Fausto Bertinotti e la nonviolenza

Riportiamo gli articoli fino ad ora pubblicati sul quotidiano Liberazione a seguito dell'intervento di Fausto Bertinotti che ha aperto il dibattito interno a Rifondazione Comunista sulla nonviolenza.


LA GUERRA È ORRORE

di Fausto Bertinotti

Non è certo difficile comprendere e sottolineare il valore di un'iniziativa di Rifondazione comunista
sulle Foibe. E non mi meraviglierò se essa susciterà discussioni e contrasti. Per noi la ricerca storica
è obbligatoria ed è, in qualche modo, indistinguibile dalla battaglia politica quotidiana e dalle nostre
passioni politiche. E' inutile, infatti, nascondere il fatto che in una ricerca storica condotta da
militanti e da un partito entra in discussione tutto quello che ci anima, il nostro spirito migliore.
E dobbiamo lealmente riconoscerlo. Questa ricerca è dunque collocata dentro un processo politico e di
costruzione di una cultura politica. Un processo che Rifondazione ha iniziato da tempo e che riguarda
il suo modo d'essere, la sua identità e la sua collocazione sulla scena politica. In poche parole la
ricerca storica che noi vogliamo fare, anche parlando delle Foibe, non è neutrale o innocente.
E quindi, naturalmente e giustamente, essa deborderà sull'attualità politica, sugli atti che faremo,
su chi siamo e chi vogliamo essere. Senza attutire i dissensi, dunque, è per me comunque importante
che venga declinato e condiviso il punto di partenza della nostra ricerca. E' del tutto evidente che
c'è, ed è forte, un contrasto con i nostri avversari, con la cultura politica che essi esprimono,
e con le forze che li organizzano. Sarò su questo punto molto chiaro. Noi ci fondiamo sulla negazione
di ogni legittimazione del fascismo, sull'analisi critica della sua storia e anche di ciò che di esso
continua, sotto traccia, a corrompere il tessuto sociale e culturale del paese.

Il nostro antifascismo

Questo è un asse fondamentale della nostra fondazione. Noi siamo e rimaniamo radicalmente antifascisti.
Di quella esperienza e di quella storia rifiutiamo la connotazione di fondo per come si è manifestata
in tempi solo relativamente lontani e come si manifesta, magari in forme diverse, più ambigue, oggi.
E' questo - lo ripeto - un elemento necessario alla nostra fondazione. Riteniamo che l'antifascismo
vada vissuto, attivato e proclamato. Chiarito e proclamato questo punto dobbiamo fare i conti con noi
stessi e farci una domanda. Come si fa ad estirpare il fascismo e i fascismi dalla storia dell'umanità?
E' questo il quesito a cui rispondere per fare davvero i conti con noi stessi. Il nostro antifascismo
non è un omaggio alla storia - anch'esso importante sia chiaro -, non è il ricordo annuale del 25 aprile.
E' molto di più. E' la convinzione della attualità dell'antifascismo. E' la convinzione che esso sia
l'unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile. Esso è il quadro
necessario in cui esercitare il contrasto ed il conflitto fra chi accetta lo stato di cose esistenti e
chi vuole cambiare la società. L'antifascismo è un elemento fondamentale della civiltà di un popolo.
L'"ora e sempre resistenza" di Calamandrei non è un urlo o una testimonianza. Essa manifesta pienamente
la cultura di un popolo. Una cultura avversa alla colonizzazione da parte delle maggioranze e ad una
propensione alla esportazione delle civiltà che va sorvegliata e messa sotto controllo altrimenti
rischia di dominare e di dominarti. E' questo uno dei motivi per cui, nel percorrere la storia del
nostro Paese, non possiamo che militare dalla parte della critica ad ogni forma di patriottismo e
ad ogni forma di violenza, ammantata di patriottismo, che conduce alla guerra. Una critica, questa,
che possiamo manifestare in maniera sommessa e composta anche rispetto a quegli elementi estetizzanti
di patriottismo che si vedono dalle nostre parti, quand'anche indotte dallo stesso Presidente della Repubblica.
Teniamoci lontani, insomma, attraverso una forma di rifiuto, da ogni elemento di nazionalismo ovunque praticato.

'900 dove abbiamo sbagliato

Se è così allora bisogna vedere anche che cosa non ha funzionato in noi, perché poi ci ritroviamo
con questa guerra e con questo terrorismo. Io credo, che nel '900 noi abbiamo perso.
Ha perso la nostra gente, la nostra storia, la nostra cultura politica. Nel '900, il secolo in cui
si è realizzato il più grande tentativo di scalata al cielo e di ascesa delle masse nella politica,
e il tentativo del proletariato di superare la società capitalistica, cioè la società dello sfruttamento
e dell'alienazione, noi abbiamo perso. La partita nel '900 si è conclusa con una sconfitta.
E' solo colpa dell'avversario? Guardate che se diciamo così andiamo a casa, chiudiamo la porta e
buttiamo la chiave. Se l'avversario è indefinitamente più forte di noi è inutile continuare a parlare.
Se invece la storia si fa anche con i "se" allora si può cercare di capire dove abbiamo accumulato
degli errori che hanno contribuito alla sconfitta. La proposta che facciamo non è una nostra invenzione.
Mentre la globalizzazione pareva vincere, il pensiero unico aveva il dominio totale del mondo e noi eravamo
una minoranza sparuta di resistenti, è nato un movimento di critica alla globalizzazione che ha attraversato
il mondo da Seattle, a Genova, a Firenze e che è diventato il movimento della pace. La storia è ricominciata,
ed è ricominciata così. Si è trovata una forma di contestazione di massa, tendenzialmente non violenta al
dominio della globalizzazione capitalista e alla guerra. Ma allora in quel '900 nella nostra storia c'era
anche qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che era proprio necessario massacrarli quelli di Kronstad?
Siamo così sicuri che per salvare il nuovo stato post rivoluzionario andavano massacrati? E siamo così
sicuri che per difendere la rivoluzione bisognava costruire degli stati autoritari? Siamo sicuri che
lo stalinismo fosse proprio la risposta necessaria a quella fase? E che il mantenimento delle tracce
dello stalinismo che si sono da lì irradiate non siano state un elemento, invece, di corrompimento
drammatico dell'alternativa possibile e necessaria del comunismo al capitalismo? E siamo così convinti
che i gulag o non esistevano oppure erano solo un modo per tenere a freno gli egoismi di popolazioni che
non capivano il comunismo? Oppure invece era una modalità attraverso la quale una idea nata per liberare
si rovesciava nel suo contrario in un regime oppressivo? Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni
di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse. Ma al di là
dei numeri terribili quello che è successo, quello sterminio significa che qualche cosa non ha funzionato, o no?
Oppure si è trattato di una perversione orientale, cadendo la quale tutto può tornare al posto giusto?
O non dobbiamo pensare invece che c'è un rapporto tra Kronstadt, il gulag e qualche cosa che ha a che
fare anche con le nostre storie e magari con le Foibe? Non parlo di un rapporto meccanico, ma di una
cultura che consentiva l'idea di un esercizio del potere e una idea dell'avversario come nemico da
fronteggiare, appunto, in termini prevalentemente militari. So che alcuni fanno una similitudine fra
i campi di sterminio e i gulag, fra nazismo e comunismo. Non funziona. Il nazismo è un sistema costruito
per l'oppressione, che nasce e vive sull'oppressione e si esaurisce nell'oppressione di classe, di Stato,
di etnia, sistematicamente e organicamente. Auschwitz è il suo paradigma. Il gulag non è il paradigma
del comunismo, il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è
portata nella pancia e che è determinata da una idea del potere e da una idea della violenza.
Su questa idea del potere e su questa idea della violenza noi dobbiamo fare una revisione coraggiosa.
E' questo, io credo, il passaggio che noi siamo chiamati a fare, non per essere meno comunisti,
ma semplicemente per cercare di essere comunisti.

Rifiutiamo la barbarie del nemico

Ora se guardiamo a ciò di cui stiamo discutendo possiamo affermare due cose.
La prima riguarda il condizionamento esterno del nostro avversario, quanto la natura del
nostro avversario incide su di noi. Tema oggi attualissimo. A me ha fatto molta impressione
l'articolo di un dirigente palestinese che stimo molto, Ali Rashid, che in un momento particolarmente
drammatico in cui Hamas aveva compiuto uno dei molti attentati terroristici ha scritto un articolo dolente,
molto sofferto, in cui diceva: "Questo mio popolo è proprio spogliato di tutto. Non può muoversi,
non può lavorare, non può costruire. Dipende dallo Stato israeliano, se gli viene aperto il passaggio,
se gli viene aperta l'acqua, se gli viene aperto il lavoro. Ma adesso c'è una cosa ancora più terribile.
La barbarie dell'oppressione dei coloni, dell'esercito israeliano, ha imbarbarito anche una parte della
mia reazione, della reazione della mia gente. Quella tensione barbarica entra anche in qualche misura dentro
di me". Questo punto di osservazione non è un atto di nobiltà. E' una lucida analisi politica.
Senza estirpare da noi questo elemento di penetrazione dell'avversario, del suo linguaggio,
della sua logica, della sua cultura non vinciamo e rischiamo di assomigliargli troppo. Troppo.
E in questo caso, qualora anche vincessimo saremmo in realtà in larga misura figli di quella storia
che è il contrario di una storia di liberazione e di emancipazione. E poi c'è un elemento che riguarda noi,
che riguarda la nostra storia, l'idea cioè che le Foibe ci possono capitare addosso non solo per
imbarbarimento indotto dall'avversario, ma perché nessuna cultura forte è immune dalla propensione
fondamentalista. Tanto più pensiamo di avere un'idea del mondo, tanto più è radicata l'idea di alternativa,
di diversità, di un altro mondo possibile, tanto più è alto il rischio che si possa accedere alla scorciatoia
fondamentalistica di imporre con ogni mezzo questo esito. E' in questo modo che chi pensa di dover
esportare una civiltà fa la guerra. Vorrei poter dire anche ai compagni più avversi a questa linea di
ricerca, che come vedete non è vero che noi vogliamo disfarci del passato, ma vogliamo scegliere un
lato del nostro passato contro un altro ed esaltarlo al punto da farlo diventare una pratica sociale,
politica e culturale. Nessuno di noi propone di ricominciare da capo. Noi proponiamo, sulla base
dell'analisi secondo cui il capitalismo oggi porta la guerra come il temporale porta la pioggia,
di sottrarci non solo alla guerra, ma alla cultura della guerra, alla cultura del potere che è
connessa a quella della guerra. E' un potere gerarchizzato, onnipotente quello a cui viene delegata
la sorte della partita. Noi pensiamo che la partita la debbano giocare le moltitudini, le masse e
le classi, non lo stato maggiore. Questo è il punto chiave. Se c'è uno stato maggiore c'è un regime
possibile di guerra. Allora, quelle che appaiono culture deboli e soggetti deboli, noi dovremo
saperlo per nostra storia, sono i portatori del futuro. Perché la classe operaia è il soggetto
del cambiamento se non perché esprime la realtà dello sfruttamento e dell'alienazione? E non
riposa su di essa la possibilità, attraverso la rivolta e la rivoluzione, della liberazione?
Ma se è così non c'è già, nell'antropologia marxiana, il rovesciamento del forte con il debole,
perciò noi siamo forti se siamo deboli, noi siamo egemonici se siamo in grado di valorizzare le
diversità? Ma perché la periferia diventi il centro bisogna che la radicalità sia iscritta in una
pratica di non violenza. Il massimo di radicalità oggi si può esprimere solo con la non violenza,
altrimenti retrocede immediatamente a braccio armato e si inserisce nella dialettica guerra-terrorismo.
Diventa la fine della politica. Se oggi facessimo quella scelta, se fosse in qualche modo compresa
nelle nostre possibilità, sarebbe la devastazione nostra, del campo e della politica. Ieri era una
tragedia e per questo possiamo ragionarci al fine di poterla estirpare dalla nostra storia
valorizzando invece gli altri elementi che sono descritti nella storia partigiana, della Resistenza,
della costruzione delle comunità e poi, via via, della grande ascesa delle lotte di massa,
della nascita del femminismo. Se oggi dovessimo accettare la violenza essa ammazzerebbe soprattutto noi.
Per questo, io credo, noi dobbiamo liberarcene facendo i conti interamente con la nostra storia.

IL NOSTRO DOPOGUERRA

di Marco Revelli (dal manifesto 18 gennaio 2004) "Contro ogni logica bellica"

Con il `900 si è tragicamente consumata la stagione dello scontro "militare" e nell'era della
guerra preventiva serve coerenza tra mezzi e fini. Per questo "l'ipotesi nonviolenta è l'unica
scelta veramente radicale". Riflessioni sul dibattito aperto da Pietro Ingrao "Al potere si
risponde col potere. All'organizzazione con l'organizzazione. Al lavoro con il lavoro.
Alla guerra con la guerra". Così un paio di anni fa, in occasione della presentazione del mio
Oltre il Novecento, Alberto Asor Rosa aveva sintetizzato il "paradigma politico" dei
comunisti novecenteschi, a cui dichiarava la sua adesione. Rina Gagliardi, nel riferirne su
Liberazione, aveva riprodotto la formula con esplicito compiacimento, scegliendo però di
cancellare l'ultima frase. E fu un peccato. Perché quell'ultimo segmento del paradigma - la guerra -
non ne era un'appendice esterna (un optional, si direbbe oggi), ma ne costituiva, al contrario,
un elemento in qualche misura necessario a dar senso al tutto, significando appunto che quella
contrapposizione, quel rapporto antagonistico simmetrico, per essere sostenuto, presupponeva
un conflitto duro, "totale", spinto fino al dispiegarsi della forza nella forma estrema e "selvaggia"
della guerra E perché quella formulazione brutalmente sincera ci avrebbe aiutato a discutere
meglio di quanto non sia in realtà accaduto. Ora Pietro Ingrao (nei due successivi interventi
su Liberazione sulla questione posta da Fausto Bertinotti del pacifismo e della nonviolenza),
ci permette di riprendere il filo di quel ragionamento, e di farlo - grazie all'onestà intellettuale
che lo contraddistingue - nelle condizioni migliori. Senza reticenze, o rimozioni Due cose ci dice
Ingrao. La prima è che la prospettiva dell'uso della forza (della violenza, della guerra) era
parte integrante dell'immaginario e della cultura politica suoi e di quelli come lui. Che, appunto,
anche per chi si batteva per la pace e aveva scelto la strada della democrazia, la guerra appariva,
in ultima istanza, come un'opzione possibile e per certi versi inevitabile. Non costituiva, insomma,
un tabù. La seconda verità che Ingrao ci consegna è il carattere "generazionale" di quella visione
politica. Il suo essere radicata in un preciso luogo storico. Il suo essere "figlia del proprio tempo".

