Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Come si può definire la mediazione? Claire e Marc Heber-Suffrin hanno utilizzato la metafora del ponte :
la
riva destra e la riva sinistra di un fiume, totalmente diverse tra
loro, hanno bisogno di una terza parte per comunicare . Il ponte
rappresenta questa terza parte: è ancorato sia alla riva destra che
alla riva sinistra , ma è anche una realtà a se stante, irriducibile
alle due parti precedenti.. È il ponte che permette il passaggio, che
“media” tra le due parti, nella misura in cui, pur essendo totalmente
con l’una e totalmente con l’altra, resta se stesso, diverso da
entrambe. È lo spazio di relazione, di incontro, di possibilità.
Così
è il mediatore: una terza parte neutrale ma non indifferente, che non
ha la funzione di giudicare chi ha ragione e chi ha torto, ma piuttosto
di facilitare la comunicazione tra le due parti in conflitto,
aiutandole a ristabilire la relazione ed a trovare esse stesse una
soluzione.
Per questa sua caratteristica, di essere una delle
possibili strade per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, sia a
livello interpersonale, sia nel contesto sociale o delle relazioni
internazionali, la mediazione è da diversi anni al centro
dell’attenzione dei movimenti nonviolenti in tutto il mondo.
In
questo ambito da anni si sperimenteno infatti modalità non distruttive
di risoluzione dei conflitti, secondo la strategia del satyagraha
gandhiano, che ha indicato a questo fine una terza via , che non
comporti nè l’esercizio della violenza, nè l’accettazione passiva di
quella altrui.
Inoltre, come afferma in un’intervista Jean Francois
Six, “ è necessario oggi ricostruire un tessuto sociale e politico in
cui ciascuno abbia una propria identità, e in cui ciascuno comprenda
che non può vivere senza legami, senza relazioni con l’altro. Per
costruire un simile tessuto relazionale c’è bisogno della mediazione,
abbiamo bisogno di mediatori”.
In questo inserto di Azione
Nonviolenta abbiamo raccolto contributi ed esperienze a livello
internazionale sul tema della mediazione.
Sono presentati alcuni
centri ormai famosi, si definiscono gli ambiti di intervento della
mediazione, si forniscono alcuni strumenti di conoscenza e indicazioni
per l’approfondimento, nell’intento di contribuire ad una corretta
assunzione di questa pratica nell’ambito dei nostri movimenti.
Si ringrazia il Centro Italiano Per La Mediazione che ha collaborato alla stesura di questo dossier.
A CIASCUNO IL SUO PUNTO DI VISTA
di Guy Boubault
È interessante analizzare le storie che raccontiamo ai bambini. Sono
ricche di insegnamenti. In genere rappresentano azioni eroiche per
vincere un avversario o affrontare sfide impossibili. Mostrano che la
vita non è sempre rosea, gioie e pene vi si mescolano. Esse mostrano,
altresì, che il conflitto fa parte della vita. Le persone hanno gusti
diversi, bisogni diversi, e ciò determina degli urti, dei conflitti di
interesse. Nelle favole in genere le cose si mettono male per il
“cattivo”, come se l’avversario dovesse sempre sparire fisicamente. Non
c’è dunque da stupirsi che vi siano differenti versioni, che qualcuno
abbia cercato di immaginare altre conclusioni. In effetti, queste
storie sono lo specchio dei nostri problemi contemporanei: vi si
trovano riflessioni sui conflitti etnici, problemi di denaro,
l’espansione urbana, la crisi della famiglia, la povertà, la tirannia,
la gelosia, ecc... Ogni favola mette l’accento su un problema e propone
una soluzione. Ci si può divertire a costruirne altre, l’esercizio ne
vale la pena, senza per questo pretendere di ristabilire la “vera”
storia originale. Si può, ad esempio, scegliere una storia che sia di
attualità e modificarla ponendosi dal punto di vista del personaggio
meno simpatico. Questo “gioco di ruolo” permette di mettere in luce i
diversi aspetti del conflitto, di comprendere le posizioni degli uni e
degli altri e di ipotizzare le possibili soluzioni, che rispettano gli
interessi di ciascuna parte. Pensiamo ad esempio a “Cappuccetto rosso”.
Non c’è dubbio che il Lupo sia il grande “cattivo” della favola. Ma
perchè egli è così affamato, al punto da arrischiarsi a venire in mezzo
agli umani? ....E, il nostro Lupo, non potrebbe essere un umano...
Cappuccetto Rosso (dalla parte del Lupo)
Siete, dunque, un
Lupo. I vostri antenati sono vissuti sempre in quella foresta immensa e
piena di ogni abbondante nutrimento. C’era un piccolo villaggio ai
bordi della foresta, ma gli abitanti non ce l’avevano in modo speciale
coi lupi, c’erano pochi rapporti tra di loro. Oggi però è diverso. Il
villaggio è diventato una grande città e la maggior parte della foresta
è stata abbattuta . I lupi sono stati cacciati, non ne restano più
molti, e non c’è più gran che da mangiare nella foresta rimasta. È così
che voi siete obbligati ad andare alla periferia della città , per
nutrirvi, rubando dentro alle case. La vita è diventata molto
pericolosa. Ieri avete incrociato , su un sentiero del parco che un
tempo faceva parte della foresta,
una ragazzina che si chiama
Cappuccetto Rosso. Portava delle cose deliziose nel suo paniere. Voi le
avete chiesto qualcosa da mangiare e lei vi ha opposto un rifiuto
sdegnato. Avete saputo che stava andando a visitare la nonna che abita
nel centro della città. Correte avanti , chidete la vecchia in un
armadio a muro e prendete il suo posto nel letto. Quando Cappuccetto
Rosso arriva, voi cercate di prenderle i cibi ma ella vi ha
riconosciuto e si è messa a gridare tanto che gli operai che lavorano
nella casa di fianco sono arrivati con gli attrezzi in mano. Siete
costretto a fuggire senza aver mangiato. Se soltanto esistesse un
servizio di mediazione nella città, voi avreste potuto fare intendere
le vostre ragioni e spigarvi con Cappucceto Rosso, senza rischiere la
pelle......
Cappuccetto Rosso (dalla parte di Cappuccetto Rosso)
Abitate
in una città non distante da un bosco:. Vostra madre deve lavorare duro
per guadagnarsi la vita; nella parte vechia della città, che un tempo
era un piccolo villaggio isolato, abita la vostra nonna, molto anziana.
È sempre vissuta là e non vuole andarsene, anche se non è più in grado
di farsi da mangiare da sola. È per questo che le portate
quotidianamente il pasto preparato dalla mamma. La strada più corta è
quella che attraversa il parco, che era un tempo foresta. Avete sentito
parlare del lupo che vive ancora nel bosco e che qualche volta si
avventura fino al parco. Ne avete un po’ paura, ma non ne avete parlato
a vostra madre, che è già così piena di preoccupazioni. Ieri, mentre
andavate dalla nonna, un lupo è uscito improvvisamente dal bosco e vi
ha chiesto da mangiare. Naturalmente, voi avete cercato di sbarazzarvi
di lui, ma sotto lo choc, gli avete dato indicazioni del luogo dove
eravate diretta. Quando siete arrivata dalla nonna , era a letto e vi è
parsa strana. Vi ha posto delle strane domande e sembrava molto
interessata ad impossessarsi subito del cibo. Avvicinandovi avete
riconosciuto improvvisamente il lupo. Visiete messa a gridare,
chiedendo aiuto agli operai della vicina casa che, accorsi coi loro
attrezzi, hanno messo in fuga il lupo. Il nuovo servizio di mediazione,
recentemente aperto in città, vi ha invitata a incontrare il vostro
aggressore. È così che avete appreso che dei lupi erano morti di fame
nella foresta, ma ciò che vi interessa è sapere se potete continuare ad
andare dalla nonna senza subire aggressioni.
Cappuccetto Rosso (dalla parte del mediatore)
Abitate in
una città ai bordi di un bosco. La foresta si è ristretta via via che
la città si è ingrandita. I lupi, che vivevano numerosi in questa
foresta, sono ridotti a qualche unità, perchè non hanno più sufficiente
nutrimento e i cacciatori li hanno decimati. Attualmente sono sentiti
come un pericolo da quando si sono visti nel parco e addirittura nelle
strade della periferia , alla ricerca di cibo. Nella città c’è un
gruppo che si batte per la salvaguardia del lupo e c’è anche la lobby
“sicurezza in città” che domanda misure energiche contro i lupi e per
proteggere la popolazione. Ieri c’è stato un incidente quando un lupo
ha incontrato per strada una ragazzina di nome Cappuccetto Rosso, che
andava a portare cibo alla sua vecchia nonna. Lui gli ha domandato del
cibo ed ella è scappata impaurita. Arrivando nella casa della nonna
ella ha cominciato a parlare a quella che credeva essere sua nonna, ma
accortasi che si trattava del lupo che voleva impadronirsi del cibo, ha
chiamato in aiuto dei vicini, che hanno messo in fuga il lupo.
Il lupo e Cappuccetto Rosso hanno accettato entrambi di venire al servizio di mediazione della città.
da: La Mediation, Non-Violence Actualitè
LA MEDIAZIONE: UN SOVRAPPIU’ DI UMANITA’
intervista con Jean Francois Six
a cura della rivista francese Non-Violence Actualitè
NVA: Nel suo libro “Le temps des mediateurs” , come in vari altri
suoi scritti, lei rifiuta alcune pretiche e alcune teorie sella
mediazione. Qual è la definizione di mediazione che lei ritiene più
propria?
JFS: Il numero tre è la cifra della mediazione. La mediazione è,
innanzi tutto, un intervento, richiesto, di una terza parte. Non è un
arbitraggio, perchè in questo caso le due parti danno potere ad un
altro di concludere al loro posto. Nè si può parlare di giustizia,
perchè anche questa si stabilisce su una modalità binaria. Non che io
disconosca il sistema binaria, al contrario, ma credo veramente alla
necessaria coesistenza di un sistema binario e di un sistema ternario.
Nel sistema ternario, il terzo deve essere srettamente indipendente
rispetto alle due parti, essendo l’indipendenza condizione
indispensabile per l’imparzialità. A tal punto che, se in un dato
momento i due si mettessero d’accordo in modo fittizio o falso, il
terzo dovrebbe mantenere il suo parlare franco e la sua radicale
indipendenza. Il mediatore è per sua natura indipendente da ogni
potere...... In un certo senso il mediatore trascende la struttura
binaria. Per esempio, si può pensare che una sentenza resa dalla
giustizia non è sempre giusta, mentre il mediatore è colui che deve
sempre fare esistere, come una sorta di trascendimento della giustizia,
troppo stabilita sulla lettera, il principio di equità, quest’altra
dimensione che non è definita da alcun codice e che, in fondo, è un
sovvrappiù di umanità. Il mediatore deve portare le due parti ad un
“supplemento d’anima”. Per questo stesso fatto, la mediazione non può
essere una tecnica, ma un’arte che domanda un’etica superiore e non
solamente delle regole morali. Ecco , a mio parere, dove si situa
precisamente la mediazione. Se ci sono compromessi o dimissioni, non
c’è più mediazione. Questo richiede una grande vigilanza.
NVA: Le mediazioni sviluppate attualmente in diversi settori come la
famiglia, il quartiere, la giustizia le sembrano rientrare nel quadro
da lei delineato?
JFS: Anche se la definizione precedente può apparire ideale, io non
sono un purista. Bisogna saper agire in funzione dei propri mezzi e là
dove ci si trova. A partire dal 1960 si è verificata una vera svolta
nella nostra civiltà e nella storia del mondo. Si è avuta una
formidabile accelerazione che ha fatto scoppiare le istituzioni e
atomizzato gli individui. Si tratta attualmente di ricostituire un
tessuto sociale e politico dove ciascuno abbia la sua propria identità,
e dove ciascuno comprenda che non può esistere che collegato, che
dentro la relazione con l’altro. Per stabilire questo tessuto
relazionale abbiamo bisogno della mediazione, abbiamo bisogno dei
mediatori. C’è bisogno di persone con i piedi per terra, solide,
realisti, che facciano da ponte tra tutto e tutti, poichè tutto è
disgregato. Il problema è che ciò sia fatto il più chiaramente
possibile. Nella mediazione familiare, ad esempio, non si tratta solo
di applicare una tecnica adatta alla separazione della coppia, sperando
che il tutto si aggiusti per il meglio. La mediazione deve puntare a
che le persone che si separano possano elaborare il lutto della
separazione senza reciprocamente eliminarsi dalle loro vite, cioè
possano restare in amicizia, cerare una nuova relazione e non strappare
un legame come si strapperebbe un foglio diventato inutile. No, non è
finita, anche se non ci sono dei bambini in gioco. La mediazione
domanda di avere estremamente forte la preoccupazione per la
ri-creazione dei legami e anche per la creazione dei legami. È per
questo che io non voglio assolutamente definire la mediazione come
risoluzione dei conflitti, come fanno gli americani e come si è fatto
per molto tempo. La mediazione è innanzittutto una creazione di legami
tra soggetti.
