Kosovo

Salvare il Kosovo !

I massacri e le stragi compiute ai danni degli albanesi del Kosovo hanno un mandante: il dittatore Serbo Milosevic. Le rappresaglie kosovare ai danni della minoranza serba hanno degli esecutori: i guerriglieri dell’UCK Da dieci anni la politica del leader kosovaro Rugova aveva cercato soluzioni nonviolente per la pacifica convivenza tra albanesi e serbi: ma la comunità internazionale non ha sostenuto adeguatamente le proposte pacifiche dei dirigenti kosovari (poveri e isolati), preferendo trattare (e fare affari) con la Federazione jugoslava di Milosevic (amico dei russi). Ora la situazione è degenerata: in Kosovo ha prevalso l’estremismo violento dell’UCK, e in Serbia Milosevic usa il pugno di ferro per mantenere il suo potere. L’intervento militare della NATO peggiora la già drammatica situazione. La miccia della polveriera Kosovo viene accesa dai bombardamenti americani. Gli orrori e le carneficine vengono trasformati in guerra. Una guerra nel cuore d’Europa. Per riportare pace e diritto nel Kosovo serve un intervento autorevole dell’ONU, serve una politica estera di ingerenza umanitaria dell’Unione Europea, serve un sostegno deciso all’opposizione democratica serba e alla politica moderata kosovara. Per una soluzione nonviolenta nel Kosovo Contro i crimini di Milosevic Contro i bombardamenti della Nato Per un intervento diplomatico dell’ONU

Guerra: una sconfitta per l’umanità

Appello del Movimento Nonviolento agli enti locali

Questa è un'ora di angoscia perché di nuovo si ricorre alla violenza bellica nell'illusione di risolvere un conflitto. Sappiamo che la violenza non toglie mai la violenza, ma la insedia più profondamente nella storia. L'azione continua dei movimenti per la pace e la nonviolenza propone e sperimenta con proprie iniziative l'interposizione e la mediazione civile per prevenire e risolvere costruttivamente i conflitti, in alternativa agli interventi distruttivi e omicidi.Se una forza deve essere usata, questa deve configurarsi come una vera polizia internazionale delle Nazioni Unite e non come un intervento militare di stati o coalizioni particolari.La comunità internazionale non ha saputo sostenere per tempo l'esemplare resistenza nonviolenta della popolazione del Kosovo e non ha saputo neppure svolgere un'adeguata ed efficace azione diplomatica.In questa ora grave il Movimento Nonviolento chiede a Comuni, Province e Regioni

  • di dichiararsi chiaramente contrari alla logica di guerra
  • di attrezzare subito adeguate strutture di accoglienza dei molti profughi che la guerra costringerà alla fuga

La guerra è il più grande crimine contro l’umanita'

Sono parole pronunciate da Einstein, Russel, Gandhi e costituiscono il principio ispiratore della War Resisters Internationale -l’internazionale dei resistenti alla guerra, attiva dal 1921- di cui il Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, e' la sezione italiana.

Oggi l’Europa conosce una nuova guerra, condotta dalla Nato, che coinvolge i popoli serbo e kosovaro. Non c’è; nessun motivo al mondo che possa giustificare bombardamenti aerei su citta' e paesi: nemmeno la presunta difesa di minoranze etniche albanesi inermi che subiscono stragi e massacri ad opera delle truppe serbe. Infatti quei bombardamenti aggiungono strage a strage, orrore a orrore, massacri a massacri, distruzioni a distruzioni. Trasformano i "difensori" in "aggressori" e mettono sullo stesso piano i crimini di Milosevic, il terrorismo dell’UCK e gli attacchi della Nato.

La sacrosanta difesa dei diritti umani dei popoli oppressi (del Kosovo, ma anche del Kurdistan, del Tibet, del Chiapas, dell’Amazzonia, dell’Algeria, dell’Eritrea, del Ruanda, di Timor Est, dello Sri Lanka, e tanti altri ancora) si deve perseguire con interventi dell’Onu e di forze di polizia internazionale che agiscano con un mandato autorevole e strumenti, anche militari, adeguati agli obiettivi da raggiungere: interposizione, aiuti umanitari, embargo selettivo, peace keeping,

Le forze, le tecnologie, i finanziamenti necessari per attuare distruttive azioni militari come quella in atto in Serbia, sarebbero più che sufficienti per predisporre efficaci interventi di pacificazione miranti a tutelare gli oppressi e rendere inoffensivi gli oppressori.

La verita' è; che la potenza bellica della Nato non intende lasciare la scena alla diplomazia dell’Onu, e vuole scatenare una guerra per mantenere e rendere "indispensabile" l’azione dei militari, i quali, come sempre, dichiarano di "fare la guerra" per "difendere la pace". La storia ci ha insegnato che le guerre chiamano violenza e rafforzano il potere dei dittatori che a parole si dice di voler eliminare (Saddam è; ancora saldamente al suo posto, così come Gheddafi, a fare da contraltare a Clinton e Elstin).

Alle soglie del 2000 sarebbe ora di espellere la logica della guerra dalla storia, e affidare la convivenza tra i popoli alla cultura della pace. L’Onu ha dichiarato il decennio 2001-2010 "decade della educazione alla pace e alla nonviolenza per i bambini del mondo":

vogliamo iniziare il nuovo secolo con un bella guerra nel cuore d’Europa?

Non sono bastati i milioni di morti del primo e del secondo conflitto mondiale?

Ci vorra' anche la terza guerra mondiale prima di decidersi ad abolire gli eserciti?

Sono domande sulle quali riflettere mentre in tivù assistiamo alla pioggia di fuoco sugli uomini, le donne e i bambini della Jugoslavia.

Presa di posizione della Campagna per una soluzione nonviolenta nel Kossovo nella riunione di Bologna del 27.3.1999 sull’attuale situazione di guerra nella Federazione Jugoslava e nel Kossovo.

1) Dolore per il fatto di assistere all’ennesimo tentativo delle grandi potenze di far credere che la pace si possa ottenere con la guerra e che il bombardamento di città e villaggi per raggiungere obiettivi militari sia assolutamente indispensabile. Nella guerra moderna si sta verificando che la vera vittima rimane sempre e solo la popolazione civile di qualsiasi gruppo etnico essa sia. Nella situazione specifica i missili e le bombe uccidono sia le vittime che i carnefici, tanto più che questi ultimi usano i primi come scudi umani per difendersi dai bombardamenti. Questo è ancora più vero per gli attacchi sul Kossovo dove il rischio è di uccidere proprio la popolazione che si pretende di difendere.

2) I Governi dei Paesi che aderiscono alla NATO hanno dichiarato ufficialmente che si è arrivati ai bombardamenti dei territori della Jugoslavia (Serbia e Montenegro) perché si erano tentate tutte le possibili vie diplomatiche pacifiche e perché queste erano fallite. La Campagna per una soluzione non violenta nel Kossovo - che dal 1993 si occupa della prevenzione del conflitto armato e della ricerca di valide soluzioni al problema del Kossovo - sa che questo non è affatto vero:

a) perché la diplomazia internazionale non ha fatto quasi nulla per prevenire questa prevedibile escalation di violenza tra le etnie: infatti non ha appoggiato seriamente la resistenza nonviolenta del popolo kossovaro, condotta ininterrottamente dal 1989, favorendone inoltre le forme e componenti più passive. La Transnational foundation for peace and future research (TFF), che nel 1992 ha denunziato il rischio della possibile esplosione della guerra nel Kossovo, ha espresso il dubbio che questa mancanza di appoggio alla prevenzione della guerra sia dovuta al fatto che si attendeva l’esplosione del conflitto armato per sostenere la necessità e l’indispensabilità dell’intervento della NATO, in cerca di rilegittimazione dopo il crollo del bipolarismo est-ovest e a cinquant’anni dalla sua fondazione.

b) perché l’unico tentativo riuscito di mediazione portato avanti dalla diplomazia non ufficiale tramite la Comunità di Sant’Egidio, che prevedeva una normalizzazione del sistema scolastico nel Kossovo, invece di essere attentamente monitorato nella sua applicazione, è restato lettera morta per un anno e mezzo. Malgrado questo è stato premiato Milosevic, principale responsabile della non applicazione, eliminando le sanzioni di primo livello, riconoscendo ufficialmente la Neo-Jugoslavia e dichiarandola zona di mercato privilegiato (aprendo così la corsa agli affari di cui l’Italia - tramite Telecom, Fiat, e altre ditte interessate allo sfruttamento delle potenzialità delle miniere di Trepca - è il primo partner economico).

c) perché la diplomazia internazionale è stata estremamente lenta nell’applicazione dell’accordo tra Holbrooke e Milosevic che prevedeva l’intervento nel Kossovo di 2000 verificatori del cessate il fuoco non armati. Infatti, pur essendo il numero dei verificatori estremamente ristretto in rapporto al territorio da tenere sotto controllo, a quasi un anno dalla sua firma solo 1400 di loro risultavano dislocati. Ciò nonostante la loro presenza era riuscita a contenere la violenza sulla popolazione civile, vertiginosamente esplosa al loro ritiro.

