Libertà duratura: guerra in Afghanistan

Digiuno di potenza

di Adriano Sofri

Gli Usa non devono rinunciare a ribattere con la forza al terrorismo. Ma devono farlo con intelligenza: la potenza va messa a dieta. Come insegna la parabola dell'eremita che digiunava davanti a una tazza di fragole.

Cominciamo dall'eremita. C'è un eremita, macilento, selvatico come un vero eremita. Raccoglie pazientemente le fragoline di bosco attorno alla sua grotta. Le mette in una tazza davanti a sé e le guarda macerarsi, fino a che marciscono completamente, e allora le butta via. Il suo digiuno sarebbe troppo vacuo se gli bastasse non avere niente da mangiare.
Mi è tornato in mente questo apologo (devo averlo letto da qualche parte in Thomas Mann) perché stavo ripensando all'intelligenza a proposito della risposta al terrorismo islamista ("islamista" dico: è l'unica parola maldestramente usabile per distinguere da "islamico"). Alle intelligenze, piuttosto: perché esistono molti modi di essere intelligenti, forse un solo modo di essere cretini. Ci sono perfino quelle accezioni specializzate, l'intelligence dello spionaggio, o, prima, l'"intelligenza col nemico", cioè la complicità e il tradimento. Non riesco a sopportare quella cosa che si chiama "quoziente di intelligenza": quale intelligenza? Forse mi seccherebbe prendere un voto basso: non ho mai imparato a giocare a scacchi, non so decifrare un qualunque manuale di istruzioni e ho una quantità di altre inettitudini. Ne parlo perché in questi giorni si è ricominciato a discutere della "guerra" al terrorismo ripescando l'antica analogia con la strategia degli scacchi.
La geopolitica mondiale è "lo scacchiere", dall'America si teme una partita giocata troppo per linee dirette e si auspica piuttosto una capacità di previsione e di complicazione, di obliquità. "La mossa del cavallo", così Vittorio Foa volle intitolare una sua autobiografia. Peraltro, nella fascetta del bel romanzo di Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, che ho qui con me, ho letto questa citazione di Garry Kasparov, il grande campione russo: "Gli scacchi sono lo sport più violento che esista".
Da piccolo giocavo a dama, naturalmente, e ora ogni tanto faccio una partita: la galera è un luogo di infantilizzazione forzata, si gioca a tutti i giochi, senza allegria. Bene: non sopporto quella regola della dama per cui si è obbligati a mangiare. Forse solo perché è imbarazzante arrivare davanti all'avversario e prepararsi a farne un solo boccone, per accorgersi di essere caduti nella sua trappola, e che tu, ormai senza scampo, gli mangi una pedina e lui ti divora mezza popolazione. Ma a parte questo, quella regola inibisce una delle supplenze decisive della felicità, che è la rinuncia. Uno arriva fino lì, spalanca le fauci, poi le richiude con cautela, si volta e va via. È la sapienza dell'eremita e delle sue fragole. Non voglio fare l'apologia della rinuncia in generale, al contrario: mi piacciono le fragole di bosco, e tutto. Ma ci sono circostanze in cui la rinuncia è una prova di forza e soprattutto di intelligenza.
Io non penso che l'America (e gli altri, noi compresi) debba per saggezza rinunciare a rispondere con la forza all'assalto terrorista. Al contrario.
La questione è il modo della risposta. L'intelligenza. Vi segnalo una coincidenza che mi sembra stimolante. Ricordate il film di Michael Cimino, Il cacciatore? Un inviato del Corriere della sera, Luigi Offeddu, è andato a DuBois, la cittadina della Pennsylvania in cui era ambientata la parte americana del film, l'altra parte in Vietnam. C'è un sindaco italiano, è anche il capo dei pompieri, si chiama Herm Suplizio, dice che ora bisogna fermare la terza guerra mondiale. Il film di Cimino era del '78, ed era un gran film, che andrebbe rivisto.
Tre amici, operai di acciaieria, si arruolano per il Vietnam, sono catturati dai vietcong e torturati, ma sopravvivono: uno, Nick, restando in Indocina a giocarsi la vita alla roulette russa; un altro, Steven, amputato delle gambe e disperato dall'abbandono della sua donna; il terzo, Michael (De Niro), dopo aver riportato a casa il cadavere di Nick ritorna alla vita di prima. Nella scena finale gli amici restati e i reduci da una sconfitta devastante si ritrovano a cantare "God Bless America", come ora. Ma la vera scena culminante è un'altra. Prima di partire per la sporca guerra i tre sono appassionati cacciatori sui monti Allegheny. Tornato, Michael torna a caccia nel suo antico posto e avvista un magnifico cervo reale. Lo inquadra nel mirino, accarezza il grilletto col dito, e finalmente sposta il dito, solleva il fucile e rinuncia al colpo graziando il cervo, e se stesso. La parabola è trasparente: la guerra, la parente feroce della caccia, la caccia all'uomo, trasforma il reduce in un ex cacciatore.
È una parabola antica e proverbiale, del resto. L'avete vista in tanti dipinti, letta in tanti libri. Un cervo sta davanti al cacciatore, col suo palco sontuoso di corna, in mezzo al quale appare un crocefisso, e il cacciatore, Sant'Eustachio, Sant'Uberto, San Giuliano Ospitaliere, lascia cadere la balestra, o l'arco, e si converte. Figura esemplare della conversione, del pentimento: così attuale nel nostro tempo, in cui ci siamo spinti troppo oltre perché la rinuncia non appaia sempre più spesso l'unica via saggia, la riparazione indispensabile. Smettere qualcosa, piuttosto che intraprenderla: morale demoralizzante, forse, ma indispensabile. Intanto, morale della ritirata, della "de-escalation", per tornare al linguaggio militare, che mostra quale responsabilità decisiva abbia chi digiuna, o si mette a dieta, e ha il frigorifero pieno, la tazza con le fragoline, e non perché muore di fame e non ha niente. La rinuncia ragionevole, non la privazione che annichilisce.
Vale anche per la potenza, che va messa a dieta, e per la forza, che quanto più è schiacciante, tanto più dev'essere misurata e contenuta. Così io non so dare consigli da giocatore di scacchi, ma da sporadico giocatore di dama sì: con una piccola correzione regolamentare. Non si è obbligati a mangiare.


La mattina dopo

di Giulietto Chiesa

E' la mattina dopo il primo attacco americano sull'Afghanistan. Ho visto le televisioni, ieri sera, ho ascoltato toni, commenti. Sono angosciato per la guerra che comincia e per i commenti e i toni che ascolto. E' un'ondata bellicista che mai prima d'ora mi era accaduto di sperimentare. Non c'è spazio non solo per l'umanità e per la verità, ma neppure per la logica più elementare. E per la decenza. Ascolto giornalisti che, senza fare una piega, riferiscono notizie che sanno false (se non lo sanno è peggio, perché vuol dire che non sanno neppure distinguere), o che sono palesemente ridicole.
Come quella secondo cui gli aerei americani starebbero lanciando porzioni alimentari sulla popolazione afgana, <innocente>.
Dio mio, com'è possibile riferire, senza degnarla di un commento critico, una tale idiozia, pensata in qualche ufficio stampa militare?
Bisognerebbe aiutare la gente a capire. E' un suo diritto, ma invece di adempiere al dovere di informare si fa a gara per negarlo. E io credo, invece, che si debba cercare di capire cosa accadrà, in modo che milioni di persone sappiano dove stanno andando, dove vengono trascinate senza che se ne rendano conto.
Sì, è probabile che Kabul venga presa nella prossima settimana. Presa da chi? Questo non è chiaro. Non è chiaro se i taliban verranno neutralizzati, non è chiaro se verranno massacrati, non è chiaro se Osama bin Laden sarà catturato o ucciso, non è chiaro se i leader talibani subiranno la stessa sorte. Non è chiaro nulla. L'unica cosa chiara è che ci saranno altre vittime tra la popolazione civile.
I commentatori sembrano tutti certi che non c'era altro modo per combattere il terrorismo. Ma siamo proprio certi che non c'era altro modo? Chi l'ha detto? E come mai nessuno si ricorda che questo terrorismo è stato alimentato, creato, foraggiato, da quegli stessi che lo bombardano? E come mai nessuno si ricorda che, in nome della giustizia e della libertà, e della punizione dei responsabili, si stanno usando le basi militari del Pakistan, che non è affatto un paese democratico e che è stato il principale organizzatore e creatore dei taliban?
Tutti smemorati questi esperti, e commentatori, e politici che si affrettano ad ogni parola a esprimere solidarietà con l'America. Colpita da una tragedia, e che meriterebbe altra solidarietà, non quella di chi la incita ad andare avanti su una strada sbagliata, che non le porterà di sicuro pace e tranquillità, ma altra tragedia e altre morti. Dio salvi l'America da questo tipo di amici!
Allora bisogna cercare di ragionare. Sulle cause che ci hanno portato fino a questo punto terribile, ma anche sulle conseguenze immediate che dovremo fronteggiare.
Per esempio: anche se l'Occidente riuscirà a uccidere Osama bin Laden, e il mullah Omar, l'esito più probabile è una nuova fase della guerriglia, con l'Alleanza del Nord al governo e i taliban sui monti. Dietro di loro, ad armarli, ci sarà comunque una formidabile concentrazione finanziaria: quella che li ha finanziati fino a ieri, quella dell'oppio, che ha le sue basi in Pakistan e nelle maggiori banche occidentali.
E bisognerà fare il check-up della situazione nel mondo islamico. In primo luogo in Pakistan, dove il generale Musharraf, preso per la collottola da Bush e Blair, ha dovuto abbandonare i taliban, ma ha anche dovuto cacciare via una quindicina di generali, per evitare che lo sbalzino di sella, e dovrà ora fronteggiare folle islamiche inferocite che innalzano i taliban a eroi della fede. Le basi militari ottenute in prestito dall'Occidente potrebbero essere pagate a caro prezzo. E si dovrà vedere fino a che punto l'appello di Osama alla guerra santa avrà effetti nei paesi arabi e islamici amici dell'Occidente: Pakistan in primo luogo, e poi Arabia Saudita, Egitto, Emirati arabi, Marocco e tanti altri.
Il tutto mescolato in una tremenda catena di azioni e reazioni nella quale si colloca la continuazione dell'11 settembre, contro l'America e i suoi alleati. Altri attentati, altra paura, altre vittime civili. Perché dovrebbe essere evidente che Osama e i suoi fanatici utilizzano le disuguaglianze del mondo per alimentare la propria barbarie. Il che non li assolve certamente - ed è questa la tremenda ambiguità della situazione, che le canaglie utilizzano con la massima spregiudicatezza - ma non deve impedire di denunciare quelle disuguaglianze . Mentre c'è già pronta una legione di canaglie che vuole chiudere la bocca a tutti coloro che invitano alla saggezza perché capiscono che non si porrà fine alla spirale di violenza e di barbarie - cui l'Occidente sta prendendo parte - senza cambiare il sistema dei rapporti tra stati, tra paesi ricchi e poveri, ristabilendo una legalità internazionale accettabile dai cinque sesti della popolazione del pianeta.
Ci stiamo tutti cullando nell'illusione che basti colpire, una ad una, le maglie di Al Queida, e non sembriamo renderci conto che il problema è immensamente più vasto dei confini Afgani. E corriamo tutti dietro al presidente degli Stati Uniti, che è stato capace, fino ad ora, soltanto di immaginare una strategia che produrrà un'altra serie di guerre, inesorabilmente. E già ci viene comunicato che, dopo l'Afghanistan dei taliban toccherà ad altri obiettivi, per esempio il Sudan ,e poi l'Iraq, e poi l'Iran. O altri esempi che s'individueranno all'occorrenza. Colpi su colpi, nella logica esclusiva che ci ha portato fino a qui: la logica del più forte. E non c'è quasi nessuno che gridi, con quanto fiato ha in gola, che questa logica ci rende tutti ancora più ingiusti e ancora più deboli.


Fra guerra e terrorismo c'è una terza via...

di Nanni Salio

E dopo il 9 novembre 1989 (caduta del muro di Berlino) venne l'11 settembre 2001: inaspettato per i piu', ma previsto saggiamente da alcuni. Date epocali? Forse, ma non necessariamente. Nei poco piu' di dieci anni che separano questi due eventi, l'umanita' ha perso una formidabile occasione, una "finestra di opportunita'", per porre definitivamente la guerra fuori dalla storia e vi e' ripiombata a capofitto.
Perche' ci vogliono cosi' male, si chiedono gli americani. Perche' tanto odio? Cosa possiamo fare?
Esaminiamo innanzi tutto tre principali interpretazioni.
La prima e' la teoria del "blowback", o del "contraccolpo", che e' esposta con grande preveggenza e dovizia di dati da Chalmers Johnson in un testo quasi profetico, Gli ultimi giorni dell'impero americano (Garzanti, Milano 2001). La politica estera ed economica americana ha prodotto talmente tanti guasti e seminato tanto odio da ritorcersi contro, anche se i cittadini americani non ne sono consapevoli (ma questo non vale per i loro leader). E'
ormai noto a tutti che personaggi come Saddam Hussein, Noriega, Bin Laden e tanti altri sono creature degli USA, che come tanti "Frankenstein" si ribellano e si rivoltano contro il loro creatore. In altri termini, la dottrina militare, le teorie strategiche e il modello di difesa elaborati dal complesso militare-industriale-scientifico statunitense si sono rivelati profondamente errati e pericolosi e invece di creare sicurezza hanno generato uno stato generale, su scala mondiale, di insicurezza, paura, terrore, rischio mortale. Siamo di fronte a uno dei piu' incredibili errori concettuali e di progettazione, finanziato con centinaia di miliardi di dollari all'anno, e le popolazioni civili di tutto il mondo stanno pagando un prezzo altissimo. Se il Pentagono e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti utilizzassero gli stessi criteri di efficienza di un'azienda privata, i dirigenti di queste due istituzioni dovrebbero essere licenziati in tronco. Invece, ci ripropongono la stessa ricetta: altri bombardamenti.
La seconda interpretazione e' la vecchia, ma sempre attuale, "teoria del petrolio". Tutte le principali guerre di questi anni sono state combattute
dagli USA per assicurarsi il controllo delle riserve strategiche di petrolio e gas naturale. Intorno al 2005 verra' raggiunto il picco di produzione geofisica del pianeta, e verso il 2030 comincera' la vera e propria crisi generale. La transizione puo' essere indolore solo se progettata per tempo, ma non sembra essere questa la direzione verso la quale ci stiamo muovendo (si veda: www.dieoff.com).
La terza interpretazione e' quella che Giulietto Chiesa propone affermando: "Cercate la cupola, non solo Bin Laden". In altre parole, e' assai improbabile che gli attentati dell'11 settembre siano stati attuati da una singola organizzazione senza una vasta rete di complicita', anche all'interno degli stessi Stati Uniti. E' noto che da sempre il terrorismo convive in simbiosi con i servizi segreti, come insegnano tante vicende del passato, compresa quella dello stragismo in Italia.
Queste tre interpretazioni non si escludono a vicenda, anzi si corroborano tra loro e ci mettono in guardia da facili spiegazioni e da ancor piu' semplicistiche soluzioni che, nell'immediato, non esistono. Siamo di fronte al trionfo dell'"impermanenza", della societa' del rischio, dell'angoscia e del terrore che giorno per giorno abbiamo ottusamente contribuito a costruire.

*
Dopo la parte di analisi in negativo, proviamo a formulare alcune proposte in positivo.

1. Giustizia senza vendetta: la ricerca dei colpevoli, dei perpetratori, non solo materiali, ma anche dei mandanti, e' compito di un organismo sovranazionale e non di una singola parte. Gli USA si sono finora opposti alla costituzione di un Tribunale Penale Internazionale sui crimini contro l'umanita': cambieranno idea dopo l'11 settembre? Giuridicamente, questi attentati sono un crimine contro l'umanita' e non un atto di guerra, e come tali devono essere affrontati.

2. Negoziazione: uno dei principi cardine della trasformazione nonviolenta dei conflitti e' la non demonizzazione dell'avversario e l'analisi corretta
delle sue richieste. Che cosa ha chiesto Bin Laden nel corso della sua dichiarazione trasmessa dalle TV di tutto il mondo? Tre sono i punti essenziali, tutti quanti non solo negoziabili, ma che da tempo avrebbero dovuto essere affrontati: definitiva risoluzione del conflitto Israele-Palestina; cessazione dell'embargo e dei bombardamenti sull'Iraq, con lo stillicidio di morti che mensilmente sono almeno pari a tutte le vittime dell'11 settembre; abbandono delle basi USA in Arabia Saudita.

3. Costituzione di una commissione internazionale per la verita', la giustizia e la riconciliazione: questa commissione potrebbe cominciare a funzionare a partire da ong e gruppi di base, sulla falsariga di quella promossa in Sudafrica da Nelson Mandela e Desmond Tutu coinvolgendo in un secondo tempo le istituzioni statali e sovranazionali.

4. Sostegno ai movimenti locali che lottano per i diritti umani e la democrazia con metodi nonviolenti: ovunque sono presenti gruppi che operano per una trasformazione nonviolenta dei conflitti, in particolare movimenti di donne come quello afghano Rawa.

5. Dialogo, educazione, cultura: e' il lavoro lento, ma indispensabile, per costruire un'autentica cultura della nonviolenza, compito primario di ogni educatore. Segnaliamo l'articolo di Umberto Eco, "Le guerre sante: passione e ragione" ("La Repubblica", 8 ottobre 2001).

6. Movimento internazionale per la pace: cosi' come negli anni '80 una grandiosa mobilitazione riusci' a sconfiggere la minaccia nucleare, occorre a maggior ragione costruire un movimento delle societa' civili di ogni paese, del Nord e del Sud del mondo, che sappia imporre un cambiamento nell'agenda delle priorita' politiche sui temi globali: pace, ambiente e sviluppo, senza cadere nella trappola della protesta violenta.

7. Uscire dall'economia del petrolio: fonte di ricchezza per pochi, di gigantesca corruzione e di minaccia ambientale planetaria, e' diventata anche una delle cause prevalenti delle guerre. E' indispensabile avviare prontamente la riconversione del sistema energetico su basi rinnovabili, decentrate, a piccola potenza.

8. Controllo della finanza internazionale: il mondo e' pieno di "Bin Laden" come si usa dire nel dialetto piemontese e forse di qualche altra regione, che disinvoltamente utilizzano i proventi della droga, del commercio di armi, della speculazione finanziaria e delle attivita' mafiose per costruire paradisi fiscali e potentati economici al riparo da ogni intrusione della giustizia. Cominciamo a liberarci dei "Bin Laden" nostrani, che stanno varando leggi scandalose e offensive del piu' comune buon senso morale.

9. Zone libere dall'odio: e' la proposta lanciata dalla ong americana "Global exchange" che richiama quella delle zone denuclearizzate degli anni '80. Dichiariamo le nostre scuole e i nostri quartieri "zone libere dall'odio", con un lavoro di base, di dialogo, di incontro, di scambio culturale che valorizzi differenze e capacita' costruttive e creative di trasformazione nonviolenta dei conflitti.

