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Azione nonviolenta - Aprile 1996 PDF Print E-mail
Aprile 1996

CARO PRODI, RICORDATI CHE...
SANDRO CANESTRINI E ANGELA DOGLIOTTI MARASSO

LA MEDIAZIONE : TECNICA NONVIOLENTA

A CIASCUNO IL SUO PUNTO DI VISTA
GUY BOUBAULT

LA MEDIAZIONE : UN SOVRAPPIÚ DI UMANITÁ
NON-VIOLENCE ACTUALITÉ

SEPARARE PER RIUNIRE
ETIENNE DUVAL

LA MEDIAZIONE IN CAMPO PEDAGOGICO

UN PROGETTO PER LA GESTIONE DEI CONFLITTI
MARIO BERTOLUZZI

DAL MICRO AL MACRO
NANNI SALIO

DATA-BANK FOR AFRICA
ENRICO MARCANDELLI

TELEMATICA POVERA E LEGGERA

ECONOMIA ED ECOLOGIA : CAMBIARE ROTTA
MICHELE BOATO

OBIETTORI SENZA TEMPO
PIERCARLO RACCA

VITA E PENSIERO DI ALBERT SCHWEITZER
CLAUDIO CARDELLI

TROPPA DEMAGOGIA
LUIGI NICOLIS

INDIGNAMOCI DI PIÜ
SANDRO CANESTRINI

RECENSIONI

MEDIAZIONE

Come si può definire la mediazione? Claire e Marc Heber-Suffrin hanno utilizzato la metafora del ponte :
la riva destra e la riva sinistra di un fiume, totalmente diverse tra loro, hanno bisogno di una terza parte per comunicare . Il ponte rappresenta questa terza parte: è ancorato sia alla riva destra che alla riva sinistra , ma è anche una realtà a se stante, irriducibile alle due parti precedenti.. È il ponte che permette il passaggio, che “media” tra le due parti, nella misura in cui, pur essendo totalmente con l’una e totalmente con l’altra, resta se stesso, diverso da entrambe. È lo spazio di relazione, di incontro, di possibilità.
Così è il mediatore: una terza parte neutrale ma non indifferente, che non ha la funzione di giudicare chi ha ragione e chi ha torto, ma piuttosto di facilitare la comunicazione tra le due parti in conflitto, aiutandole a ristabilire la relazione ed a trovare esse stesse una soluzione.
Per questa sua caratteristica, di essere una delle possibili strade per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, sia a livello interpersonale, sia nel contesto sociale o delle relazioni internazionali, la mediazione è da diversi anni al centro dell’attenzione dei movimenti nonviolenti in tutto il mondo.
In questo ambito da anni si sperimenteno infatti modalità non distruttive di risoluzione dei conflitti, secondo la strategia del satyagraha gandhiano, che ha indicato a questo fine una terza via , che non comporti nè l’esercizio della violenza, nè l’accettazione passiva di quella altrui.
Inoltre, come afferma in un’intervista Jean Francois Six, “ è necessario oggi ricostruire un tessuto sociale e politico in cui ciascuno abbia una propria identità, e in cui ciascuno comprenda che non può vivere senza legami, senza relazioni con l’altro. Per costruire un simile tessuto relazionale c’è bisogno della mediazione, abbiamo bisogno di mediatori”.
In questo inserto di Azione Nonviolenta abbiamo raccolto contributi ed esperienze a livello internazionale sul tema della mediazione.
Sono presentati alcuni centri ormai famosi, si definiscono gli ambiti di intervento della mediazione, si forniscono alcuni strumenti di conoscenza e indicazioni per l’approfondimento, nell’intento di contribuire ad una corretta assunzione di questa pratica nell’ambito dei nostri movimenti.
Si ringrazia il Centro Italiano Per La Mediazione che ha collaborato alla stesura di questo dossier.


A CIASCUNO IL SUO PUNTO DI VISTA

di Guy Boubault

È interessante analizzare le storie che raccontiamo ai bambini. Sono ricche di insegnamenti. In genere rappresentano azioni eroiche per vincere un avversario o affrontare sfide impossibili. Mostrano che la vita non è sempre rosea, gioie e pene vi si mescolano. Esse mostrano, altresì, che il conflitto fa parte della vita. Le persone hanno gusti diversi, bisogni diversi, e ciò determina degli urti, dei conflitti di interesse. Nelle favole in genere le cose si mettono male per il “cattivo”, come se l’avversario dovesse sempre sparire fisicamente. Non c’è dunque da stupirsi che vi siano differenti versioni, che qualcuno abbia cercato di immaginare altre conclusioni. In effetti, queste storie sono lo specchio dei nostri problemi contemporanei: vi si trovano riflessioni sui conflitti etnici, problemi di denaro, l’espansione urbana, la crisi della famiglia, la povertà, la tirannia, la gelosia, ecc... Ogni favola mette l’accento su un problema e propone una soluzione. Ci si può divertire a costruirne altre, l’esercizio ne vale la pena, senza per questo pretendere di ristabilire la “vera” storia originale. Si può, ad esempio, scegliere una storia che sia di attualità e modificarla ponendosi dal punto di vista del personaggio meno simpatico. Questo “gioco di ruolo” permette di mettere in luce i diversi aspetti del conflitto, di comprendere le posizioni degli uni e degli altri e di ipotizzare le possibili soluzioni, che rispettano gli interessi di ciascuna parte. Pensiamo ad esempio a “Cappuccetto rosso”. Non c’è dubbio che il Lupo sia il grande “cattivo” della favola. Ma perchè egli è così affamato, al punto da arrischiarsi a venire in mezzo agli umani? ....E, il nostro Lupo, non potrebbe essere un umano...

Cappuccetto Rosso (dalla parte del Lupo)
Siete, dunque, un Lupo. I vostri antenati sono vissuti sempre in quella foresta immensa e piena di ogni abbondante nutrimento. C’era un piccolo villaggio ai bordi della foresta, ma gli abitanti non ce l’avevano in modo speciale coi lupi, c’erano pochi rapporti tra di loro. Oggi però è diverso. Il villaggio è diventato una grande città e la maggior parte della foresta è stata abbattuta . I lupi sono stati cacciati, non ne restano più molti, e non c’è più gran che da mangiare nella foresta rimasta. È così che voi siete obbligati ad andare alla periferia della città , per nutrirvi, rubando dentro alle case. La vita è diventata molto pericolosa. Ieri avete incrociato , su un sentiero del parco che un tempo faceva parte della foresta,
una ragazzina che si chiama Cappuccetto Rosso. Portava delle cose deliziose nel suo paniere. Voi le avete chiesto qualcosa da mangiare e lei vi ha opposto un rifiuto sdegnato. Avete saputo che stava andando a visitare la nonna che abita nel centro della città. Correte avanti , chidete la vecchia in un armadio a muro e prendete il suo posto nel letto. Quando Cappuccetto Rosso arriva, voi cercate di prenderle i cibi ma ella vi ha riconosciuto e si è messa a gridare tanto che gli operai che lavorano nella casa di fianco sono arrivati con gli attrezzi in mano. Siete costretto a fuggire senza aver mangiato. Se soltanto esistesse un servizio di mediazione nella città, voi avreste potuto fare intendere le vostre ragioni e spigarvi con Cappucceto Rosso, senza rischiere la pelle......

Cappuccetto Rosso (dalla parte di Cappuccetto Rosso)
Abitate in una città non distante da un bosco:. Vostra madre deve lavorare duro per guadagnarsi la vita; nella parte vechia della città, che un tempo era un piccolo villaggio isolato, abita la vostra nonna, molto anziana. È sempre vissuta là e non vuole andarsene, anche se non è più in grado di farsi da mangiare da sola. È per questo che le portate quotidianamente il pasto preparato dalla mamma. La strada più corta è quella che attraversa il parco, che era un tempo foresta. Avete sentito parlare del lupo che vive ancora nel bosco e che qualche volta si avventura fino al parco. Ne avete un po’ paura, ma non ne avete parlato a vostra madre, che è già così piena di preoccupazioni. Ieri, mentre andavate dalla nonna, un lupo è uscito improvvisamente dal bosco e vi ha chiesto da mangiare. Naturalmente, voi avete cercato di sbarazzarvi di lui, ma sotto lo choc, gli avete dato indicazioni del luogo dove eravate diretta. Quando siete arrivata dalla nonna , era a letto e vi è parsa strana. Vi ha posto delle strane domande e sembrava molto interessata ad impossessarsi subito del cibo. Avvicinandovi avete riconosciuto improvvisamente il lupo. Visiete messa a gridare, chiedendo aiuto agli operai della vicina casa che, accorsi coi loro attrezzi, hanno messo in fuga il lupo. Il nuovo servizio di mediazione, recentemente aperto in città, vi ha invitata a incontrare il vostro aggressore. È così che avete appreso che dei lupi erano morti di fame nella foresta, ma ciò che vi interessa è sapere se potete continuare ad andare dalla nonna senza subire aggressioni.

Cappuccetto Rosso (dalla parte del mediatore)
Abitate in una città ai bordi di un bosco. La foresta si è ristretta via via che la città si è ingrandita. I lupi, che vivevano numerosi in questa foresta, sono ridotti a qualche unità, perchè non hanno più sufficiente nutrimento e i cacciatori li hanno decimati. Attualmente sono sentiti come un pericolo da quando si sono visti nel parco e addirittura nelle strade della periferia , alla ricerca di cibo. Nella città c’è un gruppo che si batte per la salvaguardia del lupo e c’è anche la lobby “sicurezza in città” che domanda misure energiche contro i lupi e per proteggere la popolazione. Ieri c’è stato un incidente quando un lupo ha incontrato per strada una ragazzina di nome Cappuccetto Rosso, che andava a portare cibo alla sua vecchia nonna. Lui gli ha domandato del cibo ed ella è scappata impaurita. Arrivando nella casa della nonna ella ha cominciato a parlare a quella che credeva essere sua nonna, ma accortasi che si trattava del lupo che voleva impadronirsi del cibo, ha chiamato in aiuto dei vicini, che hanno messo in fuga il lupo.
Il lupo e Cappuccetto Rosso hanno accettato entrambi di venire al servizio di mediazione della città.

da: La Mediation, Non-Violence Actualitè

LA MEDIAZIONE: UN SOVRAPPIU’ DI UMANITA’

intervista con Jean Francois Six
a cura della rivista francese Non-Violence Actualitè

NVA: Nel suo libro “Le temps des mediateurs” , come in vari altri suoi scritti, lei rifiuta alcune pretiche e alcune teorie sella mediazione. Qual è la definizione di mediazione che lei ritiene più propria?

JFS: Il numero tre è la cifra della mediazione. La mediazione è, innanzi tutto, un intervento, richiesto, di una terza parte. Non è un arbitraggio, perchè in questo caso le due parti danno potere ad un altro di concludere al loro posto. Nè si può parlare di giustizia, perchè anche questa si stabilisce su una modalità binaria. Non che io disconosca il sistema binaria, al contrario, ma credo veramente alla necessaria coesistenza di un sistema binario e di un sistema ternario. Nel sistema ternario, il terzo deve essere srettamente indipendente rispetto alle due parti, essendo l’indipendenza condizione indispensabile per l’imparzialità. A tal punto che, se in un dato momento i due si mettessero d’accordo in modo fittizio o falso, il terzo dovrebbe mantenere il suo parlare franco e la sua radicale indipendenza. Il mediatore è per sua natura indipendente da ogni potere...... In un certo senso il mediatore trascende la struttura binaria. Per esempio, si può pensare che una sentenza resa dalla giustizia non è sempre giusta, mentre il mediatore è colui che deve sempre fare esistere, come una sorta di trascendimento della giustizia, troppo stabilita sulla lettera, il principio di equità, quest’altra dimensione che non è definita da alcun codice e che, in fondo, è un sovvrappiù di umanità. Il mediatore deve portare le due parti ad un “supplemento d’anima”. Per questo stesso fatto, la mediazione non può essere una tecnica, ma un’arte che domanda un’etica superiore e non solamente delle regole morali. Ecco , a mio parere, dove si situa precisamente la mediazione. Se ci sono compromessi o dimissioni, non c’è più mediazione. Questo richiede una grande vigilanza.

NVA: Le mediazioni sviluppate attualmente in diversi settori come la famiglia, il quartiere, la giustizia le sembrano rientrare nel quadro da lei delineato?

