Home arrow 2005 arrow 1996 arrow Azione nonviolenta - Maggio 1996
Menu
Home
News
Azione nonviolenta
Movimento nonviolento
Le Radici
Web Links
Libri in Vendita
Nonviolenza in Cammino
Nonviolenza e musica
Mailinglist
La Vigna di Mauro
Contatti
- - - - - - -
Motore di Ricerca
Richiesta copia omaggio

Inviando una e-mail ad
an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.


Abbonamento annuo Euro 29.00.

(nel soggetto scrivere "copia AN" ed indicare con precisione cognome,nome, indirizzo, CAP, città)

 
Azione nonviolenta - Maggio 1996 PDF Print E-mail

Maggio 1996

L’editoriale
ANTINUCLEARE DIECI ANNI DOPO
Servizio fotografico di A.N.

L’argomento
UN SERVIZIO PER EDUCARE ALLA PACE
di Antonino Drago

Campagna OSM
UN’OBIEZIONE FORTEMENTE POLITICA
di Vittorio Merlini

Dal Nord e dal Sud
IL REGIME SERBO PERDONA I CRIMINALI DI GUERRA E CONDANNA DISERTORI E OBIETTORI PACIFISTI
di Sasa Zajovic

MILITARISMO, DISOCCUPAZIONE, INQUINAMENTO IN INDONESIA E A TIMOR EST
Intervista di Alberto Melandri a W. Wilson

Galleria delle idee
LA VIOLENZE E’ LIBERATRICE ?
di Hem Day

Profili
ALBERT EINSTEIN
di Claudio Cardelli

Campagna Nestlè
BOICOTTAGGIO RIUSCITO
di Paolo Macina

BIBLIOGRAFIA SULLA FORMAZIONE DEGLI ODC

INTRODUZIONE

di Antonino Drago

1. Definizione di educazione alla pace
Formare gli obiettori di coscienza (odc) a che? La prima risposta naturale è: educare alla pace. Ma che vuol dire educare alla pace?
Tra le tante definizioni possibili, quella data da A. Bjersted, coordinatore del Peace Education Committee dell’IPRA mi sembra la più adeguata: Educare alla pace comporta lavoro educativo per portare avanti quattro ampi obiettivi interagenti tra loro: 1) essere responsabili come cittadini del mondo; 2) essere pronti alla nonviolenza; 3) avere atteggiamenti ugualitari; 4) essere pronti a ricercare alternative (l’ordine tra di loro ha rilevanza).

2. Due linee pedagogiche sulla formazione degli odc
La pedagogia dominante ha assunto un atteggiamento molto preciso negli ultimi decenni: professionalizzazione del ruolo dell’insegnante (o formatore); libertà di apprendimento invece che libertà di insegnamento; esorcizzazione del plagio sugli educandi; autorità = autoritarismo;
repressione = oppressione; neutralità rispetto ai valori sociali e storici (salvo il valore della scienza e il valore della tecnologia); pedagogia come scienze dell’educazione; tecnologie dell’educazione; società educante (= ruolo dominante dei mass media). Si può dire che tutto questo ha un punto di riferimento preciso nel rapporto Unesco: E. Faure: Imparare ad essere, Armando, 1975. Quello stesso rapporto vedeva ogni altra pedagogia come inesorabile superata dai tempi moderni.
Quindi ogni rivendicazione diversa è considerata espressione di arretratezza culturale.
In realtà i nonviolenti non hanno mai avuto paura di passare per arretrati; perché se il progresso è la corsa agli armamenti, allora occorre combattere questo progresso, e con esso il progresso di ogni altro settore che si connette al settore degli armamenti. Questa è la novità essenziale del pensiero nonviolento rispetto alle ideologie sociali dall’800 in poi.
I nonviolenti basano la espansione delle loro idee e della loro società sulla convinzione personale. Perciò l’educazione per essi è una attività fondamentale. È naturale allora che essi abbiano espresso degli educatori nonviolenti, considerati universalmente di grande levatura: Tolstoj, Montessori, Capitini, D. Dolci, Don Milani. Illich. In particolare Don Milani appare come colui che ha portato a compimento una pedagogia che sa includere la soluzione dei conflitti a tutti i livelli, da quelli personali a quelli sociali (lotta culturale e lotta di classe: Lettera ad una professoressa, LEF, 1967) a quelli bellici (Lettera ai cappellani militari, LEF, 1966), secondo una metodologia che può essere letta tra le righe di quei documenti e della sua Autodifesa.
Si è riflettuto poco sulla pedagogia implicita in Don Milani. Se ne è fatto parziale interprete D. Novara nel suo primo periodo (D. Milani e L. Ronda: Guida metodologica alla educazione alla pace, EGA, Torino, I ed., 1984). Mi permetto di segnalare alcuni miei scritti: “Le proposte della Scuola di Barbiana”, Scuola e Professione, 15, n.4 (1987) 6-13: “Quello che Don Milani ha voluto costruire”, in G. Catti (ed.): Don Milani e la pace, EGA, Torino, 1988, 89-95; “Dall’esperienza dell’educazione alla pace alla nuova pedagogia come insegnamento alle scelte di vita” in G. Catti (ed.): Studiar per pace, Thema, Bologna, 1988, 77-95.
Finora nulla ho detto della particolare età e del particolare sesso degli odc. Purtroppo la educazione giovanile non ha grandi esperienze da offrire, a mia conoscenza; ancor meno ha da offrire la educazione degli adulti, che viene intesa di solito solo come educazione alla socializzazione alla vita istituzionale: tutto il contrario di quel che serve a degli odc. È da riscoprire piuttosto la pedagogia di Gandhi, sulla quale conosco solo il libretto di M. Piatti: Gandhi e le scuole del Nai Talim, EMI, 1985, oltre al mio scritto “Nonviolenza come educazione degli adulti”, in D. Dolcini et al. (eds.): Mahatma Gandhi. Idee e prassi di un educatore, Ist. Prop. Libraria, 1994, 309-315. A me sembra essenziale l’esperienza di Gandhi per chi voglia impostare quell’educazione degli adulti che in generale sfugge a tutti i pedagogisti.
Infine c’è da segnalare che la Caritas dal 1986 ha istituito, in parallelo al SC’ dei maschi, l’anno di volontariato sociale (AVS) delle ragazze, con ormai 1500 esperienze compiute. L’esperienza pedagogica è molto interessante, ma molto particolare; perché è volontaria, dentro un Ente particolare e con finalità pionieristiche.

3. La pedagogia per gli odc: tra due fuochi
Oggi la formazione degli odc è oscillante tra le due popolarità pedagogiche precedenti. La pedagogia nonviolenta non ha un punto di riferimento esplicito (anche per il cambiamento di D. Novara, che nel passato aveva saputo attirare l’attenzione degli insegnanti e formatori sulla pedagogia nonviolenta). D’altra parte la pedagogia dominante è pervasiva, anche se tendenzialmente rifiutata dagli educatori degli odc. Dalla tensione tra le due polarità sortiscono spesso esperienze documenti che sono delle miscele basate molto sulla buona volontà, mista al culturalismo pedagogico.
Se in Italia non c’è ancora una esperienza stabile e diffusa di educazione alla pace (“Dozen years of Peace Education in Italy, as embodied in winners of the F. Pagano National Prize”, comun. XV IPRA Conf., Malta. 1994), ancor meno c’è una tradizione di formazione degli odc.
C’è piuttosto una tradizione di dibattito sulla formazione degli odc.
La vexata quaestio della formazione degli odc è in quale modo e in che misura la formazione debba fuoriuscire dalla formazione solo cognitiva, includendo anche la formazione emotiva e fisica.
Il problema è grosso per la pedagogia corrente, ma anche per la pedagogia dei grandi maestri della nonviolenza, i quali non suggeriscono soluzioni precise e facilmente ripetibili.
Di fatto oggi la formazione collettiva è in gran parte di tipo cognitivo (lezioni con discussione finale). Pochissimo usata è la tecnica di Don Milani, quella della scrittura collettiva (F. Gesualdi, J.L. Corzo Toral: Don Milani nella struttura collettiva, EGA, Torino, 1992).
Da un decennio circa si è fatto strada un tipo di formazione che viene chiamata training nonviolento. All’origine questo tipo di formazione è stato concepito per unire tre attività educative: lo yoga, la psicologia e il sociodramma. La modalità di presentazione corrente è quella di un lavoro di gruppo presentato come gioco, che unisce il fisico, lo psichico e il comunitario. C’è ormai una letteratura abbastanza ampia (ricordo: A. L’Abate: L’addestramento alla nonviolenza, Satyagraha, Torino, 1985; Jelf: Giochi cooperativi, LDC, Torino, 1989). Le valutazioni sono contrastanti, ma c’è poca letteratura critica in proposito. Italia si è formato un gruppo specifico di promozione di questo tipo di formazione. Una prima esperienza nazionale (Forze Nonviolente di Pace) si è conclusa bruscamente e inspiegabilmente nel giro di tre anni. Ne è nata successivamente (1990) la Rete di Formazione Nonviolenta (RFN), che promuove molti corsi nei gruppi di volontariato locale o nelle scuole; attraverso qualcuno ha avuto una esperienza formativa nelle marce a Sarajevo 1992 e 1993; vedi Anch’io a Sarajevo... , ed. Satyagraha, Torino, 1995, ma non ha una presenza colletiva nella formazione degli odc. Un’altra attività che ha ampia diffusione è la tecnica detta “Il teatro dell’oppresso” di Boal.
Qualche Ente di SC cerca di svolgere una attività di formazione preventiva che termina con la realizzazione di una manifestazione pubblica su uno dei tanti temi che di interesse fondamentale per gli odc (approvazione della riforma della legge sulla odc, DPN, antimilitarismo, fame nel mondo, problemi assistenziali locali, ecc.)
La Caritas propone e fa praticare la vita comunitaria in piccolo gruppo come esperienza educativa - formativa degli odc, è una proposta controversa; c’è chi a tal proposito parla di “casermette”, anche perché il Ministero della Difesa vorrebbe, attraverso le sue circolari, imporre l’obbligo del dormire presso l’Ente di SC.

4. I problemi strutturali della formazione odc in Italia
Da una parte c’è il problema della formazione degli odc come problema collettivo, inter Enti di SC e politico è un problema relativamente recente. La crescita degli odc è stata costante dai 108 del 1972 ai 3000 del 1980, ma non comportava problemi urgenti di formazione se non per gli Enti più grandi (Caritas) o per quelli più motivati nel promuovere la prospettiva politica di un SC come crescita delle idee nonviolente (MIR, MN). È dagli anni del Movimento della Pace (anni ‘80) che gli odc sono cresciuti fortemente, anche in contrasto alla manovra ostacolatrice del Ministro della Difesa Spadolini nel 1983. Inoltre, diventando l’obiezione un fenomeno di massa, la figura dell’odc è scaduta in una figura inizialmente poco motivata e facilona; il che ha reso necessaria quella formazione che prima ogni odc aveva già realizzato con la riflessione e l’impegno sociale personale.
Per di più, dagli stessi anni è nata la Campagna Nazionale di obiezione alle spese militari (OSM), che ha proposto un progetto politico che tende a impegnare tutti gli odc al sostegno di una prima istituzione di difesa popolare nonviolenta (DPN), programma che poi si è specificato nella richiesta di una Scuola per i 1000 Formatori degli odc oggi necessaria per i 40.000 odc attuali; al quale programma la Caritas ed altri Enti hanno acconsentito.
D’altra parte ci sono vari problemi strutturali. Intanto c’è il problema che la Legge n. 772 del 1972 non ha riconosciuto l’odc alla guerra, ma solamente l’odc alla caserma, o anche il rifiuto della vita di caserma (in caso di guerra gli odc possono essere impegnati in “attività ancorché pericolose”(!)).
Inoltre la Legge aveva impegnato per iscritto lo Stato a istituire un Servizio Civile Nazionale che avrebbe dovuto proporre una debita formazione; e invece il Servizio civile è stato abbandonato agli Enti privati e pubblici (forse calcolando che gli odc si sarebbero dispersi e squalificati da soli). C’è il problema delle frizioni causate sadicamente dal Ministero della Difesa, che destina gli odc a capriccio ( sorte subita da gran parte degli obiettori, fino al 50%, che avevano dichiarato, assieme all’Ente che dichiara di volerlo accogliere, una loro scelta preferenziale); per cui spesso negli Enti ci sono odc con preferenza per un SC del tutto differente da quello al quale sono stati obbligati eo con malanimo verso una dirigenza dell’Ente che essi non hanno scelto. Poi c’è il problema che dal Ministero della Difesa viene permesso che l’odc sia trattato come manodopera a basso costo; pertanto per molti Enti, quelli che trattano così gli obiettori, la formazione è un lusso.
Infine c’è il problema che tra gli Enti restanti alcuni di essi considerano la (poca) formazione che fanno come formazione allo specifico servizio civile al quale gli odc sono destinati; il che, tra l’altro, permette all’Ente di separarsi dalle finalità generali della odc e quindi non riconoscerlo nelle sue motivazioni di fondo (o collettive, o politiche, in particolare il progetto di una difesa popolare nonviolenta, DPN).
Pochi sono gli Enti restanti: qualche comune, Caritas Italiana, Gavci, Arci, anche se tra questi alcuni hanno una forte presenza (ad es. la Caritas ha alcune migliaia di odc ogni anno).