10. Liberiamoci dal complesso militare-industriale: tutti i punti precedenti rischierebbero di risultare vani se la piu' potente causa di produzione delle guerre non venisse rimossa, in ogni paese, ma soprattutto in quelli piu' potenti, a cominciare dagli USA, sostituendo gli attuali modelli di difesa altamente offensivi e distruttivi con forme di difesa popolare nonviolenta.


LA GUERRA DEL GREGGIO SI FA, MA NON SI DICE

MASSIMO RIVA

Nel dibattito sulla campagna militare contro Osama Bin Laden e il regime talebano in Afghanistan, c'è una parola che ogni tanto compare e però fa fatica a conquistare quella centralità che le sarebbe dovuta. Questa parola è "petrolio". I primi ad evitare di usarla sono i seguaci dello sceicco terrorista che, nei loro proclami di guerra santa, rovesciano sull'Occidente ogni genere di recriminazione storica o di violenta minaccia attuale, ma nulla dicono sul nodo cruciale del greggio. Altrettanto, però, sta accadendo anche all'interno della grande alleanza che si è formata attorno agli Stati Uniti dopo la tragedia dell'11 settembre. Il giusto principio della difesa dei paesi occidentali dai pericoli del terrorismo islamico viene argomentato, in nome dell'esigenza di tutelare la sicurezza e la libertà della vita sociale e individuale, sotto mille aspetti fondamentali. Fuorché uno: la certezza di quei rifornimenti energetici, che pure sono una componente non secondaria della vita in Occidente.
Questo processo di oscuramento appare davvero singolare per almeno due ragioni geoeconomiche piuttosto serie. Nella grande area islamica fra il Kazakhstan e il Mar Rosso, alla quale Bin Laden indirizza i suoi appelli alla mobilitazione politicoreligiosa nel nome di Allah, è concentrato il 65/70 per cento delle riserve del mondo intero. Al tempo stesso, le maggiori economie dell'Occidente fronteggiano una dipendenza esterna da petrolio in una misura del 60 per cento del fabbisogno negli Stati Uniti e di poco inferiore (il 58) in Europa. Sono cifre che fanno riflettere perché indicano una condizione di vera e propria sudditanza.
Per giunta, aggravata da tre fattori pesanti. Primo: le mitiche riserve americane, agli attuali livelli di consumo, hanno un orizzonte di vita di poco superiore ai dieci anni. Secondo: i giacimenti europei del Mare del Nord costituiscono appena l'1,5 per cento delle riserve mondiali. Terzo: l'emancipazione dal petrolio resta per l'Occidente un traguardo lontanissimo in quanto lo sviluppo di fonti energetiche davvero sostitutive del greggio richiederà qualche decennio.
Sembra il caso di ricordare che un analogo processo di rimozione della parola petrolio ha un precedente nel 1990, durante la guerra del Golfo. Anche allora il ricorso alle armi per liberare il Kuwait dall'occupazione irakena fu spiegato soprattutto con l'esigenza di restaurare il diritto internazionale violato, mentre un velo di ipocrisia fu steso sul tema petrolifero. Benché fosse del tutto evidente che il pericolo maggiore da contrastare era che Saddam Hussein, sommato il proprio greggio a quello dei pozzi kuwaitiani, avrebbe potuto puntare sull'Arabia Saudita e diventare così il padrone dell'Opec. Con esiti facilmente immaginabili sui prezzi di una materia prima energetica essenziale: non solo per il benessere del mondo occidentale, ma addirittura per la vita stessa dei paesi più poveri del pianeta.
Oggi è sorprendente notare come la stessa storia si stia ripetendo. Certo, dopo le stragi di New York e Washington, innanzi tutto viene il dovere di combattere le organizzazioni terroristiche perché queste hanno infranto sanguinosamente le più elementari regole della convivenza civile e minacciano di continuare a farlo. Ma questo non può far dimenticare che l'Afghanistan si trova nel cuore di un'area geopolitica nella quale si concentrano le maggiori risorse petrolifere del mondo. Se Osama Bin Laden o chiunque altro al suo posto riuscisse a costruire - facendo leva sulla guerra santa contro gli infedeli - un fronte comune dei popoli e dei regimi che stanno fra il Kazakhstan e il Mar Rosso, non l'Opec ma il mercato petrolifero mondiale avrebbe trovato il suo padrone assoluto. Con conseguenze che è eufemistico definire devastanti per un'economia planetaria ancora così dipendente dalle forniture di greggio,
come hanno mostrato le cifre precedenti.
Sia chiaro: queste considerazioni non possono né devono legittimare una sorta di militarizzazione del mercato petrolifero internazionale per iniziativa dei paesi consumatori. Ma che questi ultimi si organizzino per impedire che uno speculare tentativo di militarizzazione sia realizzato dai paesi produttori sembra il minimo indispensabile. Ed è proprio in questa ottica che non si spiega il diffuso "understatement" sull'argomento. Che non parlino delle loro inconfessabili ambizioni in proposito i vari Saddam o Bin Laden è perfettamente logico perché costoro non hanno alcun interesse a scoprire le proprie carte. Anche Hitler, nel '38 a Monaco, assicurò che non avrebbe toccato la Polonia. Molto meno comprensibile è che siano i maggiori governi dell'Occidente a non avere il coraggio esplicito di porre l'esistenza di un articolato mercato petrolifero mondiale fra i punti irrinunciabili della propria dottrina di politica
internazionale.
In realtà, tutti sappiamo che il nodo petrolifero è oggi ben presente all'attenzione delle cancellerie d'Europa e d'America, come lo era nel 1990.
Tuttavia, è proprio questa linea del "si fa, ma non si dice" che appare oggi pericolosa. Innanzi tutto, perché rischia di alimentare equivoci dannosi nella comunicazione tra governanti e governati nel momento più sbagliato: il ricorso alla forza nella lotta ai terroristi si profila come una guerra di lunga durata e, quindi, richiederà un appoggio continuo e costante da parte dell'opinione pubblica. Ma poi anche perché, nascondendo la centralità della questione petrolifera, si falsano già ora i termini del dibattito politico tra favorevoli e contrari agli interventi armati in corso.
Al riguardo la lezione dell'Italia è esemplare. Come mai, per esempio, gli interventisti della sinistra evitano di usare l'argomento del petrolio nei loro dibattiti coi pacifisti? Perché sembrano manifestare una sorta di complesso di inferiorità dinanzi agli slogan antimilitaristi di chi sa proporre non soluzioni ma fughe dai problemi? Forse pesa ancora sulle loro coscienze l'antico vizio di considerare gli interessi economici come un frutto avvelenato della logica capitalista? E' ora e tempo per tutti di rimettere i piedi sulla dura terra. Un mercato petrolifero mondiale sotto il tallone di un potere ideologicomilitare come quello che sognano Bin Laden e altri personaggi della sua risma sarebbe un colpo esiziale per le economie dell'Occidente. Altro che le domeniche a piedi, così desiderate dai Verdi nostrani. Altro che un'equa divisione internazionale del lavoro, come piacerebbe a Fausto Bertinotti. A piedi rischieremmo di andare per tutta la settimana, mentre a milioni di persone l'automobile non servirebbe solo perché non avrebbero più un luogo di lavoro da raggiungere. Per non dire
delle immense tragedie che si consumerebbero nei paesi più miserabili, dove si muore di fame anche perché già adesso un barile di greggio è merce troppo cara.
Coraggio, quindi: si parli di petrolio e senza falsi pudori.

Il pudore di chiamarla guerra

Adriano Sofri

IL PRIMO titolo, «Giustizia infinita», fu frettolosamente ripudiato perché, si disse, suonava sconveniente alla sensibilità musulmana, che riserva a Dio l'infinitezza. Alle mie orecchie l'aggettivo suonava appropriato, perché ammetteva che questa lotta - contro il «terrorismo», così chiamato anche lui in attesa di un nome migliore - non avrebbe avuto fine.
Infinita: non per onnipotenza, ma per impotenza. Senza fine, non senza confini. In discussione era piuttosto il sostantivo, la giustizia: cui l'aggettivo di infinita faceva da attenuante. Che ripiego questo «Enduring Freedom», e peggio ancora la sua grottesca traduzione: duratura. La libertà sia tenace e immutabile - non durevole, come in un foglio di garanzia quinquennale. La giustizia piuttosto non va nominata invano. Perché la giustizia è un'aspirazione nobile ma l'ingiustizia è una realtà immane.
Anche l'infelicità esiste, e la felicità è solo un'attesa: ma l'infelicità coincide con la condizione umana. L'ingiustizia è invece il frutto dell'azione umana, è opera nostra, e non fa che crescere e accumularsi.

L'ingiustizia riempie il mondo e lo tira in basso, e la giustizia è un filo di fumo inseguito dagli sguardi degli schiacciati. Non bisogna prendersi troppa confidenza con la giustizia, neanche con la parola: senza mantenerla. Non solo: la giustizia è il ripudio della vendetta, ma la vendetta è anche la sua antica sorella, una sorella esosa e ricattatrice.
Bisogna trattare con discrezione la giustizia in generale (non perciò amarla meno, al contrario!) e specialmente nella risposta all'attacco mosso alle Torri e al Pentagono - lingua di scacchi. Se ci rassegniamo a dire che i morti delle Torri esigono giustizia, e giuriamo di dar loro giustizia, prepariamo la rovina. La punizione per quei morti non è forse giusta? Sì: ma più urgente è la punizione in nome dei vivi, candidati per sorteggio alla prossima impresa dei martiri assassini. Non è un principio assoluto che adesso deve ispirarci: è l'incombenza puntuale di una minaccia.
Noi europei, quando siamo in vena, immaginiamo l'Europa come un'America con le rovine romane e senza pena di morte. Lusinghiera vanità. L'America ha un sentimento accanito della giustizia perché non l'ha ancora strappato via dalla sorellanza con la vendetta. Questo la rende più capace di giustizia - noi siamo duttili, pronti a metterla da parte, la giustizia, in cambio d'altro, che chiamiamo pace, e facciamo dei girotondi per dimenticare il nostro strappo - ma anche più tentata dalla vendetta. Noi, gli italiani, che siamo tra gli europei più precocemente scampati alla pena di morte - e orgogliosi perciò - siamo anche i più pieghevoli all'ingiustizia. Gli inglesi l'hanno appena congedata, la pena di morte, e ne devono avere ancora un ricordo vivo e una nostalgia, che li rende capaci di colpire. Le cose cambiano d'aspetto da un momento all'altro, da un luogo all'altro.
«Non c'è pace senza giustizia»: gli uni lo dicono per invocare la riduzione delle disuguaglianze nel mondo, e intanto deprecare la risposta alle aggressioni; gli altri lo dicono per esigere che alla pace non sia sacrificata la libertà e il diritto. C'è un Isaia per ogni bandiera.
Il tempo della giustizia dev'essere sempre. Ma ora l'azione contro i nemici non deve incatenarsi al castigo giurato ai morti. Con questo proposito, si indurrà a picchiare forte e alla cieca. A commettere errori, volendoli commettere. Né deve portare i colpevoli davanti a un tribunale, assicurarli alla giustizia, e via. Deve misurarsi con la minaccia. Tener la mira fissata sul pericolo futuro, ammaestrata dall'orrore avvenuto. Far pagare un prezzo anticipato, non saldare un conto.
La pace non c'è: è stata rotta, non in una delle infinite e orrende guerre al dettaglio che corrono la terra e esorcizzano la guerra in grande, ma nel mondo. Un mondo contro un altro: qualunque nome sia destinato a prendere l'uno e l'altro. Non c'è la pace, non c'è la giustizia. C'è una guerra. Non ci si arrende alla cosa chiamandola col suo nome. Al contrario. È infame, e c'è.
È strano come si vogliano chiudere gli occhi. Al tempo del Kosovo, quando importava negarle il nome di guerra e imporle il nome di azione di polizia internazionale, perché così si sarebbe riconosciuta la necessità dell'intervento ma se ne sarebbero contestati i metodi guerreschi (delle bombe dall'alto, a rischio zero, della potenza overwhelming e degli errori naturali), nessuno voleva prestarsi a quel futile gioco di parole. Gente seria: la Guerra del Kosovo! Oggi ci si impegna a negare il nome di guerra, magari per chiamare la cosa operazione di polizia. Una pattuglia di ufficiali giudiziari ammanetterà Bin Laden e i suoi, leggendo loro i diritti. Al tempo della guerra del Golfo (altra guerra! Si chiamò allora guerra una cosa imbarazzante in cui da una parte non muore nessuno, dall'altra cento o duecentomila soldati!) ci furono i fautori strenui dell'embargo, come strumento pacifico per liberare il Kuwait, riportare la giustizia e sventare la guerra. Ora ci sono fautori del Tribunale Penale internazionale, che hanno finora per lo più ignorato o deriso. Ci sono fautori dell'Onu: peccato per la sua maggioranza di Stati dispotici, per la sua inerzia o complicità nei confronti di genocidi e stragi, per il suo Consiglio di Sicurezza con la Siria appena entrata, nel giorno in cui i capi siriani dichiaravano legittime contro Israele tutte le armi, compresi i kamikaze.
L'azione militare è ora vidimata dall'Onu in nome della legittima difesa.
La legittima difesa non è la giustizia: è una deroga necessaria alla giustizia. Se l'azione degli americani e degli inglesi è, come dev'essere, di legittima difesa, non deve ingannarsi né ingannare sulla giustizia. Il diritto alla legittima difesa non è condizionato dall'innocenza dell'aggredito. La giustizia è un'aspirazione assoluta. La legittima difesa è duttile e relativa. Il suo criterio è l'efficacia, purché non tradisca i valori che vuole difendere: a cominciare dalla cura delle vite degli afgani innocenti come di vite proprie.


LE APOCALISSI DELL' 11 SETTEMBRE

di Enzo Bianchi

QUELLO che è avvenuto l'11 settembre scorso si mostra sempre di più come una "apocalisse" nel senso etimologico e cristiano del termine: un "alzare il velo", una rivelazione di ciò che è l'uomo, di quello che l'uomo vuole e, perciò, opera.
Se è vero, come dice l'antica sapienza di Israele, che "l'uomo nel benessere non capisce", è anche vero che nelle crisi c'è l'occasione propizia al pensare, all'interrogarsi e, quindi, favorevole al confronto con l'altro.
Tuttavia si ha l'impressione che oggi sia diventato talmente difficile e faticoso pensare che si preferisce ricorrere a semplificazioni, schierarsi senza aver percorso un autentico cammino di conoscenza e di discernimento, si preferisce cioè non ascoltare l'altro ma rinsaldare la propria posizione e difenderla a ogni costo. Una delle "rivelazioni" di cui occorre prendere atto riguarda i cristiani o, meglio, i cattolici.

Di fronte agli eventi dell'11 settembre hanno reagito e continuano a reagire in modo diverso, perfino contrapposto e, oserei dire, confuso. Non era stato così, su queste tematiche, negli ultimi decenni, dopo il magistero sulla pace di Giovanni XXIII e del concilio Vaticano II; oggi invece le voci si contrappongono e gli esponenti dell'uno e dell'altro orientamento affermano di riferirsi al vangelo, allo stesso vangelo. La confusione è tale che può essere letta come un invito a concludere che sui temi più profondi ed essenziali della vita anche il vangelo risulta impotente ed inefficace e che ciascuno può invocarlo a sostegno della propria posizione. Disagio dunque di molti cristiani, ma anche polemica offensiva e a volte calunniosa da parte di chi non vuole capire che esistono "ragioni cristiane".
Una prima tematica conflittuale è certamente quella che riguarda il rapporto tra cristiani e occidente. Il cristianesimo è nato in occidente sul ceppo mediterraneo dell'ebraismo e in occidente si è sviluppato: i popoli dell'occidente portano ancora oggi nella loro cultura e nella loro tradizione le tracce di questo dinamismo originale. Non solo, ma per molte nazioni occidentali c'è stata un'identificazione tra religione e nazione per cui, ad esempio, la Francia era chiamata "la primogenita della chiesa", la Spagna vantava il titolo di "Cattolica", fino al caso di alcuni paesi, come la Polonia, in cui l'identità nazionale è stata conservata anche grazie alla religione durante gli anni della cattività comunista.
Tuttavia è stato osservato che l'occidente per il cristianesimo è un "accidente" (in senso tomista), cioè è stato un luogo di incarnazione ma, essendo il vangelo destinato a ogni uomo di ogni cultura, non si può operare un'identificazione tra occidente e cristianesimo. Sarebbe un tradimento della volontà di Gesù Cristo e del dinamismo millenario insito nel suo annuncio di salvezza. Di conseguenza, i cristiani che vivono in occidente dovrebbero imparare a discernere le differenze tra messaggio evangelico e cultura che l'ha trasmesso venendone in parte plasmata, dovrebbero vigilare affinché non avvenga questa identificazione.
Non mi pare quindi che si possano bollare simili posizioni come "antioccidentali" né, tantomeno, come "antiamericane". Né si scambi per opposizione agli Stati Uniti, una critica squisitamente cristiana ed evangelica all'attuale modo di vita dominante occidente, a una prosperità che in quella nazione, prima iperpotenza globale, ha la sua epifania più evidente. Affermare, come è stato fatto da parte occidentale, che l'eccidio di New York è stata "un'aggressione contro il nostro stile di vita, dovuta al fatto che si detesta la nostra prosperità" significa proprio identificare il sistema socioeconomico con la popolazione dell'occidente.
Ignacio Ramonet su Le Monde diplomatique osserva che molti nel mondo pensano che "l'America se lo sia meritato": amara e detestabile constatazione che però trova terreno fertile nei sentimenti di quei milioni di persone che pensano alla loro miseria disperata come a una condizione cui non è estraneo il mondo ricco che, tramite i mass media, entra nelle case dei miseri. Per citare solo una delle recenti, autorevoli prese di posizione, non sospettabili di antioccidentalismo, vorrei ricordare cosa ha scritto il cardinal Ratzinger: "Regna ormai un'ideologia in cui gli uomini abituati alla ricchezza e al benessere non fanno più sacrifici per raggiungere un benessere universale, ma promuovono strategie per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell'umanità, affinché non venga intaccata la pretesa felicità che i pochi hanno raggiunto!". Dove è incarnata e vissuta questa ideologia? Forse in Etiopia o in Cambogia? La Fao ha dichiarato nei giorni scorsi che ogni giorno nel mondo muoiono di fame 24 mila persone (il che significa quasi 9 milioni in quest'anno di attesa supplementare): questo dramma è imputabile solo alla loro arretratezza, alla loro situazione storica, alla loro incapacità cronica a competere con l'occidente? Oppure, come qualcuno ha pensato di fare, bisogna additare nel papa il principale responsabile: "il maggiore colpevole della povertà è chi ostacola la contraccezione... nel corso del lungo papato di Wojtyla le bocche da sfamare sono diventate un miliardo in più"? È certo che non sono gli Stati Uniti l'origine e la causa di tutti i mali dei poveri, ma è altrettanto certo che essi, come tutte le nazioni ricche del pianeta, non sono innocenti. Sì, è davvero sbrigativo e fuorviante etichettare come "antiamericanismo" ogni critica al nostro sistema: oggi la cultura e la forma di società degli Stati Uniti è anche la nostra, non è dunque possibile per noi nutrire sentimenti antiamericani, ma è possibile restare critici verso il sistema in cui viviamo e del quale ognuno di noi, in forma diversa, è responsabile.
Un'altra "apocalisse", un altro svelamento provocato dalla tragedia dell'11 settembre riguarda l'atteggiamento dei cristiani verso la guerra: è impressionante notare come da un lato si affermi di rispettare la voce del Papa, la si definisca voce "profetica" (leggi "fuori della storia") che è opportuno che risuoni come monito (leggi "fervorino"), come affermazione di una "speranza" (leggi "utopia") ma, d'altro canto, un sano realismo impedisce che le si dia ascolto e le si presti obbedienza! Prevalgano dure esigenze concrete di lotta per sconfiggere il terrorismo, dunque il papa continui pure a fare il profeta, ma i cattolici dicano un chiaro sì alle armi cui si affidano i valori più nobili: tolleranza, pace, diritti umani... Ma il papa non si era chiesto quale mai può essere quella verità (quel valore) che si serve della violenza per affermarsi? Cosa dedurne? Che la chiesa cattolica parla a più voci? Che al suo interno sono presenti fiancheggiatori di Bin Laden? O che ha perso ogni possibilità di credere nella pace come strumento e prassi di riconciliazione e lascia all'audace ostinazione del papa il solitario compito della voce utopica? Ancora una volta mi pare di poter constatare amaramente che il cristianesimo ha sì dei "nemici", ma essi sono sempre e soltanto al suo interno: sono quelli che vorrebbero declinarlo come "religione civile", identificandolo con l'occidente e chiedendogli di dare fondamento etico (un tempo si sarebbe detto "benedizione") a un potere che non vuole interrogarsi sulle diverse possibilità di fermare il terrorismo e sulle conseguenze di un intervento armato per le popolazioni civili e nel futuro del mondo. Classificare con disprezzo i cristiani come pacifisti, antioccidentali, succubi di un buonismo melenso è facile, e oggi appare strategia pagante, ma non è operazione seria e capace di favorire l'ascolto e di contribuire a un dipanamento della crisi.
Certo che chi è vigilante, non tace di fronte ai massacri dei ceceni (neppure se opportunisticamente legittimati come lotta al terrorismo), ricorda tutti i genocidi commessi e condanna qualsiasi forma di terrorismo: quello dell'Irlanda del Nord, dei Paesi Baschi e della Corsica, divenuto endemico e tristemente "familiare" agli europei, come quello tragicamente cronico in Israele o quello di Bin Laden, assurto a evento mediatico. Sì, oggi, ancora una volta, i tempi non sono favorevoli né per i poveri, né per le vittime della guerra, né per quelli che credono nella pace.


