Home arrow News arrow Assisi Gubbio arrow Le dieci parole della nonviolenza
Menu
Home
News
Azione nonviolenta
Movimento nonviolento
Le Radici
Web Links
Libri in Vendita
Nonviolenza in Cammino
Nonviolenza e musica
Mailinglist
La Vigna di Mauro
Contatti
- - - - - - -
Motore di Ricerca
Richiesta copia omaggio

Inviando una e-mail ad
an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.

(nel soggetto scrivere "copia AN" ed indicare con precisione cognome,nome, indirizzo, CAP, città)


Abbonamento annuo Euro 29.00.

paypal
 
Le dieci parole della nonviolenza PDF Print E-mail
Article Index
Le dieci parole della nonviolenza
Page 2
Page 3
Page 4
Page 5
Page 6
Page 7
Page 8
Page 9
Page 10
Page 11

Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 12 marzo 2003

La parola del mese: “Sobrietà”


Di Lidia Menapace

L’impetuoso e felice movimento, che cammina per le strade del mondo da un po’ di anni e proclama essere
possibile un altro mondo, mi fa spesso venire voglia di provare a immaginarmi che faccia potrebbe avere
quel mondo baldanzosamente sperato. E mi viene sempre in mente qualche verso dantesco (le deformazioni
professionali non si perdono facilmente!) che descrive una Firenze sognata, però nostalgicamente, guardando
al passato. Dante, esule per le tremende contese politiche della sua città, immagina come potrebbe essere
stata una Firenze che non ha mai conosciuto: un “così riposato viver di cittadini”, un “così dolce ostello”
e cerca di ricostruire quel sogno pensando alla Firenze del suo trisavolo, che definisce “in pace, sobria e pudica”

Come sempre, essendo molto moralista e alquanto tetro nei giudizi sul presente, Dante di pace non dà nessuna
definizione, se non che quando una città è in pace produce un “riposato viver di cittadini” e viene avvertita
come “un dolce ostello”. Dato l’affanno spesso inconcludente di molte nostre giornate, davvero non sarebbe
male avere un po’ di riposo e un ostello accogliente.

Più specifica è la descrizione di sobrietà e pudore. Non lo seguo nelle sue preferenze –appunto- moralistiche:
la sobrietà è il vestire semplice degli uomini del tempo antico e per le donne andare “senza il viso dipinto”,
e quanto al pudore è tutta una requisitoria contro i giovani rockettari di allora (“un Lapo Salterello”)
e le ragazze con le gambe in mostra dalla mini (“una Cianghella”). Rifaccio invece per conto mio i sogni
e avverto sempre che la sobrietà è una componente molto importante di un luogo tranquillo, riposato e accogliente.

Che cosa intendo dunque con “sobrietà”? La parola mi venne in mente quando Berlinguer propose l’austerità
come modello di vita e mi trovai subito in disaccordo. Austerità dice un atteggiamento un po’ cupo e triste,
esalta il sacrificarsi, atteggia il volto a un cipiglio giudicante, non ha leggerezza.. Capivo che le
intenzioni di chi proponeva erano pregevolmente anticonsumistiche e serie, ma, appunto, troppo serie,
quasi un po’ piagnone. Allora riflettendo mi dissi che non avrei voluto vivere in un mondo austero,
bensì in uno sobrio. E poiché sono golosa a me gli esempi non erano venuti dal vestire o dai divertimenti,
ma dai cibi: chi è astemio o anoressica non sa nemmeno che cosa si perde, ma chi è beone o bulimica butta
giù anche metanolo o cibi rozzi e non bada mai alla qualità. Chi invece ama la sobrietà, gusta il colore
il sapore il bouquet di un buon vino, ammira la forma i colori gli aromi di un piatto ben cucinato,
e comunica ad altri commensali la sua comune gioia e piacere: non per nulla chiamiamo convivialità la
piacevolezza dello stare insieme. E’ una forma non esasperata né violenta di piacere, ma è un vero piacere
complesso, che contiene anche la comunicazione.

