlè, tramite
comunicato stampa, proclamerà ufficialmente l’abbandono della politica
finora seguita al riguardo.
Distinti saluti
Paolo Macina
(Torino)
PRODOTTO PREZZO QUANTITÀ PRODOTTO DELLA
ELIMINATO MEDIO It.KGg CONCORRENZA
NESCAFÈ 8.490 3 eliminato tempor.
NESQUIK 4.850 3 OVOMALTINA
ORZORO 2.490 3 ORZOBIMBO
FONDENTE NESTLÈ 1.290 3 CIOCCOLATO RITT
BACI PERUGINA 15.300 2 FERRERO ROCHER
YOGHURT MIO 2.450 20 YOGHURT DANONE
POLO 1.500 2 FISHERMANN’S FRIEND
ACQUA VERA 550 12 PIAN DELLA MUSSA
ACQUA S. BERNARDO 650 12 ULIVETO
OLIO SASSO 11.690 5 OLIO DANTE
PASTA BUITONI 1.600 35 PASTA BARILLA
CRACKERS MOTTA 3.670 6 CRACKERS SAIWA
BUON DI MOTTA 3.440 20 MULINO BIANCO
GELATI MOTTA 8.000 2 SANSON
GELATI ANT. GELAT. 16.100 1 BINDI
DEL CORSO
PANETTONE ALEMAGNA 8.700 2 PANETTONE BAULI
SURGELATI VARI 8.400 20 FINDUS
VALLE DEGLI ORTI
SURGELATI SURGELA 8.600 20 ARGEL, ARENA
BRODO MAGGI 690 5 BRODO KNORR
FRISKIES 1.350 120 CIAPPI
AFFETTATI VISMARA 20.400 4 CITTERIO, PARMA
FORMAGGI LOCATELLI 7.900 10 INVERNIZZI
VOGLIA DI PIZZA 8.500 5 PIZZA PRONTA SMA
NESTEA 1.300 5 THE PRONTO SMA
Totale 1.118.180
BOSSI E GANDHI
Non voglio spendere più del dovuto sull’inquietante fenomeno
leghista anche perché le cronache di questi giorni offrono elementi ed
analisi molto più eloquenti delle mie osservazioni.
Un movimento,
fondato sull’egoismo, sul culto del denaro, sull’ostinata ricerca di
una identità etnica e via dicendo, non può che trasformare l’operosa
Pianura Padana in una Croazia.
Purtroppo la lezione della vicina ex
Jugoslavia è stata dimenticata e i leghisti vogliono ora farla vivere
sulla pelle di milioni di innocenti. Occorreva fermare la Lega molti
anni prima, occorreva non corteggiarla, non strumentalizzarla ora
contro questa, ora quella coalizione. Occorreva.. lo Stato si muova!
Della
kermesse leghista tenuta sabato 4 maggio nei pressi di Mantova,
particolarmente mi ha inquietato la risposta evasiva di Bossi data ad
un altro leghista quando ha chiesto se il cosiddetto CNL o CNP (non
hanno ancora deciso quale delle due sigle adottare) avrebbe permesso
l’uso della violenza in caso di mancata secessione pacifica.
Bossi è stato evasivo. Sostiene il “metodo pacifico” proposto dalla Pivetti, ma non esclude in seguito altre forme di lotta.
Mi
ha indignato ancora quando Bossi ha citato il Mahatma Gandhi a
proposito dell’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Non
vorrei ora dare lezioni di storia quanti posseggono un briciolo di sale
in testa, ma mi chiedo che nesso possa esserci tra l’ipotesi
federalista italiana con una giusta rivendicazione dell’India di 50 e
più anni fa? Bossi lo sa che il Mahatma si è opposto con tutto se
stesso alla spartizione del continente indiano nei due stati di India e
Pakistan? Bossi lo sa che Gandhi aveva previsto le catastrofiche
conseguenze che ad oggi indù e musulmani continuano a pagare? Uno
“statista” oltre a conoscere l’economia, la geografia, dovrebbe
conoscere anche e soprattutto la storia!! Lieto dovermi un giorno
smentire. Grazie e cordiali saluti.
FRANCO LO VECCHIO
(Brescia)
LEGGERE S. FRANCESCO
Caro amico Giovanni,
ho letto volentieri la tua lettera pubblicata su AN (marzo 1996, pg.
