Israele - Palestina

Il Movimento Nonviolento aderisce e partecipa alla manifestazione del 17 gennaio ad Assisi
“per la pace in Medio Oriente”

Infatti è assolutamente necessario agire per la pace, contro ogni guerra e contro ogni uccisione.
Ma occorre che le manifestazioni di pace siano limpide nei contenuti e nelle condotte.

Conseguentemente occorre non solo battersi contro i raid terroristici di Israele a Gaza, ma anche contro gli attacchi missilistici di Hamas verso il sud di Israele.

Purtroppo il manifestare contro i criminali e stragisti raid israeliani e solo contro i criminali e stragisti raid israeliani rivela una posizione che non è contro la guerra, contro il terrorismo, contro le uccisioni, ma che è prevalentemente solo contro Israele, ed è prevalentemente solo contro Israele perchè al fondo di alcune mobilitazioni agiscono ancora antiche pulsioni per le quali vi è un nome preciso.

La politica del governo di Israele è criminale, stragista, violatrice dei più fondamentali diritti umani. Ma la popolazione israeliana ha diritto alla solidarietà del mondo intero. Tutti coloro che vogliono colpire l'intera popolazione israeliana come rappresaglia per i crimini del suo governo riproducono la medesima mentalità e la medesima condotta che presiede ai raid su Gaza, che presiede ai lanci di missili sul sud di Israele, che presiede alla logiche del genocidio.
Il popolo palestinese ha diritto alla solidarietà del mondo intero. Hamas no. Hamas è un'organizzazione violenta. Il fatto che abbia vinto le elezioni - grazie anche alla corruzione dei gruppi dirigenti - non cambia questo fatto: anche il nazismo vinse le elezioni.
Non ci fosse stata la Shoah, la vicenda palestinese sarebbe stata del tutto diversa: ma la Shoah c'è stata. E non vi fossero stati duemila anni di persecuzione antiebraica la vicenda palestinese sarebbe stata del tutto diversa: ma quei duemila anni di persecuzione vi sono stati, e tuttora continuano.

A noi sembra che non sia possibile una solidarietà effettiva col popolo palestinese che non sia anche solidarietà effettiva con la popolazione israeliana.
A noi sembra che non sia possibile una denuncia effettiva dei crimini dei governi di Israele che non sia anche una denuncia effettiva dei crimini dei gruppi e dei regimi fondamentalisti e terroristi che continuano ad agitare e praticare la parola d'ordine della distruzione dello stato di Israele e dello sterminio della componente ebraica della sua popolazione.

Ma soprattutto a noi sembra necessario che cessino immediatamente le attività militari –  israeliane e palestinesi -, che cessino le uccisioni, e che si cominci subito a soccorrere tutte le vittime e a ricostruire condizioni di vita sicure e degne per tutti gli esseri umani.

E’ con questo spirito che sabato 17 gennaio 2009, gli amici del Movimento Nonviolento saranno ad Assisi, e saranno lieti di veder sventolare le bandiere della pace e della nonviolenza a fianco di quelle della Palestina e d’Israele.

Movimento Nonviolento

Verona, 13 gennaio 2009

Appello a tutte le donne e uomini di buona volontà

Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti dovranno essere ancora uccisi prima che qualcuno decida di intervenire e di fermare questo massacro? Quanti morti ci dovranno essere ancora prima che qualcuno abbia il coraggio di dire basta?

Fermare la guerra a Gaza è possibile!
Rompiamo il silenzio dell’Italia

Sabato 17 gennaio 2009

ore 10.00
Tutti ad Assisi
per la pace in Medio Oriente


Non vogliamo essere complici della guerra ma costruttori di pace!

In nome dei diritti umani e della legalità internazionale,
rompiamo il silenzio e gridiamo insieme: “Fermatevi! Fermiamola!”


La guerra deve essere fermata ora. Non c’è più tempo per la vecchia politica, per la retorica, per gli appelli vuoti e inconcludenti. E’ venuto il tempo di un impegno forte, autorevole e coraggioso dell’Italia, della comunità internazionale e di tutti i costruttori di pace per mettere definitivamente fine a questa e a tutte le altre guerre del Medio Oriente. Senza dimenticare il resto del mondo.

Giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche: “a ciascuno di fare qualcosa!“

“Non ci sarà pace nel mondo finchè non regnerà in quelle terre piena pace. E tutti gli sforzi di pace in quelle terre avranno una ripercussione straordinaria sul pianeta intero.” Card. Carlo Maria Martini

I promotori dell’Appello “Dobbiamo fare la nostra scelta”
Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera - Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni)

Per adesioni e informazioni:
Tavola della Pace, via della viola 1 (06100) Perugia Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337 - e mail: segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it

Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani,
via della Viola 1 (06100) Perugia - tel. 075/5722479 - fax 075/5721234
email: info@entilocalipace.it www.entilocalipace.it

Complici della guerra o costruttori di pace? L'appello della Tavola per la pace


APPELLO DELLA TAVOLA DELLA PACE
Fermare la guerra a Gaza non è un obiettivo impossibile.
Dobbiamo fare la nostra scelta.
Complici della guerra o costruttori di pace?


Quanti bambini, quante donne, quanti innocenti dovranno essere ancora uccisi prima che qualcuno decida di intervenire e di fermare questo massacro? Quanti morti ci dovranno essere ancora prima che qualcuno abbia il coraggio di dire basta?


Vergogna! Quanto sta accadendo è vergognoso. Vergognoso è il silenzio dell’Italia e del mondo. Vergognosa è l’inazione dei governi europei e del resto del mondo che dovevano impedire questa escalation. Vergognoso è il veto con cui gli Stati Uniti ancora una volta stanno paralizzando le Nazioni Unite. Vergogna!

Niente può giustificare un bagno di sangue. Nessuna teoria dell’autodifesa può farlo. Nessuno può rivendicare il diritto di compiere una simile strage di bambini, giovani, donne e anziani senza subire la condanna della comunità internazionale. Nessuno può arrogarsi il diritto di infliggere una simile punizione collettiva ad un milione e mezzo di persone. Nessuno può permettersi di violare impunemente la Carta delle Nazioni Unite, la legalità e il diritto internazionale dei diritti umani.

Tutto questo è inaccettabile. Inaccettabile è il lancio dei missili di Hamas contro Israele. Inaccettabile è la guerra scatenata da Israele contro Gaza. Inaccettabile è l’assedio israeliano della Striscia di Gaza. Inaccettabile è la continuazione dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Inaccettabili sono le minacce di distruzione dello Stato di Israele. Inaccettabili sono le violenze, le umiliazioni e le immense sofferenze quotidiane inflitte ai palestinesi e la costante violazione dei fondamentali diritti umani. Inaccettabile è il nuovo muro costruito sulla terra palestinese. Inaccettabile è il silenzio e l’inazione irresponsabile dell’Onu, dell’Europa e dell’Italia.

La continuazione di questo dramma è una tragedia per tutti. La più lunga della storia moderna. Nessuno può chiamarsi fuori. Siamo tutti coinvolti. Tutti corresponsabili. Questa guerra non sta uccidendo solo centinaia di persone ma anche le nostre coscienze e la nostra umanità. Il nostro silenzio corrode la nostra dignità.

Complici della guerra o costruttori di pace? Dobbiamo fare la nostra scelta. Altre opzioni non ci sono.

Di fronte a queste atrocità, dobbiamo innanzitutto cambiare il modo di pensare. Non ha alcun senso schierarsi con gli uni contro gli altri. Occorre trovare il modo per aiutare gli uni e gli altri ad uscire dalla terrificante spirale di violenza che li sta brutalizzando. Anche la teoria dell’equidistanza è insensata perché nega la verità e falsa la realtà. La vicinanza a tutte le vittime è il modo più giusto di cominciare a costruire la pace in tempo di guerra.

Dobbiamo uscire dalla cultura della guerra. E’ vecchia e fallimentare. Nessuna guerra ha mai messo fine alle guerre. La guerra può raggiungere temporaneamente alcuni obiettivi ma finisce per creare problemi più grandi di quelli che pretende di risolvere. Non c’è nessuna possibilità di risolvere i problemi dei palestinesi, di Israele e del Medio Oriente attraverso l’uso della forza. La via della guerra è stata provata per sessant’anni senza successo. Anche il buon senso suggerisce di tentare una strada completamente nuova.

Dobbiamo pensare e realizzare il Terzo.
Non sarà possibile risolvere la questione palestinese o mettere fine alle guerre del Medio Oriente senza l’intervento di un Terzo al di sopra delle parti. Oggi questo Terzo purtroppo non esiste. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è ancora paralizzato dal veto degli Stati Uniti. I governi europei sono divisi e incapaci di sviluppare una politica estera comune. Ma questa realtà non è immutabile. Esserne consapevoli deve spingerci a lavorare con ancora maggiore determinazione per pensare e realizzare il Terzo di cui abbiamo urgente bisogno.

Fermare la guerra non è un obiettivo impossibile. Le Nazioni Unite devono cambiare, imporre l’immediato cessate il fuoco, soccorrere e proteggere la popolazione intrappolata nella Striscia di Gaza. L’Europa deve agire con decisione e coerenza per fermare questa inutile strage e ridare finalmente la parola ad una politica nuova. Non può permettersi di sostenere una delle due parti. Deve avere un autentico ruolo conciliatore.

