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Azione nonviolenta - Gennaio Febbraio 1997 PDF Print E-mail
Gennaio Febbraio 1997

ROSTAGNO, LANGER, SOFRI :QUEGLI AMICI MALEDETTI
Mao Valpiana

VENDETTA O GIUSTIZIA ?
Beppe Muraro

ASSOLTI PERCHÉ IL FATTO NON SUSSISTE
Mao Valpiana

FU UNA VERA E PROPRIA GUERRA
Antonio Papisca

EDUCAZIONE ALLA PACE, EDUCAZIONE AI CONFLITTI
Intervista a Daniele Novara

L'ARTE DEL CONFLITTO E DELLA SOLUZIONE
Daniele Novara

18° CONGRESSO DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Sandro Canestrini

LE MOZIONI APPROVATE

UN ANNO IN GUATEMALA
Paolo Macina

QUEL MURO SUL 38° PARALLELO
Piergiorgio Pescali

DOSSETTI MAESTRO DI POLITICA E SPIRITUALITÁ
Emilio Butturini e Enrico Peyretti

CONFUCIO, LA SAGGEZZA DELLA SEMPLICITÁ
Claudio Cardelli

RECENSIONI

CI HANNO SCRITTO

ROSTAGNO, LANGER, SOFRI
Quegli amici maledetti

Ho conosciuto Lotta Continua nei primi anni '70, durante le marce antimilitariste da Trieste ad Aviano, e poi alle manifestazione davanti al carcere militare di Peschiera. Noi del Movimento Nonviolento eravamo lì per gli obiettori di coscienza, loro sostenevano i proletari in divisa. C'era un po' di diffidenza reciproca. Quegli slogan rivoluzionari, l'esaltazione della guerriglia, l'antifascismo militante con i bastoni delle bandiere rosse, non ci piacevano. Loro ci consideravano un po' borghesi, elitari, sorridevano alla nostra nonviolenza proclamata anche davanti a poliziotti e fascisti. Però dormivamo nelle stesse palestre con i sacchi a pelo, mangiavamo gli stessi panini e cantavamo le stesse canzoni. Erano simpatici, generosi, fantasiosi.
Poi le strade si sono divise. In camera ho tolto il poster di Che Guevara con il basco, per lasciare posto a Gandhi con l'arcolaio.
Dopo dieci anni ho reincontrato gli ex di Lotta Continua alle prime assemblee dei Verdi. Alex Langer era il più intelligente di tutti, il più acuto, il più autorevole. Il più profondo, anche nella riflessione sulla nonviolenza.
Dopo altri dieci anni di politica comune, e soprattutto di amicizia, ho conosciuto Adriano Sofri, proprio il giorno della morte volontaria di Alex. E' stato lui a rispondermi al telefono. E' nata una nuova amicizia, nella memoria di Alex, lavorando sui suoi testi e per diffondere i suoi libri. Adriano è intelligente, acuto, autorevole. Profondo, anche nella riflessione sulla nonviolenza.
Ho letto con attenzione gli atti processuali riguardanti la vicenda Sofri. E' evidente, nei fatti e nelle sensazioni, che si tratta di una macchinazione ai suoi danni, di una vendetta, di una vittima designata. Mentre il giudice della Cassazione leggeva quella condanna infame, ho ripensato, chissà perchè, a tre amici. A Mauro Rostagno morto assassinato mentre lavorava nella sua comunità e denunciava i trafficanti di droga. Ad Alex Langer morto suicida per sfuggire alla disperazione interiore. Ad Adriano Sofri che dovrà trascorrere venti anni in galera, innocente. Che destino assurdo per tre amici generosi, forse troppo intelligenti, troppo acuti, troppo autorevoli.
Profondi, anche nella riflessione sulla nonviolenza.

Mao Valpiana


VENDETTA O GIUSTIZIA?

di Beppe Muraro

Mercoledì 22 gennaio, a Roma la quinta sezione penale della Cassazione condanna in via definitiva a 22 anni Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani per l’omicidio del comissario Calabresi avvenuto a Milano il 17 maggio 1972.
Lunedì 27 gennaio il tribunale di Verona processa i 17 pacifisti che la sera del 12 febbraio del 1991 riuscirono a bloccare alle porte della città un treno carico d’armi dirette verso il Golfo Persico.
Due episodi apparentemente distanti e distinti, ma in realtà molto più vicini l’uno con l’altro di quanto ognuno di noi possa pensare visto che in entrambi i casi, più che specifici episodi si sono volute processare due stagioni lotte, diverse da loro per obiettivi e forme, ma che come comune denominatore avevano la partecipazione popolare di persone diversissime tra loro.
Due episodi che pongono legittimamente il dubbio se ci troviamo di fronte ad una giustizia che opera per il bene di tutti o a una vendetta che serve per mantenere il “potere” di pochi.
Giustizia o vendetta?
Viene da rispondere più vendetta che giustizia di fronte a due processi che non si sarebbero dovuti nemmeno fare.
Per l’inconsistenza delle prove nel primo caso: la parola di un solo “pentito” non può bastare per condannare e mandare in galera tre persone.
Per l’inesistenza del reato nel secondo: a Verona non fu bloccato un treno qualsiasi, ma un treno che avrebbe - come poi ha fatto - seminato distruzione e morte. Fu una protesta contro una guerra assurda e non un’atto vandalico.
Viene da rispondere più vendetta che giustizia. Vendetta contro chi si è opposto in tempi più o meno lontani alle verità ufficiali: sulle stragi di Stato nel primo caso e sulla reale necessità della guerra del golfo nel secondo.
Più vendetta che giustizia pur di sancire l’intangibilità di certi settori dello Stato (la Magistratura da una parte, l’Esercito dall’altra) che dovrebbero essere dalla parte del “popolo italiano”, ma che troppo spesso ne sono, invece, nemici.
E nemici - se qualcosa non cambia, se non facciamo qualcosa per cambiare - lo diventeranno di certo di quei giovani che a Bologna sono scesi in piazza in silenzio per protestare contro quella sentenza della corte d’Assise che ha mandato assolti tre ufficiali dell’Aeronautica accusati di strage per la tragedia del 6 dicembre 1990 all’istituto Salvemini di Casalecchio di Reno, quando un jet partito dalla base militare di Verona-Villafranca precipitò - per un’avaria - sulla scuola uccidendo dodici persone e ferendone altre novanta. Assolti “perché il fatto non costituisce reato”.
Il silenzio di quei giovani non deve restare inascoltato, ma deve aiutarci a superare lo stato di sgomento, impotenza, rabbia che ci danno sentenze assurde e inimmaginabili come quelle di Roma e di Bologna.
Quei giovani non chiedevano vendetta, ma giustizia per la morte dei loro amici.
Giustizia, non vendetta.
Riflettiamoci, ma non in silenzio.

Assolti perchè il fatto non sussiste!

I nonviolenti, imputati di "blocco ferroviario" (pene previste da 1 a 6 anni), che il 12 febbraio del 1991 bloccarono, con un'azione diretta nonviolenta alla Stazione di Pescantina (VR), un convoglio militare che trasportava carri armati americani del tipo M-88 provenienti dalla Germania e diretti in Arabia Saudita per la guerra del Golfo, lunedi 27 gennaio 1997 sono stati assolti dal Tribunale penale di Verona.

E’ stato un processo lungo, con due udienze, le deposizioni del teste di accusa (il poliziotto che ha guidato le operazioni di sgombero dei binari), dei testi a difesa (i giornalisti Muraro e Salzano) l’aula stracolma di pubblico (comprese alcune classi venute per una lezione di “educazione alla pace”) e magistralmente condotto dal collegio di difesa formato dagli avvocati Sandro Canestrini, Nicola Chirco, Maurizio Corticelli, Giuseppe Ramadori, Guido Schettini.
Questo processo abbiamo voluto rovesciarlo e mettere sotto accusa quelle istituzioni che le guerre le preparano, le finanziano, le sostengono. Il collegio di difesa c’è riuscito!
Come imputati abbiamo scritto una lettera ai Giudici, e durante l'udienza abbiamo ascoltato anche due testimoni morali a difesa, per la prima volta ammessi dopo tanti anni di processi politici: Padre Angelo Cavagna che ha parlato della Teologia della pace e del Vangelo della nonviolenza, ed il Prof. Papisca che ha illustrato il diritto internazionale dell'Uomo e dei Popoli, i fondamenti di pace della Carta dell'ONU e della Costituzione italiana.
Furono molte le manifestazioni, lungo la linea del Brennero, da Innsbruck a Bologna, contro il passaggio di quel treno che coinvolgeva attivamente l'Italia nella guerra in corso, violando l'articolo 11 della Costituzione ed il Diritto internazionale.
La nostra presenza nonviolenta sui binari, con la fermata -seppur simbolica, per mezz'ora- di quel treno militare, ha voluto dimostrare che la corsa alla guerra non è inarrestabile e che la legalità deve e può essere ristabilita.
Chi si è mosso personalmente a difesa della Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite, solidale con la popolazione civile che subiva i bombardamenti, si è trovato sul banco degli imputati.
Dopo sei anni la giustizia "ha fatto il suo corso". Curioso, questo fatto: mentre chi ha sganciato le bombe ha ricevuto medaglie al valor militare, i nonviolenti sono invece andati sotto processo... Che conclusione ne potranno trarre i ragazzi di oggi, che hanno visto in TV la guerra del Golfo, poi nella ex-Jugoslavia, poi in Cecenia? Un insegnante che volesse veramente offrire ai giovani un'educazione democratica e civile, dovrebbe poter spiegare che sul banco degli imputati ci dovevano andare i mercanti d'armi italiani, che si sono arricchiti vendendo strumenti di morte in Irak, in Bosnia, in Cecenia.
Pensiamo che questa sentenza di assoluzione meriti molta attenzione da parte della stampa, dei rappresentanti istituzionali, dell'opinione pubblica.
Saddam Hussein violò il diritto invadendo il Kuwait ma oggi è ancora seduto al suo posto di tiranno; la guerra del Golfo, con i suoi bombardamenti sui civili, violò le leggi internazionali e stracciò la Carta dell'ONU; l'embargo ancora in atto calpesta il diritto del popolo irakeno. Tutto questo è passato alla storia come "legittimo". Ma ora, con la sentenza di assuluzione, è stato giudicato “legittimo” anche il nostro blocco nonviolento a quel treno carico di armi. Delle due, l’una...Noi chiediamo ai giudici di Verona di dire una parola chiara, di scrivere una motivazione di assoluzione che riaffermi la validità suprema dei principi costituzionali e delle Nazioni Unite, e che assolva con formula piena il nostro gesto di disobbedienza civile alla guerra, che è il più grande crimine contro l'umanità.
Questa sì, sarebbe una sentenza da studiare sui banchi di scuola.