d) perché ci sono molti dubbi, da quanto si è potuto conoscere, che altre soluzioni previste e di cui si è parlato durante i lavori di Rambouillet, come l’intervento di un corpo di peacekeeping ufficiale dell’ONU, o di una delega ufficiale da parte di questo all’OSCE - tutti organismi cui aderisce anche la Russia e che darebbero maggiori garanzie di obiettività e neutralità - siano state adeguatamente esplorate, nel tentativo anche qui di portare in primo piano gli interessi di parte della NATO

3) Visto tutto questo ci sembra necessario, per togliere questi dubbi e dare un’altra possibilità alla pace, di chiedere a Kofi Annan e all’ONU di fare un ulteriore tentativo di mediazione che preveda:

a) l’immediata cessazione dei bombardamenti NATO su tutta l’area;

b) la firma da entrambe le parti - Jugoslavia e Governo Parallelo del Kossovo - di un nuovo cessate il fuoco che comporti l’uscita dal Kossovo dell’esercito jugoslavo fino ai livelli già previsti dall’accordo Holbrooke-Milosevic, con l’interruzione dei combattimenti da parte di entrambi i contendenti.

c) il rientro nell’area dei verificatori OSCE, sensibilmente potenziati nel numero e nelle competenze, e integrati da elementi della società civile ben preparati alla mediazione e alla soluzione nonviolenta dei conflitti.

d) l’organizzazione, prima possibile, da parte delle NU, preferibilmente nella loro sede di Ginevra che è sembrata più neutrale e libera da condizionamenti di quella di New York, di una Conferenza Internazionale di pace per tutti i Balcani, cui partecipino tutti i Governi dell’area balcanica e le organizzazioni non governative che in questi anni si sono occupate dei problemi di queste terre. E’ indispensabile che la Conferenza consideri il problema del Kossovo all’interno del più vasto quadro balcanico. Infatti il conflitto si sta già estendendo alla Macedonia e all’Albania, e il Montenegro - malgrado la sua dissociazione dalla politica di Milosevic - è stato pesantemente bombardato.

4) Ci auguriamo che queste nostre proposte vengano accettate e che la forza della ragione e della pace prevalgano su quelle della guerra e della forza. Infatti quando si passa alle armi non sono più possibili soluzioni pluralistiche.

Lettera aperta di Mao Valpiana a Marco Pannella sulla guerra in Jugoslavia.

La nonviolenza é una cosa seria

Caro Marco,

in questi giorni e in più occasioni ti sei espresso pubblicamente a favore dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia e l’hai fatto "da nonviolento gandhiano", che tra la codardia e la violenza sceglie quest’ultima per fermare il genocidio serbo in atto contro gli albanesi del Kosovo.

Ti scrivo in nome della nostra antica amicizia e della comune militanza antimilitarista, per l’obiezione di coscienza, che ci ha visti marciare insieme per la smilitarizzazione, in Italia e in Europa, da Trieste ad Aviano, da Bruxelles a Varsavia.

Oggi il popolo televisivo sente la tua unica voce come espressione di questa "nonviolenza gandhiana", ma tu sai bene (ho troppa stima e rispetto della tua intelligenza per pensare il contrario) che ben altra é la posizione dei movimenti nonviolenti, in Italia e nel mondo, degli amici di Aldo Capitini e di Mohandas Gandhi. Non sto parlando del pacifismo generico, antiamericano e filoserbo, sto parlando dei movimenti antimilitaristi e nonviolenti specifici, quelli della War Resisters International (l’Internazionale dei Resistenti alla Guerra, alla quale anche il Partito Radicale risulta affiliato), della nonviolenza attiva, politica ed efficace.

Bene, proprio la nonviolenza di tipo gandhiano insiste su due punti chiave: la correlazione tra mezzi e fini e l’efficacia dell’azione. Nel caso dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia non si realizza nessuna delle due condizioni. Le "bombe chirurgiche" non fermano Milosevic (anzi enfatizzano il nazionalismo serbo) e colpiscono anche il popolo del Kosovo la prova é nei fatti: dall’inizio delle operazioni militari sono aumentate le stragi ai danni dei civili albanesi e si sono moltiplicati i profughi in fuga dalla loro terra. Dunque il mezzo non ottiene il fine, e quindi non é efficace. (Non affronto l’argomento dell’illegalità dei raid aerei -secondo la Carta dell’Onu, lo Statuto della Nato e la Costituzione italiana- perché se una bomba, con danno minimo, servisse davvero a fermare la pulizia etnica e a salvare la vita a migliaia di vittime, farei una "obiezione di coscienza" e sarei disposto ad assumere io stesso la responsabilità di sganciare quella bomba ma così non é ).

Dunque, caro Marco, la vicenda del genocidio in atto, la strategia militare americana e le sventure dei serbi di Jugoslavia e degli albanesi del Kosovo, sono ben più complesse di un manicheo "o con la Nato o con Milosevic". Certo, la neutralità o l’ignavia in questo caso sarebbero dei peccati mortali (in senso letterale, perché lascerebbero i kosovari al loro destino di morti sgozzati) e dunque bisogna intervenire. Ma bisogna intervenire con strumenti che possano davvero fermare gli assassini, e non creando dei nuovi assassini. Vai a rileggerti le pagine di Gandhi sul nazismo. Le sue lettere a Hitler e agli ebrei. Il mahatma proponeva una resistenza attiva nonviolenta per scongiurare il massacro della seconda guerra mondiale. E certamente Gandhi non può essere accusato di essere stato un pacifista imbelle e inerme.... o te la saresti presa anche con lui?

Ognuno é libero di assumere la propria posizione, e di giustificarla come meglio crede ma sinceramente non mi sembra che quella tua di oggi sia presentabile con "gandhiana" (non basta una gloriosa storia personale o un discutibile simbolo di partito per rivendicare il primato della nonviolenza).

Per concludere ti mando un documento frutto di tanti anni di lavoro dei nonviolenti italiani nella "Campagna per una soluzione nonviolenta nel Kosovo" (nella quale si impegnò anche il nostro comune amico, non pacifista ma nonviolento, Alex Langer). Può essere una buona base di discussione e contiene proposte politiche concrete attuabili da subito. Accetti il confronto?

Ti abbraccio,

Mao

LA GUERRA DI UNA SUPERPOTENZA CHE E' SOPRAVVISSUTA ALLA GUERRA FREDDA E CHE VORREBBE TORNARCI: DISARMIAMOLA !

1) Contesto che la guerra sia della NATO. Le armi, quelle decisive, sono tutte USA: i missili cruise (automatici, raggio 2.500 km, precisione dopo il volo di 5 metri, testata convenzionale o nucleare ) viaggiano rasoterra per sfuggire ai radar; lo possono fare solo perché, per superare gli ostacoli, hanno incorporate delle cartine della zona da sorvolare, aggiornate ogni giorno dai satelliti artificiali; un sistema che nessun paese al mondo si può permettere oltre gli USA. I B-52 sono stati sempre aere da bombardamento atomico, solo ed esclusivamente USA. Gli aerei che ora gli USA si divertono a provare in Jugoslavia, gli Stealth invisibili ai radar, sono i bombardieri USA del futuro. Le bombe teleguidate col laser ed altre armi "intelligenti" (bella intelligenza! C’è da suicidarsi ad essere inventori di tali armi; Nobel insegna) sono solo USA. Non è un caso che i nostri caccia sono solo d’appoggio, sono nettamente inferiori anche agli F-16 (sia come economicità di costo, sia come manovrabilità, sia come affidabilità nella linea di comando; dopo la Somalia gli USA non vogliono più nessun boy sotto comando militare che non sia USA; e degli altri non si fidano). Che resta della NATO? Le basi di partenza, gli aerei o le navi cisterna di rifornimento, l’applauso riverente dei Parlamenti al superpotente. I primi a ribellarsi a questa guerra dovrebbero essere i militari italiani, ridotti peggio che a portatori della borraccia. Mai visto un servaggio così sfacciato ed umiliante dei militari italiani ad una (super)potenza straniera.

2) Contesto che la strategia americana sia molto avanzata: è semplicemente quella che gli permette il materiale umano che deve usare, dei mercenari. E’ dal tempo della guerra del Vietnam che gli USA non hanno più la solidarietà di tutta la popolazione nel fare una guerra (un milione di disertori e ottocentomila espatriati per non fare il militare; incapacità di Reagan dopo la sua rielezione, di restaurare la leva per i troppi obiettori). Un mercenario non farà mai un assalto alla baionetta, anche se lo pagano 50.000 dollari al mese. Quindi l’unica strategia che è rimasta agli USA è quella di fidare sulla propria superiorità tecnologica; il che le permette di usare una aviazione per ora molto forte; ma per fare una sola cosa, bombardamenti a tappeto, in modo che poi l’avanzata delle truppe di terra mercenarie non trovi ostacoli apprezzabili (così come è avvenuto in Irak). L’Italia aveva la forza di un esercito popolare; ma, per sottostare ai comandi USA in operazioni comuni, sta trasformando il suo esercito nella formula voluta dagli USA.

