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Gandhi
1948-1998, Gandhi cinquant'anni
dopo, di Mao Valpiana Gandhi, la
nonviolenza e il nazionalismo, di Fulvio Cesare Manara La "non resistenza" in Tolstoj e Gandhi, di
Amici di Tolstoj L'India e l'atomica. Gandhi
aveva previsto, di Mao Valpiana Il mito di
Gandhi al servizio dei computer, di Salman Rushdie Un mito del '900 e l'importanza del digiuno, di
Adriano Sofri I movimenti gandhiani e
nonviolenti oggi nel mondo, di Antonino Drago Gandhi verso il duemila, di Fulvio Cesare
Manara Quando l'informazione fa vincere i
perdenti, di Alessandro Marescotti La
nonviolenza di Gandhi, le bombe di Pannella, di Mao Valpiana 31 gennaio 1948, preghiera cristiana per Gandhi,
di Giuseppe Lanza del Vasto Cosa farebbe
Gandhi se fosse vivo? , di Laura Coppo
Riscoprire Gandhi,  per raccogliere le sfide
della nonviolenza oggi
Di Nanni Salio
Mohandas Gandhi è il fondatore della nonviolenza. Nato a
Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra, avvocato, nel 1893 in Sud
Africa, qui divenne il leader della lotta contro la discriminazione degli
immigrati indiani ed elaborò le tecniche della nonviolenza. Nel 1915 tornò in
India e divenne uno dei leader del Partito del Congresso che si batteva per la
liberazione dal colonialismo britannico. Guidò grandi lotte politiche e sociali
affinando sempre più la teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte
di organizzazione economica e sociale in direzione solidale ed
egualitaria. Fu assassinato il 30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed è
tale la grandezza di quest'uomo che una volta di più occorre ricordare che non
va mitizzato, e che quindi non vanno occultati limiti e contraddizioni, che pure
vi sono, della sua figura, della sua riflessione, della sua opera.
Opere di Gandhi: essendo Gandhi un organizzatore, un giornalista,
un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una natura profondamente
religiosa, i suoi scritti devono sempre essere contestualizzati per non
fraintenderli; Gandhi considerava la sua riflessione in continuo sviluppo, e
alla sua autobiografia diede significativamente il titolo Storia dei miei
esperimenti con la verità. In italiano l'antologia migliore è Teoria e
pratica della nonviolenza, Einaudi; si vedano anche: La forza della verità, vol.
I, Sonda, Torino-Milano 1991; Villaggio e autonomia, LEF; l'autobiografia
tradotta col titolo La mia vita per la libertà, Newton Compton; La resistenza
nonviolenta, Newton Compton; Civiltà occidentale e rinascita dell'India,
Movimento Nonviolento; La cura della natura, LEF. Altri volumi sono stati
pubblicati da Comunità: la nota e discutibile raccolta di frammenti Antiche come
le montagne; da Sellerio: Tempio di verità; da Newton Compton: e tra essi
segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio pensiero, e La voce della
verità. Altri volumi ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da altri
editori. I materiali della drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah
L. Magnes sono stati pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei
farsi massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991. Opere su Gandhi: tra le
biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente accurato
lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro di Yogesh
Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra gli studi cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi,
Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente detto Gandhi,
Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il Mulino (in
collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il Mulino; Gandhi e
l'India, Giunti. Una importante testimonianza è quella di Vinoba, Gandhi, la
via del maestro, Paoline. Per la bibliografia cfr. anche Gabriele Rossi (a cura
di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti nelle biblioteche di Bologna, Comune di
Bologna. Altri libri utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del
Vasto, William L. Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa,
Enrica Collotti Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione è quella di
Ernesto Balducci, Gandhi, ECP. Una interessante sintesi recente è quella di
Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem, Roma. Tra gli studi piu' persuasivi
su Gandhi e la nonviolenza vi sono ovviamente quelli, semplicemente
fondamentali, di Giuliano Pontara]
"Le generazioni future faticheranno probabilmente a credere che un
uomo simile si sia mai realmente aggirato in carne ed ossa su questa terra"
(Albert Einstein) Quando sono nel dubbio, quando la violenza e la follia che
imperversano nel mondo sembrano crescere oltre ogni limite, cancellando la
speranza in un futuro migliore, cerco rifugio e ispirazione negli scritti di
Gandhi e sinora ho sempre trovato conforto, aiuto, saggezza, consigli su cosa
fare e su cosa dire ad altri che si sentono anch'essi smarriti. Gandhi e' il
Buddha e il Gesu' Cristo del XX secolo, che ci permette di rivivere, ripensare e
riproporre il messaggio della nonviolenza attiva nel contesto sociale e politico
attuale.