5. Enti e tipi di formazione
In positivo, c’è la tendenza della Caritas (e dei salesiani) di presentare agli odc il SC come una specie di vocazione (tipica è la frase: “Si è obiettori per tutta la vita”): il SC come una piccola avventura sociale per laici che, venendo in contatto con personalità (i sacerdoti, i religiosi in genere) che hanno una ben definita vocazione ecclesiale, ne mutuano in piccolo e nel pratico la vocazione almeno per un periodo di tempo limitato, con le tipiche qualità positive delle vocazioni religiose: generosità, disponibilità, serietà, impegno, socialità. In effetti, nella decadenza e distruzione di tutte le agenzie educative nella società, il seminario e la formazione alla vita religiosa restano ancora una tradizione forte e carica di valori.
È chiaro che questo tipo di impostazione pedagogica non è estendibile ad altri Enti. La Lega degli obiettori di coscienza (LOC) e analoghe associazioni (quelle nonviolente: Movimento Internazionale della Riconciliazione MIR, Movimento Nonviolento MN) tendono a ripetere questo modulo educativo, ma in termini di vocazione laica, rispettivamente all’antimilitarismo e alla nonviolenza. In quest’ultimo caso la impostazione pedagogica può allargarsi ad una vera e propria ideologia anche politica che porterebbe l’odc ad una formazione politica da militante di un partito minoritario; ma in generale la debolezza delle strutture organizzative di questi movimenti (in genere piccoli gruppi locali con assemblee nazionali sulle trenta - cinquanta persone) non dà un sostegno forte all’odc, il cui impegno, sollecitato da una formazione tendenzialmente totalizzante ricade facilmente nella frustrazione del senso di impotenza.
Altri Enti casomai offrono un modello educativo tipico dell’Ente: ad es. l’Agesci, che di per sé è una Associazione educativa. Questa non ha una formazione specifica per gli odc, ma, accogliendo solo un piccolo numero dei suoi iscritti che già si sono formati ai valori dell’Agesci e vertendo il lori SC sulle attività dell’Agesci, di fatto non fa che mantenere negli odc le motivazioni alla vita associativa che essi già avevano.
Le associazioni laiche (Patronati sindacali, Arci, WWF, Italia Nostra) non hanno a mia conoscenza un modello educativo nazionale. La vita associativa interna non offre figure esemplari da proporre come modelli educativi. C’è in esse un impegno sociale e politico al quale tutti i partecipanti dell’Ente sono chiamati e al quale gli odc in SC sono aggregati (magari senza formazione preventiva, come nei Patronati). Purtroppo questo impegno in questi decenni non trova nella società civile un grande conforto, data la decadenza della vita politica nazionale. È facile casomai che l’impegno di qualche odc prenda l’attività dell’Associazione come impegno politico tout court, più o meno in vista di un impegno professionale dello stesso tipo.
Un discorso a parte va fatto per i Comuni e le ASL. Nei primi gli odc vengono chiamati di solito perché c’è qualche forza politica rappresentata nella Giunta, e in particolare qualche assessore, che è interessato ad avere gli odc, magari per lanciare un programma di intervento straordinario, (in passato, negli anni ‘70, i sindacati avevano visto l’impegno degli obiettori tutto concentrato nell’impegno politico del decentramento amministrativo, poi invece fallito), che richiede una mobilitazione di energie che di solito il Comune non può permettersi (ad es. nei comuni altoaltesini il programma di integrazione tra le diverse etnie). Gli odc in questo senso funzionano bene, perché, quanto meno, accendono speranze nelle famiglie di provenienza e nell’ambiente giovanile. Ma tutto dipende dall’impegno politico, che è di tipo volontaristico, che ci mette l’assessore. Per cui queste esperienze sono educative nella misura in cui c’è l’assessore giusto. Altrimenti i SC si scontrano con la professionalità degli impiegati (di solito fortemente burocratizzati) che scoraggia il lavoro volontario o lo sovraccarica di impegni di sostituzione che alla fine diventano inaccettabili per l’odc, che non può considerarsi un volontario disponibile a tutto. Quindi qui c’è una frizione volontariato-professionismo che facilmente degenera in contrasto e contrapposizione. È questo che di solito succede nelle ASL, dove gli odc vengono a priori posti in condizioni di inferiorità psicologica e organizzativa: essi vengono colpevolizzati di essere dei lavativi e ogni occasione è valida per metterli con le spalle al muro; per cui l’obiettore deve dare una lunga dimostrazione di volersi impegnare nelle attività delle ASL per semplicemente dimostrare quello che egli non è.
In definitiva, è mia convinzione che la formazione degli odc dipenda fortemente dal nesso teoria-prassi educativa; non serve a gran che una formazione pedagogicamente ben calibrata se poi nell’impegno quotidiano per far andare avanti l’Ente l’odc non trova degli esempi di personalità che gli sostanziano le belle parole. Perciò gli Enti che hanno queste personalità (ad es. nella Caritas i preti dedicati agli odc) riescono in effetti a formare trasformando persone svogliate, incerte, maldisposte, demotivate, generiche in personalità con delle convinzioni e che cumulano un anno di esperienza che incide sulla loro vita.

6. La riflessione collettiva sulla formazione degli odc
Nel gennaio 1990 a Roma, per iniziativa del Com. Scient. DPN, si è avuta una prima riunione dei ricercatori DPN sulla formazione degli odc, in particolare alla DPN. Il risultato è la prima edizione del Quaderno della DPN n. 15, La Meridiana, 1990, che raccoglieva le prime esperienze e riflessioni sulla impostazione e la portata della formazione degli odc. In particolare i ricercatori DPN chiedevano a tutti gli Enti i seguenti punti riguardanti la formazione degli odc: autogestione amministrativa dei corsi e autodeterminazione dell’odc; pedagogia della partecipazione, pedagogia del coinvolgimento sia cognitivo, che emotivo, che della motricità, in particolare i trainings; costituzione di gruppi di odc.
Dall’ottobre 1990 è iniziata una riflessione collettiva grazie alla collaborazione del Com. Scient. DPN, Fond. Zancan, Acli, Caritas, Scuola Specializzazione sui Diritti Umani e dei Popoli dell’Università di Padova, Centro Educazione alla Pace dell’Università di Napoli.
Si è tenuto un primo seminario metodologico (ottobre 1990), seguito da una sperimentazione in sei città, riportata e discussa in un seminario del luglio 1991. Di esse esistono i materiali a distribuzione interna; essi hanno tutti cercato di seguire con precisione un quadro di riferimento composto da 5x4 = 20 caselle; il quadro in una dimensione pone gli obiettivi della formazione, andando dal personale al politico, dalle idee all’azione (informazione sull’odc, metodi e strategie dell’odc, promozione sociale, difesa popolare nonviolenta, relazioni internazionali) e in un’altra dimensione pone i ruoli sociali, andando dal micro al macro sociale (chi sono gli obiettori e perché lo sono, in quale contesto, servizio civile, servizio alla pace). Poi sono seguiti nel luglio del 1992, 1993, 1994 tre seminari sulla formazione degli odc sui temi specifici, trattati invece in maniera progettuale e in una varietà di ipotesi diverse; di essi sono stati pubblicati gli atti come Quaderni della Fondazione Zancan (a cura di De Stefani e M. Stabellini).
Un’attività di riflessione collettiva è stata sviluppata anche dai Salesiani che l’hanno pubblicato sia nel Quaderno di DPN II ed., sia in Note di Pastorale Giovanile, n. 8, nov. 1995, numero dedicato alla formazione degli odc. Nella seconda ed. del suddetto Quad. DPN è stata inserita anche una riflessione del prof. Augusto Palmonari, docente di Pedagogia all’Università di Bologna, il quale ha adattato una sua precedente riflessione sulla formazione al volontariato alla formazione degli odc. Sono otto tesi (autogestione pedagogica, superamento dell’assistenzialismo, prospettiva storica dell’intervento, supporto delle scienze sociali, collaborazione tra professionisti e odc, attenzione alle culture specifiche, costruire il cambiamento). È significativo che la riflessione si chiuda dichiarando il carattere tentativo della riflessione ed esperimento l’auspicio della costituzione di “un gruppo promotore autonomo, creativo e aperto a tutti i contributi. Che sia giunto il momento di provocare le sedi universitarie per spingerle a prendersi responsabilità inedite e originali?”
Sin dal 1989 è stata lanciata l’idea di una strategia della formazione degli odc che puntasse alla costituzione di una Scuola dei Formatori degli odc (v. Quad DPN, num. 15, I ed.). Nel 1992 sono cominciate le sperimentazioni della Caritas Campania in collaborazione con il Dip. di Sociologia dell’Univ. di Napoli (Nola, giugno 1992- gennaio 1993; 20 formatori), della Campagna Osm in collaborazione con il Cirup dell’Uni. di Bologna (Firenze, sett.1992 - gen. 1993, 30 formatori; Convegno inter. pubblico sulla DPN), della Caritas Italiana (1994, corso triennale, 100 formatori), della Campagna OSM in collaborazione con l’Universalità della pace di Rovereto TN (sett. 1995 - genn. 1996, 20 formatori; convegno internazionale pubblico sul peacekeeping).
Nel novembre del 1992 è stato tentato un incontro con cappellani militari e militari (Sen. Capuzzo) sul tema specifico della formazione degli odc. Non si è andati oltre una generica buona volontà a rivedersi e ridiscuterne.

7. La formazione odc all’estero
Si può stentare a crederlo, ma l’Italia si trova all’avanguardia sul tema della formazione degli odc, per svariati molti. Intanto molti Paesi importanti (USA, GB, Belgio, Australia) non hanno la leva obbligatoria e quindi non hanno i fenomeni sociali dell’odc e del SC. Negli altri Paesi solo alcuni hanno una attività di formazione rilevante: Germania, Austria, Svezia, Finlandia, Spagna e Francia.
Dal dopoguerra la Germania ha l’odc nella Costituzione; è stato sempre il paese leader per il numero degli odc (l’anno scorso il loro numero ha superato il numero di quelli del servizio militare).
Però la formazione è molto legata al particolare SC effettuato. La Spagna da poco ha visto aumentare i suoi obiettori fino a livelli inusitati (80.000 l’anno scorso); ma ha una forte tradizione anarchica che le impedisce una riflessione corale sulla formazione degli odc. La Francia, che pure ha una lunga tradizione di odc, non ha dato spazio alla formazione degli odc, anche perché la propaganda per l’odc è reato. Austria, Norvegia, e Finlandia hanno una tradizione di neutralità internazionale che li ha favoriti nel progettare una formazione degli odc anche istituzionale. Anche la Svezia è in una posizione simile. La posizione più avanzata è quella dell’Austria; di questa esperienza si è pubblicato il manuale della formazione alla DPN curato da una commissione mista di funzionari statali e nonviolenti (Quad. DPN n. 17, La Meridiana, Molfetta BA, 1991).
Di solito in questi corsi il tempo di formazione (una settimana o un mese) è diviso in tre parti, delle quali due sono occupate da funzionari statali (Croce Rossa e Protezione Civile); mentre il terzo è dedicato ad una formazione generale, nella quale rientra la nonviolenza e la DPN, presentate da degli insegnanti scelti tra vecchi nonviolenti e legati al lavoro educativo attraverso una prestazione di consulenza.
Non conosco nessuna discussione all’estero sulla formazione degli odc, neanche nell’ambito della Peace Education Commission dell’IPRA. Inoltre nessun Paese, oltre l’Italia, ha posto finora il problema della Scuola dei Formatori degli odc.
Piuttosto da anni c’è una formazione che si pone al limite della formazione degli odc in SC, la formazione ad azioni di interposizione nei conflitti acuti. È questa la formazione data dalle Peace Brigades International, un’iniziativa di interposizione nonviolenta nei Paesi dove ci sono conflitti internazionali (Guatemala, Israele, Sri Lanka) nata quindici anni fa e finora realizzata in piccoli numeri di volontari. Inoltre negli ultimi anni le guerre del Golfo e della ex Jugoslavia hanno posto angosciosamente il problema di una forza di peacekeeping civile dell’ONU (richiesta con forza dal Segr. Gen. B.B. Ghali nel 1992). Da questo problema è nata una iniziativa di alcune istituzioni (European Peace University Austria dal 1992, Scuola S. Anna Univ. Pisa 1995, Scuola Spec. Diritti Umani e dei Popoli Univ. Padova 1996) di formare il personale adatto alle missioni di peackeeping civile dell’ONU. Della formazione alla soluzione dei conflitti che di solito viene insegnata in questi corsi si è pubblicato il Quad. DPN n. 28, Qualevita, Sulmona AQ, 1995. È in questo ambito progettuale che si parla con insistenza di professionalizzazione della formazione, o anche di formazione di specifiche competenze (alla soluzione del conflitto, alla mediazione del conflitto, ecc.). Ma ancor più forte vorrebbe essere la iniziativa mondiale di un Corpo di Servizio di Pace Globale, composto non tanto da odc ma soprattutto da persone di tutte le età, per effettuare interposizioni nonviolente nelle tensioni internazionali. Per questo progetto che sta coinvolgendo molti Enti europei e internazionali si sta lavorando molto. Sul tipo di formazione che viene previsto nel progetto della Chiesa di Berlino - Brandenburgo si è pubblicato il Quad. DPN n. 27