.....
NVA: Lei propone la mediazione non soltanto nel caso in cui i
protagonisti sono in situazione di conflitto, ma soraprattutto in
funzione preventiva, per migliorare delle relazioni o prevenire delle
difficoltà. Lei pensa che possa essere operata una distinzione così
netta tra mediazione e risoluzione dei conflitti?
JFS: Se si delimita la mediazione unicamente ai casi di conflitto,
si impedisce la creatività. Il buon mediatore è colui che vede là dove
manca una passerella, un ponte. Bisogna che lui si situi a monte della
risoluzione del conflitto. Anche qui vale il fatto che è meglio
prevenire che curare. E poi, se il conflitto sopravviene, non deve
essere un dramma. Il conflitto è neutro, e non serve a nulla volerlo
cancellare.... Attenersi unicamente al concetto di mediazione come
risoluzione dei conflitti è subire il conflitto come qualcosa che viene
a disturbare un’armonia. Preferisco considerare che la situazione
normale è la creazione di una dinamica di vita, della quale il
conflitto fa parte. Quesa dinamica di vita deve permettere di evitare
le “impasses” della relazione, poichè i conflitti sono sempre il
risultato di una mancanza di intelligenza o il segno di un blocco
affettivo. Questa filosofia dell’esistenza relativizza il conflitto,
pur senza negarlo o fuggirlo.
NVA: Il mediatore, che deve rispettare la neutralità, non rinuncia con ciò all’azione?
JFS: I mediatori non fanno solo mediazione, e inoltre credo che
anche la mediazione sia azione. I mediatori fanno degli atti di
mediazione, cioè suscitano e rendono attiva la libertà dei due
antagonisti
È vero che fare questo lavoro è mettere tra parentesi
il proprio intervento . Ma per una persona molto attiva questo è il
momento di prendere distacco dal proprio agire. I migliori mediatori
sono, a mio avviso, gente estremamente attiva che si obbliga
all’umiltà, al non intervento durante la mediazione.
Questo purifica
la loro azione e la rende più attiva. In una vita equilibrata l’azione
mediante e l’azione intervenente non si contradicono, anzi si
rinforzano. Per me Gandhi e M.L.King, che sono conosciuti oer le loro
azioni dirette nonviolente, sono anche simboli di mediazione. Essi
avevano nelle loro azioni l’ossessione della riconciliazione e
soprattutto della cooperazione tra le comunità. Per me sono dei grandi
mediatori,. Gandhi ne è morto.
NVA: Allora c’è un legame stretto tra l’azione nonviolenta e la mediazione?
JFS:Certamente. Credo che è attraverso questo passaggio che i nonviolenti possono interessarsi alla mediazione e comprenderla.
da: La Mediation, Non-Violence Actualitè
L’ESPACE INTERMEDIAIRE di Etienne DUVAL.....
LO SPAZIO DELLA MEDIAZIONE COME SPAZIO DI SEPARAZIONE
1- Il primo lavoro del mediatore consiste nell’aprire uno spazio di separazione.
Il mediatore si situa nello spazio di relazione tra sè e l’altro.
Frequentemente, può avere la tentazione di ristabilire rapidamente i
rapporti interrotti, per arrivare ad un accordo tra le parti. È
certamente il modo migliore per fallire. Il suo primo compito infatti è
proprio quello di creare la distanza indispensabile per gli scambi di
ogni tipo che favoriscono l’identificazione dei protagonisti, l’analisi
dei problemi, la ricerca di possibili soluzioni...Il suo ruolo
specifico è quello di creare lo spazio che consentirà alla relazione di
svilupparsi. In seguito interverrà in modo distanziato....non deve
correre il rischio di sostituirsi agli individui che deve invece
promuovere come soggetti responsabili.
Tale atteggiamento riservato
non implica passività: deve puntare a stimolare la comunicazione perchè
le parti giungano prograssivamente verso un accordo.
2- Il caso particolare della mediazione interculturale.
La volontà politica di accelerare il processo di integrazione delle
popolazioni di origine straniera ha portato in primo piano la nozione
di mediazione interculturale. Non è un caso che si sia utilizzato
questo termine come concetto chiave per far avanzare la riflessione e
sbloccare l’azione intrapresa. Sottintende che l’incomprensione nasce
dalla confusione e che il riconoscimento reciproco non può esservi se
non a partire dal riconoscimento delle differenze. Creare lo spazio di
separazione o di mediazione consiste allora nel comprendere ciascuna
parte nell’ambito delle sue specificità culturali che differenziano
giudizi e comportamenti . Il mediatore deve condurre ciascuno a
misurare la distanza che lo separa dall’altro. Cntrariamente a quanto
si crede, non è la differenza di cultura consapevole che allontana gli
individui e i gruppi, ma al contrario la fiducia in una vicinanza
illusoria. Sulla base di questa illusione tutti i cambiamenti nel modo
di reagire suscitano incomprensione e si presentano come una
aberrazione pericolosa. Uscire dall’illusione e uscire dalla confusione
sono la medesima cosa. È nel favorire questa ricollocazione che il
mediatore trova la sua giustificazione. Insistendo prioritariamente sul
legame che deve essere creato tra le due parti si finisce per
vanificare l’essenza stessa della mediazione........
da: La Mediation, Non-Violence Actualitè
LA MEDIAZIONE IN CAMPO PEDAGOGICO
La pedagogista francese Annie Cardinet ha scritto un libro,
Pratiquer la mediation en pedagogie 1), nel quale si propone di fare
uno studio comparato tra le tesi sostenute da un teorico della
mediazione quale è Jean Francois Six e i principi sviluppati dallo
psicologo israeliano Reuven Feuerstein, che utilizza la mediazione come
strumeno pedagogico.
Feuerstein, in collaborazione con Ya’acov Rand,
ha creato un programma che ha lo scopo di stimolare l’attività
intellettuale degli allievi in difficoltà e degli adulti impegnai in
attività formative.
Molti dei metodi utilizzati da F. fanno
riferimento alla mediazione: l’insegnante svolge il ruolo di
intermediario, di facilitatore, di mediatore tra il contenuto
dell’insegnamento e la persona che lo deve recepire. Si tratta, per
l’allievo, di intraprendee un cammino che lo porti a scoprire i propri
meccanismi di apprendimento, con l’insegnante nel ruolo di
catalizzatore di tale processo.
In generale, tutti gli interventi di
un terzo tra chi apprende e ciò che deve essere appreso modificano la
relazione tra l’allievo e il sapere; una situazione come quella in cui
l’insegnante svolge il ruolo di mediatore ha un impatto particolare
sullo sviluppo dell’intelligenza e sulla capacità di apprendimento.
Il
risultato più immediato di un simile intervento è quello di ridare
fiducia agli allievi, perchè è basato sull’ascolto e il rispetto e
favorisce l’autonomia in quanto l’individuo ritrova il diritto di
pensare, di riflettere e l’occasione di utilizzare i mezzi
intellettuali di cui dispone.
Questo programma ha contribuito a far conoscere la nozione di mediazione in campo pedagogico.
D’altra
parte, la mediazione secondo J.F.Six è un percorso che mette in gioco
non più due persone e qualcosa da acquisire, ma tre persone: due parti
che hanno un problema e una terza parte, il mediatore, che tenta di
ristabilire la comunicazione tra di loro. È attraverso l’ascolto attivo
che il mediatore può aiutare le due parti a riprendere il dialogo.
Secondo
Annie Cardinet le caratteristiche della mediazione definite da JFSix
sono le stesse che esistono nella relazione tra individuo e conoscenza.
Come
la mediazione si può cosiderare preventiva (se migliora le relazioni
umane) o curativa (quando interviene in relazioni conflittuali), così
la mediazione pedagogica può essere considerata non solo come “terapia
dell’apprendimento” ma anche come l’attitudine pedagogica più efficace
e creatrice, che crea un legame tra chi apprende e l’obiettivo del suo
apprendimento, permetendogli di intrecciare i diversi elementi
attraverso cui si forma il suo sapere.
1)Annie Cardinet, Pratiquer la mediation en pedagogie, Editions Dunod,95
I primi programmi di mediazione scolastica sono nati negli anni
settanta negli USA, quando la Società degli Amici (Quaccheri) ha
iniziato a insegnare ai bambini tecniche di risoluzione nonviolenta dei
conflitti.
Oggi sono circa 2.000 i programmi di mediazione scolastica negli Stati Uniti.
Alcuni
riguardano unicamente i conflitti tra scolari, altri riguardano anche i
conflitti tra ragazzi e genitori o tra studenti e insegnanti.
Una
delle più note esperienze di mediazione tra pari è quella realizzata
dalla Community Board, nata a San Francisco nel 1977, che dal 1982
forma i “Conflit managers”, ragazzi che svolgono il ruolo di mediatori
nei conflitti tra i compagni di scuola.
Un altro progetto,
importante per le sue dimensioni, è il Programma per la risoluzione
creativa dei conflitti finanziato dalla scuola pubblica di New York e
dall’Associazione per la responsabilità sociale degli educatori, nato
nel 1985. Oggi questo progetto coinvolge 1500 insegnanti e 45.000
studenti di 120 scuole di New York.
I programmi di formazione per
gli insegnanti sono di 20 ore; i ragazzi sono formati attravrso giochi
di ruolo e discussioni a piccoli gruppi in cui imparano l’ascolto
attivo, l’assertività, la cooperazione, le tecniche di mediazione.
Quando svolgono il ruolo di mediatori i ragazzi indossano una maglietta su cui sta scritto “Mediatore”.
La
mediazione scolastica si è sviluppata in diversi stati grazie
all’azione svolta da una associazione nazionale per la promozione della
mediazione scolastica ( NAME, 425 Amity Street, Amherst, Mass., USA)“
Quando
vedo dei bambini praticare la mediazione a scuola, guardo al futuro con
maggiore ottimismo - afferma Carolyn Yoder, responsabile del centro per
la mediazione di Harrisbourg, in Virginia - se i ragazzi imparano a
risolvere i loro conflitti a scuola può darsi che, quando saranno
adulti, il mondo sarà meno minaccioso”
Anche in Canada ci sono significative esperienze di mediazione scolastica.
All’Istituto
S.Pierre di Calgary gli alunni, dalle elementari alle superiori, sono
formati alla mediazione e la scuola, con 580 allievi e 22 gruppi etnici
e culturali diversi, non ha più la reputazione di scuola violenta ma
quella di scuola pacifica.
Nel Quebec si predispongono programmi per
la lotta contro la violenza nelle scuole e per l’apprendimento delle
competenze necessarie ad una gestione cooperativa dei conflitti.
Anche
in Francia incominciano a nascere esperienze simili. A Saint-Etirnne du
Rouvray dal 1993 si sperimentano attività di mediazione in
collaborazione con J.P. Bonafè-Schmitt.
Gli insegnanti che si
impegnano in questa azione hanno coscienza che “ le vere cause della
violenza a scuola risiedono nella violenza esistente nei quartieri e
sanno che i piccoli mediatori nulla possono fare contro la
concentrazione della popolazione, che crea rumore, nè contro l’ozio
generato dalla disoccupazione e dall’emarginazione. Ciò che potrà
derivare da un’attività di sperimentazione della mediazione a scuola
sarà la capacità di verbalizzare meglio i conflitti sia tra ragazzi,
sia tra adulti e ragazzi. Se i giovani formati alla mediazione a scuola
saranno capaci domani di partcipare alla gestione della vita collettiva
del loro quartiere, la scuola avrà giocato un ruolo positivo nella
formazione del senso civico e di cittadinanza.”
Rielaborazione di articoli da Non-Violence Actualitè a cura di A.Dogliotti Marasso.
Mediazione internazionale: dal micro al macro
di Nanni Salio
Se la mediazione è complessa e difficile da definire e da praticare
in ogni caso, anche nelle situazioni micro, a maggior ragione lo è nei
conflitti macro, dove la complessità, la posta in gioco e i rischi sono
di gran lunga maggiori.
Per inquadrare la questione è utile fare
riferimento allo schema di fig. 1, nel quale sono individuati tre
diversi spazi sociali, micro, meso e macro, caratterizzati da tre
diverse tipologie di conflitto e da diverse modalità di mediazione. I
confini tra uno spazio e l’altro non sono netti, come sempre avviene
nella realtà, ma la schematizzazione è utile per individuare diverse
aree operative e per suggerire differenti modalità di azione per i
movimenti che operano nel sociale, su scale diverse.