DALLA PARTE DELLE VITTIME

di Gino Strada

Molte, secondo fonti dei Taleban, sarebbero le vittime civili dei bombardamenti anglo-americani sull'Afghanistan - abbiamo sentito piu' volte in televisione - ma, afferma il Pentagono, si tratta solo di propaganda del regime di Kabul.
La guerra, questa guerra, e' anche mediatica. Lo e' stata per anni, volutamente censurando la tragedia del popolo dell'Afghanistan, e lo e' anche oggi, per mascherare i lutti di una nuova guerra.
E allora noi di Emergency abbiamo voluto andare a verificare, per informare in modo obiettivo e documentato, e anche per prepararci a rispondere a nuovi bisogni umanitari.
Le vittime che indichiamo qui di seguito le abbiamo incontrate, visitate, intervistate.
Niente "si dice", nessun "portavoce", nessun intermediario.
E' un elenco, crediamo, largamente incompleto: siamo sicuri di non aver raggiunto tutte le vittime, e abbiamo ritrovato solo quei feriti che in qualche modo hanno potuto raggiungere presidi sanitari della sola Kabul: questo elenco ha dunque un valore esemplificativo.
Per motivi di riservatezza, abbiamo omesso il luogo dove sono ricoverati, mentre abbiamo indicato nome, sesso, eta', tipo di lesione, data e luogo del bombardamento.
Inoltre, per ovvi motivi, non possiamo raccogliere le storie di chi e' morto, di quegli sventurati che in questi giorni si aggiungono alla lunga lista delle vittime della follia della guerra.
Faremo tutto il possibile per continuare a fornire nuove aggiornate informazioni nei giorni e nelle settimane seguenti, anche se vorremmo non ce ne fosse bisogno.
Abbiamo una sola certezza, verificata di persona dallo staff di Emergency: anche quello che segue e' un elenco di vittime civili di una guerra incivile come tutte le guerre.

* Vittime da bombardamenti su Kabul
1. Aihasha Abdul Malik, F, 3 anni, amputazione di gamba, lesioni multiple agli arti, intossicazione polmonare, 10 ottobre, Mikrorajon.
2. Zarwali Almar, M,10 anni, amputazione di gamba destra e lesione dei tessuti molli alla mano destra e gamba sinistra, 10 ottobre, Saroby.
3. Jawed M. Alam, M, 10 anni, frattura bilaterale agli arti inferiori, 10 ottobre, Boni-hosar.
4. Raqeba M. Jan, F, 30 anni, lesioni dei tessuti molli agli arti inferiori bilateralmente, 11 ottobre, Tarakhel.
5. Saleha Moheb, F, 10 anni, ferita al torace, 11 ottobre, Karte Se.
6. Ahmad Khan Janay Ahmad, M, 35 anni, frattura di caviglia destra, 12 ottobre, Qargha.
7. M. Omar Khan, M, 10 anni, lesione ai tessuti molli gamba destra, 12 ottobre, Qargha.
8. M. Azghar Ali Ahmad, M, 40 anni, trauma ginocchio destro, 12 ottobre, Qargha.
9. Abdul Moqim Rahim, M, 20 anni, frattura esposta di tibia sinistra, 12 ottobre, vicinanze aeroporto.
10. Naiheb M. Ranq, M, 4 anni, trauma cranico, 12 ottobre, vicinanze aeroporto.
11. Nasir Ahmaed Gul M. Abd, M, 20, lesione mano sinistra,12 ottobre, Khair Khana.
12. Abdullah Hamid Hakim, M, 24 anni, lesione mano destra, vicinanze aeroporto.
13. Wahed Abdul Jahl, M, 22 anni, lesioni alla gamba destra, 12 ottobre, Qargha.
14. Farema M. Sarwer, F, 25 anni, lesioni gamba destra, 12 ottobre, Mikrorajon.
15. Negena M. Salem, F, 10 anni, frattura cranica, 12 ottobre, vicinanze aeroporto.
16. Waheda M. Nesar, F, 4 anni, ferita penetrante all'addome, 12 ottobre, Rish Khor.
17. M. Azam, M, 20 anni, frattura di gamba sinistra, 14 ottobre, Karte Parwan.
18. Breshna M. Ghous, F, 1 anno, dispnea da inalazione, 14 ottobre, Badam Bagh.
19. Zarmina Amanullah, F, 7 anni, lesione penetrante al fianco destro e gomito destro, 14 ottobre, Debury (paziente deceduta).
20. Fazela Amanullah, F, 5 anni, frattura di ginocchio destro, 14 ottobre, Debury.
21. Parwana Amanullah, F, 11 anni, ferita alla gamba destra, 14 ottobre, Debury.
22. Ferozan Amanullah, F, 14 anni, ferita al gluteo destro, 14 ottobre, Debury.
23. Najibullah M. Yassir, M, 12 anni, ferita penetrante all'addome, 14 ottobre, Debury.
24. Latifa Allah Ghuiam, F, 25 anni, ferita al volto ed alla coscia destra, 14 ottobre, Debury.
25. Peer Mohamad, M, 63 anni, ferita alla coscia destra, 14 ottobre, Niaz Big.
26. Jan Sharif M. Jan, M, 35 anni, ferita penetrante al torace e addome, 15 ottobre, Karte Parwan.
27. Abdul Bary, M, 6 anni, ferita al gluteo ed all'avambraccio, 15 ottobre, Afshar.
28. Omel Ahmad, M, 3 anni, ferita al cranio, 15 ottobre, Afshar.
29. Abdul Habib Abd. Qadir, M, 65 anni, ferita coscia destra, 15 ottobre, Afshar.
30. M. Alam Allah Dad, M, 40 anni, frattura di gomito, 15 ottobre, Qasaba.
31. M. Sadiq Abd. Mazid, M, 70 anni, frattura ala iliaca sinistra, 15 ottobre, Khair Khana.
32. Noor Aga Abd. Ghafur, M, 34 anni, ferita piede destro, 16 ottobre, Khair Khana.
33. Nezamudin Noorudin, M, 30 anni, frattura di rotula destra, 16 ottobre, Badam Bagh.
34. Gulbigum M. Dad, F, 40 anni, frattura cranica, 16 Ottobre, Qable Bye.
35. Khuda Dad Nowroz, M, 28 anni, ferita penetrante al torace, 17 ottobre, Qalav Shadan.
36. Khuda Dad Rostam, M, 22 anni, ferita al dorso, 17 ottobre, Qalav Shadan.
37. Khanabudin Mostara, M, 28 anni, ferita bilaterale alle gambe, 17 ottobre, Qalav Shadan.
38. Morad Ali M. Mussan, M, 21 anni, frattura di bacino, 17 ottobre, Qalav Shadan.
39. M. Raza M. Wakl, M, 13 anni, ferita penetrante all'addome, 17 ottobre, Qalav Shan.
40. Sulaiman Agha M., 16 anni, ferita al cranio, 17 ottobre, Khoshal Khan.
41. Shabana Agha M., F, 13 anni, ferita agli arti, 17 ottobre, Khoshal Khan.
42. Shad M. Dad M., M, 21 anni, ferita alla gamba destra, 17 ottobre, Khoshal Khan.
43. Najiba M. Ayub, F, 40 anni, ferita al cranio, 17 ottobre, Shari-now.
44. Basnooa M. Afzal, F, 40 anni, frattura di bacino, 17 ottobre, Kair Khana.
45. Abdul Wakl M. Arzal, M, 40 anni, ferita al bacino, Pz in Shock ,17 ottobre, Kair Khana.
46. Niaz Moh Ghulam M., M, 7 anni, ferita al cranio, Pz. In coma, 17 ottobre, Kolola Pushta.
47. Bakara Zar Alam, F, 45 anni, ferita al cranio, 18 ottobre, Pushta Enihesar.
48. Mohammed Sher Mohammed, M, 23 anni, lesioni arti superiori, 18 ottobre, Microrayon.
49. Norullah Nezamudin, M, 28 anni, ferita cerebrale, 18 ottobre, Qargha.
50. Aminullah Momin, M, 50 anni, frattura pelvica, 18 ottobre, Badam Bagh.
51. Sarajudin Fazudin, M, 55 anni, ferite al collo e alle corde vocali, 18 ottobre, Khairkhana.
52. Zamari Mirajan, M, 20 anni, fratture multiple arti inferiori, 18 ottobre, Khairkhana.
53. Abdul Kabir Mohammed, M, 60 anni, ferite penetranti agli occhi, 18 ottobre, Khairkhana.
54. Haroon Agha Sherin, M, 12 anni, ferrite agli arti inferiori, 18 ottobre, Khairkhana.
55. Shamsudin Qader, M, 22 anni, ferite multiple al volto, 18 ottobre, Khairkhana.
56. Zaher Mohammed Alam, M, 35 anni, ferrite alla gamba destra, 18 ottobre, Khairkhana.
57. Kamila Khoja Masod, F, 45 anni, ferite multiple al volto, 18 ottobre, Microrayon.
58. Khosh Abdul Fatah, F, 7 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre, Microrayon.
59. Ahmed Osman, M, 10 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre, Microrayon.
60. Anisa Mohammed Gul, F, 8 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre,Char-Qalla.
61. Zobidullah Rahmatullah, M, 18 anni, ferite toraciche, 18 ottobre, Khairkhana.
62. Shah Malang-Sar Baland, M, 30 anni, ferite alla gamba destra, 18 ottobre, Khairkhana.
63. Samir Zamir, M, 13 anni, ferita cerebrale penetrante, 18 ottobre, Khairkhana.
64. Gulam Rasul Ayub, M, 40 anni, politraumatizzato, 18 ottobre, Khairkhana.
65. Shamsudin Mohammed Nazeer, M, 19 anni, ferrite al volto, 19 ottobre, Khairkhana.
66. Sarwer Mohammed Ayub, M, 45 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
67. Nadia Mohammed Sarwer, F, 3 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
68. Hanifa Mohammed Sarwer, F, 23 anni, ferite penetranti agli occhi, 21 ottobre, Khairkhana.
69. Zafonon Sarwer, F, 25 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
70. Najia Mohammed Sarwer, F, 8 anni, trauma cranico, 21 ottobre Khairkhana.
71. Rabia Mohammed Sarwer, F, 7 anni, trauma cranico, 21 ottobre, Khairkhana.
72. Malyar Zekria, M, 7 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
73. Hasanullah Zekria, M, 8 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.
74. Arif Mohammed Asif, M, 5 anni, trauma cranico, 21 ottobre, Khairkhana.
75. Nesar Qand Agha, M, 3 anni, ferita cerebrale penetrante, 21 ottobre, Khairkhana.

Fin qui i feriti accertati, tutti colpiti da frammenti di bombe e/o razzi.
Nel popoloso quartiere di Khairkhana, in Kabul, dove sono state bombardate numerose abitazioni, abbiamo potuto verificare i seguenti nomi di pazienti deceduti sul posto:

76. Bilal Gulam Rasul, M, 4 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
77. Kaled Gulam Rasul, M, 6 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
78. Wares Gulam Rasul, M, 12 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
79. Samin Gulam Rasul, M, 9 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
80. Said Mir-Said Jan, M, 30 anni, deceduto, 21 ottobre, Khairkhana.
81. Said Mir-Said Mir, F, 26 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.
82. Nazira-Said Mir, F, 21 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.
83. Sofi Kasim, F, 39 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.
84. Aziza-Khoja Fagir, F, 23 anni, deceduta, 21 ottobre, Khairkhana.

Il 18 ottobre 6 persone sono state uccise dai bombardamenti a Microrayon: non siamo per ora in grado di fornire i nomi.
Il 21 ottobre altre 12 persone per ora non identificate sono state uccise dai bombardamenti a Khairkhana, dove tre case sono state completamente distrutte.
Di queste famiglie sono rimasti vivi solo due bambini, secondo le verifiche fatte dal personale infermieristico di Emergency a Kabul. Cercheremo di fornire aggiornamenti quanto prima.
Najib e gli altri dell'Emergency Team in Kabul.

* Vittime civili dei bombardamenti angloamericani nella provincia di Kapisa Sabato 27 ottobre 2001 alle ore 21,15 (ora locale) 7 feriti sono stati ricoverati presso il Centro Chirurgico di Emergency di Anabah, nella valle
del Panchir.
Le vittime, tutte colpite da schegge metalliche di razzi o bombe, hanno dichiarato di essere state ferite durante i bombardamenti anglo-americani sopra i villaggi che costellano la linea del fronte. Le vittime, tutti civili, provengono anche da villaggi situati nella zona sotto il controllo dell'Alleanza del Nord, come Chany Khil, e hanno dichiarato di trovarsi dentro o nei pressi delle proprie abitazioni al momento dell'attacco.
Le vittime di questo bombardamento sono: Rowida, F, 5 anni; Aziza Said, F, 13 anni; Zagul, F, 50 anni; Laikhan Mirza, M, 6 anni; Saida, F, 30 anni; Zarif, M, 22 anni; Ahmad Froh, M, 4 anni.

Emergency, Anabah, Afghanistan.