Mao Valpiana


Lettera ai Giudici del Tribunale penale di Verona

Riflessioni In Occasione Del Processo
Per Il Blocco Del Treno Militare Durante La Guerra Del Golfo

Sembrano passati molti decenni da quando ci ritrovammo in migliaia sulle gradinate dell’Arena per manifestare il nostro NO alla Guerra del Golfo, lo stesso NO che allora rimbombava in molte piazze d’Italia, d’Europa, e degli Stati Uniti ... e invece sono passati appena sei anni.
E’ incredibile, oggi la storia dura fino a quando te la racconta la televisione poi sparisce uno scenario e se ne apre un altro: i nostri interessi e la nostra memoria hanno dei limiti, ma non dovrebbero essere quelli dettati dalla TV.
E’ una realtà parziale, ritagliata, spettacolarizzata, quella che conosciamo,oggi la si definirebbe virtuale, ed è comunque con questa realtà che dobbiamo fare i conti perché è da questa realtà che muove il nostro agire, il nostro vivere.
Non c’è dubbio che, se il processo nel quale siamo accusati del blocco del treno che trasportava i carriarmati per la “Tempesta nel deserto”, fosse stato sei anni fa, avremmo beneficiato di tutt’altro clima, di elevato interesse e di ben altra partecipazione! Articoli sui giornali, dibattiti pubblici, servizi alla TV, manifesti, volantini, interventi degli intellettuali, aule del Tribunale gremita, manifestazioni di solidarietà in piazza... ma anche tutto ciò sarebbe parte, oggi, dello spettacolo e di quella realtà virtuale alla quale bastano sei anni (ma anche molti meno!) per essere completamente dimenticata, rimossa.
Quelli che sicuramente restano, sono i problemi irrisolti che un folle agire militare, su entrambi i fronti non ha saputo minimamente affrontare e, naturalmente, i morti, migliaia, decine di migliaia? Chi lo sa? La CNN non si è presa la briga di contarli e sicuramente neanche i giudici che dovranno emettere una sentenza sul nostro operato ne saranno a conoscenza.
Può sembrare impossibile, ma mentre oggi noi possiamo sapere quante perdite vi furono durante la battaglia delle Termopili o quanti bersaglieri caddero con il Generale La Marmora in Crimea, nessuno sa dirci quante vite umane è costata quella che, con falso pudore, fu definita una “operazione di polizia internazionale”.
Forse ce lo dirà, tra qualche secolo, una brillante spedizione archeologica!
Il clima di smemoratezza e disinteresse che ci accompagna in sostanziale solitudine a questo processo, evidenzia un vuoto che oggi c’è a livello politico. In questo silenzio che avvertiamo possiamo cogliere l’essenzialità scarna della nonviolenza: la tensione interna che suscita nella nostra persona è assolutamente reale, anche se, ai più, sembra non “realista”, o forse idiota.
Sei anni fa, il processo che andiamo ad affrontare, sarebbe stato un processo realmente politico; oggi la politica italiana ed internazionale, guardano da un’altra parte, non hanno interesse a verificare i risultati di un’azione pur sempre politica, come è stata la Guerra nel Golfo.
Quali sono stati i costi? Quali i benefici? Gli obiettivi prefissati sono stati raggiunti? Il diritto internazionale ne è uscito rafforzato? L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha retto l’emergenza? Il Kuwait, oggi, è un paese libero? La nostra Costituzione è stata violata? La nostra azione di resistenza attiva alla guerra, isolata e di pochi, era realmente sconsiderata?
Diciamolo francamente, non gliene frega più niente a nessuno! Ed anche i giudici potrebbero tapparsi le orecchie per ”attenersi strettamente ai fatti contestati”.
Se questo è lo sconsolante quadro della situazione attuale, perché vogliamo farlo a tutti i costi questo processo? Perché, per esempio, non scegliamo la scorciatoia del patteggiamento?
L’azione nonviolenta contro il convoglio militare carico di armi, di passaggio dalla stazione ferroviaria di Balconi di Pescantina, non può essere liquidata come un’azione estemporanea, attuata sulla spinta di una emotività pacifista che si è coagulata per caso a Verona, non è stata un’impulsiva ragazzata di un gruppo di giovani animati da sani principi.
Sono più di vent’anni che, a Verona, è attiva una sede del Movimento Nonviolento, con tutti i limiti che si possono facilmente immaginare, strutturali, economici, ma anche personali, legati ai singoli individui che in questi anni vi hanno partecipato. L’attività del Movimento Nonviolento ha reso possibile la diffusione di una concezione della pace non semplificata e semplificante, non più centrata sulla difesa e salvaguardia di un solo valore, per esempio la libertà (e quindi guerra per la libertà), oppure la sola giustizia (e quindi guerra per la giustizia), ma sull’interdipendenza complicata di un insieme di valori spesso conflittuali fra loro, come il diritto alla vita, alla libertà, alla giustizia, l’equilibrio ecologico, il benessere, etc. Una concezione della pace che non vuole nascondere o negare il conflitto, risolvendolo con la semplice legge del più forte, ma che pone l’accento sulla positività del conflitto e che riserva molta attenzione sulle modalità con le quali si intende risolverlo, preservando come indissolubile il legame tra mezzi e fini. Gandhi diceva che già nei mezzi sono contenuti i fini e che da mezzi ingiusti, seppur impiegati per nobili ideali, si ottengono risultati non desiderabili. I mezzi ingiusti, e tra questi sono anche la violenza e la guerra, snaturano i fini e li stravolgono. Una concezione della pace, questa, che se vede come interdipendenti i valori, a maggior ragione vede così oggi, anche i disvalori. Le ingiustizie ed i disequilibri planetari, rimandano a corresponsabilità planetarie. In altre parole, come cittadini italiani, noi ci sentiamo corresponsabili sia per quanto concerne le ragioni che hanno innescato il conflitto, sia per quanto riguarda le modalità con le quali si è voluto cercare di risolverlo.
Chi semina vento raccoglie tempesta! Non sono forse di marca italiana gli elicotteri usati da Saddam? o le mine antiuomo ed anticarro e chissà quante altre diavolerie belliche? Non era forse nostro interesse continuare a comprare petrolio a prezzo stracciato, mentre Saddam in seno all’OPEC chiedeva insistentemente di limitarne la produzione e di innalzarne il prezzo al barile? Non facciamo parte anche noi di quella Alleanza Atlantica che direttamente ha partecipato alla crisi mediorientale, finanziandola, sostenendola e tramando, in svariati modi a seconda dei suoi mutanti interessi?
E’ proprio in questo “sentirsi corresponsabili” e non estranei, che matura la necessità di opposizione ad una politica che prepara inevitabilmente la guerra, che la prevede e si esercita ad essa. Questa politica ancora oggi mal sopporta la semplice obiezione di coscienza individuale di chi rifiuta il servizio di leva, è naturale che non possa che incriminare coloro che la intralciano concretamente, anche se le loro azioni hanno effetti insignificanti nella pratica.
Quando partercipammo a quella manifestazione nonviolenta eravamo perfettamente consci di non essere in grado di fermare, se non simbolicamente, l’escalation della guerra; eravamo già politicamente sconfitti, ma per fortuna il ragionamento ed il calcolo politico non esauriscono i pensieri, i sentimenti e le azioni umane. La nostra è stata un’azione che è andata più in là della politica, nella speranza di poterla un giorno contaminare.
Di fronte ai grandi fallimenti e alle insufficienze della politica nazionale ed internazionale non si sente il bisogno interiore di attingere ad altra fonte?
Scriveva Gandhi, che era anche un avvocato: “ Nessuno, probabilmente, ha redatto più petizioni o difeso più cause perse di me e posso dirvi che quando volete ottenere qualcosa di veramente importante, non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L’appello della ragione è rivolto al cervello ma il cuore si raggiunge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana”.
I nostri avvocati hanno il compito di spiegare tutte queste cose ai giudici, perché si possa aprire un varco nella giurisprudenza, non tanto per trattare lo sconto della pena o patteggiare una soluzione. Quel che ci interessa è una sentenza che sappia recepire valori che non potranno risultare sempre perdenti e sconfitti dalla dura realtà politica.
Una sentenza chiara, scritta perché la possano leggere e capire anche i nostri figli, che sei anni fa non erano ancora nati e oggi si preparano alle elementari.

Gli imputati
al processo del 27.1.97

TESTIMONIANZA DI PADRE ANGELO CAVAGNA AL PROCESSO PER IL BLOCCO FERROVIARIO DEL TRENO DIRETTO NEL GOLFO

Abolire la guerra. Il problema di questo processo è di sapere se si deve condannare la guerra e chi lavora per la guerra o se si deve condannare la pace e chi lavora per la pace.
Sempre vi sono state prese di posizione morali, laiche e religiose, di personale consapevoli e convinte dell’assurda criminalità della guerra, dal profesa Isaia a Cristo, a s. Francesco d’Assisi, a Erasmo di Rotterdam, a Tolstoj, a Gandhi e a tanti altri.
La guerra è una tale somma di sofferenze e atrocità, fisiche e morali, che non vi è alcun motivo, nè razionale, nè tanto meno religioso, che possa giustificarla.
Anzi, il sistema di guerra è giunto a tale punto di perfezione, cioè di orrore, che soltanto il perdurare di una follia morale collettiva può spiegarne la residua credibilità.
Il fatto che la guerra sia sempre esistita non significa nulla. Anche i sacrifici umani, i giochi gladiatori e soprattutto la schiavitù hanno goduto di accettazione e legalità millenarie. Ma l’umanità è giunta a capirne la intrinseca nequizia e a bandirli per sempre. Se guerra è ancora in qualche modo legalizzata, ciò si deve alla sua disumanità più radicata ed estesa: ma anche la sua immoralità diviene sempre più palese e intollerabile.
Allego a questa mia testimonianza un piccolo testo che esce proprio oggi: “Obiettori-eserciti-chiese. Un grido di rettifica morale!”
Immoralità e illegalità della guerra del Golfo. Nel caso della guerra del Golfo, cui si riferisce il fatto contestato, l’immoralità e perfino la illegalità sono ancora più evidenti. Saddam Hussein da tempo sterminava i curdi: io stesso partecipai a una manifestazione in Piazza Maggiore a Bologna, per denunciare tale crimine, cinque anni prima della guerra del Golfo: ma al tempo egli godeva della complicità dei governi occidentali, che andavano a gara ad armarlo: non era dunque la moralità ma il petrolio e il predominio politico sull’area che interessavano loro.
Inoltre, è stata violata la Costituzione italiana (art. 11), che vieta di risolvere con la guerra le controversie internazionali. Si disse che era un’azione di polizia internazionale: ma, perchè sia tale, non basta cambiare il nome all’esercito, occorre trasformarlo radicalmente, per “struttura e formazione”, in “corpo di polizia internazionale”, come dice esattamente il nuovo Catechismo degli Adulti della CEI (“La verità vi farà liberi”), pubblicato nel maggio 1995, al capitolo 26mo.
La immoralità indubitabile della guerra del Golfo è dimostrata da altri due fattori: l’informazione limitata sul teatro di guerra e la presenza di almeno mille bombe atomiche sulle navi americane pronte all’uso (si veda il Corriere della Sera di quei giorni). Il che dice il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, è “delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato” (n. 80/1601).
Di fronte a tale immoralità, persone moralmente sveglie e lucide, non solo possono, ma debbono opporsi con metodi ragionevoli e degni di una civiltà, come quelli nonviolenti.
Purtroppo, il sistema di guerra continua il suo progresso a rovescio. Occorre, dal punto di vista umano e cristiano, una condanna chiara e definitiva della guerra e del sistema di guerra, non di chi lavora e lotta innocuamente per la pace.