JFS: Anche se la definizione precedente può apparire ideale, io non sono un purista. Bisogna saper agire in funzione dei propri mezzi e là dove ci si trova. A partire dal 1960 si è verificata una vera svolta nella nostra civiltà e nella storia del mondo. Si è avuta una formidabile accelerazione che ha fatto scoppiare le istituzioni e atomizzato gli individui. Si tratta attualmente di ricostituire un tessuto sociale e politico dove ciascuno abbia la sua propria identità, e dove ciascuno comprenda che non può esistere che collegato, che dentro la relazione con l’altro. Per stabilire questo tessuto relazionale abbiamo bisogno della mediazione, abbiamo bisogno dei mediatori. C’è bisogno di persone con i piedi per terra, solide, realisti, che facciano da ponte tra tutto e tutti, poichè tutto è disgregato. Il problema è che ciò sia fatto il più chiaramente possibile. Nella mediazione familiare, ad esempio, non si tratta solo di applicare una tecnica adatta alla separazione della coppia, sperando che il tutto si aggiusti per il meglio. La mediazione deve puntare a che le persone che si separano possano elaborare il lutto della separazione senza reciprocamente eliminarsi dalle loro vite, cioè possano restare in amicizia, cerare una nuova relazione e non strappare un legame come si strapperebbe un foglio diventato inutile. No, non è finita, anche se non ci sono dei bambini in gioco. La mediazione domanda di avere estremamente forte la preoccupazione per la ri-creazione dei legami e anche per la creazione dei legami. È per questo che io non voglio assolutamente definire la mediazione come risoluzione dei conflitti, come fanno gli americani e come si è fatto per molto tempo. La mediazione è innanzittutto una creazione di legami tra soggetti.
.....

NVA: Lei propone la mediazione non soltanto nel caso in cui i protagonisti sono in situazione di conflitto, ma soraprattutto in funzione preventiva, per migliorare delle relazioni o prevenire delle difficoltà. Lei pensa che possa essere operata una distinzione così netta tra mediazione e risoluzione dei conflitti?

JFS: Se si delimita la mediazione unicamente ai casi di conflitto, si impedisce la creatività. Il buon mediatore è colui che vede là dove manca una passerella, un ponte. Bisogna che lui si situi a monte della risoluzione del conflitto. Anche qui vale il fatto che è meglio prevenire che curare. E poi, se il conflitto sopravviene, non deve essere un dramma. Il conflitto è neutro, e non serve a nulla volerlo cancellare.... Attenersi unicamente al concetto di mediazione come risoluzione dei conflitti è subire il conflitto come qualcosa che viene a disturbare un’armonia. Preferisco considerare che la situazione normale è la creazione di una dinamica di vita, della quale il conflitto fa parte. Quesa dinamica di vita deve permettere di evitare le “impasses” della relazione, poichè i conflitti sono sempre il risultato di una mancanza di intelligenza o il segno di un blocco affettivo. Questa filosofia dell’esistenza relativizza il conflitto, pur senza negarlo o fuggirlo.

NVA: Il mediatore, che deve rispettare la neutralità, non rinuncia con ciò all’azione?

JFS: I mediatori non fanno solo mediazione, e inoltre credo che anche la mediazione sia azione. I mediatori fanno degli atti di mediazione, cioè suscitano e rendono attiva la libertà dei due antagonisti
È vero che fare questo lavoro è mettere tra parentesi il proprio intervento . Ma per una persona molto attiva questo è il momento di prendere distacco dal proprio agire. I migliori mediatori sono, a mio avviso, gente estremamente attiva che si obbliga all’umiltà, al non intervento durante la mediazione.
Questo purifica la loro azione e la rende più attiva. In una vita equilibrata l’azione mediante e l’azione intervenente non si contradicono, anzi si rinforzano. Per me Gandhi e M.L.King, che sono conosciuti oer le loro azioni dirette nonviolente, sono anche simboli di mediazione. Essi avevano nelle loro azioni l’ossessione della riconciliazione e soprattutto della cooperazione tra le comunità. Per me sono dei grandi mediatori,. Gandhi ne è morto.

NVA: Allora c’è un legame stretto tra l’azione nonviolenta e la mediazione?

JFS:Certamente. Credo che è attraverso questo passaggio che i nonviolenti possono interessarsi alla mediazione e comprenderla.

da: La Mediation, Non-Violence Actualitè

L’ESPACE INTERMEDIAIRE di Etienne DUVAL.....
LO SPAZIO DELLA MEDIAZIONE COME SPAZIO DI SEPARAZIONE

1- Il primo lavoro del mediatore consiste nell’aprire uno spazio di separazione.

Il mediatore si situa nello spazio di relazione tra sè e l’altro. Frequentemente, può avere la tentazione di ristabilire rapidamente i rapporti interrotti, per arrivare ad un accordo tra le parti. È certamente il modo migliore per fallire. Il suo primo compito infatti è proprio quello di creare la distanza indispensabile per gli scambi di ogni tipo che favoriscono l’identificazione dei protagonisti, l’analisi dei problemi, la ricerca di possibili soluzioni...Il suo ruolo specifico è quello di creare lo spazio che consentirà alla relazione di svilupparsi. In seguito interverrà in modo distanziato....non deve correre il rischio di sostituirsi agli individui che deve invece promuovere come soggetti responsabili.
Tale atteggiamento riservato non implica passività: deve puntare a stimolare la comunicazione perchè le parti giungano prograssivamente verso un accordo.

2- Il caso particolare della mediazione interculturale.

La volontà politica di accelerare il processo di integrazione delle popolazioni di origine straniera ha portato in primo piano la nozione di mediazione interculturale. Non è un caso che si sia utilizzato questo termine come concetto chiave per far avanzare la riflessione e sbloccare l’azione intrapresa. Sottintende che l’incomprensione nasce dalla confusione e che il riconoscimento reciproco non può esservi se non a partire dal riconoscimento delle differenze. Creare lo spazio di separazione o di mediazione consiste allora nel comprendere ciascuna parte nell’ambito delle sue specificità culturali che differenziano giudizi e comportamenti . Il mediatore deve condurre ciascuno a misurare la distanza che lo separa dall’altro. Cntrariamente a quanto si crede, non è la differenza di cultura consapevole che allontana gli individui e i gruppi, ma al contrario la fiducia in una vicinanza illusoria. Sulla base di questa illusione tutti i cambiamenti nel modo di reagire suscitano incomprensione e si presentano come una aberrazione pericolosa. Uscire dall’illusione e uscire dalla confusione sono la medesima cosa. È nel favorire questa ricollocazione che il mediatore trova la sua giustificazione. Insistendo prioritariamente sul legame che deve essere creato tra le due parti si finisce per vanificare l’essenza stessa della mediazione........

da: La Mediation, Non-Violence Actualitè

LA MEDIAZIONE IN CAMPO PEDAGOGICO

La pedagogista francese Annie Cardinet ha scritto un libro, Pratiquer la mediation en pedagogie 1), nel quale si propone di fare uno studio comparato tra le tesi sostenute da un teorico della mediazione quale è Jean Francois Six e i principi sviluppati dallo psicologo israeliano Reuven Feuerstein, che utilizza la mediazione come strumeno pedagogico.
Feuerstein, in collaborazione con Ya’acov Rand, ha creato un programma che ha lo scopo di stimolare l’attività intellettuale degli allievi in difficoltà e degli adulti impegnai in attività formative.
Molti dei metodi utilizzati da F. fanno riferimento alla mediazione: l’insegnante svolge il ruolo di intermediario, di facilitatore, di mediatore tra il contenuto dell’insegnamento e la persona che lo deve recepire. Si tratta, per l’allievo, di intraprendee un cammino che lo porti a scoprire i propri meccanismi di apprendimento, con l’insegnante nel ruolo di catalizzatore di tale processo.
In generale, tutti gli interventi di un terzo tra chi apprende e ciò che deve essere appreso modificano la relazione tra l’allievo e il sapere; una situazione come quella in cui l’insegnante svolge il ruolo di mediatore ha un impatto particolare sullo sviluppo dell’intelligenza e sulla capacità di apprendimento.
Il risultato più immediato di un simile intervento è quello di ridare fiducia agli allievi, perchè è basato sull’ascolto e il rispetto e favorisce l’autonomia in quanto l’individuo ritrova il diritto di pensare, di riflettere e l’occasione di utilizzare i mezzi intellettuali di cui dispone.
Questo programma ha contribuito a far conoscere la nozione di mediazione in campo pedagogico.
D’altra parte, la mediazione secondo J.F.Six è un percorso che mette in gioco non più due persone e qualcosa da acquisire, ma tre persone: due parti che hanno un problema e una terza parte, il mediatore, che tenta di ristabilire la comunicazione tra di loro. È attraverso l’ascolto attivo che il mediatore può aiutare le due parti a riprendere il dialogo.
Secondo Annie Cardinet le caratteristiche della mediazione definite da JFSix sono le stesse che esistono nella relazione tra individuo e conoscenza.
Come la mediazione si può cosiderare preventiva (se migliora le relazioni umane) o curativa (quando interviene in relazioni conflittuali), così la mediazione pedagogica può essere considerata non solo come “terapia dell’apprendimento” ma anche come l’attitudine pedagogica più efficace e creatrice, che crea un legame tra chi apprende e l’obiettivo del suo apprendimento, permetendogli di intrecciare i diversi elementi attraverso cui si forma il suo sapere.


1)Annie Cardinet, Pratiquer la mediation en pedagogie, Editions Dunod,95

I primi programmi di mediazione scolastica sono nati negli anni settanta negli USA, quando la Società degli Amici (Quaccheri) ha iniziato a insegnare ai bambini tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Oggi sono circa 2.000 i programmi di mediazione scolastica negli Stati Uniti.
Alcuni riguardano unicamente i conflitti tra scolari, altri riguardano anche i conflitti tra ragazzi e genitori o tra studenti e insegnanti.
Una delle più note esperienze di mediazione tra pari è quella realizzata dalla Community Board, nata a San Francisco nel 1977, che dal 1982 forma i “Conflit managers”, ragazzi che svolgono il ruolo di mediatori nei conflitti tra i compagni di scuola.
Un altro progetto, importante per le sue dimensioni, è il Programma per la risoluzione creativa dei conflitti finanziato dalla scuola pubblica di New York e dall’Associazione per la responsabilità sociale degli educatori, nato nel 1985. Oggi questo progetto coinvolge 1500 insegnanti e 45.000 studenti di 120 scuole di New York.
I programmi di formazione per gli insegnanti sono di 20 ore; i ragazzi sono formati attravrso giochi di ruolo e discussioni a piccoli gruppi in cui imparano l’ascolto attivo, l’assertività, la cooperazione, le tecniche di mediazione.
Quando svolgono il ruolo di mediatori i ragazzi indossano una maglietta su cui sta scritto “Mediatore”.
La mediazione scolastica si è sviluppata in diversi stati grazie all’azione svolta da una associazione nazionale per la promozione della mediazione scolastica ( NAME, 425 Amity Street, Amherst, Mass., USA)“
Quando vedo dei bambini praticare la mediazione a scuola, guardo al futuro con maggiore ottimismo - afferma Carolyn Yoder, responsabile del centro per la mediazione di Harrisbourg, in Virginia - se i ragazzi imparano a risolvere i loro conflitti a scuola può darsi che, quando saranno adulti, il mondo sarà meno minaccioso”
Anche in Canada ci sono significative esperienze di mediazione scolastica.
All’Istituto S.Pierre di Calgary gli alunni, dalle elementari alle superiori, sono formati alla mediazione e la scuola, con 580 allievi e 22 gruppi etnici e culturali diversi, non ha più la reputazione di scuola violenta ma quella di scuola pacifica.
Nel Quebec si predispongono programmi per la lotta contro la violenza nelle scuole e per l’apprendimento delle competenze necessarie ad una gestione cooperativa dei conflitti.
Anche in Francia incominciano a nascere esperienze simili. A Saint-Etirnne du Rouvray dal 1993 si sperimentano attività di mediazione in collaborazione con J.P. Bonafè-Schmitt.
Gli insegnanti che si impegnano in questa azione hanno coscienza che “ le vere cause della violenza a scuola risiedono nella violenza esistente nei quartieri e sanno che i piccoli mediatori nulla possono fare contro la concentrazione della popolazione, che crea rumore, nè contro l’ozio generato dalla disoccupazione e dall’emarginazione. Ciò che potrà derivare da un’attività di sperimentazione della mediazione a scuola sarà la capacità di verbalizzare meglio i conflitti sia tra ragazzi, sia tra adulti e ragazzi. Se i giovani formati alla mediazione a scuola saranno capaci domani di partcipare alla gestione della vita collettiva del loro quartiere, la scuola avrà giocato un ruolo positivo nella formazione del senso civico e di cittadinanza.”