Il soldato di ventura e il medico afghano

di TIZIANO TERZANI

PESHAWAR - Sono venuto in questa citta' di frontiera per essere piu' vicino alla guerra, per cercare di vederla coi miei occhi, di farmene una ragione; ma, come fossi saltato nella minestra per sapere se e' salata o meno, ora ho l'impressione di affogarci dentro. Mi sento andare a fondo nel mare di follia umana che, con questa guerra, sembra non avere piu' limiti.
Passano i giorni, ma non mi scrollo di dosso l'angoscia: l'angoscia di prevedere quel che succedera' e di non poterlo evitare, l'angoscia di essere un rappresentante della piu' moderna, piu' ricca, piu' sofisticata civilta' del mondo ora impegnata a bombardare il Paese piu' primitivo e piu' povero della Terra; l'angoscia di appartenere alla razza piu' grassa e piu' sazia ora impegnata ad aggiungere nuovo dolore e miseria al gia' stracarico fardello di disperazione della gente piu' magra e piu' affamata del pianeta. C'e' qualcosa di immorale, di sacrilego, ma anche di stupido - mi pare - in tutto questo. A tre settimane dall'inizio dei bombardamenti anglo-americani dell'Afghanistan la situazione mondiale e' molto piu' tesa ed esplosiva di quanto lo fosse prima. I rapporti fra israeliani e palestinesi sono in fiamme, quelli fra Pakistan e India sono sul punto di rottura; l'intero mondo islamico e' in agitazione e ogni regime moderato di quel mondo, dall'Egitto all'Uzbekistan, al Pakistan stesso, subisce la montante pressione dei gruppi fondamentalisti.
Nonostante tutti i missili, le bombe e le operazioni segretissime dei commandos, mostrateci in piccoli spezzoni del Pentagono, come per farci credere che la guerra e' solo un videogame, i talebani sono ancora saldamente al potere, la simpatia nei loro confronti cresce all'interno dell'Afghanistan, mentre diminuisce invece in ogni angolo del mondo il senso della nostra sicurezza.
"Sei musulmano?", mi chiede un giovane quando mi fermo al bazar a mangiare una focaccia di pane azzimo.
"No".
"Allora che ci fai qui? Presto vi ammazzeremo tutti".
Attorno tutti ridono. Sorrido anch'io.
Lo chiamano Kissa Qani, il "bazar dei raccontastorie". Ancora una ventina d'anni fa, era uno degli ultimi, romantici crocevia dell'Asia pieno delle piu' varie mercanzie e varie genti. Ora e' una sorta di camera a gas con l'aria irrespirabile per le esalazioni e le folle sempre piu' in mal arnese a causa dei tantissimi rifugiati e mendicanti. Fra le vecchie storie che ci si raccontavano c'era quella di Avitabile, un napoletano soldato di ventura arrivato qui a meta' dell'Ottocento con un amico di Modena e diventato governatore di questa citta'. Per tenerla in pugno, ogni mattina all'ora di colazione faceva impiccare un paio di ladri dal minareto piu' alto della moschea e per decenni ai bambini di Peshawar e' stato detto:
"Se non sei buono, ti do ad Avitabile".
Oggi le storie che si raccontano al bazar sono tutte sulla guerra americana.
Alcune, come quella secondo cui l'attacco a New York e Washington e' stato opera dei servizi segreti di Tel Aviv - per questo nessun israeliano sarebbe andato a lavorare nelle Torri Gemelle l'11 settembre -, e quella secondo cui l'antrace per posta e' una operazione della Cia per preparare psicologicamente gli americani a bombardare Saddam Hussein, sono gia' vecchie, ma continuano a circolare e soprattutto a essere credute. L'ultima e' che gli americani si sarebbero resi conto che con le bombe non riescono a piegare l'Afghanistan e hanno ora deciso di lanciare sacchi pieni di dollari sulla gente. "Ogni missile costa due milioni di dollari. Ne hanno gia' tirati piu' di cento. Pensa: se avessero dato a noi tutti quei soldi, i talebani non sarebbero piu' al potere", dice un vecchio rifugiato afghano, ex comandante di un gruppo di mujaheddin anti-sovietici, venuto a sedersi accanto a me.
L'idea che gli americani son pieni di soldi e disposti a essere generosi con chi sia disposto a schierarsi dalla loro parte e'
diffusissima. Giorni fa alcune centinaia di capi religiosi e tribali della comunita' afghana in esilio si sono riuniti in un grande
anfiteatro nel centro di Peshawar per discutere del futuro dell'Afghanistan "dopo i talebani". Per ore e ore dei bei, barbutissimi signori - ottimi per i primi piani delle televisioni occidentali - si sono avvicendati al microfono a parlare di "pace e
unita", ma nei loro discorsi non c'era alcuna passione, non c'era alcuna convinzione. "Son qui solo per registrare il loro nome e cercare di raccogliere fondi americani", diceva un vecchio amico, un intellettuale pakistano, di origine pashtun come quella gente.
"Ognuno guarda l'altro chiedendosi "e tu quanto hai gia' avuto?".
Quel che gli americani dimenticano e' un nostro vecchio proverbio: un afghano si affitta, ma non si compra".
Per gli americani la riunione di Peshawar era il primo importante passo per quella che, sulla carta, pareva loro la ideale soluzione politica del problema afghano: far tornare il re Zahir Shah, installare a Kabul un governo in cui tutti fossero rappresentati - compresi alcuni capi talebani moderati - e mandare l'esercito del nuovo regime a caccia degli uomini di Al Qaeda, risparmiando cosi' il lavoro e i rischi ai soldati della coalizione.
Ma le soluzioni sulla carta non sempre funzionano sul terreno, specie quando questo terreno e' l'Afghanistan.
Gia' l'idea che il vecchio re del passato, in esilio a Roma da trent'anni, possa ora giocare un ruolo nel futuro del paese e' una
illusione di chi crede di poter rifare il mondo a tavolino, e' una pretesa di quei diplomatici che non escono dalle loro stanze ad aria condizionata. Basta andare fra la gente per rendersi conto che il vecchio sovrano non gode di quel prestigio che le cancellerie occidentali - specie quella italiana - gli attribuiscono e che il suo non essersi mai fatto vedere, il suo non aver mai visitato un campo di rifugiati viene preso come una indicazione di indifferenza per la sofferenza del suo popolo. "Bastava che al tempo dell'invasione sovietica si fosse fatto fotografare con un fucile in mano ed avesse sparato un colpo in aria. Oggi lo rispetterebbero - dice l'amico -... e poi, poteva almeno l'anno scorso essere andato in pellegrinaggio alla Mecca, il che, coi tempi che corrono, gli avrebbe dato un po' di rilievo anche dal punto di vista religioso".
A parte il re, l'altro uomo su cui gli americani contavano per il loro gioco era Abdul Haq, uno dei piu' prestigiosi comandanti della resistenza anti-sovietica, tenutosi poi fuori dalla guerra civile che segui'. "Non e' qui. E' andato in Afghanistan" si diceva durante la conferenza di Peshawar, alludendo ad una "missione" che sarebbe stata decisiva per il futuro. L'idea ovvia era che Abdul Haq, col suo prestigio e il suo grande ascendente sui tanti vecchi mujaheddin alleatisi coi talebani, avrebbe staccato dal regime del Mullah Omar alcuni comandanti regionali e avrebbe potuto marciare su Kabul alla testa di gruppi pashtun quando la capitale fosse stata presa dalla Alleanza del Nord, che i pashtun ed i pakistani non vogliono assolutamente vedere al potere.
La "missione" di Abdul Haq non e' durata a lungo. I talebani lo hanno seguito appena quello e' entrato in Afghanistan, dopo alcuni giorni lo hanno catturato e nel giro di poche ore lo hanno giustiziato come un "traditore" assieme a due suoi seguaci. Gli americani con tutta la loro attrezzatura elettronica ed i loro super-elicotteri non sono riusciti a salvarlo.
Il presupposto di tutta questa manovra americana per una soluzione politica era comunque che il regime dei talebani si sfaldasse, che sotto la pressione delle bombe cominciassero le defezioni e che nel paese si creasse un vuoto di potere. Ma tutto questo non e' successo.
Anzi. Ogni indicazione e' che i talebani sono ancora fermamente in carica. Catturano giornalisti occidentali che siavventurano oltre la frontiera e fanno sapere, per scoraggiare altri tentativi, di non avere piu' spazio, ne' cibo per detenerne altri. "Le varie inchieste sono in corso. Verranno tutti giudicati secondo la sharia, la legge coranica", dicono, come farebbe un qualsiasi stato sovrano. I talebani passano decreti, fanno comunicati per smentire notizie false e continuano a sfidare la strapotenza americana non cedendo terreno e promettendo morte agli afghani che si schierano con il nemico.
Non solo. Il fatto che i talebani siano ora attaccati da degli stranieri, fa si' che anche chi aveva poca o nessuna simpatia per il loro regime, ora si schiera dalla loro parte. "Quando un melone vede un altro melone, ne prende il colore", dicono i pashtun. Dinanzi agli stranieri, visti di nuovo come invasori, gli afghani diventano sempre piu' dello stesso colore.
Per gli americani, gia' sotto enorme pressione internazionale per la stupidita' delle loro bombe intelligenti che continuano a cadere su gente inerme e di nuovo sui magazzini della Croce Rossa, la guerra aerea s'e' rivelata un completo fallimento, quella politica uno smacco.
Avevano cominciato la campagna afghana dicendo di volere Osama Bin Laden, "vivo o morto", e hanno presto ripiegato sul voler catturare o uccidere il Mullah Omar, capo dei talebani, sperando che questo avrebbe fatto vacillare il regime, ma finora quel che son riusciti a fare, oltre a qualche centinaio di vittime civili, e' terrorizzare la popolazione delle citta' gia' ridotte a macerie. Le Nazioni Unite calcolano che le bombe hanno fatto fuggire da Kandahar, Kabul e Jalalabad il 75% degli abitanti.
Questo vuol dire che almeno un milione e mezzo di persone sono ora senza tetto, si aggirano nelle montagne del paese e si aggiungono ai sei milioni che, sempre secondo le Nazioni Unite, erano gia' "a rischio" per mancanza di cibo e protezione prima dell'11 settembre.
"Quelli sono gli innocenti di cui dobbiamo occuparci - dice un funzionario internazionale -. Quelli che non hanno nulla a che fare col terrorismo, quelli che non leggono i giornali, che non guardano la Cnn. Molti di loro non sanno neppure che cosa e' successo alle Torri Gemelle".
Quel che tutti sanno invece e' che bombe, le bombe che giorno e notte distruggono, uccidono e scuotono la terra come in un costante terremoto, le bombe sganciate dagli aerei d'argento che piroettano nel cielo di lapislazzulo dell'Afghanistan, sono bombe inglesi e americane e questo coagula l'odio dei pashtun, degli afghani e piu' in generale dei musulmani contro gli stranieri. Ogni giorno di piu' l'ostilita' e' ovvia sulla faccia della gente.
Ero andato al bazar perche' volevo vedere quanti avrebbero partecipato alla manifestazione pro-talebani che si tiene di routine nella vecchia Peshawar dopo la preghiera di mezzo giorno, ma l'amico pashtun mi aveva avvertito che il numero dei dimostranti non vuol dire ormai nulla. "I duri non marciano piu', si arruolano. Vai nei villaggi", m'aveva detto.
L'ho fatto e per un giorno e una notte, in compagnia di due studenti universitari che in quella regione sembrava conoscessero tutti e tutto, ho gettato uno sguardo su un mondo la cui distanza dal nostro non e' misurabile in chilometri, ma in secoli: un mondo che dobbiamo capire a fondo se vogliamo evitare la catastrofe che ci sta davanti.
La regione in cui sono stato e' a due ore di macchina da Peshawar, a mezza strada dal confine afghano-pakistano. Per le popolazioni di qui la frontiera - anche quella stabilita a tavolino oltre cento anni fa da un funzionario inglese - non esiste.
Dall'una e dall'altra parte di quella innaturale divisione politica fra identiche montagne vive un'identica gente: i pashtun (detti anche pathan) che in Afghanistan sono la maggioranza, in Pakistan una minoranza. I pashtun, prima che afghani o pakistani, si sentono pashtun e il sogno di un Pashtunstan, uno stato che aggreghi tutti i pashtun non e' mai completamente tramontato. I pashtun sono i temuti guerrieri dell'Afghanistan; sono loro che gli inglesi non riuscirono mai a sconfiggere. "Un pashtun ama il suo fucile piu' di suo figlio - dicevano dei loro nemici gli ufficiali di Sua Maesta' -.
Coraggiosi come leoni, selvaggi come gatti, ingenui come bambini". I talebani sono pashtun e quasi esclusivamente pashtun sono le zone in cui ora cadono le bombe americane.
"Mio padre e' sempre stato un liberale e un moderato, ma dopo i bombardamenti anche lui parla come un talebano e sostiene che non c'e' alternativa alla jihad", diceva uno dei miei studenti, mentre lasciavamo Peshawar.
La strada correva fra piantagioni di canna da zucchero. In lontananza le prime montagne. Sui muri bianchi che dividono i campi, spiccavano grandi slogan dipinti di fresco. "La jihad e' il dovere della nazione", "Un amico degli americani e' untraditore", "La jihad durera' fino al giorno del giudizio". Il piu' strano era: "Il profeta ha ordinato la jihad contro l'India e l'America".Nessuno qui si chiede se al tempo del Profeta, mille e quattrocento anni fa, l'India e l'America esistessero gia'. Ma e' appunto questa accecante mistura di ignoranza e di fede a essere esplosiva ed a creare, attraverso la piu'semplicistica e fondamentalista versione dell'Islam, quella devozione alla guerra e alla morte con cui abbiamo deciso, forse un po' troppo avventatamente, di venirci a confrontare.
"Quando uno dei nostri salta su una mina o viene dilaniato da una bomba, prendiamo i pezzi che restano, i brandelli di carne, le ossa rotte, mettiamo tutto nella stoffa di un turbante e seppelliamo quel fagotto li', nella terra. Noi sappiamo morire, ma gli americani? Gli inglesi? Sanno morire cosi'?". Dal fondo della stanza un altro uomo barbuto, ricordandosi da dove,presentandomi, ho detto di venire, apre un giornale in Urdu e ad alta voce legge una breve notizia in cui si dice che anche l'Italia si e' offerta di mandare navi e soldati e il mio interlocutore personalizza la sua sfida: "...e voi italiani allora? Siete pronti a morire cosi'? Perche' anche voi venite qui a uccidere la nostra gente, a distruggere le nostre moschee? Che direste se noi venissimo a distruggere le vostre chiese, se venissimo a radere al suolo il vostro Vaticano?". Siamo in una
sorta di rudimentalissimo ambulatorio in un villaggio a qualche decina di chilometri dal confine afghano. Negli scaffali polverosi ci sono delle polverose medicine; al muro una bandiera verde e nera con al centro un sole in cui e' scritto "Jihad". Attorno al "dottore" che mi parla si sono riuniti una decina di giovani: alcuni sono veterani della guerra, altri ci stanno per andare. Uno e' appena tornato dal fronte e racconta dei bombardamenti.
Dice che gli americani sono codardi perche' sparano dal cielo, scappano e non osano combattere faccia a faccia. Dice che il Pakistan impedisce ai profughi di entrare nel paese e che tanti civili, feriti nei bombardamenti di Jalalabad, muoiono ora dall'altra parte del confine per mancanza delle piu' semplici cure.
L'atmosfera e' tesa. Qui, ancora piu' che al bazar, tutti sono assolutamente convinti che quella in corso e' una grande congiura-crociata dell'Occidente per distruggere l'Islam, che l'Afghanistan e' solo il primo obbiettivo e che l'unico modo di
resistere e' per tutto il mondo islamico di rispondere all'appello per la guerra santa. "Vengano pure gli americani, cosi' ci potremo procurare delle buone scarpe, togliendole ai cadaveri - dice uno dei giovani - a voi la guerra costa tantissimo. A noi nulla. Non sconfiggerete mai l'Islam".
Cerco di spiegare che la guerra in corso e' contro il terrorismo, non l'Islam, cerco di dire che l'obbiettivo della coalizione internazionale guidata dagli americani non sono gli afghani, ma Osama Bin Laden ed i talebani che lo proteggono.
Non convinco nessuno. "Io non so chi sia Osama - dice il "dottore" - non l'ho mai incontrato, ma se Osama e' nato a causa delle ingiustizie commesse in Palestina ed in Iraq, sappiate che le ingiustizie ora commesse in Afghanistan faranno nascere tanti, tanti altri Osama".
Di questo sono convinto e la prova e' dinanzi ai miei occhi: l'ambulatorio e' un centro di reclutamento per la jihad, il "dottore" e' il capo di un gruppo di venti giovani che domani partira' per l'Afghanistan. Ognuno portera' con se' un'arma, del cibo e del danaro. In ogni villaggio ci sono gruppi cosi'. Il "dottore" parla di alcune migliaia di mujaheddin che da questa regione, formalmente in Pakistan, stanno per andare a combattere a fianco dei Talebani.
L'addestramento? Tutti, dice il "dottore", han fatto due mesi per imparare l'uso delle armi e delle tecniche di guerriglia.
Ma quel che conta e' l'istruzione religiosa ricevuta nella tante piccole scuole coraniche, le madrasse, sparse nella campagna. Mi han portato a visitarne una. Disperante.Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina di bambini - c'erano anche alcune bambine - dai tre ai dieci anni, tutti pallidi, magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i versetti del Corano. Nella loro lingua? No, in arabo che nessuno sa.
"Sanno pero' che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria lui e tutta la sua famiglia andranno in paradiso per sette generazioni!", mi ha spiegato il giovane barbuto che faceva da istruttore.Trentacinque anni, sposato con cinque figli, ammalato di cuore, fratello del capo della locale moschea, diceva che nonostante le sue condizioni di salute, anche lui sarebbe andato a combattere.
Aspettava solo che gli americani scendessero dai loro aerei e si facessero vedere al suolo. "Se non smettono di bombardare costituiremo piccole squadre di uomini che andranno a mettere bombe e a piantare la bandiera dell'Islam in America. Se verranno presi dall'Fbi si suicideranno", diceva con un sorriso invasato.
A parte la memorizzazione del Corano le madrasse insegnano poco o nulla, ma per le famiglie povere della regione quella, pur miserissima, e' l'unica educazione possibile. Il risultato sono i giovani che oggi vanno alla jihad e il crescente potere che i mullah, ugualmente ignoranti e ottusi, hanno sulla popolazione delle campagne grazie al loro monopolio sulla religione e sui fondi dei paesi musulmani come l'Arabia Saudita.
Dovunque ci siamo fermati in quelle ore non ho sentito che discorsi carichi di fanatismo, di superstizione, di certezze fondate sull'ignoranza. Eppure sentendo parlare questa gente, mi chiedevo quanto anche noi, pur colti e rimpinzati di conoscenze, siamo pieni di preteso sapere, quanto anche noi finiamo per credere alle bugie che ci raccontiamo.
A sette settimane degli attacchi in America le prove che ci erano state promesse sulla colpevolezza di Osama Bin Laden, e di riflesso dei talebani, non ci sono state ancora date, eppure quella colpevolezza e' ormai data per scontata. Anche noi ci facciamo illudere dalle parole e abbiamo davvero creduto che la prima operazione delle forze speciali americane in Afghanistan era intesa a trovare il centro di comando dei talebani, senza pensare che, come dice il mio amico pashtun "quel centro non esiste o e' al massimo una capanna di fango con un tappeto da preghiera e qualche piccione viaggiatore, ora che i talebani non possono piu' usare le loro radioline facilmente intercettabili dagli americani".
E non e' il fanatismo di questi fondamentalisti, simile al nostro arrogante credere che abbiamo una soluzione per tutto? Non e' la loro cieca fede in Allah, pari alla nostra fede nella scienza, nella tecnica, nella abilita' di mettere la natura al nostro servizio? E' con queste certezze che andiamo oggi a combattere in Afghanistan con i mezzi piu' sofisticati, gli aerei piu' invisibili, i missili piu' lungimiranti e le bombe piu' "ammazzauomo" per rifarci di un atto di guerra commesso da qualcuno armato solo di tagliacarte e di una ferma determinazione a morire.
Come non rendersi conto che per combattere il terrorismo siamo venuti a uccidere innanzitutto degli innocenti e con cio' ad aizzare ancor piu' un cane che giaceva? Come non vedere che abbiamo fatto un passo nella direzione sbagliata, che siamo entrati in una palude di sabbie mobili e che con ogni altro passo finiremo solo per allontanarci sempre di piu' dalla via di uscita? Dopo la conversazione con i fanatici della jihad, quella fra me e me e' continuata per il resto della notte, passata insonne a tenermi lontano le zanzare. Certo che non e' invidiabile una societa' come quella che produce dei ragazzi cosi' ottusi e disposti a morire. Ma lo e' forse la nostra? Lo e' quella americana? Che accanto agli eroici pompieri di Manhattan, produce anche gente come il bombarolo di Oklahoma City, gli attentatori alle cliniche abortiste e forse anche quelli che - il sospetto cresce - mettono l'antrace nelle buste spedite a mezzo mondo? Quella su cui avevo appena gettato uno sguardo era una societa' carica d'odio. Ma e' da meno la nostra che ora, per vendetta o magari davvero per mettere le mani sulle riserve naturali dell'Asia Centrale, bombarda un paese che vent'anni di guerra han gia' ridotto ad una immensa rovina? Possibile che per proteggere il nostro modo di vivere, si debbano fare milioni di rifugiati, si debbano far morire donne e bambini? Per favore, vuole spiegarmi qualcuno esperto in definizioni, che differenza c'e' fra l'innocenza di un bambino morto nel World Trade Center e quella di uno morto sotto le bombe a Kabul?
La verita' e' che quelli di New York, sono i "nostri" bambini, quelli di Kabul invece, come gli altri centomila bambini afgani che, secondo l'Unicef, moriranno quest'inverno se non arrivano subito dei rifornimenti, sono i bambini "loro". E quei bambini loro non ci interessano piu'. Non si puo' ogni sera, all'ora di cena, vedere sullo schermo della tv di casa un piccolo moccioso afghano che aspetta di avere una pagnotta. Lo si e' gia' visto tante volte; non fa piu' spettacolo. Anche a questa guerra ci siamo gia' abituati. Non fa piu' notizia e i giornali richiamano i loro corrispondenti, le televisioni riducono i loro staff, tagliano sui collegamenti via satellite dai tetti degli alberghi a cinque stelle di Islamabad. Il circo va altrove, cerca altre storie, l'attenzione e' gia' stata anche troppa.
Eppure l'Afghanistan ci perseguitera' perche' e' la cartina di tornasole della nostra immoralita', delle nostre pretese di civilta', della nostra incapacita' di capire che la violenza genera solo violenza e che solo una forza di pace e non la forza delle armi puo' risolvere il problema che ci sta dinanzi.