NOTA DEL PROF. ANTONIO PAPISCA

La guerra del Golfo è avvenuta nel momento in cui, crollati i muri e finita la contrapposizione ideologica e militare dei blocchi dell'Est e dell'Ovest, alta e diffusa era l'aspettativa dell'opinione pubblica in ordine al rilancio e al potenziamento del ruolo delle Nazioni Unite in materia di sicurezza e di pace internazionali.
Nel famoso rapporto "Un'Agenda per la pace", elaborato nel 1992 su richiesta del Consiglio di sicurezza, Boutros-Ghali asserisce, con estrema chiarezza, che è venuto meno l'alibi del bipolarismo dietro cui si erano fino ad allora trincerati gli Stati per non mettere l'ONU nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente.
Per il combinato disposto degli artt. 1, 2, 42, 43, e ss. della Carta delle Nazioni Unite e richiamando i princìpi di ius cogens che sottendono il diritto internazionale dei diritti umani - le cui fonti principali sono, oltre che la Dichiarazione universale del 1948, i due "Covenants" del 1966 rispettivamente sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali, ratificati dall'Italia nel 1977 -, la guerra è in quanto tale vietata, anzi proscritta quale "flagello".
A conferma di questo sta anche, specificatamente, l'art. 20 del citato Covenant sui diritti civili e politici, che stabilisce che "qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge".
Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite gli stati possono ricorrere, in via d'eccezione, a misure di "autotutela individuale e collettiva", quale risposta immediata ad una aggressione armata in atto "fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale" (art. 51). Dunque, per il vigente ordinamento giuridico internazionale, l'autotutela armata, oltre che successiva, temporanea e proporzionata, è legittimata soltanto fino a quando il Consiglio di sicurezza non abbia avuto il tempo di attivarsi in prima persona com'è, d'altronde, suo preciso obbligo istituzionale. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite è concepito in riferimento al principio di "autorità sopranazionale" delle stesse Nazioni Unite e comporta che gli stati adempiano all'obbligo giuridico, stabilito dall'art. 43 della Carta, di devolvere in via permanente all'ONU parte delle forze armate nazionali.
La fine del bipolarismo, come prima ricordato, rende ineludibile e urgente l'attuazione di quest'obbligo e quindi insostenibile il perdurare di comportamenti statuali non conformi alla legalità internazionale.
Quanto è avvenuto nel Golfo, in risposta all'aggressione armata perpetrata da Saddam Hussein ai danni del Kuwait, non risponde allo schema di uso della forza militare stabilito dalla Carta. All'invasione del Kuwait ha infatti immediatamente fatto seguito l'attivazione del Consiglio di sicurezza, culminata nella comminazione di pesanti sanzioni ai sensi dell'art. 41 della Carta. Il successivo, spettacolare intervento bellico della coalizione comandata dagli USA non risponde quindi ai requisiti dell'autotutela consentita, in via eccezionale e in termini di immediatezza, dall'art. 51.
Dal punto di vista della vigente legalità, il respingimento armato delle truppe di Saddam Hussein al di là dei confini del Kuwait avrebbe dovuto avvenire soltanto ad opera di una forza armata sotto comando diretto delle Nazioni Unite, per il perseguimento degli obiettivi consentiti alle Nazioni Unite che, giova ribadirlo, non possono essere di guerra (distruzione di territorio e di popolazione, il "nemico indistinto" da "debellare"), ma esclusivamente di polizia militare internazionale (cioè azione contro il "criminale" individuato in determinate persone e gruppi).
Il Parlamento italiano autorizzò la partecipazione armata dell'Italia alla coalizione comandata dagli USA nell'assunto che si trattasse di "azione di polizia delle Nazione Unite". Invece fu guerra, non gestita dalle Nazioni Unite e senza, per parte italiana, la "dichiarazione di guerra" prescritta dall'art. 78 della Costituzione.
Il movimento per la pace italiano si mobilitò capillarmente, insieme con numerosissimi enti locali, facendosi appassionato assertore della legalità stabilita dalla Carta delle Nazioni Unite e quindi chiedendo a gran voce che l'Italia e gli altri stati adempissero agli obblighi a suo tempo sottoscritti con la ratifica della Carta.
Tutti ricordiamo il clima belligeno, angosciante, violento instauratosi nel paese con l'ausilio dei mass-media, in particolare della televisione: ci fu una vera e propria propaganda di guerra, nonostante l'esplicito divieto del citato art. 20 del Covenant internazionale sui diritti civili e politici. Nei dibattiti televisivi non fu consentita, come da molti richiesto, l'interpretazione puntuale della Carta delle Nazioni Unite e dei pertinenti articoli della Costituzione italiana, in particolare degli artt. 11 e 78. Si attentò flagrantemente alla salute mentale e alla coscienza dei bambini e dei giovani e, più in generale, alla morale pubblica. Giova ricordare che Giovanni Paolo II insorse contro questa illegalità, gridando, con esteso seguito popolare, che la guerra è "avventura senza ritorno". Dal canto suo in "Un'Agenda per la pace" il Segretario Generale delle Nazioni Unite scrive che l'art. 42 della Carta, che prevede le operazioni militari direttamente gestite dall'ONU, non ha finora trovato attuazione in nessuna occasione, con ciò smentendo autorevolmente e definitivamente quanti sostennero che nel Golfo si realizzò una "operazione di polizia delle Nazioni Unite".
Negli anni successivi al 1991, il movimento per la pace italiano ha continuato nell'impegno teso a elucidare la Carta delle Nazioni Unite e le convenzioni internazionali sui diritti umani e a diffonderne i valori e i principi. A dimostrazione di questo importante impegno civile, giuridico e politico di società civile, sta la grande mobilitazione popolare del 1995 - 50° anniversario delle Nazioni Unite - culminata nella marcia della pace Perugia-Assisi all'insegna di "Noi popoli delle Nazioni Unite" (24 settembre 1995). In questa occasione sono state avanzate al governo italiano puntuali proposte per il potenziamento e la democratizzazione delle Nazioni Unite. Si è in particolare chiesto che l'Italia adempia a quanto previsto dall'art. 43 e devolva quindi all'ONU una parte delle proprie forze armate perché siano definitivamente riconvertite in forze di polizia militare delle Nazioni Unite. In data 18 ottobre 1995, è stata presentata in Parlamento, per iniziativa di esponenti dei vari gruppi politici, una mozione parlamentare che recepisce, per esplicita dichiarazione, le principali proposte della "Perugia-Assisi"
Il 24 ottobre del 1996, in occasione della celebrazione della giornata delle Nazioni Unite svoltasi nella Sala del Cenacolo (Camera dei Deputati) su iniziativa del movimento pacifista, il Presidente della Commissione Estera della Camera ha dichiarato che il futuro dell'ONU è oggi al centro della politica estera italiana e che l'Italia è pronta a dare adempimento a quanto previsto dall'art. 43 della Carta. In questo stesso senso si è dichiarato il Ministro degli Esteri Dini, pronunciando il suo discorso alla 51a sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Dunque, quanto oggi ufficialmente perseguito dallo Stato italiano, fu chiesto dai pacifisti all'epoca della guerra del Golfo. Sicché le dimostrazioni nonviolente di allora devono, per verità storica, essere intese non solo come affermazione di legalità internazionale, non solo come feconda lezione di etica universale, ma anche come illuminata anticipazione politica dei legittimi comportamenti governativi ora richiamati

Padova, 26 gennaio 1997

INTERVISTA A DANIELE NOVARA


Come si è sviluppata l’educazione alla pace in Italia?
Va detto che nel Novecento un filone pedagogico orientato alla pace, intesa come contenuto specifico degno di interesse scientifico, ha avuto nella Montessori, in Capitini e Dolci, in Don Milani e poi nel Movimento Freinettiano dei portavoce oltremodo qualificati. In particolare la Montessori andò vicina al nobel per la pace proprio per questa sua sensibilità’. Sono personalità molto in sintonia a quello che è stato anche il lavoro e le lotte dei movimenti per la pace e non violenti. Non va però dimenticato che in Italia ha sostanzialmente prevalso un tipo di pedagogia filosofica-idealista che ha piegato il concetto di pace a una versione intimistica sentimentale e del tutto innocua. Nella scuola Italiana fino ad un certo periodo ha prevalso questa impostazione. Attorno agli anni ‘84 - ‘85 quando ho iniziato a lavorare su questi temi nella scuola, una delle prime reazioni alla nostra proposta era: ‘‘Perchè l’Educazione alla Pace? La insegniamo già la pace! Forse insegniamo la guerra?’’ Certe provocazioni erano state sotterrate sotto quintali di battute come queste, fatte di luoghi comuni e di buon senso. Considerati i nomi di prima come dei veri e propri pionieri, una eventuale storia dell’educazione alla pace in Italia inizia solo dagli anni ‘80 in poi quando si sviluppa un vero e proprio movimento di educatori pacifisti (chiamiamoli così, per comodità) un mercato editoriale, corsi nelle scuole, gruppi locali, un movimento che a poco a poco trova anche sbocchi istituzionali specie con il riconoscimento dei valori dell’interculturalità che è il livello di Pubblica Istruzione, si ha negli anni ‘90. È un lavoro nato assieme al grande movimento per la Pace dei primi anni ‘80 e quindi con una radica militante molto accentuata, sia nel bene che nel male. Anch’io ho iniziato a lavorare in quel periodo, sposando subito un’idea di Educazione della Pace come educazione ai conflitti, idea che, con varie sottolineature e variazioni, ho continuato a mantenere cercando di affinarla sempre più.
Ritengo l’Educazione alla Pace una specie di arte del conflitto e auspico una sorta di alfabetizzazione primaria per raggiungere questo importante obiettivo. Ancora oggi infatti si equivoca, intendendo l’Educazione della Pace come una sorta di iniezione di bontà nell’educato, troppo aggressivo troppo selvaggio. Ci si dimentica che la bontà non manca né ai guerrieri né a chi ha sempre usato la violenza per fini più’ o meno nobili; anche nella ex Jugoslavia si combatteva per la ‘‘famiglia’’, e ne fa un valore talmente forte da diventare sinonimo di inflessibilità e violenza. Non è da questo lato che si faranno passi avanti, e non è raro, di idealizzarli oltre misura. L’arte del conflitto è un mistero di confidenza e diffidenza.