La guerra deve essere fermata ora.
Non c’è più tempo per la vecchia politica, per la retorica, per gli appelli vuoti e inconcludenti. E’ venuto il tempo di un impegno forte, autorevole e coraggioso dell’Italia, della comunità internazionale  e di tutti i costruttori di pace per mettere definitivamente fine a questa e a tutte le altre guerre del Medio Oriente. Senza dimenticare il resto del mondo. Per questo, dobbiamo fare la nostra scelta.

Giovani, donne, uomini, gruppi, associazioni, sindacati, enti locali, media, scuole, parrocchie, chiese, forze politiche: “a ciascuno di fare qualcosa!“


Perugia, 6 gennaio 2009

Tavola della Pace, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la pace e i diritti umani, Acli, Agesci, Arci, Articolo 21, Cgil, Pax Christi, Libera - Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, Legambiente, Associazione delle Ong italiane, Beati i Costruttori di pace, Emmaus Italia, CNCA, Gruppo Abele, Cipsi, Banca Etica, Volontari nel Mondo Focsiv, Centro per la pace Forlì/Cesena, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (prime adesioni, 6 gennaio 2009)
Manda la tua adesione a:

Tavola della Pace, via della viola 1 (06100) Perugia Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337 - e mail: segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it

FERMATEVI SUBITO, FERMIAMOCI TUTTI!

"Quello in corso a Gaza è un massacro, non un bombardamento, è un crimine di guerra e ancora una volta nessuno lo dice".
P. Manauel Musallam, parroco a Gaza, 27 dicembre 2008

Un inferno di orrore, morte e distruzione, di lutti, dolore e odio si sta abbattendo in queste ore sulla Striscia di Gaza e sul territorio israeliano adiacente.

A VOI, CAPI POLITICI E MILITARI ISRAELIANI

chiediamo di considerare che insieme ai 'miliziani' di Hamas state colpendo, uccidendo e ferendo centinaia di civili palestinesi.
Non potete non averlo calcolato.
Non potete non sapere che a Gaza non esistono obiettivi da mirare chirurgicamente.
Non potete non aver messo in conto che da troppo tempo è la popolazione di Gaza a vivere sotto embargo, senza corrente elettrica, senza cibo, senza medicine, senza possibilità di fuga.
Le vostre crudeli operazioni di guerra compiono opera di morte su donne, bambini e uomini che non possono scappare né curarsi e sopravvivere, essendo strapieni gli ospedali e vuoti i forni del pane.
Ascoltate i vostri stessi concittadini che operano nelle organizzazioni israeliane per la pace:"Siamo responsabili della disperazione di un popolo sotto assedio.
Hamas da settimane aveva dichiarato che sarebbe stato possibile ripristinare la tregua a condizione che Israele riaprisse le frontiere e permettesse agli aiuti umanitari di entrare.
Il governo d'Israele ha scelto consapevolmente di ignorare le dichiarazioni di Hamas e ha cinicamente scelto, per fini elettorali, la strada della guerra".

FERMATEVI SUBITO!

A VOI, CAPI DI HAMAS

chiediamo di considerare che i vostri razzi artigianali lanciati verso le cittadine israeliane poste sul confine, sono strumenti ulteriori di distruzione e, per fortuna raramente, di morte, e creano inutilmente paura e tensione tra i civili.
Sono una assurda e folle reazione all'oppressione subita, che si presta come alibi per un'aggressione illegale.
Se foste più potenti, capi di Hamas, vorreste forse raggiungere i livelli di distruzione dei vostri nemici?
E non essendolo, a che scopo creare panico, odio e desiderio di vendetta nei civili israeliani che vivono a fianco alla vostra terra?Quali strategie di desolazione, disumane e inefficaci, state perseguendo?

FERMATEVI SUBITO!

E NOI DONNE E UOMINI CHE APPARTENIAMO ALLA "SOCIETÀ CIVILE" FERMIAMOCI TUTTI!