8. Prospettiva della formazione odc
A mio avviso la formazione degli odc oggi ha di fronte a sé un salto di qualità da compiere. Non solo e tanto per la prospettiva di dover affrontare la formazione di 40.000 odc l’anno secondo metodi, ruoli e tecniche che appaiono tutti da definire; ma comunque, perché l’evoluzione della formazione odc in Italia e all’estero comporta una serie di avanzamenti decisivi, quelli che elenco nel seguito.
A) Il Committente. Finora esso è stato l’Ente privato benintenzionato verso la formazione odc. D’ora in avanti occorre pensare una formazione universale, per qualsiasi tipo di Ente, compresi quelli poco motivati verso la odc e il SC. Occorrerà saper far leva sui doveri minimi che l’Ente deve soddisfare per essere Ente di SC: semplicemente essere in regola giuridicamente come Ente privato, sia esso di base o collaterale a grandi organizzazioni (ad es. sindacarti, chiese), o addirittura Ministeri (ad es. Beni Culturali, Prot. Civile). Questo minimo comune denominatore restringe di molto la copertura pedagogica e la prospettiva ideale nella quale finora si è fatta esperienza di formazione di odc (con i pochi Enti che l’hanno voluta fare volontariamente). In prospettiva (approvazione della riforma della Legge odc e concessione della formazione agli Enti di SC), c’è il committente Stato. La stessa figura del formatore ovviamente cambia. Nel tipo di formazione tradizionale quella figura è tutta ritagliata all’interno dell’Ente gestore della formazione; e quindi fa rivolgere la attenzione del formatore quasi esclusivamente al rapporto docente-discente. Nella possibile futura committenza, la figura del formatore è sempre più pubblica e pertanto si deve confrontare non solo con i discenti, ma anche con l’opinione pubblica e il potere decisionale pubblico.
B) Le motivazioni prospettate all’odc. Nel passato ormai lontano, esse erano già costituite dalle riflessioni personali degli odc stessi; poi erano date per lo meno da quelle che presupponeva l’Ente privato che gestiva la formazione (ad es. Caritas Italiana). Ben diversa è la situazione di prospettare motivazioni a odc generici all’interno di un corso che fa riferimento ad un Ente di SC che non ha forti prospettive ideali o sociali. Qui il minimo comune denominatore è quello giuridico delle sentenze della Corte Costituzionale che equipara il servizio civile a quello militare anche ai fini della difesa della Patria; il che significa che esse sono da inquadrare nella Costituzione italiana come quadro di riferimento generale dell’interazione sociale di tutti e per tutti. In più ci sono le affermazioni della Legge odc; queste, nella attuale Legge, sono considerate le convinzioni individuali disparate che giustificano la richiesta del riconoscimento come odc, e che trovano espressione comune in un intervento di Servizio Civile Nazionale, che però non è stato mai istituito dallo Stato; e che quindi può solo essere ipotizzato come genericamente a favore del benessere della società civile (solo assistenzialismo e protezione civile? o anche compiti di difesa non violenta?). Ma nel nuovo testo da approvare, testo che può essere anticipatamente considerato valido, sono già molto impegnative: sono le motivazioni civiche e popolari di una difesa della collettività nazionale, ma anche della collettività internazionale. In questo contesto la motivazione della nonviolenza può essere prospettata in tutta la sua valenza. Qui si possono prospettare una vasta gamma di motivazioni, anche le più impegnative. Il problema maggiore non sarà tanto quello di come sviluppare la presentazione di queste motivazioni, quanto quello educativo di come conciliarle con le tante ideologie politiche che insistono sul tema difesa nazionale e internazionale (ad es. anarchica, antimilitarista, autonoma, internazionalista, anticapitalista, difesa armata solo difensiva).
Qui la formazione degli odc deve dare prova di saper cementare la società civile non tanto attraverso dei servizi assistenziali rivolti all’esterno, quanto attraverso il servizio della educazione alla vita sociale rivolto all’interno del gruppo degli odc (o serviziocivilisti in genere); la presenza di giovani emarginati, devianti, mafiosi ecc. porrà a dura prova questo tipo di formazione, che pur tuttavia su questo punto dimostrerà la sua insostituibilità.
C) Prospettiva istituzionale. È ben diverso se il SC viene svolto dalla minoranza degli odc dichiarati, o se è una istituzione alla quale afferiscono sia odc che giovani di leva in esubero alle esigenze della difesa armata. Ancor più diverso è se il SC viene inserito in un progetto di “Servizio civile per tutti”, comprese le donne, come anno della vita dedicato alla collettività, sia per le esigenze della difesa nazionale (e internazionale secondo il progetto ONU), sia per attività (straordinarie e ordinarie) a favore della popolazione. Attualmente si discute di tutte queste prospettive e si potrebbe essere alla vigilia di grandi cambiamenti.
È chiaro che è meglio considerare per prima l’ipotesi di minimo; ma non si può fare a meno di tener presente anche le altre ipotesi.
D) Figura umana dell’odc e figura dei gruppi sociali di riferimento. La formazione deve prospettare una figura di odc in SC che, se anche delineata da pochi tratti comuni a tutti i possibili odc con le varie motivazioni possibili e i vari ruoli sociali prevedibili, deve possedere dei tratti comuni, quali quelli della socialità, del civismo, della disponibilità, della adeguata conoscenza della complessità della nostra società. E sicuramente qui si potrebbe essere più precisi e dettagliati. Ma l’importante è piuttosto il precisare quale tipo di socialità si richiede a questo odc. Se gli si prospetta d’impegnarlo per azioni che comportano grandi sacrifici, come la difesa nazionale e internazionale, allora egli da solo non potrà avere la capacità di sostenere il peso di un tale impegno se non in quanto egli lo vedrà condiviso e sostenuto da un
gruppo di riferimento. Quale gruppo di riferimento? La società tutta, in molte occasioni; ma non sempre, perché si potrà giungere a divisioni sul tipo di difesa da attuare, magari anche contro una guerra ingiusta o contro un colpo di Stato o contro un invasore che ha posto a capo dello Stato un fantoccio. In tali casi il gruppo di riferimento non è più la società tutta, ma una sua parte, diciamo quella che condivide le motivazioni all’odc e più specificamente alla nonviolenza. Ecco allora che si presenta la necessità di una formazione che delinei una figura di odc inserito nel contesto sociale almeno a tre livelli fondamentali: quello della società mondiale tutta (cosmopolitismo), quello della società nazionale di appartenenza (civismo) e infine, ma forse psicologicamente il più importante, quello del gruppo sociale in cui ci si sente incardinati come progettualità e in nome del quale si possono compiere anche azioni eccezionali. Non conosco una pedagogia che abbia saputo suggerire una specificazione pedagogica di questo tipo, che invece qui risulta inevitabile.
E) Metodo pedagogico. Qui l’iniziale esperienza compiuta finora a già presentato una gamma di problemi che sono in discussione fra i formatori attuali, Lezione e/o mutuo insegnamento e/o training (in genere) e/o motricità e/o sopravvivenza? Sono questi i principali snodi della discussione.
Su questi snodi rimando alla letteratura che incomincia ad essere prodotta.
F) Logistica. In attesa di apposite istituzioni statali, oggi quali Enti possono prevedere delle situazioni logistiche favorevoli alla formazione degli odc? Ad es., dove collocare delle biblioteche per odc, nelle biblioteche comunali, nelle Scuole Superiori di Teleogia per Laici, nelle Facoltà Teologiche, nelle Università? Inoltre quali testi base proporre per la formazione degli odc: lettera di D. Milani, libri sulla DPN, Manuale austriaco, ecc. ? E dove svolgere questi corsi: all’Università, nelle Scuole Superiori di Teleogia per Laici, nei Centri di lavoro sociale del SC ?
Tendere o no ad anticipare i tempi promuovendo una commissione mista di nonviolenti e militari per progettare questo tipo di formazione, anche in vista di un SC per tutti? Svolgere un convegno apposito? Non credo di aver esaurito le domande; ma credo che queste possano bastare a stimolare la riflessione.

9. Classificazione del materiale sulla formazione degli odc
Nella sede del Com. Scient. DPN (Via S. Giov. Maggiore Pignatelli, 14, Napoli, 80134) c’è molto materiale accumulato in vari anni di frequentazioni di corsi per odc e per formatori di odc.
Esso copre abbastanza bene la produzione spontanea; pertanto può essere utile in fase di ricerca d’idee e di linee indicative.
Ho tentato di dare la seguente classificazione che ovviamente corrisponde ad una impostazione ideologica della formazione stessa; ma che al momento non so correggere in una migliore.

1. Storia dell’odc
2. Indagini sui giovani e sugli odc
3. Scelte pedagogiche e psicologiche; verifiche
4. Progetti di corsi di formazione
5. Training nonviolento e tecniche formative
6. Cultura e competenza sui conflitti
7. Formazione alla Protezione civile
8. Progetti ed esperienze di formazione alla DPN
9. Esperienze di formazione
10. Esperienze istituzionali
11. Servizio civile ed Enti di Servizio civile
12. Formatori degli odc
13. Giurisprudenza nazionale e internazionale
14. Internazionale (ONU, esperienze in altri Paesi, ecc.)