22 “Nonviolenza della mente”) e condivido la tua preoccupazione e la
tua ricerca nel rapporto nonviolenza-credo-cammino interiore, anche
perché ho vissuto personalmente diversi anni fa, un’esperienza simile
alla tua, e dopo tante vicissitudini, tanta lettura, molti incontri ho
trovato serenità e un punto di riferimento nella mia fede cristiana,
senza bigottismi di sorta e nonostante tutte le discussioni in merito
che da sempre fa la stampa riguardo alcuni personaggi che spesso non
sono di edificante esempio anche all’interno della Chiesa stessa,
ma...siamo tutti uomini, purtroppo, con i nostri pregi e difetti!
Un
giorno, per caso, mi trovavo a passare da un giornalaio in una stazione
e per curiosità ho acquistato un libro della Oscar Mondadori dal titolo
“Vita di S. Francesco d’Assisi” di P. Sabatier, e mano a mano che lo
leggevo, avevo risposte ai miei dubbi e alle mie ricerche: gli anni
precedenti, tutti trascorsi alla scoperta delle filosofie orientali,
apparivano ora illuminati da una luce nuova.
Prova molta stima ed
ammirazione per il Buddismo e per tutti coloro che hanno questo credo,
e quindi anche per te che sei alla ricerca, perché la ricerca della
pace e della fraternità, senza integralismi, non può che produrre un
“cibo nutriente” per la nostra mente. Penso che sicuramente troverai la
tua strada se lo desideri con forza, e da amico, proprio nell’ottica di
una cultura di “Nonviolenza per la mente”, ti consiglio la lettura di:
“Francesco, profeta di Pace e di Ecologia”
di Manuel Carreira Das Neves
Casa Ed. Edizioni Messagero, Padova, 1993
In modo particolare del Cap. III
Penso che se lo leggerai, ti piacerà, e se ti farà piacere farmi sapere le tue impressioni in merito, sarò lieto di risponderti.
Porgendoti ancora auguri per il tuo cammino, ti invio fraterni auguri di Pace e Bene
Vitaliano Buzzola
(Savona)
Chiederemo la verità finché siamo vive
A cura delle Donne in Nero - Belgrado
- Comunicato sugli scomparsi -
Per creare stati etnicamente puri, la guerra contro la popolazione
civile nel territorio della ex-Jugoslavia ha avuto le dimensioni di
orribile crimine. Gli ideologi nazionalisti non soltanto hanno
concepito il progetto dello scambio dei territori e della popolazione,
ma anche della eliminazione fisica delle altre etnie.
I crimini commessi contro le persone sequestrate e scomparse devono essere denunciati.
Gli
ideologi e gli esecutori dei crimini adesso, in fretta, cercano di
occultare le tracce dei crimini, credendo di rimanere impuniti e
convinti che le vittime saranno presto dimenticate.
Le vittime hanno i loro nomi, ma i nomi degli assassini e dei boia non si sanno.
Non
si possono sottrarre dalle responsabilità affermando che hanno eseguito
soltanto degli ordini perché i superiori affermano di aver agito
soltanto in base agli ordini...
In questo modo la catena dell’impunità si sviluppa all’infinito.
Non
facendo le inchieste sui crimini commessi, giustificandoli con lo
“stato di emergenza della guerra”, relativizzando le colpe e le
responsabilità, si mettono allo stesso livello le vittime e i boia.
Secondo
i dati disponibili, nella guerra della ex-Jugoslavia ci sono circa
35000 persone scomparse, sia nelle zone di guerra sia al di fuori di
esse.
A Vukovar, durante l’assassinio di questa città dal JNA
(armata federale jugoslava) sono sparite migliaia di persone. Gli
organi di stato della FR Jugoslavia e di Croazia, affermano di aver
fatto “tutto ciò che potevano”.
I genitori degli scomparsi si sono rivolti a tutti.
Testimoniano
che le autorità competenti davano delle informazioni non ufficiali
sulla morte, la cattura, la scomparsa dei familiari. I cosiddetti
scambi tutti per tutti sono stati fatti e continuano ad essere fatti
con criteri arbitrari.