"Le guerre cominciano nella mente degli uomini ed e' nella mente degli uomini che bisogna costruire la difesa della pace", dice il preambolo della costituzione dell'Unesco.
Perche' non provare a cercare nelle nostre menti una soluzione che non sia quella brutale e banale di altre bombe e di altri morti?
Abbiamo sviluppato una grande conoscenza, ma non appunto quella della nostra mente, e ancor meno quella della nostra coscienza, mi dicevo insonne tentando sempre di scacciare le zanzare.
La notte e' fortunatamente breve. Alle quattro la voce metallica di un altoparlante comincia a salmodiare dall'alto di un minareto vicino; altre rispondono in lontananza.
Partiamo.
Nella hall dell'albergo dove arrivo a fare colazione e' gia' accesa la televisione. La prima notizia, all'alba, non e' piu' la guerra in Afghanistan, ma l'annuncio fatto a Washington del "piu' grande contratto di forniture belliche nella storia del mondo".
Il Pentagono ha deciso di affidare alla Lockheed Martin la costruzione della nuova generazione di sofisticatissimi aerei da caccia: 3.000 pezzi per un valore iniziale di 200 miliardi di dollari. Gli aerei entreranno in funzione nel 2012.
Per bombardare chi? Mi chiedo. Penso ai ragazzini della madrassa che nel 2012 avranno giusto vent'anni e mi torna in mente una frase dell'invasato "dottore": "Se gli americani vogliono combatterci per quattro anni, noi siamo pronti, se vogliono farlo per 40 anni siamo pronti. Per 400, siamo pronti".
E noi? Questo e' davvero il momento di capire che la storia si ripete e che ogni volta il prezzo sale.

UNA DENUNCIA PENALE

di Peppe Sini

Alla Procura Generale della Repubblica

e per opportuna conoscenza a vari soggetti pubblici variamente interessati affinche' qualora ravvisino una "notitia criminis" in questo esposto procedano a quanto la legge impone ad ogni pubblico ufficiale

* * *

Esposto nei confronti del Governo, del Parlamento e del Capo dello Stato per violazione della Costituzione della Repubblica Italianae favoreggiamento di stragi, avendo espresso adesione e sostegno ad una guerra illegale e criminale, guerra che configura i reati di crimini di guerra e di crimini contro l'umanita'

* * *

Egregi signori,

a nome e per conto del "Centro di ricerca per la pace", con sede in strada S. Barbara 9/E, Viterbo, il sottoscritto Giuseppe Sini, in qualita' di responsabile del Centro, espone quanto segue:

1. E' in corso da alcune settimane una guerra condotta con modalita' di sterminio di massa.

2. Tale guerra e' palesemente illegittima ai sensi del diritto internazionale e sta facendo strage di vittime innocenti.

3. Tale guerra (conseguente agli efferati massacri realizzati l'11 settembre da gruppi criminali terroristi, efferati massacri tra i cui fini e' da supporre ci fosse anche proprio quello di scatenare una conflagrazione mondiale) nel suo svolgersi sta realizzando crimini di guerra e crimini contro l'umanita'.

4. Tale guerra sta mettendo in pericolo l'umanita' intera, proseguendo un'escalation (verosimilmente preventivata e voluta dai gruppi criminali terroristi che hanno eseguito le stragi dell'11 settembre) che puo' portare a conseguenze atroci e finanche irreversibili per l'umanita' intera.

5. Tragicamente, il Governo italiano, il Parlamento italiano, il Capo dello Stato italiano, invece di adoperarsi per la pace e per il ripristino del diritto internazionale, hanno espresso l'adesione del nostro paese alla guerra in corso.

6. Tale adesione alla guerra illegale e criminale espressa da chi rappresenta il nostro paese e' anch'essa illegale e criminale.

7. Tale adesione alla guerra illegale e criminale viola l'articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, e configura pertanto il piu' grave dei reati di cui chi e' investito di alte cariche della Repubblica si possa macchiare.

8. Tale adesione alla guerra illegale e criminale coinvolge il nostro paese nella responsabilita' delle stragi in corso in Afghanistan.

9. Tale adesione alla guerra illegale e criminale coinvolge il nostro paese nella guerra e rende il nostro stesso paese possibile teatro di guerra.

10. Tale adesione alla guerra illegale e criminale precipita il nostro paese in uno stato di anomia come conseguenza di un atto di eversione dall'alto che ha reso fuorilegge chi detiene le funzioni del potere esecutivo, la maggioranza dei membri dell'organo legislativo, il supremo garante del nostro ordinamento giuridico.

11. Mentre rinnoviamo un accorato e fermo invito al Governo, al Parlamento ed al Presidente della Repubblica affinche' rinsaviscano, tornino nella legalita', recedano dall'alto tradimento della Costituzione della Repubblica Italiana fondamento del nostro stato di diritto e base della nostra democrazia, Costituzione cui essi hanno giurato fedelta';

12. Parimenti e' necessario richiedere l'intervento dell'autorita' giudiziaria affinche' verifichi quanto sopra ed assuma i provvedimenti conseguenti:

13. Noi chiediamo:
a) la messa in stato di accusa del governo nelle persone dei membri del Consiglio dei Ministri che hanno espresso l'adesione alla guerra;
b) la messa in stato di accusa dei membri del Parlamento che hanno avallato l'adesione alla guerra;
c) la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica che ha permesso l'adesione alla guerra:
- per violazione della Costituzione della Repubblica Italiana;
- per violazione del diritto internazionale;
- per complicita' con i crimini di guerra ed i crimini contro l'umanita' in corso;
- per aver esposto il nostro paese ai pericoli conseguenti alla illegittima e delittuosa partecipazione ad una guerra illegale e criminale.

Per il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
il responsabile: Giuseppe Sini


La guerra di oggi e la nonviolenza di domani

di Mao Valpiana*

Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come pietre.
La nonviolenza è il varco attuale della storia.

Aldo Capitini

Vado subito al nocciolo della questione. Quali alternative alla guerra propone oggi la nonviolenza? E' la domanda che mi sento fare ogni qual volta manifesto il mio dissenso dal voto del Parlamento di mercoledì 7 novembre, che ha approvato la partecipazione dell'Italia alla guerra in Afghanistan.
Non voglio eludere nessuna obiezione seria che viene fatta alla nonviolenza. Si dice che essa è assolutamente inefficace se usata con i terroristi. Certo, oggi le proposte della nonviolenza sono solo teoriche, perché per anni, per decenni, non le si è dato nessun credito. Tutte le energie, tutti i finanziamenti, tutta la politica è stata indirizzata a preparare esclusivamente la macchina bellica, che infatti oggi è pronta e aggressiva, con portaerei, bombe, truppe, elicotteri, carri armati; tutto ben organizzato e costruito in anni e anni. E dopo aver speso migliaia di miliardi nell'apparato tecnico-scientifico-militare e non aver mai investito nemmeno una lira nella preparazione nonviolenta, si viene a chiedere a noi nonviolenti una soluzione della tragedia in corso? La convulsione storica che stiamo vivendo non è scoppiata improvvisamente, come un terremoto, ma è cresciuta per decenni, nei quali nulla si è fatto per evitarne l'esplosione, né per preparare una valida alternativa. E' come trovarsi davanti ad un incendio devastatore senza aver mai fatto prevenzione e senza avere in mano neppure un bicchiere d'acqua per spegnerlo. Che si può fare? Nulla, solo scappare.
Oggi, per rispondere al terrorismo internazionale, di pronto c'è solo lo strumento militare; ma si deve avere la consapevolezza che quello strumento porterà alle estreme conseguenze; se i terroristi alzeranno il livello della sfida, la risposta dovrà adeguarsi, e dalle armi chimiche, si passerà alle armi nucleari, con le conseguenze che si possono immaginare: la tragedia delle torri gemelle rischia di essere moltiplicata per mille.
Tutti noi nonviolenti sentiamo l'urgenza di fare qualcosa. Sentiamo l'insufficienza del solo mettere a verbale il nostro no. In un regime che compatto ha votato per l'intervento militare è già molto esprimere il dissenso, ma il nonviolento sente che questo non basta. E quindi lavoriamo incessantemente per far avanzare la progettualità nonviolenta.
Quali sono le nostre proposte? Finanziare istituti di ricerca per la risoluzione nonviolenta dei conflitti internazionali; istituire, reclutare ed addestrare Corpi Civili di Pace per la prevenzione dei conflitti; avviare un processo di democratizzaziomne dell'ONU; dotare l'Onu di una polizia internazionale; favorire processi di integrazione con i paesi a rischio; sostenere i gruppi dissidenti dei regimi dittatoriali; creare una rete di monitoraggio nelle aree a rischio di crisi; avviare passi di disarmo unilaterale e preparare forme di difesa nonviolenta; investire in diplomazia e favorire processi di pacificazione, di riconciliazione, di convivenza; controllare il commercio di armamenti, bandire la produzione di armi chimiche, batteriologiche, nucleari.
E allora siamo qui a proporre, seriamente, a tutte le forze politiche che dicono di aver votato con disagio a favore della guerra, che da subito prendano in considerazione le nostre proposte, sulle quali lavoriamo da decenni; se non sono applicabili da subito, serviranno almeno ad evitare la prossima tragedia. Sono le stesse proposte che facemmo al tempo della guerra del Golfo; rimasero lettera morta, perché – si disse allora- in quel momento servivano i raid aerei. Se dieci anni fa, oltre ai raid aerei, si fosse almeno iniziato a preparare un'alternativa, forse la crisi di oggi potrebbe essere affrontata al 95% con mezzi militari e al 5% con mezzi nonviolenti. Sarebbe già molto, perché forse la crisi successiva (fra qualche anno) vedrebbe l'80% di intervento militare e il 20% di intervento nonviolento, e così via… ma invece siamo ancora al 100% di micidiali strumenti militari. E la nonviolenza viene solo ridicolizzata, o criminalizzata. E' penoso dover giustificare la propria obiezione di coscienza. Dopo duemila anni di cristianesimo tocca ancora a chi rifiuta la guerra spiegarne i motivi. E ogni volta ti senti chiedere: ma voi nonviolenti cosa fareste? Lasciate impuniti gli assassini? Se non li fermi con le armi, cosa fai? Niente? Allora sei complice…
Ecco il punto: si dà sempre per certo (quasi fosse una verità assoluta) che le bombe siano efficaci, che la guerra sia risolutiva. Ma è vero?
Questa guerra, come tutte le guerre, è un'avventura senza ritorno. Il primo possibile risultato è quello di aumentare l'area di consenso attorno al terrorismo fondamentalista, di procurargli nuovi alleati, di radicalizzare nuove pericolose contrapposizioni.
La guerra è come una valanga, al sua passare travolge tutto e tutti. Uccide anche ciò che vorrebbe difendere. Divide, spezza, annienta. Con la guerra scompare la speranza. E poi muoiono gli uomini, le donne, i bambini. Già, i bambini, le vittime più numerose delle guerre moderne.
Quand'ero bambino pensavo che la guerra fosse una cosa d'altri tempi, da libri di storia; e che io una guerra non l'avrei mai vista. In realtà erano passati solo vent'anni dalla fine della seconda guerra mondiale, c'era già l'equilibrio del terrore e stava scoppiando la guerra del Viet Nam. Con il brusco risveglio dell'adolescenza ho scoperto che nel mondo di guerre ce n'erano tante, ma comunque erano tutte lontane e riguardavano gli americani, i russi o i cinesi. Sono bastati pochi anni e ho visto quattro guerre che hanno coinvolto direttamente l'Italia: il Golfo, la Bosnia, il Kosovo, l'Afghanistan. La guerra, ormai, non è più un tabù. Credevamo che i moniti “mai più Auschwitz” e “mai più Hiroshima” fossero definitivi. E invece ci siamo sbagliati. Pensavamo che la nostra Costituzione impedisse la guerra, ma non è vero (qualcuno dovrebbe proporre un emendamento per sostituire, all'articolo 11, la parola ripudia con la parola ammette: sarebbe più serio!). Si gioca con le parole, cambiando il nome alle cose: una pioggia di bombe viene chiamata “libertà duratura”. Ma la guerra, come disse Gandhi, resta il più grande crimine contro l'umanità.
Si dice che questa guerra è totalmente diversa dalle altre, che è una guerra di nuovo tipo, la prima guerra del nuovo secolo. Ogni guerra ha la sua giustificazione, netta, chiara, indiscutibile. Si sa che la guerra è dolorosa, e la si presenta sacrificio necessario (è anche costosa, preparatevi a pagare…): non la si può dare vinta ai terroristi. Se non sei con la Patria, sei con il nemico. Il bene contro il male; la democrazia contro la dittatura, la civiltà contro il terrorismo. Per vincere la guerra ci vuole un paese unito, stretto attorno alla sua bandiera, a stelle e strisce o tricolore, fate voi; e allora tutti in piazza a tifare per la guerra. Sarà anche una nuova guerra, ma i metodi sono proprio vecchi, quelli della politica di sempre….Le armi per difendere Dio, patria e famiglia….Già visto!
Voglio concludere con qualche domanda che questa volta voglio porre io a chi è convinto della bontà di tale “operazione militare”: quando finirà questa guerra? chi firmerà il trattato di resa? quando si potrà dire, ecco abbiamo vinto? chi potrà assicurare che dal giorno dopo non ci saranno più attentati? dopo la vittoria, avremo la pace, o dovremo continuare a preparare la guerra? fino a quando, per la nostra sicurezza, dovremo finanziare giganteschi apparati bellici, e quanto dovremo ancora attendere per dare credito alla nonviolenza?
L'opposizione integrale alla guerra è il fondamento costitutivo del Movimento Nonviolento. Fra tanti dubbi e incertezze, questo almeno è un punto fermo.

*Direttore di Azione nonviolenta

Verona, 8 novembre 2001


LA MIGLIOR DIFESA

di Woody Powell del Movimento "Veterans for Peace"

Cari amici italiani,
come potete immaginare facilmente, gli attacchi al World Trade Center di New York e al Pentagono a Washington sono stati gli atti criminali piu' atroci mai perpetrati nel mio paese. Soffro per le persone morte e insieme a quelle sopravvissute, tra le quali un caro cugino.
Avendo anch'io provato gli stessi stati d'animo nella guerra in Corea, capisco e condivido i sentimenti d'incredulita', sgomento, paura, angoscia e rabbia che ci colgono in situazioni come questa. Nel mio caso, dopo la rabbia, pero' -grazie a Dio!- e' tornato l'equilibrio. Dobbiamo essere equilibrati mentalmente per affrontare in maniera efficace il terrorismo e sconfiggerelo. Tutto cio' sara' a nostro vantaggio giacche' i terroristi sono ancora rimasti legati alla rabbia, rinchiusi dentro il rigido pensiero del fondamentalismo.
Credo che sia un obbligo del nostro governo combattere il terrorismo in modo che non si riproducano le condizioni che lo hanno generato. Cio' significa, tra le altre cose, conoscere quali sono queste condizioni e come sono nate. Significa capire i terroristi. Conoscere il proprio nemico.
Ogni volta che illustro questo punto mi si accusa di giustificare l'atto in se'. Lasciatemi dire categoricamente che capire il motivo dell'attacco non significa giustificarlo. Cio' semmai ci offre un indizio su come agire per un reale contributo alla sicurezza nazionale e mondiale.

ORA CHE STIAMO BOMBARDANDO L'AFGHANISTAN, le necessita' si fanno piu' urgenti. Ci sono milioni di Afghani che stanno per morire di fame e di freddo perche' gli aiuti, a causa delle bombe, non riescono a raggiungerli.
Credo che dovremmo FERMARE I BOMBARDAMENTI e rivolgere la nostra attenzione alla soluzione di questo disastro umanitario. Le nostre considerevoli risorse dovrebbero essere utilizzate per alleviare le sofferenze umane e non per crearne di ulteriori.
Non credo che dovremmo intervenire con operazioni di terra perche' cio' porterebbe la regione ad affrontare un conflitto a lungo termine senza la speranza di un'eventuale stabilita'. Dovremmo ritirarci, mandar giu' il nostro orgoglio e la nostra sete di vendetta ed intraprendere il piu' difficile tragitto dello sviluppo del dialogo con i nostri opponenti.

In altre parole, PRATICARE LA DIPLOMAZIA.
Se non ce la facciamo da soli dovremmo invitare una terza parte al tavolo delle trattative e partecipare ad un procedimento che non sara' solo sotto il nostro controllo. E difficile per l'America pensare in questo modo.
Parte di questo processo dovrebbe includere la consegna alla giustizia dei criminali che ci hanno attaccato. Vorrei che le Nazioni Unite fossero messe in condizioni di portare a termine questo compito. Sarebbe auspicabile un processo effettuato da un tribunale internazionale.

E POI DOPO?
Qualunque piano dovrebbe includere uno studio serio sulle nostre relazioni con le popolazioni del mondo, e non solo con i loro governi, spesso improvvisati e impopolari. La convivenza reciproca richiede di trovare il giusto sistema per diventare i vicini di casa migliori.
Ci sono motivi per cui la maggior parte del mondo ci vede come sfruttatori opportunistici di risorse vitali, piuttosto che come commercianti all'interno di un mercato libero. Dobbiamo capire questi motivi. Dobbiamo cambiare le nostre percezioni non attraverso delle relazioni pubbliche false ma con un atteggiamento nuovo e una politica di reciproca negoziazione.

COSA STANNO FACENDO I VETERANI PER LA PACE?
I nostri membri sono impegnati in tutta l'America portando avanti programmi educativi che permettano alla gente di esaminare la politica pubblica in maniera critica, scrivendo editoriali, parlando agli studenti o ad ogni gruppo che ci ascolti, cercando insieme con loro la risposta a domande come: "Perche non si fidano dell'America ed hanno paura? ".
All'estero, in collaborazione con delle persone del posto, eseguiamo dei progetti per alleviare i danni causati dalle guerre. In Irak, per esempio, abbiamo ripristinato il sistema d'acqua potabile per 60.000 abitanti.
Stiamo facendo ricerche, conferenze, cercando il modo migliore per guidare la nostra democrazia a migliorare la sicurezza mondiale; stiamo lavorando per un tempo in cui il terrorismo non sara' piu' considerato come la scelta finale dei senza speranza.