 

QUALE FUTURO PER LA CAMPAGNA OSM?
un contributo al dibattito

Ho cominciato a praticare l’obiezione di coscienza alle spese militari nel 1980. Eravamo in otto. L’anno dopo cominciò la Campagna OSM. Ora si parla di chiuderla o si sospenderla.
Ne ho parlato con Cristina, mia moglie, anche lei convinta obiettrice alle spese militari. Ci siamo guardati un Po perplessi.
C’è stanchezza, è vero. Gli entusiasmi sono passati. Mancano novità stimolanti. Persone nuove. Intuizioni coinvolgenti.
Eppure, con o senza Campagna, pensiamo di continuare a praticare l’Osm.
Come irrinunciabile obbedienza alla coscienza.
Un gesto che è prima e al di là di ogni Campagna. Un gesto sempre fortemente politico. Come ci ha insegnato Pietro Pinna. Un atto personale, ma che può diventare atto collettivo. Il rifiuto di collaborare allo spreco delle risorse della terra per progetti di morte è doveroso.
È adesione alla verità, che non dipende né dal numero né dall’entusiasmo di chi la pratica.
L’abolizione delle spese militari nel mondo è un appuntamento con la storia che sicuramente verrà. Quando non lo sappiamo. Possiamo immaginare come.
L’analisi che Roberto Mancini fa della Campagna Osm (Azione Nonviolenta dicembre ‘95) è rigorosa e spietata.
Secondo i canoni della nonviolenza gandhiana la nostra non sarebbe una vera campagna di disobbedienza civile.
È stata avviata senza obbiettivi, gradualità, leadership e programma costruttivo. Personalmente ho cercato di lavorare perché la Campagna chiarificasse il proprio obiettivo e si dotasse di un Programma costruttivo. Questa strada non è stata da tutti condivisa fino in fondo.
Una vera intesa non c’è mai stata. Anzi, è proprio in questa divisione la nostra debolezza strutturale, più che nelle manovre del Ministero delle Finanze o in altro.
Che questa mancanza di chiarezza esista ne è prova il fatto che nel documento di Sintesi del Seminario di Brescia (25-26 nov. ‘95) non vi è traccia dello sbocco naturale di ogni atto di Disobbedienza Civile: una legge che lo legittimi (nel nostro caso l’opzione fiscale per la Difesa Popolare Nonviolenta).
La proposta di Roberto Mancini è chiara e drastica: chiudere definitamente la Campagna Osm e rafforzare la Campagna per la legittimazione politica della DPN. Mentre non c’è futuro per una campagna di Disobbedienza Civile senza avere come sbocco la DPN, quest’ultima può andare avanti da sola.
La DPN è una realtà troppo complessa per sostenersi con una sola campagna di Disobbedienza Civile. Ha mille rivoli con cui alimentarsi.
Se questa è veramente l’alternativa alla guerra nella risoluzione dei conflitti è destinata a crescere e a farsi strada lentamente, ovunque.
Vengono così alla luce, chiarificandosi e separandosi, le due anime della Campagna Osm. Quella realistica di una sorta di sindacato degli obiettori e quella utopistica della DPN.
Sospendiamo pure la seconda, ma teniamo in vita la prima.
Finche ci saranno otto obiettori questi avranno sempre il bisogno di restare collegati, di difendersi nei processi e nei pignoramenti.
Sospendiamo la Campagna di Disobbedienza Civile, ma teniamo in vita un Coordinamento. Ripartiamo dal minimo comune denominatore che ci vede sicuramente uniti, tutti. Se poi un giorno si decide di rilanciare la Campagna, si definiranno obbiettivi, priorità, gradualità e programma costruttivo. Con un obbiettivo preciso, condiviso e raggiungibile.
In pratica, dato che il significato politico del singolo atto di Osm rimane intatto, manteniamo un Coordinamento (Centro Nazionale, Coordinatori Locali, Coordinamento Politico, Assemblea), trasformiamo la guida in un foglio di informazione tecnica e di autofinanziamento, sospendiamo il Programma Costruttivo, e cioè il fondo comune e tutto l’Apparato Amministrativo (progetti, garanti, opzione istituzionale, ...).
Ribadiamo che anche un solo gesto di obiezione alle spese militari ha come sbocco naturale il suo riconoscimento attraverso una legge dello Stato (opzione fiscale per la DPN).
Rinunciamo quindi al Programma Costruttivo ma non ad indicare lo sbocco finale del nostro gesto.
Le somme obiettate possono essere usate singolarmente a sostegno della Campagna internazionale per la legittimazione della DPN.
Questo almeno è quello che intendo fare personalmente.

Vittorio Merlini.

 

 

 

RAPPORTO SULLA SITUAZIONE IN SERBIA

di Stasa Zajovic

Stato di guerra a bassa intensità

La guerra continua, ma si usano risorse diverse. Da quando ha firmato “l’accordo di pace”, il regime serbo ha rivolto il proprio interesse alla guerra interna. È la continuazione della guerra a bassa intensità che S. Milosevic ha portato avanti dal momento in cui è andato al potere nel 1987. La guerra è anche più crudele ora che le grandi potenze, a cominciare dagli USA, lo hanno promosso al rango di “fautore di pace”; ora Milosevic è più che mai libero di portare avanti il proprio progetto repressivo. Ora egli non deve neanche preoccuparsi dell’opinione pubblica rispetto alla grave repressione che è parte del suo piano all’interno e contro “i numerosi nemici stranieri del popolo serbo”.
Ora il regime porta apertamente avanti una guerra psicologica contro la popolazione civile della sua stessa “etnia”, contro i “numerosi avversari e nemici interni”.
I regimi totalitari come quello serbo nascondono la loro bestialità dietro le leggi, i decreti, le disposizioni: in un solo giorno durante l’ultima sessione del parlamento serbo, e in assenza dell’opposizione, il partito al potere ha approvato duecentocinquanta leggi in meno di due ore.
Questo è il modo di giustificare e legalizzare la repressione selettiva e massiccia secondo il vecchio e il nuovo modello.
Tutto questo ha un solo scopo, restare al potere. Nella sua frenesia di far questo, il governo ha cambiato la propaganda di guerra in propaganda di “pace”. Questa retorica conduce alla stessa logica e allo stesso modo di agire della guerra. I suoi metodi permettono di mantenere il controllo sulla gente attraverso la paura, l’intimidazione, l’ulteriore distruzione delle tradizioni sociali creando un clima di impunità.
Cercherò ora di presentare una breve informazione su quanto sta succedendo in Serbia e in particolare sulle varie forme di repressione che il governo serbo sta usando.

La legge contro i disertori, la legge sull’eredità
La legge è stata approvata dal parlamento serbo il 31 ottobre 1995 con procedimento di urgenza. Il Presidente della Repubblica Slobodan Milosevic l’ha firmata prima che venisse approvata, lo stesso giorno è volato alla base militare di Dayton, Ohio, per firmare l’ “accordo di pace”.
Quel pomeriggio la legge è stata approvata.
L’opposizione non ha presenziato alla assemblea per protesta, perché il regime non ha permesso che l’assemblea fosse trasmessa alla televisione. Questo comunque, non avrebbe influenzato la sua approvazione, infatti l’opposizione in Parlamento, composta per la maggioranza da nazionalisti, avrebbe votato a favore della legge. Nel paragrafo 4 la legge dice che “i coscritti che sono scappati all’estero per evitare di difendere il proprio paese non sono degni di ereditare. L’eredità verrà loro confiscata”.
La legge prevede il perdono per coloro che hanno commesso dei crimini ma non per coloro che non hanno compiuto il loro dovere militare. La maggioranza parlamentare, cioè il partito governativo denominato Partito Socialista Serbo, ha spiegato che “il crimine di non difendere il paese deve essere punito perché la difesa del proprio paese è il dovere supremo e l’imperativo morale della società e questo deve riflettersi sulle leggi relative al problema dell’eredità”.
Alcuni giuristi sostengono che la legge ha molti difetti tecnici e in particolare che tutto ciò che riguarda gli aspetti militari non può essere approvato che dal Parlamento Federale.
La legge è assurda: come può un paese che ha sempre dichiarato di non essere in guerra, punire qualcuno che non vi ha partecipato?
Bisogna ricordare che la Serbia non ha mai dichiarato guerra - essi continuano a ripeterlo - e che non è stata attaccata ai confini con la Repubblica Federale di Yugoslavia così come sono stati definiti nella Costituzione. La legge stessa è molto confusa, non chiarisce a chi si riferisce in particolare, anche alle reclute, ad esempio? A coloro che fanno parte della riserva? A coloro che sono stati richiamati quando si trovavano fuori del paese? Le autorità legislative non si preoccupano di questi “dettagli”, lo scopo di questa legge è intimidire, punire i disobbedienti e non importa che si tratti di un latrocinio - lo stato infatti confischerà tutti i beni dei “disobbedienti”; e anche se dovesse essere approvata la legge sulla amnistia rimarrà quella che sottrae ai disertori la possibilità di ereditare.

Proposta di legge di amnistia
Finora sono stati fatti molti tentativi per far approvare tale legge. Il primo sforzo è fallito. Il Centro di Azione contro la Guerra di Belgrado ha steso il disegno di legge nel maggio del 1992, il Partito Socialdemocratico del Montenegro ha provato a presentarlo al Parlamento Federale, ma la maggioranza costituita dal Partito di Milosevic si è unita agli altri ultranazionalisti serbi per impedirne la discussione, dicendo che “nulla deve essere perdonato a dei traditori”.
È fallito anche il secondo tentativo: Tibor Varady allora Ministro della Giustizia, lo ha presentato con il sostegno del governo di Milan Panic, sostenendo che “la società non può respingere più di 100.000 persone che sono fuggite dal paese per evitare di partecipare alla guerra”. Il risultato è stato che la maggioranza parlamentare ha attaccato sia il governo che il disegno di legge.
Quel governo durato solo pochi mesi è stato battuto da quella stessa maggioranza parlamentare.
Dal 1992 ad ora molti giuristi hanno messo in evidenza la necessità di approvare una legge sulla amnistia ai disertori basandosi sui seguenti ragionamenti, perfettamente legali. La nuova Costituzione (1992) definisce i nuovi confini della R.F.Y. e questo deve riflettersi sulla legge penale.
Nello Stato di Serbia e Montenegro non è stata mai dichiarata la guerra, perciò non ci sono disertori. Non ci sono abbastanza prigioni per così tante persone. Tutto questo non ha comunque fermato le autorità militari dal processare le persone per diserzione in modo selettivo, operando una discriminazione arbitraria per intimidire ed esercitare un controllo sulla gente. Nel nostro libro, Disertori della Guerra nella ex Yugoslavia, sono riportate statistiche e testimonianze in proposito.
Alla fine del 1995 il Partito Democratico Riformato della Vojvodina ha presentato al Parlamento yugoslavo il disegno di legge sulla amnistia che aveva steso insieme alla Alleanza Civile di Serbia. Il disegno di legge è stato consegnato, ma non si sa se e quando andrà in discussione.
Esso è simile ai precedenti e si riferisce a tutti coloro che “hanno rifiutato di prendere parte alla guerra civile e non hanno fatto il servizio militare. L’amnistia deve coprire tutti indipendentemente dal territorio dove attualmente ognuno vive”.