Sostiamo almeno un minuto accanto a tutti i civili che soffrono.Alle centinaia di ammazzati palestinesi, che per noi non avranno mai nome e volto, come alla vittima israeliana.
Alle centinaia di feriti palestinesi e ai fortunatamente pochi feriti israeliani.A chi ha perso la casa.
A chi non può curarsi.E poi, tutti insieme, alziamo la voce: non è questa la strada che porterà Israele a vivere in pace e sicurezza.
Non è questa la strada che porterà i palestinesi a vivere con dignità in uno Stato senza più occupazione militare, libero e sovrano.I media italiani in questi giorni hanno purtroppo mascherato una folle e premeditata aggressione - esoprattutto l'insopportabile contesto di un assedio da parte di Israele che per mesi ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone - scegliendo accuratamente alcuni termini ed evitandone altri.
La maggior parte dei quotidiani e telegiornali hanno affermato che "è stato Hamas a rompere la tregua".
Invece il 19 dicembre è semplicemente scaduta una tregua della durata concordata di sei mesi.
L'accordo comprendeva: il cessate-il-fuoco, la sua estensione nel giro di qualche mese alla Cisgiordania e la fine del blocco di Gaza.
Questi impegni non sono stati rispettati da Israele (25 palestinesi uccisi solo dalla firma dell'accordo) e quindi Hamas non l'ha rinnovato.
Ancor più precisamente, già ai primi di novembre, Israele aveva rotto la tregua con una serie di attacchi a Gaza uccidendo altri 6 palestinesi.
Aiutiamoci allora a valutare criticamente le analisi spesso falsate dei media per dare maggior forza ad altre voci diventate grida.
Solo poche ore fa, proprio a Gaza, il Patriarca di Gerusalemme celebrava la Messa di Natale riprendendo il suo Messaggio natalizio: "Siamo stanchi. La pace è un diritto per tutti. Siamo in apprensione per l'ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco".
La strada intrapresa invece, lastricata di sangue e macerie, condurrà la gente qualsiasi al macello.
E i suoi capi alla sconfitta.
In primo luogo alla sconfitta umana.

Pax Christi Italia

Appello internazionale di War Resisters' International, perché Israele riconosca il diritto all'obiezione di coscienza

Il Comitato Esecutivo di War Resisters' International, il network ultraottantenne di associazioni pacifiste che collega 90 affiliati in 45 paesi, ha espresso grave preoccupazione per la situazione degli obiettori di coscienza israeliani. La posizione è stata espressa durante l'incontro che si è tenuto a Londra nel weekend passato. Alla luce delle pene crescenti comminate agli obiettori israeliani, il Comitato Esecutivo fa appello al governo israeliano perché riconosca il diritto umano all'obiezione di coscienza. Invita i movimenti pacifisti internazionali a supportare gli obiettori israeliani, e a far conoscere la loro protestacontro le politiche di governo.

Israele non riconosce il diritto all'obiezione di coscienza, che deriva dall'Art. 18 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, di cui Israele è un firmatario. Nonostante questo, e in risposta al numero crescente di obiettori che rifiutano di arruolarsi, le autorità israeliane stanno moltiplicando le condanne per i giovani refusenik. Ancora in violazione del diritto internazionale, gli obiettori di coscienza vengono incarcerati più e più volte - proprio di recente l'obiettore di coscienza Jonathan Ben-Artzi ha ricevuto l'ottava condanna, e Dror Boimel ha iniziato la settima. Allo scopo ulteriore di fiaccare la determinazione di questi giovani, le autorità militari li stanno ora sottoponendo alla prova della Corte Marziale, nonostante abbiano già trascorso in cella oltre 150 giorni. Una corte marziale può condannarli per un periodo massimo di 3 anni. Jonathan Ben-Artzi e Dror Boimel saranno i primi.

Un report della WRI sull'obiezione di coscienza in Israele, recentemente sottoposto al Comitato sui Diritti Umani dell'ONU (e pubblicato in sintesi sul prossimo numero di Azione Nonviolenta, n.d.t.), elenca oltre 180 obiettori di coscienza incarcerati tra il settembre 2001 e il Gennaio 2003 - in tutto, più di 6.500 giorni di carcere.

War Resisters' International chiede al governo israeliano:

  • di riconoscere il diritto all'obiezione di coscienza, e di approvare una
    legge al riguardo secondo gli standard stabiliti dalla Commissione ONU sui
    Diritti Umani nelle risoluzioni 1998/77 e 2002/45;
  • di rilasciare immediatamente tutti gli obiettori in carcere, e di
    posticipare la chiamata alle armi di quanti dichiarano la loro obiezione di
    coscienza al momento in cui ci sarà una legge in materia.
War Resisters' International invita con urgenza le organizzazioni affiliate, le altre organizzazioni pacifiste e ognuno di noi a:
  • esprimere la loro protesta contro l'incarcerazione di obiettori di coscienza scrivendo lettere alle ambasciate, ai militari e al governo di Israele;
  • sostenere gli obiettori di coscienza in carcere inviando loro lettere e
    messaggi;
  • prendere parte alla campagna di WRI in supporto agli obiettori, che
    culminerà il 15 maggio con la Giornata Internazionale dell'Obiezione di
    Coscienza: organizzate azioni di protesta, manifestazioni, seminari,
    dibattiti pubblici, per aumentare la consapevolezza al riguardo e sostenere
    gli obiettori israeliani;
  • unirsi ad una delegazione WRI come osservatori delle corti marziali che
    giudicheranno gli obiettori di coscienza.