Il ragionamento si può estendere dai cibi ad altri temi. Il piacere della lettura, della conversazione,
che non è ingurgitamento di pagine ed esibizione di citazioni, che non è pettegolezzo o scambio di notizie
futili, ma trasmissione di sentimenti passioni e conoscenze. Insomma a me sobrietà sembra sempre più il
nome non accademico di un piacevole moderno epicureismo, comportando una accurata ma non ansiosa scelta
di piaceri che non offendono nessuno, rispettano i desideri altrui e tengono anche conto di una certa
discrezione del vivere: cantare sì, ma non schiamazzi notturni; parlare, certo, ma non produrre un continuo
fastidioso rumore di fondo. La sobrietà si estende anche all’ambiente, che nelle nostre città è divenuto
fastidioso per inquinamento acustico (il traffico). visivo (le luci sfacciate degli orribili addobbi natalizi),
e naturalmente chimico e magnetico.

Fa parte della sobrietà la misura, scelta come strada della libertà, il piacere atteso come forma di
comunicazione e accoglienza e il passo spedito e leggero che non pesi troppo sulla terra. A me dà un po’
fastidio l’idea di un modello di sviluppo “sostenibile”: è come dire che intendiamo (noi che saremmo
virtuosi ed ecologici) caricare sulle spalle della madre terra tutto il peso che può portare e non di
più: non sarebbe migliore, meno violento uno sviluppo gradevole, ameno, piacevole per la terra e per
chi la abita? Fatto cioè di vita serena. di riposo, di ozio, di silenzio, di contemplazione oltre che
di produzione e riproduzione, di lavoro e di commerci?

Questo a un di presso intendo quando dico che vorrei un altro mondo possibile sobrio. Lì troverei
facile vivere con felicità politica cioè esprimendo una identità non aggressiva, non sospettosa, ma
accogliente. curiosa. Un modo di vivere non affannoso, non competitivo, ma capace di gustare il passare
del tempo e le dimensioni degli spazi, e assaporare gli scambi: mi sembra che davvero per stare in pace
sia giusto essere sobri.

Quanto al pudore mi è più oscuro che cosa significhi. Forse una misura e un certo riserbo di sé.
Comunque va bene, purché non sia una prescrizione predicatoria di comportamenti vestiti parole
ammesse ed altre vietate. Forse il pudore come la sobrietà non ammettono divieti esteriori e fondano
sulla convinzione ragionevole del saper misurare le risorse e controllare le relazioni. Insomma la
felicità politica (un dolce ostello) che viene dal poter esprimere la propria identità senza bisogno
di mettersi in maschera per apparire “come si deve”. Il diritto a non essere “normali”. come dice
una argutissima teologa argentina. Marcella Maria Althaus-Reid rivendica appunto il diritto a
“no ser derecha”, che vuol dire anche non essere di destra, oltre che “diritta”, “normale” e che
chiama pornografia la teologia la globalizzazione e il capitalismo, perché non rispettano i movimenti
le posizioni le relazioni la spontaneità le scelte i volti i corpi i gesti i desideri segnati dal
colore voce faccia di ciascuno/ciascuna di noi, ma violenta i corpi e le persone in una gabbia di
prescrizioni modi valori attese già programmate. Non sanno dire quali parole sentimenti forme di
relazione vanno bene e quali sono per sé cattive: ma comunque vietano di continuo La sobrietà
consente di guardare con occhi innocenti tutto quel che esiste al mondo senza pregiudizi.
Non sarebbe bello e non è anche fattibile?

Se si sta in pace e si vive in modo nonviolento, certo: altrimenti con la guerra tutto va perso
e non torna, il peggiore inquinamento anche mentale, l’ottundimento di ogni sottile giudizio piacere
del ragionare attenzione nelle relazioni gioia di vivere: tutto viene distrutto persino nella memoria,
sostituito con le truci grida e pianti e distruzioni che poi studiate a scuola vengono chiamate eroismo.
Invece è follia da sonno della ragione.



<Previous
 
  design © .:Nineloops:.
apache.org  php.net  mysql.com counter