Rielaborazione di articoli da Non-Violence Actualitè a cura di A.Dogliotti Marasso.


Mediazione internazionale: dal micro al macro

di Nanni Salio

Se la mediazione è complessa e difficile da definire e da praticare in ogni caso, anche nelle situazioni micro, a maggior ragione lo è nei conflitti macro, dove la complessità, la posta in gioco e i rischi sono di gran lunga maggiori.
Per inquadrare la questione è utile fare riferimento allo schema di fig. 1, nel quale sono individuati tre diversi spazi sociali, micro, meso e macro, caratterizzati da tre diverse tipologie di conflitto e da diverse modalità di mediazione. I confini tra uno spazio e l’altro non sono netti, come sempre avviene nella realtà, ma la schematizzazione è utile per individuare diverse aree operative e per suggerire differenti modalità di azione per i movimenti che operano nel sociale, su scale diverse.
La nostra riflessione si limiterà allo spazio macro, ma prima di entrare nel merito è bene fare qualche considerazione di ordine generale. Occorre innanzitutto precisare che quando si parla di mediazione, si usa uno dei tanti termini relativi alla gestione, trasformazione e risoluzione del conflitto.
Ed è bene precisare a questo proposito, molto esplicitamente e onestamente, che non possediamo una teoria e una conoscenza valide per ogni situazione ed ogni contesto. Conosciamo dei principi di massima, dei criteri generali, ma molte questioni rimangono aperte. È necessario ancora molto lavoro di ricerca e di sperimentazione per poter rendere più operative ed efficaci le attuali conoscenze.
La prima questione di ordine generale che si pone è la seguente: esiste attualmente una teoria generale che ci permetta di definire le modalità di intervento del mediatore nelle diverse scale, micro, meso e macro? La risposta, come abbiamo già detto è negativa, ma alcuni autori, tra gli altri John W. Burton, in un ampio articolo di rassegna su queste tematiche (1), sono del parere che vi siano profonde analogie tra i conflitti sulle diverse scale e che alcuni principi generali valgano indipendentemente dal fatto che si operi nella micro, nella meso o nella macro realtà. Qui dobbiamo limitarci soltanto a questo breve cenno, rinviando ai testi originali per ulteriori approfondimenti.

La mediazione nello spazio macro
Anche in questo sotto-caso la situazione è complessa e si possono individuare diverse modalità di mediazione, che abbiamo cercato di classificare secondo lo schema di fig. 2. Nello schema si fa distinzione (sull’asse verticale) tra mediazioni dall’alto (istituzionali) e dal basso (popolari, di movimenti di base) e sull’asse orizzontale tra azioni individuali (di piccoli gruppi) e collettive (di massa).
Questa schematizzazione corrisponde ,a grandi linee, ai casi concreti che si sono verificati nel corso del tempo, in situazioni assai diverse tra loro, nelle quali la mediazione è avvenuta esclusivamente con metodi nonviolenti, ed esclude invece altre forme di mediazione, anch’esse importanti, da esaminare e da conoscere, nelle quali non era affatto escluso il ricorso a forme di imposizione o di intervento violento.
Un esame concreto di questa tematica richiederebbe di passare in rassegna molti casi concreti che oggi sono diventati veri e propri casi di studio, da ognuno dei quali si possono trarre insegnamenti assai interessanti. Le riflessioni che seguono traggono spunto liberamente dai resoconti di alcune esperienze e da alcune pubblicazioni specifiche.(2)
Tra le molte considerazioni che si possono fare, sembra che quattro siano i punti fondamentali sui quali richiamare l’attenzione:

1. Molteplicità dei ruoli. Nella loro analisi di un caso particolarmente importante di mediazione nel Centro America, che ha generato il processo di pace di Esquipulas, Paul Wher e John Lederach, individuano più attori sociali con ruoli distinti. (3) Mentre solitamente si considera il mediatore come una terza parte esterna e neutrale, essi sostengono che, quantomeno nel caso da loro esaminato e sperimentato in prima persona, è possibile individuare anche la figura del mediatore interno non neutrale. Questa esperienza li porta a suggerire un allargamento del concetto di mediatore, che potrebbe comprendere figure con ruoli diversificati. Oltre al tradizionale mediatore esterno neutrale, si potrebbero quindi introdurre quattro principali figure di mediatori interni definiti con termini diversi a seconda del ruolo svolto: mediatori interni di parte, negoziatori, legittimatori, terze parti simpatetiche (o solidali). In particolare, queste ultime possono essere a loro volta sia interne che esterne, come avviene nel caso dei movimenti internazionali per la pace che intervengono a sostegno di una delle parti in causa. Nel caso in questione, questo ruolo fu svolto in particolare da gruppi come Friendship Cities, Witness for Peace, Sanctuary, Pledge of Resistence, che esercitarono una pressione nei confronti delle autorità statunitensi per far cessare gli aiuti ai Contras e l’intervento americano contro i sandinisti.
Generalizzando, si può sostenere che, come indicato nello schema di fig. 2, attori diversi possono contribuire ad attivare un processo di pace su più fronti: dalla mediazione vera e propria, di carattere istituzionale e diplomatico, alla mediazione della diplomazia popolare nonviolenta (che, per una sorta di generosità semantica, si può sintetizzare con lo stesso acronimo, DPN, usato per la difesa popolare nonviolenta, ampliandone il significato e conciliando scuole di tendenza diversa!), alle forze di intervento e di interposizione nonviolente dell’ONU (caschi bianchi), qualora finalmente fossero istituite, agli interventi dal basso con la partecipazione di componenti sia esterne sia interne.
Mentre il ruolo dei mediatori esterni è talvolta indispensabile per raggiungere accordi di cessate il fuoco, quello dei mediatori interni è fondamentale per implementare tali accordi e ricostruire il tessuto di convivenza sociale sconvolto dalla guerra. Raggiunto il loro scopo i mediatori esterni se ne vanno, mentre i problemi rimangono e senza l’azione continuativa e sistematica dei mediatori interni, c’è il rischio che i conflitti non risolti riesplodano violentemente, come è avvenuto in molti processi di pace gestiti solo o prevalentemente a livello di vertice.
Un esempio particolarmente importante della capacità di mediazione popolare nonviolenta è quella del lavoro svolto dalla Comunità di S. Egidio in Mozambico, sfociato negli accordi di pace fra Renamo e Frelimo siglati il 4 ottobre 1992 a Roma. (5)

2. Sinergia degli attori. È esperienza comune che i processi di pace sono tanto più efficaci, fruttuosi, stabili e duraturi quanto più i diversi mediatori sono capaci di collaborare tra loro. Questo è avvenuto in particolare nei due casi già citati (processo di pace in Centro America e in Mozambico), dove si è sviluppata un’azione sinergica tra mediatori istituzionali e popolari. In molti altri casi questo purtroppo non è avvenuto e sovente i processi di pace sono stati imposti con la forza, dall’alto (in Bosnia come in Medio Oriente, per esempio) dimostrando tutta la loro fragilità.

3. Qualità dei mediatori. Dopo aver elencato le caratteristiche salienti che dovrebbero avere i mediatori perché il loro intervento sia efficace, gli analisti giungono sempre, nell’analizzare casi concreti, a un punto in cui c’è qualcosa che sfugge ad una definizione rigorosa. In effetti, coloro che hanno saputo svolgere un ruolo importante sia a livello istituzionale (per esempio il norvegese Johan Holst nel processo di pace in Palestina, il costaricano Oscar Arias in Centro America, Andrea Riccardi e Matteo Zappi in Mozambico) sono personalità forti, oltre che competenti, che si sono dedicate totalmente alla causa della pace, con una fiducia che diventa una vera e propria fede. Sono qualità che non siapprendono solo sui banchi delle scuole di diplomazia, e che, almeno finora, sembrano sfuggire ad una precisa codificazione. Per questo anche gli outsiders, chiamati amichevolmente amateurs peace brokers (o mediatori dilettanti), della Comunità di S. Egidio hanno potuto e saputo conseguire un risultato inaspettato.

4. Contesto e processo. La mediazione internazionale non si svolge nel vuoto, ma é condizionata dal contesto esterno e da quello interno, anche antropologico. (6)
La mediazione diventa quindi un processo e non soltanto un evento, che si svolge nel tempo, condizionata nel successo e/o nel fallimento, da numerosi fattori, interni ed esterni, difficili da controllare. Per questo é necessario studiare casi molteplici, per imparare man mano dall’esperienza passata una difficile arte che é diventata indispensabile per costruire società più desiderabili, vivibili e autenticamente sostenibili. Per fortuna, la storia della nonviolenza é ricca di personaggi che nella loro vita hanno svolto questo compito di mediatori e conflittologi, senza assumere nessun ruolo ufficiale, ma contribuendo efficacemente alla gestione e risoluzione nonviolenta di terribili conflitti, dall’India di Gandhi agli Stati Uniti di Martin Luter King al Sudafrica di Nelson Mandela. Non erano diplomatici di professione e forse proprio per questo la loro capacità di mediazione é stata di enorme efficacia: abbiamo ancora molto da imparare da questi maestri della mediazione nonviolenta.

Note
1. J.W.Burton, “Civilizations in crisis: from adversarial to problem solving processes”, International Journal of Peace Studies, vol. I, n° 1, 1996, pp.5-24.
2. Si veda in particolare il fascicolo monografico del Journal of Peace Research, vol. 28, n° 1, feb. 1991, dedicato interamente alla mediazione internazionale.
3. Paul Wher e John Paul Lederach, “Mediating Conflict in Central America”, Journal of Peace Research, cit. , pp. 85-98.
4. A questo proposito si veda il fascicolo monografico di Alternatives Nonviolentes n° 97, inverno 1995-96, intitolato “Intervenir sansa armes pour la paix”.
5. Per un resoconto storico di questa esperienza si veda il bel libro di Roberto Morozzo della Rocca, “Mozambico. Dalla guerra alla pace. Storia di una mediazione insolita.”, San Paolo, Roma 1994.
6. Sull’importanza del contesto antropologico si veda: A.B. Petherston e C. Nordstrom, “Overcoming Habitus in Conflict Management: UN Peacekeepingard War Zone Ethnography”, Peace and Change, vol. 20, n° 1, genn. 1995, pp. 94-119.

Spazio Sociale
Tipologia del Conflitto
Tipologia della mediazione

micro
familiare
di vicinato (condominio)
nella scuola
di genere intergenerazionale

mediazione sociale

meso
razzismo
droga
mafie
di classe

difesa sociale

macro

interstatale (guerre internazionali)
intrastatale (guerre civili)

difesa popolare nonviolenta
DPN
diplomazia popolare nonviolenta

Fig. 1 Classificazione delle diverse forme di mediazione in funzione della scala dello spazio
sociale.

istituzionali - governativi
(dall’alto)

diplomazia Caschi bianchi
internazionale
A (ONU)
T
T
O
R
I

individuale A Z I O N E collettiva
(piccoli gruppi) (di massa)


DPN interposizione
(diplomazia nonviolenta
popolare
nonviolenta)

non-istituzionali-popolari
(dal basso)

Fig. 2 Un modello di classificazione delle forme di mediazione internazionale nonviolente

Troppa demagogia

Caro Alberto
grazie per il tuo articolo “Vicini scomodi” su AN gennaio - febbraio perché mi costringe conoscendoti personalmente, a risponderti uscendo da un ormai lungo silenzio dovuto al senso di impotenza e alla sfiducia di trovare ascolto da parte di qualcuno nell’area eco-pacifista nostrana, mai come oggi così sorda e lontana da me per la delusione e lo sconforto che ho subito, a causa del suo ruolo fallimentare proprio riguardo alle emergenze che tu accusi: Yugoslavia e immigrati extracomunitari...