La nostra
riflessione si limiterà allo spazio macro, ma prima di entrare nel
merito è bene fare qualche considerazione di ordine generale. Occorre
innanzitutto precisare che quando si parla di mediazione, si usa uno
dei tanti termini relativi alla gestione, trasformazione e risoluzione
del conflitto.
Ed è bene precisare a questo proposito, molto
esplicitamente e onestamente, che non possediamo una teoria e una
conoscenza valide per ogni situazione ed ogni contesto. Conosciamo dei
principi di massima, dei criteri generali, ma molte questioni rimangono
aperte. È necessario ancora molto lavoro di ricerca e di
sperimentazione per poter rendere più operative ed efficaci le attuali
conoscenze.
La prima questione di ordine generale che si pone è la
seguente: esiste attualmente una teoria generale che ci permetta di
definire le modalità di intervento del mediatore nelle diverse scale,
micro, meso e macro? La risposta, come abbiamo già detto è negativa, ma
alcuni autori, tra gli altri John W. Burton, in un ampio articolo di
rassegna su queste tematiche (1), sono del parere che vi siano profonde
analogie tra i conflitti sulle diverse scale e che alcuni principi
generali valgano indipendentemente dal fatto che si operi nella micro,
nella meso o nella macro realtà. Qui dobbiamo limitarci soltanto a
questo breve cenno, rinviando ai testi originali per ulteriori
approfondimenti.
La mediazione nello spazio macro
Anche in questo sotto-caso la
situazione è complessa e si possono individuare diverse modalità di
mediazione, che abbiamo cercato di classificare secondo lo schema di
fig. 2. Nello schema si fa distinzione (sull’asse verticale) tra
mediazioni dall’alto (istituzionali) e dal basso (popolari, di
movimenti di base) e sull’asse orizzontale tra azioni individuali (di
piccoli gruppi) e collettive (di massa).
Questa schematizzazione
corrisponde ,a grandi linee, ai casi concreti che si sono verificati
nel corso del tempo, in situazioni assai diverse tra loro, nelle quali
la mediazione è avvenuta esclusivamente con metodi nonviolenti, ed
esclude invece altre forme di mediazione, anch’esse importanti, da
esaminare e da conoscere, nelle quali non era affatto escluso il
ricorso a forme di imposizione o di intervento violento.
Un esame
concreto di questa tematica richiederebbe di passare in rassegna molti
casi concreti che oggi sono diventati veri e propri casi di studio, da
ognuno dei quali si possono trarre insegnamenti assai interessanti. Le
riflessioni che seguono traggono spunto liberamente dai resoconti di
alcune esperienze e da alcune pubblicazioni specifiche.(2)
Tra le
molte considerazioni che si possono fare, sembra che quattro siano i
punti fondamentali sui quali richiamare l’attenzione:
1. Molteplicità dei ruoli. Nella loro analisi di un caso
particolarmente importante di mediazione nel Centro America, che ha
generato il processo di pace di Esquipulas, Paul Wher e John Lederach,
individuano più attori sociali con ruoli distinti. (3) Mentre
solitamente si considera il mediatore come una terza parte esterna e
neutrale, essi sostengono che, quantomeno nel caso da loro esaminato e
sperimentato in prima persona, è possibile individuare anche la figura
del mediatore interno non neutrale. Questa esperienza li porta a
suggerire un allargamento del concetto di mediatore, che potrebbe
comprendere figure con ruoli diversificati. Oltre al tradizionale
mediatore esterno neutrale, si potrebbero quindi introdurre quattro
principali figure di mediatori interni definiti con termini diversi a
seconda del ruolo svolto: mediatori interni di parte, negoziatori,
legittimatori, terze parti simpatetiche (o solidali). In particolare,
queste ultime possono essere a loro volta sia interne che esterne, come
avviene nel caso dei movimenti internazionali per la pace che
intervengono a sostegno di una delle parti in causa. Nel caso in
questione, questo ruolo fu svolto in particolare da gruppi come
Friendship Cities, Witness for Peace, Sanctuary, Pledge of Resistence,
che esercitarono una pressione nei confronti delle autorità
statunitensi per far cessare gli aiuti ai Contras e l’intervento
americano contro i sandinisti.
Generalizzando, si può sostenere che,
come indicato nello schema di fig. 2, attori diversi possono
contribuire ad attivare un processo di pace su più fronti: dalla
mediazione vera e propria, di carattere istituzionale e diplomatico,
alla mediazione della diplomazia popolare nonviolenta (che, per una
sorta di generosità semantica, si può sintetizzare con lo stesso
acronimo, DPN, usato per la difesa popolare nonviolenta, ampliandone il
significato e conciliando scuole di tendenza diversa!), alle forze di
intervento e di interposizione nonviolente dell’ONU (caschi bianchi),
qualora finalmente fossero istituite, agli interventi dal basso con la
partecipazione di componenti sia esterne sia interne.
Mentre il
ruolo dei mediatori esterni è talvolta indispensabile per raggiungere
accordi di cessate il fuoco, quello dei mediatori interni è
fondamentale per implementare tali accordi e ricostruire il tessuto di
convivenza sociale sconvolto dalla guerra. Raggiunto il loro scopo i
mediatori esterni se ne vanno, mentre i problemi rimangono e senza
l’azione continuativa e sistematica dei mediatori interni, c’è il
rischio che i conflitti non risolti riesplodano violentemente, come è
avvenuto in molti processi di pace gestiti solo o prevalentemente a
livello di vertice.
Un esempio particolarmente importante della
capacità di mediazione popolare nonviolenta è quella del lavoro svolto
dalla Comunità di S. Egidio in Mozambico, sfociato negli accordi di
pace fra Renamo e Frelimo siglati il 4 ottobre 1992 a Roma. (5)
2. Sinergia degli attori. È esperienza comune che i processi di pace
sono tanto più efficaci, fruttuosi, stabili e duraturi quanto più i
diversi mediatori sono capaci di collaborare tra loro. Questo è
avvenuto in particolare nei due casi già citati (processo di pace in
Centro America e in Mozambico), dove si è sviluppata un’azione
sinergica tra mediatori istituzionali e popolari. In molti altri casi
questo purtroppo non è avvenuto e sovente i processi di pace sono stati
imposti con la forza, dall’alto (in Bosnia come in Medio Oriente, per
esempio) dimostrando tutta la loro fragilità.
3. Qualità dei mediatori. Dopo aver elencato le caratteristiche
salienti che dovrebbero avere i mediatori perché il loro intervento sia
efficace, gli analisti giungono sempre, nell’analizzare casi concreti,
a un punto in cui c’è qualcosa che sfugge ad una definizione rigorosa.
In effetti, coloro che hanno saputo svolgere un ruolo importante sia a
livello istituzionale (per esempio il norvegese Johan Holst nel
processo di pace in Palestina, il costaricano Oscar Arias in Centro
America, Andrea Riccardi e Matteo Zappi in Mozambico) sono personalità
forti, oltre che competenti, che si sono dedicate totalmente alla causa
della pace, con una fiducia che diventa una vera e propria fede. Sono
qualità che non siapprendono solo sui banchi delle scuole di
diplomazia, e che, almeno finora, sembrano sfuggire ad una precisa
codificazione. Per questo anche gli outsiders, chiamati amichevolmente
amateurs peace brokers (o mediatori dilettanti), della Comunità di S.
Egidio hanno potuto e saputo conseguire un risultato inaspettato.
4. Contesto e processo. La mediazione internazionale non si svolge
nel vuoto, ma é condizionata dal contesto esterno e da quello interno,
anche antropologico. (6)
La mediazione diventa quindi un processo e
non soltanto un evento, che si svolge nel tempo, condizionata nel
successo e/o nel fallimento, da numerosi fattori, interni ed esterni,
difficili da controllare. Per questo é necessario studiare casi
molteplici, per imparare man mano dall’esperienza passata una difficile
arte che é diventata indispensabile per costruire società più
desiderabili, vivibili e autenticamente sostenibili. Per fortuna, la
storia della nonviolenza é ricca di personaggi che nella loro vita
hanno svolto questo compito di mediatori e conflittologi, senza
assumere nessun ruolo ufficiale, ma contribuendo efficacemente alla
gestione e risoluzione nonviolenta di terribili conflitti, dall’India
di Gandhi agli Stati Uniti di Martin Luter King al Sudafrica di Nelson
Mandela. Non erano diplomatici di professione e forse proprio per
questo la loro capacità di mediazione é stata di enorme efficacia:
abbiamo ancora molto da imparare da questi maestri della mediazione
nonviolenta.
Note
1. J.W.Burton, “Civilizations in crisis: from adversarial to
problem solving processes”, International Journal of Peace Studies,
vol. I, n° 1, 1996, pp.5-24.
2. Si veda in particolare il fascicolo
monografico del Journal of Peace Research, vol. 28, n° 1, feb. 1991,
dedicato interamente alla mediazione internazionale.
3. Paul Wher e John Paul Lederach, “Mediating Conflict in Central America”, Journal of Peace Research, cit. , pp. 85-98.
4.
A questo proposito si veda il fascicolo monografico di Alternatives
Nonviolentes n° 97, inverno 1995-96, intitolato “Intervenir sansa armes
pour la paix”.
5. Per un resoconto storico di questa esperienza si
veda il bel libro di Roberto Morozzo della Rocca, “Mozambico. Dalla
guerra alla pace. Storia di una mediazione insolita.”, San Paolo, Roma
1994.
6. Sull’importanza del contesto antropologico si veda: A.B.
Petherston e C. Nordstrom, “Overcoming Habitus in Conflict Management:
UN Peacekeepingard War Zone Ethnography”, Peace and Change, vol. 20, n°
1, genn. 1995, pp. 94-119.
Spazio Sociale
Tipologia del Conflitto
Tipologia della mediazione
micro
familiare
di vicinato (condominio)
nella scuola
di genere intergenerazionale
Fig. 2 Un modello di classificazione delle forme di mediazione internazionale nonviolente
Troppa demagogia
Caro Alberto
grazie per il tuo articolo “Vicini scomodi” su AN
gennaio - febbraio perché mi costringe conoscendoti personalmente, a
risponderti uscendo da un ormai lungo silenzio dovuto al senso di
impotenza e alla sfiducia di trovare ascolto da parte di qualcuno
nell’area eco-pacifista nostrana, mai come oggi così sorda e lontana da
me per la delusione e lo sconforto che ho subito, a causa del suo ruolo
fallimentare proprio riguardo alle emergenze che tu accusi: Yugoslavia
e immigrati extracomunitari...
1) Se il tuo è, come sembra, un appello drammatico contro
l’insensibilità o l’impotenza (della gente o dei poteri?) verso la
tragedia, l’apocalisse dell’esodo dei disperati del Sud e dell’Est, non
posso che approvarlo... ma quale la proposta politica e pratica, visto
che non vogliamo cadere nel pietismo, nel moralismo sterile che si
accontenta della denuncia solo per scaricare la coscienza e salvarsi
l’anima? (Anche se troppo spesso gli “impegnati” sembrano scegliere
questa linea, come ad esempio dimostrano le sempre più frequenti
manifestazioni antirazziste fatte a sproposito e demagogicamente)
2) Purtroppo dobbiamo partire da un disastro già avvenuto (e
preannunciato) e che si doveva a tutti i costi evitare prima, (proprio
come la famigerata guerra iugoslava): e allora evitiamo l’ipocrisia di
meravigliarci che in qualsiasi direzione ci si muova siano lacrime e
sangue, e prendiamo atto che, a questo punto, il criterio del meno
peggio sia il solo ormai praticabile.
Se quindi da persone
ragionevoli scegliamo di “salvare il salvabile” (e non di piangere sul
latte versato o gridare per l’ennesima volta le colpe di questa società
infame e degradata), si tratta di chiarire una volta per sempre qual è
questo “salvabile”, anzi, qual è il “peggio da evitare”, perché neanche
su questo macroscopico c’è chiarezza nel Movimento.
Ovvero la
chiarezza c’è solo (nell’area eco - pacifista) su quanto avviene fuori
dall’Europa (sul problema dello sviluppo sostenibile, dello
sfruttamento del Nord sul Sud, della distruzione socio - ambientale dei
popoli del Terzo Mondo, degli indigeni del Sud, ecc.) ma non su quanto
avviene dentro l’Europa (e in particolare in Italia). Si finge cioè di
non vedere (a parer mio per una specie di terrore scaramantico o per
insicurezza politica e culturale), quello che invece è visibile ormai
da vari anni: la spirale di degrado e violenza che l’immigrazione
clandestina sta provocando nella vita sociale e politica, soprattutto
da quando è caduta sotto l’influenza della criminalità organizzata. Ed
è una spirale a doppio effetto, che mentre da un lato causa sempre più
vittime tra i profughi e gli immigrati stessi, esposti a sempre nuove
forme di sfruttamento e violenza sia dagli speculatori e dai criminali
nostrani, sia dai loro stessi connazionali trasformatisi in
sfruttatori, criminali o aguzzini (vedi lavoro nero, schiavismo,
prostituzione e spaccio); dall’altro lato, causa un degrado ulteriore
della società “occidentale” e in particolare quella italiana, già
deteriorata in precedenza.