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CONTRIBUTO ALLA PACE MONDIALE D'UN "VETERANO PER LA PACE"
www.veteransforpeace.org

Questa lettera e' stata scritta da Woody Powell, ex-combattente americano nella guerra di Corea e Presidente del Movimento "Veterani per la pace",
fondato negli USA nel 1985 per promuovere risposte non-violente ai problemi mondiali e per abolire la guerra come strumento della plolitica internazionale. "Veterani per la pace" e' un'ONG (Organizzazione Non Governativa) rappresentata alle Nazioni Unite.
Questa lettera e' diffusa dalla Global Peace Campaign (www.peace2001.org), un movimento nato in Giappone, il 15 di settembre, quattro giorni dopo la
tragedia USA e dal movimento italiano PeaceLink (www.peacelink.it).
Tra le iniziative promosse dalla Global Peace Campaign, proprio in questi giorni, si sta istituendo un premio per la pace, il "Global Peacemaker Award", per coloro che si adoperano, sia con le idee sia con i fatti, per l'eliminazione del terrorismo e della guerra nel mondo. Per ulteriori informazioni, vedere: www.bestgame.org

DIECI RAGIONI PER DIRE NO ALLA GUERRA

Un testo preparato dal Centro Sereno Regis MIR-MN di Torino, che potete riprodurre e diffondere nella vostra zona.

Nonostante la diffusa sensazione che “si deve fare qualcosa” contro il terrorismo, i pesanti bombardamenti sull'Afghanistan si stanno rivelando una pessima soluzione che non contribuisce affatto ad individuare i colpevoli e a portarli di fronte a una Corte Internazionale di Giustizia, ma sta invece provocando molte conseguenze negative.
1. Stiamo creando migliaia di nuovi terroristi
2. Provochiamo l'esodo di milioni di nuovi rifugiati
3. Creiamo le premesse per un governo dell'Alleanza del Nord che, se possibile, è anche peggiore di quello dei Talebani
4. Incrementiamo il flusso di droga dall'Asia centrale
5. Colpiamo l'obiettivo sbagliato, poiché i terroristi non sono Afghani, ma provengono dall'Egitto e dall'Arabia Saudita
6. Destabilizziamo il Pakistan
7. Trasformiamo bin Laden in una superstar mediatica e in un eroe
8. Puniamo ingiustamente una popolazione poverissima e profondamente provata da una lunga guerra civile
9. Rischiamo di cadere in una trappola dalla quale sarà difficile uscire
10. Ci sono modi più intelligenti ed efficaci di combattere il terrorismo


Ultime notizie dall'Afghanistan
di Gino Strada

Da Gino Strada nel Panshir a tutti gli amici di Emergency

Novembre 2001

Come passa in fretta il tempo... Quelle immagini simbolicamente atroci di grattacieli squarciati da aerei, quelle migliaia di morti quasi non visti - ma immaginabili nella loro angoscia disperata - mi sembrano vicinissime nel tempo, direi questione di alcuni giorni.
Invece, sono già passati cinquanta giorni, cinquanta giorni di guerra.
Ogni minuto trasmesso in diretta, fiumi di parole, di voci, di analisi, di invenzioni sulla guerra.
Per una volta, mi verrebbe da dire, viva le televisioni.
Capisco che a questo punto la domanda "Ma Gino sta bene o é ammattito?" sia già venuta a qualcuno, ma cercherò ugualmente di spiegarmi.
Premetto che qui, in Afghanistan, io posso ricevere tranquillamente tutti i canali televisione e radio italiani e non, per cui ho il
privilegio di sentire e vedere quel che si dice e si fa vedere in Italia sull'Afghanistan.... standomene comodamente sdraiato su una stuoia e un cuscinotto nella valle del Panshir.
E vi assicuro che, a volte, é davvero una grande ricompensa: si possono degustare "commenti dal fronte" provenienti da località dove andiamo regolarmente a far la spesa al mercato della verdura, il tutto condito da immagini di bombardieri che sfrecciano tra le nubi cariche di pioggia, mentre qui non si vede una nuvola da venti giorni. E via di questo passo, per arrivare, ma qui mi fermerei, ai commenti dei "politici" sull'Afghanistan, sul terrorismo, sull'Islam...
Non é davvero il caso, l'urgenza della situazione non lo consente, di perdere tempo a puntare il dito contro questo e quello ridendone dell'ignoranza o della grossolanità. Se fossi in Italia, probabilmente mi incazzerei quanto voi, ma credo che in questo momento conti poco.
Quello che conta, invece, é che questa guerra, a differenza della Guerra del Golfo, la possiamo vedere. Magari un po' distorta - ciascuno tende a portare acqua al mulino del proprietario del medesimo - ma c'é, la possiamo vedere. Possiamo perfino seguire la neobattezzata "CNN araba", Al Jazeera - ma voi ve li immaginereste quelli del Qatar definire la CNN l' "Al Jazeera americana"?
E possiamo anche seguire il piccolo neonato sito di EMERGENCY intitolato "Un altro Afghanistan". Per ora é poco più che una finestrella, ma se ci pensiamo e ci lavoriamo in tanti, se in tanti saremo disposti a metterci idee, tempo, professionalità, potrebbe diventare un progetto molto, molto interessante.
Perché la guerra la possiamo far vedere anche noi, stavolta: foto, testimonianze, storie, filmati (per questi mi dicono esserci problemi tecnici ma niente é impossibile per la fantasia di EMERGENCY).
Noi, finora, abbiamo documentato vittime: anche oggi abbiamo aggiornato l'elenco di Kabul, i nostri dati sono parziali, ma forse proprio per la loro parzialità, veri. Assolutamente veri. Questo é un bel vantaggio che abbiamo rispetto alle televisioni da immagini di repertorio non dichiarate, quelle che mostrano i marines con il volto dipinto sfrecciare tra le palme di qualche giungla asiatica.
Possiamo far vedere la guerra, e potremo continuare a farlo anche quando le centinaia di giornalisti saranno migrati verso nuove "notizie". Così potremo dare sostanza ancora maggiore alle nostre conferenze, alle mille iniziative di informazione e di cultura che "il popolo di EMERGENCY" sta portando avanti.
Perché di guerra da far vedere ce ne é una sola, quella fatta di morti e feriti, di vite e di case che si frantumano, sacrificate alla "guerra globale contro il terrorismo".
Se riuscissimo a sviluppare la nostra capacità di comunicare e di raggiungere molte persone, non solo in Italia, potremmo davvero fare una informazione "pesante", di quelle che non possono essere ignorate. Speriamo.
Per ora vi abbraccio tutti
Gino

Le bugie corrono veloci ma hanno le gambe corte

di Franca Rame, Dario e Jacopo Fo.

E' sempre stato cosi'. Chi ha la nostra eta' si ricorda di come la maggioranza dei mass media raccontavano la guerra del Vietnam. Ci vollero decenni perche' la verita' venisse a galla. Dopo 30 anni perfino Macnamara, che fu uno degli artefici della strategia militare, ha ammesso che fu una guerra scellerata oltre che sostanzialmente inutile. Morirono 1 milione di bambini e 4 milioni di adulti.
Attualmente, secondo i sondaggi, sono ancora il 93% gli statunitensi che approvano la guerra in Afghanistan.
Ma gli ultimi sviluppi di questa guerra non possono che creare enormi dubbi a una gran massa di persone.
In Afghanistan decine di migliaia di disperati stanno vagando, con pochi vestiti addosso e nessun riparo di nessun tipo. Dormono per terra ai bordi delle strade.. Milioni di persone sono in condizioni appena meno disperate: hanno un telo o un po' di paglia e stracci per ripararsi dall'inverno gelido. Nessuna reale azione di soccorso viene tentata per salvare queste moltitudini dal gelo. Servirebbe impegnare mezzi logistici enormi, armare un vero esercito di muratori, medici e sminatori e far arrivare una teoria di camion carichi di cibo e indumenti. Ma salvare vite umane non e' la priorita' dell'occidente. Miliardi di dollari vengono spesi per le azioni di guerra. Al popolo afgano, che si dice di voler liberare, vanno solo le briciole.
E poi c'e' la storia spaventosa delle migliaia di prigionieri linciati in mezzo alla strada, torturati, fucilati a centinaia. Pare che nel carcere di Mazar-i-Sharif ce ne fossero 600. Sono tutti morti. La versione ufficiale parla di una rivolta di prigionieri armati. Ma molti, a partire dalla Croce Rossa, dal responsabile dell'Onu per i diritti umani e da Amnesty International chiedono a gran voce che venga aperta un'inchiesta. Il ministro della guerra inglese ha gia' detto: non sognatevelo neanche! Gli Stati Uniti non hanno nemmeno risposto.
A 'sto punto non c'e' nessuno che possa non vedere che gli Usa hanno scelto di allearsi con i signori della guerra afgani che sono criminali spietati che ben poco hanno da invidiare ai talebani.
Ed e' straordinario veramente il cinismo che dimostrano i sostenitori dell'intervento armato a ogni costo: siamo costretti ad allearci con i signori della guerra perche' non c'e' nessun'altro, a disposizione, da lanciare contro i talebani. Sono un po' spietati, anzi sanguinari, ma non pretenderete che si buttino in campo i nostri soldati?!?
Esattamente gli stessi argomenti che usavano negli anni '80 per giustificare i rapporti della CIA con Bin Laden.
Ma, mentre ai tempi del Vietnam certe notizie ci mettevano anni per arrivare, oggi le esecuzioni di massa e i linciaggi sono sotto gli occhi di tutti. E questo ci da' la speranza che molti capiscano alla svelta quale trappola mostruosa sia la guerra.
Non rispettare la vita dei prigionieri e' un atto di barbarie che non puo' non ritorcersi contro l'Occidente che ha protetto i massacratori con l'aviazione e non ha mosso un dito per impedire il macello.
Probabilmente questa caduta di immagine non l'avevano messa in conto. E presumibilmente non avevano previsto neppure che ci fossero tante illazioni sulle "altre" ragioni della guerra. Da giorni girano su internet dossier assolutamente sconcertanti. Giovedi' Il Manifesto ha pubblicato un lungo articolo di John Pilger, uno dei piu' prestigiosi giornalisti britannici, che conferma nuovi pesanti sospetti sui retroscena della politica estera di Bush.
Sostanzialmente si racconta che fin da luglio gli Usa stavano preparando l'attacco all'Afghanistan, gia' allora previsto per gli inizi di ottobre. Lo ha confermato l'ex ministro degli esteri pachistano, Niaz Naik e si dice che Colin Powell, il segretario di stato, nello stesso periodo, abbia cercato il sostegno per un attacco all'Afghanistan durante il suo viaggio in Asia centrale. Sullo sfondo di questo progetto di guerra salta ancora fuori l'oleodotto che nei progetti dei petrolieri amici di Bush deve attraversare l'Afghanistan per portare gas e petrolio dalla Russia verso l'India e l'Indocina.
Ed e' proprio sfortunato Bush perche' proprio in questi giorni e' scoppiato in Usa lo scandalo della Enron, fino a ieri la settima azienda Usa, grande multinazionale del petrolio e dell'energia, interessata all'oleodotto afgano, grande finanziatrice di Bush. La Enron e' crollata in borsa da 90 dollari a 40 centesimi. Si e' scoperto che sono pieni di debiti e che gli amministratori hanno falsificato i bilanci per anni. Bella gente questi dirigenti della Enron, da tempo erano accusati di aver complottato per organizzare il catastrofico black out della California di un anno fa, allo scopo di far aumentare il prezzo dell'energia elettrica (vedi La Repubblica, 30 novembre pagina 42).
Cosi' possiamo serenamente sperare che piu' la guerra andra' avanti e piu' la gente capira' quanto sia sporca oltre che assurda.
Qualcuno osservera' che quello dei pacifisti sembra un lavoro di Sisifo, anni per convincere la maggioranza che la guerra del Vietnam era sbagliata. E poi di nuovo dover cominciare da zero, a convincere i ferventi patrioti, anche di sinistra, che questa guerra in Afghanistan si sta risolvendo in un orribile scempio.
Ma ci sono invece buoni motivi per sperare in sviluppi futuri veramente risolutivi.
L'opposizione alla guerra del Vietnam era infatti portata avanti da gruppi che non erano veramente pacifisti. Eravamo contrari a quella guerra ma, in gran parte, credevamo nell'esistenza di guerre giuste.
L'idea che la guerra, qualunque guerra, fosse sbagliata e inaccettabile, era patrimonio di pochissimi. Quando si combatte contro una singola guerra e
non contro tutte le guerre non si crea una coscienza pacifista, si crea al massimo la convinzione che QUELLA sia una guerra sbagliata.
Non si capitalizza niente.
E diamo ragione al Papa che ha ripetuto con straordinaria grinta: non esistono guerre giuste ogni guerra e' orribile.

PER FARLA FINITA CON LE FATWA DI MORTE

da "Al Hayat" Londra

Gli incitamenti all'assassinio lanciati in nome dell'islam non devono essere solo condannati ma incriminati. Perchè radicano il disprezzo della vita umana nella coscienza collettiva dei musulmani.

Ai bei tempi dell'inquisizione nell'Europa medioevale il prete ed il boia agivano d'amore e d'accordo. E' esattamente quel che succede ai giorni nostri nel mondo musulmano: la giurisprudenza del terrorismo ed il terrorismo marciano la mano nella mano. Qualche esempio: si vede nel celebre video di Bin Laden il suo sconosciuto visitatore portargli la "buona novella" di uno sceicco che ha emesso una fatwa che legittima il suo attacco agli Stati Uniti. Nel suo libro " Fatwa contro l'Occidente " (Albin Michel, 2001), Roland Jacquard cita un intero arsenale di fatwa che contribuiscono a creare una vera giurisprudenza religiosa del terrorismo, cioè ad incitare all'assassinio, giustificato attraverso disinvolte interpretazioni casistiche. Un semplice esempio è la fatwa di Abou Hamza (sceicco egiziano residente a Londra) a proposito del possesso delle "bomba atomica islamica" da parte del Pakistan: " Se la guerra nucleare è il mezzo per difendere i musulmani, allora è nostro dovere impegnarci. L'islam autorizza questa scelta così come autorizza il consumo di carne di porco in caso di fame".
Il legame tra fatwa e terrorismo si spiega con il ruolo che questi pronunciamenti giuridici svolgono nella liberazione degli istinti sadici del terrorista e del suo desiderio di morte. Essi rispondono a tutti gli scrupoli morali e prosciugano quel po' di coscienza che gli resta, così come ogni sano senso di responsabilità.

Le fatwa degli ultimi due decenni erano segrete come le organizzazioni che le emettevano. Ma le fatwa attuali emanano ormai da autorità conosciute e riconosciute, che le diffondono molto semplicemente a mezzo stampa, televisione, internet come se si trattasse di un dovere religioso che fa onore al suo autore.

I muftì fanno a gara con fatwa che autorizzano l'assassinio di individui, gruppi e nazioni, come presi da un timore ossessivo di mancare ai loro doveri. E' così che sono apparse fatwa inaudite, legittimanti l'assassinio a cose fatte. Si ricorderà la fatwa che ha dichiarato lecito l'assassinio di Sadat più di dodici anni dopo la sua morte. La fatwa "in differita" è una tecnica che è stata teprizzata in un testo pubblicato nel 2001. L'autore scrive: " L'imam Khomeyni s'è sbagliato ad emanare una fatwa che giustificava la messa a morte di Salman Rushdie giacchè, a causa di questa fatwa, questi si è piazzato sotto la protezione dell'Occidente, nemico dell'islam. Avrebbe dovuto prima essere ucciso e poi sarebbe apparsa una fatwa a giustificarne retroattivamnente l'esecuzione". Far scorrere il sangue di tutti gli americani senza eccezione è il progetto dello sceicco Youssef al-Qaradawi (celebre sceicco integralista residente in Qatar) e dei leader dei gruppi integralisti che hanno controfirmato la sua fatwa, chiamando la Jiahad islamica ed Hamas ad uccidere i civili in Israele.

Ma, senza parlare dei versetti coranici che condannano il fatto di far pagare agli innocenti le colpe dei colpevoli, tutti gli pseudo-giuristi del terrorismo tacciono le parole di Maometto, che vieta di prendersela con quelli che oggi chiamiamo i "civili". Durante una delle sue razzie il profeta dell'islam si imbattè nel corpo di una donna morta. Inviò allora un messaggero ai suoi comandanti vietando loro di uccidere donne o uomini disarmati. La raccolta dei detti profetici di Abou Daoud ricorda che prima di ingaggiare il suo esercito nella battaglia Maometto raccomandava alle sue truppe: " Andate nel nome di Dio, non uccidete vecchio nè fanciullo nè donna e non togliete la vita inutilmente". E' in questo che le fatwa degli attuali islamisti, che chiamano all'uccisione, all'ingrosso ed al dettaglio, degli abitanti del pianeta, si rivelano come espressione di un "islam contro l'islam".

Come mettere definitivamente termine a queste fatwa che incitano all'assassinio? Al tribunale di Gidda (Arabia Saudita) due giudici, Ibrahim ben Saleh al-Khodeir e Mohammed ben Abdallah al-Jarallah, affermano un certo numero di principi base del diritto islamico. " Nessuno può arrogarsi il diritto di emettere un giudizio di condanna a morte nei confronti di una persona o di un gruppo di persone, nè alcuna persona ha il diritto di eseguire una tale sentenza, che avrebbe come conseguenza il più completo disordine". E' il disordine che in effetti regna in numerosi paesi musulmani dopo la rivoluzione iraniana. Decidere che le condanne sono compito esclusivo dei tribunali è una assoluta necessità. Ma non è sufficiente. Il pericolo delle fatwa attuali è che minacciano di far esplodere la guerra civile, che cova nelle società islamiche contemporanee, ed anche una guerra religiosa a scala mondiale. Bisogna dunque assolutamente perseguire come criminali le fatwa che incitano all'assassinio e all'odio nei confronti dell'altro e processare quelli che le emettono; bisogna d'altra parte cessare di insegnare una teologia medioevale e misogina, che va contro i diritti della persona, la ragione, la vita. Il pericolo di queste fatwa non è solo il rischio di vederle eseguite, ma di veder radicarsi l'odio dell'altro ed il disprezzo della vita umana nella coscienza collettiva islamica.