3) Se la guerra attuale dovesse scalare (risposte militari di Milosevic, nuovo Vietnam in Europa, ecc.) gli USA potrebbero usare senza problemi armi nucleari (mine nucleari, proiettili nucleari di cannone, bombe tattiche, bombe al neutrone che ammazza soprattutto le persone più che distruggere le cose, ecc.); perché qualche anno fa il Senato USA ha approvato la nuova strategia; per cui gli USA si danno il diritto al primo colpo nucleare (per una molto discutibile strategia di difesa) non solo nel caso di scontro con una potenza nucleare, ma anche in una guerra con qualsiasi paese. Il Parlamento italiano, quando ha approvato la guerra attuale, ignorava che essa era potenzialmente nucleare (quindi preso per fesso, oltre che fellone a stracciare l’art. 11 della Costituzione).

4) Gli USA combattono questa guerra non perché ci sia il petrolio in Kosovo (che non è il Kuwait), né perché vogliono distruggere l’ultimo Stato comunista (la Serbia è ben confinata e non dà pensieri di espansione, specie da quando gli USA e l’Inghilterra gli hanno messo vicino un Tudjman armato fino ai denti, mezzo fascista e asservito al marco tedesco), né perché vogliono combattere la potenza economica europea (infatti l’hanno già sconfitta; il primo giorno dell’euro gli USA hanno aumentato le spese militari e da allora il dollaro è sempre cresciuto rispetto all’euro). Lo fanno perché l’Europa, liberata dall’incubo della guerra nucleare sulla linea della Germania, è diventata "pacifista", così come lo è tendenzialmente il Sud del mondo affamato (l’ 80% della popolazione mondiale). Le popolazioni europee non vogliono più fare guerre (dopo due mondiali e una da incubo nucleare!); metà della gioventù preferisce fare l’obiettore e magari organizza una alternativa di pace. Per di più l’Europa è la casa di quel Papa che il giorno prima della guerra del Golfo ebbe il coraggio (primo capo di una Chiesa a fare questo) di opporsi ad una guerra e condannarla, anzi offrendo all’avversario, Saddam Hussein, proposte di pace molto favorevoli; era nata la prospettiva di una conciliazione mondiale delle due religioni più potenti del mondo, con l’esautorazione definitiva delle superpotenze. Poi la guerra dell’Irak l’ha ridimensionato. Ma tuttora questo papa insiste ad andare contro le guerre (anche se poi non è molto efficace perché i vescovi non lo seguono e non c’è nessun movimento cattolico che gli dia retta). Il che ridà fiato a quell’ONU che può "espropriare gli USA della politica estera" (come ha detto il Senato USA); quell’ONU che prima ha tentato di riprendere le sorti della pace nel mondo, con il B. Ghali dell’"Agenda per la pace" del 1992 e poi con quel Kofi Annan che doveva essere un loro manutengolo e invece si è permesso di fermare una guerra già programmata contro Saddam

5) La sinistra europea ancora non si è spiegata il 1989 ed è rimastaorfana del bipolarismo. Alla superpotenza USA sogna di contrapporre (ora che non c’è più l’URSS), una Europa forte militarmente che sappia contrastare gli USA sul campo mondiale. Da qui la NATO come passo intermedio per riconquistare una unità militare europea, da qui i caccia EFA per contrastare la supremazia USA nell’aviazione, da qui lo scimmiottare gli USA con l’esercito volontario. Il tutto in una prospettiva di almeno altri dieci anni, sostenuta da un euro il più forte possibile. Questo spiega la attuale tattica dei governi europei, i quali cercano di mediare tra la subordinazione alla superpotenza militare (Qui sta il gioco dalla parte della NATO) e il seguire le tendenze pacifiste delle popolazioni. Questo politica europea oggi è ancor più pericolosa per gli USA perché in Europa c’è un’inedita configurazione di governi tutti di sinistra (Blair, Jospin, Schroeder, D’Alema): o adesso gli USA stabiliscono la loro irraggiungibile supremazia come supremazia militare, o mai più. Allora nulla di meglio che entrare in casa europea, dimostrare (con la violenza dei padroni che stracciano le Costituzioni dei paesi europei) che gli europei sono pappemolli e che debbono affidarsi per forza agli USA per risolvere il loro problema cruciale del fianco che minaccia esplosioni devastanti dell’assetto europeo. La sinistra europea deve decidersi tra una prospettiva di nuovo militarismo e una scelta convinta della pace nel mondo, ritornando all’internazionalismo attivo che in più usi i mezzi nonviolenti appropriati; tutta la gioventù obiettrice al militare e tutta la tradizione popolare della nonviolenza attende un ricongiungimento con la tradizione popolare socialista, che dall’inizio del secolo non ha saputo resistere al suicidio della prima guerra mondiale.

6) Gli USA sono rimasti l’ultima superpotenza del mondo, dinosauro sopravvissuto di un’era che rendeva un incubo nucleare la vita di ogni cittadino del mondo. Anche il Papa ha avuto il coraggio di dire in casa USA che è una malattia quella di restare sola superpotenza. Il primo fattore per cui gli USA sono superpotenza è la sua supremazia nucleare, cioè in un tipo di armi che non si capisce perché non siano condannate, così come lo sono quelle chimiche, che pure sono molto meno pericolose e meno distruttive e meno terrificanti. Loro ci hanno bombardato Hiroshima e Nagasaki per pura prova sulle cavie giapponesi (alcuni scienziati avevano suggerito di lanciarle casomai sul Fujiama), con due bombe di due tipi diversi; poi hanno costruito la bugia che dura tuttora che le bombe hanno salvato un milione (o mezzo o un quarto) di vite umane di americani che avrebbero dovuto invadere il Giappone (il gen. Eisenhower disse che non era affatto necessario). Poi loro hanno costruito sempre più bombe, illudendosi di mantenere una supremazia assoluta; hanno sbagliato le percezioni del potenziale del nemico (URSS) valutandole sempre al rialzo; al costo di arrivare a possedere 25.000 bombe quando ne bastano 200 per distruggere un continente; hanno preteso che gli altri paesi non si armassero nuclearmente, quando il trattato internazionale dice che gli altri paesi non lo debbono fare nella misura in cui le superpotenze si disarmano (per cui da più di venti anni gli USA sono fedifraghi ai trattati (CTCB) da loro stessi proposti); hanno lanciato il programma delle guerre stellari, anche se gli scienziati non sanno se mai funzioneranno; qualche mese fa hanno rinnovato gli stanziamenti colossali per questo tipo di guerre (oggi il loro militarismo è così spinto da non volere nemmeno l’abolizione della mine anti-uomo e nemmeno il tribunale internazionale di Roma per i crimini di guerra).

7) Il tribunale dell’Aia nel 1997 ha deciso che le armi nucleari dovrebbero essere condannate, anche se non ha avuto il coraggio (e la spinta dei governi) di condannarle per contrarietà degli USA. Nel giugno 1998, 80 vescovi USA hanno condannato senza mezzi termini le armi nucleari, come strumenti diabolici, che non hanno nemmeno più una funzione di minaccia difensiva. L’URSS non sa più che farsene di un arsenale che costa una enormità e che non ha più uno scopo politico ideale. Tutti popoli del Terzo Mondo vorrebbero la fine dell’incubo nucleare, ora rivolto contro di loro. Bisogna arrivare alla delegittimazione morale prima, alla delegittimazione giuridica poi e infine alla abolizione materiale di tutti gli arsenali nucleari e degli arsenali di distruzione indiscriminata delle popolazioni. La politica dei diritti umani può giustificare la distruzione di massa!

8) Intanto, dall’andamento dei primi gironi di guerra si ricava che lo strapotere degli USA non sfonda. Sia perché non piega Milosevic, sia perché è controproducente (avevano calcolato la pulizia etnica serba in risposta dei loro bombardamenti, tanto è vero che avevano allertato l’Italia per assistere i profughi; ma ora i profughi sono molto di più e fa disperare che il problema del Kosovo avrà mai una soluzione politica) sia perché la caduta del bombardiere Stealth significa per gli USA che questa guerra è già mezzo perduta (perché sono 15-20 anni di vantaggio tecnologico e immensi capitali finanziari e umani che vanno a vuoto; lo Stealth, assieme ai cruise e alle armi nucleari sono i tre principali vantaggi tecnologici degli USA). Inoltre su Avvenire del 27 marzo il Presidente della conferenza episcopale USA, Mons. Fiorenza, ha dichiarato che questa guerra si fa per motivi ingiustificabili e che i militari USA dovrebbero chiedersi in coscienza che cosa fare e parlarne con i superiori: è la prima volta nella storia che una chiesa importante di un Paese condanna una guerra in atto del suo Stato e invita alla disobbedienza i militari (la notizia è stata ripresa con cinque righe da Repubblica in fondo ad un articolo sulla diplomazia vaticana; attenzione| la stampa italiana, compreso il Manifesto e Liberazione ci oscurano o nascondono le notizie; diamoci una alternativa!). "Quando la guerra è ingiusta disobbedisci" può essere la parola d’ordine delle manifestazioni contro la guerra, specialmente quelle davanti alle basi.