Il Comitato Esecutivo di War Resisters' International joanne Sheehan (Chair), Bart Horeman (Treasurer), Ellen Elster, Siva Ramamoorthy
Le forze armate israeliane attraversano un momento difficile?
Uno dopo l'altro, gli obiettori di coscienza vengono inviati alla Corte Marziale
-Uri Ya'acobi è il terzo obiettore che compare dinanzi alla Corte Marziale
-Dror Boymel viene inviato nuovamente al Comitato di Coscienza
-Adam Maor condannato a 28 giorni
-WRI organizza delegazioni di osservatori internazionali in Israele

-Uri Ya'acobi è il terzo obiettore che compare dinanzi alla Corte Marziale
Immediatamente dopo essere stato rilasciato (il giorno prima…!!) da una condanna, Uri Ya'acobi è stato preso dalla polizia militare israeliana eportato ad un Centro di Reclutamento allo scopo dichiarato di "esentarlo dal dovere di svolgere servizio militare". Al suo arrivo ha scoperto, al contrario, che dovrà affrontare la Corte Marziale, e da lì è stato condotto immediatamente alla Prigione Militare n. 4. Uri dovrebbe avere un'udienza preliminare il 23 o il 24 febbraio. L'esercito non ci dà molto tempo per organizzare una presenza, ma vi faremo sapere il più presto possibile dove e quando si svolgerà la seduta.

-Dror Boymel viene inviato nuovamente al Comitato di Coscienza
Ieri l'équipe legale di ACRI (associazioni israeliane a favore dei diritti civili) che difendono Dror Boymel, che è stato incarcerato lo scorso per venerdì in vista di una seduta di fronte alla Corte Marziale, è riuscita ad ottenere per lui una seconda udienza al Comitato di Coscienza (che pure è composto solo da militari), che lo scorso anno ha rifiutato di riconoscerlo come pacifista. Inoltre, è stato rilasciato fino al momento di questa udienza. L'avvocato Michaael Sfard cercheré ora di far valere questo precedente anche per Uri Ya'acobi e Yoni Ben Artzi, il primo della serie.

-Adam Maor condannato a 28 giorni
Sempre nella giornata di ieri, Adam Maor - che sembra non aver ancora accumulato un sufficiente numero di sentenze per avere l'onore della Corte Marziale - è stato condannato ad altri 28 giorni, e nuovamente condotto nella Prigione Militare n. 4, in cella di isolamento. (Per quale terribile violazione del regolamento carcerario sia stato destinato all'isolamento, non sappiamo dire). Un altro renitente alla leva, Yoni Yechezkel è stato invitato a "incontrare uno psichiatra", ma quando è arrivato al Centro per il Reclutamento, per la visita, si è sentito dire di ripresentarsi il giorno dopo per indossare la divisa. A quel punto, è uscito dal Centro...

-WRI organizza delegazioni di osservatori internazionali in Israele È importante che si riescano ad organizzare delegazioni di osservatori internazionali in coincidenza con le udienze degli obiettori israeliani presso le corti marziali - meglio se alla prima udienza, e a quella che dovrebbe essere l'ultima per quell'obiettore. Le udienze verranno rese note in tempi relativamente brevi (circa una settimana di anticipo), perciò abbiamo bisogno di un elenco di potenziali delegati da contattare rapidamente. Chiunque voglia unirsi è invitato a chiamare subito l'ufficio della WRI, concodoc@wri-irg.org tel+44-20-72784040.
Abbiamo anche bisogno di fondi per pagare il villaggio e il soggiorno degli osservatori. Per donazioni o per altre informazioni, contattare info@wri_irg.org

Andreas Speck
War Resisters' International

Arun Gandhi, in Palestina

I Palestinesi valutano l'opzione nonviolenta

di Lawrence Smallman *

”Adottate la resistenza passiva e vincete la libertà”, ha detto Arun Gandhi, il nipote settantenne del Mahatma Gandhi. “Se i Palestinesi avessero adottato una lotta non-violenta contro l'occupazione israeliana, il loro conflitto sarebbe già finito”. 

Il direttore dell'istituto per la Non-violenza del Tennessee e cittadino americano naturalizzato ha visitato migliaia di persone nei territori occupati la scorsa settimana con un messaggio semplice:  Gettare un mattone ad un carroarmato di Merkava è solo uno spreco di tempo ed energia.