Identità pericolose

Si tende a dimenticarlo, in una discussione spesso un po'
dottrinale e orientata a questioni di principio, ma la militanza politica novecentesca si è
costituita e s'inscrive pienamente in un contesto storico segnato a fondo dalla guerra, da
quella terribile, immane tragedia bellica che fu la prima guerra mondiale e dal suo prolungamento
feroce nei decenni che la seguirono. L'immaginario collettivo, la dimensione esistenziale,
l'identità politica delle generazioni che hanno prodotto la tradizione alta e dura con cui oggi
ci misuriamo, si erano formati interamente nel clima della "mobilitazione totale" scatenata da
quella guerra, e con la guerra erano in buona misura impastati: era bellico il linguaggio; erano
belliche le divise (non c'era formazione che non avesse le proprie "milizie" con le proprie
bandiere e le proprie uniformi); era bellica la poetica che li ispirava (quell'epica di cui parla Ingrao).
Non stupisce che la guerra comparisse, sia pur come extrema.' ratio, nel repertorio dei mezzi cui
affidare l'efficacia della propria azione. Si erano trovati a fronteggiare nemici feroci
("assoluti", potremmo dire), nazismo, fascismo. Avevano subìto la caccia all'uomo implacabile
contro ogni brandello di opposizione, la minaccia della tortura e la cancellazione della libertà
in ogni interstizio della vita sociale. E in qualche misura inevitabile che affidassero la
possibilità di salvezza a una forza eguale (in potenza) e contraria (nelle finalità), capace
di combattere il male (assoluto) di quel tipo di oppressione con il male (relativo) del ricorso
alle armi (di ogni arma, purché efficace). Dunque che convivessero con la guerra senza eccessivo
disagio. Che giungessero anche ad auspicarla, come via alla libertà e all'emancipazione.
Non solo i comunisti, si badi. Intere generazioni di democratici, di liberalsocialisti,
persino di liberali e di cattolici, - di antifascisti in genere - vissero la guerra (e la desiderarono)
come inevitabile strumento di liberazione. E reagirono al Patto di Monaco con lo stesso disgusto di
Ingrao, odiarono Chamberlain e gli attendisti come traditori della causa dell'umanità, soffrirono
la caduta della Spagna prima e poi della Francia come il prodotto di una diserzione. Ricordo che fu
proprio l'argomento "generazionale"' di Monaco - la memoria dei propri sentimenti di quel tempo -
quello con cui Norberto Bobbio spiegò, a noi che insorgevamo, e non lo comprendevamo, in lui che
era stato razionale teorico della pace, il suo possibilismo nei confronti della prima guerra del Golfo.
Difendere le ragioni della nonviolenza, di un pacifismo che non si limitasse a contrastare le guerre
degli altri ma che giungesse a estinguere le' radici stesse dell'opzione bellica "senza se e senza ma"
all'interno del proprio stesso campo politico, quale che ne potesse essere la motivazione e l'obiettivo,
in quell'epoca era impresa terribilmente ardua. E quasi inevitabilmente "impolitica". Chi la tentò
e realizzò in Occidente - e non mancano i casi, da Simone Weil a Aldo Capitini -, lo fece sorretto
da una risorsa "extrapolitica": da una spiritualità e una religiosità difficili da riprodurre fuori
dalla ristretta cerchia dei "persuasi". Quasi tutti gli altri, assorbiti totalmente nel corpo a
corpo con un nemico mortale e totale, non ebbero 'né tempo né modo, allora, di riflettere sulla
retroazione che la violenza opera su chi la pratica. Sulla metamorfosi antropologica che la violenza
impone al soggetto che si trova a "impiegarla" (un tema tipico, invece, della riflessione non-violenta).

Derive globali

Allora. Ma oggi? Oggi che gli effetti di quella deriva sono sotto gli
occhi di tutti? Oggi, quando è ormai ben visibile, nella caduta del comunismo orientale, la
devastazione che il mezzo impiegato ha operato sui fini stessi che avrebbe dovuto servire; e la
rivoluzione, come dice Ingrao, ha divorato i suoi figli. Ma quando è anche ben visibile la devastazione
prodotta a "occidente" da quel contagio bellico (dell'introiezione della pratica della guerra fin nel
cuore dei modello "democratico"), quale la si può leggere nello spettacolo desolante delle potenze
che quella guerra vinsero trasformate a loro volta in macchine belliche (e bellicose), determinate
a imporre il proprio modello politico con la forza, dall'Indocina in poi, lungo la catena che dal
Vietnam arriva su su, fino alla "intrusione umanitaria" e all'aberrazione della guerra preventiva
e infinita, dove la retorica 'della liberazione serve da viatico all'occupazione manu militari.
Per le generazioni che in questa scenario si sono formate, non è forse giunto il momento di aprire
un contenzioso esplicito con quella "tradizione"? Col paradigma politico che ha dominato il Novecento
(e nel Novecento è "esploso")? E di provare "un'uscita in avanti"? Credo che intenda qualcosa di
simile Ingrao quando dice che "forse dobbiamo avere il coraggio di fare un salto". E riconosce a
Bertinotti il merito di "rompere uno schema" (che rischia di diventare davvero una "camicia di Nesso").
L'ha detto bene, d'altra parte, Gigi Sullo - intervenendo ancore su Liberazione in qual dibattito
che proprio da Carta era stato aperto quando ha paragonato l'esigenza attuale, di rottura in avanti
del vecchia paradigma, a quella che spunte, l'altra transizione di secolo, alle origini del Novecento,
quelle generazioni di comunisti a tagliare con l'esperienza della Seconda Internazionale, e
tornare a portare la propria voglia di radicalità e di antagonismo in mare aperto. Né mi sembra,
sinceramente, praticabile la linea di "buon senso" proposta da Tronti sul manifesto di una sorta di
"rivoluzione recuperante" capace di avanzare senza tagliare nessuna radice. Come può una generazione
formatasi nell'epoca in cui la guerra è dilatala forma stessa della vita sociale così come è
concepita dai nuovi poteri "imperiali", e cresciuta da ribelle all'insegna dell'improponibilità
assoluta della guerra come strumento per qualsivoglia causa, immaginare di acquisire una propria
capacità autonoma di azione nel nuovo mondo prodotto dalla globalizzazione, se non sulla base di
un qualche "nuovo inizio"? Dell'elaborazione di un'idea di politica segnata a sua volta da una qualche
discontinuità, capace di incorporare nel proprio paradigma non l'assolutizzazione della forza
- in forma di "potenza" - come era avvenuto per quello precedente, a destra come a sinistra, ma
una qualche entità più congruente con il "mondo altra" che si vuole "possibile"? La produzione di
relazionalità, per esempio, in luogo della tradizionale "conquista del potere". E la nonviolenza
come mezzo adeguato, in luogo della guerra come ultima istanza. Come può, d'altra parte, risalendo
più indietro nella riflessione sul novum radicale introdotto da Hiroshima, dalla distruttività totale di
un'umanità divenuta per la prima volta nella storia tecnicamente capace di annientare se stessa,
accontentarsi dello strumentario conflittuale di prima? E non invece arrischiarsi nell'esercizio
creativo di trovare nuove forme, non distruttive, per il proprio antagonismo? Forme che, liberandolo
dall'involucro di ferro in cui il Novecento e la sua tecnica mortale l'avevano imprigionato, gli
permettano di dispiegarsi nell'estensione che le sfide planetarie di oggi richiedono? Nell'epoca
della guerra preventiva, non è il caso di pensare a una politica "altra" fondata, all'opposto,
sulla logica della "pace preventiva" (la pace, cioè, praticata giorno per giorno nell'azione
quotidiana anziché posta come obiettivo finale da ottenere con mezzi anche violenti)? Lo so che
tutto ciò è ancora assai generico, e non risponde alla domanda decisiva che Ingrao ci rilancia:
"come si incide sui poteri reali del nostro tempo"? Come si tiene aperta la speranza (la possibilità)
che l'ingiustizia assoluta sia rovesciata se si rinuncia al "rapporto di forza"?

Formiche politiche

Ma forse è proprio qui il nodo della questione: il rapporto di forza. Se tuia nuova natura
(oltre che formi) della politica va trovata, essa !loia passa forse proprio dalla rottura di
quella dimensione "simmetrica" dell'antagonismo di cui si parlava all''inizio? Dalla cecità
dì rompere con l'idea che l'antagonismo si esprima solo in un gioco frontale a somma zero, giocato
da entrambi i contendenti sullo stesso terreno e con le stesse unita' di misura, in
cui alla fine conta chi ha accumulato piu' potenza. E di elaborare una strategia "asimmetrica"
(come appunto, asimmetrica e' ormai la guerra) in cui l'alterita' si costituisca anche a partire
dal terreno e dalle risorse che impiega nell'esprimere il proprio antagonismo: non quello (proprio
di "poteri terribili" che minacciano pianeta) del confronto muscolare ma quello (davvero "solo nostro"
dell'uso della parola e del racconta Non l'uso della potenza per conquistare strumenti di coercizione,
ma l'apertura di spazi in cui elaborare la propria socialità altra. In questo quel popolo di formiche
che apparve silenziosamente dieci anni or son nelle strade di San Cristobal de la Casas, qualcosa da
insegnarci forse ce l'ha. Ha lanciato la sua sfida a u potere infinitamente sproporzionato sul piano
della forza, ed è ancora 1 Qualcosa vorrà pur dire. E d'altra parte, tutto ciò che si è mosso,
in questo decennio, dentro é contro Ia globalizzazione, da Seattle ai 500.00 materializzatisi
inaspettati in Indi in questi giorni, passando per quella "seconda potenza mondiale" che è opposta
alla guerra di Bush, muove ormai in una logica lenticolare, disseminata e nonviolenta che rompe
con i centralismi , muscolari non solo dei nuovi poteri ma anche degli antichi ribelli Una riflessione
più attenta la meriteranno pure.

DI FRONTE AL POTERE VIOLENTO NON CI BASTA DIRCI NON VIOLENTI

di Piero Bernocchi,Marco Bersani,Salvatore Cannavò,Luca Casarini (da Liberazione 16 gennaio 2004)