9) Ora occorre soprattutto uscire dallo stato confusionale della attuale sinistra, che, invece di elaborare una analisi, si sente in dovere di nascondere la vergogna di una Europa per la prima volta a governo socialista che si rende serva di una guerra di Clinton; e soprattutto ancora deve trovare uno straccio di motivo per cui è iniziata questa guerra chiaramente sproporzionata con i diritti umani da difendere. Occorre che anche i cristiani escano dallo sttao confusionale di non trovare già una analisi bell’e fatta da parte della sinistra e che si decidano ad aggregarsi su un movimento per la pace (al di là delle Acli, ormai perse nelle nebbie), che sappia scegliere una politica tra quello che offre il Papa nel suo impegno per la pace e quello che esso saprà elaborare sulla esperienza dei decenni passati dei movimenti nonviolenti italiani. Mentre la sinistra tradizionale vive nel mito che dopo di lei (o senza di lei) il diluvio, lavoriamo per riaprire la storia (così come il 1989 ha riaperto la storia dell’Est, travolgendo quelli che si ritenevano i rappresentanti dell’unico progresso storico possibile). Abbiamo un obiettivo preciso che appartiene al futuro immediato: Basta con le superpotenze nella storia! Finiamola col feudalesimo dell’imperatore e dei suoi valvassori! E’ l’ora di una democrazia mondiale, senza comandi supremi per guerre ideali che casomai spettano all’ONU, con un Consiglio di Sicurezza allargato; e non a chi ha più soldi o più progetti militaristi!

Antonino Drago via F:M: Briganti 412, tel. 0817803697, fax 0817253449,

e-mail drago@unina.it

Campagna per l’obiezione alle spese militari e per la difesa popolare nonviolenta

Movimento Nonviolento di Palermo

DENUNCIA

  • Alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione – Roma
  • Alla Procura della Repubblica presso il Tribunale civile e penale di Roma

rimettendosi per la competenza nell’eventualità di "reati ministeriali".
Tutto quanto sopra presentando questo documento alla

  • Procura della Repubblica presso il Tribunale penale di Verona

pregato di trasmetterlo a chi di competenza.

Oggetto: Denuncia penale

Come è noto, da oltre un mese paesi aderenti al Patto Atlantico, senza alcun mandato ONU, hanno mosso guerra contro la Federazione Jugoslava, accusata nella Serbia, suo paese guida, di compiere il genocidio del popolo Kosovaro. Fin dall’inizio delle ostilità il Governo Italiano, pur mostrandosi solidale con gli alleati, di cui ha condiviso decisioni politiche e militari, ha dichiarato che il nostro paese non avrebbe partecipato direttamente alle operazioni belliche con propri mezzi e uomini. E non poteva essere diversamente, posto il ripudio assoluto della guerra, ammessa per fini esclusivamente difensivi, dettato dall’art. 11 della Costituzione.

I "mass media" hanno riferito, con enfasi, che vi sarebbe stato un "salto di qualità" nel contributo dato dal nostro paese all’intervento NATO. E infatti, se in un primo momento le forze armate italiane si erano limitate a pattugliare mari e cieli per garantire la difesa del territorio nazionale da eventuali reazioni serbe, ora sembra che aerei militari italiani abbiano scortato bombardieri NATO nello spazio aereo Jugoslavo e che, in questa attività di "copertura", abbiano aperto il fuoco contro obiettivi militari dell’esercito Jugoslavo.

Al di là delle acrobazie linguistiche tentate da politici e militari per attribuire carattere difensivo a una tale operazione, è fin troppo evidente invece che questa costituisce un’azione direttamente offensiva e comunque un concreto supporto ai bombardamenti e quindi un’attiva partecipazione delle nostre forze armate alle operazioni di guerra. In altri termini spianare la strada ai bombardieri, bombardando, significa partecipare direttamente ai bombardamenti. E che bombe italiane siano esplose in territorio Jugoslavo sembrerebbe confermato anche dal mutato atteggiamento delle autorità serbe che, se fino a ieri non includevano l’Italia fra i paesi nemici, oggi improvvisamente ci considerano alla stregua degli altri paesi NATO che partecipano all’azione militare.

Intervistato sull’argomento, l’On. Presidente del Consiglio dei Ministri Massimo D’Alema, meravigliandosi dello scalpore suscitato dalla notizia, ha affermato, con calma olimpica, che: "Siamo in guerra e la guerra si combatte con le armi". Il Capo del Governo quindi, non solo non smentisce un nostro diretto coinvolgimento nella guerra, ma comunica ufficialmente al Popolo italiano che l’Italia è in guerra contro la Federazione Jugoslava. Se non che, consapevoli della gravità dei fatti fin qui dedotti, le autorità politiche e militari italiane tentano ora, smentendo le prime voci, di giustificare l’accaduto affermando che gli aerei italiani sarebbero intervenuti per prevenire "possibili" attacchi contro i militari italiani di stanza in Albania. La tesi sembra però insostenibile perché da un lato non si vede quale minaccia poteva costituire per i fanti italiani dell’operazione Arcobaleno una postazione radar di contraerea (oggetto delle bombe italiane), dall’altro perché semmai è proprio in conseguenza di questa "escalation" militare che i nostri soldati ora sì ! possono divenire oggetto di attacchi nemici.

I fatti, se confermati, sono di una gravità sconcertante.

Come già detto il nostro paese non può in alcun modo e per alcuna ragione prendere parte ad una guerra di tipo offensivo, quale quella in atto contro la "Serbia", quand’anche motivata dal dichiarato intento di scongiurare un disastro umanitario. Per superare il divieto posto dalla Costituzione non si possono invocare la fedeltà agli alleati e il rispetto del Patto Atlantico. Il trattato NATO infatti, ci obbliga ad intervenire a difesa dell’integrità dei paesi ad esso aderenti solo quando questi subiscano un’aggressione militare straniera, ma non anche nella diversa ipotesi, quale quella di specie in cui siano essi ad aggredire un paese terzo.

La Costituzione poi attribuisce il potere di deliberare lo stato di guerra alle Camere e non al Governo. La responsabilità politica di un’opzione così grave ed estrema, il potere di decidere se il Paese debba o no entrare in guerra spetta in ogni caso al Parlamento e cioè all’organo rappresentativo della volontà popolare. Ne consegue che, in assenza di un tale pronunciamento, il potere esecutivo non può in alcun modo impegnare le forze militari italiane in operazioni belliche.

Fino ad oggi, a quanto ci risulta, le Camere non hanno deliberato lo stato di guerra né hanno autorizzato azioni militari contro la Federazione Jugoslava, eppure il Capo del Governo afferma in televisione che siamo in guerra e non smentisce le notizie circa una diretta partecipazione dell’aviazione militare italiana ai bombardamenti in atto sul territorio della Federazione Jugoslava.

Al riguardo sembrano rilevanti le seguenti norme, come da fogli qui allegati che fanno parte integrante del presente esposto.

Come cittadini italiani riteniamo che il fedele e puntuale rispetto dei principi e dell’ordine costituzionali sia obbligo prioritario di qualsivoglia organo ed autorità dello stato, politici o militari, e debba essere anteposto ad ogni diverso ed eventuale contrastante interesse politico, militare, economico, strategico o di altra natura.

Le chiediamo pertanto di svolgere le opportune indagini al fine di accertare se vi sia stata effettiva partecipazione, anche solo di supporto, delle nostre forze armate alle operazioni belliche in atto contro la Federazione Jugoslava e, in ipotesi affermativa, di verificare se nei fatti ipotizzati siano riscontrabili responsabilità penali a carico di tutti quei soggetti, autorità organi o servitori dello Stato che in qualsiasi modo avessero contribuito ad una così grave violazione dell’ordine costituzionale, assumendo decisioni e quindi esercitando poteri a loro non spettanti.

Movimento Nonviolento
Via Spagna, 8
37123 Verona

Movimento Internazionale della Riconciliazione
Via Garibaldi, 13
10 122 Torino

con la collaborazione dell’avv. Matteo Giuliani, di Fano (Pesaro)

Per ogni atto conseguente a questa denuncia, stabiliamo domicilio presso

Studio dell’Avv. Sandro Canestrini
Via Paoli, 33
38068 Rovereto (TN)

Verona, 5 maggio 1999

Allegato alla denuncia penale

Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 11

"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;"

Art. 78

"Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari."