Com’è nata la necessità di un’attività professionale di Formazione e di Educazione della Pace?
Come spesso accade è nata un po’ per caso. Dopo i miei primi libri, crescevano le richieste di interventi rivolte agli insegnanti - conferenze, corsi ecc. - a quel punto mi sono trovato a decidere se rispondere a tale richiesta solo per quanto era nella mia possibilità o se creare un’organizzazione che permettesse un lavoro più ampio e con collaboratori di altre matrici. Mi pare che aver optato per queste seconda strada, se da un lato è risultato molto impegnativo e a volte molto faticoso, dall’altro ha permesso di dar vita ad una esperienza sostanzialmente unica nel suo genere a livello europeo, sia la costituzione di un’équipe di professionisti stabilmente orientata a garantire interventi sui principali obiettivi europei, sia la costituzione di un’équipe di professionisti stabilmente orientata a garantire interventi qualificati sui principali obiettivi della Pace: buona gestione dei conflitti; capacità di ascolto e di comunicazione; dialogo interculturale; capacità cooperativa ecc. Di fatto oggi, il Centro Psicopedagogico per la Pace fa parte di quel settore definito NO PROFIT ( o terzo settore). Una realtà lentamente in crescita, con ambiti di intervento piuttosto articolati. Anzitutto i progetti sul territorio dove viene richiesto il nostro intervento. Al momento ne facciamo un centinaio all’anno e sono piuttosto vari; corsi di formazione per insegnanti, animatori e genitori; interventi di animazione nelle scuole e fuori dalle scuole; consulenza e progettazione oltre a ricerche a carattere psicopedagogico che saltuariamente ci vengono richieste. Ma l’attenzione principali si riversa sul programma annuale che ogni anno prevede: un corso intensivo e uno avanzato per chi vuol fare la formazione completa sull’Educazione della Pace col nostro Istituto per un totale di 180 ore nel corso di un anno e mezzo di appuntamenti estivi per ragazzi dai sette ai dodici anni centrati sull’avventura e la scoperta, la diversità e la buona gestione dei conflitti. Abbiamo poi progetti specifici rivolte ad utenze definite come ad esempio quello denominato il BAMBINO NASCOSTO che si rivolge agli Asili Nido e alle Scuole d’Infanzia e che è già stato assunto in varie città d’Italia.
Stiamo inoltre definendo un progetto rivolti agli allenatori sportivi e uno agli operatori socio-educativi del terzo settore, mentre è già attivato il progetto per la formazione dei Consigli Municipali dei Ragazzi, organismi di partecipazione politica dei preadolescenti nati in Francia negli anni 80’ di cui noi cerchiamo di dare una versione formativa più che puntare subito all’elezione del baby Sindaco o ad aspetti un po’ formali di questo tipo. Prevediamo un corso di formazione iniziale per gli animatori dei ragazzi e quindi una supervisione per tutto l’anno dell’iniziativa.
Un’altro progetto è BAMBINI E FUTURO che ha toccato varie regioni italiane e che vuole essere un contenitore articolato per avviare concretamente una pedagogia dell’ascolto in grado di vivere il rapporto educativo come scoperta e non più come giudizio degli adulti sui più piccoli.
Altri progetti sono nel cassetto e stiamo studiando i modi più adeguati per la loro promozione.
Tutto questo è stato ed è possibile grazie al lavoro degli esperti e dei collaboratori del C.P.P. che con il loro impegno e con la loro professionalità hanno creato le condizioni per ottenere questi risultati.
Vorrei qui ricordare almeno le persone che più direttamente compongono oggi l’ossatura del C.P.P.: Davide Bazzini, Patrizia Londero, Luca Ferrari, Rita Vittori, Maria Antonietta Di Capita , Sigrid Loos, Alberto Dotti e vorrei ricordare Marilena Cardone, morta a settembre, ancora giovane, lasciando un vuoto difficilmente colmabile.

La Scuola e le altre Istituzioni (Comuni, Regioni, Università...) sono pronti ad un lavoro sull’Educazione alla Pace?
È fuori dubbio che la sensibilità istituzionale verso queste tematiche è cresciuta, ma appare ancora molto poco intenzionale, a volte estemporanea, a volte casuale, a volte legata a fattori puramente ideologici.
Le istituzioni politico-rappresentative hanno bisogno di visibilità e consenso immediato mentre i processi formativi hanno tempi lunghi e offrono scarse gratificazioni elettorali.
Aprire una nuova piscina può essere più gratificante che impegnare il personale educativo in processi formativi di seria professionalizzazione che necessitano di risorse ma hanno comunque scarsa visibilità.
L’investimento verso l’educazione si è progressivamente ridotto ed oggi abbiamo una situazione che presenta dei parametri al limite del tollerabile, con città dove i bambini trovano pochissimi spazi di gioco ed aggregazione, dove le scuole appaiono sempre più ripiegate su sé stesse.
L’Educazione alla Pace può contribuire a una nuova stagione di risveglio di interesse pedagogico, ma è comunque un’impresa difficile.
Siamo il paese della Montessori, la pedagogista più importante di tutto il Novecento, i cui metodi sono diffusi in tutto il mondo....... Bene, in Italia è stata messa sulle mille lire e da lì sembra guardare allibita la ben misera fine che hanno fatto i suoi metodi in Italia. È solo un esempio per dire che c’è molto lavoro da fare, occorre sentirsi impegnati e richiamare le istituzioni, i rappresentanti politici, ad investire maggiormente nell’educazione. Fatto questo, l’Educazione alla Pace, come orientamento psicopedagogico e non semplicemente come contenuto, rappresenta una delle prospettive più interessanti di innovazione.
Occorre in particolar modo insistere sulla formazione degli adulti. Troppo spesso ci si dimentica che la formazione adulta è il modo più rapido per arrivare ai bambini, per evitare a loro il ripetersi di copioni educativi, per lo più assunti in modo inconscio. L’educazione degli adulti può rappresentare la vera frontiera innovativa e nell’ambito dell’Educazione alla Pace si è capito subito che era qui che bisognava investire il massimo di energia.
Per quanto riguarda l’Università, negli anni ‘80 ci sono state iniziative interessanti e coraggiose - che molto isolatamente ancora persistono - ma poi è prevalso l’accademismo.
Va comunque detto che a noi si rivolgono tanti studenti per tesi di laurea su questi temi ed è un segno che perlomeno loro sono attenti a ciò che di veramente vivo c’è, a ciò che di veramente vivo si muove in campo pedagogico.

Puoi raccontarci alcune esperienze importanti e positive del tuo lavoro?
Sono molto soddisfatto del lavoro fatto in Friuli.
Parte da lontano, nel 1989, quando fui contattato dalle A.C.L.I. friulane (Diego Collini, Renato Valentinuz, persone di grandi qualità umane che mi fa piacere ricordare) per organizzare un ciclo di incontri sull’educazione alla pace.
Da allora è nata una collaborazione stabile che ha portato davvero lontano in un percorso articolato che ha visto la realizzazione delle proposte piu’ avanzate e innovative del Centro Psicopedagogico per la Pace:
1) moltissimi week-end di formazione per insegnanti ed educatori che hanno inciso molto sulla loro cultura educativa;
2) la realizzazione del progetto Bambini e Futuro, (di cui ho già parlato prima!)
3) un corso di formazione per operatori dei Consigli Municipali dei Ragazzi, da gestire col metodo dell’adesione dei ragazzi e non dell’elezione del baby sindaco che ha portato alla nascita di un primo Consiglio dei Ragazzi a Gradisca in provincia di Gorizia, mentre altri sono in cantiere;
4) una ricerca sociologica sul rapporto fra preadolescenti e futuro, realizzata su un campione di 1500 ragazzi di tutto il Friuli e che oggi si trova in un libro dal titolo “Ascoltare il futuro”, edizione La Meridiana.
Inoltre convegni, conferenze e quant’altro. Un lavoro molto articolato, di cui ci saranno altre tappe e che mostra concretamente l’importanza della continuità’ e dei tempi lunghi.
Un altro progetto importante è quello con l’Amministrazione Comunale Progressista di Corleone in provincia di Palermo (col Sindaco Giuseppe Cipriani, il suo consulente Raffaele Tortora e, importantissimo, Fra’ Paolo dei frati minori di Corleone) che ha voluto affidarci l’incarico di avviare tutta una serie di interventi formativi per sostenere i cambiamenti di mentalità necessari per venire fuori da situazioni incancrenite nel tempo. È un lavoro partito molto bene, un anno fa, e che sta già dando dei risultati. La sua importanza è che non è rivolto a un segmento specifico di popolazione quanto a un arco di utenza molto ampia: insegnanti, ragazzi, giovani, genitori.....e in questo vi È un altro criterio importante per il successo dei nostri interventi: operare in un quadro di complessità e di organicità.
Vorrei infine ricordare un altro importante intervento al sud Italia, a Salerno, dove collaboriamo da alcuni anni con il coordinamento Solidarietà’ e Cooperazione e dove nel ‘96 abbiamo realizzato la prima edizione dello stage avanzato in veste territoriale, una proposta di formazione di ben sedici giornate che un gruppo di insegnanti si è completamente autofinanziato.

Quali problemi e quali differenze hai riscontrato in questi anni nel lavoro di educazione rivolto agli adulti e ai bambini?
Gli adulti sono più esigenti e le metodologie formative meno scontate, in quanto vengono tarate proprio ora, nel momento di esordio di tutta un’attività formativa con gli adulti.
Alcune nuove metodologie, quale quella dell’autobiografia educativa (usare la propria storia di educati per ristrutturare e migliorare la propria posizione di educatori) mi paiono davvero molto ricche e di prospettive ma sono comunque in una fase ancora preliminare di esplorazione e di verifica.
Con gli adulti usiamo dinamiche di gruppo, esercitazioni didattiche, role-play e simulazioni, teatro, gioco....
Sono metodi tipo “immersione totale” dove l’apprendimento si realizza più facilmente in quanto c’è un coinvolgimento diretto. Con i bambini la risposta è immediata, usando metodi attivi i bambini sono assolutamente ben disposti a lavorare e a coinvolgersi, e come se stessero aspettando soltanto gli stimoli giusti.

Come vedi il rapporto tra educazione alla pace e la non-violenza ?
Istintivamente mi viene da rispondere che trovo i due concetti sostanzialmente identici. Riflettendo meglio posso dire che parlare di “non-violenza” sotto un profilo strettamente politico, senza una impostazione formativa volta ad acquisire nuovi apprendimenti, mi pare molto riduttivo. Ritengo la non-violenza un percorso lungo più che una meta o un obiettivo, lungo questo percorso l’elemento più importante mi pare è ciò che si riesce a imparare mentre si procede in direzione di...; sono comunque ammessi passi falsi e passi indietro...la strada è impervia, ciò che conta è la consapevolezza di voler imparare, di voler migliorarsi.
Mettere steccati troppo rigidi fra non-violenza e ed educazione alla pace (almeno nel senso in cui la intendiamo) mi pare poco accettabile. Certo esiste uno specifico addestramento all’uso di tecniche nonviolente in determinati contesti (manifestazioni, azioni di resistenza, ecc.) in cui emerge forte la peculiarità della non-violenza (il cosiddetto training non violento), ma sono casi molto definiti e con tutta una loro particolarità.