Si pensi soltanto al degrado delle aree
metropolitane, alle guerre tra poveri nei quartieri ghetto e sul posto
di lavoro, tra i braccianti agricoli meridionali, agli episodi di
crescente violenza e intolleranza, al racket che ormai domina
incontrastato e si accaparra sempre nuovi traffici: dalla droga alla
prostituzione, dai bambini al lavoro nero, dal traffico d’organi a
quello delle armi. Ma si pensi anche alla spinta verso destra di sempre
crescenti strati di popolazione europea esasperata dal disordine e
dalla criminalità diffusa, che non trovando risposta nei partiti
democratici, si getta nelle braccia dei partiti di destra, come è
avvenuto di recente anche in Francia (dove Tolone, roccaforte operaia e
rossa, ha votato in maggioranza per Le Pen). E quando le destre
andranno al potere che faremo? Un’altra bella manifestazione
antirazzista? Ma a parte le conseguenze politiche, è l’America del
Bronx e di Los Angeles che ci aspetta, a livello sociale: con le sue
metropoli invivibili, la sua violenza diffusa, la sua guerra fra bande,
il racket sotto casa, l’omicidio e lo stupro dietro l’angolo,
l’assassinio che non fa notizia, la criminalità organizzata e la mafia
che la fanno da padrone e le istituzioni sbriciolate o corrotte. E dove
la coscienza civile e lo spirito di solidarietà sono morti per sempre.
3) Manca soprattutto nell’area eco - pacifista una capacità
propositiva, a parte le iniziative di singoli gruppi di volontariato,
per cui ci si trova da anni arroccati su una difesa generica dei
diritti umani, sui valori della solidarietà affidati alla coscienza e
alla buona volontà della gente (sempre più stanca e sfiduciata), su
appelli alla fratellanza e alla carità destinati a rimanere dentro le
mura delle parrocchie...
Possibile che non si riescano a raccogliere
tutte le energie su un progetto concreto e praticabile (per quanto
difficile o a lungo termine)? Perché non si adotta una strategia di
integrazione reale, basata su cooperative di lavoro e rieducazione, su
laboratori artigiani, fattorie ecologiche, difesa ambientale, servizi
sociali, culturali ecc., autogestiti e produttivi dopo una prima fase
di avviamento aiutata dal finanziamento pubblico (quanto risparmierebbe
lo stato, fra l’altro, sulle spese di ordine pubblico, igiene e sanità,
se gli immigrati anziché ghettizzati ed emarginati fossero integrati
nel tessuto sociale e produttivo?).
Queste cose e altre simili, caro Alberto, avrei voluto leggere nella
tua lettera e spero vivamente che le dirai nella prossima...
fraternamente,
Luigi Nicolis - S. Gimignano SI
Risposta alla lettera di Alberto Trevisan AN n. 1/2 - 1996 e articolo dello stesso su AN n. 3
Progetto gestione dei conflitti
a cura di Marco Bertoluzzo (Gruppo Abele To)
È ormai unanimemente condivisa la convinzione che nei mondi
giovanili il disagio sia una componente assai frequente, capace di
condizionare in modi a volte anche pesanti, la vita di ogni giorno.
Di
una parte di questo fenomeno, quantitativamente la meno rilevante, si
occupano o, per lo meno, si preoccupano le istituzioni e le agenzie
educative: si tratta di quelle forme di disagio che provocano
manifestazioni e comportamenti molto visibili e molto rumorosi e di
rottura con l’ambiente esterno.
La delinquenza, le
tossicodipendenze, le devianze violente e distruttive, le azioni di
inciviltà più clamorose sono tutte espressioni forti di un equilibrio
frantumato, che per la loro evidenza e per l’inquietudine che
suscitano, sono in grado di richiamare l’attenzione pubblica e di
spingerla all’iniziativa e all’intervento.
Su questo terreno,
l’agire collettivo, può conoscere disattenzione, carenze ed
inefficienze, ma non manca certo di esperienze di riferimento che, con
gli anni, si sono sviluppate, radicate e via via anche raffinate.
Ciò
non per dire che in questo campo non ci sia più niente da fare, o da
dire, anzi, ci sono risorse da aggiungere alle poche esistenti e,
soprattutto, c’è da programmarne e razionalizzarne l’uso assai meglio
di quanto oggi non venga fatto. C’è però sul tema una cultura a cui
guardare, e di conseguenza ci sono modelli d’azione a cui ispirarsi e
ci sono conoscenze e dati di non lieve portata a cui riferirsi.
Al
contrario, invece, di altre forme di disagio, assai più numerose e
diffuse, molto poco si sa, ancor meno, poi, si fa per limitarne lo
sviluppo.
Per questo è giusto palare di disagio silenzioso,
raccogliendo con questa espressioni quelle fonti di sofferenza
distribuite nella quotidianità che non producono, da parte di chi la
vive, gesti o reazioni dirette molto visibili esternamente, ma che
possono procurare difficoltà di non poco conto.
È, d’altra parte,
ampiamente dimostrata l’inconsistenza di un’opinione, purtroppo
largamente condivisa, che presuppone un rapporto tra gravità delle
espressioni di disagio e intensità della sofferenza vissuta dal
soggetto in difficoltà.
Ciò per dire che piccole esperienze negative
possono “far molto male” e non produrre però, segnali evidenti e forti
di rottura verso l’esterno. La lunga esposizione a queste influenze
negative può produrre perciò, all’insaputa di tutti, condizionamenti di
vita di difficile sradicamento successivo.
L’azione nei confronti di
questo aspetto del disagio giovanile-minorile si impone, dunque, non
solo da un punto di vista preventivo, ma ancor più forse, seguendo i
percorsi oggi spesso trascurati, della tutela dei diritti.
Non par
giusto infatti, che l’interesse comunitario si centri su quelle
condotte adolescenziali che, per il rumore che producono, finiscono col
preoccupare di più gli adulti perché capaci di minacciare “l’ordine
costituito dalle cose”.
Questo interesse a senso unico, più degli
adulti, in definitiva, che non dei giovani, finisce con l’essere pagato
con una profonda indifferenza nei confronti delle posizioni di silenzio
e di distanza che molti ragazzi sempre più spesso assumono rispetto ai
loro ambiti esterni di vita (in particolare rispetto a quelli
costituzionali e/o pubblici).
Da queste considerazioni prende il via la nostra proposta. Essa si
dà come obiettivo quella di affrontare e concretamente uno, non certo
l’unico, degli aspetti in cui si materializzano tante forme di disagio
silenzioso.
Si tratta della questione relativa alla gestione dei conflitti e alla ricerca di una loro possibile mediazione.
L’impossibilità
di trovare, nel corso dei conflitti che si vivono quotidianamente,
riferimenti normativi e umani, capaci di soccorso e di appoggio, è
fonte crescente di disagio e di insicurezza in particolare negli
ambienti urbani.
E se ciò avviene, in generale, per tutti i
cittadini, è inevitabile che avvenga con maggior sofferenza e lasciando
“strascichi” più pesanti proprio nei più giovani.
È infatti gioco
forza, che dalla solitudine in cui si viene lasciati, in questi casi,
maturi e cresca la convinzione che queste situazioni debbano essere
affrontate con quel “fai da te” improvvisato, povero di risorse,
sgangherato che i giovani in genere e quelli più deboli fra di essi
possono mettere in azione. Fughe dolorose, negazioni irrazionali,
attacchi spropositati o bisogni imperiosi di risarcimento finiscono col
lasciare i giovani di fronte ai loro conflitti sempre insoddisfatti e
avvolti da sensi di colpa o da vissuti di inadeguatezza.
Da qui, per
molti, scaturisce anche la tendenza a “vittimizzarsi” di fronte
all’altro del conflitto, assumendo come proprio il ruolo passivo di chi
è destinato a subire, magari sino a quando non capiterà di incontrare
soggetti più deboli su cui rifarsi.
È questo è uno degli aspetti del circuito della violenza che, di questi tempi, tanto ci preoccupa.
Il
tema del conflitto, da un lato, è quello dei processi di
vittimizzazione, dall’altro, meriterebbero ben altri approfondimenti di
quelli qui possibili, soprattutto in riferimento alla popolazione
giovanile. I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti
comunitari, nella strada e sui territori informali sono in realtà
presenti nella vita di ciascun ragazzo e sono esperienze destinate a
lasciar profondi segni nella sua crescita.
Perché, dunque, non cominciare ad occuparsene un po’ seriamente?
L’interrogativo non è solo utopistico e astratto.
Oggi
la maggior parte dei paesi occidentali ed in particolare quelli che più
ci sono vicini (vedi la Francia) hanno attuato e via via perfezionato
tecniche e strategie di mediazione dei conflitti che si sviluppano in
ambito sociale. Esistono in molte città, centri e servizi per la
“mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole
interesse in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei
cittadini.
Il nostro gruppo sta da tempo seguendo molto da vicino queste
esperienze ed in stretta collaborazione con l’Associazione C.I.P.M.
(primo “centro per la promozione della mediazione in Italia”) si sta
attivando per operare attivamente in questo settore (ad esempio
formando propri operatori presso centri esteri alle tecniche di
mediazione: ciò in considerazione del fatto che, in un settore così
delicato, nulla, ovviamente, può essere improvvisato!)
Fra le
numerose connessioni e collaborazioni in nostro possesso con le realtà
estere più attive in questo campo ve ne sono anche - e molto strette -
con città che stanno lavorando proprio sul terreno dei più giovani con
particolare riferimento ai mondi della scuola e dell’educazione.
Su queste promesse di competenza si fonda il progetto che di seguito presentiamo.
Centro Giovanile per la gestione dei conflitti
premessa
L’iniziativa
prende il via dalla considerazione che il disagio e la sofferenza,
quando non producono gesti molto visibili o comportamenti di aperta
rottura verso l’esterno, non richiamano l’attenzione pubblica né sono
oggetto di iniziative e di interventi.
L’impossibilità di trovare
riferimenti normativi e umani capaci di supporto e di appoggio nel
corso di situazioni conflittuali è spesso fonte di ulteriore malessere
e di grande insicurezza. Sono esperienze negative che possono fare
molto male e condizionare pesantemente la quotidianità. Questo è tanto
più vero nei confronti dei giovani che sono lasciati soli ad affrontare
situazioni che spesso fuggono loro di mano, dalla cui gestione escono
insoddisfatti, oppressi dai sensi di colpa.
Conflitti in famiglia,
nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e nei luoghi di
ritrovo sono realtà presenti nella vita di ciascun ragazzo e sono
esperienze destinate a lasciare profondi segni nel percorso di crescita.
Sull’esempio
di quanto già accade nella maggioranza delle altre città europee, e in
stretta collaborazione con l’Associazione C.P.I.M. , il “Centro
Giovanile per la gestione dei conflitti” si propone, nel territorio del
quartiere, come uno spazio di facile accesso in cui l’esperienza del
conflitto può trovare un ascolto competente ed un supporto per la
ricerca delle soluzioni possibili.
obiettivi
Il centro ha individuato i seguenti obiettivi:
1)
Promozione e diffusione nel territorio e in tutte le realtà di vita
giovanile della cultura della mediazione, per far sentire in tutti i
modi possibili che si può essere aiutati nella gestione dei conflitti
(con particolare e più intensa attenzione nei confronti di giovani
vittime di reati, di soprusi, violenze, prepotenze, torti.)
2)
Costruzione di una rete di connessioni collaborative con gli ambiti
istituzionali e non (polizia statale e municipale, tribunali minorile e
ordinario, scuola, associazionismo, servizi socio-sanitari, ecc.)
3)
Apertura di uno spazio di ascolto, in cui le narrazioni del conflitto
possono liberamente essere espresse trovando una accoglienza
disponibile e competente. Ovviamente non ci si sostituisce ad altri
servizi, né si assumono competenze relative alla presa in carico
psico-sociale dell’individuo. Proprio perché si affrontano temi
relativi al conflitto deve essere evidente la neutralità di questo
spazio rispetto a quelli istituzionali.