Art. 87

"Il presidente della repubblica ... dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere."

La legge 382/78 "Norme di principio sulla disciplina militare" (attuativa dell'articolo 52 della Costituzione sulla difesa della patria) all'art. 2 prevede, tra l'altro, l'osservanza della Costituzione e delle leggi e al comma 5 dell'art. 4 stabilisce che l'esecuzione di ordini sbagliati costituisce reato e che in tal caso il militare ha il dovere di non eseguirli.

Come sottolinea Noam Chomsky in suo recente documento:

"C'è un regime di legge internazionale ed ordine internazionale, che vincola tutti gli stati, basato sulla Carta delle Nazioni Unite (CNU) sulle successive risoluzioni e sulle decisioni della Corte Mondiale. In breve, la minaccia o l'uso della forza è bandita a meno che non sia esplicitamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dopo che sia stato appurato che sono falliti i mezzi pacifici, o come autodifesa da "attacchi armati" in attesa delle decisioni del Consiglio di Sicurezza."

In effetti anche sulla base di trattati e legislazioni internazionali l'azione militare della Nato e' da considerarsi senza ombra di dubbio illegale.

"Siamo nell'illegalita' dal punto di vista del diritto internazionale generale che ha fondamento nella Carta delle Nazioni Unite", ha dichiarato il professor Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali all'Universita' di Padova, intervistato da Radio Vaticana (fonte: Avvenire 25/3/99).

Il rappresentante dell'Onu a Roma, Staffan de Mistura, intervistato dal Corriere della Sera (25/3/99) sulla "legittimita' giuridica dell'attacco", ha dichiarato: "Per ogni organismo internazionale come la Nato, anche una risoluzione dell'Onu (in questo caso la 1203) che chiede la fine di una emergenza umanitaria e il ripristino della pace non e' sufficiente. E' necessario l'ok del Consiglio di sicurezza".

La Nato (organizzazione militare del Patto Atlantico) è un’alleanza difensiva e la solidarietà fra i suoi membri e' prevista che scatti solo quando viene aggredito un paese membro, come specificato nel Trattato costitutivo della Nato.

Trattato Nord Atlantico (NATO)

(Washington, 4 aprile 1949)

Art.1 - Le parti si impegnano, come e' stabilito nello Statuto dell'ONU, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale potrebbero essere implicate, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all'impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi dell'ONU.

Art.3 - Allo scopo di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le parti, agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno la loro capacita' individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato.

Art.4 - Le parti si consulteranno ogni volta che, nell'opinione di una di esse, l'integrità territoriale, l'indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate.

Art.5 - Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell'America settentrionale sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto dell'ONU, assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico Settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure in conseguenza di esso saranno immediatamente segnalati al Consiglio di Sicurezza. Tali misure verranno sospese quando il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Art.6 - Agli effetti dell'art.5, per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco armato:

- contro il territorio di una di esse in Europa o nell'America settentrionale, contro i Dipartimenti francesi d'Algeria, contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle parti nella regione dell'Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro;

- contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d'Europa nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel Mare Mediterraneo o nella zona dell'Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi. (*)

(*) La parte dell'articolo 6 concernente i Dipartimenti francesi d'Algeria non e' più in vigore mentre il territorio comprendente nazioni della Nato si e' ampliato con l'ingresso di nuove nazioni nell'Alleanza.

Statuto delle Nazioni Unite

(San Francisco, 25 ottobre 1945)

Art.1

I fini delle Nazioni Unite sono:

1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace;

2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodecisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale;

Art.2

L'Organizzazione e i suoi Membri, nel perseguire i fini enunciati nell'articolo 1, devono agire in conformità ai seguenti principi:

3. I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo.

4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

5. I Membri devono dare alle Nazioni Unite ogni assistenza in qualsiasi azione che queste intraprendono in conformità alle disposizioni del presente Statuto, e devono astenersi dal dare assistenza a qualsiasi Stato contro cui le Nazioni Unite intraprendono un'azione preventiva o coercitiva.

L'art.23

definisce la composizione del Consiglio di Sicurezza: 15 membri delle Nazioni Unite di cui 5 permanenti (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) e 10 a rotazione (eletti ogni 2 anni). Le decisioni del Consiglio di Sicurezza richiedono 9 voti su 15 e nessun voto contrario dei cinque membri permanenti; una nazione che sia parte di una controversia deve astenersi dal voto (art.27).

Art.26

Al fine di promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti, il Consiglio di Sicurezza ha il compito di formulare, con l'ausilio del Comitato di Stato Maggiore previsto dall'art.47, piani da sottoporre ai Membri delle Nazioni Unite per l'istituzione di un sistema di disciplina degli armamenti.

Art.33

1. Le parti di una controversia, la continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, devono, anzitutto, perseguirne una soluzione mediante negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro scelta.

2. Il Consiglio di Sicurezza, ove lo ritenga necessario, invita le parti a regolare la loro controversia mediante tali mezzi.

Art.41

Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l'impiego della forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere un'interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche.

Art.42

Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell'articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite.

Art.43

1. Al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, tutti i Membri delle Nazioni Unite si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta ed in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze armate, l'assistenza e le facilitazioni, compreso il diritto di passaggio, necessario per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Art.46

I piani per l'impiego delle forze armate sono stabiliti dal Consiglio di Sicurezza coadiuvato dal Comitato di Stato Maggiore.

Art.51

Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di legittima difesa individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale...

Art.52

1. Nessuna disposizione del presente Statuto preclude l'esistenza di accordi od organizzazioni regionali per la trattazione di quelle questioni concernenti il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, che si prestino ad un'azione regionale, perché tali accordi od organizzazioni e le loro attività siano conformi ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

2. I Membri delle Nazioni Unite che partecipino a tali accordi od organizzazioni devono fare ogni sforzo per giungere ad una soluzione delle controversie di carattere locale mediante tali accordi od organizzazioni regionali prima di deferirle al Consiglio di Sicurezza.

3. Il Consiglio di Sicurezza incoraggia lo sviluppo della soluzione pacifica delle controversie di carattere locale, mediante gli accordi e le organizzazioni regionali, sia su iniziativa degli Stati interessati, sia per deferimento da parte del Consiglio di sicurezza.

Art.53

Il Consiglio di Sicurezza utilizza, se nel caso, gli accordi o le organizzazioni regionali per operazioni coercitive sotto la sua direzione.

Tuttavia nessuna azione coercitiva può essere intrapresa in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

Sembrano dunque presenti le violazioni di cui alle seguenti leggi, norme e trattati:

- La Costituzione all'Art.11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali";

- L'art 24, che in collegamento con L'art. 51 della carta ONU, vieta l'uso della forza contro un altro Stato, salvo nei casi di autodifesa individuale o collettiva;

- L'Art. 52 del Trattato di Vienna del 23.05.69 "…è vietato agli Stati di costringere ad accettare un patto con la minaccia della forza";

- L'Art. 22 delle relative regole della dell'Aja del 1923 per la guerra aerea "…vietati i bombardamenti allo scopo di terrorizzare la popolazione civile o allo scopo di distruggere la proprietà privata";

- L'Art. 24 che prescrive che se il bombardamento non è possibile senza discriminazione civile, i bombardieri devono abbandonare la loro azione....;

- La Ratifica ed esecuzione della convenzione sulla protezione dei materiali nucleari, con allegati, aperta alla firma a Vienna ed a New York il 03.03.1980 (G.U. 7 ottobre 1982, n.277, suppl. ord);

Inoltre, stante il disposto dell’art. 95 della Costituzione (responsabilità del Presidente del Consiglio e dei Ministri per gli atti compiuti dal Governo), dell'Art. 87 (il Presidente della Repubblica ha il Comando delle Forze Armate), dell'Art. 90 (messa in stato di accusa per alto tradimento ed attentato alla Costituzione) i sottoscritti Movimenti, oltre a richiedere l’accertamento della responsabilità penali per tutti i soggetti coinvolti, si riservano di promuovere iniziative affinché le massime cariche dello Stato rispondano, secondo quanto prevede la Costituzione (artt. 96 e 134) per le loro peculiari responsabilità.

Movimento Nonviolento

Via Spagna, 8 37123 Verona

Movimento Internazionale della Riconciliazione

Via Garibaldi, 13 10 122 Torino

con la collaborazione dell’avv. Matteo Giuliani, di Fano (Pesaro)
Per ogni atto conseguente a questa denuncia, stabiliamo domicilio presso

Studio dell’Avv. Sandro Canestrini
Via Paoli, 33
38068 Rovereto (TN)

Per le Segreteria Nazionali dei Movimenti

Verona, 5 maggio 1999

Facciamo prevalere la civilta'

Una dichiarazione accorata di cittadini serbi.