Caro Sandro, cara Rina, la strategia della guerra globale permanente e preventiva non offre scampo
ai popoli, agli uomini e donne della terra intera inglobati in uno stato di "terrore permanente"
fin dentro gli avamposti occidentali più ricchi e non più sicuri, gli aeroporti. Ma tale terrore
non è solo espressione della guerra globale: è sempre più fatto immanente delle società in cui
viviamo, espressione di un rapporto di dominio prodotto dal dispiegarsi delle leggi del capitale
a cui tutto deve soggiacere pena una repressione sempre più indiscriminata - cosa sono, da ultimi,
gli arresti di Roma se non questo? - anzi, pena l'iscrizione d'ufficio nell'albo dei violenti di
turno, sempre troppo contigui al terrorismo e quindi da castigare anche con la galera. E' in questa
torsione semantica e politica che risiede il rischio maggiore per le lotte di cui siamo protagonisti
e che il dibattito, così come avviato dall'intervento di Fausto Bertinotti, contribuisce, purtroppo,
ad alimentare. La violenza come fatto intrinseco al sistema dominante, espressione di un rapporto
di dominio e di potere - anche quando viene monopolizzata dall'attentato terroristico - finisce per
costituire la cifra identificativa delle lotte stesse e dei soggetti che si oppongono allo stato di
guerra permanente. Questa torsione è resa possibile da un'idealizzazione dei concetti che, in luogo
di definire ed esprimere fenomeni reali dotati di variabili e sfumature concrete, finiscono per
diventare pure astrazioni, private del loro contesto e della loro materialità. Il punto è che il
cosiddetto terrorismo, inteso nel senso classico, è un fenomeno storico non una categoria assoluta.
E in quanto fenomeno esprime a sua volta forme ed espressioni differenti. Oggi, ad esempio, la sua
forma più evidente e visibile è quella di coloro (Al Qaeda in primo luogo) che, mediante il
massacro feroce di civili, sembrano rispondere alla guerra permanente con una forma di "guerra
a bassa intensità" altrettanto sporca e spietata, cercando di colpire il "cuore" dell'occidente
ma avendo in realtà come obiettivo cruciale sopratutto il rivolgimento di alcuni stati arabi,
l'Arabia saudita innanzitutto. Ma questo uso del terrore indiscriminato, che non colpisce avversari
"militarizzati" e in armi ma per lo più civili inermi, è cosa ben diversa dall'uso del terrore che
ad esempio i kamikaze palestinesi fanno nei confronti di Israele: uso che, oltretutto, avviene
sotto l'ala oppressiva della sconfitta della lotta pacifica e di massa. E, a sua volta, quell'uso
del terrore si differenzia ancora rivolgendosi, a volte, in maniera indiscriminata, contro i civili,
ma altre attaccando i coloni, assai militarizzati e violenti nei confronti del popolo palestinese,
o, in molti casi, scegliendo obiettivi militari o comunque più classicamente bellici: in questi
ultimi casi usare il termine terrorismo piuttosto che quello di resistenza armata diviene una
scelta ideologica e di schieramento con effetti assai negativi. E altrettanto ideologico e "di
schieramento" è la scelta di un termine o dell'altro nel caso iracheno dove agli attentati di
ignota matrice si susseguono vere e proprie azioni militari contro l'occupazione statunitense,
o inglese o italiana, che nulla hanno a che fare con il terrorismo, ma che divengono espressioni
di una resistenza armata. Tanto più in un contesto che ormai vede veri e propri moti di ribellione
di piazza che avvengono ogni giorno e che segnalano quanto sia esteso il rifiuto dell'occupazione
militare. Queste analisi concrete non puntano affatto a sostenere l'uso del terrore, ma servono o
aiutano a comprendere la realtà in cui operare per averne una rappresentazione il più possibile
esatta. Servono a capire, ad esempio, perché Noam Chomsky può dire che il "terrorista n° 1" sia
George Bush e servono a comprendere il ruolo che, in particolare in Italia, ha avuto il terrorismo
di Stato scagliato contro i movimenti. Ma tale concretezza di analisi scompare del tutto quando
si sceglie la contrapposizione idealistica tra "la Guerra" e "il Terrorismo", quando cioè due
categorie analitiche acquisiscono soggettività politica, quasi una vera e propria personalità e
un intero apparato organizzato: e vengono utilizzate per descrivere non solo l'esistente ma anche
il passato e addirittura l'intero futuro. Così anche il Vietnam diventa un fatto violento esecrabile,
schiacciato sulla deriva autoritaria dello stato vietnamita svalutando quell'effetto di "intontimento
delle classi dirigente americane", di cui brillantemente parla Mario Tronti, che allora ebbe: e,
perchè no, magari anche l'intera attività dei rivoluzionari cubani e dello stesso Che Guevara.
La coppia guerra-terrorismo (addirittura come "spirale"), che ad alcuni sembra così efficace
nella descrizione del presente, invece lo comprime e lo cancella in una dicotomia astratta.
La strategia imperialistica degli Usa punta a questa dicotomia per costringerci a scegliere
tra l'una e l'altra: e quindi se sei contro la guerra globale sei per il terrorismo. E' stato
così nel caso di Nassirya, anche se abbiamo finito per non accorgercene. Quell'attacco militare
contro il contingente italiano - di questo si è trattato come ha sottolineato anche un osservatore
non certo a noi vicino, come Sergio Romano - è stato descritto come un fenomeno terroristico,
naturale conseguenza dell'opposizione alla guerra. Accettare la dicotomia assoluta, la "spirale"
crescente tra i due concetti significa dunque rischiare di assoggettarsi a questa strategia che
in ultima analisi punta a delegittimare qualsiasi obiezione, qualsiasi anomalia nella lineare
strategia di guerra permanente, qualsiasi "diserzione" che, automaticamente, diverrebbe un passaggio
da un campo all'altro dello scontro e non un'alternativa (accusa che infatti Sharon muove ai Refusnik
o che, peggio, sostanzia la direttiva europea sul terrorismo finalizzata a redigere una lista
"nera" di movimenti di opposizione da considerare fuori legge). Continuare a discernere, a
selezionare gli argomenti, a descrivere i fenomeni per quello che sono e rappresentano,
rifiutare la falsa dicotomia guerra-terrorismo, ci sembra invece il lavoro più difficile ma
anche il più indispensabile per seguire una strada di opposizione all'ordine mondiale che gli
Stati Uniti ci vogliono imporre. Si dice, però, che il mezzo per rigettare quella dicotomia -
che nel discorso di Bertinotti non viene smentita, anzi appare condivisa e persino enfatizzata -
e sottrarsi alla morsa micidiale della presunta "spirale" guerra-terrorismo sarebbe il rifiuto
assoluto della violenza e quindi l'accettazione completa della pratica nonviolenta.
Che l'opposizione alla guerra globale permanente sia oggi il movimento di massa su scala mondiale
è un fatto ormai acquisito già dalla risposta che questo è stato in grado di offrire dopo l'11 settembre.
Non crediamo però che questo possa essere riassunto solo nella pratica non violenta. Intanto anche qui la
scelta della terminologia è già una scelta ideologica, politica e persino di schieramento.
Spesso i movimenti, le opposizioni sociali sono costrette a un uso della forza che è cosa ben diversa
dall'esaltazione della violenza, per praticare forme di autodifesa e di resistenza alla repressione,
alla barbarie, allo sfruttamento, al sopruso. Se è vero che non esiste una dicotomia guerra-terrorismo,
ma decine di sfumature, variabili, situazioni concrete diverse di caso in caso (a quale categoria
iscriviamo lo zapatismo o la resistenza colombiana?), anche per quanto riguarda la scelta di
pratiche di lotta esistono modalità molteplici. Tra violenza e non violenza, lo abbiamo dimostrato
anche qui in Italia nel movimento e imparato l'uno dall'altro, esiste la disobbedienza, la resistenza,
il boicottaggio, il sabotaggio, ecc. E queste a loro volta si esprimono in forme differenziate
a seconda dei contesti. Cos'erano, se non questo, via Tolemaide, piazza Da Novi, piazza Dante,
piazza Alimonda il 20 luglio 2001 a Genova? Le manifestazioni, le lotte e quindi le pratiche
scelte si definiscono in funzione assoluta o invece vanno commisurate agli obiettivi che si
scelgono e ai risultati ottenibili?. Violare le "zone rosse" - che ormai costituiscono la
frontiera interna della guerra globale - si misura sul tasso di nonviolenza o sul significato
che ciò esprime per le lotte stesse, sulla fiducia che si accresce, sulla forza che acquista
un movimento? Non si può calare sulle lotte, dall'alto di una definizione astratta, una categoria,
la nonviolenza, che ne cristallizza il divenire e rischia di paralizzarne l'azione. Insomma, non
si può commettere il rischio opposto a quello degli anni Settanta quando sembrava che una determinata
lotta o processo rivoluzionario fossero tanto più degni di nota, quanto più facessero uso della
forza (o della violenza). Queste astrazioni vanno lasciate da parte. Le lotte si commisurano sulla
base della capacità di mobilitazione, sul tasso di partecipazione e di scelta democratica che sanno
garantire; le forme di lotta si definiscono sulla base degli obiettivi che si sono scelti e, in
ultima istanza, si giudicano su quanto rafforzano la fiducia in sé stessi, nelle proprie ragioni,
su quanto allargano consenso e protagonismo sociale, su quanto evitano forme di "avanguardismo" e
di pratica separata ed escludente. Ma naturalmente dipendono anche dall'atteggiamento, e dal grado
di violenza dispiegata da chi il potere gestisce. Perchè se così non fosse, dovremmo dire che avevano
ragione i nazisti a chiamare "banditen" i partigiani. Mezzi e fini non sono disgiunti nel senso che
si scelgono i mezzi migliori per raggiungere i propri fini. I nostri fini sono un mondo senza
sfruttamento, senza padroni, senza guerre, democraticamente "governato", in questo senso pacifico
e in cui l'eliminazione della violenza è giocoforza un processo da acquisire. Per questo il movimento
"no global" non si è mai fatto affascinare dalla violenza gratuita ed è infinitamente "altro" dal
terrorismo. Certamente aspiriamo a un mondo senza violenza e a un percorso di lotte il più possibili
immuni dalla violenza. Ma l'altro mondo possibile che vogliamo è costruito giorno per giorno,
in scelte quotidiane, in lotte quotidiane, spesso difficili, in scontri non voluti ma imposti da
leggi ingiuste e dalla repressione. Lotte che non sempre possono scegliere, pena l'immobilismo,
tra violenza e nonviolenza, avviluppate come sono dalla violenza del potere: e che in certi casi
devono anche autodifendersi. Possono scegliere, invece, di essere partecipate, co-decise, mezzi
consapevoli e autodeterminati aventi come fine un mondo migliore.

MA IL TERRORISMO ISOLA CHI LO FA E RENDE LE MASSE SPETTATRICI

di LIDIA MENAPACE (da liberazione)

Sulle pratiche terroristiche non esprimo un giudizio etico: delle sue azioni ciascuno/a
risponde alla sua coscienza e - se non se ne sottrae - alla legge positiva. Non esprimo
nemmeno un giudizio assoluto. Si tratta di un fenomeno storico e per tale lo valuto.
Se fu praticato dai Tartari mi interessa poco, dato che non fluisce più nella storia di oggi,
praticato dai Narodnikj, i populisti russi, tra i quali vi era Leo Jogiches e la stessa Rosa,
che se ne distaccarono (ma vi passarono, sia detto per scandalo delle anime belle).
Mi interessa invece, perchè riguarda una persona della quale voglio rinnovare la memoria,
non museale, ma attiva e viva. Politicamente sul fenomeno terrorismo nelle sue varianti
storiche e geopolitiche dò un giudizio negativo: non tanto per la ferocia persino autodistruttiva
o perchè ci vanno di mezzo innocenti (anche: ma questo è un giudizio generico che riguarda
troppe cose per essere un fondamento saldo) ma perchè il suo scopo dichiarato o comunque il
suo effetto non eludibile è che allontana le masse, le passivizza, le colloca in un limbo di
inattività a fare da spettatrici. E per questo a me oggi pare sempre un fenomeno di destra
per quanto rivoluzionaria possa essere la soggettività di chi lo pratica. Chiamo dunque terrorismo
una azione molto violenta contro persone agita individualmente o in un piccolo gruppo con una
esposizione personale "eroica", che a me non piace mai: resto con Bert Brecht: "Beato il popolo
che non ha bisogno di eroi". Non è invece terrorismo la resistenza anche armata o la guerriglia,
che ha una organizzazione e ha bisogno dell'appoggio popolare come del pane. Ricordiamo il motto
di Ho Chi Minh che il partigiano è come un pesce nell'acqua e l'acqua è appunto il favore popolare
che deve assolutamente conquistare e mantenere. La resistenza anche armata è legittima dal punto
di vista del diritto internazionale per qualsiasi popolo occupato e da lì non mi muovo: il popolo
iraqeno invaso e occupato ha il diritto di lottare contro gli occupanti e delle morti che ne seguono
rispondono quelli che hanno mandato soldati ad occupare, vergognosamente: oggi i carabinieri uccisi
a Nassiriya servono per consentire a imprese italiane di lucrare sulla "ricostruzione" dell'Iraq.
Davvero assassini, come dissi a Parigi dando la notizia durante il Forum delle Donne. Non sollevo
dunque nessun rilievo critico sulla legittimità della guerriglia o della resistenza armata iraqena:
se interpellata tuttavia non giudicherei allo stesso modo qualsiasi gruppo resistenziale: a me che
vincano i sunniti o gli sciiti, come in Egitto magari i fondamentalisti islamici, come in Iran
vinsero gli Imam, davvero non piace: so bene che qualsiasi dittatura è esecrabile, ma comunque
le dittature religiose sono -almeno per le donne - peggio ancora di quelle laiche: per dirlo con
esempi chiari, le donne Afgane stavano meglio con Najibullah che con i Talebani o con il governo
di destra di oggi; le donne pakistane poco giovamento hanno dal fatto che il loro governo appoggi
e sia appoggiato dalla "democrazia occidentale". In Iraq certo le donne avevano più agibilità con
Saddam di quanta ne avrebbero in una democrazia teocratica. Sarebbe come aver accettato durante
la Resistenza che il fascismo cadesse per far posto allo stato pontificio o alla monarchia rafforzata
e per restaurare lo Statuto albertino invece di fare la Costituzione. Interpellata, in più direi
come scelta e indicazione personale che preferisco boicottaggi e sabotaggi, pozzi incendiati e
binari fatti saltare che attentati a persone, mine sulle strade ecc.. E qui voglio ricordare che
l'azione nonviolenta non è affatto necessariamente legale o remissiva e comprende appunto sabotaggi
boicottaggi attentati a cose. A me sembra che sia un atteggiamento conservatore quello di chi si
appella al passato prossimo non per dare uno spessore storico al suo cammino in avanti, ma per avere
un esempio rassicurante e agire una sorta di coazione a ripetere. Conviene anche ricordare che le pur
gloriose e legittime guerriglie e lotte armate di resistenza alle invasioni (Vietnam) o alla tirannia
interna (Nigaragua, Cuba) hanno prodotto o regimi autoritari e inamovibili o addirittura l'andata al
potere di governi di destra. Conviene fare uno sforzo di creatività e trovare nuove strade: una scelta
di azione collettiva nonviolenta del tutto interna alla storia del movimento operaio e sindacale e a
quello delle donne a me pare interessante. Un atteggiamento di questo tipo starebbe bene immesso nelle
lotte degli autoferrotranvieri: piuttosto che una ripetizione un po' fuori tempo massimo dei CUB e
delle lotte operaie dell'autunno caldo. Si può altrimenti diventare persino subalterni: se i
ferrotranvieri non vedono la differenza tra mercato e servizi e non si danno da fare per un pieno
coinvolgimento dell'utenza non solo a sostegno passivo della loro lotta, ma con propria presenza
(come ad esempio invece fanno i Cobas contro la riforma Moratti, insieme a genitori e associazioni)
rischiano l'isolamento e la ripetitività, e sembrano lasciar credere che anche per loro i servizi
sono un pezzo del mercato.

INSURREZIONE, RESISTENZA, INSUBORDINAZIONE, DISOBBEDIENZA...

di Daniele Farina

Diversamente da quanto espresso ieri da Cannavò e altri compagni non credo affatto che
l'intervento di Bertinotti abbia alimentato alcunché di ambiguo o peggio di negativo.
Prosegue semmai un dibattito di lungo periodo rialimentatosi nel movimento dopo i fatti
di Genova 2001. Sono tra quelli che, in quel frangente, respinse l'idea che di fronte ad
un ordine pubblico palesemente uscito dai cardini, fino all'omicidio, servissero servizi
d'ordine, e non, piuttosto, forme estese e condivise di autotutela personale e collettiva.
Tra quelli che all'indomani della manifestazione del 4 ottobre scorso ha espresso contrarietà
evidente sulla conduzione di quella manifestazione e gli effetti sul movimento. Non oggi
discutiamo dunque sull'onda di una palese operazione politico-giudiziaria ma riprendiamo il
filo di un ragionamento mai realmente interrotto. La disobbedienza come processo sociale
dimostra una straordinaria estensione: è entrata nel vocabolario materiale di larghi settori
sociali, nelle lotte di Basilicata contro le scorie nucleari, in quelle degli autoferrotranviari,
nelle mobilitazioni per il diritto all'abitare o allo studio. Un grande, immaginario,
luogo comune nel quale la tradizione non violenta, quella di Capitini, si confronta con
altre pratiche, tra le quali quelle comuniste ed eterodosse di molti di noi. Ne sta emergendo
un linguaggio che declina la non violenza in una forma nuova e diversa da ciascuna di esse,
fortemente attualizzata. Del che sembra non rendersi conto anche quella parte del movimento
che attribuisce a pratiche nuove significati antichi, prigioniero di gabbie semantiche e politiche.
Errore, questo sì, che cristallizza e paralizza l'azione. D'altro canto se il reciproco riflettersi
di guerra e terrorismo va rotto in qualche punto è all'interno di questa novità che il cuneo va
cercato e non certo in una disputa geometrica sulle forme di questa relazione. Questo è anche il
luogo nel quale si concretizza l'obiezione e la diserzione alla guerra, in cui disobbedienza e
boicottaggio acquisiscono legittimità sociale. Non ho dubbi che l'ondata di movimenti globali
sviluppatasi dal 1999 in avanti ha portato con se l'eredità del passato e che riaffiorino i
felici detriti di un conflitto irrisolto. Che proprio la guerra, nelle sue varie declinazioni,
terrorismo compreso, ci ponga di fronte in modo più stringente ad una necessaria e radicale
trasformazione dell'esistente, quasi ad uno stato di necessità, entro un modello di sviluppo,
che per convenzione chiamiamo neoliberista, percepito come socialmente e ambientalmente intollerabile.
Che riemerga un problema di legittimità delle forme di lotta che si intreccia ad uno "ius resitentiae"
che permea la nostra cittadinanza. Dalla dichiarazione giacobina del 1793 "di fronte all'ingiustizia
e all'oppressione l'insurrezione è il più sacro dei diritti dei cittadini", attraverso l'irredentismo
italiano, l'articolo di Dossetti in sede costituente, "la resistenza individuale e collettiva...
è diritto e dovere di ogni cittadino", lungo la guerra d'Algeria e l'insubordinazione dei 120
intellettuali francesi, attraverso la disobbedienza civile del movimento Usa per i diritti civili,
e via di questo passo, fino allo zapatismo, c'è un filo piuttosto visibile che arriva fino a noi.
Ma è un sentiero che si modifica nel tempo, dall'insurrezione al diritto di resistenza,
all'insubordinazione, alla disobbedienza in un percorso forzoso che mi piace pensare corrisponda
ad un estendersi, un socializzarsi. Che ci consente di parlare di non violenza con piena libertà,
fuori da categorie immutabili e da una ricerca spasmodica di coerenza tra mezzi e fini
dell'agire politico. Che non ci impedisce di leggere la violenza dei rapporti di dominio
imperanti ma senza rimandare ad un lontano futuro la radicale rottura con essi, il posizionarsi
da subito alle soglie del mondo migliore possibile. E' dibattito insomma che fuoriusciti dal
travisamento del giornalismo interessato ( "Il Corriere della Sera" di "Casco sì, no, forse")
può portare lontano.