* Ahimsa e satyagraha La scelta dei vocaboli, l'uso
intelligente e attento del linguaggio, la capacita' di mantenere il controllo
delle parole per evitare di usarle come "pietre" (Carlo Levi), la chiarezza e la
precisione concettuale, sono condizioni essenziali della comunicazione
nonviolenta. Ahimsa (letteralmente, nonviolenza, ma secondo altre sfumature
anche "non-nuocere", "in-nocentia") e' un termine antichissimo della cultura
induista, a tal punto che il "canone del jainismo" e' considerato "la piu'
antica dottrina della nonviolenza" (Sri Jinandra Varni e Sargamal Jain, a cura
di, Sannan Suttam, Mondadori, Milano 2001). Ma Gandhi va oltre. Egli ritiene
insufficiente per il compito che si e' proposto, la trasformazione nonviolenta
della societa', il concetto di ahimsa, che spesso viene confuso con un
atteggiamento passivo, e introduce un altro vocabolo, satyagraha, che riassume
meglio la sua filosofia di azione politica diretta nonviolenta. La raccolta
di scritti presentata in questo testo, che nell'edizione originale porta
l'impegnativo titolo di "scienza del satyagraha", e' una introduzione a questo
aspetto centrale del pensiero di Gandhi. Si potrebbe dire che tutta la sua vita,
come egli stesso ha piu' volte ribadito, e' stata una incessante serie di
"esperimenti" sulla via del satyagraha. Letteralmente, questo termine puo'
essere tradotto come "forza della verita'". Ma lo si puo' anche rendere con
altri significati, usati da Gandhi stesso: "persistere nella verita'", "ricerca
della verita'", "forza dell'animo", "forza che deriva dalla adesione alla
verita'", "dire la verita'". In quest'ultima accezione e' usato frequentemente
nel mondo anglosassone con la frase "speaks truth to power", dire la verita' al
potere o, meglio ancora, ai potenti. La strada del satyagraha tracciata da
Gandhi e' molto impegnativa, come si evince chiaramente da queste pagine. Coloro
che intendono seguirne l'insegnamento debbono addestrarsi a una rigorosa
autodisciplina del corpo e della mente, perfezionandola costantemente al fine di
raggiungere una totale capacita' di autocontrollo che consenta di agire con
coraggio, assoluta determinazione e com-passione.
* La ricerca della verita' Il termine verita' e' quanto
di piu' impegnativo ci sia tanto sul piano filosofico quanto su quello
scientifico, religioso e sociale. Nel linguaggio di Gandhi, questo vocabolo
ricorre frequentemente, ma egli e' consapevole del fatto che la nostra
condizione umana ci porta a una ricerca senza fine, a una continua
approssimazione alla verita'. In altre parole, la sua e' una concezione di
verita' relativa, non di verita' assoluta, come chiarisce bene Giuliano
Pontara nella sua ampia introduzione a una ormai classica antologia di scritti
gandhiani (Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1996). Gandhi
stesso ha intitolato la sua autobiografia "esperimenti con la verita'", una
espressione suggestiva, di grande saggezza e modernita', che permette di capire
perche' si possa parlare di "scienza del satyagraha e della nonviolenza". Se la
scienza moderna e' una continua ricerca della verita' per "prove ed errori",
anche il metodo seguito da Gandhi, su un terreno diverso, quello dell'etica,
della ricerca interiore (l'"entronauta" anziche' l'"astronauta") si richiama
allo stesso principio, ben presente nella lunga tradizione speculativa
filosofica delle cultura indiana. (Non a caso, l'ultimo capitolo del gia' citato
"canone del jainismo" si intitola "La teoria jainista della relativita'
conoscitiva"). Vista in questa prospettiva, l'apparente rigidita' di Gandhi
nell'applicare la disciplina del satyagraha sembra assumere lo stesso
significato che per uno scienziato ha "il controllo delle variabili" nel corso
di un esperimento. Cosi' come per svelare le "leggi della natura" occorre tenere
sotto controllo le variabili del sistema sul quale si sta indagando, anche per
scoprire le "leggi della natura umana" e' necessario controllare le variabili
del nostro comportamento.