1) Se il tuo è, come sembra, un appello drammatico contro l’insensibilità o l’impotenza (della gente o dei poteri?) verso la tragedia, l’apocalisse dell’esodo dei disperati del Sud e dell’Est, non posso che approvarlo... ma quale la proposta politica e pratica, visto che non vogliamo cadere nel pietismo, nel moralismo sterile che si accontenta della denuncia solo per scaricare la coscienza e salvarsi l’anima? (Anche se troppo spesso gli “impegnati” sembrano scegliere questa linea, come ad esempio dimostrano le sempre più frequenti manifestazioni antirazziste fatte a sproposito e demagogicamente)

2) Purtroppo dobbiamo partire da un disastro già avvenuto (e preannunciato) e che si doveva a tutti i costi evitare prima, (proprio come la famigerata guerra iugoslava): e allora evitiamo l’ipocrisia di meravigliarci che in qualsiasi direzione ci si muova siano lacrime e sangue, e prendiamo atto che, a questo punto, il criterio del meno peggio sia il solo ormai praticabile.
Se quindi da persone ragionevoli scegliamo di “salvare il salvabile” (e non di piangere sul latte versato o gridare per l’ennesima volta le colpe di questa società infame e degradata), si tratta di chiarire una volta per sempre qual è questo “salvabile”, anzi, qual è il “peggio da evitare”, perché neanche su questo macroscopico c’è chiarezza nel Movimento.
Ovvero la chiarezza c’è solo (nell’area eco - pacifista) su quanto avviene fuori dall’Europa (sul problema dello sviluppo sostenibile, dello sfruttamento del Nord sul Sud, della distruzione socio - ambientale dei popoli del Terzo Mondo, degli indigeni del Sud, ecc.) ma non su quanto avviene dentro l’Europa (e in particolare in Italia). Si finge cioè di non vedere (a parer mio per una specie di terrore scaramantico o per insicurezza politica e culturale), quello che invece è visibile ormai da vari anni: la spirale di degrado e violenza che l’immigrazione clandestina sta provocando nella vita sociale e politica, soprattutto da quando è caduta sotto l’influenza della criminalità organizzata. Ed è una spirale a doppio effetto, che mentre da un lato causa sempre più vittime tra i profughi e gli immigrati stessi, esposti a sempre nuove forme di sfruttamento e violenza sia dagli speculatori e dai criminali nostrani, sia dai loro stessi connazionali trasformatisi in sfruttatori, criminali o aguzzini (vedi lavoro nero, schiavismo, prostituzione e spaccio); dall’altro lato, causa un degrado ulteriore della società “occidentale” e in particolare quella italiana, già deteriorata in precedenza.
Si pensi soltanto al degrado delle aree metropolitane, alle guerre tra poveri nei quartieri ghetto e sul posto di lavoro, tra i braccianti agricoli meridionali, agli episodi di crescente violenza e intolleranza, al racket che ormai domina incontrastato e si accaparra sempre nuovi traffici: dalla droga alla prostituzione, dai bambini al lavoro nero, dal traffico d’organi a quello delle armi. Ma si pensi anche alla spinta verso destra di sempre crescenti strati di popolazione europea esasperata dal disordine e dalla criminalità diffusa, che non trovando risposta nei partiti democratici, si getta nelle braccia dei partiti di destra, come è avvenuto di recente anche in Francia (dove Tolone, roccaforte operaia e rossa, ha votato in maggioranza per Le Pen). E quando le destre andranno al potere che faremo? Un’altra bella manifestazione antirazzista? Ma a parte le conseguenze politiche, è l’America del Bronx e di Los Angeles che ci aspetta, a livello sociale: con le sue metropoli invivibili, la sua violenza diffusa, la sua guerra fra bande, il racket sotto casa, l’omicidio e lo stupro dietro l’angolo, l’assassinio che non fa notizia, la criminalità organizzata e la mafia che la fanno da padrone e le istituzioni sbriciolate o corrotte. E dove la coscienza civile e lo spirito di solidarietà sono morti per sempre.

3) Manca soprattutto nell’area eco - pacifista una capacità propositiva, a parte le iniziative di singoli gruppi di volontariato, per cui ci si trova da anni arroccati su una difesa generica dei diritti umani, sui valori della solidarietà affidati alla coscienza e alla buona volontà della gente (sempre più stanca e sfiduciata), su appelli alla fratellanza e alla carità destinati a rimanere dentro le mura delle parrocchie...
Possibile che non si riescano a raccogliere tutte le energie su un progetto concreto e praticabile (per quanto difficile o a lungo termine)? Perché non si adotta una strategia di integrazione reale, basata su cooperative di lavoro e rieducazione, su laboratori artigiani, fattorie ecologiche, difesa ambientale, servizi sociali, culturali ecc., autogestiti e produttivi dopo una prima fase di avviamento aiutata dal finanziamento pubblico (quanto risparmierebbe lo stato, fra l’altro, sulle spese di ordine pubblico, igiene e sanità, se gli immigrati anziché ghettizzati ed emarginati fossero integrati nel tessuto sociale e produttivo?).

Queste cose e altre simili, caro Alberto, avrei voluto leggere nella tua lettera e spero vivamente che le dirai nella prossima...
fraternamente,

Luigi Nicolis - S. Gimignano SI

Risposta alla lettera di Alberto Trevisan AN n. 1/2 - 1996 e articolo dello stesso su AN n. 3

Progetto gestione dei conflitti

a cura di Marco Bertoluzzo (Gruppo Abele To)

È ormai unanimemente condivisa la convinzione che nei mondi giovanili il disagio sia una componente assai frequente, capace di condizionare in modi a volte anche pesanti, la vita di ogni giorno.
Di una parte di questo fenomeno, quantitativamente la meno rilevante, si occupano o, per lo meno, si preoccupano le istituzioni e le agenzie educative: si tratta di quelle forme di disagio che provocano manifestazioni e comportamenti molto visibili e molto rumorosi e di rottura con l’ambiente esterno.
La delinquenza, le tossicodipendenze, le devianze violente e distruttive, le azioni di inciviltà più clamorose sono tutte espressioni forti di un equilibrio frantumato, che per la loro evidenza e per l’inquietudine che suscitano, sono in grado di richiamare l’attenzione pubblica e di spingerla all’iniziativa e all’intervento.
Su questo terreno, l’agire collettivo, può conoscere disattenzione, carenze ed inefficienze, ma non manca certo di esperienze di riferimento che, con gli anni, si sono sviluppate, radicate e via via anche raffinate.
Ciò non per dire che in questo campo non ci sia più niente da fare, o da dire, anzi, ci sono risorse da aggiungere alle poche esistenti e, soprattutto, c’è da programmarne e razionalizzarne l’uso assai meglio di quanto oggi non venga fatto. C’è però sul tema una cultura a cui guardare, e di conseguenza ci sono modelli d’azione a cui ispirarsi e ci sono conoscenze e dati di non lieve portata a cui riferirsi.
Al contrario, invece, di altre forme di disagio, assai più numerose e diffuse, molto poco si sa, ancor meno, poi, si fa per limitarne lo sviluppo.
Per questo è giusto palare di disagio silenzioso, raccogliendo con questa espressioni quelle fonti di sofferenza distribuite nella quotidianità che non producono, da parte di chi la vive, gesti o reazioni dirette molto visibili esternamente, ma che possono procurare difficoltà di non poco conto.
È, d’altra parte, ampiamente dimostrata l’inconsistenza di un’opinione, purtroppo largamente condivisa, che presuppone un rapporto tra gravità delle espressioni di disagio e intensità della sofferenza vissuta dal soggetto in difficoltà.
Ciò per dire che piccole esperienze negative possono “far molto male” e non produrre però, segnali evidenti e forti di rottura verso l’esterno. La lunga esposizione a queste influenze negative può produrre perciò, all’insaputa di tutti, condizionamenti di vita di difficile sradicamento successivo.
L’azione nei confronti di questo aspetto del disagio giovanile-minorile si impone, dunque, non solo da un punto di vista preventivo, ma ancor più forse, seguendo i percorsi oggi spesso trascurati, della tutela dei diritti.
Non par giusto infatti, che l’interesse comunitario si centri su quelle condotte adolescenziali che, per il rumore che producono, finiscono col preoccupare di più gli adulti perché capaci di minacciare “l’ordine costituito dalle cose”.
Questo interesse a senso unico, più degli adulti, in definitiva, che non dei giovani, finisce con l’essere pagato con una profonda indifferenza nei confronti delle posizioni di silenzio e di distanza che molti ragazzi sempre più spesso assumono rispetto ai loro ambiti esterni di vita (in particolare rispetto a quelli costituzionali e/o pubblici).

Da queste considerazioni prende il via la nostra proposta. Essa si dà come obiettivo quella di affrontare e concretamente uno, non certo l’unico, degli aspetti in cui si materializzano tante forme di disagio silenzioso.
Si tratta della questione relativa alla gestione dei conflitti e alla ricerca di una loro possibile mediazione.
L’impossibilità di trovare, nel corso dei conflitti che si vivono quotidianamente, riferimenti normativi e umani, capaci di soccorso e di appoggio, è fonte crescente di disagio e di insicurezza in particolare negli ambienti urbani.
E se ciò avviene, in generale, per tutti i cittadini, è inevitabile che avvenga con maggior sofferenza e lasciando “strascichi” più pesanti proprio nei più giovani.
È infatti gioco forza, che dalla solitudine in cui si viene lasciati, in questi casi, maturi e cresca la convinzione che queste situazioni debbano essere affrontate con quel “fai da te” improvvisato, povero di risorse, sgangherato che i giovani in genere e quelli più deboli fra di essi possono mettere in azione. Fughe dolorose, negazioni irrazionali, attacchi spropositati o bisogni imperiosi di risarcimento finiscono col lasciare i giovani di fronte ai loro conflitti sempre insoddisfatti e avvolti da sensi di colpa o da vissuti di inadeguatezza.
Da qui, per molti, scaturisce anche la tendenza a “vittimizzarsi” di fronte all’altro del conflitto, assumendo come proprio il ruolo passivo di chi è destinato a subire, magari sino a quando non capiterà di incontrare soggetti più deboli su cui rifarsi.
È questo è uno degli aspetti del circuito della violenza che, di questi tempi, tanto ci preoccupa.
Il tema del conflitto, da un lato, è quello dei processi di vittimizzazione, dall’altro, meriterebbero ben altri approfondimenti di quelli qui possibili, soprattutto in riferimento alla popolazione giovanile. I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e sui territori informali sono in realtà presenti nella vita di ciascun ragazzo e sono esperienze destinate a lasciar profondi segni nella sua crescita.
Perché, dunque, non cominciare ad occuparsene un po’ seriamente?
L’interrogativo non è solo utopistico e astratto.
Oggi la maggior parte dei paesi occidentali ed in particolare quelli che più ci sono vicini (vedi la Francia) hanno attuato e via via perfezionato tecniche e strategie di mediazione dei conflitti che si sviluppano in ambito sociale. Esistono in molte città, centri e servizi per la “mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole interesse in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei cittadini.

Il nostro gruppo sta da tempo seguendo molto da vicino queste esperienze ed in stretta collaborazione con l’Associazione C.I.P.M. (primo “centro per la promozione della mediazione in Italia”) si sta attivando per operare attivamente in questo settore (ad esempio formando propri operatori presso centri esteri alle tecniche di mediazione: ciò in considerazione del fatto che, in un settore così delicato, nulla, ovviamente, può essere improvvisato!)
Fra le numerose connessioni e collaborazioni in nostro possesso con le realtà estere più attive in questo campo ve ne sono anche - e molto strette - con città che stanno lavorando proprio sul terreno dei più giovani con particolare riferimento ai mondi della scuola e dell’educazione.
Su queste promesse di competenza si fonda il progetto che di seguito presentiamo.