Afifi Lakhdar

(traduzione di Daniele Lugli da Le Courrier International)

Italia in guerra

di Domenico Gallo

Per la prima volta dal 1945, nell'ordinamento giuridico italiano è entrato di nuovo in vigore il Codice penale militare di guerra. Sotto il profilo istituzionale, è questa la vera novità che emerge dalla partecipazione di un corpo di spedizione italiano alla "guerra contro il terrorismo".
Per tutte le precedenti missioni all'estero compiute dalle forze armate italiane, dalla guerra del Golfo, all'intervento in Somalia, a quello in Bosnia e a quello nel Kosovo, è stata sempre emanata una norma speciale che, in deroga a quanto previsto dall'articolo 9 del Codice penale militare di guerra, prevedeva che alla missione militare italiana all'estero dovessero applicarsi le norme del codice penale militare di pace. Molti giorni dopo il voto del Parlamento sulla partecipazione italiana, nel silenzio generale, è stato emanato un decreto legge (1 dicembre 2001 n. 421), che contiene norme urgenti per la partecipazione di personale militare all'operazione multinazionale denominata "Enduring Freedom".
Gli articoli 8 e 9 del decreto prevedono che "al corpo di spedizione italiano" si applica il codice penale militare di guerra, con esclusione delle disposizioni di natura processuale. In parole povere, i reati previsti dal codice penale militare di guerra non saranno giudicati dagli speciali Tribunali militari di guerra (che non esistono più) ma dalla ordinaria giustizia penale militare. Nello stesso giorno il governo ha presentato al Senato un disegno di legge che conteneva modifiche al codice penale militare di guerra. Queste modifiche si riducono a ben poca cosa e lasciano interamente in piedi l'impianto normativo e ideologico del codice penale militare di guerra, compresa la giurisdizione dei Tribunali speciali militari, che - invece - il decreto legge ha disapplicato, considerandola incostituzionale. Ma introducono due peggioramenti significativi. Il primo è che viene ampliata la portata dell'articolo 9, prevedendo che in caso di missioni all'estero (anche in tempo di pace), le disposizioni del codice penale militare di guerra si applicano non solo al Corpo di spedizione, ma anche al personale militare che svolge compiti di supporto nel territorio nazionale. Il secondo è che viene reintrodotto il cosiddetto "reato militarizzato", che nell'ordinamento italiano era stato cancellato nel lontano 1956: i Tribunali militari tornano ad avere competenza su molti reati comuni, purché commessi in divisa. Peraltro il "reato militarizzato" viene introdotto con una ampiezza molto più estesa di quella vigente durante la seconda guerra mondiale.
Non è un caso che il disegno di legge per la conversione del decreto legge Enduring Freedom e il disegno di legge per le modifiche al codice penale militare di guerra siano stati presentati contestualmente. Sono funzionali l'uno all'altro ed esprimono un unico indirizzo in tema di recupero e riutilizzabilità di leggi di guerra che affondano le loro radici nella notte della storia.
Non si può negare che quando si compie una missione con contenuto bellico sorga la necessità che le operazioni militari siano disciplinate da un corpo di norme specifiche, che nel codice penale militare di pace mancano. Ci sono di mezzo parecchie convenzioni internazionali relative al diritto umanitario di guerra, che tutelano la popolazione civile e i prigionieri, convenzioni che vanno rese pienamente operative. Nel codice penale militare di guerra esiste un intero capitolo (il titolo IV) che disciplina i reati contro le leggi e gli usi di guerra, rendendo punibili comportamenti che normalmente sono interdetti dalle Convenzioni internazionali, come le le sevizie e i maltrattamenti ai prigionieri. Gli esempi si sprecano, uno per tutti i cappucci, i tranquillanti, le catene e le gabbie di filo spinato impiegati dalle forze armate americane sui prigionieri di al Qaeda. Per rendere operativa tale disciplina, però, la strada maestra non era quella di riesumare tutto il codice penale militare di guerra, ma quella di richiamare la disciplina specifica relativa ai reati contro le leggi e gli usi di guerra, dichiarandola applicabile all'operazione "Enduring Freedom".
La strada seguita, paradossalmente, rende invece tale disciplina inoperante. E' stato infatti riesumato anche l'articolo 165 che prevede che i reati contro le leggi e gli usi di guerra sono punibili "in seguito a disposizione del Comandante Supremo e solo in quanto lo Stato nemico garantisca parità di tutela penale allo Stato italiano ed ai suoi cittadini". E' evidente che, nel caso della missione Enduring Freedom, questa condizione di punibilità potrebbe non verificarsi mai, per una semplice ragione: i "terroristi" non sono uno Stato nemico. Il disegno di legge di modifica del codice penale militare di guerra prevede infatti l'abrogazione di questa disposizione, perché contrasta con gli obblighi internazionali assunti dall'Italia e derivanti dalle Convenzioni e dal Protocollo di Ginevra.
Ma la disciplina del decreto legge è pienamente vigente, mentre le proposte modifiche del codice penale militare di guerra non si sa se e quando saranno trasformate in legge. Pertanto il decreto legge fallisce completamente l'obiettivo - ammesso che l'abbia mai avuto - di rendere operanti ed applicabili a Enduring Freedom le norme del diritto umanitario che l'Italia ha l'obbligo di osservare.
Tuttavia questa riesumazione delle leggi di guerra non è priva di effetti collaterali. Per esempio, credete che la pena di morte sia stata abolita?
Nei fatti potrebbe non essere del tutto vero: è stata richiamata in vita una norma, l'articolo 183, che consente ai comandanti militari di passare immediatamente per le armi le spie o i combattenti che non indossino l'uniforme. Fatto anche più grave, sono state riesumate delle norme che non si applicano soltanto ai militari ma a "chiunque", come l'articolo 76 che punisce la divulgazione di notizie diverse da quelle ufficiali, o l'articolo 80 che punisce la pubblicazione di critiche o scritti polemici sulle operazioni militari o sull'andamento della guerra, o l'articolo 87 che punisce la denigrazione della guerra.
Ovviamente, dalla riesumazione del codice penale militare di guerra effettuata con il decreto legge non deriva automaticamente che tali norme siano concretamente operanti. A questo punto la questione diventa un problema di interpretazione. E' interessante, però, notare che queste disposizioni contengono una sorta di codice deontologico dell'informazione di guerra al quale tutti i mass media americani si attengono scrupolosamente, e al quale si attengono spontaneamente una buona parte dei mass media italiani, dai quali, anzi, cominciano a piovere intimazioni a tacere. Si va dal grido silete sociologi, lanciato da Panebianco sul Corriere della Sera del 6 novembre, alla simpatica copertina di Libero che l'8 novembre ha pubblicato le foto dei parlamentari traditori che "stanno con il nemico", alle esternazioni del generale Fabio Mini che sul numero 4/2001 di Limes ha invocato una "lotta istituzionale" contro "la spazzatura propagandistica e di disinformazione che ci viene propinata sotto le nobili vesti del diritto al dissenso", aggiungendo con tono minaccioso che essa "non sarà né semplice né indolore" (cfr il manifesto del 21 dicembre).
Insomma non è stato riesumato solo un codice condannato dalla storia, ma è stata riesumata anche una cultura ante seconda guerra mondiale, che
credevamo sparita per sempre: tacete, il nemico vi ascolta.

…e allora, siamo terroristi!

Se il mondo viene diviso in buoni e cattivi, ed i buoni hanno deciso di distruggere i cattivi, allora io mi metto nell'elenco dei cattivi.
Vincenzo Rizzitiello, nonviolento di Melfi, apparteneva all'esercito dei “tenenti”, in quanto da tempo era “tenente”, cioè proprietario di una 500, poi di una 126, ed un mese fa si è liberato anche di questa ultima proprietà e finalmente ha dato addio alle armi, diventando un nulla-tenente, e dice che respira meglio.
Ora Rizzitiello, che non possiede ovviamente il computer e non usa le mail, ci chiede di rilanciare questa sua iniziativa: l'elenco dei cattivi da distruggere.
Lo facciamo volentieri, publicando due fax inviati all'Ambasciata USA e al Presidente Bush. Chi li condivide è invitato ad aggiungere la propria firma all'elenco

 

All'ambasciata degli USA in Italia – Roma
Fax 06 46742655

Il sottoscritto Vincenzo Rizzitiello, cittadino italiano, residente in Melfi, provincia di Potenza, regione Lucania, in via Firenze 1, chiede alla S.V. di trasmettere il suo nominativo ed indirizzo al governo da voi rappresentato affinchè, nel programma di combattere e distruggere il male, dal vostro governo così decisamente intrapreso, venga incluso anche il sottoscritto fra i terroristi da distruggere.
Se possibile, non uccidete mia moglie, mia figlia, i miei tre nipoti, conviventi con me, perché essi la pensano come voi, sono cioè per la divisione in buoni e cattivi, e loro si ritengono buoni. Vi auguro che possiate distruggerci tutti.

Vincenzo Rizzitiello
Melfi


Al Presidente degli USA


Obbedendo alla Vostra richiesta di essere con voi o contro di voi, ed avendo la Signoria Vostra, senza alcun tentennamento, definito essere voi i buoni del mondo, abbiamo il piacere di comunicarLe che noi siamo cattivi:
Elenco dei cattivi del mondo (le iscrizioni sono duraturamente in corso)

Cognome e Nome Domicilio Città Stato
_______________________________________________________________


Vincenzo Rizzitiello via Firenze 1 Melfi Italia

IL VENDITORE DI PATATE E LA GABBIA DEI VECCHI LUPI

di Tiziano Terzani

[Tiziano Terzani e' un noto giornalista, esperto conoscitore delle culture e dei paesi asiatici. Questo articolo e' apparso sul "Corriere della Sera" del 24 dicembre]