* Un approccio religioso Quasi tutti i grandi maestri
della nonviolenza hanno tratto la loro ispirazione da un approccio di natura
religioso inteso in senso aperto e non confessionale, secondo uno spirito che
richiama quello della "religione aperta" di Aldo Capitini. Gandhi sostiene
esplicitamente che tutte le religioni sono come i rami di uno stesso albero che
affonda le radici nella nonviolenza. E il satyagraha, oltre a una modalita' di
azione, e' una ricerca della verita' che conduce a Dio. Ma quello di Gandhi e'
un dio interiore, una divinita' che e' presente in noi stessi, quella che lui
chiama la "voce interiore", la voce della coscienza che dobbiamo ascoltare e
mantenere vigile. E' una visione tolstoiana del "regno di Dio che e' in voi" e
al tempo stesso una visione che comprende anche le cosiddette "religioni atee",
il buddhismo e il jainismo. Gandhi sostiene inoltre che e' meglio dire che
"la verita' e' Dio", e non viceversa, perche' nella continua ricerca lungo la
quale siamo incamminati ci possiamo accostare sempre piu' alla verita', e di
conseguenza a una concezione del divino inteso come somma conoscenza, senza
tuttavia raggiungere mai pienamente la meta.
* Un approccio laico Se da un lato il messaggio piu'
profondo comune a tutte le religioni e' quello della nonviolenza, dall'altro
constatiamo che assai sovente i testi sacri sono stati interpretati e usati per
giustificare la guerra. La stessa esperienza di Gandhi e' stata pesantemente
segnata dall'enorme tragedia del conflitto tra indu' e musulmani, sfociato nel
terribile massacro della "pulizia etnica" durante la spartizione che ha dato
origine al Pakistan. E' una tragedia che continua tuttora, segnata da
integralismi, fondamentalismi e terrorismi sotto l'incubo della guerra nucleare.
L'ambiguita' dei testi sacri di quasi tutte le religioni e' uno dei dilemmi piu'
gravi e difficili da risolvere di ogni macrocultura. Basti pensare a
Gerusalemme, che molti considerano citta' della pace per eccellenza e che invece
e' lacerata da oltre mezzo secolo di guerre. I grandi testi, Bibbia, Corano,
Torah, Bhagavad Gita, si prestano a letture contrapposte di giustificazione
della guerra (guerra santa, guerra giusta) oppure di totale negazione. Persino
alcune scuole del buddhismo (considerato da molti la macrocultura piu' aliena
dal fenomeno guerra, come sostiene Johan Galtung in Buddhismo. Una via per la
pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994) sono state pesantemente implicate
nella guerra e nella sua giustficazione, come ha documentato in modo
impressionante Brian Victoria (Lo zen alla guerra, Sensibili alle foglie,
Dogliani 2001). E' questa una delle ragioni che puo' indurre ad aprire
un'altra linea di ricerca: un approccio laico alla nonviolenza. Ma se da un lato
alcuni osservano (Barbara Spinelli), non certo con piacere, che duemila anni di
cristianesimo non sono stati sufficienti a insegnare agli uomini la cultura
della nonviolenza e dell'amore, dall'altro si deve altrettanto amaramente
constatare che neppure l'approccio laico e' approdato a risultati significativi.
Anzi, la ricerca scientifica e tecnologica e' stata piegata agli interessi del
complesso militare-industriale con esiti devastanti e spaventosi. La stessa
democrazia, prima approssimazione della nonviolenza, e' in grave crisi proprio
in quei paesi di piu' lunga tradizione democratica. Accanto agli integralismi e
ai fondamentalismi di natura religiosa, ne sono sorti altri, di matrice laica:
il FMI (ironicamente definito fondamentalismo monetario internazionale), che e'
uno dei principali strumenti di un economicismo fine a se stesso; il nuclearismo
e la incessante corsa agli armamenti, che portano alle estreme conseguenze la
follia sfrenata del militarismo. Questa cultura laica si trova oggi in una
impasse non dissimile da quella degli integralismi religiosi. L'unica autentica
alternativa e' offerta dalla ricerca aperta dai maestri della nonviolenza.