Centro Giovanile per la gestione dei conflitti
premessa
L’iniziativa prende il via dalla considerazione che il disagio e la sofferenza, quando non producono gesti molto visibili o comportamenti di aperta rottura verso l’esterno, non richiamano l’attenzione pubblica né sono oggetto di iniziative e di interventi.
L’impossibilità di trovare riferimenti normativi e umani capaci di supporto e di appoggio nel corso di situazioni conflittuali è spesso fonte di ulteriore malessere e di grande insicurezza. Sono esperienze negative che possono fare molto male e condizionare pesantemente la quotidianità. Questo è tanto più vero nei confronti dei giovani che sono lasciati soli ad affrontare situazioni che spesso fuggono loro di mano, dalla cui gestione escono insoddisfatti, oppressi dai sensi di colpa.
Conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e nei luoghi di ritrovo sono realtà presenti nella vita di ciascun ragazzo e sono esperienze destinate a lasciare profondi segni nel percorso di crescita.
Sull’esempio di quanto già accade nella maggioranza delle altre città europee, e in stretta collaborazione con l’Associazione C.P.I.M. , il “Centro Giovanile per la gestione dei conflitti” si propone, nel territorio del quartiere, come uno spazio di facile accesso in cui l’esperienza del conflitto può trovare un ascolto competente ed un supporto per la ricerca delle soluzioni possibili.

obiettivi
Il centro ha individuato i seguenti obiettivi:
1) Promozione e diffusione nel territorio e in tutte le realtà di vita giovanile della cultura della mediazione, per far sentire in tutti i modi possibili che si può essere aiutati nella gestione dei conflitti (con particolare e più intensa attenzione nei confronti di giovani vittime di reati, di soprusi, violenze, prepotenze, torti.)
2) Costruzione di una rete di connessioni collaborative con gli ambiti istituzionali e non (polizia statale e municipale, tribunali minorile e ordinario, scuola, associazionismo, servizi socio-sanitari, ecc.)
3) Apertura di uno spazio di ascolto, in cui le narrazioni del conflitto possono liberamente essere espresse trovando una accoglienza disponibile e competente. Ovviamente non ci si sostituisce ad altri servizi, né si assumono competenze relative alla presa in carico psico-sociale dell’individuo. Proprio perché si affrontano temi relativi al conflitto deve essere evidente la neutralità di questo spazio rispetto a quelli istituzionali.
4) Predisposizione di opportunità di mediazione, perché le parti che liberamente lo scelgono, possano trovare un aiuto competente per cercare di superare le sofferenze prodotte dai vissuti di contrasto con l’altro.
5) Tracciatura di una mappa dei conflitti del territorio da cui trarre indicazioni per interventi progettuali e strutturali che possano alleggerire le tensioni individuate.
6) Preparazione del territorio per operare, in prospettiva, investimenti formativi di larga portata. L’azione di mediazione e di gestione dei conflitti trova infatti la sua piena realizzazione quando si arriva a preparare, alla gestione di questa funzione, soggetti rappresentativi del territorio, delle istituzioni e delle agenzie educative. Si deve pertanto prevedere l’esistenza di una seconda fase del progetto (realizzabile nel corso del 1996) in cui il Centro provvederà a formare alla mediazioni operatori, soggetti di riferimento sul territorio, e gli stessi ragazzi nelle scuole e negli altri spazi di vita.

L’equipe

L’èquipe che gestisce il centro e garantisce lo sviluppo e la realizzazione degli obiettivi indicati nel progetto è costituita da un gruppo multiprofessionale di 11 persone (laureati e diplomati in discipline diverse).
Tutti hanno maturato un esperienza di studio e di lavoro in ambito sociale, nei luoghi del disagio ed hanno seguito la formazione alla mediazione secondo il metodo del Centre de Mèdiation et de Formation à la Mèdiation di Parigi, modello di riferimento di questo progetto.
Oltre ai membri fissi dell’èquipe che, alternandosi in turni, consentono l’apertura quotidiana del Centro, alcuni collaboratori esterni si affiancheranno per la realizzazione di specifici progetti.

Inizialmente il Centro è aperto con il seguente orario:
Lunedì, Mercoledì, Venerdì : dalle 15:00 alle 18:00
Martedì, Giovedì : dalle 9:30 alle 12:30

I servizi attivati

Il centro è aperto tutti i giorni, al mattino o al pomeriggio, in modo da garantire fin dall’inizio la presenza nel quartiere, lo spazio d’ascolto e l’attivazione del servizio di documentazione e informazione.

Lo spazio di ascolto:
Nell’orario di apertura del Centro sono sempre presenti due operatori disponibili ad accogliere le richieste delle persone che volessero contattarci. Fin da ora, se dovessero giungere richieste di mediazione dei conflitti, un’èquipe di 3 mediatori è disponibile per le sedute.

Servizio di documentazione e informazione:
I temi trattati saranno inerenti ai conflitti, alle diverse modalità con cui possono essere gestiti; alla mediazione, documentata nelle sue possibili applicazioni e nei differenti metodi; alla gestione pacifica dei conflitti, alle dinamiche dei conflitti di gruppo, ecc.
Per questo servizio il Centro usufruisce di tutto il materiale raccolto precedentemente dal C.I.P.M. (Centro Italia Promozione Mediazione) e dal Gruppo Abele. Parte quindi già dotato di ampia raccolta di articoli, riviste, esperienze e testi, per la maggioranza stranieri, dei quali, almeno i più significativi saranno tradotti. Il Centro di documentazione sarà tenuto aggiornato sia per quanto riguarda le pubblicazioni che le esperienze.

Sensibilizzazione del territorio:È
iniziato il primo contatto con le altre realtà sociali già presenti nel quartiere (centri, associazioni, cooperative, gruppi giovanili, ecc.). Questi incontri hanno l’obiettivo di avviare la reciproca conoscenza, di presentare le attività, gli scopi e le modalità operative del Centro, diffondendo una maggiore conoscenza delle dinamiche del conflitto e delle possibilità della sua gestione. Consentono di individuare possibilità di collaborazione con le realtà che da tempo sono presenti nel territorio della circoscrizione. Inoltre costituiscono il punto di partenza per arrivare a tracciare la mappa dei luoghi dove i conflitti sono più presenti.
Sono già iniziati gli incontri con i presidi delle scuole superiori ai quali è stata data una prima informazione rispetto all’attività del Centro ed è stata richiesta l’autorizzazione a partecipare alle assemblee degli studenti e poter così parlare direttamente con i ragazzi.
Per le altre scuole e per le altre sedi istituzionali fisseremo gli incontri a partire a Gennaio, mentre già in questi giorni sono in corso i contatti con le associazioni giovanili presenti nella circoscrizione.
Il volantino illustrativo dell’attività del centro sarà distribuito porta a porta, nelle parrocchie, nei centri di ritrovo del quartiere.
L’informazione dell’apertura e dell’attività del Centro giungerà direttamente alle famiglie con il giornalino “Passaparola”. In tempi brevi pensiamo perciò di completare capillarmente la diffusione dell’informazione.

Indignamoci di più’, gridiamo di più’

di S. Canestrini

Il dubbio si presenta spesso nella coscienza di chi, pur essendo uomo di legge, non crede che diritto e giustizia siano termini che si equivalgono e che il piccolo tribunale dentro di noi, che giudica le nostre azioni, debba emettere sentenze pari a quello togato. Sì certo, Antigone, certo il genio di Sofocle che ben più di 2000 anni fa aveva impareggiabilmente illuminato il problema indicando anche la soluzione. Dramma antico? Soluzione già sicura per tutti? Non direi.

Ho letto recentemente che uno studioso americano della seconda guerra mondiale ha trovato gli atti di un terrificante “procedimento penale”. In un campo di concentramento di soldati nazisti, in Olanda, già ormai verso la fine della guerra, una “inchiesta interna” aveva scoperto che due prigionieri non erano stati catturati dalle truppe americane come tali, ma si erano consegnati agli stessi, disertando. Inchiesta di chi? Degli ufficiali nazisti ai quali gli americani consentivano, entro il perimetro del campo, ancora tutti i diritti di comando e anche di punizione. I fanatici nazisti avevano anche instaurato un “tribunale di guerra” interno che giudicò i due disertori e li condannò a morte perchè riconosciuti tali. I due disgraziati, inutilmente, si appellarono al comandante americano del campo di concentramento il quale rispose loro che questi erano affari interni tedeschi e che non poteva farci nulla. I due finirono giustiziati. Anche un recente film raffigura questa terribile realtà pressappoco a soggetto analogo. Al di là dell’esasperato formalismo giuridico (ve la immaginate una richiesta di prigionieri alleati o di detenuti a Dachau o a Buchenwald rivolta al comandante del campo?) vi era chiaramente sottinteso un patto (tra la grande potenza vincitrice e la grande potenza vinta) di particolare considerazione verso quest’ultima in funzione dell’inizio di quella guerra fredda che si sapeva stava per iniziare.

Andiamo in Svizzera, paese indicato come il paradiso della libertà. É notizia di questi ultimi mesi che quello stato ha solo ora riabilitato un ex capitano di polizia morto nel 1972 che era stato cacciato dal corpo perchè, durante gli anni dei nazisti, si era adoperato per salvare un gruppo di ebrei che stava fuggendo dalla Germania e, attraverso le fatiche e le nevi era penetrato nel territorio della Repubblica Elvetica. A quell’epoca (è opportuno ricordarlo) la Svizzera era piuttosto tenera o, almeno tiepida, verso la Germania per paura di una invasione, tant’è nel 1938 fu emanata una legge per la quale agli esuli ebrei non veniva riconosciuto lo status di profughi e i poveretti, che si presentavano alla frontiera, venivano respinti nelle mani dei loro aguzzini, ormai carne per il forno crematorio. Il capitano Paul Gruniger violò questa disposizione, trovò il modo di far passare gli ebrei, e finì davanti ad un Tribunale che lo condannò al carcere come cittadino che aveva violato la legge.

In tempi più vicini, nella tremenda ultima notte che gli Stati Uniti avevano concesso al sanguinario dittatore di Haiti, per permettergli di fare le valigie e proteggiergli così la partenza verso un dorato esilio, sottraendolo all’ira popolare, il dittatore aveva deciso di lasciare dietro di sé una scia di sangue facendo decapitare i capi dell’opposizione imprigionati.

Il tenente americano competente su quella zona nella quale doveva mantenere - per il passaggio dalla dittatura alla democrazia - l’ordine pubblico, venuto a sapere di ciò, inorridito, chiese istruzioni a Washington per sapere se poteva intervenire a salvare dalla morte i condannati. Gli fu risposto che si occupasse dei fatti suoi. Egli violò l’ordine, penetrò con forza nelle carceri e mise in libertà coloro che stavano per essere fucilati. Il tenente finì davanti alla corte marziale ed oggi è in galera.

Ci decideremo a pensare un po’ a fondo a questi problemi? A chiederci cos’è la giustizia? A come poterla conciliare con la vita e con l’umanità? Ci decideremo a considerare che la legge scritta spesso è crudele e quasi sempre ipocrita e deve, non solo può, essere violata dagli onesti, nei casi in cui sono in gioco principi fondamentali di libertà? L’obiettore di coscienza Jagerstatter, che si rifiutò di vestire la divisa nazista, fu fatto impiccare da Hitler. C’era una legge che prevedeva ciò: ma era giusta? era nel solco della storia o non piuttosto fondata sul principio della violenza e della dittatura?

Io credo che abbia ancora una volta ragione Alex Zanotelli quando scrive: “Sento il bisogno di indignarmi, sento il bisogno di gridare”. Dunque, indignamoci di più, gridiamo di più.

Sandro Canestrini

Recensioni

Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta
di Gianni Catania, Ed. Gruppo Abele

Dice un vecchio proverbio piemontese: “becana vita sana”, ovvero chi usa la becana (termine dialettale di bicicletta) conduce una vita sana.
Ancora oggi in molte cittadine della Padania, anche se meno di un tempo, si vedono persone anziane, sia uomini che donne, sbucare sulle loro bici dalle fitte e grigie nebbie che sovente avvolgono questi luoghi e pedalando lentamente, quasi con una antica saggezza zen, accudire autonomamente agli impegni della vita quotidiana.
Ma le ultime due generazione hanno progressivamente dimenticato la saggezza dei nonni, sebbene si noti qualche segnale di inversione di tendenza, vuoi per necessità o per ripensamento. Per accelerare queste tendenze, ammesso che esistano, occorre svolgere un’opera di educazioni dei giovani e di rieducazioni degli adulti.
A questo scopo è di grande utilità il libro di Gianni Catania, Amica Bicicletta, pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele. È un manuale completo, che spazia dagli aspetti più motivazionali, ecologici, di principio, di critica dei mezzi di trasporto a motore, soprattutto l’automobile, agli aspetti più tecnici, di manutenzione, autocostruzione e organizzazione dei sistemi di trasporto.
Frutto di un lungo, meticoloso e sofferto lavoro, è uno strumento agile, chiaro e completo allo stesso tempo, con una appendice in tre sezioni: legislazione sul traffico, associazioni di cicloecologisti, bibliografia ragionata.
Il libro è corredato da molti schemi, dati tecnici, tabelle e persino da qualche semplice formula di fisica elementare che aiutano a comprendere meglio i principi sui quali si basa questo strumento ancor oggi insuperato di integrazione uomo-macchinna.
Con un equilibrato dosaggio di aspetti tecnici, pratici, critici e di motivazione, l’autore riesce a trasmettere una impressione di amichevole rapporto, una sorta di viaggio da compiere insieme tra l’uomo e la sua bicicletta.
A questo punto è spontaneo l’accostamento al fortunato romanzo di Robert Pirsig, tanto che si è indotti a definire il libro di Gianni, un manuale sullo “zen e l’arte della manutenzione della bicicletta”. Per farne veramente un trattato zen manca solo un capitolo. Ma per affrontare questo ultimo e impegnativo compito occorrerebbero forse la competenza e l’autorevolezza di un maestro come Thich Nhat Hank al quale si dovrebbe chiedere di estendere le semplici ed efficaci tecniche di meditazione camminata anche alla “meditazione pedalata”.