"Non penso che la Palestina abbia la capacità economica e militare di confrontarsi con uno stato enorme come Israele, che ha non soltanto un arsenale militare potente ma amici potenti," ha detto alla folla a Abu Dis, vicino alla barriera illegale di separazione.

Ma più tardi, durante una visita al museo dell'Olocausto a Gerusalemme, Gandhi ha criticato il governo israeliano perchè continua a promuovere il sentimento anti-Palestinese.  Ha osservato che Tel Aviv non sta usando l’Olocausto per combattere il pregiudizio e l’avversione, ma piuttosto per promuovere la rabbia e il timore della vittimizzazione.

La reazione alla visita

La sua visita è risultata essere una spinta enorme per un movimento che già sta realizzando progressi notevoli, ha detto il corrispondente di Aljazeera.net in Palestina, Khalid Amayreh.

"La maggior parte dei Palestinesi con cui sono venuto a contatto non hanno che elogi per Gandhi.

La solidarietà che ha dimostrato e la sua comprensione della sofferenza palestinese sono state veramente straordinarie per una figura pubblica così nota”.

Amayreh crede che molti Palestinesi siano completamente convinti della forza della resistenza passiva. Gandhi ha conquistato molti, convertendoli, quando ha parlato ad una folla di alcune migliaia di persone vicino alla barriera di separazione ed ha fatto l'analogia con l'apartheid ed il successo della protesta non-violenta in Sudafrica. E dopo la chiamata, vari movimenti di resistenza non-violenta hanno segnalato un impulso delle richieste per l'addestramento e di informazione.

La preparazione e lo sviluppo

Parlando ad Aljazeera.net giovedì, il direttore della Fondazione Terra Santa in Bethlehem, Sami Awad, ha detto che le richieste dei Palestinesi per imparare ad esercitarsi nella resistenza passiva era maggiore di quanto i suoi sei addestratori avrebbero potuto fornire.

"Attualmente tutti i nostri programmi di formazione hanno liste di attesa. Inoltre siamo notevolmente incoraggiati dalla presenza di massa di ex membri delle brigate di Fatah, che sono convinti che questa è la via per progredire dopo gli anni di lotta nella Al-Aqsa Intifada”, ha detto.

Secondo Awad, l'ultimo corso di due settimane della Fondazione a Qurayat Bani Zaid è stato seguito da un quarto dei 2500 abitanti del villaggio. La maggior parte dell'addestramento ha puntato sul rinforzo della solidarietà fra i Palestinesi, specialmente trattando le dispute interne e i disaccordi, ha detto Awad. "Circa 30% del corso si occupa di che cosa fare sotto il fuoco diretto, un attacco coi gas lacrimogeni, i boicottaggi, i sit-in, come organizzare le dimostrazioni ecc."

Le difficoltà correnti

Anche se Awad crede che tutta la resistenza in Palestine sarà un giorno passiva, lui riconosce una frustrazione importante. "Ogni volta che una guida carismatica capace di condurre la resistenza non-violenta ha cominciato a venire alla ribalta, è stato espulso o imprigionato. Penso che l'esempio più recente di ciò sia Marwan Barghuthi. L'autorità palestinese deve modificare di conseguenza l'approccio.  Sono i nostri capi eletti e realmente devono guidarci in questo”, ha detto Awad.

Richiamando la stessa carenza di leadership, il giornalista egiziano Khalid Diab scrive che il mondo arabo ha bisogno di una guida "con il carisma di Nasser e le fondamenta di Gandhi", capace di dimostrare il fondamento politico e culturale della resistenza pacifica.

"Purtroppo, le uniche persone che finora lo hanno fatto sono alcuni intellettuali arabi e stranieri".

Tuttavia, ci sono segni che l'OLP e i capi di Fatah, in accordo con i gruppi islamici, apprezzano notevolmente la resistenza passiva. Certamente al livello di base, il supporto sta crescendo. Le proteste di massa contro la barriera illegale di separazione e uno sciopero della fame di migliaia di prigionieri per le condizioni di detenzione sono gli esempi più recenti.

Condizioni per il successo

Dagli Stati Uniti, il Rabbi Michael Lerner, redattore della rivista Tikkun, ha detto a Aljazeera.net che la resistenza non-violenta all'occupazione avrebbe un effetto drammatico sul sostegno ad Israele fra la Comunità ebrea negli Stati Uniti, ma ad una condizione:

"La protesta pacifica è l'unica maniera perché i Palestinesi possono mai vincere. Ma dovrà essere tutta o niente. Non può essere che alcune parti della Comunità resistono non-violentemente mentre altre no. Immagini un parallelo con Martin Luther King Jr: se i neri avessero adottato i metodi violenti nello stesso momento in cui stava tenendo i suoi discorsi a Washington, avrebbe potuto realizzare ciò che ha fatto?"