21/4/99

Siamo persone che da lungo tempo si sono battute e attivate per una Serbia democratica e antinazionalista, che hanno scelto di rimanere in Jugoslavia durante questo momento di crisi e che vogliono vedere la Jugoslavia reintegrata nella comunita' internazionale, noi affermiamo quanto segue:

1. Noi condanniamo fermamente il bombardamento NATO che ha esacerbato enormemente la violenza in Kosovo e che ha causato l'esodo fuori della Jugoslavia e al suo interno. Condanniamo fortemente la pulizia etnica nei confronti della popolazione albanese perpetrata da qualsiasi forza jugoslava. Condanniamo fermamente la violenza dell'UCK (esercito di liberazione del Kosovo) diretta contro i serbi, i moderati albanesi e altre comunita' etniche del Kosovo. La catastrofe umanitaria nel Kosovo - morte, dolore ed estrema sofferenza per centinaia di albanesi, serbi e altre comunita' etniche - deve terminare. Tutti i rifugiati esplusi dalla Jugoslavia devono poter tornare alle loro case immediatamente e incondizionatamente, deve essere loro garantita la sicurezza e il rispetto dei diritti umani e deve essere fornito loro un aiuto per la ricostruzione.

Coloro i quali hanno perpetrato crimini contro l'umanita', chiunque essi siano, devono essere portati davanti alla giustizia.

2. I combattimenti fra le forze serbe e l'UCK devono essere fermati immediatamente cosi' da permettere un nuovo giro di negoziati. Tutte le parti devono accantonare le loro richieste massimalistiche. Non vi sono ( come in numerosi altri conflitti simili, come quello dell'Irlanda del Nord) soluzioni facili e veloci. Noi tutti dobbiamo essere preparati per un lungo e sofferto processo di negoziazione e normalizzazione.

3. Il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO causa distruzione e un crescente numero di vittime civili (almeno divese centinaia, forse un migliaio per ora). Il risultato finale sara' la distruzione delle fondamenta economiche e culturali della societa' jugoslava. Cio' deve finire immediatamente.

4. La Carta dell'ONU, l'Atto Finale di Helsinki, il documento di fondazione della NATO, cosi' come le costituzioni di paesi come la Germania, l'Italia, il Portogallo, sono stati violati da questa aggressione. Come individui che hanno dedicato la loro vita alla difesa dei balori democratici di base, che credono in norme legali universali, siamo profondamente preoccupati che la violazione da parte della NATO di queste norme rendera' impossibile l'opera di tutti coloro che si battono per il primato della legge e dei diritti umani in questo paese e ovunque nel mondo.

5. I bombardamenti della NATO hanno ulteriormente destabilizzato i Balcani del sud. Se prolunganto, questo conflitto puo' scavalcare i confini dei Balcani e, se dovesse tramutarsi in un operazioni militari terrestri, migliaia di soldati della NATO e della Jugoslavia, cosi' come civili albanesi e serbi, moriranno in una guerra inutile come nel Vietnam. I negoziati politici per una composizione pacifica dovrebbero essere immediatamente riaperti.

6. Il regime esistente e' stato solo rinforzato dagli attacchi della NATO in Jugoslavia per via della reazione del popolo a stringersi attorno alla bandiera nel momento di un'aggressione straniera. Noi continuiamo la nostra opposizione all'attuale regime antidemocratico e autoritario ma ci opponiamo con decisione all'aggressione della NATO. Le forze democratiche in Serbia sono state indebolite e il governo democratico riformista del Montenegro e' stato minacciato dagli attacchi della NATO e dalla conseguente proclamazione dello stato di guerra da parte del regime e ora si trovano tra il martello della NATO e l'incudine del regime.

7. Nel trattare i conflitti nella ex Jugoslavia i leader della comunita' mondiale hanno commesso in passato numerosi errori fatali. Nuovi errori stanno conducendo ad un aggravamento del conflitto e ci stanno escludendo dalla ricerca di soluzioni pacifiche.

Noi facciamo appello a tutti: al Presidente Milosevic, ai rappresentanti degli albamesi in Kosovo, ai leader della NATO, dell'Unione Europea e degli Stati Uniti alffinche' si ponga immediatamente termine alla violenza e alle attivita' militari e ci si impegni nella ricerca di una soluzione politica.

Belgrado, 16 Aprile 1999

a.. Stojan Cerovic, editorialista e giornalista del "Vreme" b.. Jovan Cirilov, selezionatore del Festival Internazionale di Teatro di Belgrado (BITEF), ed ex direttore del Teatro Drammatico Jugoslavo; direttore del Centro di Storia del Teatro c.. Sima Cirkovic, Membro dell'Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, Dip. di Storia

d.. Mijat Damnjanovic, ex Professore dell'Universita' di Belgrado, Facolta' di Scienze Politiche, Direttore del Centro per l'Amministrazione Pubblica e il Governo Locale (PALGO)

e.. Vojin Dimitrijevic, ex direttore del Dipartimento di Diritto Internazionale, Scuola di Diritto di Belgrado; Direttore del Centro per i Diritti Umani di Belgrado; ex vice presidente della Commissione dei Diritti Umani dell'ONU

f.. Dasa Duhacek, direttore del Centro di Studi delle Donne; membro del Comitato della Rete Educativa Accademica Alternativa (AAEN) g.. Milutin Garasanin, membro dell'Accademia Serba delle Scienze e delle Arti; vice presidente dell'Associazione per la Ricerca dell'Europa del Sud-Est (UNESCO)

h.. Zagorka Golubovic, professore, Universita' di Belgrado, Dipartimento di Sociologia; Dipartimento Scienze Sociali dell'AAEN i.. Dejan Janca, professore, Universita' di Novi Sad, Scuola di Diritto j.. Ivan Jankovic, avvocato di Belgrado, attivista per i diritti umani, presidente del Comitato del Centro per l'Azione Antiguerra k.. Predrag Koraksic, disegnatore di cartoni animati di Belgrado l.. Mladen Lazic, professore, Universita' di Belgrado, Dipartimento di Sociologia, membro del Comitato dell'AAEN m.. Sonja Licht, presidente del Comitato esecutivo del Fondo per una Societa' Aperta

n.. Ljubomir Madzar, professore dell'Universita' di Belgrado, Facolta' di Economia, membro del Gruppo 17

o.. Veran Matic, capo redattore di Radio Belgrado B92, presidente del Network of Electronic Media (ANEM)

p.. Jelica Minic, segretaria generale dell'European Movement in Serbia q.. Andrej Mitrovic, professore, Universita' di Belgrado, Dipartmento di Storia

r.. Radmila Nakarada, ricercatrice dell'Institute for European Studies di Belgrado

s.. Milan Nikolic, direttore del Center for Policy Studies t.. Vida Ognjenovic, direttore teatrale e scrittore u.. Borka Pavicevic, direttore del Center for Cultural Decontamination v.. Jelena Santic, Anti-war 487 group, attivita per i diritti umani w.. Nikola Tasic, membro associato del Serbian Academy of Sciences and Arts, memebro dell'European Academy

x.. Ljubinka Trgovcevic, svolge ricerche presso l'Institute of History di Belgrado

y.. Srbijanka Turajlic, docente presso l'Universita' di Belgrado, Facolta' di ingegneria elettronica, Board President AAEN z.. Ivan Vejvoda, Fund for an Open Society Executive Director aa.. Branko Vucicevic, interprete

Messaggio inviato da: almitr@EUnet.yu

COSTRUIAMO LA RETE ANTIGUERRA!

Scrivete la vostra citta' sotto la firma!

Vi includeremo cosi' nella rete antiguerra.