4) Predisposizione di
opportunità di mediazione, perché le parti che liberamente lo scelgono,
possano trovare un aiuto competente per cercare di superare le
sofferenze prodotte dai vissuti di contrasto con l’altro.
5)
Tracciatura di una mappa dei conflitti del territorio da cui trarre
indicazioni per interventi progettuali e strutturali che possano
alleggerire le tensioni individuate.
6) Preparazione del territorio
per operare, in prospettiva, investimenti formativi di larga portata.
L’azione di mediazione e di gestione dei conflitti trova infatti la sua
piena realizzazione quando si arriva a preparare, alla gestione di
questa funzione, soggetti rappresentativi del territorio, delle
istituzioni e delle agenzie educative. Si deve pertanto prevedere
l’esistenza di una seconda fase del progetto (realizzabile nel corso
del 1996) in cui il Centro provvederà a formare alla mediazioni
operatori, soggetti di riferimento sul territorio, e gli stessi ragazzi
nelle scuole e negli altri spazi di vita.
L’equipe
L’èquipe che gestisce il centro e garantisce lo sviluppo e la
realizzazione degli obiettivi indicati nel progetto è costituita da un
gruppo multiprofessionale di 11 persone (laureati e diplomati in
discipline diverse).
Tutti hanno maturato un esperienza di studio e
di lavoro in ambito sociale, nei luoghi del disagio ed hanno seguito la
formazione alla mediazione secondo il metodo del Centre de Mèdiation et
de Formation à la Mèdiation di Parigi, modello di riferimento di questo
progetto.
Oltre ai membri fissi dell’èquipe che, alternandosi in
turni, consentono l’apertura quotidiana del Centro, alcuni
collaboratori esterni si affiancheranno per la realizzazione di
specifici progetti.
Inizialmente il Centro è aperto con il seguente orario:
Lunedì, Mercoledì, Venerdì : dalle 15:00 alle 18:00
Martedì, Giovedì : dalle 9:30 alle 12:30
I servizi attivati
Il centro è aperto tutti i giorni, al mattino o al pomeriggio, in
modo da garantire fin dall’inizio la presenza nel quartiere, lo spazio
d’ascolto e l’attivazione del servizio di documentazione e informazione.
Lo spazio di ascolto:
Nell’orario di apertura del Centro sono
sempre presenti due operatori disponibili ad accogliere le richieste
delle persone che volessero contattarci. Fin da ora, se dovessero
giungere richieste di mediazione dei conflitti, un’èquipe di 3
mediatori è disponibile per le sedute.
Servizio di documentazione e informazione:
I temi trattati
saranno inerenti ai conflitti, alle diverse modalità con cui possono
essere gestiti; alla mediazione, documentata nelle sue possibili
applicazioni e nei differenti metodi; alla gestione pacifica dei
conflitti, alle dinamiche dei conflitti di gruppo, ecc.
Per questo
servizio il Centro usufruisce di tutto il materiale raccolto
precedentemente dal C.I.P.M. (Centro Italia Promozione Mediazione) e
dal Gruppo Abele. Parte quindi già dotato di ampia raccolta di
articoli, riviste, esperienze e testi, per la maggioranza stranieri,
dei quali, almeno i più significativi saranno tradotti. Il Centro di
documentazione sarà tenuto aggiornato sia per quanto riguarda le
pubblicazioni che le esperienze.
Sensibilizzazione del territorio:È
iniziato il primo contatto con
le altre realtà sociali già presenti nel quartiere (centri,
associazioni, cooperative, gruppi giovanili, ecc.). Questi incontri
hanno l’obiettivo di avviare la reciproca conoscenza, di presentare le
attività, gli scopi e le modalità operative del Centro, diffondendo una
maggiore conoscenza delle dinamiche del conflitto e delle possibilità
della sua gestione. Consentono di individuare possibilità di
collaborazione con le realtà che da tempo sono presenti nel territorio
della circoscrizione. Inoltre costituiscono il punto di partenza per
arrivare a tracciare la mappa dei luoghi dove i conflitti sono più
presenti.
Sono già iniziati gli incontri con i presidi delle scuole
superiori ai quali è stata data una prima informazione rispetto
all’attività del Centro ed è stata richiesta l’autorizzazione a
partecipare alle assemblee degli studenti e poter così parlare
direttamente con i ragazzi.
Per le altre scuole e per le altre sedi
istituzionali fisseremo gli incontri a partire a Gennaio, mentre già in
questi giorni sono in corso i contatti con le associazioni giovanili
presenti nella circoscrizione.
Il volantino illustrativo
dell’attività del centro sarà distribuito porta a porta, nelle
parrocchie, nei centri di ritrovo del quartiere.
L’informazione
dell’apertura e dell’attività del Centro giungerà direttamente alle
famiglie con il giornalino “Passaparola”. In tempi brevi pensiamo
perciò di completare capillarmente la diffusione dell’informazione.
Indignamoci di più’, gridiamo di più’
di S. Canestrini
Il dubbio si presenta spesso nella coscienza di chi, pur essendo
uomo di legge, non crede che diritto e giustizia siano termini che si
equivalgono e che il piccolo tribunale dentro di noi, che giudica le
nostre azioni, debba emettere sentenze pari a quello togato. Sì certo,
Antigone, certo il genio di Sofocle che ben più di 2000 anni fa aveva
impareggiabilmente illuminato il problema indicando anche la soluzione.
Dramma antico? Soluzione già sicura per tutti? Non direi.
Ho letto recentemente che uno studioso americano della seconda
guerra mondiale ha trovato gli atti di un terrificante “procedimento
penale”. In un campo di concentramento di soldati nazisti, in Olanda,
già ormai verso la fine della guerra, una “inchiesta interna” aveva
scoperto che due prigionieri non erano stati catturati dalle truppe
americane come tali, ma si erano consegnati agli stessi, disertando.
Inchiesta di chi? Degli ufficiali nazisti ai quali gli americani
consentivano, entro il perimetro del campo, ancora tutti i diritti di
comando e anche di punizione. I fanatici nazisti avevano anche
instaurato un “tribunale di guerra” interno che giudicò i due disertori
e li condannò a morte perchè riconosciuti tali. I due disgraziati,
inutilmente, si appellarono al comandante americano del campo di
concentramento il quale rispose loro che questi erano affari interni
tedeschi e che non poteva farci nulla. I due finirono giustiziati.
Anche un recente film raffigura questa terribile realtà pressappoco a
soggetto analogo. Al di là dell’esasperato formalismo giuridico (ve la
immaginate una richiesta di prigionieri alleati o di detenuti a Dachau
o a Buchenwald rivolta al comandante del campo?) vi era chiaramente
sottinteso un patto (tra la grande potenza vincitrice e la grande
potenza vinta) di particolare considerazione verso quest’ultima in
funzione dell’inizio di quella guerra fredda che si sapeva stava per
iniziare.
Andiamo in Svizzera, paese indicato come il paradiso della libertà.
É notizia di questi ultimi mesi che quello stato ha solo ora
riabilitato un ex capitano di polizia morto nel 1972 che era stato
cacciato dal corpo perchè, durante gli anni dei nazisti, si era
adoperato per salvare un gruppo di ebrei che stava fuggendo dalla
Germania e, attraverso le fatiche e le nevi era penetrato nel
territorio della Repubblica Elvetica. A quell’epoca (è opportuno
ricordarlo) la Svizzera era piuttosto tenera o, almeno tiepida, verso
la Germania per paura di una invasione, tant’è nel 1938 fu emanata una
legge per la quale agli esuli ebrei non veniva riconosciuto lo status
di profughi e i poveretti, che si presentavano alla frontiera, venivano
respinti nelle mani dei loro aguzzini, ormai carne per il forno
crematorio. Il capitano Paul Gruniger violò questa disposizione, trovò
il modo di far passare gli ebrei, e finì davanti ad un Tribunale che lo
condannò al carcere come cittadino che aveva violato la legge.
In tempi più vicini, nella tremenda ultima notte che gli Stati Uniti
avevano concesso al sanguinario dittatore di Haiti, per permettergli di
fare le valigie e proteggiergli così la partenza verso un dorato
esilio, sottraendolo all’ira popolare, il dittatore aveva deciso di
lasciare dietro di sé una scia di sangue facendo decapitare i capi
dell’opposizione imprigionati.
Il tenente americano competente su quella zona nella quale doveva
mantenere - per il passaggio dalla dittatura alla democrazia - l’ordine
pubblico, venuto a sapere di ciò, inorridito, chiese istruzioni a
Washington per sapere se poteva intervenire a salvare dalla morte i
condannati. Gli fu risposto che si occupasse dei fatti suoi. Egli violò
l’ordine, penetrò con forza nelle carceri e mise in libertà coloro che
stavano per essere fucilati. Il tenente finì davanti alla corte
marziale ed oggi è in galera.
Ci decideremo a pensare un po’ a fondo a questi problemi? A
chiederci cos’è la giustizia? A come poterla conciliare con la vita e
con l’umanità? Ci decideremo a considerare che la legge scritta spesso
è crudele e quasi sempre ipocrita e deve, non solo può, essere violata
dagli onesti, nei casi in cui sono in gioco principi fondamentali di
libertà? L’obiettore di coscienza Jagerstatter, che si rifiutò di
vestire la divisa nazista, fu fatto impiccare da Hitler. C’era una
legge che prevedeva ciò: ma era giusta? era nel solco della storia o
non piuttosto fondata sul principio della violenza e della dittatura?
Io credo che abbia ancora una volta ragione Alex Zanotelli quando
scrive: “Sento il bisogno di indignarmi, sento il bisogno di gridare”.
Dunque, indignamoci di più, gridiamo di più.
Sandro Canestrini
Recensioni
Lo zen e l’arte della manutenzione della bicicletta
di Gianni Catania, Ed. Gruppo Abele
Dice un vecchio proverbio piemontese: “becana vita sana”, ovvero chi
usa la becana (termine dialettale di bicicletta) conduce una vita sana.
Ancora
oggi in molte cittadine della Padania, anche se meno di un tempo, si
vedono persone anziane, sia uomini che donne, sbucare sulle loro bici
dalle fitte e grigie nebbie che sovente avvolgono questi luoghi e
pedalando lentamente, quasi con una antica saggezza zen, accudire
autonomamente agli impegni della vita quotidiana.
Ma le ultime due
generazione hanno progressivamente dimenticato la saggezza dei nonni,
sebbene si noti qualche segnale di inversione di tendenza, vuoi per
necessità o per ripensamento. Per accelerare queste tendenze, ammesso
che esistano, occorre svolgere un’opera di educazioni dei giovani e di
rieducazioni degli adulti.
A questo scopo è di grande utilità il
libro di Gianni Catania, Amica Bicicletta, pubblicato dalle Edizioni
Gruppo Abele. È un manuale completo, che spazia dagli aspetti più
motivazionali, ecologici, di principio, di critica dei mezzi di
trasporto a motore, soprattutto l’automobile, agli aspetti più tecnici,
di manutenzione, autocostruzione e organizzazione dei sistemi di
trasporto.
Frutto di un lungo, meticoloso e sofferto lavoro, è uno
strumento agile, chiaro e completo allo stesso tempo, con una appendice
in tre sezioni: legislazione sul traffico, associazioni di
cicloecologisti, bibliografia ragionata.
Il libro è corredato da
molti schemi, dati tecnici, tabelle e persino da qualche semplice
formula di fisica elementare che aiutano a comprendere meglio i
principi sui quali si basa questo strumento ancor oggi insuperato di
integrazione uomo-macchinna.
Con un equilibrato dosaggio di aspetti
tecnici, pratici, critici e di motivazione, l’autore riesce a
trasmettere una impressione di amichevole rapporto, una sorta di
viaggio da compiere insieme tra l’uomo e la sua bicicletta.
A questo
punto è spontaneo l’accostamento al fortunato romanzo di Robert Pirsig,
tanto che si è indotti a definire il libro di Gianni, un manuale sullo
“zen e l’arte della manutenzione della bicicletta”. Per farne veramente
un trattato zen manca solo un capitolo. Ma per affrontare questo ultimo
e impegnativo compito occorrerebbero forse la competenza e
l’autorevolezza di un maestro come Thich Nhat Hank al quale si dovrebbe
chiedere di estendere le semplici ed efficaci tecniche di meditazione
camminata anche alla “meditazione pedalata”.