Come si è sviluppato il settore specifico della formazione degli obiettori di coscienza?
Fin dalla nascita del C.C.P., ci siamo subito impegnati in questo settore collaborando in particolar modo con la Caritas e il Gavci. Abbiamo elaborato un modello formativo centrato sulla competenza al conflitto, attraverso metodologie attive (giochi cooperativi, teatro dell’oppresso, esercitazioni, simulazioni, ecc..) che immettono i partecipanti, massimo venti, in un contesto di apprendimento ad “immersione totale” fatto di addestramenti concreti.
Anche con gli obiettori più “scalcinati” sul piano delle motivazioni, questo modello ha sempre avuto successo perché coinvolge moltissimo, non vuole indottrinare né tantomeno forzare con impostazioni eccessivamente teoriche.
Direi che giovani dai venti ai venticinque anni incontrano finalmente una metodologia lontana dalle didattiche scolastiche e restano favorevolmente colpiti da questa impostazione iniziando loro stessi ad usarla nell’animazione e nell’azione sociale.
Mi pare che però negli ultimi tempi ci sia scarso investimento da parte degli Enti nella formazione degli obiettori. Speriamo che tale tendenza si inverta perchè la formazione è assolutamente necessaria a tamponare deficit esperienziali sempre più accentuati nelle nuove generazioni.

A fianco dell’attività di formazione il C.C.P. ha sviluppato anche altri settori, come quello editoriale: quali linee state seguendo?
L’attività di Educazione alla Pace si è strutturata anche attorno a delle pubblicazioni, in particolare la mia serie di volumi “Scegliere la Pace” (da ultimo “Educazione al futuro”), editi dal Gruppo Abele, che ha avuto un buon successo editoriale, al punto che ci sono volumi che vengono sistematicamente ristampati da ormai dieci anni.
Ma in generale in Italia l’editoria su questi temi ha fatto dei passi da gigante. Fu storicamente il Gruppo Abele a fornire come casa editrice i primi testi, ma poi anche l’E.M.I. e quindi le edizioni Cultura della Pace, fondata da Balducci, hanno contribuito parecchio. Infine con la nascita negli anni novanta delle edizioni La Meridiana di Molfetta (sulla grande spinta ideale di Monsignor Tonino Bello) si è allargata notevolmente la proposta editoriale. Presso La Meridiana dirigo due collane, una piuttosto fortunata denominata PARTENZE, che punta ad uscire dall’ambito più tradizionalmente scolastico per guardare ai genitori, agli animatori, ai catechisti, agli educatori in genere proponendo manuali sul gioco, sulla comunicazione, sul rapporto genitori e figli (fortunatissimo “Genitori efficaci” di Thomas Gordon) sul “Teatro dell’oppresso” di Augusto Boal, sulla pedagogia dei conflitti, proponendo anche alcune ricerche quali il rapporto mafia-educazione e quello tra preadolescenti e futuro.
L’altra collana PINPATAPUM è ancora agli esordi, si rivolge ai bambini dai sei ai dieci anni, finora sono usciti due titoli molto accattivanti: l’uno “Il re trentatré” sui temi del rispetto della differenza; l’altro “La porta magica” su quelli del diritto al futuro.
La loro caratteristica principale è di essere interattivi col lettore, di cui la storia ha bisogno per poter andare avanti. Una proposta editoriale parecchio innovativa che necessiterà di ulteriori supporti, sia tecnici che promozionali, per poter sfondare, ma la prima accoglienza è stata nel complesso confortante.
Da ultimo il C.C.P. ha iniziato a curare l’inserto informativo mensile della rivista “Mosaico di pace”.

Quali possibili collaborazioni vedi tra il C.C.P. e i movimenti non violenti, e in particolare con la nostra rivista “Azione non violenta”?
Al termine di questa lunga chiacchierata, mi pare evidente che esista una forte sovrapposizione fra il C.C.P. e la realtà dei movimenti che si ispirano alla non-violenza.
La collaborazione è già in atto. Una collaborazione di fatto che vede il C.C.P. come una risorsa possibile per la crescita di certi ideali.
Direi piuttosto che occorre ancora sfondare in un ambiente più laico, sia in senso ideologico che religioso, a tutt’oggi ancora freddino sull’idea stessa di Educazione alla Pace; occorre far cogliere il profilo scientifico e formativo di questa ipotesi, rinunciando del tutto a versioni predicatorie e dottrinarie della stessa.
C’è un forte potenziale di crescita che può essere recluso proprio dalle nostre autolimitazioni e autocensure; occorre avere piu’ convinzione nei nostri mezzi, ma per fare questo una buona organizzazione è fondamentale.
Per il carattere stesso della rivista “Azione non violenta” penso faccia bene ad ospitare sistematicamente le nuove frontiere dell’Educazione alla Pace (sport, animazione, teatro, gioco, ecc...) oltre a un legittimo dibattito su queste tematiche.
Dopo i grandi convegni degli anni ottanta è cresciuto l’interesse, ma sono mancati i momenti di confronto e di verifica. “Azione non violenta” può diventare uno spazio per questo dibattito, per far crescere un movimento di educatori più consapevoli che l’educazione e i suoi metodi incidono direttamente sul destino politico di una società e ovviamente dal nostro punto di vista intendiamo che questo debba andare verso una visione più non-violenta, ecologica e solidale della società stessa.


L’ARTE DEL CONFLITTO

Uno spazio specifico per l’educazione alla pace

di Daniele Novara

...l’ordine senza una componente di disordine diventa pericoloso, perchè soffoca ogni possibilità di ulteriore evoluzione.
P. Watzlawick (1)

1. Un esercizio semantico
Propongo ai lettori un esercizio curioso, apparentemente banale, in realtà ricco di sorprese: prendere dalla libreria un qualsiasi dizionario della lingua italiana e apritelo alla voce conflitto, trascrivete i significati attribuiti a questa parola e quindi cercate guerra, sempre trascrivendo i significati. Non sarà difficile notare la sostanziale sovrapposizione semantica dei due termini, se non addirittura un maggior significato di violenza attribuito al conflitto. Facciamo per esempio un piccolo tabulato:

Tabella 1)

VOCABOLARIO

CONFLITTO

GUERRA

Zingarelli (anno 1967)

Combattiamo a corpo a corpo, aspro

Mischia, contesa, lotta di popoli attuata mediante le forze armate

Devoto Oli (anno 1995)

Contesa rimessa alla sorte delle armi

Lotta armata fra Stati e coalizioni per la risoluzione di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti (ma in ogni caso parziali) conflitti di interessi ideologici ed economici, non ammessa dalla coscienza giuridica moderna

 

Secondo questi dizionari il conflitto è un sottoprodotto della guerra. Di fatto non sembra che ci sia una vera distinzione semantica fra i due termini, e se questa distinzione esiste sembra quasi andare ne senso di una maggiore nobilità della guerra (lotta invece di combattimento o contesa) rispetto al semplice conflitto. Se è vero che il dizionario rappresenta l’uso della liingua iin un dato contesto spazio-temporale va detto che sembra rispecchiare abbastanza fedelmente il senso comune normalmente attribuito al conflitto: un senso comune che lo vede quasi unicamente sotto il profilo di minaccia, violenza, distruzione. Il conflitto è guerra, e in questa accezione non permette alcun uso costruttivo. Il conflitto viene pertanto isolato, in modo da non permettere alcuna forma di contagio, in modo da impedirgli di danneggiare. Peccato che questo atteggiamento risulti del tutto antieconomico e antiecologico. Il conflitto è in realtà un’esperienza conune, quotidiana e costante nela vita degli individui e dei gruppi. Allontanare il conflitto ne impedisce ogni forma di elaborazione positiva, colocandolo appunto nell’unico significato che gli viene attribuito, quello dela guerra nel suo significato diabolico e distruttivo. Come sia stao possibile che un’esperienza comune e fondamentale della vita umana quale il conflitto sia stata condannata a significare unicamente guerra è un teereno di indagine che indubbiamente coinvolge l’educazione e i suoi metodi,
l’educazione tradizionale ha visto il conflitto come opposizione all’autorità (il papà ha sempre ragione), ma anche all’interno di modelli educativi più aperti il conflitto ha spesso significato l’attivazione di ansie di separazione non sempre tollerabili dall’educatore. In ambito istituzionale (scuola per prima) il conflitto è stato vissuto come scontro aperto, come momento di rottura e confusione.
L’educazione alla pace - come teoria e pratica psicopedagogica - ha proposto in questi anni di lavoro e di sperimentazione una profonda riforma semantica relativa al tema del conflitto che porta di conseguenza a un cambiamento profondo dell’elaborazione del termine sotto il profilo interpersonale ed educativo. In questo processo si tende a riportarein ambito educativo ciò che la nonviolenza ha già operato, in ambito solo politico, da Gandhi in poi. Questa rivoluzione semantica porta a riconsiderare il significato dei termini in questo modo:
conflitto: divergenza, contrasto, area di contrattazione e negoziazione, situazione non ancora risolta e definita;
guerra: organizzazione sistematica della violenza volta alla distruzione del nemico.

2. La competenza al conflitto come alfabetizzazione primaria.
Il conflitto diventa uno spazio di possibile creatività, in cui attivare competenze legate alla negoziazione e alla comunicazione. Questa ridefinizione lessicale corrisponde ad assumere l’educazione alla pace come vera e propria arte di gestione del conflitto, anzi come arte propedeutica alla gestione del conflitto, quindi come arte di vivere e arte della convivenza. È l’arte della buona distanza, del luogo in cui si possa comunicare con l’altro e in cui anche l’altro non venga a soffocarci, l’arte quindi del reciproco rispetto, uno spazio di libertà dove le differenze acquistano un senso costruttivo. L’arte del conflitto è quindi l’arte della buona comunicazione, ossia della capacità di trasferire il contrasto su un piano simbolico dove la lotta possa essere agita senza violenza. Insieme alla comunicazione anche il tema della distanza appare sostanziale nell’ambito di una riflessione sul conflitto, perchè su questo concetto convergono ambiti di ricerca diversi, discipline e scoperte scientifiche di varia natura. Anche la madre col suo bambino deve continuamente cercare la giusta distanza, che non è sempre la stessa ma cambia, con l’età, col carattere e le esigenze del bambino/a. Il conflitto nasce spesso da questi problemi e in questi ambiti può trovare una risposta. E’ interessante al proposito la tante volte citata metafora dei due porcospini:
“In una fredda serata due porcospini decisero di scaldarsi stringendosi il più possibile uno contro l’altro, ma si accorsero ben presto di pungersi con gli aculei. Allora si allontanarono tornando però a sentir freddo. Dopo tante faticose prove i due porcospini riuscirono a trovare la giusta posizione che permetteva loro di scaldarsi senza pungersi troppo”. La metafora introduce il tema del minor danno, che è fondamentale come primo punto di ogni strategia di soluzione dei conflitti. Il conflitti non ha quindi una natura nè imprescindibilmente maligna né benigna: è un’occasione, una possibilità, che può essere usata bene o male.
Tutto questo mi porta a considerare come l’educazione alla pace abbia ben poco senso se si occupa solo di opporsi alla guerra. Se la guerra è l’elaborazione folle del conflitto, talmente folle da causare danni irreversibili, occorre agire nella predisposizione di strumenti e risorse affinchè l’arte del conflitto prenda il posto dell’arte della guerra, ossia della distruzione del nemico. Da questo punto di vista siamo in presenza di una svolta che necessita di un’alfabetizzazione primaria che risulta tanto più efficace quanto più attuata al momento giusto, ossia precocemente. Il passaggio da una visione agonistica del conflitto - una visione in cui si è o vincenti o perdenti - che implica profonde paure e sensi di perdita irreparabile, a una visione del conflitto come evento ecologico, reversibile, riparabile e negoziabile è un obiettivo primario per questo tipo di alfabetizzazione che prende oggi il nome di educazione alla pace, ma che in futuro dovrà perdere ogni accezione ideologica per diventare una forma di apprendimento, una necessità per la salvaguardia della specie, per saper vivere in una società sempre più complessa e articolata.

