Dopo gli attentati in USA

NON PREVALGA IL DESIDERIO DI UNA RISPOSTA MILITARE

di Giuliano Pontara


"Questo agli Stati Uniti d'America è un attacco al cuore dell'Impero: o per lo meno così sarà visto dalla maggior parte della classe politica mondiale.
Anche la difesa più forte della storia umana, dimostra la sua vulnerabilità.
E' la dimostrazione che non è possibile difendere un paese armandosi fino ai denti e che è inutile promuovere costosissimi progetti di scudi stellari perché così si entra nel vicolo sempre più chiuso della violenza."

Il professor Giuliano Pontata, dell'Università di Stoccolma e uno dei massimi studiosi di "peace research" e della risoluzione nonviolenta dei conflitti, membro del Tribunale permanente dei Popoli per conto del quale ha guidato entrambe le sessioni sull'ex Yugoslavia (Berna 1995 e Barcellona 1996), da Rovereto, dove venerdì 14 settembre inaugura il 9° Corso internazionale "Diplomazia popolare nonviolenza e riconciliazione" promosso dall'Unip, commenta le prime notizie che arrivano dagli USA.

"Ci sarà un'ondata di odio e desiderio di repressione enorme. I movimenti non violenti devono cercare di fare quello che hanno sempre fatto. Questo continuo processo di escalation della violenza - la violenza della globalizzazione sostenuta anche militarmente dalle grandi potenze - porta inevitabilmente alla globalizzazione della violenza, alimenta il terrorismo
internazionale (di stato o meno) che colpisce sempre più la popolazione civile.

Da studioso, non posso che esprimere preoccupazione di fronte ad uno scenario che potrebbe assumere i connotati di una terza guerra mondiale di dimensioni terribili. Mai come ora si ripropone urgentissimo il bisogno di ricorrere agli strumenti della nonviolenza senza lasciarsi prendere dal desiderio di vendette."

"Lo ribadisco: non ci sono altre misure contro i rischi di un'escalation se non l'intensificarsi di processi di distensione e mi riferisco anche a tutti i conflitti locali e a bassa intensità, come quello arabo israeliano e le molte guerre che devastano l'Africa.

"I movimenti, le ong, le associazioni devono continuare a fare quello che hanno fatto e stanno facendo, fermi nella loro linea di nonviolenza: guardiamo all'esempio di Gandhi nei momenti di massima tensione in India."

Giuliano Pontara
direttore dell'Università della pace di Rovereto (UNIP)


DAI NONVIOLENTI DI NEW YORK

di War Resisters League

Mentre noi scriviamo, Manhattan é sotto assedio con la metropolitana, i ponti e le gallerie chiuse, e decine di migliaia di persone che camminano lentamente verso nord dalla parte sud di Manhattan. Mentre noi sediamo nei nostri uffici qui alla War Resisters League, i nostri più immediati pensieri vanno alle centinaia, se non migliaia, di newyorkesi che ieri hanno perso la vita nel crollo del World Trade Center. Il giorno è chiaro,
il cielo blu, ma grandi nuvole si gonfiano sopra le rovine sotto le quali molti sono morti, tra cui tanti soccorritori e vigili del fuoco che erano là quando si è verificato il crollo finale.
Sappiamo con certezza che i nostri amici e colleghi a Washington hanno pensieri simili ai nostri per la gente comune che è rimasta intrappolata nella parte del Pentagono che è stata investita dall'aereo. E noi pensiamo
ai passeggeri innocenti su quegli aerei dirottati che quel giorno trasportavano i loro destini. Noi non conosciamo, in questo momento, chi siano i responsabili di questo attacco. Noi sappiamo che Yasser Arafat ha
condannato il bombardamento. Noi aspettiamo a formulare un'analisi estesa quando informazioni ulteriori saranno disponibili, ma tante cose sono chiare. Per l'Amministrazione Bush parlare di una spesa di centinaia di
miliardi per le Guerre Stellari è stata una finzione fin dal principio, quando il terrorismo può colpire così facilmente e con mezzi così comuni.
Noi esortiamo il Congresso e George Bush affinché sia chiaro che, qualsiasi sia la risposta o la politica che gli Stati Uniti intendono portare avanti, questa nazione non colpirà mai più obiettivi civili e non accoglierà la
politica di qualsiasi nazione che colpisca obiettivi civili. Questo vuole significare l'interruzione delle sanzioni contro l'Iraq che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di civili. Questo vuole significare non solo la condanna del terrorismo palestinese ma anche la serie di attentati contro i capi palestinesi da parte di Israele, e l'implacabile repressione del popolo palestinese e la persistente occupazione d'Israele della West Bank e di Gaza.
Le politiche militariste perseguite dagli Stati Uniti hanno avuto come risultato milioni di morti, dalla storica tragedia della guerra di Indocina, il finanziamento delle Squadre della Morte in America Centrale e in Colombia, fino alle sanzioni e agli attacchi aerei contro l'Iraq. Questa nazione è il più grande fornitore di "armi convenzionali" del mondo e queste armi alimentano il terrorismo più estremo, dall'Indonesia all'Africa. La precedente politica di sostegno alla resistenza armata in Afghanistan ha portato alla vittoria dei Taleban e alla creazione di Osama Bin Laden.
Anche altre nazioni si sono impegnate in queste politiche. Noi, qualche anno fa, abbiamo condannato le azioni del governo russo in Cecenia, la violenza di entrambe le parti in Medio Oriente, e nei Balcani. Ma la nostra
nazione deve prendersi la responsabilità delle proprie azioni. Fino adesso noi ci siamo sentiti sicuri entro i nostri confini; per poi svegliarci in una chiara e fresca mattina e trovare la nostra più grande città sotto
assedio, ricordandoci che in un mondo violento nessuno è al sicuro. Noi chiediamo la fine di quel militarismo che ha caratterizzano la nostra nazione per decenni. Noi chiediamo un mondo nel quale la sicurezza sia
conseguita attraverso il disarmo, la cooperazione internazionale e la giustizia sociale, e non attraverso la corsa agli armamenti e il ricorso alle rappresaglie. Noi condanniamo senza riserve gli attacchi come quelli
successi oggi, che hanno colpito migliaia di civili; queste profonde tragedie ci devono richiamare alla mente l'impatto che le politiche americane hanno avuto su altri civili il altri paesi. In particolare, noi siamo consapevoli della paura che possono provare in questo momento molte persone di origine araba che vivono negli Stati Uniti; sollecitiamo una speciale riflessione per questa comunità.
Noi siamo un solo mondo. Dobbiamo vivere in uno stato di paura e di terrore o ci dobbiamo incamminare verso un futuro in cui ricercare pacifiche alternative ai conflitti e una migliore distribuzione delle risorse
mondiali!?!
Mentre noi piangiamo le molte persone che hanno perso la vita, i nostri cuori chiedono a gran voce la riconciliazione, e non la vendetta.