Reazioni dei partiti, delle organizzazioni e delle associazioni politiche
I partiti e le organizzazioni ultranazionaliste come il Partito Radicale Serbo (quello del criminale di guerra Seselj) e il Partito per l’Unità Serba (il cui leader è Arkan, un altro criminale di guerra) si sono espressi a favore di una amnistia per “tutti i crimini e per la diserzione o per una amnistia per i disertori di Serbia, ma assolutamente contro l’amnistia per i disertori serbi in Bosnia e Croazia”. Gli altri partiti con la stessa tendenza ideologica si sono dichiarati contro in quanto “l’amnistia è contraria alla difesa del paese”.
L’Associazione dei veterani della guerra (199192) è fermamente contraria all’amnistia perché “si deve andare in guerra per ragioni patriottiche”. Ma i più arrabbiati contro l’amnistia ai disertori sono i nazional-comunisti, la cosiddetta Lega Comunista, partito satellite di quello al governo, il partito dei generali in pensione guidato da Mirjana Markovic, la moglie di Milosevic, Essi sostengono che una amnistia “premierebbe i codardi”, riconoscerebbe la legittimità della diserzione e si opporrebbe alla politica ufficiale.
Nelle loro farneticanti dichiarazioni, essi condannano il movimento per la pace, riferendosi in particolare alle “Donne in Nero” che si sono sempre dedicate e si stanno dedicando all’indebolimento e alla svalutazione del concetto di difesa della sovranità territoriale della R.F.Y.
L’amnistia viene sostenuta da parecchi partiti politici nazionalisti come il Partito Democratico Serbo e il Partito Democratico non perché essi siano o siano mai stati contro la guerra, ma perché “non era ben chiaro di che cosa si trattasse” (cioè a dire che “non era stata fatta correttamente”).
I partiti come la SPO (Movimento per il Rinnovamento Serbo), l’Alleanza Civile di Serbia, i partiti di opposizione del Montenegro, i partiti delle minoranze etniche della Serbia e del Montenegro si sono espressi a favore della Amnistia. Alcuni hanno anzi dichiarato il loro appoggio esplicito a “coloro che si sono rifiutati di prendere parte a questa guerra”.
I sostenitori della guerra pensano che il disegno di legge passerà perché “la questione dell’amnistia può avere serie ripercussioni internazionali. Non si tratta più di una questione interna ma, praticamente il regime sarà costretto ad accettarla perché sono le grandi potenze a volerlo ( e i disertori yugoslavi saranno costretti a ritornare nel loro paese, non lo faranno volontariamente).
Alleanza Civile, invece, che ha contribuito a stendere il disegno di legge, dubita che passerà perché la politica all’interno del paese sta diventando sempre più repressiva, ma la comunità internazionale non sembra curarsene.
Se si torna con la mente alla furia della maggioranza parlamentare quando nel 1992 si sono dovuti occupare di questo disegno di legge (e si intende sia il livello Serbo che quello yugoslavo), si può ben capire cosa ci sia da aspettarsi ora.
Il partito al potere non ha dichiarato ancora nulla, ma c’è da aspettarsi che se verrà esercitata una pressione esterna, essi aderiranno formalmente, ma la realtà sarà molto diversa.
Nello stesso tempo i disertori sono sistematicamente ed arbitrariamente processati allo scopo di intimidire e controllare. Continuano le mobilitazioni forzate, non come gli accordi di Dayton, ma i metodi usati sono gli stessi. Ad esempio nella città di Valjevo (nella Serbia centrale) alla fine del 1995 la polizia civile e militare ha condotto una serie di raids notturni per prendere i riservisti (artiglieria e carristi) e mandarli alla base militare sul Danubio, vicino alla Croazia.
Nella città di Knjazevac, le autorità militare hanno richiamato 2000 riservisti per manovre militari (il 25% della popolazione attiva del paese). È interessante sapere che nel 1991 (anno d’inizio della guerra) in queste due città ci sono state le più lunghe e forti sollevazioni di disertori.
Il regime ha condannato il generale Vlado Trifunovic a 11 anni di prigione per “tradimento”. In realtà egli ha salvato 260 reclute in un distaccamento di Varazdin (Croazia). Questo è accaduto nel 1991, il generale aveva il comando quando furono circondati dall’esercito Croato e si arrese, rifiutando di distruggere la città.
Egli è l’unico comandante che abbia fatto un gesto del genere durante questa guerra. Due dei suoi colleghi colonnelli sono stati anch’essi condannati. È interessante notare che sia che il governo Serbo che quello Croato hanno condannato Trifunovic come “criminale di guerra”. I gruppi che si battono per la pace, incluso il nostro, chiedono la libertà per Trufunovic e i suoi colleghi, ma il regime rifiuta di estendere l’amnistia al 18 gennaio 1996. Trifunovic e i suoi chiedono la revisione del processo perché si considerano innocenti.
Il giorno stesso il Consiglio Suprema della Difesa della RFY ha proposto al Governo Federale di stendere un disegno di legge di amnistia per coloro che dal 1991 al 1995 “non hanno fatto il servizio militare”. Non si conosce il contenuto di questo documento ne se riguarderà tutte le 12.455 persone di questo “crimine”. Finora circa mezzo milione di persone hanno lasciato il paese per evitare la partecipazione alla guerra, ma non c’è nessuna possibilità di far approvare una amnistia generale. Per settimane nella nostra attività abbiamo posto l’accento sull’antimilitarismo. Ci siamo dedicati alle questioni della amnistia per tutti i disertori e alla legge che disereda i disertori. In tutti gli incontri nazionali e internazionali, sin dal 1991, abbiamo chiesto l’amnistia. Alla seconda sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Barcellona 7 - 11 dic. 1995) noi, con altri gruppi antimilitaristi provenienti da Spagna, Germania e Austria abbiamo redatto un documento su questo argomento. Se siete interessati per favore contattateci. Riguardo ad altri aspetti della crescente militarizzazione della Serbia, vi manderemo presto ulteriori informazioni.

 

INTERVISTA SU INDONESIA E TIMOR EST

W. Wilson è il Segretario Generale del Sindacato PPBI (Centro Indonesiano per le Lotte dei Lavoratori) ed è anche Coordinatore dello SPRIM (Solidarietà del Popolo Indonesiano con il Popolo di Timor Est). Wilson è stato di recente in Italia durante un tour europeo ed in questa occasione l’abbiamo intervistato per saperne di più su di un paese-continente come l’Indonesia, formato da 13.000 isole, 200 milioni di abitanti, un’estensione est-ovest maggiore del coast-to-coast degli Stati Uniti.

Qual’è la situazione dell’Indonesia dopo più di 30 anni di regime militare?
Il regime militare del generale Suharto è andato al potere nel 1965 dopo un colpo di stato a cui è seguita una repressione feroce che ha colpito i membri della opposizione ed in particolare gli iscritti al Partito Comunista Indonesiano: 2 milioni di morti ed oltre 1 milione di prigionieri nei campi di detenzione. Ora, a più di 30 anni da quel bagno di sangue i militari continuano a dominare la scena indonesiana.

Che tipo di supporto a livello internazionale ha ricevuto e riceve il regime di Giakarta?
Le ragioni che hanno spinto fin dal 1965 gli Stati Uniti e l’Occidente ad appoggiare il generale Suharto sono state in primo luogo di carattere geopolitico: negli anni della guerra del Vietnam, nel contesto del bipolarismo, gli USA non hanno consentito ad un grande paese come l’Indonesia di decidere autonomamente sul suo destino, ma allora e soprattutto oggi la persistenza del regime militare ha delle motivazioni economiche: quando, alla fine degli anni ‘70 per il crollo del prezzo del petrolio, il regime ha deciso di promuovere una massiccia industrializzazione, per attirare gli investitori stranieri ha offerto due ingredienti estremamente seducenti, quali una larga base di manodopera a basso costo e grandi risorse, minerarie e naturali. Da allora si è verificata una crescita annua media del 6% ed i lavoratori dell’industria sono passati dai 4,2 milioni del 1980 ai 10,5 milioni del 1993.

Questa crescita ha portato con sé un miglioramento delle condizioni di vita per la popolazione?
Solo il 10% ne ha beneficiato; ci sono 75 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà e solo il 62% dei lavoratori dell’industria raggiungono il salario minimo (2$ al giorno) che peraltro copre solo il 73% dei bisogni di base: Attualmente nel paese ci sono anche 15 milioni di disoccupati.
I lavoratori sono privi di qualsiasi forma di previdenza sociale e di assistenza e sono costantemente esposti a rischi di infortuni sul lavoro, dato che non vengono rispettate norme anche elementari di sicurezza, per tenere sempre più bassi i costi di produzione.
Nelle zone industriale la mancanza di norme di protezione ambientale produce effetti devastanti, determinano alti livelli di inquinamento dell’aria e dell’acqua, che colpiscono più direttamente i lavoratori industriali e le loro famiglie, che vivono in prossimità degli impianti.

Come funziona la repressione da parte dei militari?
Ovviamente il regime militare cerca in ogni maniera di scoraggiare ogni forma di protesta; non si contano i casi di uccisioni di sindacalisti, di sparizioni, di torture nei confronti di chi si oppone pacificamente.
Come reagisce la gente?
La popolazione indonesiana, dopo la grande repressione degli ultimi anni ‘60 si è lentamente ripresa e soprattutto negli ultimi anni si è verificato un aumento molto consistente di forme di lotta nonviolente come scioperi, marce, distribuzione di materiale di contrinformazione, assemblee, per far prendere coscienza alla popolazione dei suoi diritti. Sono nati così dei sindacati indipendenti che sono stati messi al bando dal regime, ma che continuano ugualmente le loro attività. L’unico sindacato legale (SPSI) è stato creato dal regime ed è in realtà una specie di corporazione come quelle che avevate qui in Italia nel periodo fascista: è stato presieduto a lungo da un industriale e non fa nulla per migliorare le condizioni dei lavoratori.
Hai parlato di forme di protesta pacifiche, basate sulla disobbedienza civile. Quali sono le premesse teoriche che stanno dietro a queste vostre scelte?
Fa parte della cultura indonesiana la tendenza a risolvere le dispute attraverso discussioni, anche lunghissime, che si devono concludere con un accordo tra le parti che tutti possano ragionevolmente accettare. Le forme di azione nonviolenta che adottiamo sono in linea con questa tradizione e grazie ad esse riusciamo a coinvolgere moltissime persone. È anche difficile che l’esercito o la polizia sparino quando si trovano di fronte a masse consistenti di persone.

Esiste una opposizione legale a Suharto?
Esiste in parlamento una opposizione democratica formata dal PDI (Partito Democratico Indonesiano), la cui leader è Megawati Sukarno, la figlia del primo presidente della Indonesia indipendente, Sukarno, al potere prima del golpe del 1965. Con il PDI collabora strettamente il NU (Nahdatul Ulama), il Partito Islamico Democratico, guidato da Abdurahman Wahid. I due raggruppamenti hanno complessivamente un seguito di 50 milioni di persone. Con queste forze parlamentari collabora un arcipelago di organizzazioni extraparlamentari variamente coordinate da organismi come il National Council, a cui fanno riferimento gruppi di base studenteschi e contadini, sindacati indipendenti, comunità religiose, ecc.

Come si collocano in questo quadro le due organizzazioni di cui fa parte il sindacato PPBI e lo SPRIM (solidarieta’ con Timor Est)?
PPBI e SPRIM fanno parte di un coordinamento ombrello, il PRD (PeoplÈs Democratic Union) che comprende anche organizzazioni di studenti, contadini, poveri urbani, ecc.

Qual’È il programma del PPBI?
Le componenti chiave del programma riguardano la richiesta di aumento del salario minimo ed il miglioramento delle condizioni di sicurezza e delle garanzie per la salute dei lavoratori, la rivendicazione del diritto di sciopero, della libertà di espressione ed organizzazione, la cessazione dell’intervento dei militari nelle controversie di lavoro, la proibizione del lavoro dei bambini e la formazione di un sistema della giustizia indipendente e democratico.

L’età avanzata di Suharto pone delle prospettive per la sua successione. che tipo di evoluzione si potrebbe verificare?
Suharto non ha nessuna intenzione di ritirarsi, ma, com’è intuibile, le grandi manovre per la successione sono già iniziate: sono diverse le fazioni in lotta: all’interno delle forze armate ci sono, ad esempio, due principali gruppi, la fazione verde, favorevole ad un libero mercato privo di qualsiasi limitazione, e quella bianco-rossa, nazionalista; le due tendenze attraversano anche il partito-stato, il GOLKAR, ed i vari gruppi che formano la classe dirigente.
Gli investitori stranieri, giapponesi, americani, europei, cinesi, stanno studiando la situazione per decidere da che parte stare per non perdere le vantaggiosissime condizioni di favore di cui godono. Nessuno dei gruppi in lotta dimostra comunque di avere particolari inclinazioni per la democrazia, hanno in comune tutti una gran sete di potere.

All’interno delle forze armate non esistono fermenti di democrazia almeno nei gradi più bassi e nella truppa?
Le forze armate attuano il loro reclutamento soprattutto nelle campagne, per quel che concerne i soldati semplici ed i graduati di basso livello, ma quando i contadini diventano soldati, conducono una vita del tutto separata dal resto della popolazione e godono di privilegi di cui diventano gelosi custodi, dimenticando da dove provengono e quali problemi travagliano coloro che hanno lasciato nei campi. Le forze armate difendono, quindi, a tutti i livelli, l’ordine esistente.

Sappiamo che da anni il governo indonesiano sta attuando una politica di trasferimento (“trasmigrasi”) di gruppi di persone dalle zone più popolate (Giava, Bali) in isole meno affollate. come sta funzionando?
L’obbiettivo del governo era soprattutto quello di controllare le zone più calde (Timor Est, Aceh nella parte settentrionale di Sumatra, Papua Occidentale), insediando coloni che avrebbero dovuto occupare le terre migliori sottratte a popolazioni ribelli, diventandone i più accaniti difensori, ma, alla luce dei fatti, questa politica sta fallendo: molti coloni, intimoriti dai movimenti di resistenza all’occupazione, stanno fuggendo e preferiscono ritornare ai luoghi di origine.

Che importanza occupa il problema di Timor Est nell’ambito del movimento democratico indonesiano?
È stato dopo la strage di Santa Cruz, nel novembre del ‘91 (centinaia di giovani uccisi mentre partecipavano alla commemorazione di un loro amico ucciso dalle forze di occupazione indonesiana), che in Indonesia abbiamo iniziato a considerare inscindibili i problemi della democrazia con il diritto del popolo di Timor Est alla autodeterminazione. Da allora molti indonesiani partecipano, accanto ai timoresi, ad iniziative di protesta come le recenti occupazioni di ambasciate a Giakarta. Il programma dello SPRIM prevede la fine delle attività militari, il ritiro di tutte le forze armate, compresa la polizia da Timor Est, la formazione di un governo provvisorio composto solo da timoresi, la realizzazione del principio di autodeterminazione per il popolo di Timor Est, attraverso un referendum con cui i timoresi possano liberamente manifestare le loro scelte.