3. Stili educativi e ansia di soluzione di fronte al conflitto
L’elemento prevalente nell’ambito della riflessione pedagogica sul conflitto è sempre stata la preoccupazione di individuare e mostrare le strade positive verso la soluzione del conflitto.
Giustamente ci si preoccupa di distinguere varie posizioni possibili di fronte al conflitti nel rapporto educativo, individuando nella posizione democratica la strada che può condurre a soluzioni che garantiscano una giusta soluzione a tutte le parti in conflitto (2) (v. Tabella 2).

Tabella 2) Stili educativi di fronte al conflitto

Stile dimissivo

Stile autoritario

Stile democratico

Si presenta come un movimento di fuga e di rinuncia. Spesso sfocia nell’arrendevolezza e nella sconfitta. Negli ultimi tempi si è voluto individuare in questo stile la causa dei disagi di ruolo in particolare dei genitori, forse eccedendo in colpevolizzazione. Grave mi pare piuttosto la rinuncia alla relazione e alle sue fatiche che tale posizione esprime (pigrizia formativa).

Utilizzando il linguaggio agonistico si direbbe che questo stile è sotto il segno della vittoria a ogni costo: “o con le buone o con le cattive”, “gli adulti hanno sempre ragione...” e detto questo non c’è altro da aggiungere. Si tratta di uno stile ereditato dal passato, che se ha rinunciato alla violenza fisica, utilizza i ricatti e le minacce di abbandono affettivo. Con lo stile dimissivo ha in comune la rinuncia al rapporto e al confronto vero e proprio.

E’ uno stile che si manifesta in tanti modi diversi, tutti accomunati dalla opzione relazionale, che prevede flessibilità e capacità di adeguamento, pur mantenendo la fermezza necessaria che lo differenza dallo stile dimissivo.

E’ centrato sul benessere reciproco, sia dell’educato che dell’educatore, alla ricerca di comunicazione e di rispetto, di soddisfazione dei bisogni di entrambi.

Questo tipo di classificazione non implica che, una volta conosciuto, lo stile democratico sia di facile attuazione. Al contrario è segnato da difficoltà inconsapevoli e inconscie non sempre di facile soluzione anche per chi si propone un cambiamento nei propri rapporti con l’intrinseca diversità dell’educato. Fantasie e proiezioni di ogni tipo e problemi personali non risolti implicano difficoltà che non sempre la determinazione pedagogica è in grado di codificare.
Il conflitto con l’altro, con se stesso, con l’istituzione sociale, è così al centro della relazione educativa. Per il bambino, l’adolescente, il conflitto è anche il motore della sua evoluzione, a condizioe che l’educatore lo aiuti, senza sostituirsi a lui, a scegliere dei punti di riferimento, a padroneggiare le sue forze interiori, ad autovalutarsi e a comprendersi attraverso azioni che lo vincolano. Per l’educatore, siccome il conflitto sul piano dell’inconscio, nasce dalla sua rappresentazione dell’infanzia, da ciò che è stato risvegliato in lui e messo in discussione, il superamento passa attraverso la presa di coscienza lucida di ciò che lo influenza irrazionalmente e attraverso la ricerca di nuove scelte operative (3).
Peraltro l’apprendimento di uno stile democratico rappresenta per molti educatori una completa novità sotto il profilo autobiografico. In genere gli educatori odierni sono stati allevati da generazioni che vivevano il mito dell’adulto onnipresente nei confronti dei figli e degli alunni, così come incominciano a comparire sulla scena pedagogica i figli della generazione che, come pura reazione al mito di cui sopra, fecero del non intervento la bandiera dell’educazione alternativa. In entrambi i casi manca spesso un retroterra autobiografico che funzioni come concreto repertorio di apprendimenti relazionali positivi vissuti nel ruolo di educati e quindi acquisiti spontaneamente. Esiste al contrario una tendenza, per altro sufficientemente indagata (4), a compensare infanzie non certo memorabili con la scelta in età adulta di professioni a carattere educativo. Cosa peraltro accettabile, ma se vissuta in modo inconsapevole se non addirittura difensivo (ho avuto una splendida infanzia e degli ottimi educatori dai quali ho imparato questo mestiere!) provoca danni non facilmente rimarginabili.
Questa lunga premessa per dire che che spesso l’ansia della soluzione del conflitto e a volte anche la velleità perfezionistica non è funzionale ed è spesso la causa della non soluzione.
Questa tendenza viene messa in luce anche nelle ricerche sulla gestione dei litigi fra bambini del Nido da parte delle educatrici (5): prevale uno stile giudice, uno stile interventista che decise cosa è bene e cosa no, chi ha ragione e chi ha torto, bloccando le dinamiche le dinamiche esplorative infantili. Anche in questo caso l’ansia di chiudere il conflitto impedisce una possibile e autonoma evoluzione positiva. In certi contesti ho riscontrato che viene addirittura posto come obiettivo educativo che i bambini non litighino senza nessun’altra specificazione riguardo una contestalizzazione dei litigi stessi. In questo modo si dà per scontato che i bambini non debbano litigare, mentre al contrario è noto che il litigio è una delle forme di relazione che i bambini piccoli usano con frequenza. Questo obiettivo ottiene così il duplice effetto, da un lato di stigmatizzazione sistematicamente i bambini per un comportamento difficilmente eludibile, dall’altro di ostacolare la formazione di strategie volte non tanto a evitare il conflitto quanto a gestirlo, saperlo affrontare e farne uno strumento di crescita.
E’ evidente che l’uso stesso del termine conflitto nella sua accezione corrente (v. Tab. 1) porta a questa discutibile elaborazione. Uscire dall’ansia della soluzione a ogni costo, che può diventare una vera e propria dittatura del senso comune e della banalità, vuol dire cogliere gli aspetti più dinamici dei conflitti, capirne le molteplici valenze sia personali che interpersonali e quindi non fermarsi alla superficie (6).

4. Le fasi della gestione educativa del conflitto
Vediamo ora le possibili fasi di un conflitto educativo (ma non solo) (v. Tabella 3).

Tabella 3) Fasi del conflitto verso soluzioni integrate

Distanziamento

Indugio

Comunicazione

Soluzione

Come è necessario trovare la giusta distanza per leggere una pagina scritta, così avviene per il conflitto, che necessità di un certo distacco emotivo per poter essere capito e riconosciuto. Questa fase, se pur necessaria, non ipoteca ancora nulla rispetto alla successiva evoluzione del conflitto

E’ il momento più delicato perchè implica l’accettazione del conflitto, operazione per niente semplice sul piano personale e interiore, ma decisiva per il buon esito, o comunque per l’esito non distruttivo, del conflitto.

E’ lo spostamento dello scontro sul piano simbolico e quindi l’avvio di una possibile soluzione: è pensare nei termini dell’altro/altra, porsi in una logica di decentramento emotivo, affettivo e razionale che è condizione dello scambio costruttivo e della eventuale soluzione.

Le soluzioni che sviluppano esiti positivi sono basate sulla mediazione e sulla negoziazione, spingono a cercare strade fondate contemporaneamente sulla logica del male minore e su quella del benessere reciproco.

Distanziamento
Un conflitto è tale anche se non elaborato? E qual’è il costo del riconoscimento di un conflitto, nel quale magari sembri molto difficile trovare una soluzione? Il primo passo ci pone in modo spietato di fronte alla difficoltà di cogliere il conflitto, di assumerlo. L’anestetizzazione dei conflitti è la logica più seguita data la difficoltà di gestirli, ma eludere in questo modo il corso delle cose non aiuta e ciò che viene messo alla porta rientra dalla finestra. I conflitti non risolti interferiscono nella vita e nell’azione educativa riproponendosi sotto altre non necessariamente migliori. Si potrebbe legittimamente dire che ognuno affronta i conflitti che è in grado di sostenere, ma anche questo è insufficiente. Il problema è che si dà una scarsa attribuzione di senso ai conflitti, troppo facilmente demonizzati e rifiutati. Questo atteggiamento impedisce il ricoscimento del conflitto e dei messaggi sottostanti.
Non si vuol vedere ciò che sta succedendo e si copre la realtà con un velo di pigrizia e ipocrisia.
Prendere atto del conflitto è invece un’operazione di consapevolezza che restituisce dignità ai soggetti operanti nel conflitto stesso.

Indugio
Giungere a questa seconda fase, starci dentro, assume spesso il valore di una competenza di una capacità profonda:
...le reazioni di aggressività e di colpa che si riscontrano in certi insegnanti dipendono dal modo in cui essi hanno interiorizzato il proprio passato infantile: bisogno di dominare, di proteggere eccessivamente per confermarsi nel proprio ruolo di adulti, identificazione con i propri maestri autoritari o rivincita, perchè non hanno trovato fermezza nei genitori o nei maestri, valorizzazione dell’infanzia fino a farne un assoluto per sfuggire alle responsabilità della vita adulta (7).
Reazioni isteriche, scomposte e a volte violente indicano lo scarso possesso di questa fondamentale capacità educativa; stare nel conflitto rappresenta una fermezza, una stabilità che mette l’educatore in grado di creare un positivo contenimento psico-affettivo che gli impedisce di imporre reazioni narcisistiche o nevrotiche. Anche questa fase rimanda alla maturità socio-affettiva dell’educatore, al suo senso di sicurezza, all’aver compiuto un percorso di crescita che eviti da un lato la collusione inconscia con le manifestazioni tipiche del conflitto (aggressività, reazioni impulsive, crudeltà, ecc.) e dall’altro la pura e semplice repressione. L’indugio è la possibilità della comprensione, una comprensione che va al di là del giudizio e diventa piuttosto un momento di riflessione, per capire, evitare risposte stereotipate, porsi in ascolto di se stessi e delle persone con cui è nato il contrasto.
La risposta improntata alla violenza, nelle varie forme in cui si manifesta, rappresenta sempre una mancata elaborazione di questa fase, una fase in cui la necessità di problematizzare la propria azione diventa un antidoto efficace e senza reali alternative alle manifestazioni di intolleranza e di negazione dell’altro/a. Se l’alterità è di per sé perturbazione, è qui che può manifestarsi l’atteggiamento positivo dell’educatore che sa accettare e reggere le difficoltà del rapporto.