LETTERA

di Andrea Anselmi

Approvo pienamente quanto detto da Nella e aggiungo un commento relativo alla situazione italiana
sul piano pratico così da non essere troppo astratto. Relativamente a " le forme (di resistenza e di lotta)
differenziate a seconda dei contesti". Abbiamo bisogno di dimostrazioni del fatto che in occasione
delle recenti manifestazioni dei movimenti è molto più autodifensivo (nel senso di non prendere botte
e non essere sottoposti a violenza indiscriminata) presentarsi senza casco e bastone? Sulla questione
dei fini e dei mezzi, qual è il motivo che mi spinge ad andare mascherato in manifestazione?
La paura di essere riconosciuto ed arrestato? Il fazzoletto sul viso si dimostra veramente un
buon deterrente all'arresto e alla violenza? Non mi pare. Ritengo sbagliato vedere l'agire
nonviolento come qualcosa che porta all'immobilismo e pensare che provochi cristallizzazione
e paralisi dell'azione politica perché calato dall'alto. Violare "Le zone rosse perché frontiera
interna della guerra globale" è un azione che non ha un valore sociale e politico univoco indipendente
da come viene effettuata. Non rappresenta certezza di "fiducia che cresce, di forza che acquista il
movimento". Praticare la nonviolenza non vuol dire non vedere e non considerare le varie sfumature
o categorie di resistenza alla sopraffazione.

saluti andrea anselmi

LA NONVIOLENZA E' LA NOSTRA SPERANZA

di Nella Ginatempo (17 gennaio 2004)

L'articolo di Bernocchi, Bersani, Cannavò e Casarini su Liberazione non riesce a darmi speranza.
Al di là dei tanti ragionamenti mi trasmette il messaggio di una condanna: come se noi tutti che
lottiamo, disobbediamo, resistiamo, fossimo condannati a non poter uscire dal paradigma della
violenza, di fronte ad un potere che si fa sempre più violento, e specie là dove la guerra
asimmetrica dei potenti schiaccia ogni libertà e resistenza. Ma credo che sia proprio questa
condanna che dobbiamo smentire, questo paradigma che dobbiamo rompere nel nostro pensiero,
nelle nostre pratiche, nel sostegno che diamo ai movimenti di liberazione degli altri popoli.
Se vogliamo aprire le porte di un altro mondo possibile, dobbiamo saper immaginare un modo diverso
di lottare contro la ferocia e la violenza dell'Impero. Definirsi nonviolenti non è una insufficienza,
non è un minus, ma al contrario è il primo passo di una utopìa concreta. E la questione cruciale
non è neanche stabilire se la resistenza armata in Iraq o in altri contesti sia legittima oppure no,
ferma restando una giusta distinzione tra terrorismo e resistenza. Il problema cruciale è chi
siamo noi, che cosa vogliamo essere. Infatti, una volta stabilito che è legittimo difendersi
anche con le armi, non abbiamo però fatto i nuovi passi che possano farci aprire la porta del
futuro; non abbiamo prodotto alcuna innovazione per essere diversi dalle pratiche dell'avversario
che ci sovrasta. Oggi l'Impero ha dichiarato guerra al resto del mondo, a cominciare dagli
Stati canaglia. Io credo che l'Impero sia invincibile sul piano militare, che il movimento può
batterlo solo sul piano politico distruggendo definitivamente e a livello planetario la sua egemonia.
Ma per far questo dobbiamo essere consapevoli di un nuovo ruolo. Non possiamo continuare a guardare
al passato, non ci basta giustificare i metodi di lotta del Novecento, dobbiamo annunciare il futuro,
essere ambasciatori di una nuova civiltà, cominciare concretamente un nuovo processo di civilizzazione
che dimostri l'impossibilità di governare il mondo con le armi. Ma se noi stessi continuiamo a
giustificarne l'uso, continuando a credere nella loro efficacia, vincerà sempre chi ha le armi più potenti.
Noi dobbiamo invece dimostrare che le armi non servono perché tutto il mondo si ribella al loro uso e
disarma i signori della guerra. Non so come faremo a fare questo e non so come si potrà fare a liberare
l'Afghanistan, la Palestina, l'Iraq e tutti gli altri, affermando la strada della resistenza nonviolenta,
civile, di massa. Non so quali altri mezzi troveremo per affermare che tra Uccidere e Morire c'è una
terza via:Vivere. Ma so che la strada della nonviolenza è obbligata perché dobbiamo lasciare la violenza
tutta nelle mani dell'avversario, come depositario di quel mondo che vogliamo cambiare radicalmente.
E le contraddizioni economiche e politiche del capitalismo globalizzato mi fanno ben sperare che
questo ordine del mondo non è eterno e che noi contribuiremo a costruire l'alternativa. La posizione
così chiaramente espressa da Fausto Bertinotti non solo non è minoritaria nel movimento di cui
anch'io faccio parte, ma è maggioritaria nella società civile che si muove e confligge insieme a
noi e attorno a noi. Il movimento delle lotte sociali e delle lotte per la pace e la giustizia si
fonda su pratiche nonviolente e di massa ed esprime creatività, vitalità, fiducia nella partecipazione
collettiva. Sappiamo che il nostro compito in Occidente è quello di disarmare l'Impero, opporre la
pace alla guerra, la nonviolenza alla violenza. Tutte le grandi idee rivoluzionarie del passato
all'inizio sembravano astratte e irrealizzabili. Oggi i nonviolenti vengono tacciati di astrattezza,
ma la storia ci darà ragione.

IL POTERE È VIOLENTO MA OPPORSI CON LA SPADA PERPETUA IL POTERE...


di Franco Russo (da liberazione)

Diversi, legittimi e di indubbio interesse sono stati finora i modi di affrontare il dibattito sulla
non violenza, evocando infatti il solo termine 'non violenza' si destano emozioni, riflessioni,
propositi: è una discussione che ci coinvolge in quanto persone, finalmente. Al cuore della
stagione apertasi con il '68, che rompeva gli schemi istituzionali tradizionali con un tumultuoso
processo di sconvolgimenti dello stesso modo di fare "politica" - il personale dello studente,
dell'operaio, della donna è politica (si sosteneva) -, c'era critica del potere e dei suoi linguaggi.
A questa innovazione si sovrapposero una pratica e un'ideologismo dei partitini che ripetevano i rituali
del terzointernazionalismo. Questo si presentò purtroppo anche nella sua incarnazione più tragica, e
farsesca al tempo stesso - in quella del partito armato per compiere la giustizia proletaria. Contro
questa riapparizione di un'avanguardia che in nome del destino storico del proletariato e del
comunismo si arrogò il massimo dei poteri - di dare la morte - ci ergemmo in molti e acquisimmo
la consapevolezza - con l'assassinio di Moro - che l'avanguardismo, con la sua autoreferenzialità,
è la coltura del fanatismo ideologico che scambia la propria azione con il "fare" della storia e le
proprie elucubrazioni con la verità assoluta - che gli discenderebbe dal possedere la bibbia delle
leggi del divenire sociale. Ci si presentò con forza drammatica il problema di chi e di come si decide
nella società: chi è il popolo, come e quando parla. Il '68 cominciò un'opera di decostruzione del
potere e delle sue manifestazioni quotidiane - a scuola, in famiglia, nelle istituzioni 'totali',
oltre che nei luoghi classici della fabbrica e dello stato -, ma quell'opera si è interrotta.
Il potere. Questo è l'oggetto della questione. A mio avviso Bertinotti non ha tanto evocato un problema
di analisi storica se non per delineare una questione squisitamente teorica, e specificamente di
teoria normativa. Gli è stato anche risposto che le generalizzazioni oscurano le differenze,
che c'è bisogno di discernere caso per caso: così si rischia però di ricadere nello storicismo
giustificazionista. Il problema non è giudicare il passato, è di vedere quello che dobbiamo fare
oggi riflettendo anche sul passato; non è una questione di contingenze e circostanze: è il tema
classico del potere, dunque un nodo di analisi teorica e di invenzione politica. Sulla futura, che
speriamo di realizzare, società si è tutti apparentemente d'accordo: senza sfruttamento, senza
patriarcato, con relazioni solidali, partecipazione alle decisioni collettive e autonomia della
persona nel perseguire il proprio progetto di vita (superando così un rozzo collettivismo da caserma).
Ma il punto dolente è come giungere a questa società. C'è chi, come Tronti con i consueti accenti
nicciani, invita i movimenti a dotarsi di una volontà di potenza pari a quella di Bismarck: questa
mi pare una proposta isolata, anche se a sostenerla è Tronti che si assume addirittura l'intero peso
della storia del movimento operaio sulle spalle (come Atlante). Bernocchi, Bersani, Cannavò e
Casarini mettono invece al centro delle proprie riflessioni il potere, e la sua violenza.
Ripropongono un'analisi classica: nella società capitalistica il potere è concentrato nello stato,
che esercita il monopolio, peraltro legittimo e legale della violenza. Esso agisce - legalmente
quando è sufficiente, e violentemente quando è necessario - per impedire i processi di trasformazione:
anche se ci fosse uno slittamento della sovranità, verso il basso o verso l'alto, esso si ferma a una
soglia, quella oltre la quale i movimenti minerebbero le fondamenta della società capitalistica.
Insomma, sostengono, dietro Locke c'è sempre il Leviatano di Hobbes, dietro il purismo dell'ordinamento
normativo di Kelsen c'è lo 'stato d'eccezione' di Schmitt: la violenza è una manifestazione necessaria
dell'organizzazione statale - la guerra la sua pratica quotidiana, tanto più oggi che è divenuta
permanente. E' questo che ci divide? Certo, in termini di analisi, si dovrebbe andare più a fondo:
per esempio esaminare il ruolo della sovranità nazional-statale, e il suo lascito autoritario
alla stessa versione popolare della sovranità, che si è dovuto incanalare nell'alveo del costituzionalismo
per evitarne derive assolutistiche. Non è la violenza del potere l'elemento di discussione: questa
riguarda il come superare quella violenza nella prassi trasformatrice delle classi e delle persone
oppresse. Qui lo storicismo, la comprensione del caso per caso si tramuta in positivismo proceduralistico:
essendo avviluppate dalla violenza del potere le lotte sono costrette anche a forme non-non violente,
che "possono scegliere di essere partecipate, co-decise... mezzi autodeterminati avendo come fine un
mondo migliore". La citazione mette in luce un paradosso, quello proceduralista: una violenza si
legittima perché è decisa da una maggioranza? E chi garantisce che la maggioranza abbia ragione?
L'efficacia storica dell'azione, cioè l'utilitarismo dell'atto? Siamo a Bentham. Anche i capitalisti
fanno il computo dei costi e benefici e sostengono che il prezzo dello sfruttamento è compensato dallo
sviluppo delle forze produttive e dal benessere, sia pure diseguale Si scrive ancora: si scelgono i
mezzi migliori per raggiungere i propri fini. E' il calcolo razionale della scuola della 'scelta pubblica',
che definisce razionali i mezzi più economici per raggiungere un fine. Siamo alla scissione di morale
e politica, che il movimento no global ha giustamente messo in crisi, revocandone la validità,
sostenendo invece che le scelte morali sono politiche: la pace è un valore assoluto che sovradetermina
le opzioni politiche. Dopo la seconda guerra mondiale venne superato il positivismo, perché fonte di
legittimazione di qualunque stato, e venne riarticolato il nesso tra morale, politica e diritto.
Oggi il movimento prosegue quel lavorio teorico e pratico. Solo superando la scissione dei mezzi
dai fini, si raggiunge una idea regolativa capace di orientare i processi di trasformazione.
Il potere è violento, la spada è sempre pronta a colpire chi si oppone; ma opporsi con la spada
dà vita a nuove pratiche sociali di relazioni solidali e libere o perpetua la violenza e il potere?
Abbiamo mai visto qualcuno deporre la spada, preso il potere? Questi sono i problemi, questa è la
ricerca da condurre con spirito aperto, senza anatemi e politicismi: altrimenti la storia continuerà
a vendicarsi di noi.

DOBBIAMO DISARMARE LA VIOLENZA CON LA NONVIOLENZA

di Nella Ginatempo

L'intervento di Bernocchi, Bersani, Cannavò e Casarini su Liberazione non riesce a darmi speranza.
Al di là dei tanti ragionamenti mi trasmette il messaggio di una condanna: come se noi tutti che lottiamo, disobbediamo, resistiamo, fossimo condannati a non poter uscire dal paradigma della violenza,
di fronte ad un potere che si fa sempre più violento, e specie là dove la guerra asimmetrica dei
potenti schiaccia ogni libertà e resistenza. Ma credo che sia proprio questa condanna che dobbiamo
smentire, questo paradigma che dobbiamo rompere nel nostro pensiero, nelle nostre pratiche, nel
sostegno che diamo ai movimenti di liberazione degli altri popoli. Se vogliamo aprire le porte di
un altro mondo possibile, dobbiamo saper immaginare un modo diverso di lottare contro la ferocia e
la violenza dell'Impero. Definirsi nonviolenti non è una insufficienza, non è un minus, ma al
contrario è il primo passo di una utopìa concreta. E la questione cruciale non è neanche stabilire
se la resistenza armata in Iraq o in altri contesti sia legittima oppure no, ferma restando una
giusta distinzione tra terrorismo e resistenza. Il problema cruciale è chi siamo noi, che cosa
vogliamo essere. Infatti, una volta stabilito che è legittimo difendersi anche con le armi, non
abbiamo però fatto i nuovi passi che possano farci aprire la porta del futuro; non abbiamo prodotto
alcuna innovazione per essere diversi dalle pratiche dell'avversario che ci sovrasta. Oggi l'Impero
ha dichiarato guerra al resto del mondo, a cominciare dagli Stati canaglia. Io credo che l'Impero
sia invincibile sul piano militare, che il movimento può batterlo solo sul piano politico distruggendo
definitivamente e a livello planetario la sua egemonia. Ma per far questo dobbiamo essere consapevoli
di un nuovo ruolo. Non possiamo continuare a guardare al passato, non ci basta giustificare i metodi
di lotta del Novecento, dobbiamo annunciare il futuro, essere ambasciatori di una nuova civiltà,
cominciare concretamente un nuovo processo di civilizzazione che dimostri l'impossibilità di governare
il mondo con le armi. Ma se noi stessi continuiamo a giustificarne l'uso, continuando a credere nella
loro efficacia, vincerà sempre chi ha le armi più potenti. Noi dobbiamo invece dimostrare che le armi
non servono perché tutto il mondo si ribella al loro uso e disarma i signori della guerra. Non so come
faremo a fare questo e non so come si potrà fare a liberare l'Afghanistan, la Palestina, l'Iraq e
tutti gli altri, affermando la strada della resistenza nonviolenta, civile, di massa. Non so quali
altri mezzi troveremo per affermare che tra Uccidere e Morire c'è una terza via: Vivere. Ma so che
la strada della nonviolenza è obbligata perché dobbiamo lasciare la violenza tutta nelle mani
dell'avversario, come depositario di quel mondo che vogliamo cambiare radicalmente. E le
contraddizioni economiche e politiche del capitalismo globalizzato mi fanno ben sperare che
questo ordine del mondo non è eterno e che noi contribuiremo a costruire l'alternativa.
La posizione così chiaramente espressa da Fausto Bertinotti non solo non è minoritaria nel
movimento di cui anch'io faccio parte, ma è maggioritaria nella società civile che si muove
e confligge insieme a noi e attorno a noi. Il movimento delle lotte sociali e delle lotte per
la pace e la giustizia si fonda su pratiche nonviolente e di massa ed esprime creatività, vitalità,
fiducia nella partecipazione collettiva. Sappiamo che il nostro compito in Occidente è quello di
disarmare l'Impero, opporre la pace alla guerra, la nonviolenza alla violenza. Tutte le grandi
idee rivoluzionarie del passato all'inizio sembravano astratte e irrealizzabili. Oggi i nonviolenti
vengono tacciati di astrattezza, ma la storia ci darà ragione.