(Intervista realizzata da Alberto Melandri - CIES Ferrara)


LA VIOLENZA È LIBERATRICE?

di HEM DAY

La nonviolenza è l’unico fattore di una vera liberazione. L’uso della violenza all’opposto è contrario all’orientamento del movimento anarchico. Anarchia vuol dire nonviolenza, non dominazione dell’uomo sull’uomo, non imposizione sugli altri della volontà singola o di più persone. “Maggiore è la violenza, minore è la rivoluzione” (B. De Ligt). La guerra rivoluzionaria è la tomba della rivoluzione.
Occorre diffidare degli istigatori propensi ad intravedere la conquista della libertà solo nei suoi aspetti restrittivi ed unilaterali. Spesso sono imbevuti di teorie rivoluzionarie violente e brutali. Essi esercitarono la loro influenza sull’opinione gregaria delle masse e condussero all’assalto delle piazzeforti del capitalismo. Poi bruscamente questi stessi protestatari da tavolino e generali della politica estremista le abbandonarono a loro stesse, se non addirittura le tradirono.
Non penso che bisogno rinnegare gli slanci generosi delle minoranze attive di un popolo sollevatosi grazie ad un grande idealismo, occorre invece destarle di fronte alle vere conseguenze del loro impegno. Occorre consigliare loro di misurare meglio le loro forze impiegandole con maggiore circospezione, cercando di evitare gli ostacoli senza uscita e le provocazioni dei criminali di Stato. Vincere il molosso non significa abbandonarsi al suo progetto di asservimento. Urge quindi che tutti gli antimilitaristi ed i socialisti di qualsiasi formazione si impegnino finalmente ad applicare una tattica rivoluzionaria che superi in efficacia l’uso brutale della violenza armata.
Non posso presentare qui un esposizione dell’anarchia e della nonviolenza, ma solo toccare la problematica riguardo alla storia ed alle prospettive future.
Mentre la Russia ci ha dato Tolstoj (la cui dottrina richiama delle serie riserve riguardo alle “resistenze al male”), l’America ci ha lasciato Thoreau, l’India Gandhi, mentre la Francia ha prodotto Han Rayner. Inoltre Rousseau, B. Tucker, W. Morris, Ruskin e Godwin hanno elaborato un pensiero nonviolento che con l’andare degli anni ha apportato, compenetrandosi, un insieme ideologico che ci autorizza oggi a porre le premesse di una tecnica nonviolenta. Ed infine ecco che si presentano uomini come B. De Ligt che definisce i dati di questa tecnica e che fornisce un piano di resistenza nonviolenta di carattere rivoluzionario. Vi sono poi anche stati Richard Greeg con il “potere della nonviolenza” e Pierre Ramus suo predecessore.
È da queste opere si tutti questi precursori che ho potuto attingere per elaborare un metodo di lotta che possa aiutare - come spero - il mondo a liberarsi dei mali di cui soffre continuamente. Inoltre occorre che questo mondo si sforzi a non accontentarsi più della propria sorte cui sembra adeguarsi con rassegnazione; occorre cioè che la finisca di accontentarsi di quanto è sempre stato.
Mi dispiacerebbe venire fraintese o mal compreso; sto parlando di tutto quanto rappresenta una rivolta nello spazio di tempo tra le due guerre, dalla Rivoluzione di ottobre del 1917, alla Germania dopo il 1918, alle lotte sociali in Francia e in America, alla grande tragedia o epopea della Spagna del 1936. Ed è proprio perché di questi vari movimenti ne conosco tutta la ricchezza, la grandezza, la perduta generosità, che desidero dare alla lotta sociale e alla rivoluzione un nuovo presupposto.
Secondo me la rivoluzione è una cosa positiva e costruttiva.
Non si tratta però né di raccogliere alte gesta di eroismo, né di riempire i cimiteri. Vorrei che il giorno dopo una rivoluzione vincente siano disponibili gli uomini delle cui menti e braccia si avrà grande bisogno, per costruire e per poter andare avanti. Senza falsa vergogna, e tanto meno senza esaltare con quel fervore romantico e fuori posto, occorre costantemente ricordare che i migliori idealisti ci hanno sempre lasciato la pelle nelle lotte.
È inutile rimpiangerli, dato che sappiamo che essi si sono liberamente offerti alla causa che abbracciarono. Diciamo piuttosto che i loro sacrifici hanno avuto delle risonanze liberatrici.
Non si può biasimare quanto si è cercato di esaltare, o dispiacersi di quanto si ammira con fervore: tuttavia si può auspicare un miglior impiego ed un uso più giudizioso dello sforzo umano.
La nonviolenza ci offre prospettive?
Si peccherebbe di presunzione se si pretendesse di giocare a fare i profeti. E malgrado questo si può affermare con certezza che dopo i tentativi infruttuosi, che a parte qualche incontestabile aiuto, hanno sempre lasciato l’umano di fronte al dilemma di una liberazione molto relativa e imperfetta, in quanto la servile obbedienza alle leggi che impongono lo Stato e la società si basano su di essa.
Ciò conferma che l’impiego della violenza ricrea l’autorità e la servitù verso nuovi dei.
Non è possibile una volta per tutte cambiare tutto questo mediante dei nuovi metodi? Occorre in ogni caso tentare di fare questo sforzo.
Dobbiamo volere abbandonare i sentieri battuti da sempre, saper avventurarci su nuovi cammini pieni di speranza!
Ma non è possibile tener presente come la resistenza nonviolenta debba superare delle dure prove prima di poter affermare nel mondo il suo profondo valore di una “liberazione umana”.
“Non è possibile credere ai miracoli se si vuole realizzare una speranza, al contrario occorre avere la certezza di voler vincere per una causa che è bella e umana, ed aiutarsi così a diventare degli uomini liberi in una società libera”.

(traduzione dal francese di Veronica Vaccaro)

 

 

Uno scienziato pacifista

Albert Einstein


L’opera scientifica di Einstein, padre della teoria della relatività e premio Nobel per la fisica nel 1921, è molto nota e studiata; perciò, nel presente articolo, ci limiteremo ad illustrare il suo pacifismo e la sua concezione della vita. Nato nel 1879 a Ulm in Germania da genitori ebrei, ricavò dalla tradizione ebraica una profonda ispirazione religiosa, fondata sull’affermazione del diritto alla vita per tutte le creature. Per Einstein la vera religiosità porta al rispetto per gli esseri viventi, poichè Dio è presente nell’armonia della natura.

Il pacifismo
Fin da giovane manifestò il proprio disprezzo per il militarismo tedesco e aveva preferito studiare e risiedere in Svizzera; tuttavia la sua attività pacifista ebbe inizio dopo lo scoppio della prima guerra mondiale (1914). Il fatto che provocò la sua aperta opposizione alla guerra fu la dichiarazione emessa da 93 intellettuali tedeschi favorevoli alla politica della Germania che, per invadere più facilmente la Francia, non aveva esitato a violare la neutralità belga. Einstein, in collaborazione con G. F. Nicolai e W. Foerster, redasse un “Manifesto all’Europa”, in cui sollecitava gli intellettuali ad impegnarsi per il ristabilimento della pace e della cooperazione.
Dopo la conclusione della guerra, Einstein, favorevole all’instaurazione di una organizzazione sovranazionale, fu un naturale sostenitore della Lega delle Nazioni, sorta nel 1920 con sede a Ginevra. La diretta collaborazione alla Lega delle Nazioni avvenne attraverso l’adesione dello scienziato tedesco al Comitato della Cooperazione intellettuale (l’antecedente dell’odierna UNESCO). Proprio per incarico di questo Comitato scrisse una celebre lettera nel 1932 a Freud, per invitarlo ad analizzare il fenomeno della guerra e i modi per evitarla (ora nel volume: Freud, Perché la guerra?, Boringhieri, 1975).

Lotta al nazismo
Nel 1933, in seguito all’avvento al potere di Hitler in Germania, Einstein emigrò negli Stati Uniti ed ottenne la cattedra di fisica all’Università di Princeton, dove visse fino alla morte (1955). La dittatura di Hitler e la persecuzione degli Ebrei provocarono un ripensamento nel suo pacifismo: mentre sino allora aveva difeso l’obiezione di coscienza, di fronte al pericolo della Germania nazista invocò l’unione delle Potenze democratiche ed approvò la difesa militare.
Nel 1939, temendo che i tedeschi potessero per primi entrare in possesso dell’arma atomica, inviò una lettera al presidente degli Stati Uniti Roosevelt, insistendo sulla necessità di intensificare le ricerche per la costruzione di una bomba atomica. L’uso che gli americani fecero della nuova arma, contro il Giappone ormai prostrato, lo sconvolse e da quel momento divenne il più attivo sostenitore della necessità di porre al bando le armi atomiche. In uno scritto del 1952, pubblicato dalla rivista giapponese “Kaizo”, sintetizzò con grande lucidità il proprio pensiero.
La parte da me avuta nella costruzione della bomba atomica si limita a un solo atto: firmai una lettera al presidente Roosevelt, insistendo sulla necessità di esperimenti su larga scala per sondare la possibilità della costruzione di una bomba atomica.
Ero pienamente consapevole del terribile pericolo per il genere umano nel caso che quel tentativo avesse avuto successo, ma la probabilità che i tedeschi stessero lavorando nel medesimo problema con una possibilità di riuscita mi spinse a quel passo. Non avrei potuto agire altrimenti, sebbene io sia sempre stato un pacifista convinto. Per me uccidere in guerra non è colpa minore che commettere un comune assassinio.
Finché, tuttavia, le nazioni non si decideranno ad abolire la guerra attraverso un’azione comune e a risolvere i loro conflitti e a proteggere i loro interessi attraverso decisioni pacifiche su una base giuridica, esse si sentiranno costrette a prepararsi alla guerra. Esse si sentono obbligate ad apprestare tutti i mezzi possibili, anche i più odiosi, pur di non rimanere indietro nella corsa generale agli armamenti. Questa strada porta necessariamente alla guerra, una guerra che nella presente situazione significa l’universale distruzione.
In queste circostanze la lotta contro i mezzi non ha probabilità di successo. Solo l’abolizione radicale della guerra e della minaccia della guerra possono esserci di aiuto. È per questo fine che noi dobbiamo lavorare. Dobbiamo essere risoluti a non lasciarci forzare ad azioni contrarie a quel fine. Questa, per un individuo conscio di dipendere dalla società, è una grave richiesta, ma non è una richiesta impossibile.
Gandhi, il più grande genio politico del nostro tempo, ha indicato la strada. Egli ha mostrato di quali sacrifici siano capaci gli uomini una volta che abbiano trovato la strada giusta. La sua opera per la liberazione dell’India è una testimonianza vivente del fatto che una volontà sorretta da una ferma convinzione può più di una forza materiale apparentemente invincibile (Idee e opinioni, pp. 161-162).
Einstein, riprendendo il progetto di Kant, pensa che debba esistere una forte organizzazione internazionale - dotata di armi per dissuadere i violenti - la quale risolva pacificamente con strumenti giuridici le controversie fra i vari Stati.
Negli anni cinquanta, quando si intensificò la corsa agli armamenti nucleari fra USA e URSS, comprese che era in gioco la stessa sopravvivenza dell’umanità e preparò un appello agli scienziati, che fu reso pubblico da Bertrand Russell. Il testo in traduzione è stato presentato da “Azione Nonviolenta” nel novembre scorso.

Filosofia e saggezza
Einstein è stato un grande scienziato, ma non si chiudeva nella propria specializzazione: era sensibile ai problemi della convivenza umana e ai valori dell’arte (suonava il violino). Incline alla riservatezza (si definiva un “viaggiatore solitario”) e alla pacata riflessione sul significato della vita, ha trascorso la propria esistenza in modo sobrio e modesto, dando un esempio prezioso di rara saggezza.
Riportiamo ora alcuni pensieri e aforismi, tratti da Idee e opinioni (Schwarz Editore, Milano, 1965).