Nanni Salio

PEACELINK FOR AFRICA

di Enrico Marcandelli

Riportiamo qui la sintesi del diario di viaggio di Enrico Marcandalli, responsabile della campagna “PeaceLink for Africa”. Enrico È andato in Kenya a mettere a punto il Media Centre con cui padre Kizito vuole realizzare in Africa un’esperienza di comunicazione per la pace, i diritti umani e la solidarieta’. Kizito - oltre che missionario - È anche un giornalista ed È stato in passato direttore del mensile comboniano “Nigrizia”. È nato in Italia, il suo nome È Renato Sesana; “Kizito” È un soprannome, cosi’ si chiamava un martire africano. Kizito ha conosciuto Enrico nel 1995 ed È subito nata una collaborazione molto intensa. Posta elettronica, impaginazione e stampa con il computer, progettazione e diffusione via modem della rivista “Africanews”: questi i progetti che si stanno concretizzando.
Sulla rete telematica PeaceLink È stata creata una banca dati telematica sull’Africa. Enrico - che abita e lavora a Milano - È autore di libri di informatica e telematica ed È andato a Nairobi da volontario, pagandosi il viaggio e utilizzando alcuni giorni delle sue ferie.

Arrivo a Nairobi: “Alt! Polizia!”
Partenza per il Kenya: 28 ottobre 1995. Vado da padre Kizito, missionario comboniano. Volo buono, con bel tempo. Arrivo a Nairobi in perfetto orario. Al passaggio del cancello per uscire dagli arrivi internazionali, un gruppo di funzionari mi ferma e mi fa aprire la valigetta con dentro il fax. È un apparecchio per Kizito. Lo sapevo che non passavo! In breve mi dicono che non posso portare dentro il fax, che È illegale e... mi chiedono dei soldi. Prima 300 dollari e poi arrivano a 100. Io dico che non ho intenzione di pagare e loro insistono. Dico che il fax È per me e che me lo riporto indietro. Niente da fare. Apro il portafoglio e.... meno male che avevo solo 80 dollari. Passato il gruppo, sto per uscire. Alt! Mi fermano di nuovo. Questa volta È la polizia in borghese. Mi chiedono i documenti, vogliono sapere da me, come mai ho dato dei soldi al gruppo precedente. Rischio uno salasso senza fine...
Meno male che Kizito, che stava fuori, si È accorto della cosa ed È intervenuto, intimando di lasciarmi stare, altrimenti il loro nome sarebbe comparso sul “Nation” (il piu’ diffuso quotidiano keniota su cui scrive Kizito). Non c’È male come arrivo!
Sono in Africa.
Kizito mi porta a Bethany House, nella casa dove sta ora e dove vive con il vescovo, mons.Mazzolari. Li’ c’È anche un ingegnere italiano in pensione, È qui per dare una mano. C’È poi un altro vescovo sudanese in esilio ed altri ancora. Insomma, dormo tra due guanciali; in una casa con alcuni preti e due vescovi.

Primo giorno a Nairobi, ragazzi eccezionali
Ho trascorso la mattinata scorrazzato in auto da Kizito per un primo giro di Nairobi. Non la Nairobi bene, ma quella degli slum, le baraccopoli dove si accatastano centinaia di migliaia di persone senza luce, nÈ acqua nÈ sistemi di fognature. In effetti, passando al limitare della baraccopoli si sente un lezzo incredibile.
La mattinata È iniziata comunque con una messa (celebrata da Kizito) in una universita’ di Nairobi (un po’ fuori).
La cosa che mi ha stupito È che nello stesso salone, subito dopo la messa cattolica di Kizito, si celebrava una messa protestante, cosi’ senza fare tanto casino. Da noi sarebbe impensabile. Pomeriggio passato ancora in giro con Kizito. Siamo andati a casa di un giornalista di New People che vive in uno slum. Ha voluto ospitarci a casa sua: una baracca di pochi metri quadrati, dove non c’era nemmeno un lavandino o un fornello. Grandissima ospitalita’, pur non avendo quasi niente. Ho provato un po’ di timore, pur accompagnato da Kizito. In questo slum la settimana scorsa, durante uno scontro tra due tribu’, sono morte sette persone. Kizito si sta adoperando, tramite questo giornalista, per fare un incontro di pacificazione con i capi delle due tribu. La tappa successiva mi ha portato a Koinonia, nella comunita’ che si occupa dei bambini di strada di Nairobi. Koinonia sorge nel quartiere di Riruta, al limitare di un altro slum, dove vivono i bambini di strada del “progetto Koinonia”.
Ho fatto un breve giro dello slum con un ragazzo masai che mi ha anche presentato alcuni bambini di Koinonia. Mi hanno mostrato le cataste di latta, plastica eccetera che raccolgono da vendere.
In genere questa Africa viene snobbata dai giri turistici e quindi ci si crea una immagine ideale che non ha niente a che vedere con la realta’. Ora mi trovo nella comunita’ di Koinonia, con Albert, Andrea, Michael, e altri di cui imparero’ il nome nei prossimi giorni. Ragazzi davvero eccezionali.
Nati negli slum e che ora, pur avendo studiato e un buon lavoro, si danno da fare per risolvere la situazione dei poveri del Kenya. Qui si fa tutto a turni, cucina, pulizie eccetera. Ognuno ha una sua camera. Durante il giorno sono tutti via, chi al lavoro chi a scuola. Poi alla sera si ritrovano insieme. Per cena abbiamo mangiato pesce del lago Vittoria. Dopo cena, prima lezione di computer con Andrea. Sono molto curiosi e imparano in fretta. Davvero molto intelligenti, non come i nostri colletti bianchi che si danno un gran da fare per sollevare solo polvere.
Penso che faranno grandi cose, naturalmente con l’aiuto di Kizito. Stanno mettendo in piedi il Media Centre, la casa editrice di AFRICANEWS. Se i lettori dei paesi del nord sapessero da dove arrivano le notizie e gli articoli e in quali condizioni.... Qui, e non È una esagerazione, si fanno davvero i miracoli.

Secondo giorno: tra zanzare e Internet
Prima notte a Koinonia davvero incredibile. Mi sono rifugiato sotto le coperte per tutto il tempo per via delle zanzare. Ieri sera avevamo lasciato la porta della mia camera aperta e quindi era piena di zanzare. Per di piu’ ho lasciato l’Autan nella valigia che È ancora all’aeroporto di Roma... mannaggia. Praticamente non ho dormito un cazzo. Comunque anche la notte È passata. Ho trascorso la mattinata con Clement, uno dei ragazzi della comunita’, in giro per le strade di Nairobi. Ha piovuto tutta la notte e gran parte della mattinata e quindi le strade di qui sono inagibili. La maggior parte delle strade della periferia di Nairobi sono di terra battuta, con buche enormi. Nairobi È una citta’ fatiscente. Vista dalle colline È molto bella, con gli enormi palazzi di vetro e il centro commerciale. Ma se ci si cala nelle strade a contatto con tutta la gente che la popola si vede immediatamente un’altra faccia.
Pomeriggio passato a Koinonia con Eric, bambino di 8 anni adottato dalla comunita’. È molto intelligente, sa leggere benissimo in inglese e mi ha letto un libretto. Un bambino di 8 anni con una calma incredibile, quasi rassegnazione. Poi, dopo cena, riunione con tutti i ragazzi e
Kizito che mi faceva da interprete nella mia spiegazione di Internet. Spero proprio che imparino e riescano a fare qualcosa di buono. Se lo meritano solo per lo sbattimento in queste condizioni. Ne sono certo.

Terzo giorno, posta elettronica al Media Centre
Questa seconda notte a Koinonia È passata bene, grazie alla zanzariera di Kizito. No mosquito... yeah!
La mattinata È iniziata con la pioggia (very raining).
Alle 9 si presenta Kizito con Isaac, un tecnico della Thorn Tree, il service provider che fornisce la posta elettronica Internet a Kizito. Isaac ha installato il programma di e-mail per Koinonia e ha sistemato le connessioni con il telefono. Dopo un’ora o forse piu’, veniamo a capo della faccenda. Le linee qui in Kenya sono very noisy: disturbatissime. Per beccare una connessione occorrono diversi tentativi, ma tutto funziona.
Ora anche la comunita’ di Koinonia ha un indirizzo Internet:

Per i ragazzi È veramente importante, lo È anche per il Media Centre Africa News in fase di realizzazione.
Pranzo a Bethany House con Mons. Mazzolari, Kizito e un vescovo sudanese in esilio (persona davvero squisita che parla anche italiano). Dopo pranzo sistemo il computer di Bethany House che serve anche per il SCIO, il comitato che sostiene la pacificazione in Sudan. Indirizzo di posta elettronica:
La sistemazione di questo computer richiedera’ la mia presenza anche domani mattina, quando arrivera’ la nuova segretaria di Mons. Mazzolari.
La serata trascorre in compagnia dei ragazzi di Koinonia, cena a base di pesce, un po’ piccantina. Dopo cena, seconda lezione su Internet e posta elettronica con dimostrazione pratica scrivendo un messaggio dalla nuova postazione. Il primo messaggio verso l’Italia lo spedisco ad Anna, mia moglie. Nel vedere partire questo messaggio sento un attimo di nostalgia.

Quarto giorno: il reggae di Kizito
Mattinata passata a Bethany House a insegnare a Carol (carina), la nuova segretaria di mons. Mazzolari, a usare lo scanner e Omnipage per convertire le pagine scannerizzate in testo. Oltre le mie aspettative. Ha imparato tutto in fretta e a fine mattinata avevamo gia’ scannerizzato una pagina, corretti gli errori e impaginato su tre colonne con una foto inserita nel testo.
Mi convinco sempre di piu’ che la gente di qui ha delle grandi capacita’ di apprendimento... unica cosa (e non da poco) mancano i mezzi. Il pomeriggio sono tornato a Koinonia e, armato di impegno, ho installato tutto: computer, stampante, scanner e casse stereo (e si’.... qui amano molto la musica) e tutto per fortuna funziona al primo tentativo. Morale.... mentre noi siamo nella sala a mangiare, di la’ nella mia camera dove abbiamo installato il computer, Kizito si sta divertendo con la musica dei vari CD-ROM che ha portato dagli Stati Uniti. Dovreste vederlo come si agita al suono di un reggae. La serata prosegue con un’altra lezione di posta elettronica. Leggiamo tutti insieme la risposta di mia moglie Anna da Milano e scriviamo altri messaggi.

Quinto giorno, kiswahili con accento lombardo
Sveglia prestissimo (ore 6,15) e colazione. Alle 7,15 si parte per Kitale, 400 km da Nairobi. Siamo io, mons. Mazzolari e Joseph, l’autista di Bethany House.
In poco tempo siamo fuori da Nairobi. Sembra che la vita fuori dalla citta’ sia un po’ piu’ dignitosa. Ci sono molte mucche e verdura ai lati della strada.
Il punto piu’ bello È quando arriviamo dall’alto sulla Rift Valley: un solco lunghissimo che parte dalla Somalia e arriva nel Malawi, nei pressi del Sud Africa. La vista spazia su tutta la valle coltivata; in questa parte del Kenya È maggiore l’insediamento dell’uomo e quindi anche le coltivazioni.
Hanno un sacco di verdura: patate, carote, verze, e altra ancora; e frutta: manghi, papaia, avocado, arance. Lungo i fianchi della strada ci sono donne e bambini che vendono la loro verdura. Piu’ avanti vedo bambini che pascolano pecore e mucche.
A Nakuru incontriamo il lago omonimo e vediamo da lontano stormi di flamingo. La vista dalla strada È bellissima. Attraversando il parco nazionale di Nakuru vediamo mandrie di zebre che pascolano ai margini della strada.
Arriviamo a Kitale. Poco fuori Kitale deviamo per una stradina di terra per andare dove sorgera’ il centro che mons.Mazzolari doveva vedere. Ci sono due amici italiani che avevo gia’ visto a Bethany House: Giuseppe e Franco che sovraintendono i lavori.
Franco È una persona simpaticissima. Parla kiswahili con accento lombardo. Franco È un ex-comboniano, ex-operaio, ex-lavoratore volontario di ONG e ora lavora per i Verona Fathers (comboniani di Nairobi). Come? Mah... fa un po’ di tutto, sovrintende i lavori di muratura, di carpenteria, eccetera. È stato in Burundi, in Nuova Guinea e ora in Kenya. Con lui parliamo un po’ di tutto: di Alex Zanotelli, del significato del volontariato in Africa e dei problemi con gli africani, del fatto che - passata la fase efficientista che ha causato i disastri che sappiamo - ora siamo nella fase misterica, quella che parte dalla fede. Secondo lui, ogni intervento di volontariato laico in Africa È destinato a fallire perchÈ si scontra con uno stato di cose che non puo’ cambiare con la mentalita’ occidentale. Solo chi si apre completamente agli africani e si carica sulle spalle la loro croce puo’ entrare nei loro cuori.
Mentre torniamo, a Nakuro incontriamo un violento temporale e, a fianco della strada, vedo i bambini che tornano da scuola e si devono fare diversi chilometri a piedi nudi, sotto l’acqua, con i loro vestiti tutti uguali e, soprattutto, con un costanza che noi non riusciremmo ad avere neanche tra mille anni. I bambini sono quelli che mi fanno piu’ compassione, forse perchÈ li vedo cosi’ indifesi di fronte a una situazione talmente difficile da affrontare tutti i giorni.
Il viaggio di ritorno lo abbiamo fatto su una fuoristrada che sobbalza a ogni cunetta o buca della strada e qui, sulle strade del Kenya ce ne sono davvero molte... non È cosa per i deboli di stomaco. Franco ha messo tre sacchi di fagioli sull’auto per sobbalzare un po’ meno.
A Koinonia stasera niente lezione, i ragazzi sono troppo intenti a giocare con il computer e quindi rimandiamo a domani. Finalmente posso distribuire le Smemorande e loro ne sono davvero felicissimi!

