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A QUATTRO ANNI DALLA MORTE DI DANILO DOLCI
Prima che sia troppo tardi, salvare il suo archivio, patrimonio dell’umanità.
Di Germano Bonora
Nella prima mattinata del 30 dicembre del 1997 cessava di vivere Danilo Dolci, a soli 73 anni, nell’ospedale di Partinico, in cui era stato ricoverato d’urgenza poche ore prima per una grave crisi cardiaca, causata dai postumi della broncopolmonite, che l’aveva colpito in Cina, dove era stato ufficialmente invitato il grande poeta-maieuta, la cui fama era arrivata fino all’Estremo Oriente.
Danilo mi aveva parlato con grande entusiasmo di questo viaggio, ed io contavo i giorni per sentire dalla sua viva voce le impressioni sui cambiamenti in atto in quel popoloso continente ricco di storia plurimillenaria, al quale guardava con forte attenzione e buone speranze. Considerava un importante indizio di novità l’apertura del governo di quel grande Paese alla maieutica, uno dei pilastri della democrazia in ogni ambito: dalla famiglia alla scuola fino ai più complicati rapporti nazionali e planetari.
Tornò dopo una ventina di giorni. Al telefono lo sentii due o tre volte con la voce talmente affannata che non ebbi il coraggio di chiedergli niente: “Ci risentiremo quando ti sarai ristabilito completamente...”. Pensai che si trattasse di una crisi passeggera causata dal lungo viaggio. Da molti anni soffriva di diabete mellito, che gli minava il cuore già molto affaticato dal sovrappeso. Ricoverato prima in una clinica svizzera, poi all’ospedale di Palermo, era tornato nella casa di Trappeto talmente debilitato da essere costretto a spostarsi con la sedia a rotelle; ma questo venni a saperlo da Josè Martinetti, la instancabile segretaria e collaboratrice di sempre, la mattina del 30 dicembre, quando con la voce rotta dai singhiozzi mi telefonò la dolorosa notizia: “Danilo non ce l’ha fatta: l’avevamo ricoverato stanotte all’ospedale di Partinico per una crisi cardiaca. Dal ritorno dalla Cina non era più lui: era costretto a spostarsi con la sedia a rotelle...”.
Provai un dolore atroce, come la morte improvvisa di un familiare stretto. Danilo era per me molto più di un amico. Per diciotto anni ci siamo sentiti giornalmente, in certe occasioni anche più volte al giorno. Prima di dare alla stampa i suoi lavori voleva conoscere il mio giudizio, lui così sapiente eppure tanto umile, come sanno essere soltanto i puri di cuore.
Le ultime vicende politiche del nostro Paese lo amareggiavano e lo indignavano fortemente, ma non perdeva mai del tutto la speranza nella capacità di ripresa e di riscatto dell’uomo, che considerava “creatura di creature”. Danilo sognava la Terra trasformata in una sola grande Polis, in cui i continenti diventavano semplici quartieri, sempre più vicini, animati dalla creatività di ciascuno. L’ottimismo insopprimibile di quanti operano credendo fermamente nei più alti ideali. Sognava la pace fra tutti i popoli, costruita con la collaborazione di ogni uno in un rapporto di autentica comunicazione planetaria.
Per Danilo la cosiddetta comunicazione di massa non esiste, una patente contraddizione negli stessi termini: un maledetto imbroglio ordito dal “virus del dominio”. Con l’aiuto di autorevoli amici scienziati aveva approfondito le formidabili modalità di attacco e di espansione dei virus, che colpiscono gli organismi sani, distruggendone le difese. Questa stessa tecnica distruttiva vedeva in atto nei modi sempre più subdoli e raffinati da parte di gruppi e personaggi dominanti su scala planetaria con l’impiego dei cosiddetti mass-media fatti passare per mezzi di comunicazione di massa, mentre in realtà sono sofisticati strumenti di dominio.
Nel corso dei seminari di studio Danilo non si stancava di sottolineare la sostanziale differenza tra il trasmettere unidirezionale e potenzialmente violento e il comunicare, la cui azione denota sempre reciprocità e interattività, anche quando si fa tanto vivace da sfociare nel bisticcio, anch’esso positivo, purchè non degeneri nella violenza.
Non amava l’abusato termine di massa, di cui si riempiono la bocca certi politici e sindacalisti del tutto privi di sensibilità e cultura democratica. Massa deriva dell’etimo greco maza, che equivale a pasta, ciò a materia informe e attaccaticcia, facile da manipolare: massa di manovra per il dominio.
Teneva molto alla proprietà del linguaggio. A maestro preferiva sempre educatore; ad alunno, studente; al militaresco termine di classe quello più semplice di gruppo; a pedagogia, che presuppone il conduttore, la guida, la meno ambigua definizione di scienze dell’educazione, di cui era diventato con gli anni uno dei maggiori esperti al mondo.
La rivoluzione nonviolenta di Danilo teneva in gran conto anche il lessico, tutto da reinventare, sulla base del massimo rispetto per l’altro, da cui nasce la democrazia vera.
Negli ultimi anni era particolarmente indignato per la concentrazione della editoria e delle emittenti radiotelevisive nelle mani di singoli o di gruppi dispotici e intolleranti, che limitano sempre più o condizionano pesantemente la libertà individuale. Uno degli effetti più perniciosi del virus del dominio per la sopravvivenza stessa della democrazia.