NONVIOLENZA, L'ARMA PIÙ FORTE DI CUI OGGI DISPONIAMO

di Alessandro Curzi e Rina Gagliardi

L'intensa discussione, che si va sviluppando d molti giorni sulle colonne del nostro giornale,
suscita interesse e attenzione anche al di là delle nostre fila, nella sinistra, nel movimento,
nel sistema dell'informazione. Ne prendiamo atto con soddisfazione: è una prova in più che questo
dibattito molteplice- anzi, questi dibattiti che si susseguono e, talora, si intrecciano su
questioni politiche e ideali di prima grandezza - non è mosso da spirito autoreferenziale.
E' un confronto vivo che ha a che fare, non a caso, con la politica viva del presente, dove
si misurano non solo posizioni diverse, ma culture politiche, esperienze e spesso vissuti tra
di loro lontani. Noi, per parte nostra, abbiamo cercato di garantire sia la pari dignità di
tutte le voci, interne ed esterne a Rifondazione, che hanno voglia di farsi sentire, sia di
contribuire, per come possiamo, ad una buona dialettica ovvero ad una discussione che, senza
pensare a sintesi oggi impossibili, ci arricchisca, ci aiuti a fare un passo avanti, nella
comprensione e nella chiarezza reciproca. Con questo articolo, vogliamo anche noi dire la
nostra, misurandoci con quel nodo teorico-politico, violenza e nonviolenza, che appassiona
non da oggi il movimento operaio e la sinistra. E diciamo subito - da militanti comunisti,
diversi per sesso e generazione, per pratica di vita e riferimenti culturali - che l'opzione
strategica pacifista e nonviolenta, che Fausto Bertinotti ha avanzato e Pietro Ingrao ha
rilanciato proprio su "Liberazione", ci persuade profondamente. Ovvero: è la stessa
scelta che abbiamo maturato in questi anni, nel fuoco dei conflitti drammatici che hanno
devastato il mondo, nel dipanarsi concreto dell'impegno. Non è in questione, s'intende, un
assoluto che, chissà perché, molti compagni vedono o paventano tutte le volte che viene
dichiarata la necessità di una pratica nonviolenta: per noi laici e comunisti non esistono
mai assoluti o fedi astratte, al di là del tempo e dello spazio. E' in questione, ci pare,
un'idea della politica e - se la parola non è troppo grossa - della rivoluzione del futuro:
nell'era della guerra globale, infinita e preventiva, la violenza non è più una via di autentica
liberazione dei popoli, delle classi e delle persone e, al tempo stesso, non è più uno strumento
capace di garantire la vittoria finale Nell'era, insomma, della spirale guerra-terrorismo, che
concerne il qui e l'ora del capitalismo globalizzato, il terrore è tutto dell'avversario e dei
suoi apparati colossali di sterminio e di morte: gli appartiene fino in fondo, perfino come
vocazione e come nuova idealità. Ce lo spiega bene Kagan, teorico dei neocons nordamericani,
nel suo lucido pamphlet Il Paradiso e il Potere quando contrappone la civiltà dell'America fondata
sulla forza militare e sullo spirito di aggressione alla civiltà dell'Europa, continente imbelle
e vocato ai diritti sociali piuttosto che alle armi. Questa nostra persuasione è il risultato,
anche e soprattutto, dei nostri rispettivi percorsi di vita. Noi non siamo nati pacifisti: abbiamo
creduto nella guerra giusta e nel valore liberatorio della guerra e della guerriglia di popolo.
Uno di noi ha partecipato, giovanissimo, alla resistenza: ha impugnato le armi, da partigiano,
ha praticato l'antifascismo. E non solo non se ne pente, ma continua ad andare orgoglioso del
proprio passato. Una di noi ha condiviso, finché è stata giovane, le lotte, anche quelle dure
dei movimenti occidentali e quelle armate dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non
ha nulla di cui pentirsi. C'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza delle
armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la risposta
più radicale, più in sé rivoluzionaria, più efficace: la Resistenza ha vinto, la lotta del popolo
vietnamita ha vinto, il movimento di liberazione dei popoli colonizzati ha vinto. Non si tratta
certo oggi di proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente: questo sì
sarebbe puro pentitismo opportunismo oltre tutto antistorico. Si tratta di ben altro: far tesoro
di quelle esperienze, anche alla luce di alcuni, forse non casuali, esiti negativi, mettendone in
causa il valore assoluto e l'attualità schematica. Oggi, insomma, sentiamo la necessità di una
strada nuova, di nuovi percorsi: un ciclo della storia si è chiuso, con il '900, un nuovo ciclo
può avviarsi. L'immagine che abbiamo ancora negli occhi è quella dei 110 milioni di persone che
nello stesso giorno di febbraio sono scese in piazza, in tutto il mondo, contro la guerra di Bush.
Quelle masse, che il New York Times ha definito la seconda potenza mondiale, hanno fatto paura,
davvero, ai nostri avversari imperiali. Non sono riusciti, no, a impedire la guerra: ma hanno pur
segnato un gigantesco salto di qualità, di coscienza critica, di consapevolezza, di soggettività.
Un patrimonio immenso, anche dal punto di vista della forza, che a tutt'oggi domanda alla politica
una risposta adeguata. La nonviolenza, dunque, come pratica alta del conflitto - come opposto della
passività o della rassegnazione - è oggi l'arma più forte di cui disponiamo. La nonviolenza, anche,
come smilitarizzazione delle nostre coscienze e della politica (che continua, proprio nel suo linguaggio
tutto nutrito di tattica, strategia, schieramento obiettivo battaglia a mostrare il suo profondo
spirito bellico), nella sua connessione profonda con la società altra che vogliamo costruire.
Non siamo anime belle, siamo ahimè fin troppo contaminati con le brutture che ci circondano,
e conosciamo tutte le sottigliezze della politica e della Realpolitik: ma non è l'ora di cominciare
a colmare l'abisso che separa i nostri valori generali dalle nostre pratiche? Ma davvero possiamo
continuare in eterno a propugnare una distanza - così assoluta - tra i fini che ci proponiamo e i
mezzi che mettiamo in atto per realizzarli? Torna a proposito, qui, la questione del terrorismo,
dal quale siamo sempre stati lontani e che mai ci è appartenuto, anche per le ragioni che osservava
ieri Lidia Menapace. E' vero, sì, che i nostri avversari battezzano sotto la dizione di terrorismo
anche ciò che è pura resistenza all'invasore. E forse hanno ragione quei compagni che dicono che
ci sono luoghi del mondo in cui la nonviolenza è una pratica difficile, quasi impossibile, se non
un lusso: infatti noi non ci permettiamo di criticare coloro che, di fronte ad aggressioni od
invasioni armate, reagiscono anche impugnando le armi. La nonviolenza, lo dicevamo, non è un
imperativo categorico. E tuttavia, anche nel passato recente, ci sono esempi significativi sui
quali riflettere. La prima Intifada palestinese, quella nonviolenta, con i ragazzi che si
opponevano alla potenza dei carri armati israeliani con le fionde e con i sassi, conquistò nel
mondo un consenso enorme alla causa dell'indipendenza nazionale palestinese: avrebbe potuto vincere,
se l'Europa, invece di limitarsi ad applaudire, fosse intervenuta ed avesse messo in campo la sua
potenza politica. Oggi, quali sono le prospettive concrete di vittoria della lotta e della
guerriglia armata nel Medio Oriente? A parere quasi unanime, nessuna. E quegli attentati suicidi -
come l'ultimo della giovane madre che voleva essere martire - possiamo sì distinguerli dal
terrorismo e battezzarli azione di guerriglia militare se hanno soldati nemici come bersaglio.
Ma possiamo tacere del loro carattere feroce, disperato, perdente? Quando una lotta di liberazione
entra in contrasto così totale con i valori della vita, della speranza, della costruzione,
quando il sacrificio di sé è ricercato come valore e perfino simbolo positivo, vuol dire che
in essa la dimensione della tragedia è diventata dominante. Vuol dire, anche, che forse non si
è abbastanza riflettuto sul fatto che, anche e soprattutto là dove l'oppressione e la prevaricazione
sono massime, la violenza del potere, introiettata e metabolizzata senza anticorpi, produce una
violenza distruttiva uguale e contraria. L'aveva scritto Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra
rivoluzione dovrà essere un processo di lunga durata, di rivoluzionamento dei rapporti economici
e sociali esistenti, anche perché soltanto in un processo di lunga durata potremo liberarci dal
sudiciume che la società del capitale ha disseminato in ciascuno in noi. Era già questa un'idea
di rivoluzione nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto oggi, possiamo cominciare a praticare.
Almeno, a provarci.

LETTERA DI PRECISAZIONI

di Marco Bersani

Carei, quando si vuole attraverso un articolo comunicare qualcosa e tutti quelli che lo leggono
ne capiscono totalmente altro, c'e' un' unica possibilita': si e' commesso un grosso errore.
Mi riferisco ovviamente all'articolo co-firmato da me e apparso su Liberazione sul tema guerra 
terrorismo. Un tema sul quale quel giornale aveva da tempo aperto il dibattito e rispetto al
quale da tempo mi sarebbe piaciuto intervenire per contribuire alla discussione. Complice il poco
tempo a ridosso della partenza per Mumbay, ho seguito la proposta di un articolo a piu' mani
senza dedicarvi il tempo che un tema cosi' delicato avrebbe richiesto. Il risultato, riletto
con calma qui a Mumbay, e' quello di aver francamente sbagliato. Vorrei provare a spiegare il
perche', sgombrando il campo da alcune interpretazioni dietrologiche che anche sulla stampa sono
state date. Non sono i compagni di firma il problema, persone anche molto diverse da me, ma con
le quali e' possibile che su un tema specifico si possa costruire una riflessione comune. Nessuna
alleanza strategica dunque, ma solo la necessita' di contribuire ad un dibattito con un contributo
collettivo ( risultato non raggiunto, ma di questo argomento in seguito). Ne' tantomeno era mia
intenzione partecipare ad un' operazione politica che, mettendo insieme persone di culture differenti,
andasse ad impattare nella dialettica interna del PRC, schematicamente in funzione anti-bertinottiana,
in particolare rispetto al percorso politico-elettorale intrapreso. Casomai l' errore -grossolano lo riconosco-
e' non aver riflettuto abbastanza di come questa lettura potesse essere data indipendentemente dalle mie
intenzioni. Ma e' soprattutto nel merito, che mi sento di dover riconoscere l'errore compiuto.
Da tempo avrei voluto intervenire sulla questione guerra errorismo, perche' continuo ad
essere convinto che il dibattito cosi' com'e' stato impostato sia largamente insufficiente.
In particolare, quello che avrei voluto comunicare e' che l' assunzione della categoria
"il terrorismo" come categoria unica e compiuta in se', non aiuta l'analisi politica e di
conseguenza non orienta l'azione del movimento. Occorre articolare la categoria, perche'
altrimenti il rischio e' quello di pensare al mondo come diviso tra due nemici uguali e contrari,
che si alimentano reciprocamente. Assumere acriticamente questa analisi, rischia, aldila' delle
intenzioni, di mettere dentro un'unica categoria fatti estremamente diversi fra loro, fino a
provocare un certo balbettio e una difficolta' d'iniziativa del movimento. Provo a fare un esempio :
la strrage di Nassirya contro il contingente italiano ha visto una enorme difficolta' di intervento
da parte del movimento, che si e' rivelato tanto timido nell'esprimere la pietas per i morti di
quel fatto quanto balbettante nello scendere in piazza per il ritiro delle truppe italiane.
Io credo che questa difficolta' fosse dovuta proprio all'assunzione della categoria terrorismo
come onnicomprensiva. Se avessimo articolato la categoria, avremmo letto Nassirya come un atto
di guerra, doloroso quanto si voglia, ma che ci avrebbe consentito una capacita' d' iniziativa
piu' incisiva, perche' avremmo ascritto quell'attentato come l'ennesima violenza provocata dalla
guerra permanente. Insomma, quello di cui avremmo bisogno, credo sia una maggior capacita' di
analisi politica dei fenomeni in corso. In Iraq ci sono sicuramente gruppi terroristi in azione,
con l'appoggio dei servizi di paesi stranieri limitrofi; ci sono sicuramente azioni di resistenza
armata, piu' assimilabili a quella che noi storicamente definiamo "resistenza"; e ci sono
importanti fenomeni di resistenza popolare non violenta. Non separare queste vicende, analizzandole
criticamente, rischia di mettere tutto in un unico calderone,"il terrorismo", che non aiuta la
nostra capacita' d'iniziativa e di aggregazione. Vale per l'Iraq come per moltissime altre situazioni.
Ma quello che avrei voluto (non riuscendovi, mi rendo conto) comunicare e' la necessita' di piu'
analisi politica. Il risultato e' invece un documento che non contribuisce a questo obiettivo,
ma anzi rischia di far incistare il dibattito sullo schieramento etico violenza
on violenza come puro schema di appartenenza. Un ultimo punto su questo. Riletto attentamente,
il documento ha un passaggio sui mezzifini che rischia di far pensare ad un arretramento macchiavelliano.
Non e' cosi', per quello che mi riguarda. Penso che i mezzi debbano corrispondere ai fini e che i fini
debbano essere la capacita' di comunicazione e di allargamento del consenso di ogni iniziativa intrapresa.
Questo significa, per la dinamica italiana ed europea, quello che l'insieme del movimento ha da sempre
( pur con qualche sbavatura) praticato, ovvero il patto genovese fondato su azioni non violente, pacifiche
e di disobbedienza civile. Personalmente, tutto questo non mi impedisce di accettare in altre situazioni
altre forme purche' corrispondenti ai fini - capacita' di comunicazione e allargamento del consenso-i
quali valgono per qualsiasi situazione si analizzi. Questo in estrema sintesi quello che avrei voluto
comunicare partecipando alla stesura di quell'articolo. Mi rendo conto di non aver centrato l'obiettivo.
Ma spero che troveremo tempi e modi per affrontare questo tema con l'attenzione e l'intelligenza collettiva
che la delicatezza dell'argomento richiede.