Sesto giorno, grattacieli e savana
Oggi giornata di riposo....
A Bethany House ho sistemato un po’ di cosine ai computer di Kizito e ho fatto ancora un po’ di lezione a Carol che È piu’ svelta di me.
Verso le 16 io e Kizito siamo andati a parco nazionale di Nairobi. È bellissimo. Il contrasto della savana con i grattacieli della citta’ in lontananza rende ancora piu’ suggestivo il tutto. Il parco È un grande triangolo di 50 Km per lato, con delle stradine di terra che lo attraversano. Tutto molto bello, molto inglese. Abbiamo incrociato subito due giraffe, un rinoceronte (cosa rara) e poi un sacco di antilopi e gazzelle. Abbiamo girato per due ore in auto (fuoristrada) fermandoci ogni tanto a osservare. Kizito mi parlava degli animali, delle piante e cosi’ ho scoperto un altro Kizito, non solo impegnato nella causa religiosa e umana, ma anche amante dell’Africa. Abbiamo vissuto anche l’ora piu’ bella dell’Africa: il tramonto, con molte nuvole in cielo che filtravano i raggi del sole... un paesaggio da sogno. Questa Africa - che poi È quella idealizzata da noi europei - È nettamente in contrasto con la realta’ delle persone ammassate nei sobborghi della citta’ che vengono ignorati dai giri turistici. Appena si esce dal parco diventa lampante la vera realta’... quella delle persone attaccate ai bus e che a migliaia fanno ritorno alle proprie povere case.

Settimo giorno con i bambini di strada
Oggi È sabato e a Koinonia arrivano gli street children, i bambini di strada che i ragazzi di Koinonia cercano di recuperare un pochino dando loro la dignita’ che hanno perso negli anni passati, abbandonati a se stessi negli slum, tra furti, droghe (colla da falegname sniffata) e una vita che li rende adulti prima del tempo. Alle 9,30 arrivano i primi. Poi arriva un medico tedesco che parla un po’ di italiano e con lui andiamo al mercato a comprare un po’ di polli per i bambini. Il mercato È immerso nello slum e le bancarelle sono dei piccoli rialzi in un vero fiume di fango e qualcos’altro che puzza di fogna. Vi si vende di tutto, dalle verdure, ai tegami, ai vestiti e.... anche i polli.
Ora.... noi siamo abituati ad andare al mercato a comprare il nostro pollo arrosto gia’ cotto e pronto da mangiare. Qui i polli... sono vivi. Gli tagliano il collo e li spennano davanti a te, li puliscono e te li mettono in un sacchetto. Tutta un’altra cosa: un rapporto con il cibo che noi abbiamo perso, che solo i nostri vecchi e chi vive in campagna ha conservato. In questo mercato, dove naturalmente la gente di qui va a comprare le proprie cose, noi non faremmo un solo metro in avanti, arretrando davanti al fango e alla puzza. In effetti l’Africa È davvero forte. Tutto piu’ forte che da noi, sia i profumi intensissimi, sia la puzza. Noi siamo come anestetizzati. L’odore delle cose, del cibo, della gente; i colori portano una fisicita’ davvero diversa. Il rapporto con l’altro, l’accalcarsi sui bus, non È fastidio, ma semplicemente contatto umano. Per noi È davvero difficile da vivere, abituati come siamo al... stammi a una spanna. È una esperienza che in 10 giorni ti stimola solo e ti provoca sentimenti misti di compassione per la poverta’ e di rifiuto per le cose sgradevoli. Penso che solo dopo un certo periodo entra in te la consapevolezza e l’accettazione di questo mondo.
Tornati dal mercato, a Koinonia sono gia’ arrivati quasi tutti i bambini. Si organizzano subito: chi per lavare le proprie cose (poveri stracci messi a casaccio, scarpe di due o tre numeri in piu’) altri invece organizzano il la cucina all’aperto. Ti vengono incontro ti toccano e ti stringono la mano (hanno un loro modo di salutare). Qui in Africa, anche il piu’ povero che incontra uno sconosciuto gli chiede: “how are you?” e gli porge la mano per salutarlo.
A pranzo, la preghiera viene recitata da loro e in questo si vede la dignita’ che hanno conservato: tutti si coprono il volto con le mani mentre pregano. Dopo pranzo, lavati i piatti, si fa lezione. Oggi, in occasione del passaggio di un medico della Zambia amico di Kizito che partiva per Roma si sono organizzati due gruppi. Uno con il medico tedesco come insegnate e uno con il medico zambiano. Lui spiega ai bambini come È formato il nostro corpo, illustrandogli quali sono le sostanze e i cibi che fanno bene e quali fanno male, arrivando in breve a parlare della droga. Spiega loro i disastrosi effetti che provoca la droga sui loro piccoli corpi e loro sono attentissimi, tranne alcuni che dormono con la pancia troppo piena.
Non so che dire, forse È come fare un buco nell’acqua o come voler svuotare l’oceano con un cucchiaino, ma oggi davanti ai miei occhi si È compiuto un miracolo che solo il cuore (per i non credenti) e la fede (per credenti) hanno aiutato a compiersi.
In effetti, la nostra cognizione della vita che se non si ottengono grossi risultati non se ne fa niente, qui in Africa non ha senso. Anche piccole azioni, tese a creare un po’ di speranza, possono significare molto per gli altri.

Ottavo giorno a Korogocho
Oggi, domenica io e George siamo andati a Korogocho, una baraccopoli di Nairobi. A Korogocho opera padre Alessandro Zanotelli: padre Kizito, per incontrarlo, deve impiegare due ore all’andata e due ore al ritorno, totale quattro ore di viaggio e di traffico caotico. Korogocho È un’enorme ammasso di baracche di legno, cartone, argilla e con i tetti di lamiera. Non ci sono scarichi per i rifiuti solidi e liquidi e quindi le stradine sono percorse da fiumiciattoli di.... non so, ma dalla puzza posso ben immaginare. La gente di qui, come al solito, È poverissima ma molto gentile, tutti i salutano e ti danno la mano. In breve siamo alla missione comboniana che sorge piu’ o meno nel centro della baraccopoli. È, come dire, un’area di salvezza non solo spirituale. Oggi, essendo domenica, È pieno di gente che aspetta la messa. È uno dei primi esperimenti di inculturazione, cioÈ adattare la liturgia cattolica alla cultura e alle religioni tradizionali africane. Solo la durata (2 ore e mezza) ne È la conferma. La messa È quasi interamente cantata da un gruppo di ragazzi e ragazze di Korogocho al ritmo delle congas e viene recitata dal padre in Kiswahili. La liturgia non viene stravolta ma integrata con cerimonie tradizionali e quindi diventa piu’ vicina a tutti gli abitanti. Padre Alex Zanotelli non c’È: È andato in Italia.
Nel pomeriggio a Koinonia c’È un incontro del gruppo pacifista di People for Peace con i ragazzi della comunita’. Kizito prepara una festa. Torta e gelato, the e caffÈ per tutti e poi un breve discorso di Andrea che spiega la loro esperienza di vita in comunita’. Anche oggi la giornata È trascorsa tra mille cose nuove. Per descriverle tutte ci vorrebbe un libro.
Siccome oggi È stata una bella giornata di sole e ieri non ha piovuto, il serbatoio d’acqua di Koinonia È vuoto, quindi niente acqua per lavarsi. Qui, quando non piove si devono fare un chilometro con le taniche per andare a prendere l’acqua. Arriva anche quella dell’acquedotto, ma la quantita’ È davvero ridicola.

Nono giorno, io e il water
Oggi giorno di relax e spese. Io e Clement andiamo in citta’, nel quartiere bene di Nairobi. Entrando nel grande complesso vediamo ragazzi che giocano e che si tuffano in piscina. Altro che slum. Qui si trattano davvero bene.
Per la strada, mentre ci avviciniamo, passiamo davanti al Centro Culturale Italiano di Nairobi e vediamo i bianchi che giocano a basket in un bel campo recintato e protetto da guardie armate. Non so se vergognarmi di essere bianco o italiano, oppure tutte e due le cose.
Pomeriggio andiamo a Bethany House. Chiedo a Kizito di poter fare una doccia da loro... ne ho davvero bisogno e, io, ricco cittadino del nord del mondo, non so adattarmi ai ritmi di vita (igiene compresa) di Koinonia, dove tutto È molto spartano. In effetti qui quando manca l’acqua È davvero un problema. Vedi gli stronzi degli altri galleggiare nel water e non puoi farci niente se non aggiungerne degli altri.
Kizito È impegnatissimo, come tutti i giorni, in mille cose. Ha un articolo da scrivere, ha due persone dei Nuba (Sudan) da ricevere e altre cose importanti: non so come faccia.
Qui in Africa non si possono sostenere i ritmi europei: solo il clima non lo consente. Hai come una spossatezza permanente e ti serve maggior riposo che non da noi. Con lui parliamo un po’ di tutto. Di Koinonia, del bollettino di Africa News che partira’ e poi, del Sudan, sua croce e delizia. Una nazione dove una feroce dittatura viola sistematicamente i diritti umani. Capisco che Kizito ci tiene particolarmente alla gente del Sudan, lo si vede dalla luce diversa dei suoi occhi quando ne parla. Sembra che la causa sudanese sia in mano solo a un esiguo gruppo di persone, tra cui Kizito. È davvero sconcertante.

Decimo giorno, vita da cani
In mattinata arrivano alcuni street children per lavarsi i vestiti e fare colazione. Ne fotografo un paio per Kizito. Nell’osservarli vedo dei bambini cresciuti che non hanno niente se non le loro povere cose. In effetti stanno lavando solo stracci. Un cane tutto spelacchiato li accompagna e si accuccia in un angolo del porticato; in serata sapro’ che È stato fatto fuori dalla polizia perchÈ aveva morso la gamba a una persona... proprio vita da cani. I bambini ingurgitano voracemente il the e il pan carrÈ (qui c’È solo questo come pane) come se non mangiassero da una vita e... forse È proprio cosi’.