* La trasformazione nonviolenta dei
conflitti L'approccio scientifico alla nonviolenza che puo' contribuire a
unificare e a far crescere sia l'approccio religioso sia quello laico si chiama
oggi "trasformazione nonviolenta dei conflitti". (Si veda a tale proposito il
testo, con questo stesso titolo, di Johan Galtung, nelle Edizioni Gruppo Abele,
Torino 2000). Un considerevole numero di ricercatori e di operatori di pace
lavorano in questo campo, con approcci disciplinari molteplici e seguendo
un'ampia gamma di metodologie. I risultati ottenuti sia sul piano teorico sia
nell'esperienza sul campo tendono sostanzialmente a confermare le intuizioni dei
grandi maestri, in particolare quelle espresse da Gandhi nella sua "scienza del
satyagraha". I lavori pionieristici di Gene Sharp, di Johan Galtung, di
Theodor Ebert, che hanno permesso di fondare la teoria della difesa popolare
nonviolenta, sono alla base degli sviluppi successivi nel campo della
mediazione, della interposizione e dell'intervento nonviolento in situazioni di
conflitto acuto. Contrariamente a quanto sostengono i fautori del "realismo
politico", oggi il vero realismo e' quello di coloro che considerano il
conflitto come una caratteristica specifica della condizione umana dalla quale
non si puo' prescindere, ma che non e' sinonimo ne' di violenza ne' tantomeno di
guerra. L'arte e la scienza che dobbiamo continuare ad apprendere e a
sviluppare sono proprio quelle del satyagraha inteso come modalita' di gestione,
risoluzione e trasformazione nonviolenta del conflitto. E' questa la piu'
preziosa eredita' che Gandhi ci ha lasciato e di cui dobbiamo fare tesoro.
* Kamikaze e satyagrahi Non possiamo parlare di
nonviolenza senza fare almeno un cenno alla condizione che si e' venuta a creare
dopo gli attentati dell'11 settembre scorso e la "guerra al terrorismo" che ne
e' seguita. Che cosa ci insegna la nonviolenza, che cosa ci direbbe Gandhi a
tale proposito? Ce lo ricorda uno dei suoi nipoti, Arun Gandhi, in un breve
testo su "terrorismo e nonviolenza", con le seguenti parole: "Quando sono
disperato mi ricordo che lungo tutta la storia la via della verita' e dell'amore
ha sempre vinto; ci sono sempre stati tiranni e assassini, e per qualche tempo
essi possono sembrare invincibili, ma alla fine cadono sempre" (in "Azione
Nonviolenta", ottobre 2001). Se, come afferma Gandhi, "la nonviolenza e' antica
come le colline", anche il terrorismo non e' da meno. Egli stesso ha dovuto
confrontarsi con questi problemi sin dal 1929, in seguito a un attentato
compiuto nei confronti dell'allora vicere' inglese da parte di un gruppo di
terroristi indiani dell'Hindustan Socialist Republican Association, noto
peraltro per aver pubblicato uno dei piu' significativi documenti sul terrorismo
del secolo scorso, The Philosophy of the Bomb (Questo testo, disponibile
all'indirizzo www.punjabilok.com/misc/freedom/phil_ofbomb1.htm , e'
segnalato da Chaiwat Satha-Anand in "Comprendere il terrore e fare la scelta
giusta", www.arpnet.it/regis). Non ci si deve inoltre dimenticare che
sia Gandhi sia Martin Luther King sono stati entrambi uccisi nel corso di azioni
di stampo sostanzialmente terrorista. A questo punto, e' necessario
confrontarsi con un aspetto fondamentale della nonviolenza che Gandhi affronta e
approfondisce in questo testo e piu' in generale in tutta la sua opera:
l'atteggiamento del satyagrahi di fronte alla morte. E' il grande tabu' della
cultura occidentale: la rimozione della morte (si veda in proposito un ottimo
articolo: Beppe Sebaste, "Sara' cosi' lasciare la vita?", L'Unita', 6 ottobre
2001). Gandhi ribadisce e ripete piu' volte con sfumature diverse il seguente
concetto: la nonviolenza del forte, del coraggioso, implica il superamento della
paura della morte, la capacita' di fronteggiare a mani nude la potenziale
violenza omicida dell'avversario, la disponibilita' al sacrificio estremo della
propria vita senza mettere e repentaglio quella altrui, anzi addirittura per
difenderla. C'e' in questa concezione una straordinaria e stupefacente
simmetria con quella che potremmo chiamare "l'etica del kamikaze", e che si puo'
rappresentare in maniera piu' evidente mediante lo schema in figura [che non
riportiamo qui, date le caratteristiche grafiche di queste pagine - ndr]. Il
