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Aldo Capitini
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La grandezza umile di Capitini, uno che non si chiamava mai fuori

di Marco Revelli ( )

Capitini ci indica un percorso per potenziare le proprie aperture verso gli altri in una rete di realzioni che facciano tutti artefici della realizzazione di ciò che ha valore.

Il pensiero di Aldo Capitini, anche quello più specificamente “politico”, è un pensiero complesso, articolato, potremmo dire a molti strati. Un pensiero che si sviluppa per cerchi concentrici, con al centro, senza dubbio, come motore e fulcro, la non violenza: l'opzione non solo tattica, pratico-operativa, ma fondante, eticamente e filosoficamente decisiva, per il metodo non violento. E poi, con spirali via via più ampie, diversi livelli di riflessione e diversi tipi di proposte, tutte riferibili a un'idea guida, a una grande intuizione che possiamo sintetizzare nella percezione forte, sempre presente, dell'unità sostanziale del genere umano.
Dell'Umanità come soggetto unitario di storia e di diritti, come “totalità” compresente, al di là di ogni possibile distinzione di etnia, cultura, opinione politica, collocazione sociale.
A quell'idea di umanità, e al sentimento che non può non accompagnarla, il senso della socialità, dell'apertura all'altro, a ogni altro, per quanto lontano da noi possa essere, sono improntate le sue più significative proposte, sul piano organizzativo, amministrativo, istituzionale, la stessa idea, originalissima, di democrazia che lo anima, fino agli strati densi della sua visione dove la sfera politica trascolora in quella religiosa e la riflessione storica in quella etico filosofica.

Un confronto tra diversi
Nel cerchio più esterno, a un livello, se così si può dire, più “superficiale” troviamo la proposta “organizzativa” di Capitini: l'idea di quei Centri di orientamento sociale che, nella sua visione, avrebbero dovuto non sostituire, ma precedere la struttura dei partiti politici, e funzionare come primo, fondamentale momento di educazione del popolo alla teoria e alla pratica della vita democratica. Luoghi di libera discussione, d'incontro tra tutti i cittadini, nessuno escluso, aggregati non per omogeneità di posizione politica o idelologica, o di adesione a programmi, come appunto nel “partito”, ma in quanto persone senza altra determinazione: non associazioni di simili, di identità omogenee, ma, al contrario, spazi pubblici d'intersezione e confronto tra diversi.
A un secondo livello, in un secondo cerchio, più profondo e in qualche modo più “denso”, si colloca il concetto di “Onnicrazia”, il potere di tutti o meglio il potere “esercitato da tutti”, nel quale si sostanzia un grado più alto di “apertura” delle società e degli individui; una più ampia accettazione dell'altro come coattore nella pratica dei valori: quell'idea tipicamente capitiniana della “presenza di tutti” nel processo storico che si va facendo e insieme nell'orizzonte di chiunque intenda operare per il valore.
E se la dimensione del Centro opera per saldare i cittadini alla vita amministrativa, quella dell'Onnicrazia opera per tradurre l'agire pubblico in valori, in pratica di valori che trascendano gli individui atomi e lo introducano in una sfera di esperienza collettiva nella quale nessuno venga sacrificato, o ignorato, ma tutti partecipino dell'essere, appunto, “presenti”.
Infine vi è un terzo livello, un terzo cerchio, il più interno e il più profondo del sistema di Capitini, in cui l'idea di totalità del genere umano (nel senso della appartenenza di tutti gli uomini all'orizzonte di ognuno) raggiunge il suo più compiuto svolgimento acquistando un senso pienamente rivoluzionario, di rottura radicale con l'ordine di cose e di pensiero esistente, ed è quello in cui si introduce il concetto di “realtà di tutti”. In cui cioè si sviluppa l'idea di un radicale mutamento di atteggiamento e di mentalità (una metamorfosi radicale della soggettività) fondato sulla totale apertura dell'Io agli altri.
A tutti gli altri, non solo coetanei, ma alle stesse generazioni presenti e future, ai defunti e ai posteri, agli abitanti di ogni “aldilà” e persino alle creature che si collocano al di fuori del genere umano.

La figura del Persuaso
E' il livello che ci introduce alla figura del “Persuaso”: una figura cruciale nel pensiero di Aldo Capitini perché incarna non solo l'idea della più radicale delle rivoluzioni realizzata attraverso un mutamento estremo di sé, del proprio modo di rapportarsi a ciò che ci circonda, all'insieme delle relazioni che ci collegano alla realtà come totalità vivente, ma la stessa possibile risposta (forse l'unica non disperata) al problema che ha travagliato e disseminato di orrori il secolo ventesimo: il problema della finitezza, della fragilità e della morte degli individui divenuti, dentro il processo di modernizzazione accelerato, ognuno un “mondo”, l'unico mondo immaginabile.
Da quel trauma era nato l'ipersoggettivismo, il narcisismo, l'aggressività, la violenza e la distruttività del secolo in cui l'uomo in senso proprio finiva per “vivere per la morte” (propria e altri). Capitini ci indica, qui, un fragile, ancora incerto percorso di uscita alternativo attraverso la possibilità per l'uomo di farsi mondo, di attivare e potenziare le proprie aperture verso gli altri fino a incorporarsi a essi in una rete di relazioni che comprendano tutti, e facciano tutti e ognuno solidalmente responsabili e artefici della realizzazione di ciò che per l'uomo “ha valore”. Il “Persuaso” è appunto colui che «vive in mezzo alla tragedia del mondo come Cristo e sente continuamente l'ombra che taglia la vita, la felicità, il piacere, ma popola l'ombra di una presenza superiore, quella dei lontani, degli afflitti, dei morti».
E' l' “uomo moltitudine”, «la coralità che entra nella voce dell'individu»”. Non colui che di fronte al conflitto e alla morte si chiama fuori, si separa dagli altri, distingue il proprio mondo dal loro, ma colui che si mette in mezzo, e partecipa degli orrori e degli errori di tutti, sentendoli propri. Colui che con tutti, soprattutto, cammina.



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