Spesse volte, durante la giornata, ricordo a me stesso che la vita interiore ed esterna si basa sul lavoro degli altri uomini, d’oggi e di ieri, e che io devo sforzarmi di dar loro in uguale misura ciò che ho ricevuto e ciò che tuttora ricevo. Sento il bisogno di condurre una vita semplice e ho spesso la penosa consapevolezza di esigere dall’opera dei miei simili più di quanto non sia necessario. Io considero le differenze di classe come ingiustificate e fondate in ultima analisi sulla violenza; ma credo anche che una vita modesta e semplice sia adatta a chiunque, per il corpo come per la mente (pp. 19-20).

Non ho mai guardato all’agiatezza e alla felicità come a fini assoluti. Gli ideali che hanno illuminato il mio cammino e che in molte occasioni mi hanno dato nuovo coraggio per far fronte serenamente alla vita, sono stati la bontà, la bellezza e la verità. Senza la coscienza di essere in armonia con coloro che partecipano delle mie convinzioni, senza l’ansia verso una meta, sempre irraggiungibile, nel campo dell’arte e della ricerca scientifica, la vita mi sarebbe parsa vuota. Le mete banali verso le quali l’umanità indirizza i suoi sforzi: il possesso materiale, il successo esterno, il lusso, mi sono sempre apparse spregevoli (p. 20).

Il mio ideale politico è la democrazia. Ciascuno deve essere rispettato come individuo e nessuno deve essere idolatrato.
È una ironia della sorte che io sia divenuto per i miei contemporanei l’oggetto di un’eccessiva ammirazione, senza colpa nè merito da parte mia (p. 21).

Non posso concepire un Dio che ricompensa e punisce le sue creature e che esercita una volontà simile a quella che noi sperimentiamo su noi stessi. Nè so immaginarmi e desiderare un individuo che sopravviva alla propria morte fisica (...)
A me basta il mistero dell’eternità della vita, la coscienza e il presentimento della mirabile struttura del mondo in cui viviamo, insieme con lo sforzo incessante per comprendere una particella, per piccola che sia, della Ragione che si manifesta nella natura (p. 22).

Il vero valore di un essere umano è anzitutto determinato dalla proporzione e dal senso in cui egli si è liberato da sè medesimo (p. 23).

La gioia del guardare e del comprendere è il dono più bello della natura (p. 37).

Credo che le idee di Gandhi siano le più illuminanti fra tutte quelle degli uomini politici del nostro tempo. Dovremmo sforzarci di operare nel loro spirito, non già usando la violenza nella lotta per la nostra causa, ma rifiutando la partecipazione a quello che noi riteniamo essere male (p. 159).

L’Editore Boringhieri di Torino ha pubblicato di Einstein, oltre a varie opere scientifiche, Pensieri degli anni difficili. (1965).
Su “azione nonviolenta” (maggio-giugno 1979) è uscita la traduzione del saggio di J. Rotblat: Einstein, un genio antimilitarista.


Claudio Cardelli

 

Boicottaggio riuscito

Torino, 4 maggio 1996

Egr. sig. Resp. delle Pubbliche Relazioni
dott. Saverio Ripa di Meana
Nestlè Italia S.p.a.
Via Richard, 5
20100 Milano

e p.c. Segreteria italiana Baby Milk Action
Via Macchi, 12
21100 Varese

Azione Nonviolenta
Via Spagna, 8
37123 Verona

 

Con la presente desidero informarVi che, aderendo lo scorso ottobre 1995 alla Campagna di boicottaggio internazionale “Baby Milk Action” promossa da diverse organizzazioni non governative per protestare contro il comportamento adottato dalla Nestlè nel Terzo Mondo ed in particolare per quanto riguarda la diffusione del latte in polvere:

A) Ho raggiunto, assieme alla mia famiglia (composto da quattro persone e un cane), il traguardo del primo milione di lire dirottato dall’acquisto di prodotti del gruppo Nestlè a prodotto analoghi di gruppi concorrenti, come dimostra la tabella che elenca i prodotti boicottati, il loro prezzo medio nei sei mesi di osservazione e la marca di prodotti acquistati in alternativa.

B) Il boicottaggio dei Vostri prodotti deriva esclusivamente dall’adesione alla Campagna per contrastare il commercio del latte in polvere nei Paesi in via di sviluppo in sfavore dell’allattamento al seno, comportamento che l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno stimato essere responsabile della morte di un milione e mezzo di bambini all’anno. Il boicottaggio non è quindi una critica alla qualità dei Vostri prodotti, ma alla qualità della Vostra etica.

C) La mia famiglia ed io siamo disposti a ritornare all’acquisto dei Vostri prodotti a partire dal giorno in cui la Nestlè, tramite comunicato stampa, proclamerà ufficialmente l’abbandono della politica finora seguita al riguardo.

Distinti saluti

Paolo Macina
(Torino)

PRODOTTO PREZZO QUANTITÀ PRODOTTO DELLA
ELIMINATO MEDIO It.KGg CONCORRENZA

NESCAFÈ 8.490 3 eliminato tempor.
NESQUIK 4.850 3 OVOMALTINA
ORZORO 2.490 3 ORZOBIMBO
FONDENTE NESTLÈ 1.290 3 CIOCCOLATO RITT
BACI PERUGINA 15.300 2 FERRERO ROCHER
YOGHURT MIO 2.450 20 YOGHURT DANONE
POLO 1.500 2 FISHERMANN’S FRIEND
ACQUA VERA 550 12 PIAN DELLA MUSSA
ACQUA S. BERNARDO 650 12 ULIVETO
OLIO SASSO 11.690 5 OLIO DANTE
PASTA BUITONI 1.600 35 PASTA BARILLA
CRACKERS MOTTA 3.670 6 CRACKERS SAIWA
BUON DI MOTTA 3.440 20 MULINO BIANCO
GELATI MOTTA 8.000 2 SANSON
GELATI ANT. GELAT. 16.100 1 BINDI
DEL CORSO
PANETTONE ALEMAGNA 8.700 2 PANETTONE BAULI
SURGELATI VARI 8.400 20 FINDUS
VALLE DEGLI ORTI
SURGELATI SURGELA 8.600 20 ARGEL, ARENA
BRODO MAGGI 690 5 BRODO KNORR
FRISKIES 1.350 120 CIAPPI
AFFETTATI VISMARA 20.400 4 CITTERIO, PARMA
FORMAGGI LOCATELLI 7.900 10 INVERNIZZI
VOGLIA DI PIZZA 8.500 5 PIZZA PRONTA SMA
NESTEA 1.300 5 THE PRONTO SMA

Totale 1.118.180

 

 

 

 

BOSSI E GANDHI

Non voglio spendere più del dovuto sull’inquietante fenomeno leghista anche perché le cronache di questi giorni offrono elementi ed analisi molto più eloquenti delle mie osservazioni.
Un movimento, fondato sull’egoismo, sul culto del denaro, sull’ostinata ricerca di una identità etnica e via dicendo, non può che trasformare l’operosa Pianura Padana in una Croazia.
Purtroppo la lezione della vicina ex Jugoslavia è stata dimenticata e i leghisti vogliono ora farla vivere sulla pelle di milioni di innocenti. Occorreva fermare la Lega molti anni prima, occorreva non corteggiarla, non strumentalizzarla ora contro questa, ora quella coalizione. Occorreva.. lo Stato si muova!
Della kermesse leghista tenuta sabato 4 maggio nei pressi di Mantova, particolarmente mi ha inquietato la risposta evasiva di Bossi data ad un altro leghista quando ha chiesto se il cosiddetto CNL o CNP (non hanno ancora deciso quale delle due sigle adottare) avrebbe permesso l’uso della violenza in caso di mancata secessione pacifica.
Bossi è stato evasivo. Sostiene il “metodo pacifico” proposto dalla Pivetti, ma non esclude in seguito altre forme di lotta.
Mi ha indignato ancora quando Bossi ha citato il Mahatma Gandhi a proposito dell’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Non vorrei ora dare lezioni di storia quanti posseggono un briciolo di sale in testa, ma mi chiedo che nesso possa esserci tra l’ipotesi federalista italiana con una giusta rivendicazione dell’India di 50 e più anni fa? Bossi lo sa che il Mahatma si è opposto con tutto se stesso alla spartizione del continente indiano nei due stati di India e Pakistan? Bossi lo sa che Gandhi aveva previsto le catastrofiche conseguenze che ad oggi indù e musulmani continuano a pagare? Uno “statista” oltre a conoscere l’economia, la geografia, dovrebbe conoscere anche e soprattutto la storia!! Lieto dovermi un giorno smentire. Grazie e cordiali saluti.

FRANCO LO VECCHIO
(Brescia)


LEGGERE S. FRANCESCO

Caro amico Giovanni,

ho letto volentieri la tua lettera pubblicata su AN (marzo 1996, pg. 22 “Nonviolenza della mente”) e condivido la tua preoccupazione e la tua ricerca nel rapporto nonviolenza-credo-cammino interiore, anche perché ho vissuto personalmente diversi anni fa, un’esperienza simile alla tua, e dopo tante vicissitudini, tanta lettura, molti incontri ho trovato serenità e un punto di riferimento nella mia fede cristiana, senza bigottismi di sorta e nonostante tutte le discussioni in merito che da sempre fa la stampa riguardo alcuni personaggi che spesso non sono di edificante esempio anche all’interno della Chiesa stessa, ma...siamo tutti uomini, purtroppo, con i nostri pregi e difetti!
Un giorno, per caso, mi trovavo a passare da un giornalaio in una stazione e per curiosità ho acquistato un libro della Oscar Mondadori dal titolo “Vita di S. Francesco d’Assisi” di P. Sabatier, e mano a mano che lo leggevo, avevo risposte ai miei dubbi e alle mie ricerche: gli anni precedenti, tutti trascorsi alla scoperta delle filosofie orientali, apparivano ora illuminati da una luce nuova.
Prova molta stima ed ammirazione per il Buddismo e per tutti coloro che hanno questo credo, e quindi anche per te che sei alla ricerca, perché la ricerca della pace e della fraternità, senza integralismi, non può che produrre un “cibo nutriente” per la nostra mente. Penso che sicuramente troverai la tua strada se lo desideri con forza, e da amico, proprio nell’ottica di una cultura di “Nonviolenza per la mente”, ti consiglio la lettura di:

“Francesco, profeta di Pace e di Ecologia”
di Manuel Carreira Das Neves
Casa Ed. Edizioni Messagero, Padova, 1993
In modo particolare del Cap. III

Penso che se lo leggerai, ti piacerà, e se ti farà piacere farmi sapere le tue impressioni in merito, sarò lieto di risponderti.
Porgendoti ancora auguri per il tuo cammino, ti invio fraterni auguri di Pace e Bene

Vitaliano Buzzola
(Savona)

 

 