Alessandro Marescotti - rete antiguerra Taranto c/o PeaceLink, c.p.2009, 74100 Taranto (Italy) http://www.peacelink.it

Sul sito ci sono i riferimenti per aiutare le vittime della guerra. Abbiamo pubblicato numerosi appelli per fermare le armi e fare informazione per la pace:

Modulo fac simile di indisponibilita' alla guerra per i militari professionisti (obiezione costituzionale) http://www.peacelink.it/kossovo/ob_mil.html

Dossier sul Kosovo a cura di PeaceLink

http://www.peacelink.it/kossovo/dossier.html

Proposte di soluzione pacifica a cura della Campagna Kossovo http://www.peacelink.it/kossovo/kosstart.html

Ipertesto per una cultura della pace:

http://www.peacelink.it/pace2000

Firma un impegno di Pace per l'anno 2000 http://www.peacelink.it/kossovo/nobel2000.html

Inoltre: tutti i giorni: appelli, comunicati stampa, messaggi, diffusi sulla mailing list Jugoslavia:

http://www.peacelink.it/webgate/yugoslav/maillist.html

Per una Polizia Internazionale

di Antonio Papisca

Solo una polizia internazionale puo' esercitare un aiuto umanitario che non sia pura distruzione Non si puo' fare la guerra per i diritti umani
L'impegno a intensificare gli aiuti e a promuovere momenti di preghiera nei Balcani feriti dal conflitto Un intervento anche militare e' accettabile se ha un comando davvero sovranazionale e ha come fine l'interposizione tra le parti.
Per garantire i diritti umani in Kosovo occorre un'efficace presenza internazionale sul territorio.
Lo si sta dicendo e chiedendo non da oggi.
Ma "chi" e "come" deve assolvere a questo compito di giustizia e di solidarieta' nei riguardi di chi soffre?
Qui sta il punto nodale della questione.
Le Nazioni Unite o la Nato?
Se, per restare nella legalita' e nella ragionevolezza, diciamo Nazioni Unite, il come e': "polizia internazionale".
Se, come gli Usa pretendono, si dice Nato, il come e': "esercito internazionale".
Il problema e' pero' che non si sta facendo nulla per chiarire la differenza fra le due ipotesi, fra esercito e polizia, con questo portando, piu' o meno esplicitamente, acqua alla tesi della guerra come evento inevitabile per difendere i deboli.
Nell'ipotesi Nato - esercito internazionale, il contesto sarebbe, anzi e', un contesto unilaterale, "di parte" e "di guerra", anche se di "guerra alla guerra a fin di bene", come si sta ripetendo fino alla nausea.
Poiche' la Nato e' gia' in guerra: le operazioni in corso traducono nei fatti l'animus bellandi, cioe' l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, uno Stato (territorio, popolo, governo).
L'eventuale presenza Nato sul territorio del Kosovo si configurerebbe come il classico esercito di occupazione.
Nell'ipotesi invece Nazioni Unite - polizia internazionale, si agirebbe in un contesto che, oltre ad apparire legale e ragionevole, e' anche "multilaterale", in cui possono cioe' trovarsi consensi in ogni parte del mondo.
Potrebbero certamente scattare veti al Consiglio di Sicurezza, ma in questo caso non sarebbero quelli della Russia o della Cina e sarebbe difficile per i governi occidentali trovarsi sotto un'ulteriore ondata di dissenso e di delegittimazione in seno alla comunita' internazionale. Cerchiamo dunque di chiarire, sgombrando innanzitutto il terreno dell'ambiguita' dell'aggettivo "umanitario".
Si parla di guerra umanitaria, di guerra per i diritti umani, di ingerenza umanitaria.
Per i diritti umani e per l'aiuto umanitario non si puo' fare la guerra.
Punto e basta.
Si possono invece compiere operazioni di polizia internazionale, anche con l'uso del militare.
Questo dice il vigente diritto internazionale.
Mentre le operazioni di guerra hanno fini di "distruzione", l'intervento di polizia internazionale ha come fini:
l'interposizione fra le parti in conflitto, la protezione e la difesa dell'incolumita' delle popolazioni, la cattura dei criminali, la somministrazione dell'aiuto umanitario.
Le operazioni di polizia internazionale si differenziano dalle operazioni di guerra - giova ripeterlo, opportune et inopportune - perche': non hanno come obiettivo la distruzione, totale o parziale, di uno Stato; devono essere intraprese in proprio dall'Onu (disposizioni del cap. VII della Carta delle Nazioni Unite) o espressamente autorizzate dall'Onu se intraprese da un'organizzazione regionale (cap. VIII); devono quindi avvenire sotto comando "soprannazionale" e nell'osservanza della Carta delle Nazioni Unite e delle pertinenti convenzioni giuridiche internazionali, a cominciare da quelle dei diritti umani.
Per le funzioni di polizia internazionale che prevedano l'impiego di personale militare, questo deve essere adeguatamente educato e addestrato a fini che non sono di guerra.
Ai sensi del vigente diritto internazionale, l'"intervento d'autorita'
della Comunita' internazionale" non puo' essere effettuato da uno Stato o da un gruppo di stati.
Poiche' questa funzione spetta all'Onu, gli stati hanno l'obbligo di mettere le Nazioni Unite nella condizione di agire con tempestivita' ed efficacia.
Tutto il discorso sull'inefficienza e i ritardi dell'Onu si ribalta sugli stati, e' un boomerang nei loro confronti.
Non solo il regime di Milosevic, ma anche la Nato, sta mettendo a rischio un patrimonio di civilta' giuridica e istituzionale che era stato con passione sancito all'indomani della seconda guerra mondiale: la Carta delle Nazioni Unite (la si invochi e la si commenti nelle scuole, in Parlamento, nei Consigli comunali, regionali e provinciali, in particolare si rifletta sul suo preambolo), la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, le successive Convenzioni giuridiche (si rifletta in particolare sulla Convenzione sui diritti dei bambini), il sistema della cooperazione multilaterale, la filosofia dello "sviluppo" umano, il divieto dell'uso della forza al di fuori del controllo diretto dell'autorita' sopranazionale delle Nazioni Unite, la decolonizzazione politica, gli embrioni di democrazia internazionale.
Questo balzo di qualita' della civilta' giuridica e politica mondiale, questa genuina apertura di "universale" sul futuro dell'umanita', questo patrimonio di ideali che ampi strati di societa' civile globale - solidarista e pacifica - vogliono difendere e sviluppare, questi "segni dei tempi" che, dalla "Pacem in Terris" in poi, i Sommi Pontefici non si stancano di additare perche' siano colti e fatti fruttificare, vengono oggi messi a rischio da esponenti di classi governanti che dimostrano, nei fatti, di non avere ne' la qualita' culturale ne' l'ispirazione valoriale ne' il buon senso comune dei grandi statisti che hanno pensato e voluto le Nazioni Unite.

C'E' UN JET-SET DI SIGNOROTTI DELLA POLITICA MONDIALE CHE HA NELLE SUE MANI GRAN PARTE DEL POTERE IDONEO A FARE GRAN PARTE DEL BENE POSSIBILE IN QUESTO NOSTRO MONDO, SEMPRE PIU' INTERDIPENDENTE, MA CHE USA PROTERVIA, MUSCOLI E STUPIDITA' INVECE DI SAGGEZZA, COMPETENZA, SENSO DEL DIRITTO, CAPACITA' POLITICA, ABILITA' NEGOZIALE.

Sotto i macabri vessilli di mammona e dell'industria di guerra, si distrugge, non si costruisce.
Tutto un patrimonio di valori universali, di idealita', di buone volonta', l'azione paziente degli operatori della speranza e dei costruttori di pace, che sono attivi in ogni parte del mondo, nelle condizioni piu' difficili, e' messa a rischio da un "campo di disvalori" che pare avanzare come un rullo compressore. Il diritto intanto e' in lutto, intere popolazioni sono stremate, tante coscienze sanguinano anche in occidente. Che queste ultime reagiscano.
Troveranno adesioni in ogni parte del mondo, da parte dei tanti che possono fare udire la loro voce soltanto nel "foro morale" delle Nazioni Unite.
Si passi all'azione, si faccia politica perche' denaro e "volonta'" siano spesi per fare funzionare e democratizzare l'Onu, non per fare le guerre.
Momenti come l'attuale, ove si contrappongono due disegni di ordine mondiale radicalmente antitetici, sono quelli della "prova", della testimonianza personale, costi quel che costi.
Non si puo' negoziare sui valori umani universali, ne' con Milosevic ne' coi signori della guerra.
Si' si', no no.
Per i cristiani, quale momento piu' propizio a far fruttare il discorso evangelico delle Beatitudini?

STRATEGIE ALTERNATIVE DI DIFESA PER INTERVENIRE NEI CONFLITTI

Delegittimare la guerra, per trovare una pace giusta

di Angela Dogliotti Marasso

"L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (art.11)

Le tragiche esperienze di genocidi, deportazioni, bombardamenti avevano portato i costituenti a fondare su questa decisiva affermazione di civiltà il patto di convivenza nel nostro paese nell’immediato dopoguerra.

Altri massacri, pulizie etniche, deportazioni hanno insanguinato, da allora, il nostro secolo: la guerra non è uscita dalla storia, anche se la coscienza comune ne percepisce chiaramente tutto l’orrore. E’ difficile trovare oggi qualcuno che la esalti ancora come "igiene del mondo", ma ciò che è rimasto nel profondo della nostra sedimentazione culturale è l’essenza della sua legittimazione come strumento della politica.

Si dice infatti di questa guerra: tutte le vie pacifiche sono fallite, non si può accettare il genocidio del Kossovo, "la Nato non deve perdere l’occasione di colpire a fondo, costringendo Milosevic a una cessazione delle ostilità non provvisoria e unilaterale, ma sostanziale e risolutiva"(Gianni Vattimo, La Stampa del 7/4/99)

E’ su questo punto che dobbiamo rispondere, questo è il nocciolo duro da intaccare: delegittimare la guerra; affermare, costruire, sviluppare strategie alternative di difesa e di intervento nelle situazioni di conflitto.