Undicesimo giorno: “Goodbye Koinonia”
Questo per me È l’ultimo giorno di permanenza a Nairobi.
Pranzo a Bethany House dove sistemo nel pomeriggio un programma sul loro computer. Kizito È indaffarato con l’installazione di una antenna da ricetrasmittente. A volte piu’ che un prete mi sembra un comandante guerrigliero.
Ritorniamo a Koinonia nel pomeriggio, che passo in compagnia di Clement e Specioza, installando un programma sul computer e insegnando loro qualche cosa. È quasi ora di cena, anche se non c’È niente di pronto. Qui infatti È tutto alla giornata, il cibo si compra per il giorno stesso in cui viene consumato. La vita africana È cosi’, forse per i pochi soldi o forse per un modo di vita che segue la difficile natura e piuttosto che contrastarla si adegua. Tutte le volte che ritorno a Koinonia e vedo tutta la gente che cammina per queste strade sconnesse, non posso che pensare a quanto noi siamo attaccati alla nostra vita comoda.
Questa sera tutti a cena a Koinonia, compreso Kizito che ha portato della carne cucinata apposta per noi. Infatti È l’ultima cena che facciamo insieme. È tutto molto emozionante. Ti prende come un nodo alla gola. Vedi le persone sotto una luce diversa. Magari nei giorni scorsi non ci facevi caso, ma ora che È venuto il momento di andarsene si’. Io ho fatto preparare una torta per l’occasione con su scritto “Goodbye Koinonia by Enrico”.
Questa sera sembra tutto piu’ buono, anche il riso che ha preparato Richard, che È caduto a terra e poi È stato rimesso nella pentola. Dopo cena È il momento piu’ emozionante per me, ma anche per loro: i ragazzi che mi hanno ospitato in questi 11 giorni. Parla Albert a nome di tutti e mi ringrazia per i giorni che ho dedicato a loro. La loro speranza È che io ritorni qui tra loro. È anche la mia: piu’ che una speranza È una promessa. Io ringrazio tutti, Kizito innanzitutto per l’ospitalita’ e per tutto quello che loro hanno insegnato a me in questi giorni, al di la’ di ogni nozione tecnica che ho fornito io. C’È un rapporto che solo il contatto affettivo tra le persone puo’ creare. Tra le mille difficolta’, le novita’, mi sono innamorato di queste persone e penso che le portero’ nel mio cuore. Mi rendo conto immediatamente di questa cosa arrivando all’aeroporto, gettato di botto nel mondo occidentale. Mi manca perfino l’odore acre della pelle nera. Mi infastidiscono i discorsi dei turisti che aspettano l’imbarco e rimpiango l’enorme umanita’ della povera gente che ho conosciuto. Albert, Andrea, Richard, George, Clement, Specioza, Michael, Eric e tutti i bambini di Koinonia.
Padre Kizito, che in fondo È davvero un padre, con le sue grandi braccia ci raccoglie tutti e ci illumina la via in queste lande desolate.
Grazie amici!

Nuovamente ribadito il diritto a dichiararsi obiettori al servizio militare in qualsiasi momento.

(Sentenza della Ia sez. penale della Cassazione).

Su azione Nonviolenta dell’Aprile 1995 avevamo già informato che, in vari procedimenti penali militari, erano stati assolti dal reato di mancanza alla chiamata alle armi, vari obiettori che si erano visti respingere la domanda di obiezione al servizio militare unicamente perché presentata in ritardo rispetto ai termini di legge; era stata accolta la tesi che in una materia così profonda come l’obiezione di coscienza al servizio militare, non si poteva imporre un “termine temporale” alla coscienza dell’individuo, inoltre la stessa legge 772 stabiliva un termine da intendersi di carattere ordinatorio.
Il Ministero della Difesa e il conseguente comportamento dei distretti militari, hanno invece sempre voluto intendere questo termine come se fosse perentorio infischiandosene delle profonde motivazioni che stanno alla base di ogni obiezione di coscienza, inviando a tutti gli obiettori con domanda presentata fuori dai termini di legge la fatidica “cartolina di chiamata alle armi”.
Purtroppo il comportamento miope e politicamente sbagliato di alcune associazioni, che si occupano prevalentemente di dare informazioni sull’obiezione di coscienza e il servizio civile, che hanno sempre consigliato a questi obiettori di andare in giudizio e “concordare l’eventuale pena” (confidando sul fatto che si rimane a piede libero) e quindi ripetere la domanda di obiezione, ha impedito che quello che poteva essere un comportamento coerente di tutti gli obiettori di rifiutare compromessi con la magistratura militare, diventasse invece solo un’eccezione portata avanti da pochi avvocati pienamente convinti delle ragioni della nonviolenza.
Ed è con una di queste eccezioni (obiettore Massimiliano Gazzola, difeso dall’avv. Manlio Mazza di Torino e patrocinato in Cassazione dall’avv. Giuseppe Ramadori di Roma) che la prima sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso del procuratore militare di Torino, confermando che i termini per la presentazione della domanda di obiezione previsti nella legge 772/72, sono di carattere ordinatorio.
Questa sentenza é importantissima perché conferma in via definitiva il principio, da noi sempre richiamato, che si può obiettare al servizio militare in ogni momento. Questa chiarezza risulta inequivocabilmente dalla lettura di alcuni passi della sentenza: “...non può costituire un ragionevole criterio di discrimine il momento in cui l’obiezione viene manifestata, momento che, salva sempre la prova contraria, si deve presumere coincidente con il tempo della maturazione di un profondo e imprescindibile convincimento religioso, morale o filosofico, la cui libertà di manifestazione è garantita dagli articoli 2, 19 e 21 della Costituzione e non può perciò essere irragionevolmente compressa a causa di preclusioni o di impedimenti ingiustificatamente posti alle potenzialità di determinazione della coscienza individuale...”.

Piercarlo Rocca (Movimento Nonviolento - Torino)

 

Economia ed ecologia: cambiare rotta

di Michele Boato


La contrapposizione tra le “ragioni” dell’economia e quelle dell’ecologia è descritta in maniera esemplare nel film “Sindrome cinese”: la Società Elettrica deve fare profitti e quindi non ferma la centrale nucleare pur sapendo che ci sono fondati rischi di incidente gravissimo, che poi, come a Harrisburg e Cernobyl, si verificherà.
Lo schema è lo stesso della tragedia del Vajont (1963): la società SADE deve vendere la nuova diga e il bacino artificiale allo Stato, quindi non accetta di abbassare il livello dell’acqua anche in presenza di prove certe che sta per precipitare una frana che poi causerà 3.000 morti e una catastrofe biblica. Più tardi succederà a Stava, in Trentino, e per decenni al Petrolchimico di Porto Marghera dove, a fronte della accertata cancerogenicità del cloruro di vinile, si permette la decimazione di decine o centinaia di lavoratori per tumore al fegato o ad altri organi.
Così come solo gli “arrembaggi” degli ecologisti hanno posto fine, nel 1988, allo scarico in Adriatico di 3.000 tonnellate al giorno di fanghi industriali al fosforo da parte della Montedison di Marghera.

L’altra faccia del benessere
È l’altra faccia del benessere procurato, nel XX° secolo, dalla produzione industriale e relativo consumo di massa. L’energia elettrica, il riscaldamento domestico, le comodità dell’auto sotto casa e dei prodotti preconfezionati, ecc... Tutto questo è il “progresso” ma, superato un certo limite, ecco che difetti prima marginali o sottovalutati, cominciano ad assumere dimensioni sempre più preoccupanti.
Vinte le malattie infettive, nel mondo industriale l’inquinamento chimico-ambientale sconvolge il sistema immunitario ed esplodono le malattie degenerative, tumori e leucemie: in venti anni in Italia (dal 1971 al 1991) le morti per tumore al polmone sono aumentate del 102%, quelle per cancro alla vescica del 97%, alla prostata del 69% e così via. Alcuni scienziati cercano di banalizzare questi dati affermando che “ciò è dovuto all’allungamento della vita, per cui emergono altre cause di morte che prima non facevano in tempo a colpire”; ma ciò è smentito dai dati: la mortalità da tumore in generale è cresciuta del 39%, ma questa percentuale cresce, sotto i 60 anni, al 167%, cioè si muore di tumore soprattutto non in età avanzata.
Le risorse essenziali alla produzione industriale cominciano rapidamente a scarseggiare e quasi tutte, tranne il carbone e poche altre, si esauriranno nell’arco di alcuni decenni (fluoro, zinco, mercurio, petrolio, nichel, cobalto, manganese, fosfati, ferro, cromo, alluminio, potassio e vanadio).
Si arriva così, prima nel 1973 col Kippur e poi nel 1991 con l’Irak alle guerre per tener basso il prezzo del barile di petrolio.
Inoltre il continuo aumento della produzione (nel 1994 +3% a livello mondiale ma +8% nell’Est asiatico), dei trasporti (il commercio mondiale dal 1968 al 1994 è quadruplicato), della produzione e del consumo di energia, provoca un enorme aumento di emissioni di carbonio in atmosfera (nel 1960 erano 93 milioni di tonnellate/anno, nel 1950 erano diventate 1620 e negli anni ‘90 la media è di 6000 t/anno, con aumenti di CO2 e altri “gas serra” la cui concentrazione è passata da 300 parti per milione dell’inizio secolo agli attuali 359, provocando un lento ma pericolosissimo aumento della temperatura media che, dal 1950 al 1990 ha già superato il mezzo grado (da 14°, 86 a 15°, 47) e provoca tra l’altro la crescente violenza degli uragani ed altri sconvolgimenti del clima.

L’urgenza di cambiare rotta
Se a questo si aggiungono fenomeni planetari come la deforestazione (dal 1882 al 1952 si è passati da 5,2 a 3,3 miliardi di ettari di foreste), la desertificazione (nello stesso periodo i miliardi di ettari di deserto sono più che raddoppiati passando da 1,1 a 2,6 miliardi di ettari), l’aumento della popolazione (dal miliardo del 1830 ai 2 del 1930, 3 del 1960, 4 del 1975, 5 del 1987 e via crescendo di 88 milioni l’anno con la prospettiva di essere più o meno 10 miliardi nel 2050) e l’urbanesimo crescente (nel 1970 la popolazione urbana era di 700 milioni su 2,5 miliardi; nel 1995 siamo a 2,6 miliardi su un totale di 5,7 passando dal 28% al 45% del totale), si può capire l’urgenza di cambiare rotta.
Il che significa passare alla logica del massimo - del fare aumentare al massimo i bisogni (con pubblicità, le mode, i prodotti usa e getta o poco durevoli), produrre più merci per il massimo guadagno, sprecando materie prime e combustibili non rinnovabili e inquinando aria, acqua e suolo (rifiuti) - alla logica del minimo, del semplificare e ridurre i bisogni, soddisfarli con il minimo dispendio possibile di materie prime, energia e lavoro; rientrando il più possibile nelle leggi cliniche della natura, cioè “chiudere il cerchio”

Una società sostenibile
La proposta è, perciò, una graduale ma profonda trasformazione dell’impianto produttivo e dei consumi e non la pura espansione dei settori tradizionali che, tra l’altro, sono cresciuti lasciando al palo l’occupazione.
Più mobilità, (pubblica, leggera, ferroviaria), meno automobili private ma anche meno import-export di merci che possono con vantaggio di tutti, essere prodotte e consumate/usate nella stessa regione.
Più ricettività, ma col restauro e il risanamento urbano, invece che con sempre nuovi edifici; ottimizzazione dei processi produttivi con risparmio di energia e di risorse, riducendo così costi, inquinamenti, rifiuti; risanamento del territorio e dei fiumi con rinaturazione, ingegneria naturalistica, fito-depurazione e non opere di rettificazione e cementificazione; riciclo e riuso di materiali e prodotti, uso di materie prime rinnovabili, sviluppo di tecnologie del solare, eolico, biomasse e altre energie rinnovabili.
Tutto questo si intreccia con una società in cui si sviluppa la creatività (a scapito della passività televisiva), la ricerca, l’istruzione, l’efficienza nei servizi decentrati (a scapito della paralisi accentrata), la prevenzione delle malattie (a scapito dell’elefantiasi ospedaliera).
Sono queste le idee-guida di una nuova proposta economica in armonia con i limiti del pianeta, i diritti delle generazioni future e dei popoli che vivono nei 2/3 del pianeta sfruttato dal nostro terzo sviluppato.

THININTERNET

“La parola “Thininternet”, un acronimo che sta per Internet “sottile” (thin, in inglese), è stata introdotta da H.Shrikumar e da R.Post, due studiosi di informatica indiani che lavorano all’Università del Massachusetts negli Usa, per riferirsi appunto al fenomeno dell’utenza “leggera”, sia nel Nord che nel Sud del mondo. I progetti di autostrade dell’informazione, ci fanno notare, sono progetti estremamente costosi che riguardano solo una minoranza degli utenti, reali o potenziali, dei servizi telematici. Non è detto che certe infrastrutture possano essere realizzate nel futuro prossimo nella maggior parte del mondo (...) Lasciamo, quindi, che i mediasauri ed i loro portavoce parlino di multimediale e di autostrade elettroniche: una buona parte di futuro si svolgerà lungo i sentieri elettronici...” (Alberto Berretti, Vittorio Zambardino, “Internet. Avviso ai naviganti”, ed.Donzelli; gli autori hanno i seguenti indirizzi di posta elettronica: e ).<