Le autorità militari si regolavano sempre
secondo la qualità dello scambio, cioè, gli importanti per gli
importanti, mentre gli uomini coscritti e poi portati al fronte per
forza erano carne da cannone inclusa nel prezzo della guerra.
Durante
le operazioni dell’esercito croato Folgore (maggio ‘95) e Tempesta
(agosto ‘95) contro la Krajina, migliaia di persone, principalmente
dell’etnia serba, sono sparite.
Il silenzio e la complicità di
questi due stati continua. Il commercio che sfrutta la gente, sia viva
che morta, utilizza per i propri giochi il ricatto per ottenere un
equilibrio basato sulla paura e sul terrore, per accrescere la distanza
tra i popoli e per giustificare la tesi dell’impossibilità della
convivenza pacifica.
In Serbia, il cui regime afferma di non aver
fatto la guerra, sono stati sequestrati e fatti sparire i cittadini. I
sequestri sono stati coordinati nella complicità tra le autorità
statali, civili e militari, ed i paramilitari serbi. Le vittime del
progetto mostruoso sulla pulizia etnica sono stati i cittadini
mussulmani.
Nell’ottobre 1992 a Sjeverin sono state sequestrate 17
persone; nel Febbraio ‘93 a Strpei sono state sequestrate altre 20
persone. La popolazione mussulmana di Sandzak é stata sottomessa,
specialmente nel ‘91 e ‘92, ma anche adesso, dagli assassini con
continue rappresaglie, accuse, processi politici montati. I genitori
degli scomparsi e l’opinione pubblica in Serbia hanno chiesto e
chiedono inchieste sui crimini commessi. Le autorità guardano in
silenzio, occultano la verità, ma i genitori degli scomparsi,
soprattutto le madri avvertono: “Chiederemo la verità finché saremo
vive”.
Si calcola che nella guerra in Bosnia Erzegovena ci sono
stati 30000 scomparsi, di tutte le etnie ma per lo più mussulmani. A
Sebrenica, “zona protetta dall’O.N.U.”, l’esercito serbo-bosniaco ha
espulso più di 4000 persone. Finora sono state identificate sei fosse
comuni, le donne di Srebrenica chiedono 10000 familiari. Dopo la caduta
di Zepa, anche in questa zona “protetta dall’O.N.U.”, l’esercito
serbo-bosniaco ha arrestato 80 mussulmani di cui si é persa ogni
traccia. I crimini della pulizia etnica nella parte nord-est della
Bosnia sono occultati dall’esercito serbo-bosniaco trasferendo nella
miniera di Ljubija i cadaveri delle persone uccise. Credono di
distruggere ogni traccia, cancellare la memoria di più di 8000
persone..., ma si sbagliano!
Dicono che la guerra sia finita. Forse
adesso gli stessi ideologi della guerra e gli esecutori dei crimini,
stupiti, diranno: “ NON SAPEVAMO!”.
Ma le madri degli scomparsi li
avvertono. Come le madri argentine di Plaza de mayo che da vent’anni
chiedono giustizia per i loro figli sequestrati e poi scomparsi durante
la dittatura imposta dai militari della giunta argentina contro il
proprio popolo.
Ci uniamo alle richieste dei genitori degli scomparsi di conoscere la verità.
L’indifferenza
verso le vittime dei crimini e la complicità con i criminali non ha
scusanti. Non si possono accettare i “NON SAPEVAMO”. Se prima non
sapevamo che tanti crimini erano stati commessi “in nome del popolo
serbo”, le donne di Srebrenica, i genitori degli scomparsi di Strpei,
Sjeverin, Krajina, Vukovar, Prijedor... parlano con il loro dolore:
“ADESSO SAPETE”.
La scusa che anche gli altri lo facevano non diminuisce la responsabilità.
Se
il grido delle madri degli scomparsi trova anche adesso il silenzio e
l’indifferenza, se non si chiede la responsabilità per i crimini, tutto
un popolo diventerà complice e la responsabilità collettiva,
dimostrando una terribile caduta morale.
Noi, DONNE IN NERO,
chiediamo la verità a la giustizia per gli scomparsi. Durante le nostre
proteste, per tutto il mese di marzo, esporremmo nella piazza
principale di Belgrado la lettera delle donne di Srebrenica e i nomi
degli scomparsi di Strpei, Sjeverin, Krajina, Vukovar, Prijedor...