LETTERA DI ATTIVISTA ATTAC

di Michela Vitturi

Sono Michela Vitturi, una semplice attivista del comitato locale di Attac-Venezia,
iscritta ad Attac-Italia dalla campagna per la Tobin Tax, contribuisco anche al lavoro di
AttaAcqua e del Venezia Social Forum. Sono rimasta stupita nel leggere il documento firmato da
Marco Bersani insieme a Salvatore Cannavò, Piero Bernocchi e Luca Casarini, documento che
non condivido per le ragioni così ben esposte da Lucia Mielli e da Alessandra Filabozzi.
Voglio pensare che se Marco Bersani si fosse trovato a vivere quotidianamente la realtà del
movimento nel territorio veneziano come la sottoscritta, allora avrebbe avuto qualche esitazione
a sottoscrivere quel documento. E se potessi rispondere loro direttamente, al titolo:"Contro il
potere violento non ci basta dirci nonviolenti", metterei che a me invece non basta dirmi "disobbediente"
se con tale termine si designa pratiche e metodi dispiegati qui a Venezia all'interno, ossia verso le
altre componenti, del Movimento, e verso l'esterno, ossia nelle azioni portate nella città. Mi
si deve spiegare, infatti, se davvero "disobbedire" significa:presentarsi alla manifestazione
contro la guerra in Iraq indetta e promossa dal Comitato Cittadino Fermiamo la Guerra con pratiche
precedentemente non condivise tra le altre varie componenti del Comitato, pratiche che di fatto
hanno escluso tutti coloro i quali non erano 'attrezzati' come i 'disobbedienti'; accerchiare in
quattro un componente del Venezia Social Forum, 'reo' di trovarsi a protestare, dissentendo
pacificamente, contro l'inaugurazione e l'intitolazione di una piazza ai martiri delle foibe, e,
poiché a detta dei 'disobbedienti',sono stati provocati col termine 'fascista' rispondere ,
diciamo eufemisticamente, ricorrendo alle mani; non partecipare quasi mai da oltre due anni al
Venezia Social Forum, irriderlo e deriderlo chiamandolo 'briscola social forum', però poi,
presenti in un'assemblea del novembre scorso, minacciare di far volare qualche sberla se non
veniva scritto alla svelta il comunicato di solidarietà per tre loro 'fratelli' agli arresti
domiciliari; scrivere nella mailing-list del Venezia social forum impartendo lezioni, peraltro
non richieste, su metodi e sostanza dell'agire politico, sul significato di essere 'forum', che
il VSF era solo un logo, di cui però si erano qualche giorno prima effigiati per promuovere un
pubblico dibattito da loro promosso. Mi si dovrebbe inoltre spiegare l'efficacia delle iniziative
che qui nel territorio veneziano i 'disobbedienti' praticano verso l'esterno: davvero il lanciare
uova,l' imbrattare i muri di vernice rossa, il 'sanzionare' i bancomat e ora il 'sanzionare' le
aziende degli autoferrotranvieri mediante lo 'sciopero del biglietto' sono pratiche che servono a
"rafforzare la fiducia in se stessi, ad allargare il consenso e il protagonismo sociale, ad evitare
forme di avanguardismo e di pratica separata ed escludente"? A me pare l'esatto contrario!
Pertanto mi auguro vivamente che gli argomenti proposti da Paolo Prieri all'odg del CN siano
accolti ed approfonditi a tutti i livelli di Attac-Italia. Mi permetto infine di aggiungere che
accanto al tema delle pratiche della nonviolenza come oggetto di approfondimento e di autoeducazione
metterei anche le pratiche della disobbedienza civile, al fine di fugare l'erroneo concetto secondo
cui nonviolenza significhi 'non fare nulla' e che le uniche pratiche di disobbedienza siano quelle
di chi si è appiccicato addosso l'etichetta di disobbediente e, in altri luoghi- non certo dalle pagine
di Liberazione-, predica la 'disobbedienza incivile'.
Saluti Michela Pitturi

VIOLENZA? NON VIOLENZA? PARLIAMONE TUTTI, AFFRONTIAMO LA QUESTIONE

di Paolo Prieri

Care amiche e compagne, cari amici e compagni, la lettera di Alessandra Filabozzi solleva
problemi che penso sia opportuno affrontare di petto e a viso aperto. Dobbiamo quindi arrivare
alla nostra assemblea con una chiarezza sui temi sollevati dalla lettera apparsa su Liberazione
di oggi e da lei richiamati. La firma di Marco Bersani, unita a quella di Piero Bernocchi,
Salvatore Cannavò e Luca Casarini, al fondo di questa lettera dà l'impressione che vi sia un
pezzo del movimento - ed Attac Italia ne farebbe parte integrante - che ha ormai discusso e
metabolizzato la questione violenza e non violenza, arrivando alle conclusioni indicate nella
parte finale del testo del documento pubblicato da Liberazione e ripreso anche da il manifesto.
Non è così, Attac non ha discusso la questione e non ha dato ragione o torto ad altri che prima
si sono espressi su questo argomento. Dobbiamo creare certezze all'interno della nostra associazione
sui temi (di cui il primo è stato già affrontato, ma non esaurito, nell'ultima riunione di CN):
- della non violenza e della violenza (avevo già posto questo tema nelle mie mail del 29 ottobre e
del 4 novembre inviate il lista.cn), - della rappresentanza politica di Attac Italia verso i terzi
(cfr. il manifesto del 16 gennaio che forse sbrigativamente ha definito Marco Bersani portavoce di
Attac Italia; forse Marco può smentire di essere il "portavoce di Attac Italia" con una mail al manifesto
anche da Mumbai), Grazie e un saluto circolare.
Paolo Prieri

LA DIALETTICA NON È UN QUALCOSA CHE CI DEVE DARE FASTIDIO

di Libero Vallicelli

Vorrei intervenire sul dibattito aperto da Liberazione sul tema non-violenza. Colgo subito un aspetto
positivo: la decisione di allontanare dal movimento quelle forze grigie di confine che ne potrebbero
minare il carattere aperto e fecondo. E d'altra parte il rigetto definitivo dello stalinismo come pratica
politica (non dell'Urss), cosa palese ma scarsamente praticata. Premetto, di essere d'accordo con Ingrao
sulle valutazioni che egli ha più volte sottolineato negli interventi sul nostro giornale. E qui vorrei
approfondire (pur nella ovvia sintesi) gli spunti che lui ha lanciato, ma sui quali vedo una riluttanza
diffusa a intervenire, e che invece sono i temi politici/ideologici che già ci troviamo davanti.
Partiamo dalla non-violenza. Essa evidentemente esprime un afflato etico condivisibile che deve
informare le vite di ciascuno di noi. Il problema è un altro, ovvero l'assolutizzazione concettuale
che se ne fa. Essa è inattendibile per diversi fattori. Il primo, è che nessuno storico indagherebbe
la storia con quel paradigma, a meno di non scivolare sul terreno crociano, ovvero liberale
(per sintesi, perché il pensiero è ben più raffinato, egli pensò alla storia come storia della libertà).
Ed infatti mettere sullo stesso piano la vendetta con la repressione non solo non ha nessun appiglio
scientifico, ma appare evidentemente banale. La questione andrebbe invece rimessa sulla negazione del
concetto schmitiano della politica come continuazione della guerra, che traduce il tutto nella
volgarizzazione amico/nemico, e che riporta questa estremizzazione anche all'interno del proprio
schieramento, producendo distorsioni vergognose come quelle dei gulag. La questione diventa quindi
non una semplice scelta etica (peraltro la violenza scaturisce proprio da quella sostanza), ma una
dura battaglia storica sul tema del potere, della sua effettività storica, dei rapporti tra le classi,
della intima fallacia della democrazia. Quest'ultima affermazione ci interroga sulle nostre vite: come
fare per salvaguardare la democrazia e al contempo produrre una critica che ne veda le incongruenze,
tale per cui pensiamo ad un altro mondo possibile, che appunto non è la democrazia. Anche qui sarebbe
bene ricordare che la democrazia non è un valore, ma una forma determinatasi dallo sviluppo storico e
obbediente alla fase del capitalismo maturo. Mi pare di dire cose lapalissiane. Banalmente potrei dire:
il voto di Agnelli equivale a quello dell'operaio di Melfi? Le strutture sovranazionali, come l'Fmi,
sono aliene alla democrazia o ne costituiscono una parte della stessa? Come fare per rendere veramente
egualitario il voto di ciascuno (per forza bisognerà limitare l'efficacia di qualcun altro) e al contempo
sostenere l'eliminazione di quelle strutture senza prevedere una reazione violenta e repressiva delle
forze dominanti? In Iraq, sta succedendo qualcosa di complesso. Mancano in quel paese le strutture della
democrazia (almeno come passaggio storico). Al contempo l'occupazione, perché di questo si tratta
(anche da parte degli italiani), continua. Possiamo rimanere equidistanti dagli invasori e dai poveracci
locali che si battono contro l'impero del male? Dobbiamo porci le stesse domande di Ingrao? In India
si sta per aprire il Forum sociale mondiale. Diversi intellettuali hanno aperto una serie di interrogativi,
tra i quali spuntano decisi la questione della lotta politica e del potere come obiettivi e tematiche
di praxis del movimento, pena il riflusso. Vogliamo parlarne? O preferiamo le grandi e particolari
opzioni etiche, peraltro condivisibili, che però non propongono la trasformazione del mondo come
necessaria ed ineludibile, e che quindi spesso finiscono per affluire nel ventre grasso dei nostri
vicini di Partito? Essendo la mia pratica politica impregnata di movimento, di gramscismo e di
disponibilità al confronto con le diversità, non sono imputabile di volere un Partito settario.
Penso che l'estremizzazione ideologica porti alla sconfitta e alla rovina delle idee di libertà
che i comunisti promuovono, e anzi ne sia la negazione. Ma l'assolutizzazione concettuale della
pratica politica è la cosa più dannosa che un Partito comunista, o un'aggregazione che si richiami
a quel mondo, possa avere. Rientra per-altro in campo quel regime della verità che è intrinseco
alla religione. Siamo uomini e donne del nostro tempo, viviamo pienamente questa società per poterla
cambiare, senza farci irretire nelle sue forme dominanti. E anche la nascita, non la giustezza del
progetto in sé, del partito della sinistra europea, ha in sé i germi della pratica politica che si
dice di voler eliminare. La dialettica, soprattutto quando si colgono le ragioni di una iniziativa
politica, non è un qualcosa che ci deve dar fastidio...

LETTERA

di Mencaroni Associazione Amici di Capitini a Bertinotti (4 gennaio)

Caro Bertinotti, abbiamo letto, nel "Corriere della Sera" dell'11 dicembre scorso, una sua
lettera al direttore sulle "due questioni che sono al centro del nostro impegno politico:
il comunismo e la non violenza". Siamo amici vecchi e nuovi di Aldo Capitini e le sue argomentazioni
ci hanno profondamente interessato. Lei scrive che "nel tempo della guerra o del terrorismo non è
possibile parlare di comunismo se non si sradica da esso ogni riferimento alla violenza.
E non si può parlare, in un mondo così organicamente ingiusto, di non violenza se non all'interno
della rinascita di un'ipotesi di trasformazione della società. Oggi la guerra e il terrorismo ci
stanno conducendo in una crisi di civiltà. All'origine di questa crisi c'è la modernizzazione
capitalistica che non si è rivelata portatrice di progresso e di benessere , ma per la prima volta
nella storia dell'umanità ha separato l'innovazione dal progresso sociale e civile e dal
miglioramento della condizione di vita degli uomini, delle donne e della natura. Essa deriva da uno
sfruttamento che si è dilatato oltre i confini del '900 e che non coinvolge solo il proletariato
classicamente inteso, ma le persone, la natura, l'ambiente. Il fattore ordinatore del mondo,
quello con cui si impone questo sfruttamento dilatato, è la guerra. E' attraverso la guerra che
la modernizzazione capitalistica pensa d'imporre le sue regole, le regole del mercato, dell'impresa.
La questione del comunismo del nostro tempo nasce da qui, ma per essere affrontata richiede delle
significative rotture con la sua storia. Oggi parlare di comunismo significa, infatti, rompere con
almeno tre idee-forza del '900. E' diverso il soggetto rivoluzionario che non si definisce solo
nella sua collocazione nel processo produttivo, ma piuttosto nell'antagonismo a questa globalizzazione.
I l movimento no global ha annunciato questa nuova soggettività e ha riaperto un cammino.
Nella nostra idea di comunismo - è questa la seconda rottura con il passato - non c'è alcuna attesa
deterministica, quella attesa su cui si è fondata una parte importante della strategia dei partiti
e degli Stati post-rivoluzionari. Noi all'opposto pensiamo al comunismo come processo aperto.
Credo anche - ed è questa la terza e più importante rottura col passato - che qui ed ora la non violenza
sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la radicalità di quel processo di
trasformazione sociale che chiamiamo comunismo. Ma il mio rifiuto totale e incondizionato dei
mezzi violenti ha anche un altro motivo. Oggi quei mezzi sono del tutto inefficaci. Non riescono
a produrre neppure nell'immaginario di chi vuole un cambiamento un'idea di alternativa di società.
La sfida è un'altra, forse persino più ambiziosa, per chi non rinuncia alla costruzione di una
società alternativa al capita lismo. Sono idee e proposte che anche Aldo Capitini aveva pensato e
scritto nel contesto e nel lungo arco della sua vita di rivoluzionario, dagli anni '30 fino alla
morte. Nel suo libro intervista "La pace infinita" (Ponte alla Grazia editore, Milano, 2002) lei
lo ricorda più volte. Ci dispiace che, in dibattiti come il vostro su temi a lui cari, il contributo
di una figura così importante e singolare della vita culturale italiana sia vivo soltanto nella sua
lettera. Pensiamo che sia una mancanza più voluta che involontaria da parte di un mondo culturale,
religioso e politico ancora indeciso a fare i conti con il suo pensiero. Speriamo che interventi
come il suo possano rompere quel silenzio. Lanfranco Mencaroni e altri amici via e-mail