Chiederemo la verità finché siamo vive

A cura delle Donne in Nero - Belgrado

- Comunicato sugli scomparsi -

Per creare stati etnicamente puri, la guerra contro la popolazione civile nel territorio della ex-Jugoslavia ha avuto le dimensioni di orribile crimine. Gli ideologi nazionalisti non soltanto hanno concepito il progetto dello scambio dei territori e della popolazione, ma anche della eliminazione fisica delle altre etnie.
I crimini commessi contro le persone sequestrate e scomparse devono essere denunciati.
Gli ideologi e gli esecutori dei crimini adesso, in fretta, cercano di occultare le tracce dei crimini, credendo di rimanere impuniti e convinti che le vittime saranno presto dimenticate.
Le vittime hanno i loro nomi, ma i nomi degli assassini e dei boia non si sanno.
Non si possono sottrarre dalle responsabilità affermando che hanno eseguito soltanto degli ordini perché i superiori affermano di aver agito soltanto in base agli ordini...
In questo modo la catena dell’impunità si sviluppa all’infinito.
Non facendo le inchieste sui crimini commessi, giustificandoli con lo “stato di emergenza della guerra”, relativizzando le colpe e le responsabilità, si mettono allo stesso livello le vittime e i boia.
Secondo i dati disponibili, nella guerra della ex-Jugoslavia ci sono circa 35000 persone scomparse, sia nelle zone di guerra sia al di fuori di esse.
A Vukovar, durante l’assassinio di questa città dal JNA (armata federale jugoslava) sono sparite migliaia di persone. Gli organi di stato della FR Jugoslavia e di Croazia, affermano di aver fatto “tutto ciò che potevano”.
I genitori degli scomparsi si sono rivolti a tutti.
Testimoniano che le autorità competenti davano delle informazioni non ufficiali sulla morte, la cattura, la scomparsa dei familiari. I cosiddetti scambi tutti per tutti sono stati fatti e continuano ad essere fatti con criteri arbitrari.
Le autorità militari si regolavano sempre secondo la qualità dello scambio, cioè, gli importanti per gli importanti, mentre gli uomini coscritti e poi portati al fronte per forza erano carne da cannone inclusa nel prezzo della guerra.
Durante le operazioni dell’esercito croato Folgore (maggio ‘95) e Tempesta (agosto ‘95) contro la Krajina, migliaia di persone, principalmente dell’etnia serba, sono sparite.
Il silenzio e la complicità di questi due stati continua. Il commercio che sfrutta la gente, sia viva che morta, utilizza per i propri giochi il ricatto per ottenere un equilibrio basato sulla paura e sul terrore, per accrescere la distanza tra i popoli e per giustificare la tesi dell’impossibilità della convivenza pacifica.
In Serbia, il cui regime afferma di non aver fatto la guerra, sono stati sequestrati e fatti sparire i cittadini. I sequestri sono stati coordinati nella complicità tra le autorità statali, civili e militari, ed i paramilitari serbi. Le vittime del progetto mostruoso sulla pulizia etnica sono stati i cittadini mussulmani.
Nell’ottobre 1992 a Sjeverin sono state sequestrate 17 persone; nel Febbraio ‘93 a Strpei sono state sequestrate altre 20 persone. La popolazione mussulmana di Sandzak é stata sottomessa, specialmente nel ‘91 e ‘92, ma anche adesso, dagli assassini con continue rappresaglie, accuse, processi politici montati. I genitori degli scomparsi e l’opinione pubblica in Serbia hanno chiesto e chiedono inchieste sui crimini commessi. Le autorità guardano in silenzio, occultano la verità, ma i genitori degli scomparsi, soprattutto le madri avvertono: “Chiederemo la verità finché saremo vive”.
Si calcola che nella guerra in Bosnia Erzegovena ci sono stati 30000 scomparsi, di tutte le etnie ma per lo più mussulmani. A Sebrenica, “zona protetta dall’O.N.U.”, l’esercito serbo-bosniaco ha espulso più di 4000 persone. Finora sono state identificate sei fosse comuni, le donne di Srebrenica chiedono 10000 familiari. Dopo la caduta di Zepa, anche in questa zona “protetta dall’O.N.U.”, l’esercito serbo-bosniaco ha arrestato 80 mussulmani di cui si é persa ogni traccia. I crimini della pulizia etnica nella parte nord-est della Bosnia sono occultati dall’esercito serbo-bosniaco trasferendo nella miniera di Ljubija i cadaveri delle persone uccise. Credono di distruggere ogni traccia, cancellare la memoria di più di 8000 persone..., ma si sbagliano!
Dicono che la guerra sia finita. Forse adesso gli stessi ideologi della guerra e gli esecutori dei crimini, stupiti, diranno: “ NON SAPEVAMO!”.
Ma le madri degli scomparsi li avvertono. Come le madri argentine di Plaza de mayo che da vent’anni chiedono giustizia per i loro figli sequestrati e poi scomparsi durante la dittatura imposta dai militari della giunta argentina contro il proprio popolo.
Ci uniamo alle richieste dei genitori degli scomparsi di conoscere la verità.
L’indifferenza verso le vittime dei crimini e la complicità con i criminali non ha scusanti. Non si possono accettare i “NON SAPEVAMO”. Se prima non sapevamo che tanti crimini erano stati commessi “in nome del popolo serbo”, le donne di Srebrenica, i genitori degli scomparsi di Strpei, Sjeverin, Krajina, Vukovar, Prijedor... parlano con il loro dolore: “ADESSO SAPETE”.
La scusa che anche gli altri lo facevano non diminuisce la responsabilità.
Se il grido delle madri degli scomparsi trova anche adesso il silenzio e l’indifferenza, se non si chiede la responsabilità per i crimini, tutto un popolo diventerà complice e la responsabilità collettiva, dimostrando una terribile caduta morale.
Noi, DONNE IN NERO, chiediamo la verità a la giustizia per gli scomparsi. Durante le nostre proteste, per tutto il mese di marzo, esporremmo nella piazza principale di Belgrado la lettera delle donne di Srebrenica e i nomi degli scomparsi di Strpei, Sjeverin, Krajina, Vukovar, Prijedor...

Belgrado 5 marzo 1996

 

 

ECCO QUELLO CHE LORO HANNO ANCORA

L’anno scorso sono venuta a contatto con la società americana di origine europea e quest’anno con quella russa. Sono riuscita così a vedere gli estremi creati dall’uomo, che dal dopoguerra si spartiscono il mondo e da quel momento hanno cominciato a svuotare l’uomo nel suo interno, proprio come fa il verme dentro una mela.
Dopo aver anche vissuto per alcuni mesi nella riserva indiana di Towaoc degli Ute Mountains, nel sud del Colorado nell’estate 1995, penso che loro siano gli unici ad avere conservato qualcosa di umano in sé, anche se noi, del mondo civilizzato, gli continuiamo a definire primitivi. Sono gli unici che riescono a vedere l’amicizia come qualcosa di sacro e puro, e la sanno valorizzare. Infatti l’amicizia è basata su un rapporto personale e speciale che non ha altri fini e non specula. È un’amicizia che porta a condividere il bene ed il male presente nella vita quotidiana, proprio come in una grande famiglia. È un’amicizia che rispetta e vuole essere rispettata perché consapevole del suo valore intrinseco. Ti da sicurezza e conforto, sai di non essere solo, sai di non essere perduto. Tutta questa generosità e purezza di spirito deriva dalla loro religione dal loro Great Spirit, del quale ne vedono la presenza quotidiana nella natura, alla quale sono ancora molto vicini.
La differenza tra questi indiani d’America e noi, che pensiamo di rappresentare l’apice della “civilizzazione”, si sente a fior di pelle quando si è tra queste persone. È molto difficile poter spiegare questo sentimento di pace e non violenza che essi ti trasmettono. È quell’equilibrio che tutti gli esseri umani originariamente portano dentro di sé, ma che nei nostri sistemi di vita, sia esso capitalista o comunista, non riesce a svilupparsi e non riesce ad esprimersi al suo meglio attraverso la nonviolenza. Dopo essere entrata a contatto con i due sistemi più estremi esistenti sulla faccia della terra, penso che entrambi abbiano contribuito ad un peggioramento dell’uomo nel suo aspetto umano, perché gli hanno sottratto l’anima e il suo contatto con Dio.
Nel sistema capitalista, che vede negli Stati Uniti d’America il principale esponente, hanno svuotato la mela, ma ne hanno abbellito l’aspetto esteriore...la mela è rossa e la sua buccia è liscia e lucida, ti tenta...,ma peccato che non sappia di nulla. Nei paesi comunisti dell’Europa dell’Est, con Russia al primo posto, nel sottrarre la polpa alla mela, hanno usato un po’ troppa violenza e anche l’aspetto esteriore del frutto si è rovinato!
Con o senza tatto non ha importanza in questo caso, perché di fatto entrambe le mele sono vuote! Ovunque, si può vedere che l’amicizia è diventato un mezzo per raggiungere altre mete. Questo soprattutto nell’ex-blocco comunista in questo momento di trasformazione, perché il poter uscire da quel grigiore è il sogno di molte persone e ciò che di meglio una madre possa augurarsi per sua figlia o suo figlio. Anche in questi paesi, nonostante di ricchezza se ne veda ben poca, il denaro detta legge e regola vita e sogni di quelle persone. La cosa triste è, che anche i sentimenti e le amicizie vengono rapportati al denaro, e quindi non vieni amato e rispettato per quello che sei, bensì per quello che possiedi. Questa mentalità di possesso e di avere, più che di essere, ha raggiunto i Paesi comunisti, e molto lentamente si affiancherà alla mentalità precedente, ma senza migliorare le persone interiormente. Di sicuro un cambiamento sarà visibile sulla facciata esterna per quelle persone che se lo potranno permettere, poiché sono entrate nel nuovo cerchio degli affari.
A mio avviso questi due sistemi hanno generato solo violenza e hanno cercato di sostituire i veri valori della vita, con dei surrogati materialistici, delle ideologie e delle utopie, che a breve termine sembrava funzionassero, ma che a lungo andare hanno rivelato lacune e scompensi, tanto che oggi molte persone si sentono smarrite. Questo senso di smarrimento è ciò che ho potuto vedere anche negli occhi di alcuni indiani, forse dei meno forti, che non hanno saputo resistere alle tentazioni della società bianca, ne sono venuti a contatto...e si sono quasi contagiati. Chi invece ha saputo resistervi si ritrova oggi con un qualcosa di speciale, che penso in via di estinzione: fede, pace interiore, generosità e semplicità. Questa è la strada che porta alla vita non violenta, perché consapevoli di ESSERE su questa terra e si non dover AVER. L’idea di possesso porta a vedere nell’altro un nemico anziché un nostro simile, e come nemico ci farà paura ed ecco che in noi scatta la molla dell’intolleranza e della violenza per poterci difendere.
È chiaro che al giorno d’oggi non possiamo più fare a meno dei prodotti creati dal progresso, ma pensate ci sia bisogno di spingere la nostra barca oltre...verso altre rive sconosciute? Tra questi due mondi estremi c’è l’Europa, non abbiamo ancora raggiunto certi livelli di annullamento della persona, anche se purtroppo siamo sulla strada giusta per centrare quel bersaglio! In Italia, grazie al nostro modo di fare caloroso, accogliente e spontaneo, il passo sarebbe veramente breve per arrivare ad ottenere una società basata sulla non violenza e sul rispetto, se solo riuscissimo ad abbandonare il nostro egoismo ed il nostro individualismo!!
Certo in Italia non siamo tutti dei Gandhi o dei Martin Luther King che hanno sacrificato la loro vita per la non violenza, ma è certo che per una volta potremmo esseri presi come esempio positivo...oltre i nostri confini. E se per caso in noi fossero rimaste ancora alcune tracce primordiali di questi indiani, perché non cercare di farle rifiorire? Potremmo diventare forse diventare...i primi indiani d’Europa?

ALESSIA CORTESI
(Austria)

 

PERCHÉ ABBIAMO DECISO DI DISUBBIDIRE ALLA LEGGE
ED AVERE UN SACCO DI NOIE

Con piena coscienza di commettere un reato tra i più gravi, almeno dal punto di vista del contratto sociale, abbiamo deciso di non versare allo Stato la cifra corrispondente alla quota che lo Stato paga per le spese militari. Abbiamo deciso di fare ciò perché siamo profondamente convinti che le armi abbiano una sola fondamentale utilità: quella fare dividendi per gli azionisti delle fabbriche di armi.
Ci hanno sempre detto che le armi servono per difendere la Patria. Noi, che desideriamo difendere la nostra Patria mondiale, pensiamo invece che le armi viaggino per il mondo per promuovere sostenere l’ingiustizia.
Pensiamo che se le enormi quantità di ricchezza e di studio e di lavoro e di genialità che vengono investite negli armamenti fossero invece destinate a promuovere la salute, la solidarietà e la gioia tra gli uomini tutti ne avremmo vantaggio.
Pensiamo anche che se tutti gli uomini avessero da sempre disubbidito agli ordini di guerra, comunque fossero travestiti, la storia dell’uomo narrerebbe di gioie: invece ovunque volgiamo lo sguardo, vediamo ricordi, tracce e prove di crudeltà e sopraffazione.
Noi riteniamo che vi siano momenti nella storia in cui vi è l’obbligo morale di disobbedire leggi che fino a quel momento parevano giuste: questo è un momento della storia umana in cui è facile percepire che le guerre sono sempre di più combattute con armi economiche, e che i popoli più ricchi sono ormai inclusi tra i sopraffattori, e che i nostri stili di vita consumistici tolgono il necessario ad altri popoli che la storia economica vuole vittime. Costoro non possono difendersi con le armi ma solo con la nostra consapevolezza di essere patrioti di una Patria mondiale.
Sandro Pertini aveva detto: “Si vuotino gli arsenali, si riempiano i granai!”. Nella sua memoria diciamo NO ALLE ARMI!

ANTONELLA VIGORELLI MILANESI e ANDREA MATTEI
(Montescudato)

<Previous   Next>
 
  design © .:Nineloops:.
apache.org  php.net  mysql.com counter