Perché non è vero che tutte le vie pacifiche siano fallite, è vero piuttosto che non sono state adeguatamente seguite le alternative alla guerra che nel corso del conflitto tra dirigenza serba e Kosovari si sono presentate:

a- non è stata sostenuta, da un’Europa indifferente, la decennale resistenza nonviolenta dei Kosovari , che aveva finora impedito la guerra nel punto più caldo dei Balcani, mentre è stato favorito il conflitto armato appoggiando e armando l’UCK;

b- Milosevic è stato premiato con l’eliminazione delle sanzioni di primo livello e con accordi economici , anche da parte dell’Italia (STET, FIAT...);

c- la missione degli osservatori OSCE, che ha svolto un positivo lavoro di interposizione e di mediazione tra le milizie serbe, l’UCK e la popolazione civile, è giunta troppo tardi ed è stata solo parzialmente realizzata (1400 verificatori su 2000)

d- è stato svolto un insufficiente lavoro diplomatico in ambito ONU e OSCE, lavoro che avrebbe potuto individuare le forme di un intervento, anche limitato, ma accettabile da tutte le parti

Ma a queste argomentazioni si risponde che non possiamo andare a vedere quali errori siano stati fatti nel passato, perché di fronte al massacro era necessario prendere una decisione immediata, per fermarlo.

Ma come si può chiederci di non ragionare sul passato se è proprio dalle omissioni, dalle indifferenze, dagli errori del passato che si è sviluppata l’attuale, tragica situazione? Non si può sostenere che la guerra è l’unica risposta quando essa non è che l’ultimo anello di una serie di opzioni politiche che, in quanto prigioniere di una cultura di legittimazione della guerra, hanno avuto l’effetto di mettere in atto una profezia che si è autoavverata. Perché, infatti, non sostenere Rugova e armare, invece, l’UCK? Non significa ciò, nella migliore delle ipotesi, sentire solo la ragione delle armi? E quale morte annunciata più della tragedia del Kossovo? Bisognava aspettare fino ad ora per scoprire il volto feroce di Milosevic?

Non solo, ma l’intervento NATO anziché proteggere i Kosovari, li ha esposti ancor più, in modo irresponsabile (un paradosso dell’etica della responsabilità...), alla pulizia etnica di Milosevic e alla vendetta delle milizie serbe, ponendo la necessità di una nuova escalation della guerra. Di questo passo, ci saranno ancora Kosovari da salvare quando la resistenza serba sarà piegata? Non si rivela in questo modo il fatale destino della eterogenesi dei fini quando la violenza vuole farsi giustizia?

Oltre a ciò, i bombardamenti sulla Serbia hanno ottenuto finora come risultato:

- di ricompattare i Serbi attorno a Milosevic, isolando i dissidenti;

- di incrementare gli odi reciproci, di cronicizzare le separazioni etniche;

- di isolare i moderati di entrambe le parti , favorendo invece le posizioni estreme e rendendo così più difficile una reale soluzione del conflitto.

Per questo siamo convinti che non esistono alternative alla ricerca di una alternativa alla guerra.

E per questo i movimenti nonviolenti hanno approfondito la ricerca e la sperimentazione di forme di intervento, di interposizione, di difesa civili (caschi bianchi, berretti bianchi, PBI, ambasciata di pace a Pristina, reti di donne attraverso i confini, mediazioni della diplomazia non ufficiale come quelle della Comunità di S.Egidio...)

E’ un segno di speranza che queste iniziative, sviluppatesi nell’ambito della ricerca per la pace e della diplomazia popolare, siano oggi riconosciute anche a livello istituzionale, sia in Italia dalla Legge 230/98 che prevede la predisposizione di forme di difesa civile non armata e nonviolenta, sia in Europa, dalla raccomandazione del 10/2/99 del Parlamento Europeo (per sostenere la quale il Movimento Nonviolento è impegnato da tempo), che prevede l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo, organismo che prefigura una strategia alternativa di intervento nei conflitti, nella quale l’Europa potrebbe svolgere un ruolo fondamentale e non subalterno a nessuno Si fermi dunque la guerra prima che i suoi effetti diventino irreparabili per la futura convivenza in quelle terre martoriate; la parola torni subito alla diplomazia e alle legittime istituzioni internazionali, nate per risolvere le controversie con mezzi più civili e umani della guerra. Se forza di interposizione armata deve esserci, sia una forza multinazionale sotto egida ONU e OSCE.

E poi si convochi al più presto una Conferenza internazionale di pace sull’Europa del sud-est, "non di spartizione in pericolosi stati etnici, ma per aiutare la convivenza delle culture diverse sulla stessa terra, che è l’unica formula della pace giusta".

segreteria nazionale del Movimento Nonviolento

Un anno fa c'era la guerra in Kossovo

Un anno fa c’era la guerra in Serbia e nel Kossovo. Ora la pace non c’è ancora, ma qualche timido segnale comincia a vedersi. Fa ben sperare la dichiarazione congiunta dei tre capi delle comunità religiose kossovare. Sappiamo però che per evitare la guerra, purtroppo non bastano le buone intenzioni. Bisogna innanzitutto abolire le cause e gli strumenti che permettono lo scoppio dei conflitti armati: a cominciare dagli eserciti e dall’industria bellica. A questo tema dedichiamo gran parte del numero di Azione nonviolenta.

Un comune impegno morale delle comunità religiose kossovare

Noi, leaders religiosi delle comunità religiose tradizionali del Kossovo, la Comunità Islamica, la Chiesa Serba Ortodossa e la Chiesa Cattolica Romana, preoccupati per la lentezza e l’inefficace compimento del piano di pace in Kossovo, in occasione della nostra visita di lavoro con il Consiglio Interreligioso della Bosnia Erzegovina, abbiamo deciso di emettere la seguente comune dichiarazione:

1. Tutte le popolazioni in Kossovo sono state sottoposte ad enormi sofferenze. Siano rese grazie a Dio che la guerra è finita, ma sfortunatamente continua ad esserci insicurezza e violenza. Nostro dovere ora è stabilire una pace durevole basata sulla verità, la giustizia e la vita comune.

2. Noi riconosciamo ed accettiamo che le nostre comunità religiose differiscono le une dalle altre, e che ciascuna di esse si sente chiamata a vivere fedele al proprio credo. Allo stesso tempo riconosciamo che le nostre tradizioni spirituali e religiose possiedono molti valori in comune e che questi valori condivisi possono servire come autentica base per una mutua stima, cooperazione e libera vita in comune sull’intero territorio del Kossovo.

3. Ciascuna delle nostre tradizionali chiese e comunità religiose riconosce e proclama che la dignità dell’uomo e il valore umano è un dono di Dio. Le nostre fedi, ciascuna nel suo proprio modo, ci chiamano al rispetto dei fondamentali diritti umani di ogni persona. La violenza contro le persone o la violazione dei loro diritti fondamentali per noi non solo sono contrarie alle leggi fatte dagli uomini, ma anche infrangono la legge di Dio.

4. Noi inoltre, nel mutuo riconoscimento delle nostre differenze religiose, condanniamo ogni violenza contro persone innocenti ed ogni forma di abuso o violazione dei fondamentali diritti umani, e specificamente noi condanniamo:
- gli atti di odio basati sull’etnicità o le differenze religiose;
- la profanazione di edifici religiosi e la distruzione di cimiteri;
- l’espulsione della gente dalle proprie case;
- l’impedimento del libero diritto di ritorno alle proprie case;
- gli atti di vendetta;
- l’abuso dei mezzi di comunicazione allo scopo di diffondere odio.

5. Infine, noi richiamiamo tutte le persone di buona volontà ad assumere la responsabilità delle loro proprie azioni. Trattiamo gli altri come vorremmo che essi trattassero noi.

6. Con questa dichiarazione noi facciamo appello a tutti i nostri fedeli in Kossovo, alle autorità locali e ai rappresentanti della comunità internazionale in Kossovo.

Dr Rexhep Boja
Mufti e Presidente della Comunità Islamica del Kossovo

H.E. Dr Artemije Radosavljevic
Vescovo di Raska e Prizren, Chiesa Ortodossa Serba

H.E. Marko Sopi
Vescovo di Prizren, Chiesa Cattolica Romana

Finché c’è guerra c’è speranza (per i mercanti d’armi)

La BBC ha dichiarato che la guerra del Kossovo è costata in totale 50 miliardi di Euro (centomila miliardi di lire).
The Guardian ha scritto che la ricostruzione costerebbe più di 31 miliardi di Euro (62.000 miliardi di lire).
I costi dei bombardamenti hanno superato i 160 miliardi FB (8000 miliardi di lire).
In totale, durante la guerra nel Kossovo, sono stati utilizzati circa 23.000 fra missili e bombe.




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