Per la pubblicazione dei suoi lavori si affidava soltanto a piccoli editori veramente liberi da condizionamenti: l’Argonauta di Latina, Edizioni Sonda di Torino, Lacaita di Manduria, Rubbettino di Soveria Mannelli e altri più o meno noti. Pochi anni prima della morte l’editore di testi per l’educazione Armando Armando pubblicò “Palpitare di nessi” e la produzione poetica selezionata dall’autore sotto il titolo profetico “Creatura di creature” , considerando sia il testo in prosa sia quello in versi poesia per educare, senza essere né didascalica né pedagogica.
In occasione del conferimento della laurea honoris causa in scienze dell’educazione da parte dell’ateneo bolognese, l’editore di testi scientifici e odontoiatrici Martina volle stampare tutte le poesie scritte dal 1968 al 1996 e scelte dallo stesso Autore sotto il suggestivo titolo “Se gli occhi fioriscono”.
Non si potrà comprendere a pieno la molteplice produzione letteraria, che spazia dalla puntuale documentazione dell’attività socio-politico-educativa alla narrativa e alla poesia, a cui si eleva sempre la scrittura di Danilo, se non la si considera strettamente connessa con la vita stessa del poeta-educatore. Lo scrivere e l’operare sono una cosa sola. Mario Luzi in una nota introduttiva al corpo poetico dell’Amico con insolito coraggio e sincerità osserva: “Non velleitariamente, ma partendo dal vivo della sua esperienza ispirata e civile, Danilo è oggi uno di coloro che ci porta più lontano dall’impasse molto tribolata in cui si è dibattuta la poesia e la cultura moderna”. Siamo ben oltre, dunque, la tradizione letteraria italiana ed europea, che tende ad idealizzare, evadendo dalla realtà effettuale, nella quale il Dolci si immerge coraggiosamente, impegnando tutte le sue energie per sottrarre gli oppressi dal mare vorticoso degli abusi e dello sfruttamento politico- mafioso e anche religioso. “Ecco perchè - annota ancora il poeta fiorentino - la sua più matura poesia (la più sua) traduce all’interno del proprio poi e in tutte quante le fondamentali premesse che hanno ispirato la sua vita morale e pubblica: qualificare cioè l’uomo, renderlo conscio e disposto a partecipare; con in più - e non è trascurabile - la manifesta pulsione amorosa e il fervore creativo che erano subiacenti a questa proposta, a questa volontà. La poesia che ci saremmo, con un po’ di immaginazione anticipativa, dovuti aspettare da lui. Il che non esclude che nel corrispondere puntualmente alla sua idea di scrittura dove protagonista non è l’io né il tu ma la scrittura stessa come profondo atto amoroso [...] Danilo dava un vitale esempio di sortita dall’arroccamento pur sdegnoso e abdicatorio in cui si era consumato il dramma dell’autore moderno, nel settore dei più variati reagenti ma nell’unico senso di un tradimento subìto o presunto; e dava perfino l’esempio di infrazione della frontiera tra il parlare di suo e il parlare per anonima investitura come necessità interna al linguaggio dato alle ‘creature’ che al pari di ogni altra virtù creata esige a sua volta di divenire creante per forza generativa di amore. Tale sembra a Danilo essere la legge fondamentale del mondo, tanto che si è studiato di portarla nel cuore della società proprio dov’era più refrattaria”.
Occorrevano la sensibilità e l’acume particolare di un poeta per intuire a fondo l’assoluta novità dell’opera di Danilo Dolci, il quale - sono ancora parole di Luzi - “sposta il centro dell’autorità da quello che si è sempre ritenuto, appunto, ‘l’autore’ a una effabilità latente e imperiosa che risiede nella lingua come tale”. Danilo sogna la Terra trasformata in una sola Polis con il concorso attivo di ciascuna creatura potenzialmente destinata a creare. La Terra, dunque, come un organismo vivo, “Creatura di creature”. Per realizzare questa grandiosa utopia egli ha profuso senza risparmio tutte le sue energie fino al sacrificio della vita. L’impegno socio-politico degli anni cinquanta-sessanta È andato gradualmente evolvendo in lavoro prevalentemente maieutico-educativo, per cui si spostava continuamente da una città all’altra, in Italia e in altri Paesi europei, volando oltreoceano per tenere seminari di studio su argomenti di attualità e cultura. In questi incontri non erano importanti tanto gli argomenti quanto il collaudato metodo della maieutica, che aveva appreso da Socrate, depurandolo dall’ironia, giudicata del tutto inopportuna e paralizzante. Ogni interlocutore doveva offrire il suo contributo alla discussione e alla ricerca della verità pur mutevole ma sempre perfettibile. Nel corso dei seminari era quello che interveniva di meno: preferiva far parlare gli altri, soprattutto i giovani, valorizzando gli interventi di ciascuno. Una volta creato l’ambiente adatto, nessuno si sottraeva al dovere di portare il proprio contributo tra lo stupore degli stessi docenti, che non senza emozione scoprivano lati sconosciuti e importanti degli studenti, con i quali si ricostruiva gradualmente un rapporto nuovo e fecondo dopo ogni incontro. Non pochi genitori, emozionatissimi, ringraziavano Danilo, perchè i figli finalmente si aprivano in famiglia, dopo anni di silenzi e incomprensioni. Ho visto piangere di gioia una professoressa dopo aver sentito un ragazzo parlare a lungo senza balbettare neppure una volta, lui che non riusciva a leggere neppure un rigo senza incespicare.
Alla sua morte la stampa e le emittenti radiotelevisive di tutto il mondo ricordarono le lotte nonviolente, i primi digiuni fatti in Italia e gli scioperi alla rovescia, ma tutto il lavoro educativo pur documentato nelle pubblicazioni apparse dagli anni ottanta alla morte passò sotto silenzio, un silenzio che deve far riflettere tutti quanti hanno avuto la fortuna di collaborare con Danilo o di incontrarlo anche una sola volta.
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