Ma un numero notevole di ebrei americani ha dei dubbi che la resistenza passiva in Palestina possa funzionare.

I dubbi degli occupanti

In seguito all'uccisione di Rachel Corrie da parte di un bulldozer israeliano, un professore associato della Scuola di Studi Ebraici a Dartmouth, Susannah Heschel, ha scritto il suo punto di vista per quanto riguarda il futuro della resistenza passiva.

"La sua [di Corrie] morte è un altro fallimento, un riconoscimento che c'è una tale rudezza nelle azioni israeliane che non lascia spazio per la non-violenza radicale”.

Può la resistenza passiva riuscire di fronte ai bulldozer israeliani? La professoressa si domanda se le condizioni dell'occupazione illegale degli Ebrei abbiano reso improbabile il successo della protesta palestinese non-violenta.

"Data la radicalizzazione all'interno della Comunità ebrea negli ultimi anni, è rimasta una minima possibilità per una protesta pacifica e non-violenta da parte dei Palestinesi ... perché la protesta non-violenta si basa sull'esistenza di una coscienza all'interno dei cuori degli oppressori ed io temo che stiamo perdendo le nostre”. Heschel ha scritto: "Alla coscienza non è lasciato lo spazio per respirare quando il razzismo si impossessa di una società ed il sostegno ad Israele si è radicato in un orribile razzismo ebreo verso i Palestinesi."

Commento israeliano

Parlando della visita di Gandhi in Haaretz la scorsa settimana, il giornalista Amira Hass ha espresso dei dubbi sul fatto che la resistenza non-violenta convenzionale possa funzioniare nei territori occupati, essenzialmente per due motivi. Suggerisce che la società israeliana non sarebbe scossa dalla morte di qualche centinaia di Palestinesi, né capirebbe che è diritto dei Palestinesi svilupparsi sulla propria terra. Secondariamente, afferma Hass, centinaia di migliaia di israeliani hanno interesse che tutti gli insediamenti rimangano sul posto, se non addirittura che si espandano costantemente.

"Per decenni, un complesso intreccio di interessi si è sviluppato. Questa rete complessa, unita con il ben noto mantra circa il rischio esistenziale di sicurezza che proviene dai Palestinesi... ha reso la resistenza palestinese silenziosa per maggior parte degli israeliani. I settori interessati sosterranno l'esercito, qualsiasi mezzo usi per distruggere qualsiasi lotta popolare."

* da: Aljazeera, giovedì 09 settembre 2004

La guerra di Rachel

Le ultime lettere di Rachel Corrie la pacifista ventitreenne americana, che è stata schiacciata e uccisa da una ruspa mentre tentava di impedire che l’esercito israeliano distruggesse le case nella striscia di Gaza.

7 febbraio 2003
Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura,che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome - Alì - o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi "Kaif Sharon?" "Kaif Bush?" e ridono quando dico, "Bush Majnoon", "Sharon Majnoon" nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.). Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l’inglese mi correggono: "Bush mish Majnoon" ... Bush è un uomo d’affari. Oggi ho tentato di imparare a dire "Bush è uno strumento" (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa. Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito. Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall’altro lato del confine. “Vai! Vai!” mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto “come ti chiami?”. C’è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo. Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un’escalation nella guerra contro l’Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell’intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi. Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School.
Un saluto a Olympia.
Rachel

20 febbraio 2003
Mamma,
adesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all’università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall’altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale. La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e forse il paventato “trasferimento di popolazione”. Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell’eventualità di un’incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autoderminazione palestinese. Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma ­ vuole essere sicura che ti chiami. Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti.
Rachel

27.02.03 (alla madre)
Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l'adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della situazione. Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l'esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L'esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest'uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione. Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch'io. Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all'importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche. Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene.Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile - Gaza - da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio. Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch'io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile. Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli.
Rachel

28 Febbraio 2003 (alla madre)
Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail.
Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene. Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia ­ padre, madre e tre bambini­dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il figlio maschio con i compiti d'inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po' lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni della domenica mattina. Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B'razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. ( A proposito, l'altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè. L'inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi "sorella". Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire "Hello. How are you?" in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce ­ e potrebbe alla fine schiacciarli ­ in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità - le risate, la generosità, il tempo per la famiglia ­ contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio. In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili ­ anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo.
Rachel