Nanni Salio
PEACELINK FOR AFRICA
di Enrico Marcandelli
Riportiamo qui la sintesi del diario di viaggio di Enrico
Marcandalli, responsabile della campagna “PeaceLink for Africa”. Enrico
È andato in Kenya a mettere a punto il Media Centre con cui padre
Kizito vuole realizzare in Africa un’esperienza di comunicazione per la
pace, i diritti umani e la solidarieta’. Kizito - oltre che missionario
- È anche un giornalista ed È stato in passato direttore del mensile
comboniano “Nigrizia”. È nato in Italia, il suo nome È Renato Sesana;
“Kizito” È un soprannome, cosi’ si chiamava un martire africano. Kizito
ha conosciuto Enrico nel 1995 ed È subito nata una collaborazione molto
intensa. Posta elettronica, impaginazione e stampa con il computer,
progettazione e diffusione via modem della rivista “Africanews”: questi
i progetti che si stanno concretizzando.
Sulla rete telematica
PeaceLink È stata creata una banca dati telematica sull’Africa. Enrico
- che abita e lavora a Milano - È autore di libri di informatica e
telematica ed È andato a Nairobi da volontario, pagandosi il viaggio e
utilizzando alcuni giorni delle sue ferie.
Arrivo a Nairobi: “Alt! Polizia!”
Partenza per il Kenya: 28
ottobre 1995. Vado da padre Kizito, missionario comboniano. Volo buono,
con bel tempo. Arrivo a Nairobi in perfetto orario. Al passaggio del
cancello per uscire dagli arrivi internazionali, un gruppo di
funzionari mi ferma e mi fa aprire la valigetta con dentro il fax. È un
apparecchio per Kizito. Lo sapevo che non passavo! In breve mi dicono
che non posso portare dentro il fax, che È illegale e... mi chiedono
dei soldi. Prima 300 dollari e poi arrivano a 100. Io dico che non ho
intenzione di pagare e loro insistono. Dico che il fax È per me e che
me lo riporto indietro. Niente da fare. Apro il portafoglio e.... meno
male che avevo solo 80 dollari. Passato il gruppo, sto per uscire. Alt!
Mi fermano di nuovo. Questa volta È la polizia in borghese. Mi chiedono
i documenti, vogliono sapere da me, come mai ho dato dei soldi al
gruppo precedente. Rischio uno salasso senza fine...
Meno male che
Kizito, che stava fuori, si È accorto della cosa ed È intervenuto,
intimando di lasciarmi stare, altrimenti il loro nome sarebbe comparso
sul “Nation” (il piu’ diffuso quotidiano keniota su cui scrive Kizito).
Non c’È male come arrivo!
Sono in Africa.
Kizito mi porta a
Bethany House, nella casa dove sta ora e dove vive con il vescovo,
mons.Mazzolari. Li’ c’È anche un ingegnere italiano in pensione, È qui
per dare una mano. C’È poi un altro vescovo sudanese in esilio ed altri
ancora. Insomma, dormo tra due guanciali; in una casa con alcuni preti
e due vescovi.
Primo giorno a Nairobi, ragazzi eccezionali
Ho trascorso la
mattinata scorrazzato in auto da Kizito per un primo giro di Nairobi.
Non la Nairobi bene, ma quella degli slum, le baraccopoli dove si
accatastano centinaia di migliaia di persone senza luce, nÈ acqua nÈ
sistemi di fognature. In effetti, passando al limitare della
baraccopoli si sente un lezzo incredibile.
La mattinata È iniziata comunque con una messa (celebrata da Kizito) in una universita’ di Nairobi (un po’ fuori).
La
cosa che mi ha stupito È che nello stesso salone, subito dopo la messa
cattolica di Kizito, si celebrava una messa protestante, cosi’ senza
fare tanto casino. Da noi sarebbe impensabile. Pomeriggio passato
ancora in giro con Kizito. Siamo andati a casa di un giornalista di New
People che vive in uno slum. Ha voluto ospitarci a casa sua: una
baracca di pochi metri quadrati, dove non c’era nemmeno un lavandino o
un fornello. Grandissima ospitalita’, pur non avendo quasi niente. Ho
provato un po’ di timore, pur accompagnato da Kizito. In questo slum la
settimana scorsa, durante uno scontro tra due tribu’, sono morte sette
persone. Kizito si sta adoperando, tramite questo giornalista, per fare
un incontro di pacificazione con i capi delle due tribu. La tappa
successiva mi ha portato a Koinonia, nella comunita’ che si occupa dei
bambini di strada di Nairobi. Koinonia sorge nel quartiere di Riruta,
al limitare di un altro slum, dove vivono i bambini di strada del
“progetto Koinonia”.
Ho fatto un breve giro dello slum con un
ragazzo masai che mi ha anche presentato alcuni bambini di Koinonia. Mi
hanno mostrato le cataste di latta, plastica eccetera che raccolgono da
vendere.
In genere questa Africa viene snobbata dai giri turistici e
quindi ci si crea una immagine ideale che non ha niente a che vedere
con la realta’. Ora mi trovo nella comunita’ di Koinonia, con Albert,
Andrea, Michael, e altri di cui imparero’ il nome nei prossimi giorni.
Ragazzi davvero eccezionali.
Nati negli slum e che ora, pur avendo
studiato e un buon lavoro, si danno da fare per risolvere la situazione
dei poveri del Kenya. Qui si fa tutto a turni, cucina, pulizie
eccetera. Ognuno ha una sua camera. Durante il giorno sono tutti via,
chi al lavoro chi a scuola. Poi alla sera si ritrovano insieme. Per
cena abbiamo mangiato pesce del lago Vittoria. Dopo cena, prima lezione
di computer con Andrea. Sono molto curiosi e imparano in fretta.
Davvero molto intelligenti, non come i nostri colletti bianchi che si
danno un gran da fare per sollevare solo polvere.
Penso che faranno
grandi cose, naturalmente con l’aiuto di Kizito. Stanno mettendo in
piedi il Media Centre, la casa editrice di AFRICANEWS. Se i lettori dei
paesi del nord sapessero da dove arrivano le notizie e gli articoli e
in quali condizioni.... Qui, e non È una esagerazione, si fanno davvero
i miracoli.
Secondo giorno: tra zanzare e Internet
Prima notte a Koinonia
davvero incredibile. Mi sono rifugiato sotto le coperte per tutto il
tempo per via delle zanzare. Ieri sera avevamo lasciato la porta della
mia camera aperta e quindi era piena di zanzare. Per di piu’ ho
lasciato l’Autan nella valigia che È ancora all’aeroporto di Roma...
mannaggia. Praticamente non ho dormito un cazzo. Comunque anche la
notte È passata. Ho trascorso la mattinata con Clement, uno dei ragazzi
della comunita’, in giro per le strade di Nairobi. Ha piovuto tutta la
notte e gran parte della mattinata e quindi le strade di qui sono
inagibili. La maggior parte delle strade della periferia di Nairobi
sono di terra battuta, con buche enormi. Nairobi È una citta’
fatiscente. Vista dalle colline È molto bella, con gli enormi palazzi
di vetro e il centro commerciale. Ma se ci si cala nelle strade a
contatto con tutta la gente che la popola si vede immediatamente
un’altra faccia.
Pomeriggio passato a Koinonia con Eric, bambino di
8 anni adottato dalla comunita’. È molto intelligente, sa leggere
benissimo in inglese e mi ha letto un libretto. Un bambino di 8 anni
con una calma incredibile, quasi rassegnazione. Poi, dopo cena,
riunione con tutti i ragazzi e
Kizito che mi faceva da interprete
nella mia spiegazione di Internet. Spero proprio che imparino e
riescano a fare qualcosa di buono. Se lo meritano solo per lo
sbattimento in queste condizioni. Ne sono certo.
Terzo giorno, posta elettronica al Media Centre
Questa seconda notte a Koinonia È passata bene, grazie alla zanzariera di Kizito. No mosquito... yeah!
La mattinata È iniziata con la pioggia (very raining).
Alle
9 si presenta Kizito con Isaac, un tecnico della Thorn Tree, il service
provider che fornisce la posta elettronica Internet a Kizito. Isaac ha
installato il programma di e-mail per Koinonia e ha sistemato le
connessioni con il telefono. Dopo un’ora o forse piu’, veniamo a capo
della faccenda. Le linee qui in Kenya sono very noisy: disturbatissime.
Per beccare una connessione occorrono diversi tentativi, ma tutto
funziona.
Ora anche la comunita’ di Koinonia ha un indirizzo Internet:
Per i ragazzi È veramente importante, lo È anche per il Media Centre Africa News in fase di realizzazione.
Pranzo
a Bethany House con Mons. Mazzolari, Kizito e un vescovo sudanese in
esilio (persona davvero squisita che parla anche italiano). Dopo pranzo
sistemo il computer di Bethany House che serve anche per il SCIO, il
comitato che sostiene la pacificazione in Sudan. Indirizzo di posta
elettronica:
La sistemazione di questo computer
richiedera’ la mia presenza anche domani mattina, quando arrivera’ la
nuova segretaria di Mons. Mazzolari.
La serata trascorre in
compagnia dei ragazzi di Koinonia, cena a base di pesce, un po’
piccantina. Dopo cena, seconda lezione su Internet e posta elettronica
con dimostrazione pratica scrivendo un messaggio dalla nuova
postazione. Il primo messaggio verso l’Italia lo spedisco ad Anna, mia
moglie. Nel vedere partire questo messaggio sento un attimo di
nostalgia.
Quarto giorno: il reggae di Kizito
Mattinata passata a Bethany
House a insegnare a Carol (carina), la nuova segretaria di mons.
Mazzolari, a usare lo scanner e Omnipage per convertire le pagine
scannerizzate in testo. Oltre le mie aspettative. Ha imparato tutto in
fretta e a fine mattinata avevamo gia’ scannerizzato una pagina,
corretti gli errori e impaginato su tre colonne con una foto inserita
nel testo.
Mi convinco sempre di piu’ che la gente di qui ha delle
grandi capacita’ di apprendimento... unica cosa (e non da poco) mancano
i mezzi. Il pomeriggio sono tornato a Koinonia e, armato di impegno, ho
installato tutto: computer, stampante, scanner e casse stereo (e
si’.... qui amano molto la musica) e tutto per fortuna funziona al
primo tentativo. Morale.... mentre noi siamo nella sala a mangiare, di
la’ nella mia camera dove abbiamo installato il computer, Kizito si sta
divertendo con la musica dei vari CD-ROM che ha portato dagli Stati
Uniti. Dovreste vederlo come si agita al suono di un reggae. La serata
prosegue con un’altra lezione di posta elettronica. Leggiamo tutti
insieme la risposta di mia moglie Anna da Milano e scriviamo altri
messaggi.
Quinto giorno, kiswahili con accento lombardo
Sveglia prestissimo
(ore 6,15) e colazione. Alle 7,15 si parte per Kitale, 400 km da
Nairobi. Siamo io, mons. Mazzolari e Joseph, l’autista di Bethany House.
In
poco tempo siamo fuori da Nairobi. Sembra che la vita fuori dalla
citta’ sia un po’ piu’ dignitosa. Ci sono molte mucche e verdura ai
lati della strada.
Il punto piu’ bello È quando arriviamo dall’alto
sulla Rift Valley: un solco lunghissimo che parte dalla Somalia e
arriva nel Malawi, nei pressi del Sud Africa. La vista spazia su tutta
la valle coltivata; in questa parte del Kenya È maggiore l’insediamento
dell’uomo e quindi anche le coltivazioni.
Hanno un sacco di verdura:
patate, carote, verze, e altra ancora; e frutta: manghi, papaia,
avocado, arance. Lungo i fianchi della strada ci sono donne e bambini
che vendono la loro verdura. Piu’ avanti vedo bambini che pascolano
pecore e mucche.
A Nakuru incontriamo il lago omonimo e vediamo da
lontano stormi di flamingo. La vista dalla strada È bellissima.
Attraversando il parco nazionale di Nakuru vediamo mandrie di zebre che
pascolano ai margini della strada.
Arriviamo a Kitale. Poco fuori
Kitale deviamo per una stradina di terra per andare dove sorgera’ il
centro che mons.Mazzolari doveva vedere. Ci sono due amici italiani che
avevo gia’ visto a Bethany House: Giuseppe e Franco che sovraintendono
i lavori.
Franco È una persona simpaticissima. Parla kiswahili con
accento lombardo. Franco È un ex-comboniano, ex-operaio, ex-lavoratore
volontario di ONG e ora lavora per i Verona Fathers (comboniani di
Nairobi). Come? Mah... fa un po’ di tutto, sovrintende i lavori di
muratura, di carpenteria, eccetera. È stato in Burundi, in Nuova Guinea
e ora in Kenya. Con lui parliamo un po’ di tutto: di Alex Zanotelli,
del significato del volontariato in Africa e dei problemi con gli
africani, del fatto che - passata la fase efficientista che ha causato
i disastri che sappiamo - ora siamo nella fase misterica, quella che
parte dalla fede. Secondo lui, ogni intervento di volontariato laico in
Africa È destinato a fallire perchÈ si scontra con uno stato di cose
che non puo’ cambiare con la mentalita’ occidentale. Solo chi si apre
completamente agli africani e si carica sulle spalle la loro croce puo’
entrare nei loro cuori.