Comunicazione
Qui ci troviamo già in un’altra fase. Il conflitto ha trovato un possibile incanalamento e viene spostato su un terreno dove può essere decodificato e analizzato più chiaramente: è un trasferimento dall’immediato al simbolico che apre le porte alle possibili soluzioni, un’operazione di grande rilevanza emotiva e cognitiva, possibile solo sulla base delle due precedenti. Comunicare nel conflitto è segno della forza di chi sa gestire le tensioni tenendo ferma la necessità di non demonizzare, di riconoscere nell’altro/altra potenzialità non distruttive e nonviolente. La comunicazione educativa nel conflitto tiene ferma la necessità di vincere insieme, di non umiliare e di non essere umiliati ed è fondata sulla capacità empatica (mettersi nei panni di...) e sull’ascolto attivo. “Non vi sono mai due persone che non si capiscono; ci sono solo due persone che non hanno discusso”, dice un proverbio africano (8) che mi pare riassuma bene il senso di una gestione positiva del conflitto.
Le ricerche sulla comunicazione compiute a partire dal dopoguerra (fra cui quelle della Scuola di Palo Alto sono fra le più avanzate) (9) hanno portato alla luce tutte le difficoltà del comunicare correttamente, le dinamiche dei giochi al limite del patogeno, le nevrosi che spesso nascondono le difficoltà di ascoltare e capirsi.
Molte di queste ricerche sono state sviluppate anche in ambito educativo, rivelando un mondo sorprendentemente ambiguo sotto il profilo della comunicazione, dominato, più che da istanze di chiarezza da volontà di controllo e dimostrazioni di potenza, in cui ingiunzioni paradossali (del tipo “sii spontaneo”) e domande tendenziose (del tipo “chi di voi sa dirmi perchè dobbiamo essere più buoni con gli altri?”) si sprecano abbondantemente, creando atteggiamenti di ribellismo o indifferenza da parte degli educandi (10).
Comunicare implica la sospensione del giudizio, che è proprio il contrario del giudicare. Implica entrare in relazione e cercare di incanalare l’eventuale scontro su un terreno dove possa essere chiarito da entrambe le parti. Detto questo, va comunque ricordato che tale competenza necessita di un buon livello di autoconoscenza da parte dell’insegnante o dell’educatore.
Più l’insegnante avrà recuperato i propri vissuti emotivi, riscoprendo in se stesso un’inedita, dimenticata o repressa capacità di dialogo e di contatto, tanto più potrà ascoltare l’allievo senza proporsi mete educative che facciamo appello alla razionalità e alla ricerca di obiettività (11).

Soluzione
Principio vincente di questa fase è la creatività, ossia l’invenzione che spezza il meccanismo di negazione reciproca per trovare nuove vie che implichino una ridefinizione del rapporto in grado di suscitare il consenso reciproco. La creatività non è rinuncia nè debolezza, ma intelligenza e capacità di uscire dalla ripetizione per vedere il problema sotto altre e nuove dimensioni. Le soluzioni che garantiscono una soddisfazione reciproca possono offrire una maggior durata nel tempo in quanto vi è semplicemente l’imposizione di una delle parti, anche se velata e non esplicita.
In ambito educativo la ricerca di soluzioni pronto uso porta necessariamente a raggiungere compromessi che non sempre funzionano. Il conflitto è il cuore stesso della crescita formativa e come tale va affrontato col giusto spirito, perchè ogni soluzione diventi un’occasione di apprendimento e di crescita.
Strumento tipico di questa fase è il processo di negoziazione e cioè cercare l’accordo attraverso un percorso di progressiva definizione dell’intesa.
Il negoziato è in sostanza un processo in cui due o più controparti, nessuna delle quali sia in grado di prevalere sull’altra, tentano di raggiungere un accordo che rappresenti un asoluzione soddisfacente per tutti, e che risolva le differenze di preferenza riguardo a un problema di comune interesse. E’ un processo, cioè una situazione che si svolge dinamicamente lungo un certo periodo di tempo, al centro del quale sta un problema che aggrega e accomuna parti altrimenti lontane tra loro. Va da sè che l’idea di fondo è quella di trovare una soluzione che, se si trova, deve essere tale da soddisfare le esigenze di tutti (12).
Questa imposizione è stata utilizzata anche nelcampo della relazione educativa, con quella che Thomas Gordon definisce la soluzione senza perdenti:
insegnanti e studenti collaborano per trovare insieme una soluzione che possa essere accettata da entrambi, una soluzione che rispetti le reciproche esigenze (13).
Il metodo che Gordon propone non si fonda sul potere o più precisamente è un metodo senza perdenti; i conflitti sono risolti senza né vincitori né perdenti. Anzi ambedue le parti vincono perché la soluzione deve essere accettabile per entrambi (14).
In altre parole, nella letteratura e nella pratica pedagogica gli atrumenti non mancano, ma le fasi precedenti fanno capire come quest’ultima sia piuttosto una conquista che non una semplice scelta tecnica.

5. Per i posteri (o anche prima, va bene lo stesso!)
E’ difficile insegnare a usare il computer se a propria volta non lo si sa fare, forse impossibile. Temo che lo stesso possa dirsi per la buona gestione dei conflitti, ossia l’apprendimento deve incominciare dagli adulti che potranno poi consegnarlo ai più piccoli. “I ragazzi recepioscono ciò che i genitori sono, non quello che i genitori dicono” afferma giustamente Silvia Fegetti Finzi a proposito delle modalità con cui i figli imparano dai padri e dalle madri (15).
Sorciatoie non se ne vedono, se non quella classica del mutuo insegnamento, ossia insegnare agli altri per imparare qualcosa per se stessi; insegnando si impara, in altre parole, sempre che la cosa interessi. Da Pestalozzi a Bruner, da Montessori a don Milani, la storia della pedagogia ha sempre confermato questa suggestiva ipotesi. La competenza al conflitto è un compito che l’adulto responsabile deve anzitutto sentire per sé stesso, poiché è assurdo e inutile pretendere dai ragazzi ciò che non rappresenta un impegno verso sé stessi.
Può sembrare l’uovo di Colombo, ma personalmente ritengo che l’educazione degli adulti, la formazione dei formatori, sia l’anello mancante fra teoria e pratica in tutta la storia della pedagogia occidentale.


NOTE

1. P.Watzlawick, Di bene in peggio, Feltrinelli, Milano 1985, p.68.
2. Vedi in particolare le derivazioni psicopedagogiche delle teorie di C.Rogers:
D.Francescato et alii, Star bene insieme a scuola, La Nuova Italia Scientifica, Firenze 1996.
T.Gordon, Insegnanti efficaci, Giunti e Lisciani, Teramo 1992
T.Gordon, Genitori efficaci, La Meridiana, Molfetta 1994
H.Franta - A.R.Colasanti, L’arte dell’incoraggiamento, La Nuova Italia Scientifica, Firenze 1991.
3. M.Postic, La relazione educativa, Armando, Roma 1993, pp. 155 e 202.
4. Vedi in particolare: M.G.Capitanio, Infanzia idealizzata, Giuffré, Milano, 1991.
5. Vedi: P.Braga - M.Mauri - P.Tosi, Interazione e conflitto: babmini aggressivi e adulti in difficoltà, Junior, Bergamo 1995.
6. Vedi: P.Watzlawick - J.H.Weakland - R.Fisch, Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, Roma, 1974; per questi autori è proprio nella soluzione che sta il problema, in quanto certe soluzioni, apparentemente ovvie, finiscono per rafforzare i problemi invece di risolverli.
7. M.Postic, cit., p. 142
8. Riportato in S.Castelli, La mediazione, Cortina, Milano, 1996, p. 2
9. Vedi in particolare:
P.Watzlawick - J.R.Beavin - D.D.Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971; e anche: R.D.Laing, L’io e gli altri, Sansoni, Firenze 1977.
10. Vedi L.Lumbelli (a cura di), Pedagogia della comunicazione verbale, Angeli, Milano 1996: D.Dolci (a cura di), Comunicare la legge della vita, Lacaita, Bari, 1993.
11. A.M.Di Santo, Il conflitto educativo, Borla, Roma 1990, p. 37.
12. S.Castelli, cit., pp.40-41; sulla negoziazione vedi anche:
F.E.Jandt, Winner contro winner, Angeli, Milano 1990;
F.Cavallin - M.Sberna, Imparare a negoziare, Città Sudi, Milano 1992.
13. T.Gordon, Insegnanti efficaci, cit., p.193.
14. T.Gordon, Genitori efficaci, cit., p.118
15 S.Vegetti Finzi, Il romanzo della famiglia, Mondadori, Milano 1994, p.216.


E ADESSO, DI NUOVO AL LAVORO...

di Sandro Canestrini

Il 18° Congresso Nazionale del Movimento Nonviolento, che si è svolto dal 4 al 6 gennaio, si è concluso in un’atmosfera serena e nel quadro di proponimenti e proposte positivi. A Fano l’organismo dirigente si è trovato di fronte a una qualificata rappresentanza dei nonviolenti di tutta Italia, decisa a discutere i problemi organizzativi e politici dopo 30 anni di attività, in quella che è stata chiamata, con felice definizione, la rifondazione del movimento.

E questo non certo perchè ci dovessimo curvare su fallimenti e rottami, ma proprio perchè, sulla base di alcuni dati positivi e sicuri, si potessero indicare le linee di un futuro che portando avanti gli ideali del passato potessero tener conto dei nuovi fattori che caratterizzano la situazione al presente.

Ciò si è visto in particolare nei lavori delle commissioni che hanno impegnato tutta la giornata centrale del Congresso: la prima che ha esaminato le questioni relative alla “qualità della vita e consumo etico”, la seconda incentrata sul nostro antimilitarismo “per un nuovo modello di difesa”, la terza dedicata alla “formazione educazione e impegno culturale: economia, ecologia, pace”.
L’ultima si è curata dei problemi della editoria, della stampa e in genere della organizzazione.

Ottimismo? Pessimismo? Mi è sembrato chiaramente che questo modo di definire una prospettiva di lavoro appartenga a criteri di valutazione sorpassati. Diciamo che prendendo ovviamente in considerazione gli aspetti negativi (permane certamente grave che il nostro ottimo periodico “Azione nonviolenta” non riesca a sfondare oltre un modesto tetto di abbonamenti, del tutto insufficiente anche perchè davvero troppo sproporzionato negativamente in relazione al numero degli iscritti al nostro movimento), si è evidenziato un tesoro di volontà, di miglioramento e di proposte costruttive che danno tranquillità di giungere al prossimo Congresso con un bilancio che sia sicuramente confortante.

Al di là del documento finale, che pubblichiamo a parte, mi pare - da persona che ha vissuto molti congressi di varie organizzazioni e movimenti politici nel corso di molti anni - di sottolineare infine il dato davvero gratificante: niente contrapposizione di tesi preconcette, niente animosità e rivalità personali, niente questioni di lana caprina.