kamikaze ha in comune con il satyagrahi la disponibilita' a morire, ma ne
differisce radicalmente perche' il primo si immola per uccidere, il secondo
mette a disposizione la propria vita in un gesto estremo di amore e
riconciliazione. Lo schema interpretativo che abbiamo proposto comprende
altre due possibilita' che possiamo chiamare rispettivamente violenza del debole
e nonviolenza del debole. La violenza del debole e' in generale quella dei
mercenari, dei killer pagati per uccidere, ma non disposti a morire. Ed e'
soprattutto la filosofia elaborata dalla dottrina militare imperante negli Usa e
nella Nato che tende a sostituire gli esseri umani con l'high-tech al fine di
combattere guerre a "costo zero" di vittime tra le proprie file. Le guerre
combattute nel corso dell'ultimo decennio (Irak, Yugoslavia, Afghanistan) dagli
Usa hanno tutte quante in comune questa caratteristica. Ma come hanno
sottolineato molti critici, le guerre non si vincono realmente senza la
disponibilita' al sacrificio, anche estremo. I kamikaze che si sono schiantati
contro le torri gemelle a New York e contro il Pentagono non possedevano armi
intelligenti (anche se hanno trasformato normali tecnologie civili in strumenti
di morte), ma erano disposti a combattere sino a trasformarsi in uomini-bomba,
come in Palestina, nello Sri Lanka e ovunque vi sia chi, per disperazione,
fanatismo o convinzione, aderisce alla "filosofia della bomba". I satyagrahi,
come i bodhisattva, come i "giusti" della tradizione ebraica, come Gesu' Cristo
nella tradizione cristiana, come il Mahatma Gandhi e Martin Luther King, sono
disposti anch'essi a donare la propria vita, ma lo fanno per amore, con
compassionevolezza, distacco, consapevolezza dell'ipermanenza e sguardo che va
oltre il presente. (Si vedano le splendide storie dei bodhisattva raccontate da
Jataka, Storie buddiste, Trankida, Milano). Anche la quarta possibilita'
delineata nello schema, la nonviolenza del debole, si presta ad alcune
riflessioni interessanti. Non c'e' una figura specifica che caratterizzi questa
posizione, perche' chi piu' chi meno gran parte di noi non intende uccidere, ma
non e' neppure disposto e preparato a sacrificare la propria vita. Qualcuno
potrebbe obiettare che in fondo questo dovrebbe essere proprio il punto di
arrivo di una societa' nella quale non sia necessario ne' uccidere ne' morire.
In altre parole, sarebbe l'esito di una graduale evoluzione positiva verso una
societa' autenticamente democratica e nonviolenta, una societa' che non ha
bisogno di eroi. Ma purtroppo siamo ben lungi da questo risultato e sia nel
quotidiano, sia "di fronte all'estremo" (Tzvetan Todorov) abbiamo ancora bisogno
dei satyagrahi e dei bodhisattva che ci guidino, come "primi in cordata", per
aiutarci a superare difficolta' e ostacoli che ci impediscono di progredire.
* Raccogliere la sfida della nonviolenza E' dunque
questa la sfida lanciata da Gandhi con la "scienza del satyagraha": accettare la
sofferenza sino al sacrificio estremo, se necessario, come strumento sia della
nostra realizzazione sia di riumanizzazione e conversione dell'avversario. Il
satyagrahi si allena giorno per giorno, in ogni istante della propria vita, per
diventare capace di soffrire con gioia e apprendere la difficile arte del dono
della vita. Egli agisce senza recriminazioni, con distacco, senza aspettarsi
il risultato immediato delle proprie azioni e senza rivendicarne il merito. Non
si stupisce della violenza che puo' essergli inflitta, non agisce con rabbia e
utilizza ogni occasione che gli si presenta per trasformare il male con il
bene. Nel leggere questo breve, ma denso, testo si capisce quanta strada
dobbiamo ancora fare tutti noi che, mossi da nobili intenzioni, ci siamo
meravigliati e indignati per la violenza e la repressione che e' stata scatenata
contro i manifestanti durante le manifestazioni di massa di protesta nei
confronti del vertice del G8 a Genova. Oltre alla giusta indignazione, dovremmo
sollevare alcune domande imbarazzanti: come si sarebbero comportati i
satyagrahi? Come si comporterebbero oggi nella lotta al terrorismo? Sono
questi gli interrogativi che il popolo dei lillipuziani deve avere il coraggio
di porsi, se vuole effettivamente ed efficacemente percorrere la strada della
nonviolenza attiva.
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