Belgrado 5 marzo 1996
ECCO QUELLO CHE LORO HANNO ANCORA
L’anno scorso sono venuta a contatto con la società americana di
origine europea e quest’anno con quella russa. Sono riuscita così a
vedere gli estremi creati dall’uomo, che dal dopoguerra si spartiscono
il mondo e da quel momento hanno cominciato a svuotare l’uomo nel suo
interno, proprio come fa il verme dentro una mela.
Dopo aver anche
vissuto per alcuni mesi nella riserva indiana di Towaoc degli Ute
Mountains, nel sud del Colorado nell’estate 1995, penso che loro siano
gli unici ad avere conservato qualcosa di umano in sé, anche se noi,
del mondo civilizzato, gli continuiamo a definire primitivi. Sono gli
unici che riescono a vedere l’amicizia come qualcosa di sacro e puro, e
la sanno valorizzare. Infatti l’amicizia è basata su un rapporto
personale e speciale che non ha altri fini e non specula. È un’amicizia
che porta a condividere il bene ed il male presente nella vita
quotidiana, proprio come in una grande famiglia. È un’amicizia che
rispetta e vuole essere rispettata perché consapevole del suo valore
intrinseco. Ti da sicurezza e conforto, sai di non essere solo, sai di
non essere perduto. Tutta questa generosità e purezza di spirito deriva
dalla loro religione dal loro Great Spirit, del quale ne vedono la
presenza quotidiana nella natura, alla quale sono ancora molto vicini.
La
differenza tra questi indiani d’America e noi, che pensiamo di
rappresentare l’apice della “civilizzazione”, si sente a fior di pelle
quando si è tra queste persone. È molto difficile poter spiegare questo
sentimento di pace e non violenza che essi ti trasmettono. È
quell’equilibrio che tutti gli esseri umani originariamente portano
dentro di sé, ma che nei nostri sistemi di vita, sia esso capitalista o
comunista, non riesce a svilupparsi e non riesce ad esprimersi al suo
meglio attraverso la nonviolenza. Dopo essere entrata a contatto con i
due sistemi più estremi esistenti sulla faccia della terra, penso che
entrambi abbiano contribuito ad un peggioramento dell’uomo nel suo
aspetto umano, perché gli hanno sottratto l’anima e il suo contatto con
Dio.
Nel sistema capitalista, che vede negli Stati Uniti d’America
il principale esponente, hanno svuotato la mela, ma ne hanno abbellito
l’aspetto esteriore...la mela è rossa e la sua buccia è liscia e
lucida, ti tenta...,ma peccato che non sappia di nulla. Nei paesi
comunisti dell’Europa dell’Est, con Russia al primo posto, nel
sottrarre la polpa alla mela, hanno usato un po’ troppa violenza e
anche l’aspetto esteriore del frutto si è rovinato!
Con o senza
tatto non ha importanza in questo caso, perché di fatto entrambe le
mele sono vuote! Ovunque, si può vedere che l’amicizia è diventato un
mezzo per raggiungere altre mete. Questo soprattutto nell’ex-blocco
comunista in questo momento di trasformazione, perché il poter uscire
da quel grigiore è il sogno di molte persone e ciò che di meglio una
madre possa augurarsi per sua figlia o suo figlio. Anche in questi
paesi, nonostante di ricchezza se ne veda ben poca, il denaro detta
legge e regola vita e sogni di quelle persone. La cosa triste è, che
anche i sentimenti e le amicizie vengono rapportati al denaro, e quindi
non vieni amato e rispettato per quello che sei, bensì per quello che
possiedi. Questa mentalità di possesso e di avere, più che di essere,
ha raggiunto i Paesi comunisti, e molto lentamente si affiancherà alla
mentalità precedente, ma senza migliorare le persone interiormente. Di
sicuro un cambiamento sarà visibile sulla facciata esterna per quelle
persone che se lo potranno permettere, poiché sono entrate nel nuovo
cerchio degli affari.