Nel Movimento tutti sanno come sia preziosa l’attività dei singoli e come ognuno di noi sia chiamato ben prima dalla sua coscienza che da incitamenti di organizzazione, a cercare di mettere in atto postulati che attengono alla soluzione dei problemi fondamentali dello sviluppo della società, se davvero si vuole andare verso un mutamento profondo.

Da Presidente immeritatamente rieletto vada il mio saluto a tutti coloro che sono chiamati a lavorare duramente, nell’auspicio che trovino la massima collaborazione e che ottengano il frutto di sacrifici e fatiche spesi in nome dei migliori ideali che abbia l’umanità oggi.

 

XVIII CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

“Vivresti effettivamente come sostieni che si dovrebbe vivere?” (Alexander Langer)

Fano (Pesaro), 4-5-6 gennaio 1997


UN MOVIMENTO MAGGIORENNE

Un’organizzazione semplice ma efficace, una partecipazione numerica più che soddisfacente, soprattutto un positivo clima di “familiarità e tensione” hanno contraddistinto questo XVIII Congresso del Movimento Nonviolento. A tre anni giusti da quello di Venezia, in cui si andavano delineando i nuovi assetti politici mondiali e nazionali e, molto più in piccolo, anche quelli del nostro Movimento, la fase di transizione pare ormai completata. Nel corso del dibattito è emerso come nell’era della globalizzazione dell’economia sia il mercato ad avere la supremazia sulla politica, e come i suoi meccanismi opprimano oggi i 4/5 dell’umanità e domani le generazioni future. Inediti campi di azione si aprono allora per la nonviolenza, purché questa sappia re-inventare e attualizzare i contenuti del suo messaggio (vedi ad esempio le nuove declinazioni dell’antimiltarismo, come i “Caschi bianchi”) ed i suoi strumenti di comunicazione (e vedi la rinnovata attenzione alla rivista e alla formazione).
Si è parlato molto e con serenità della necessità di una sorta di re-fondazione del M.N., che sappia conservare il meglio della sua storia e del suo prestigio ma che ci apra anche all’apporto di nuove energie. Un segnale confortante in questo senso è venuto dalla presenza, accanto a vecchi amici nuovamente apparsi, di nuovi singoli iscritti alla ricerca di stimoli, contatti, iniziative.
Anche la stesura delle mozioni, riprese quasi integralmente dalle relazioni dei lavori in Commissione, ha rispecchiato questo clima di fattiva collaborazione, tanto unanimistico quanto in contrasto con le non poche debolezze del nostro Movimento, così da far concludere a qualcuno, parafrasando con un po’ d’ironia la citazione di Alex Langer: “Faresti effettivamente quello che sostieni che altri del M.N. dovrebbero fare?”.
(S.B.)

MOZIONE POLITICA GENERALE

Il XVIII Congresso del Movimento Nonviolento, riunitosi a Fano (PS) nei giorni 4-5-6 gennaio 1997, dopo un’attenta e articolata discussione, formula la propria risposta alla domanda di Alexander Langer “Vivresti effettivamente come sostieni che si dovrebbe vivere?”.
Sì, vogliamo vivere come sosteniamo si dovrebbe vivere, coscienti della distanza tra la proposta della nonviolenza e la sua applicazione qui ed ora per tutti, ma anche convinti che tale proposta sia una strada indispensabile e urgente da percorrere se vogliamo cambiare profondamente questa società, nella quale ai quattro quinti dell’umanità non è concesso di vivere in maniera dignitosa e che mette a repentaglio la sopravvivenza delle generazioni future. É un impegno che assumiamo per “continuare in ciò che era giusto” con rinnovata forza e gioia.
Dopo gli anni della nonviolenza di testimonianza e quelli in cui la nonviolenza organizzata ha cercato di incidere sugli ambiti più propriamente politici (“Convenzione pacifista” e “Costituente nonviolenta”), acquisendo sempre riconoscimenti e crediti, la fine del mondo bipolare e le conseguenze del passaggio al sistema maggioritario ci mettono di fronte alla necessità di affrontare una nuova fase.
Riconosciamo in toto l’eredità, la validità e l’attualità della Carta programmatica, sulla quale si è costituito il M.N. e che ha rappresentato un riferimento per oltre un trentennio. Tuttavia è chiara in noi la necessità di un ripensamento e di una integrazione, sia sul piano ideale (adeguandolo al nuovo scenario), sia sul piano programmatico (ponendosi obiettivi realistici di rinnovamento e re-fondazione).
Non siamo oggi in grado di indicare dove ci condurrà questo cammino, che sarà il filo conduttore della riflessione del Movimento fino al prossimo congresso. Siamo coscienti di non partire da zero ed assumiamo come punti di forza:
la credibilità ed il prestigio legati al nome e al simbolo del Movimento;
la rivista “Azione nonviolenta”, che si è rivelata non solo lo strumento di formazione, informazione e dibattito voluto da Aldo Capitini, ma il collante del M.N. e la sua voce in un’area ben più ampia di quello degli iscritti;
i Centri e le Case per la nonviolenza (Brescia, Ivrea, Torino e Verona, questi ultimi due in ampliamento), sedi di lavoro ma anche luoghi aperti al servizio di altre realtà di amici della nonviolenza e centri di elaborazione e propulsione di attività locali e nazionali.
In questo percorso il M.N. dovrà evitare di esaurire la nonviolenza in una ideologia e di impegnarsi in programmi d’azione poco realistici o velleitari, nella ricerca di una nonviolenza efficace.

Economia, qualità della vita e consumo etico
Esprimiamo il rifiuto, personale e collettivo, di un sistema che, basato tutto sul denaro invece che sull’uomo, si fonda sul furto di beni, di serenità verso le cose a venire, verso la natura.
L’esclusione sociale ed economica colpisce una parte sempre più grande della nostra società; la disoccupazione aumenta ed è poco probabile che la tendenza si rovesci; le innovazioni tecnologiche non creano posti di lavoro ma al contrario ne sopprimono. Da questo modello non possono che derivare grandi guerre e piccoli conflitti locali.
Il nostro lavoro avrà possibilità di riuscita se diverrà senso comune e generalmente accettato il convincimento che si devono misurare le ricchezze di una collettività non solo tramite il P.I.L. ed il reddito pro capite, ma anche con altri parametri quali, ad esempio: la convivenza pacifica, la capacità di tolleranza, l’equilibrio naturale, l’aria e l’acqua pulita.
Riteniamo, pertanto, che proprio i fatti economici rappresentino il punto di forza su cui far leva per un profondo cambiamento, la cui cartina di tornasole può essere la considerazione data al lavoro, oggi frustrazione, sofferenza per alcuni e comunque mezzo per ottenere qual cos’altro, domani un valore positivo in sé che riempie ed integra la nostra vita.
Questa è un’analisi consolidata e condivisa con tutti i gruppi, i movimenti e le varie realtà che, sia al Nord che al Sud del pianeta, si oppongono al “pensiero unico”. Ad un ipotetico tavolo di discussione e di incontro per la costruzione di una nuova società, il nostro contributo sarebbe basato sull’elaborazione di questi punti.
Il Congresso impegna il Comitato di Coordinamento a riflettere su questo tema e ad assumere opportune iniziative di approfondimento e divulgazione.

L’antimilitarismo del M.N. “per un nuovo modello di difesa”
Il M.N., nel riconfermare il proprio impegno nella promozione della Campagna di Obiezione alle spese militari, oggi ridenominata “Campagna di obiezione di coscienza alle spese militari e per la difesa popolare nonviolenta”, ritiene siano percorribili forse in questa legislatura alcuni notevoli passi in avanti verso un riconoscimento giuridico-legale del diritto di obiezione alle spese militari.
Impegno del Movimento è quindi quello di provvedere, congiuntamente ad altre associazioni, al rilancio di questa Campagna come momento di aggregazione di coloro che si oppongono all’istituzione militare e alla sua pericolosa trasformazione definita “Nuovo modello di difesa”.
Oggi inoltre “difesa” non può che significare difendersi dai nemici della democrazia, dai nazionalismi, dagli integralismi, dalle mafie interne ed internazionali. Questi sono compiti che devono e possono essere assunti da tutti con metodologie e risposte nonviolente.
Il M.N. impegna i suoi organi dirigenti a far pressione presso i parlamentari e ad intraprendere iniziative apposite affinché sia approvato, al più presto e senza emendamenti, il testo della legge di riforma della 772 (riconoscimento dell’O.d.C. al servizio militare) nella formulazione licenziata dalla Commissione Difesa del Senato.
Se comunque fosse rivisto, come sembra sia richiesto dagli ambienti militari, per reintrodurre una durata più lunga (due mesi) del servizio civile rispetto a quello militare, motivandolo con la necessità di formazione, li impegna a far pressione presso i parlamentari affinché questi due mesi suppletivi vengano considerati alla stregua della ulteriore preparazione richiesta ai militari per diventare ufficiali, e vengano dedicati non ad una generica formazione, che dovrebbe essere fatta nel resto del periodo, ma ad una formazione specifica nel campo della conoscenza della difesa nonviolenta, dell’azione diretta nonviolenta, della risoluzione nonviolenta dei conflitti, dell’interposizione non armata, del peace-keeping nonviolento, ecc. in modo da permettere agli obiettori di coscienza di diventare dei veri quadri organizzativi di quella difesa nonviolenta e di quella partecipazione ad operazioni nonviolente di pace in conflitti all’estero che la legge, nel testo approvato dalla Commissione difesa del Senato, prevede.
Il Congresso impegna inoltre gli organi dirigenti del M.N. a lavorare affinché si superino i particolarismi, gli egoismi e le chiusure delle varie organizzazioni nongovernative che utilizzano gli O.d.C. in servizio civile, e che operano nel campo della nonviolenza, affinché si dia vita, nei tempi più brevi possibili, ad una “Federazione per la DPN” con i compiti di:
1. preparare ed organizzare la difesa nonviolenta non come compito esclusivo degli O.d.C. in servizio civile, ma come azione di tutta la popolazione del Paese;
2. organizzare interventi in conflitti all’estero che possano essere dimostrativi di interventi nonviolenti, che cerchino di operare per la prevenzione dei conflitti, ed ai quali possano partecipare anche gli O.d.C. in servizio presso di loro;
3. lavorare per una “difesa sociale” che aiuti la popolazione ad organizzarsi dal basso per lottare nonviolentemente contro i mali presenti nella nostra società, come il razzismo, la corruzione, la droga, la criminalità, ecc.;
4. partecipare direttamente, e insieme, all’organizzazione di una “Scuola per formatori di O.d.C. in servizio civile alla DPN ed all’intervento nonviolento nei conflitti” per gestire quella parte di formazione agli O.d.C. di cui si è parlato in premessa, e che va comunque fatta anche se la legge fosse approvata senza l’allungamento del servizio civile per gli O.d.C.;
5. partecipare attivamente all’organizzazione ed al lavoro dei “Corpi civili europei di pace”, promossi da Alexander Langer al Parlamento Europeo. Da questo punto di vista il Convegno previsto a Pesaro su questo argomento potrebbe essere anche un momento di confronto con le organizzazioni nongovernativ