Kabul - La vista e' stupenda. La piu' bella che potessi immaginarmi. Ogni mattina mi sveglio in un sacco a pelo disteso sul cemento e qualche piastrella di plastica d'uno stanzone vuoto all'ultimo piano del piu' alto edificio del centro citta' e gli occhi mi si riempiono di tutto quel che un viaggiatore diretto qui ha sempre sognato: la mitica corona delle montagne di cui un imperatore come Babur, capostipite dei Moghul, avendole viste una volta, ebbe nostalgia per il resto della vita e desidero' che fossero la sua tomba; la valle percorsa dal fiume sulle cui sponde e' cresciuta la citta' a proposito della quale un poeta, giocando sulle due sillabe del nome Kabul in persiano, scrisse: "La mia casa? Eccola: una goccia di rugiada fra i petali di una rosa"; il vecchio Bazaar dei Quattro Portici dove, si diceva, e' possibile trovare ogni frutto della natura e del lavoro artigiano; la moschea di Puli-i-Khisti; il mausoleo di Timur Shah. Il santuario del Re dalle Due Spade costruito in onore del primo comandante musulmano che nel Settimo secolo dopo Cristo, pur avendo gia' perso la testa, mozzatagli da un fendente, continuo' - secondo la leggenda - a combattere con un'arma per mano, determinato com'era ad imporre l'Islam, una nuova, aggressiva religione appena nata in Arabia, ad una popolazione che qui, da piu' d'un millennio, era felicemente indu' e buddhista; e poi, alta, imponente sulla cresta della prima fila di colli, proprio di fronte alle mie vetrate, la Fortezza di Bala Hissar nella cui Residenza hanno regnato tutti i vincitori e nelle cui galere han languito, o sono stati sgozzati, tutti i perdenti della storia afghana.
La vista e' stupenda, ma da quando sono arrivato, piu' di due settimane fa, con in tasca una lettera di presentazione per un vecchio intellettuale, nella borsa una bibliotechina di libri-compagni-di-viaggio e in petto un gran misto di rabbia e di speranza, questa vista non mi da' pace. Non riesco a goderne perche' mai, come da queste finestre impolverate, ho sentito, a volte quasi come un dolore fisico, la follia del destino a cui l'uomo, per sua scelta, sembra essersi votato: con una mano costruisce, con l'altra distrugge; con fantasia da' vita a grandi meraviglie, poi con uguale raffinatezza e passione fa attorno a se' il deserto e massacra i suoi simili.
Prima o poi quest'uomo dovra' cambiare strada e rinunciare alla violenza. Il messaggio e' ovvio. Basta guardare Kabul. Di tutto quel che i miei libri raccontano non restano che i resti: la Fortezza e' una maceria, il fiume un rigagnolo fetido di escrementi e spazzatura, il bazaar una distesa di tende, baracche e container; i mausolei, le cupole, i templi, sono sventrati; della vecchia citta' fatta di case in legno intarsiato e fango non restano, a volte in file di centinaia e centinaia di metri, che dei patetici mozziconi color ocra come sulla battigia le guglie dei castelli di sabbia costruiti da bambini e subito espugnati dalle onde.
Tanti monumenti sono letteralmente scomparsi. L'enigmatico Minar-i-Chakari , Colonna della Luce, costruito, fuori Kabul sulla vecchia via di Jalalabad, nel Primo Secolo dopo Cristo, forse per commemorare l'illuminazione di Buddha, non ha resistito alle cannonate e dal 1998 non e' che un triste cumulo di antichi sassi.
Kabul non e' piu', in nessun senso, una citta', ma un enorme termitaio brulicante di misera umanita'; un immenso cimitero impolverato. Tutto e' polvere ed ho sempre di piu' l'impressione che nella polvere che mi annerisce costantemente le mani, che mi riempie il naso, che mi entra nei polmoni, in questa polvere c'e' tutto quel che resta di tutte le ossa, di tutte le reggie, le case, i giardini, i fiori e gli alberi che hanno un tempo fatto di quella valle un paradiso. Settanta diversi tipi di uva, trentatre' tipi di tulipani, sei grandi giardini folti di cedri erano il vanto di Kabul. Non c'e' assolutamente piu' nulla. E questo non per una maledizione divina, non per l'eruzione di un vulcano, lo straripamento di un fiume o una qualche altra catastrofe naturale. Il paradiso e' finito una volta e poi di nuovo e poi tante altre volte per una sola, unica causa: la guerra. La guerra degli invasori di secoli fa, la guerra del secolo scorso e dell'inizio di questo secolo portata qui dagli inglesi - che ora, poco delicatamente, son voluti tornare a capo della "Forza di pace" -, la guerra degli ultimi vent'anni, quella a cui tutti, in un modo o nell'altro, magari solo vendendo armi ad uno dei tanti contendenti, abbiamo partecipato; ed ora la guerra americana: una fredda guerra di macchine contro uomini.
Forse e' l'eta' che mi ha fatto sviluppare una sorta di isterica sensibilita' per la violenza, ma dovunque poso lo sguardo vedo buchi di pallottole, squarci di schegge, vampate nere di esplosioni ed ho l'impressione di esserne trafitto, mutilato, bruciato. Forse ho perso, se l'ho mai avuta, quella obbiettivita' dell'osservatore non coinvolto, o forse e' solo il ricordo di un verso che Gandhi recitava nella sua preghiera quotidiana, chiedendo di potersi "immaginare la sofferenza degli altri" per poter capire il mondo, ma davvero non riesco ad essere distaccato come se questa storia non mi riguardasse.
Dall'alto della mia finestra vedo un uomo camminare lento e voltarsi continuamente a guardare una giovane donna che gli arranca dietro senza una gamba. Forse e' sua figlia. Anch'io ne ho una e solo ora, per la prima volta nella vita, penso che potrebbe saltare su una mina. Il freddo ora screpola la pelle e vedo gruppi di bambini-mendicanti che accendono dei falo' con sacchetti e pezzi di plastica trovati nei cumuli di spazzatura. Ho un nipote di quell'eta' e mi immagino lui a respirare quell'aria puzzolenta e cancerogena pur di scaldarsi. Dopo giorni di ricerca sono finalmente riuscito a rintracciare l'anziano signore per il quale avevo una lettera di presentazione: l'ex curatore del Museo di Kabul. L'ho trovato al bazaar di Karte Ariana dove ora, per campare la famiglia, vende patate. Avrebbe potuto succedere a me; potrebbe ancora succedere ad ognuno di noi: a causa di una guerra.
Mi hanno raccontato che, durante il periodo piu' duro della guerra, fra il 1992 ed il 1996 quando quelle stesse fazioni dell'Alleanza del Nord che ora governano Kabul, ma che allora avevano fatto di questa citta' il loro campo di battaglia ed il loro mattatoio (piu' di 50.000 furono i morti civili), i grandi container di ferro, arrivati via mare e poi via Pakistan pieni delle armi e munizioni americane per la jihad contro l'Unione Sovietica, venivano usati dai gruppi di mujaheddin come prigioni per i loro nemici e che a
volte, per rappresaglia, i prigionieri ci venivano dimenticati dentro, a volte arrostiti bruciandoci attorno taniche di benzina. Non so se sia vero, ma non riesco piu' a guardare uno di questi container - e ce ne sono a migliaia, dappertutto, riciclati in abitazioni, negozi ed officine - senza ripensare a quella storia.
Ogni oggetto, ogni muro, ogni faccia qui e' segnata, mi pare, da questa orribile violenza che e' stata ed e' ancora - ora, in questo momento, mentre scrivo - la guerra.
Neppure l'alba, dopo una notte di dormiveglia col rombo intermittente dei B-52 che passano alti, e' rincuorante a Kabul. Il sole sembra un incendio dietro il paravento delle montagne che rimangono a lungo come ritagli di carta scura contro l'orizzonte. Capita che, mentre la citta' e' ancora tutta nell'ombra, un solitario B-52 si illumini improvvisamente dei primi raggi dorati e diventi come un misterioso, inquietante, uccello da preda intento a scrivere con le sue quattro code di fuoco strani messaggi di morte nel cielo nero-turchese.
I B-52 non sono qui soltanto per bombardare i rifugi degli uomini di Bin Laden o i convogli sospetti in cui potrebbe nascondersi il Mullah Omar. Son qui per ricordare a tutti chi sono i nuovi poliziotti, i nuovi giudici, i nuovi padroni-burattinai di questo paese. L'alzabandiera americano, messo in scena lunedi scorso, giorno della grande festa musulmana di Id, alla fine del Ramadan, era fatto esattamente per dire questo, con la banda dei marines che intonava il "Dio salvi l'America", i discorsi di circostanza, il
picchetto d'onore ed il lento, lentissimo issare del vessillo a stelle e strisce sul pennone del giardino. Varie rappresentanze hanno riaperto a Kabul i loro battenti; diplomatici iraniani, turchi, francesi, cinesi, inglesi ed italiani hanno rispolverato le scrivanie e tirato su la bandiera; nessuno ha fatto di questa routine un tale evento.
Gli americani hanno una loro sorta di ossessione con la bandiera. Quella che hanno rimesso sulla ambasciata di Kabul e' la stessa che avevano ammainato nel 1989. Ma non era la prima che gli Stati Uniti ripiantavano sul suolo afghano. Quella l'hanno issata i marines nella loro base alla periferia di Kandahar agli inizi della campagna militare. La base e' stata battezzata "Campo Giustizia" e la bandiera, tanto perche' sia chiaro che "giustizia" in questo caso vuol dire soprattutto "vendetta", porta le firme dei familiari delle vittime delle Torri Gemelle.
Gli afghani non hanno alcuna difficolta' a capire questo tipo di cose. Nel 1842 il grande Bazaar dei Quattro Portici con i suoi famosi disegni murali e le sue decorazioni floreali venne raso al suolo e saccheggiato dalle truppe inglesi per vendicare l'uccisione di due emissari di Londra ed il successivo sterminio, da parte degli afghani, di un corpo di spedizione di 16.000 uomini e dipendenti sulla via da Kabul a Jalalabad (solo un medico sopravvisse a raccontare la storia).
Nel 1880 furono di nuovo gli inglesi, dopo aver impiccato nel cortile della Fortezza 29 capi afghani di una nuova rivolta indipendentista, a radere al suolo gran parte di Bala Hissar "perche' - come scrisse il generale di Sua Maesta' che diresse l'operazione - indelebile resti il ricordo di come sappiamo vendicare i nostri uomini".
Con questo tipo di "ricordi" a cui fanno riferimento vari monumenti e nomi di strade e quartieri nella Kabul moderna, sarebbe certo stato piu' corretto da parte di quella misteriosa entita' che si definisce "comunita' internazionale" e che in verita' sembra sempre di piu' essere un club ad uso e consumo degli Stati Uniti, affidare il comando della "Forza di pace" ad un Paese che non fosse, come l'Inghilterra, identificato qui col colonialismo, l'aggressione ed un poco meritevole record: il bombardamento aereo di Kabul e della sua popolazione civile da parte dell'aviazione inglese nel 1919 fu il primo nella storia.
Secoli prima gli afghani avevano conosciuto un'altra ed ancor piu' memorabile vendetta. Passando per la piana di Bamiyan nel 1221, Gengis Khan aveva visto morire suo nipote, colpito da una freccia afghana, ed aveva ordinato che in quella valle non fosse lasciato alcun segno di vita. Per giorni i soldati mongoli sgozzarono ogni uomo, donna, bambino ed animale fino a che, si dice, le spade erano senza filo e le braccia stanche; poi segarono ogni albero e sradicarono ogni pianta. Fu cosi' che per centinaia d'anni i grandi Buddha scolpiti nella roccia, ma gia' spogli dell'oro originale che li ricopriva, guardarono con gli occhi vuoti nella valle... aspettando che altri guerrieri, questa volta i Talebani, armati di bazooka, venissero a vendicarsi contro la "comunita' internazionale" che si rifiutava, contro ogni evidenza, di riconoscerli come i legittimi governanti dell'Afghanistan.
Ora tocca ai Talebani essere vittime degli americani che vogliono vendicare i loro morti e soprattutto vogliono ristabilire nel mondo l'idea della loro invulnerabilita'. Il fatto che i Talebani non siano direttamente - e forse neppure indirettamente - responsabili di quei morti e' ormai irrilevante.
Cosi' come e' irrilevante che gli afghani, certo non coinvolti nel massacro delle Torri Gemelle, siano stati i primi a pagare il conto di quella vendetta. Quanto caro sia stato resta un mistero.
Questa e' una guerra seguita da centinaia di giornalisti, una guerra a cui e' certo dedicata piu' carta stampata e piu' ore televisive di qualsiasi altra guerra precedente, eppure e' una guerra che gli Stati Uniti con grande determinazione riescono a mantenere invisibile e di cui non faranno mai sapere l'intera verita'.
Ci sono in questa guerra domande a cui gli Stati Uniti si rifiutano di rispondere e che per questo nessuno pone gia' piu'.
Eccone alcune: quante sono state finora le vittime civili - quelle assolutamente innocenti - dei bombardamenti americani? A mio parere gia' piu' delle vittime delle Torri Gemelle. Quante sono state le vittime fra i militari Talebani? A mio parere oltre diecimila. La sola prova che ho e' piccola, ma significativa. Prima di venire in Afghanistan sono ripassato da Peshawar e sono tornato nella regione pakistana dominata dai fondamentalisti islamici dove, subito dopo l'inizio dei bombardamenti, avevo incontrato i giovani che partivano, entusiasti, per la jihad.
Bene, ne ho rivisto uno che era appena riuscito a tornare: sconfitto. I bombardamenti a tappeto dei B-52, raccontava, erano stati terrificanti e micidiali. Assieme ai suoi compagni era andato per combattere gli americani, ma di quelli non aveva visto neppure l'ombra. Aveva solo sentito i loro aerei rombare in cielo e visto i devastanti risultati delle loro bombe attorno a se'. Di un gruppo di 43 erano sopravvissuti solo in tre. Se e' successo lo stesso la' dove i Talebani han cercato di resistere e mantenere il controllo del terreno, come hanno fatto per settimane a Kandahar, le loro perdite debbono essere state considerevoli.
Un'altra improponibile domanda e' questa: che cosa e' successo alle centinaia di famiglie degli arabi venuti in Afghanistan a combattere, per conto degli americani, la jihad contro i sovietici e rimasti poi qui al seguito di Osama Bin Laden? La casa accanto a quella del mio "venditore di patate" era abitata da un gruppo di famiglie cosi'. "C'erano varie donne ed almeno una decina di bambini. Una notte sono tutti partiti su dei camioncini", dice. Dove sono ora?
Il mio giovane jehadi fuori Peshawar raccontava che, tornando verso il Pakistan, aveva incontrato dei combattenti arabi che andavano dai contadini pashtun della regione a pregarli di prendere con se' le loro mogli ed i figli, facendosi promettere che si sarebbero occupati di loro. Come certi bambini ebrei lasciati a dei contadini ariani perche' sopravvivessero alle retate naziste. Che colpe hanno quella gente? Chi si occupera' di loro?
Ci sono centinaia di migliaia di afghani (250.000 soltanto a Maslakh, vicino ad Herat) che per sfuggire ai bombardamenti americani sono finiti in zone remote del paese dove ora, a causa della neve, e' impossibile far arrivare loro del cibo e che gia' muoiono di fame e rischiano di scomparire in massa.
Ma la loro e' una tragedia che passa inosservata: disturba il quadro positivo che i portavoce della Coalizione Internazionale contro il Terrorismo intendono presentare al mondo e, tranne qualche inorridito e ribelle funzionario delle Nazioni Unite, nessuno ne parla, nessuno si indigna. Se qualcuno solleva qualche dubbio la risposta e' ormai sempre la stessa: "Ricordatevi dell'11 settembre", come se quelle vittime potessero giustificare tutto, come se quelle vite fossero diverse dalle altre e comunque valessero molto, molto di piu'.
Una forma di violenza si aggiunge ad un'altra. Solo interrompendo questo ciclo si puo' sperare in una qualche soluzione, ma nessuno sembra disposto a cominciare. Fra le tante organizzazioni non governative che si affollano ora in Afghanistan a portare, coi soldi dei vari governi, la loro versione di umanita' e di aiuti, non ho sentito di nessuna che intenda venire qui a lavorare per la riconciliazione, a proporre la nonviolenza, a far riflettere gli afghani - e forse anche gli altri - sulla futilita' della vendetta. E, mio Dio, se ce ne sarebbe bisogno! Raramente ho visto un paese cosi' imbevuto di violenza, di ostilita', cosi' propenso alla guerra. Dovunque mi rivolgo sento odio. I Tagiki odiano i Pashtun, gli Uzbeki odiano i Tagiki, i Pashtun odiano gli Uzbeki e tutti odiano gli Hazara, visti ancora oggi come i discendenti delle orde mongole - il loro nome significa "a migliaia" - ed eredi di Gengis Khan.
Ho sempre creduto che la sofferenza fosse una maestra di saggezza e venendo in Afghanistan pensavo di trovare qui, dopo tanta sofferenza, un terreno fertile per una riflessione sulla nonviolenza ed un impegno alla pace. Per niente! Neppure la' dove sarebbe piu' ovvio.
Il centro ortopedico del Comitato Internazionale della Croce Rossa, e' uno dei posti piu' commoventi di Kabul, un concentrato di dolore e di speranza, diretto da un torinese, schivo ed efficiente, Alberto Cairo. Lui e' la sola persona del Centro ad avere due mani e due gambe. A tutti gli altri, pazienti ed impiegati, medici e tecnici manca regolarmente qualcosa.
Persino l'uomo delle pulizie e' senza una gamba. "Lavorare qui serve a noi a sentirci utili e serve a chi arriva qui, avendo perso un pezzo di se', a vedere che e' possibile continuare a vivere", dice l'uomo che mi accompagna.
Era un traduttore. Un giorno, tornando a casa in bicicletta, un cecchino della Alleanza del Nord lo ha centrato in una gamba spappolandogliela sopra al ginocchio. "Se non e' morto, quel tipo e' ora di nuovo a Kabul", ho commentato come soprappensiero, "Lei lo ha perdonato?". "No. No. Se potessi lo ammazzerei con le mie mani", mi ha risposto. Tutti quelli che ci stavano a sentire erano d'accordo.
Nella sezione delle donne una ragazzina di 13 anni, impara a camminare con un nuovo piede di plastica, andando lentamente lungo un tracciato di orme rosse sul pavimento. Un giorno, sei mesi fa, la madre le ha chiesto di andare a cercare un po' di legna per il fuoco. Poco dopo ha sentito una esplosione e le urla. Chiedo alla fisioterapista che l'aiuta, anche lei senza una gamba, persa anni fa su una mina nascosta nel cortile della scuola, se pensa possibile un mondo senza guerra. Ride come avessi raccontato una barzelletta. "Impossibile. Impossibile", dice.
Ogni politico in visita a Kabul si fa vedere al centro di Alberto Cairo e porta aiuti perche' lui continui il suo convincentissimo lavoro. Quel che nessuno ha il coraggio di dire e' che l'unico modo di metter fine a quel lavoro, agli aiuti ed alle visite dei politici e' quello di proibire, ora, subito il commercio e la costruzione di tutte le mine in tutto il mondo. Che la "comunita' internazionale" mandi una "Forza di pace" a smantellare qualsiasi fabbrica, dovunque si trovi!
Cairo e' in Afghanistan da 12 anni e conta di restarci il resto della vita.
Di lavoro ne ha: oltre al milione di vecchie mine, ci sono ora tutte quelle nuove lanciate dagli americani. Anche lui sorride della mia speranza in un mondo senza guerra. "In Afghanistan la guerra e' il sale della vita", dice, "la guerra e' piu' saporita della pace". Il suo non e' cinismo; e' rassegnazione.
Ma io non posso rassegnarmi anche se mi rendo conto che quello che stiamo vivendo e' un momento particolarmente tragico per l'umanita'. Da settimane tutto quello che vedo e che sento a proposito di questa guerra sembra fatto per dimostrare che l'uomo non e' affatto la parte piu' nobile della creazione e che nel suo cammino di incivilimento sta subendo ora, davanti a noi, con la nostra partecipazione, una grande battuta d'arresto.
Proprio all'inizio del terzo millennio, all'inizio di quella che tanti giovani pensavano fosse "l'Era Nuova", l'uomo ha innescato un pericolosissimo processo di nuova barbarie.
Proprio quando una serie di regole del convivere umano parevano assicurate e condivise dai piu', tutto e' stato sconvolto e l'amministrazione della morte altrui torna ad essere una routine tecnico-burocratica come alla fine per Eichmann era diventato il trasporto degli ebrei: sotto gli occhi di soldati occidentali, a volte con la loro attiva partecipazione, prigionieri con le mani legate dietro la schiena vengono fucilati ed il massacro, definito convenientemente una "rivolta carceraria" viene archiviato.
Interi villaggi di contadini la cui unica colpa e' di essere nelle vicinanze di una montagna chiamata Tora Bora vengono rasi al suolo dai bombardamenti a tappeto con centinaia di vittime, ma la loro esistenza viene spudoratamente negata ripetendo che tutti gli obbiettivi colpiti sono militari. Una personalita' di rilievo come il Segretario alla Difesa Rumsfeld descrive i combattenti di Osama Bin Laden come "animali feriti", per questo particolarmente pericolosi e con cio' possibilmente da abbattere anche
quando il rifiutare la resa di un combattente disarmato e' un crimine di guerra secondo le Convenzioni di Ginevra. Il fatto che le quasi quotidiane apparizioni del Segretario Rumsfeld al podio del Pentagono siano diventate uno dei programmi piu' popolari e piu' seguiti d'America, dice molto sullo stato di gran parte dell'umanita' oggi.
La tortura stessa cessa di essere un tabu' nella coscienza occidentale e nei talk-show si discute ormai apertamente sulla legittimita' di ricorrerci quando si tratti di estrarre al sospetto-torturato delle informazioni che salvino vite americane. Pochissimi protestano e la "comunita' internazionale" si appresta ad accettare che l'interesse nazionale americano prevalga su qualsiasi altro principio, compreso quello finora sacrosanto della sovranita' nazionale.
La stessa stampa americana ha messo da parte molti dei vecchi principi che l'hanno in passato resa importante nel suo ruolo di controllo del potere. Ho visto con i miei occhi l'originale di un articolo scritto dall'Afghanistan da un corrispondente di un grande quotidiano e quel che poi e' stato pubblicato. Un tempo sarebbe stato motivo di scandalo. Non ora. "Ormai siamo diventati la Pravda", diceva il giornalista.
La attuale, diffusa indifferenza verso quel che sta succedendo agli afghani ed in fondo a noi stessi ha radici profonde. Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nella vita della gente, facendo di valori come il danaro, il successo ed il tornaconto personale il solo metro di giudizio.
E' questo nuovo tipo di uomo occidentale, cinico ed insensibile, egoista e politicamente corretto - qualunque sia la politica -, prodotto della nostra societa' di sviluppo che oggi mi fa paura quanto l'uomo col Kalashnikov e l'aria da grande tagliagole che ora e' ad ogni angolo di strada a Kabul.
I due si equivalgono, sono esempi diversi, dello stesso fenomeno: quello dell'uomo che dimentica d'avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell'universo e diventa il piu' distruttore di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendone gli animali ed usando sempre piu' sofisticate forme di varia violenza contro i suoi simili. In Afghanistan tutto questo mi appare chiaro.
E mi brucia e mi riempie di rabbia.
Per questo, a pensarci bene, l'unico momento di gioia che ho avuto in questo paese e' stato quando ci son passato sopra.
Dall'oblo' di un piccolo aereo a nove posti della Nazioni Unite in rotta da Islamabad a Kabul, il mondo appariva come se l'uomo non fosse mai esistito e non ci avesse lasciato alcuna traccia di se'. Dall'alto il mondo era semplicemente meraviglioso: senza frontiere, senza conflitti, senza bandiere per cui morire, senza patrie da difendere.
"Ho pieta' di coloro che l'amore di se' / lega alla patria; / la patria e' soltanto / un campo di tende in un deserto di sassi", dice un vecchio canto himalayano citato da Maraini nel suo Segreto Tibet. Se anche ci fossero state, quelle tende non le avrei viste.
Per stare al sicuro l'aereo volava a dieci chilometri di altezza e la terra ora ocra, ora violetta e grigia, era come la pelle grinzosa d'un vecchio gigante; i fiumi le sue vene.
Dinanzi, come un immenso oceano in tempesta congelatosi all'improvviso, avevamo la barriera innevata dell'Hindu Kush, "l'assassino di hindu'", a causa delle centinaia di migliaia di indiani morti di freddo in quelle montagne mentre venivano trasportati come schiavi per l'Asia Centrale dai loro conquistatori Moghul.
L'Afghanistan e' stato da sempre, per la sua posizione geografica, il grande corridoio del mondo. Da qui son passate tutte le grandi religioni, le grandi civilta', i grandi imperi; da qui son passate tutte le razze, tutte le idee, tutte le arti. L'Afghanistan e' una miniera di storia umana, sepolta nella terra di posti come Mazar-i-Sharif, Kabul, Kunduz, Herat e Balkh. "E voi che ci fate qui?", chiese nel 1924 un viaggiatore americano, sorpreso di vedere a Kabul, fra quelle delle grandi potenze, anche una ambasciata italiana.
"L'archeologia", si senti' rispondere dall'allora ministro plenipotenziario Paterno' dei Marchi. Dall'inizio del secolo scorso tanti sono stati gli scavi fatti in Afghanistan da nostre missioni scientifiche ed era davvero penoso, nelle prime settimane dei bombardamenti, sentire che i B-52 americani, alla caccia dei Talebani, praticavano ora una loro nuova forma di archeologia andando a scavare, a suon di bombe a tappeto, proprio in quei posti preziosi.
Questo d'essere al centro di un qualche interesse altrui e' il destino dell'Afghanistan. E' cosi' che, da Alessandro il Macedone, ai mongoli, ai russi, agli inglesi nell'Ottocento, il Paese e' sempre stato la posta di un Grande Gioco. E' esattamente ancora oggi cosi'.
Quando l'aereo delle Nazioni Unite s'e' posato sulla pista di Bagram, un posto che duemila anni fa fu capitale di un grande civilta' - Kushan - di cui le guerre han spazzato via ogni traccia in superficie, i nuovi giocatori erano tutti la', su quella pista di cemento in mezzo ad una valle ora deserta e punteggiata dalla spettrale presenza di carcasse di carri armati, elicotteri, camion, aerei e cannoni. Mentre tre marines ed un cane lupo, anche lui americano, venivano ad annusare meticolosamente i miei bagagli, dei soldati russi poco lontani trafficavano attorno ad un loro aereo e ad una fila di camion dai tendoni chiusi su cui era scritto "Dalla Russia per i bambini dell'Afghanistan". Dinanzi alle rovine di una caserma si vedevano le sagome di alcuni soldati inglesi.
Bisognava guardare le stupefacenti montagne che, al calar del sole, sembrano prendere vita e muoversi col mutare delle ombre e dei colori, per non disperarsi: la vecchia storia stava semplicemente rincominciando.
La "comunita' internazionale" pensa di aver trovato una soluzione per i problemi dell'Afghanistan in una formula che combina violenza e soldi, milizie afghane colpevoli di vari misfatti, ma ora tenute a bada anche loro dai B-52, ed una persona per bene come il nuovo capo dell'esecutivo Hamid Karzai, unico e debole Pashtun fra i rappresentanti forti delle altre etnie.
Spero che la formula funzioni, ma non ci credo. Certo, anche a Kabul la vita riprende. L'ho vista riprendere a Phnom Penh dopo la fine dei Khmer Rossi, l'ho vista riprendere nelle foreste del Laos e del Vietnam defoliate dagli agenti chimici e cancerogeni degli americani. Ma che vita? Una vita nuova, una vita piu' consapevole, piu' tollerante, piu' serena o la solita vita di ora: aggressiva, rapace, violenta?
Uno dei momenti che non dimentichero' di questi giorni a Kabul e' stata la visita allo zoo. "Vale la pena, mi creda", aveva suggerito il "venditore di patate". Era venerdi, giorno di festa per i musulmani, e qualche decina di persone avevano pagato i duemila afghani (150 lire) del biglietto per entrare a vedere la collezione piu' patetica e misera di animali che uno possa immaginarsi: un piccolo orso col naso scortecciato e purulento, un vecchio leone che non sta piu' sulle gambe ed a cui e' morta di recente la leonessa, un cerbiatto, una civetta, due aquile spennacchiate e tanti conigli e piccioni. Durante le battaglie fra i vari gruppi mujaheddin dell'Alleanza del Nord, prima che arrivassero i Talebani, lo zoo e' stato per un po' la linea del fronte; ci son cadute sopra varie bombe e missili e molte gabbie si sono sfasciate permettendo a vari animali di scappare. I lupi non sono stati fortunati ed in una gabbia puzzolentissima, senza acqua, dove un guardiano butta una volta al giorno degli avanzi di carne, sono rimasti due vecchi esemplari.
Sono li' da anni: soli, prigionieri, chiusi nello stesso spazio. Si conoscono. Si conoscono bene, eppure strisciano in continuazione guardinghi contro le pareti ormai lustre e la rete tutta rabberciata e, incrociandosi, ogni volta ringhiano, si mostrano i denti e si aggrediscono, aizzati da una piccola folla di uomini che forse s'illudono d'essere diversi e non si rendono conto d'essere, anche loro, nella gabbia dell'esistenza solo per morirci.
Tanto varrebbe allora viverci in pace.


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