Mentre torniamo, a Nakuro incontriamo un
violento temporale e, a fianco della strada, vedo i bambini che tornano
da scuola e si devono fare diversi chilometri a piedi nudi, sotto
l’acqua, con i loro vestiti tutti uguali e, soprattutto, con un
costanza che noi non riusciremmo ad avere neanche tra mille anni. I
bambini sono quelli che mi fanno piu’ compassione, forse perchÈ li vedo
cosi’ indifesi di fronte a una situazione talmente difficile da
affrontare tutti i giorni.
Il viaggio di ritorno lo abbiamo fatto su
una fuoristrada che sobbalza a ogni cunetta o buca della strada e qui,
sulle strade del Kenya ce ne sono davvero molte... non È cosa per i
deboli di stomaco. Franco ha messo tre sacchi di fagioli sull’auto per
sobbalzare un po’ meno.
A Koinonia stasera niente lezione, i ragazzi
sono troppo intenti a giocare con il computer e quindi rimandiamo a
domani. Finalmente posso distribuire le Smemorande e loro ne sono
davvero felicissimi!
Sesto giorno, grattacieli e savana
Oggi giornata di riposo....
A
Bethany House ho sistemato un po’ di cosine ai computer di Kizito e ho
fatto ancora un po’ di lezione a Carol che È piu’ svelta di me.
Verso
le 16 io e Kizito siamo andati a parco nazionale di Nairobi. È
bellissimo. Il contrasto della savana con i grattacieli della citta’ in
lontananza rende ancora piu’ suggestivo il tutto. Il parco È un grande
triangolo di 50 Km per lato, con delle stradine di terra che lo
attraversano. Tutto molto bello, molto inglese. Abbiamo incrociato
subito due giraffe, un rinoceronte (cosa rara) e poi un sacco di
antilopi e gazzelle. Abbiamo girato per due ore in auto (fuoristrada)
fermandoci ogni tanto a osservare. Kizito mi parlava degli animali,
delle piante e cosi’ ho scoperto un altro Kizito, non solo impegnato
nella causa religiosa e umana, ma anche amante dell’Africa. Abbiamo
vissuto anche l’ora piu’ bella dell’Africa: il tramonto, con molte
nuvole in cielo che filtravano i raggi del sole... un paesaggio da
sogno. Questa Africa - che poi È quella idealizzata da noi europei - È
nettamente in contrasto con la realta’ delle persone ammassate nei
sobborghi della citta’ che vengono ignorati dai giri turistici. Appena
si esce dal parco diventa lampante la vera realta’... quella delle
persone attaccate ai bus e che a migliaia fanno ritorno alle proprie
povere case.
Settimo giorno con i bambini di strada
Oggi È sabato e a Koinonia
arrivano gli street children, i bambini di strada che i ragazzi di
Koinonia cercano di recuperare un pochino dando loro la dignita’ che
hanno perso negli anni passati, abbandonati a se stessi negli slum, tra
furti, droghe (colla da falegname sniffata) e una vita che li rende
adulti prima del tempo. Alle 9,30 arrivano i primi. Poi arriva un
medico tedesco che parla un po’ di italiano e con lui andiamo al
mercato a comprare un po’ di polli per i bambini. Il mercato È immerso
nello slum e le bancarelle sono dei piccoli rialzi in un vero fiume di
fango e qualcos’altro che puzza di fogna. Vi si vende di tutto, dalle
verdure, ai tegami, ai vestiti e.... anche i polli.
Ora.... noi
siamo abituati ad andare al mercato a comprare il nostro pollo arrosto
gia’ cotto e pronto da mangiare. Qui i polli... sono vivi. Gli tagliano
il collo e li spennano davanti a te, li puliscono e te li mettono in un
sacchetto. Tutta un’altra cosa: un rapporto con il cibo che noi abbiamo
perso, che solo i nostri vecchi e chi vive in campagna ha conservato.
In questo mercato, dove naturalmente la gente di qui va a comprare le
proprie cose, noi non faremmo un solo metro in avanti, arretrando
davanti al fango e alla puzza. In effetti l’Africa È davvero forte.
Tutto piu’ forte che da noi, sia i profumi intensissimi, sia la puzza.
Noi siamo come anestetizzati. L’odore delle cose, del cibo, della
gente; i colori portano una fisicita’ davvero diversa. Il rapporto con
l’altro, l’accalcarsi sui bus, non È fastidio, ma semplicemente
contatto umano. Per noi È davvero difficile da vivere, abituati come
siamo al... stammi a una spanna. È una esperienza che in 10 giorni ti
stimola solo e ti provoca sentimenti misti di compassione per la
poverta’ e di rifiuto per le cose sgradevoli. Penso che solo dopo un
certo periodo entra in te la consapevolezza e l’accettazione di questo
mondo.
Tornati dal mercato, a Koinonia sono gia’ arrivati quasi
tutti i bambini. Si organizzano subito: chi per lavare le proprie cose
(poveri stracci messi a casaccio, scarpe di due o tre numeri in piu’)
altri invece organizzano il la cucina all’aperto. Ti vengono incontro
ti toccano e ti stringono la mano (hanno un loro modo di salutare). Qui
in Africa, anche il piu’ povero che incontra uno sconosciuto gli
chiede: “how are you?” e gli porge la mano per salutarlo.
A pranzo,
la preghiera viene recitata da loro e in questo si vede la dignita’ che
hanno conservato: tutti si coprono il volto con le mani mentre pregano.
Dopo pranzo, lavati i piatti, si fa lezione. Oggi, in occasione del
passaggio di un medico della Zambia amico di Kizito che partiva per
Roma si sono organizzati due gruppi. Uno con il medico tedesco come
insegnate e uno con il medico zambiano. Lui spiega ai bambini come È
formato il nostro corpo, illustrandogli quali sono le sostanze e i cibi
che fanno bene e quali fanno male, arrivando in breve a parlare della
droga. Spiega loro i disastrosi effetti che provoca la droga sui loro
piccoli corpi e loro sono attentissimi, tranne alcuni che dormono con
la pancia troppo piena.
Non so che dire, forse È come fare un buco
nell’acqua o come voler svuotare l’oceano con un cucchiaino, ma oggi
davanti ai miei occhi si È compiuto un miracolo che solo il cuore (per
i non credenti) e la fede (per credenti) hanno aiutato a compiersi.
In
effetti, la nostra cognizione della vita che se non si ottengono grossi
risultati non se ne fa niente, qui in Africa non ha senso. Anche
piccole azioni, tese a creare un po’ di speranza, possono significare
molto per gli altri.
Ottavo giorno a Korogocho
Oggi, domenica io e George siamo andati
a Korogocho, una baraccopoli di Nairobi. A Korogocho opera padre
Alessandro Zanotelli: padre Kizito, per incontrarlo, deve impiegare due
ore all’andata e due ore al ritorno, totale quattro ore di viaggio e di
traffico caotico. Korogocho È un’enorme ammasso di baracche di legno,
cartone, argilla e con i tetti di lamiera. Non ci sono scarichi per i
rifiuti solidi e liquidi e quindi le stradine sono percorse da
fiumiciattoli di.... non so, ma dalla puzza posso ben immaginare. La
gente di qui, come al solito, È poverissima ma molto gentile, tutti i
salutano e ti danno la mano. In breve siamo alla missione comboniana
che sorge piu’ o meno nel centro della baraccopoli. È, come dire,
un’area di salvezza non solo spirituale. Oggi, essendo domenica, È
pieno di gente che aspetta la messa. È uno dei primi esperimenti di
inculturazione, cioÈ adattare la liturgia cattolica alla cultura e alle
religioni tradizionali africane. Solo la durata (2 ore e mezza) ne È la
conferma. La messa È quasi interamente cantata da un gruppo di ragazzi
e ragazze di Korogocho al ritmo delle congas e viene recitata dal padre
in Kiswahili. La liturgia non viene stravolta ma integrata con
cerimonie tradizionali e quindi diventa piu’ vicina a tutti gli
abitanti. Padre Alex Zanotelli non c’È: È andato in Italia.
Nel
pomeriggio a Koinonia c’È un incontro del gruppo pacifista di People
for Peace con i ragazzi della comunita’. Kizito prepara una festa.
Torta e gelato, the e caffÈ per tutti e poi un breve discorso di Andrea
che spiega la loro esperienza di vita in comunita’. Anche oggi la
giornata È trascorsa tra mille cose nuove. Per descriverle tutte ci
vorrebbe un libro.
Siccome oggi È stata una bella giornata di sole
e ieri non ha piovuto, il serbatoio d’acqua di Koinonia È vuoto, quindi
niente acqua per lavarsi. Qui, quando non piove si devono fare un
chilometro con le taniche per andare a prendere l’acqua. Arriva anche
quella dell’acquedotto, ma la quantita’ È davvero ridicola.
Nono giorno, io e il water
Oggi giorno di relax e spese. Io e
Clement andiamo in citta’, nel quartiere bene di Nairobi. Entrando nel
grande complesso vediamo ragazzi che giocano e che si tuffano in
piscina. Altro che slum. Qui si trattano davvero bene.
Per la
strada, mentre ci avviciniamo, passiamo davanti al Centro Culturale
Italiano di Nairobi e vediamo i bianchi che giocano a basket in un bel
campo recintato e protetto da guardie armate. Non so se vergognarmi di
essere bianco o italiano, oppure tutte e due le cose.
Pomeriggio
andiamo a Bethany House. Chiedo a Kizito di poter fare una doccia da
loro... ne ho davvero bisogno e, io, ricco cittadino del nord del
mondo, non so adattarmi ai ritmi di vita (igiene compresa) di Koinonia,
dove tutto È molto spartano. In effetti qui quando manca l’acqua È
davvero un problema. Vedi gli stronzi degli altri galleggiare nel water
e non puoi farci niente se non aggiungerne degli altri.
Kizito È
impegnatissimo, come tutti i giorni, in mille cose. Ha un articolo da
scrivere, ha due persone dei Nuba (Sudan) da ricevere e altre cose
importanti: non so come faccia.
Qui in Africa non si possono
sostenere i ritmi europei: solo il clima non lo consente. Hai come una
spossatezza permanente e ti serve maggior riposo che non da noi. Con
lui parliamo un po’ di tutto. Di Koinonia, del bollettino di Africa
News che partira’ e poi, del Sudan, sua croce e delizia. Una nazione
dove una feroce dittatura viola sistematicamente i diritti umani.
Capisco che Kizito ci tiene particolarmente alla gente del Sudan, lo si
vede dalla luce diversa dei suoi occhi quando ne parla. Sembra che la
causa sudanese sia in mano solo a un esiguo gruppo di persone, tra cui
Kizito. È davvero sconcertante.
Decimo giorno, vita da cani
In mattinata arrivano alcuni street
children per lavarsi i vestiti e fare colazione. Ne fotografo un paio
per Kizito. Nell’osservarli vedo dei bambini cresciuti che non hanno
niente se non le loro povere cose. In effetti stanno lavando solo
stracci. Un cane tutto spelacchiato li accompagna e si accuccia in un
angolo del porticato; in serata sapro’ che È stato fatto fuori dalla
polizia perchÈ aveva morso la gamba a una persona... proprio vita da
cani. I bambini ingurgitano voracemente il the e il pan carrÈ (qui c’È
solo questo come pane) come se non mangiassero da una vita e... forse È
proprio cosi’.
Undicesimo giorno: “Goodbye Koinonia”
Questo per me È l’ultimo giorno di permanenza a Nairobi.
Pranzo
a Bethany House dove sistemo nel pomeriggio un programma sul loro
computer. Kizito È indaffarato con l’installazione di una antenna da
ricetrasmittente. A volte piu’ che un prete mi sembra un comandante
guerrigliero.
Ritorniamo a Koinonia nel pomeriggio, che passo in
compagnia di Clement e Specioza, installando un programma sul computer
e insegnando loro qualche cosa. È quasi ora di cena, anche se non c’È
niente di pronto. Qui infatti È tutto alla giornata, il cibo si compra
per il giorno stesso in cui viene consumato. La vita africana È cosi’,
forse per i pochi soldi o forse per un modo di vita che segue la
difficile natura e piuttosto che contrastarla si adegua. Tutte le volte
che ritorno a Koinonia e vedo tutta la gente che cammina per queste
strade sconnesse, non posso che pensare a quanto noi siamo attaccati
alla nostra vita comoda.
Questa sera tutti a cena a Koinonia,
compreso Kizito che ha portato della carne cucinata apposta per noi.