A mio avviso questi due sistemi hanno generato
solo violenza e hanno cercato di sostituire i veri valori della vita,
con dei surrogati materialistici, delle ideologie e delle utopie, che a
breve termine sembrava funzionassero, ma che a lungo andare hanno
rivelato lacune e scompensi, tanto che oggi molte persone si sentono
smarrite. Questo senso di smarrimento è ciò che ho potuto vedere anche
negli occhi di alcuni indiani, forse dei meno forti, che non hanno
saputo resistere alle tentazioni della società bianca, ne sono venuti a
contatto...e si sono quasi contagiati. Chi invece ha saputo resistervi
si ritrova oggi con un qualcosa di speciale, che penso in via di
estinzione: fede, pace interiore, generosità e semplicità. Questa è la
strada che porta alla vita non violenta, perché consapevoli di ESSERE
su questa terra e si non dover AVER. L’idea di possesso porta a vedere
nell’altro un nemico anziché un nostro simile, e come nemico ci farà
paura ed ecco che in noi scatta la molla dell’intolleranza e della
violenza per poterci difendere.
È chiaro che al giorno d’oggi non
possiamo più fare a meno dei prodotti creati dal progresso, ma pensate
ci sia bisogno di spingere la nostra barca oltre...verso altre rive
sconosciute? Tra questi due mondi estremi c’è l’Europa, non abbiamo
ancora raggiunto certi livelli di annullamento della persona, anche se
purtroppo siamo sulla strada giusta per centrare quel bersaglio! In
Italia, grazie al nostro modo di fare caloroso, accogliente e
spontaneo, il passo sarebbe veramente breve per arrivare ad ottenere
una società basata sulla non violenza e sul rispetto, se solo
riuscissimo ad abbandonare il nostro egoismo ed il nostro
individualismo!!
Certo in Italia non siamo tutti dei Gandhi o dei
Martin Luther King che hanno sacrificato la loro vita per la non
violenza, ma è certo che per una volta potremmo esseri presi come
esempio positivo...oltre i nostri confini. E se per caso in noi fossero
rimaste ancora alcune tracce primordiali di questi indiani, perché non
cercare di farle rifiorire? Potremmo diventare forse diventare...i
primi indiani d’Europa?
ALESSIA CORTESI
(Austria)
PERCHÉ ABBIAMO DECISO DI DISUBBIDIRE ALLA LEGGE
ED AVERE UN SACCO DI NOIE
Con piena coscienza di commettere un reato tra i più gravi, almeno
dal punto di vista del contratto sociale, abbiamo deciso di non versare
allo Stato la cifra corrispondente alla quota che lo Stato paga per le
spese militari. Abbiamo deciso di fare ciò perché siamo profondamente
convinti che le armi abbiano una sola fondamentale utilità: quella fare
dividendi per gli azionisti delle fabbriche di armi.
Ci hanno sempre
detto che le armi servono per difendere la Patria. Noi, che desideriamo
difendere la nostra Patria mondiale, pensiamo invece che le armi
viaggino per il mondo per promuovere sostenere l’ingiustizia.
Pensiamo
che se le enormi quantità di ricchezza e di studio e di lavoro e di
genialità che vengono investite negli armamenti fossero invece
destinate a promuovere la salute, la solidarietà e la gioia tra gli
uomini tutti ne avremmo vantaggio.
Pensiamo anche che se tutti gli
uomini avessero da sempre disubbidito agli ordini di guerra, comunque
fossero travestiti, la storia dell’uomo narrerebbe di gioie: invece
ovunque volgiamo lo sguardo, vediamo ricordi, tracce e prove di
crudeltà e sopraffazione.
Noi riteniamo che vi siano momenti nella
storia in cui vi è l’obbligo morale di disobbedire leggi che fino a
quel momento parevano giuste: questo è un momento della storia umana in
cui è facile percepire che le guerre sono sempre di più combattute con
armi economiche, e che i popoli più ricchi sono ormai inclusi tra i
sopraffattori, e che i nostri stili di vita consumistici tolgono il
necessario ad altri popoli che la storia economica vuole vittime.
Costoro non possono difendersi con le armi ma solo con la nostra
consapevolezza di essere patrioti di una Patria mondiale.
Sandro Pertini aveva detto: “Si vuotino gli arsenali, si riempiano i granai!”. Nella sua memoria diciamo NO ALLE ARMI!
ANTONELLA VIGORELLI MILANESI e ANDREA MATTEI
(Montescudato)
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