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Le dieci parole della nonviolenza
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Coscienza

Di Sandro Canestrini*

Voglio iniziare queste brevi osservazioni ricordando a me e a chi legge il più osceno proverbio italiano:
“ognuno per sé e dio per tutti”.
In queste poche parole è condensato tutto l’egoismo e il rifiuto di ogni solidarietà e di ogni cum-scire
e cioè della coscienza, della consapevolezza di dover fare “i conti con la vita” di dover collocare
se stesso in un campo dignitoso durante la propria esistenza.
Sembrano osservazioni del tutto ovvie e persino inutili ma purtroppo l’attività pubblica di oggi
ha fatto tramontare queste idee come se si dovesse trattare di concezioni bizzarre.
E invece è, come sempre, di “attualità” riflettere sul significato della parola coscienza: cos’è la
coscienza come si forma una coscienza retta.
Ha scritto Dante: “pur che tua coscienza non ti falli”. Ma si tratta di allargare il campo della
propria coscienza come ad una forza che ha influito positivamente nella storia. Ha cambiato situazioni
che parevano eterne come l’India di Gandhi, ha indicato soluzioni di vita valide ora e sempre come
le parole di Capitini.
Sul mio tavolo ho sempre il volume “Lettere di condannati a morte della resistenza italiana”.
Leone Ginsburg prima di morire in carcere a Regina Coeli, torturato, scriveva così alla moglie:
“una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me
(qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinnanzi al pericolo personale”.
Appunto, “dio per tutti” era il proverbio per il quale agli ebrei in fuga dal fascismo si chiudevano
le porte e non si dava ospitalità; é lo stesso principio per cui oggi di fronte alla Palestina massacrata,
si fanno spallucce e si dice che tanto si tratta di persone lontane che non si conoscono, che si arrangino.
E’ per questo che la “coscienza retta” la “voce della coscienza” trova fonte eterna nei filoni di cultura
che sottolineano i bisogni morali della collettività.
Norberto Bobbio ha scritto delle parole davvero eterne su questo tema nei confronti di una cultura di
destra che, forte della situazione politica odierna, cerca di farsi strada. Soros ha scritto:
“la cultura di destra esalta l’egoismo privato come una virtù pubblica”.
L’indifferenza dei valori sui quali può fondarsi seriamente una società è tipica di correnti
cosiddette “liberali” che al posto della solidarietà e della coscienza hanno messo il raggiungimento
di soddisfazioni economiche sempre più folli. Addirittura abbiamo i dirigenti della vita pubblica
di oggi che dicono che la società si deve reggere senza richiamarsi ad altri principi se non a quelli
con cui si regge un’azienda: il Presidente del Consiglio ha detto che gli stessi principi che inducono
un uomo a dirigere una sua azienda valgono per reggere la società. Cioè guadagnare, fare la concorrenza
sui guadagni ad eventuali concorrenti, disprezzare e mistificare chi attacca il tuo prodotto.
Esattamente l’opposto di quanto il nostro grande poeta scriveva: “o dignitosa coscienza e netta
quanto t’è picciol fallo amaro morso”.
Non c’è più nessuno che senta “amaro morso”, e cioè pentimento, per aver fatto qualcosa di antisociale.
Non solo ciò non viene considerato “un fallo”, cioè un errore, ma anzi diventa un motivo di merito.
Parliamo chiaro: esiste ancora un opinione pubblica democratica, un’opinione pubblica che si basi su
principi di coscienza e di onestà, capace di reagire quando - a quanto si dice - l’attività del governo
è tale da suscitare riprovazione generale? Io non parlo delle grandi scelte economiche e politiche,
parlo proprio dell’attività di tutti i giorni, di un Presidente che si lascia andare a battute cosiddette
di spirito e ad atteggiamenti che dovrebbero suscitare repulsione quando - sempre a quanto si sostiene -
tutto ciò viene percepito come una simpatica notazione per la quale chi così agisce merita forse una risata
ma non una riprovazione.
E allora la domanda è questa: dove sono andati a finire i grandi ideali su cui la nostra società è sorta?
In quale angolo sono state relegate le lettere dei condannati a morte della resistenza? La lotta contro
la mafia è ancora un obiettivo valido per tutti o dobbiamo convenire con quel ministro che diceva che
la mafia è un fenomeno con il quale bisogna convivere? Le lotte sociali e politiche nelle fabbriche
e nei girotondi rappresentano qualche cosa di più che una occasione del momento?
Io penso ora ad una situazione particolare: l’approvazione della legge sull’obiezione di coscienza
compie trent’anni. 1972 - 2002. Migliaia di ragazzi hanno affrontato gravissimi disagi, non escluso
il carcere per tener fede alla propria coscienza. Non compresi dall’opinione pubblica e forse neppure
dai parenti ma fieri di percorrere una strada dove finalmente politica e cultura atteggiamenti pratici
e coscienza morale coincidevano. Che debito abbiamo nei confronti di questi ragazzi ora, dopo trent’anni?
Qualcuno si pone questo interrogativo.
Penso che l’esempio di questi ragazzi vada messo di fronte a quegli altri ragazzi che, come leggiamo
purtroppo sui giornali non sospettano neanche che esiste un altro mondo che non sia quello delle
motociclette ai 200 all’ora o degli squallidi corteggiamenti che talvolta finiscono nel delitto o anche peggio.
La fin troppo facile condanna di troppi atteggiamenti giovanili ricade su di noi: molti hanno guardato
a come ci comportavamo noi, a come siamo stati fedeli ai nostri ideali….
Quanti di noi possono oggi domandarsi se hanno fatto il loro dovere umano e sociale per essere in pace
con la propria “coscienza”.
Oppure, come diceva Ruggero Zangrandi nel suo volume “Il lungo viaggio attraverso il fascismo”
ci stiamo preparando ad un altro lungo viaggio attraverso le stesse forze?

* Avvocato, ha difeso gli obiettori di coscienza al servizio e alle spese militari.
E’ stato Presidente del Movimento Nonviolento.



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