RISPOSTA A MENCARONI

di Fausto Bertinotti

Caro Mencaroni, cari amici, ho potuto vedere solo ora la vostra lettera, mentre sto riordinando
le carte in partenza per il Terzo Forum sociale mondiale di Mumbay. Ma forse questa distrazione
alla fine non nuoce, dal momento che da allora ad oggi si è intrecciato un interessante dibattito,
non solo sulle colonne del nostro giornale, sul tema della nonviolenza. Naturalmente, perché quel
dibattito sia davvero utile, è bene depurarlo di quanto si riferisce a episodi o vicende della cronaca
politica e sociale di questi giorni, senza ovviamente togliere a questi ultimi la loro dovuta e
specifica importanza. Per questo sono io a ringraziare voi per l'attenzione che avete voluto porre a
quell'intervista, ormai di un mese fa, della quale avete voluto ricordare i tratti più salienti.
E vi ringrazio anche di avere ricordato che qu elle riflessioni avevo cercato di esporle, in forma
assai più ampia e motivata, in un libro di ormai più di un anno fa. Ma, come si sa, è più facile
attirare l'attenzione con un'intervista che con un lavoro più esteso e più ponderato. Ed è quanto
è accaduto. Tuttavia in questo caso possiamo essere relativamente indifferenti ai mezzi visto il
raggiungimento dei fini, poiché i secondi, l'apertura di un dibattito su violenza e nonviolenza
su cui pareva essere sceso l'oblio, sono assai positivi e i primi sono comunque coerenti con essi.
Voi lamentate un oscuramento o addirittura un boicottaggio dell'opera di Aldo Capitini.
Comprendo il vostro rammarico, eppure non sarei sincero se non vi dicessi di non essere completamente
d'accordo con voi. L'opera e il pensiero di Aldo Capitini sono talmente ampi e profondi che non si
finisce mai di parlarne. Non c'è dubbio poi che nel nostro panorama culturale e politico le figure
che non si inseriscono perfettamente entro la tripartitura della cultura cattolica, socialista e
comunista sono state viste con fastidio o addirittura con sospetto anche a sinistra. Ma, è questo
il punto positivo su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, non sono molti i casi nei quali
l'opera di un pensatore e di un uomo di azione trascende la sua scomparsa e si fa costante nel tempo.
Non vi pare che questo precisamente sia il caso della marcia Perugia-Assisi che da decenni si ripete,
ogni volta con rinnovata forza e significato? Questo avviene grazie al magistero e alla capacità di
iniziativa di Aldo Capitini. Poco importa davvero se fra i tantissimi giovanissimi - e parlo di ragazze
e di ragazzi di 14 o 15 anni - che partecipano ogni anno a quella marcia, il nome e soprattutto la
personalità di Aldo Capitini siano poco o affatto noti. Lo saranno se quei ragazzi troveranno dei
buoni "maestri" capaci di trasmettere loro una storia e un'esperienza del passato, così viva da
parlare a noi oggi continuamente. Intanto è importante che quelle ragazze e quei ragazzi camminino,
se possono, sul modello zapatista, interrogandosi, in ogni caso percorrendo un sentiero che è stato
tracciato da un uomo così grande, gra nde a tal punto che l'importanza del suo messaggio, proprio
perché anticipava i tempi, poteva solo essere messo in pratica dalle generazioni future.
Cari amici, diciamoci la verità, non è forse questo un destino che augureremmo a ciascuno di noi?
Capisco che non basta. Proprio pensando al dibattito di queste settimane, sento io stesso la necessità
di valorizzare appieno il lascito di pensiero e di azione di Aldo Capitini. Non solo nell'occasione
della marcia Perugia-Assisi, ma in ogni manifestazione della nostra attività politica e di pensiero.
Ma se guardiamo bene, nelle manifestazioni culturali dei giovani, il nome di Capitini è forse più
conosciuto di quanto noi tutti crediamo. Lo dobbiamo anche all'opera di storici come Angelo d'Orsi che,
come sapete, alla figura e all'opera di Capitini ha dedicato un'attenzione che non è mai venuta meno
attraverso gli anni. Non ci dobbiamo accontentare, ma, rispetto a qualche tempo fa, siamo di fronte
ad una ripresa di attenzione da ogni punto di vista nei confronti della cultura della pace e della
nonviolenza (scritto tuttattac cato come voleva Danilo Dolci, altro messaggero laico di questa buona novella).
Eppure non ci basta e non ci deve bastare, sono d'accordo. Bisogna insistere, bisogna fare in modo che
si conosca l'esistenza da vecchia data di un pensiero pacifista. Esso esisteva anche durante la Resistenza.
Per quanto mi riguarda non penso diversamente dai partigiani di allora. L'impegno in una lotta armata
contro il nazifascismo non è solo giustificato moralmente, storicamente e politicamente - visti i
suoi esiti vittoriosi - ma è a tutt'oggi rivendicabile come un atto necessario, di più come un diritto,
contro un'occupazione straniera e una dittatura interna, entrambe feroci. Nel libro che voi ricordate
ho dedicato un capitolo al pensiero di Kant, ma non ho dimenticato di mettere in luce come il suo
pacifismo fosse da un lato così proficuamente anticipatore, ma dall'altro si risolvesse in una sorta
di rassegnata accettazione del potere qualunque fosse la sua natura e la sua qualità, quindi in un
divieto della possibilità di insorgenza del popolo contro il potere costituito. Il mio accordo con
la tesi della "pace perpetua" pro pugnato da Kant, ha questo preciso limite. Bisogna dunque andare
oltre Kant, non procedere a ritroso. Nell'epigrafe del libro da voi ricordato ho voluto mettere una
frase appuntata nel "Diario partigiano" di Roberto Tenerini. L'autore e il martire della Resistenza
Primo Ciabatti riferendosi ad Aldo Capitini affermano di avere compreso "a fondo che, nonostante la
diversità degli orientamenti, la funzione politica (di Aldo Capitini) e il suo atteggiamento nonviolento
erano tanto importanti per la libertà quanto il nostro impegno di militanti armati". Siamo quindi di
fronte, nell'epoca della concreta lotta armata contro il nazifascismo, da parte di coloro che l'hanno
fatta e per essa sono caduti, ad un'affermazione di importanza decisiva. Non vi è una gerarchia assoluta
fra lotta armata e azione nonviolenta rispetto ai fini che si propongono. Dipende, dipende dalla
condizione storica e dalla contingenza concreta. Ma anche nella relatività di priorità nelle scelte,
non vi può essere tra esse una classifica di valori morali e politici. In altre parole si può convenire
che in un determinato momento è più efficace e risolutiva la lotta armata, senza condannare alla
inettitudine la protesta nonviolenta. E viceversa naturalmente. [sottolineature di e.p.] Ma per entrambe
le forme di lotta vi è un vincolo. Quello della ricerca della massima e possibile adesione di massa ai
mezzi che prefigurano nel loro concreto manifestarsi l'obiettivo. Il che non significa affatto affermare
che violenza e nonviolenza sono equivalenti e che la scelta tra le due costituisce solo un fatto di
opportunità. Al contrario con molta decisione propongo di scegliere e addirittura di trarne le conseguenze
in ogni singola manifestazione nella quale questa scelta è richiesta. La scelta è per la nonviolenza.
Una scelta, come voi stessi ricordate, che radica le sue ragioni in un esame critico della nostra storia
e nell'analisi del comportamento attuale delle parti in causa. Da un lato vi è il monopolio assoluto
della forza, con una possibilità distruttiva fin qui neppure immaginata; dall'altro lato i bisogni e
le aspirazioni della stragrande maggioranza dell'umanità che è esclusa dall'accesso alla forza,
ma può esercitare quello della progettazione alternativa, della convinzione, della protesta.
Se guardassimo le cose così come esse attualmente stanno, lo scontro è del tutto impari.
In ogni caso esso non potrebbe essere riequilibrato dentro un ragionamento prigioniero del mito della forza.
Questa non può essere ridistribuita, p er necessità di essenza, come direbbero i filosofi, dal momento che
ogni spartizione coinciderebbe con un suo indebolimento. Quest'ultimo potrebbe risultare anche funzionale
a un determinato progetto, ma proprio per questo da evitare. Mi spiego. Robert Kagan, consigliere di Bush,
ha scritto in un libriccino tradotto anche nella nostra lingua, che sarebbe auspicabile la costituzione di
una "forza" europea, cioè di un esercito con tutto quanto comporta, poiché essa in nessun caso potrebbe
rimettere in discussione lo strapotere militare degli Usa e nel contempo potrebbe servire a spegnere,
per conto degli americani, focolai di ribellioni alla logica imperiale di questi ultimi. Non vi è
dunque altra strada. Alla forza smisurata sul piano militare delle forze dominanti della globalizzazione
e delle loro articolazioni, si può solo contrapporre la forza delle coscienze, dei movimenti, delle
convinzioni. La pratica dell'obbiettivo di una società alternativa, che anticipa il suo modo di essere
nel comportamento concreto dei soggetti che la propugnano è il più grande messaggio che si può dare.
Per queste ragioni la nostra discussione non può essere immiserita in quella per quanto importante
sul comportamento da tenere in questa o in quella manifestazione. Dobbiamo far fare a questo dibattito
un passo in avanti, quello di porsi sul terreno della cultura della pace. A questo dedicheremo un
nostro seminario a Venezia negli ultimi giorni di febbraio. Il pensiero e l'opera di Capitini sarà
uno dei nostri punti di riferimento.

RICONOSCERE GLI ERRORI DI IERI PER NON SBAGLIARE OGGI

di Ramon Mantovani

Nel corso del dibattito sulla nonviolenza diversi compagni hanno tirato in ballo l'esperienza
zapatista per sostenere tesi diverse, e contrapposte fra loro. Intanto è necessario ricordare
che l'insurrezione armata zapatista del 1 gennaio 74 (accompagnata da una vera e propria dichiarazione
di guerra) fu alquanto sanguinosa. Il negoziato politico fu permesso da una tregua (tuttora formalmente
in corso) e non da una dichiarazione di pace con conseguente disarmo dell'EZLN (che è tuttora armato).
Come si possa scrivere nel documento che convoca il prossimo convegno di Venezia sulla nonviolenza che
"con lo zapatismo si concretizza una dislocazione dell'opzione nonviolenta su un terreno generale e
politico" non so proprio. In realtà i guerriglieri dell'EZLN si sono caratterizzati per una spietata
critica dell'organizzazione militare, per il rifiuto della mistica rivoluzionaria (tanto cara ai cubani).
Da qui viene un loro fondamentale contributo a cancellare l'idea (rivelatasi perniciosa con l'esperienza
storica) che la lotta armata fosse la forma più alta e radicale di rivoluzione. Essi, come altri che
non hanno avuto tanto acume critico sulla natura dell'organizzazione militare e le cui proposte di
negoziato politico sono state travolte dalla guerra e dalla repressione (Colombia e Kurdistan per
fare solo due esempi), preferiscono un processo di pace alla guerra, ma sono costretti a contemplare
la guerra come una inevitabile eventuale necessità. Dico queste cose, essendo io stesso meravigliato
di dover fare queste precisazioni che dovrebbero essere scontate, perché mi pare che il dibattito
sulla nonviolenza abbia in molti casi preso una piega "ideologica" che non mi piace, per il semplice
motivo che rischia di promuovere un'adesione, o un rifiuto, acritici a "valori" e "principi" astratti
più che una necessaria critica dura e spietata dell'idea della violenza e del potere che il movimento
operaio, fattosi stato o meno, hanno avuto storicamente. Al contrario di Curzi e Gagliardi, che nel
loro articolo del 18 gennaio dicono "c'è stata un'epoca della nostra storia nella quale la violenza
delle armi ci è apparsa non solo una risposta necessaria alla violenza del potere, ma anche la
risposta più radicale, più in se rivoluzionaria, più efficace... Non si tratta certo oggi di
proiettare su questo passato le idee che abbiamo maturato nel presente..." io penso che, invece,
proprio quella concezione della violenza vada rinnegata alla luce delle "idee maturate oggi".
E non perché è cambiata la fase e siamo nell'epoca della guerra permanente e della spirale che
la oppone al terrorismo. Bensì per il semplice motivo che in tutto il nostro passato il necessario,
ed ineludibile, uso delle armi è stato accompagnato da quella concezione nefasta della violenza e
del potere. Un'idea mutuata dall'avversario che ha finito con il trasformare molte esperienze
rivoluzionarie in sistemi oppressivi. A sentire Curzi e Gagliardi avevano ragione allora e ragione oggi.
Troppo comodo. Insomma, penso sia assolutamente giusto dichiararsi nonviolenti e proporre un'idea di
politica, di democrazia e di relazioni sociali improntate alla nonviolenza rompendo radicalmente con
il proprio passato, con la mistica rivoluzionaria e con l'idolatria dello stato. Ma penso sarebbe un
madornale errore di presunzione eurocentrica e di idealismo acritico pensare che nel mondo ogni
resistenza armata necessaria debba essere annoverata ed ineluttabilmente risucchiata nella spirale
guerra terrorismo. Gli zapatisti insegnano. Ma il tema della violenza è intimamente legato al tema
del potere. Tema troppo vasto per le mie modeste capacità, anche se qualcosa voglio dire. Anche su
questo sono stati tirati in ballo gli zapatisti. Giustamente, visto che hanno solennemente proclamato
di non voler prendere il potere in nome del popolo e con le armi, visto che rifiutano categoricamente
di voler agire come un'avanguardia. Chi li critica accusandoli di eludere il tema, a mio avviso si
sbaglia di grosso. Essi hanno proposto nel negoziato modificazioni costituzionali e legislative che
potrebbero profondamente trasformare lo Stato messicano, aprendo le porte ad una democratizzazione
integrale della società e delle istituzioni e sollecitando un rivoluzionamento delle relazioni sociali
dal basso. Per non parlare della consapevolezza del tema della globalizzazione e della effettiva
dislocazione dei poteri reali in ambito sovra nazionale. La scelta di promuovere l'autogoverno delle
comunità indigene applicando la legge concordata col governo e tradita dal parlamento come se fosse
in vigore, la scelta di mantenere in vita l'Esercito per difendere questa esperienza da eventuali
repressioni violente ma assegnandogli un ruolo secondo rispetto agli istituti dell'autogoverno,
la scelta di dichiarare chiusa ogni possibilità di dialogo con i partiti e con le istituzioni messicane,
sono tentativi di riproporre la lotta nella fase attuale e di innescare un processo più vasto nella
società messicana, che porti ad una rivolta e che consolidi i rapporti con tutte le altre esperienze
di lotta contro il neoliberismo nel mondo. Penso che anche qui l'EZLN insegni. Non come insegna un
modello. Bensì per i problemi che affronta e per la direzione del cammino. Considero caricature
coloro che pensano di essere zapatisti in Italia perché capaci di imitarne il linguaggio salvo
poi sentirsi ed agire come avanguardie ossessionate dall'idea ultraborghese di "visibilità" sui
mass media. Se del 4 ottobre bisogna parlare se ne parli per questo più che per l'uso dei caschi
che in diverse altre occasioni si sono rivelati utilissimi per difendere le teste in azioni nonviolente.
Ma, per favore, non si metta la sordina alla sacrosanta critica a tanti capi, capetti e leaderini che
nel movimento, e nel nostro partito, pensano ed agiscono in funzione della "visibilità" propria
personale o di gruppetto o di corrente. Sono altrettanto nocivi per l'unità del movimento e per la
sua credibilità di certi scriteriati comportamenti in piazza. E sarebbe bene non trovassero premi,
magari in occasione di qualche elezione prossima ventura. Già! Perché non basta proclamare l'erroneità
della concezione del potere che il movimento operaio ha avuto per decenni, non basta dirsi
antistalinisti, per mettersi al riparo dagli errori tossici che sono sotto gli occhi di tutti
quelli che hanno occhi per vederli. Alludo al politicismo che pervade le relazioni del PRC e
anche di molti del movimento con il centro sinistra e allo stato interno del nostro partito dove
correnti, trasformismi e competizioni personalistiche hanno la meglio sulla democrazia interna.
Quanta violenza è insita, anche se non praticata fisicamente, nelle relazioni interne al movimento
e nel partito fra gruppi e persone che giocano a "farsi fuori", a "distruggersi", ad "eliminarsi"?
Quanto stalinismo c'è in chi è sempre immancabilmente d'accordo con il segretario del partito, e
che non esita a "fare la guerra" a chi osa avere posizioni personali diverse e critiche mentre
scende a qualsiasi compromesso con le correnti organizzate nella pura logica di una piccola
spartizione di un piccolo potere? A parte gli opportunismi, i cinismi e i trasformismi personali,
che ci sono, è evidente che la concezione del partito e delle relazioni interne ad un soggetto
rivoluzionario sono figlie di una storia e di una concezione del potere che ha fatto fallimento.
I difetti di ognuno di noi esistono ed esisteranno, parlo di presunzioni, di personalismi, di
ambizioni e di istinti prevaricatori. Sarebbe catastrofico affrontarli moralisticamente, e
tuttavia bisognerebbe fare in modo che l'organizzazione (vale per il partito come per una qualsiasi
associazione o sindacato) non li premi e non li renda efficaci nella conquista di posizioni privilegiate.
Io penso, non da ora, che sarebbe necessaria una vera riforma del partito fondata sulla preminenza del
collettivo e sulla assoluta delimitazione e fissazione delle responsabilità personali. Ho visto
crescere questa esperienza nei Giovani Comunisti dai quali ho imparato moltissimo. Ho visto e vedo
nel partito un processo inverso.