Infatti È l’ultima cena che facciamo insieme. È tutto molto
emozionante. Ti prende come un nodo alla gola. Vedi le persone sotto
una luce diversa. Magari nei giorni scorsi non ci facevi caso, ma ora
che È venuto il momento di andarsene si’. Io ho fatto preparare una
torta per l’occasione con su scritto “Goodbye Koinonia by Enrico”.
Questa
sera sembra tutto piu’ buono, anche il riso che ha preparato Richard,
che È caduto a terra e poi È stato rimesso nella pentola. Dopo cena È
il momento piu’ emozionante per me, ma anche per loro: i ragazzi che mi
hanno ospitato in questi 11 giorni. Parla Albert a nome di tutti e mi
ringrazia per i giorni che ho dedicato a loro. La loro speranza È che
io ritorni qui tra loro. È anche la mia: piu’ che una speranza È una
promessa. Io ringrazio tutti, Kizito innanzitutto per l’ospitalita’ e
per tutto quello che loro hanno insegnato a me in questi giorni, al di
la’ di ogni nozione tecnica che ho fornito io. C’È un rapporto che solo
il contatto affettivo tra le persone puo’ creare. Tra le mille
difficolta’, le novita’, mi sono innamorato di queste persone e penso
che le portero’ nel mio cuore. Mi rendo conto immediatamente di questa
cosa arrivando all’aeroporto, gettato di botto nel mondo occidentale.
Mi manca perfino l’odore acre della pelle nera. Mi infastidiscono i
discorsi dei turisti che aspettano l’imbarco e rimpiango l’enorme
umanita’ della povera gente che ho conosciuto. Albert, Andrea, Richard,
George, Clement, Specioza, Michael, Eric e tutti i bambini di Koinonia.
Padre
Kizito, che in fondo È davvero un padre, con le sue grandi braccia ci
raccoglie tutti e ci illumina la via in queste lande desolate.
Grazie amici!
Nuovamente ribadito il diritto a dichiararsi obiettori al servizio militare in qualsiasi momento.
(Sentenza della Ia sez. penale della Cassazione).
Su azione Nonviolenta dell’Aprile 1995 avevamo già informato che, in
vari procedimenti penali militari, erano stati assolti dal reato di
mancanza alla chiamata alle armi, vari obiettori che si erano visti
respingere la domanda di obiezione al servizio militare unicamente
perché presentata in ritardo rispetto ai termini di legge; era stata
accolta la tesi che in una materia così profonda come l’obiezione di
coscienza al servizio militare, non si poteva imporre un “termine
temporale” alla coscienza dell’individuo, inoltre la stessa legge 772
stabiliva un termine da intendersi di carattere ordinatorio.
Il
Ministero della Difesa e il conseguente comportamento dei distretti
militari, hanno invece sempre voluto intendere questo termine come se
fosse perentorio infischiandosene delle profonde motivazioni che stanno
alla base di ogni obiezione di coscienza, inviando a tutti gli
obiettori con domanda presentata fuori dai termini di legge la fatidica
“cartolina di chiamata alle armi”.
Purtroppo il comportamento miope
e politicamente sbagliato di alcune associazioni, che si occupano
prevalentemente di dare informazioni sull’obiezione di coscienza e il
servizio civile, che hanno sempre consigliato a questi obiettori di
andare in giudizio e “concordare l’eventuale pena” (confidando sul
fatto che si rimane a piede libero) e quindi ripetere la domanda di
obiezione, ha impedito che quello che poteva essere un comportamento
coerente di tutti gli obiettori di rifiutare compromessi con la
magistratura militare, diventasse invece solo un’eccezione portata
avanti da pochi avvocati pienamente convinti delle ragioni della
nonviolenza.
Ed è con una di queste eccezioni (obiettore
Massimiliano Gazzola, difeso dall’avv. Manlio Mazza di Torino e
patrocinato in Cassazione dall’avv. Giuseppe Ramadori di Roma) che la
prima sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso del
procuratore militare di Torino, confermando che i termini per la
presentazione della domanda di obiezione previsti nella legge 772/72,
sono di carattere ordinatorio.
Questa sentenza é importantissima
perché conferma in via definitiva il principio, da noi sempre
richiamato, che si può obiettare al servizio militare in ogni momento.
Questa chiarezza risulta inequivocabilmente dalla lettura di alcuni
passi della sentenza: “...non può costituire un ragionevole criterio di
discrimine il momento in cui l’obiezione viene manifestata, momento
che, salva sempre la prova contraria, si deve presumere coincidente con
il tempo della maturazione di un profondo e imprescindibile
convincimento religioso, morale o filosofico, la cui libertà di
manifestazione è garantita dagli articoli 2, 19 e 21 della Costituzione
e non può perciò essere irragionevolmente compressa a causa di
preclusioni o di impedimenti ingiustificatamente posti alle
potenzialità di determinazione della coscienza individuale...”.
Piercarlo Rocca (Movimento Nonviolento - Torino)
Economia ed ecologia: cambiare rotta
di Michele Boato
La contrapposizione tra le “ragioni” dell’economia e quelle
dell’ecologia è descritta in maniera esemplare nel film “Sindrome
cinese”: la Società Elettrica deve fare profitti e quindi non ferma la
centrale nucleare pur sapendo che ci sono fondati rischi di incidente
gravissimo, che poi, come a Harrisburg e Cernobyl, si verificherà.
Lo
schema è lo stesso della tragedia del Vajont (1963): la società SADE
deve vendere la nuova diga e il bacino artificiale allo Stato, quindi
non accetta di abbassare il livello dell’acqua anche in presenza di
prove certe che sta per precipitare una frana che poi causerà 3.000
morti e una catastrofe biblica. Più tardi succederà a Stava, in
Trentino, e per decenni al Petrolchimico di Porto Marghera dove, a
fronte della accertata cancerogenicità del cloruro di vinile, si
permette la decimazione di decine o centinaia di lavoratori per tumore
al fegato o ad altri organi.
Così come solo gli “arrembaggi” degli
ecologisti hanno posto fine, nel 1988, allo scarico in Adriatico di
3.000 tonnellate al giorno di fanghi industriali al fosforo da parte
della Montedison di Marghera.
L’altra faccia del benessere
È l’altra faccia del benessere
procurato, nel XX° secolo, dalla produzione industriale e relativo
consumo di massa. L’energia elettrica, il riscaldamento domestico, le
comodità dell’auto sotto casa e dei prodotti preconfezionati, ecc...
Tutto questo è il “progresso” ma, superato un certo limite, ecco che
difetti prima marginali o sottovalutati, cominciano ad assumere
dimensioni sempre più preoccupanti.
Vinte le malattie infettive, nel
mondo industriale l’inquinamento chimico-ambientale sconvolge il
sistema immunitario ed esplodono le malattie degenerative, tumori e
leucemie: in venti anni in Italia (dal 1971 al 1991) le morti per
tumore al polmone sono aumentate del 102%, quelle per cancro alla
vescica del 97%, alla prostata del 69% e così via. Alcuni scienziati
cercano di banalizzare questi dati affermando che “ciò è dovuto
all’allungamento della vita, per cui emergono altre cause di morte che
prima non facevano in tempo a colpire”; ma ciò è smentito dai dati: la
mortalità da tumore in generale è cresciuta del 39%, ma questa
percentuale cresce, sotto i 60 anni, al 167%, cioè si muore di tumore
soprattutto non in età avanzata.
Le risorse essenziali alla
produzione industriale cominciano rapidamente a scarseggiare e quasi
tutte, tranne il carbone e poche altre, si esauriranno nell’arco di
alcuni decenni (fluoro, zinco, mercurio, petrolio, nichel, cobalto,
manganese, fosfati, ferro, cromo, alluminio, potassio e vanadio).
Si
arriva così, prima nel 1973 col Kippur e poi nel 1991 con l’Irak alle
guerre per tener basso il prezzo del barile di petrolio.
Inoltre il
continuo aumento della produzione (nel 1994 +3% a livello mondiale ma
+8% nell’Est asiatico), dei trasporti (il commercio mondiale dal 1968
al 1994 è quadruplicato), della produzione e del consumo di energia,
provoca un enorme aumento di emissioni di carbonio in atmosfera (nel
1960 erano 93 milioni di tonnellate/anno, nel 1950 erano diventate 1620
e negli anni ‘90 la media è di 6000 t/anno, con aumenti di CO2 e altri
“gas serra” la cui concentrazione è passata da 300 parti per milione
dell’inizio secolo agli attuali 359, provocando un lento ma
pericolosissimo aumento della temperatura media che, dal 1950 al 1990
ha già superato il mezzo grado (da 14°, 86 a 15°, 47) e provoca tra
l’altro la crescente violenza degli uragani ed altri sconvolgimenti del
clima.
L’urgenza di cambiare rotta
Se a questo si aggiungono fenomeni
planetari come la deforestazione (dal 1882 al 1952 si è passati da 5,2
a 3,3 miliardi di ettari di foreste), la desertificazione (nello stesso
periodo i miliardi di ettari di deserto sono più che raddoppiati
passando da 1,1 a 2,6 miliardi di ettari), l’aumento della popolazione
(dal miliardo del 1830 ai 2 del 1930, 3 del 1960, 4 del 1975, 5 del
1987 e via crescendo di 88 milioni l’anno con la prospettiva di essere
più o meno 10 miliardi nel 2050) e l’urbanesimo crescente (nel 1970 la
popolazione urbana era di 700 milioni su 2,5 miliardi; nel 1995 siamo a
2,6 miliardi su un totale di 5,7 passando dal 28% al 45% del totale),
si può capire l’urgenza di cambiare rotta.
Il che significa passare
alla logica del massimo - del fare aumentare al massimo i bisogni (con
pubblicità, le mode, i prodotti usa e getta o poco durevoli), produrre
più merci per il massimo guadagno, sprecando materie prime e
combustibili non rinnovabili e inquinando aria, acqua e suolo (rifiuti)
- alla logica del minimo, del semplificare e ridurre i bisogni,
soddisfarli con il minimo dispendio possibile di materie prime, energia
e lavoro; rientrando il più possibile nelle leggi cliniche della
natura, cioè “chiudere il cerchio”
Una società sostenibile
La proposta è, perciò, una graduale ma
profonda trasformazione dell’impianto produttivo e dei consumi e non la
pura espansione dei settori tradizionali che, tra l’altro, sono
cresciuti lasciando al palo l’occupazione.
Più mobilità, (pubblica,
leggera, ferroviaria), meno automobili private ma anche meno
import-export di merci che possono con vantaggio di tutti, essere
prodotte e consumate/usate nella stessa regione.
Più ricettività, ma
col restauro e il risanamento urbano, invece che con sempre nuovi
edifici; ottimizzazione dei processi produttivi con risparmio di
energia e di risorse, riducendo così costi, inquinamenti, rifiuti;
risanamento del territorio e dei fiumi con rinaturazione, ingegneria
naturalistica, fito-depurazione e non opere di rettificazione e
cementificazione; riciclo e riuso di materiali e prodotti, uso di
materie prime rinnovabili, sviluppo di tecnologie del solare, eolico,
biomasse e altre energie rinnovabili.
Tutto questo si intreccia con
una società in cui si sviluppa la creatività (a scapito della passività
televisiva), la ricerca, l’istruzione, l’efficienza nei servizi
decentrati (a scapito della paralisi accentrata), la prevenzione delle
malattie (a scapito dell’elefantiasi ospedaliera).
Sono queste le
idee-guida di una nuova proposta economica in armonia con i limiti del
pianeta, i diritti delle generazioni future e dei popoli che vivono nei
2/3 del pianeta sfruttato dal nostro terzo sviluppato.
THININTERNET
“La parola “Thininternet”, un acronimo che sta per Internet
“sottile” (thin, in inglese), è stata introdotta da H.Shrikumar e da
R.Post, due studiosi di informatica indiani che lavorano all’Università
del Massachusetts negli Usa, per riferirsi appunto al fenomeno
dell’utenza “leggera”, sia nel Nord che nel Sud del mondo. I progetti
di autostrade dell’informazione, ci fanno notare, sono progetti
estremamente costosi che riguardano solo una minoranza degli utenti,
reali o potenziali, dei servizi telematici. Non è detto che certe
infrastrutture possano essere realizzate nel futuro prossimo nella
maggior parte del mondo (...) Lasciamo, quindi, che i mediasauri ed i
loro portavoce parlino di multimediale e di autostrade elettroniche:
una buona parte di futuro si svolgerà lungo i sentieri elettronici...”
(Alberto Berretti, Vittorio Zambardino, “Internet. Avviso ai
naviganti”, ed.Donzelli; gli autori hanno i seguenti indirizzi di posta
elettronica:
e
).