Associazioni pacifiste israeliane e palestinesi

(Primo riferimento: www.nonviolenceinternational.net)

- Center for Conflict Resolution and Reconciliation, Betlemme, diretto da Noah Salameh, esponente della sezione palestinese dell'International Fellowship of Reconciliation ;

- Rapprocement Centre, Beit Sahour (Ghassan Andoni)

Alternative Information Center, Gerusalemme ( aicmail@alt-info.org ), organizzazione mista, palestinese-israeliana fondata da Jeff Halper e Michail Warchawski, che diffonde informazioni, ricerche e analisi politiche sulle società israeliana e palestinese e sul conflitto in corso, cercando di promuovere una cooperazione "dal basso" tra i due popoli, basata sui valori della giustizia sociale, della solidarietà e del coinvolgimento comunitario (www.alternativenews.org ).

- Neve'-Shalom, Wahat-as-Salam (Oasi di Pace), villaggio comunitario di due popoli (israeliani e palestinesi), tre religioni (ebrei, musulmani, cristiani) e senza religione, fondato da Bruno Hussar, 99766 Doar-na Shimshon; tel 00972-02-991.22.22, fax 00972-02-991.20.98
In Italia: Amici di Neve'-Shalom, Wahat-as-Salam, c/o Mirella Sedini, via Preda 2, 20141 Milano, tel/fax 02-76.00.56.33

- Ta'ayush: Arab-Jewish Partnership

- Coalition of Women for a Just Peace (raggruppamento di associazioni pacifiste di donne ebree e palestinesi cittadine israeliane, tra cui Bat shalom, Donne in nero, Machsom Watch, New profile...); www.coalitionfwomen4peace.org; info@coalitionfwomen4peace.org

Bat Shalom (donne israeliane e palestinesi); www.batshalom.org; batshalom@netvision.net.il

Peace Child Israel (per educazione alla coesistenza Ebrei e Arabi) pci@netvision.net.il ;

- Gush Shalom , associazione pacifista israeliana fondata da Uri Avnery, www.gush-shalom.org; info@gush-shalom.org

- Yesh Gvul

- Taay’ush (in arabo: Vivere insieme), giovani israeliani, ebrei ed arabi, lavorano in maniera politica contro l’occupazione.

- www.btselem.org

- Dor Shalom (ONG israeliana) info@dorshalom.org.il

- Jewish-Arab-Email-Dialogue

- Parent's circle, associazione di genitori palestinesi e israeliani che hanno perso dei figli nel corso del conflitto (www.parentscircle.israel.net ) (vedi seguente)

- Forum delle famiglie, (forse si tratta del Parent’s circle, appena indicato) associazione di genitori israeliani e palestinesi che hanno perso dei figli in scontri armati. E’ un gruppo di pressione in entrambe le direzioni, per la pace e la riconciliazione. Vi hanno aderito finora 190 genitori israeliani e 140 genitori palestinesi. Ne descrive l’ampia attività Bruno Segre nell’articolo Lacrime di pace, in Keshet, rivista di vita e cultura ebraica, anno 1°, n. 1, nov.-dic. 2001, pp. 59-62; keshet@libero.it

- Phisicians for Human Rights (Medici per i diritti umani) spedisce medici israeliani nei villaggi di tutta la Cisgiordania sottoposti al blocco per mettere la loro assistenza sanitaria a disposizione degli abitanti impossibilitati ad uscire dai posti di blocco militari. Fondata nel 1988, associa 300 medici, con un nucleo di 40 (notizia tratta da Ha Keillah, La Comunità, mensile ebraico torinese, febbraio 2002, p. 17).

- L’ultimo movimento nato in Israele si chiama “Settimo giorno” (lo Shabbat ebraico, giorno di Dio dedicato al riposo dal lavoro e alla preghiera e meditazione) e propugna il ritiro dai Territori (notizia tratta da Ha Keillah, La Comunità, mensile ebraico torinese, aprile 2002, p. 6).

www.holylandtrust.org 'Holy Land Trust' è un'organizzazione umanitaria istituita nel 1996 e firmata dal Middle East Council of Churches (Consiglio delle Chiese del Medio Oriente). Lo scopo dell'organizzazione è quello di rafforzare e migliorare le condizioni di vita dei bambini, delle famiglie e delle comunità in tutto il Medio Oriente. Questo scopo è ottenuto attraverso un'ampia varietà di programmi di assistenza per lo sviluppo delle comunità locali e di programmi internazionali come 'Journey of the Magi' (il Viaggio dei Magi) e 'Remember the Innocents.' (Ricordo degli Innocenti). E' in inglese, ma è davvero molto molto interessante.


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