NONVIOLENZA INADEGUATA CONTRO LA FEROCIA IMPERIALISTICA

Di Andrea Catone

Uno spettro si aggira nel dibattito in corso: sono le rivoluzioni comuniste del '900, di cui
si mettono in discussione non solo errori e involuzioni, ma le radici stesse e la legittimità
storica (sulla stessa lunghezza d'onda del "Libro nero del comunismo"). Il "peccato originale"
viene individuato essenzialmente in due fattori:
a) la conquista del potere statale (Folena, 23.1.04);
b) il ricorso alla violenza.
Per fuoriuscire dall'ingombrante '900 e dar vita a un "nuovo inizio" si propone la "non violenza"
quale forma di lotta assoluta, universale e non negoziabile. Ciò sulla base di due motivazioni.
La prima, di tipo "storico": a differenza che in passato, si dice, "l'impero" è oggi talmente potente,
da risultare invincibile sul piano militare; la seconda, di carattere "metafisico": i metodi violenti
di lotta "contaminano" chi li pratica e non possono assolutamente dar vita ad una nuova società
(Menapace, 23.12.03, Russo, Revelli, 20.1.04). Entrambe le motivazioni mi sembrano problematiche.
Se "l'impero" (ovvero l'imperialismo a base Usa) ha oggi, sul piano militare una superiorità indiscussa,
che intende usare per piegare i popoli del mondo e i possibili concorrenti delle altre grandi aree
capitalistiche (in primis la Ue) non è però invincibile. Una simile visione (che introietta in modo
subalterno il sogno di onnipotenza dei neocons americani) nasce dall'abbandono della teoria leninista,
che, opponendosi al kautskiano "superimperialismo", coglieva le contraddizioni tra imperialismi:
La teoria dell'impero - unico, pervasivo, mondializzato - porta in sé anche l'idea di onnipotenza imperiale.
Non si può separare l'analisi della guerra e della potenza militare dall'insieme dei rapporti sociali.
Potenza militare e guerra non sono un assoluto, sono radicati in un sistema sociale, caratterizzato
dalle sue specifiche contraddizioni di classe. Il terreno militare non è mai stato per i comunisti,
né per le forze che nel XX secolo hanno praticato resistenze e lotte di liberazione, il terreno
principale. La resistenza al nazifascismo o quella vietnamita all'aggressione Usa combinavano
insieme lotta politica e lotta militare; non assolutizzavano l'uno o l'altro aspetto, ed è stato
principalmente grazie al radicamento politico che hanno vinto contro nemici che apparivano strapotenti
sul piano dei mezzi militari. Il secondo argomento trascende ogni riferimento storico, ogni marxiana
"specificazione storica" per collocarsi su un piano di generalizzazione universale e atemporale.
Vi è in questa posizione radicale l'idea che l'uso del medesimo mezzo ti fa diventare come l'altro,
ti contamina. E' un'idea forte e di grande effetto. Ma è propriamente un'idea metafisica, che non
riesce a concepire il processo storico, la transizione da una forma sociale all'altra, attraverso
la contraddizione in cui gli opposti si compenetrano, per dar vita a un "superamento" che non è
affatto il puro e semplice annientamento dell'opposto, sostituito da qualcosa di totalmente "Altro",
ma, una sintesi, che, come scriveva Marx, "porta ancora i segni della vecchia società dal cui seno è uscita".
Viviamo e operiamo in condizioni storiche date, e come comunisti ci adoperiamo per rovesciare lo stato
di cose presente. Ma esso è un dato, è la "verità effettuale" di Machiavelli, che Gramsci analizzava
nei suoi Quaderni sotto la rubrica "rapporti di forza". Non è sempre possibile scegliersi il terreno
dello scontro. Se così fosse, i comunisti, che non hanno certo iscritto nel loro codice genetico la
violenza e la guerra, avrebbero sempre scelto la "via pacifica"... Gli imperialismi oggi dominanti
hanno dimostrato di essere disposti a tutto e a passare su qualsiasi cadavere pur di conservare il
potere economico e politico. E questa non è storia passata. Il secondo dopoguerra è costellato di
interventi devastanti: dall'Indonesia alla Grecia, dal Cile di Allende all'Argentina, senza dimenticare
che in Italia ha operato un'organizzazione come Gladio, pronta ad intervenire se i comunisti si
fossero avvicinati troppo al governo. Il fascismo non è un incidente della storia, un bubbone sorto
su un corpo sano, come pretendeva Croce, ma è un'alternativa che le classi capitaliste praticano
quando il loro potere viene messo in pericolo... Non ci troviamo di fronte a un "avversario",
che - come in una partita a scacchi o in un duello tra cavalieri - osserva le regole del gioco,
nel rispetto reciproco, sentendosi parte di una comune civiltà, in cui riconosce l'altro non come
alieno, ma proprio simile. Siamo di fronte ad un imperialismo ferocissimo e spietato, che considera
- al pari del nazismo - il resto degli umani sottouomini, carne da macello su cui sperimentare nuove
armi di distruzione di massa e che dichiara esplicitamente di non riconoscere altre regole del diritto
internazionale che non siano quelle che gli sono favorevoli. Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki
lanciate contro civili inermi non sono meno crudeli ed efferate, nella loro logica come negli effetti,
del campo di sterminio di Auschwitz. E' irrealistico pensare che di fronte a tale barbarie, a tale
rifiuto di "regole del gioco", la pratica non violenta possa ottenere risultati significativi. Mentre
è grande il rischio che essa rafforzi l'egemonia dell'imperialismo, con l'invito - implicito o
esplicito - a rinunciare a qualsivoglia forma di resistenza armata alle aggressioni imperialistiche
attuali o future. E, detto per inciso, si parlerebbe ancora di Iraq se non si fosse sviluppata lì
una resistenza, anche militare, all'occupazione? Quella resistenza lotta anche per i diritti degli
altri popoli minacciati dall'imperialismo, impone un freno alla marcia trionfale del militarismo Usa.

MISTIFICANTI I RIFERIMENTI AL VIETNAM E ALLA RESISTENZA

di Patrizia Sentinelli su Liberazione

In questo dibattito di grande livello, non per caso "nobilitato" dagli interventi di Pietro Ingrao,
si discute anche della sorte politica del movimento. La sua divisione, abbiamo più volte detto, è
obiettivo che molti si sono dati in questi anni e che tutti abbiamo contribuito a respingere,
a partire dalla denuncia dell'uso manipolativo della categoria "buoni" e "cattivi". Proprio per
questo ho avvertito un sovrappiù nell'intervento a quattro firme uscito qualche giorno fa come se
la sua priorità fosse, prima che la discussione di merito, una "delimitazione di campo".
Una scelta singolare e non proficua. Tanto più in un dibattito come questo, dove non a caso,
io credo, lo stesso segretario di un partito interviene in prima persona, non per solitudine
o per sovrapposizione, ma per rispondere ad una esigenza di interrogarsi anche in proprio e
fuori dai contesti ravvicinati della battaglia politica più immediata. Anche per evitare qualsiasi
rischio di sovrapporre dinamiche di partito, e interne ai partiti, al movimento. E per accompagnare
la riflessione stessa del movimento che è in corso collettivamente e in modo impegnato. Il merito
dell'articolo di Casarini, Cannavò, Bernocchi e Bersani mi pare un po' "antico", "conservatore",
non all'altezza della rottura operata dal movimento stesso. Certo c'è sempre il rischio di banalizzare
le posizioni altrui ma ciò che non mi convince non è l'articolazione prospettata tra forme varie
assunte in contesti diversi dalle pratiche violente, ma la contestazione della spirale guerra-terrorismo
come fenomeno tipico di questa fase che opera concretamente per annichilire la politica e in particolare
contro il soggetto che sta in campo, per reinverare la politica stessa, e cioè il movimento. Qui non
sono proprio d'accordo. Se non vediamo che la guerra e il terrorismo nell'era della globalizzazione s
ono altro da ciò che sono stati nel '900, non vediamo il nuovo e cioè il carattere sovrastante delle
nuove forme di dominio imperiali e fondamentaliste, capitalistiche e religiose, portatrici di un
conflitto devastante tra "modernità barbarica" e "barbarica modernità". E inseguono una vecchia
lettura statualistica dei conflitti che crede ancora centrare la politica nel suo avvalersi della
forza e non coglie l'assolutizzarsi della forza come distruzione della politica. E' questo elemento
del tutto nuovo che rende mistificanti i riferimenti a epoche passate, dal Vietnam alla Resistenza.
Non è la comprensione di questa novità, come si afferma nel testo di Cannavò e degli altri compagni,
a far "interiorizzare" il punto di vista della strategia della guerra preventiva e permanente al
punto da non saper più articolare i giudizi e percepire le diversità che permangono nelle pratiche
della forza, ma al contrario è la sottovalutazione della sua portata ad impedire la rottura necessaria
a non essere manipolati o sussunti nell'agire. Nel mondo ci sono tanti conflitti aperti, come è sempre
stato, ma il punto è che ce ne è uno, la spirale guerra-terrorismo che esprime la crisi della
globalizzazione nel suo portato storico potenziale, cioè il suo essere crisi della modernità tout court
nelle sue forme storicamente costituite, assolutizzando la forza contro la politica in quanto considera
questa ultima non praticabile e in nome non più di idee condivise di progresso ma di una visione
assolutizzante di un "bene" assunto come categoria del dominio. E' questo prevalente reale, e non
la sua interiorizzazione psicologistica, che bisogna evitare che sussuma tutto il resto. Che non
vi sia alcuna interiorrizzazione psicologistica è evidente nei comportamenti politici del Movimento
e di tutti noi che, appunto, lungi da farsi dividere tra buoni e cattivi e incorporare l'equivalenza
totalizzante, dal terrorismo alla disobbedienza, troviamo l'unità nel massimo di radicalità del
contrasto disobbediente alla guerra e nel massimo di garantismo rispetto alle pratiche, sapendo
leggere le dinamiche concrete dei conflitti e delle piazze e le asimmetrie tra potere e di chi
vi si oppone. Sapendo però che quella spirale c'è e che non ne saremo garantiti agendo, come nel '900,
nella pura contraddizione dei poteri in lotta, ma dispiegando l'altro mondo possibile. Intendiamoci,
anche nel '900, questo altro mondo si era dichiarato con il movimento operaio ma si era poi consegnato
a una dinamica statuale, quella sovietica, che aveva garantito equilibri ma anche imprigionato
l'istanza di cambiamento. Qui la discussione si fa più su di noi stessi. Perché, io penso,
che non solo "l'oggettivo" ci porta a pratiche del tutto nuove, come quelle nel rapporto con
la forza e ciò che essa significa, ma anche il "soggettivo". E anzi, che la rivoluzione come
forma storicamente nuova di modernità sia proprio un reincontro tra oggettività e soggettività
come mai c'è stato, così come tra umanità e natura. Ce ne parlano il femminismo e l'ambientalismo.
Nessuno mette in discussione la Resistenza e il Vietnam, di cui siamo tutti figli e figlie, ma oggi
posso dire, che ciò che andava fatto allora, l'uso della forza, vorrei non fosse necessario vogliamo
comunque interrogarci su come la categoria della forza abbia potuto deformare soprattutto nelle sue
pratiche statuali, quella istanza di liberazione di cui ero e voglio essere portatrice? C'è in questo,
tanto del nuovo movimento, dal valore di tutte le persone, al suo carattere orizzontale che rifiuta
quella verticalizzazione che è già violenza. E c'è una dimensione collettiva e insieme individuale.
Io sono per le pratiche radicali ma, ancora più come donna, vorrei poter contemperare pratiche per
me gestibili e rivendicabili, non per aver interiorizzato la repressione o per sfuggirla, ma perché
mi consentono di esprimermi in modi inequivocabili senza lasciarmi attraversare da categorie altrui
di cui voglio liberarmi. Non è una discussione facile, anzi molto difficile, come è a volte liberarsi
dal passato, in un presente difficile, ma guardando al futuro.


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