Questa non è una dichiarazione ufficiale del War Resisters League ma è stata abbozzata immediatamente dopo i tragici eventi occorsi. Firmata e distribuita dal personale e dal Comitato Esecutivo del War Resister League nell'ufficio nazionale.

NY, 11 settembre 2001


LA TENEREZZA DEI POPOLI

di Don Albino Bizzotto

Le immagini che ci arrivano dagli Stati Uniti ci mostrano una violenza spettacolare e cinica oltre ogni immaginazione: civili requisiti e usati come bombe contro altri civili ignari e innocenti, uccisi per obiettivi che
non appartengono loro. Una simbologia di morte e di guerra senza confini che lascia tutti sgomenti e angosciati.
Anche noi come tutti gli statunitensi, amici o avversari politici, mai avremmo ritenuto possibile un simile colpo al cuore della "superpotenza", nel momento culminante della sua supremazia. Proprio quando stava partendo
lo Scudo stellare per il controllo e l'egemonia incontrastata del pianeta e dello spazio si apre questo squarcio, che mostra, con una evidenza abbagliante, come il ricorso alla forza non serve né come difesa né come
deterrente. Sono cambiati con questo atto il concetto e la natura stessa della guerra; né le navi da guerra né alcun scudo stellare avrebbero potuto proteggere le migliaia di persone uccise a New York e a Washington. Le armi rendono allo stesso tempo potenti e vulnerabili.
Ci chiediamo come può essere veramente significativa l'espressione della nostra solidarietà a tutte le vittime e ai loro familiari. Vorremmo che tutto il popolo statunitense potesse capire e soprattutto sperimentare in
questo momento di smarrimento e sofferenza quanto è importante la solidarietà e la tenerezza degli altri popoli. E vorremmo che i suoi governanti e responsabili politici avessero la saggezza di comprendere che
non l'egemonia costruita sulla forza economica e sulle armi, ma la collaborazione con tutti alla pari è la grande risorsa politica per garantire la sicurezza mondiale e per rispondere alle urgenze dell'umanità e
del pianeta.
Ogni risposta di ritorsione armata contro nemici trasversali difficilmente localizzabili e identificabili, senza una ricerca seria e il perseguimento dei responsabili, in questo momento potrebbe innescare una spirale di
reazione a catena di violenze che possono portare a una guerra generalizzata.
Il Segretario generale della Nato ha ricordato che, secondo gli accordi del Patto Atlantico, i diciotto alleati sono tenuti ad accorrere in difesa dell'alleato aggredito. Chiediamo all'Italia e agli altri membri della Nato di garantire ogni difesa da attacchi esecrabili come questo, ma di predisporsi con calma e riflessione alla ricerca delle modalità politiche per non cedere alla tentazione della risposta militare.
La sofferenza per le vittime statunitensi deve aiutarci a riconoscere e tener conto nelle nostre risposte anche di tutte le innumerevoli persone che ogni giorno, in forma silenziosa e anonima, in tutto il mondo vengono
sacrificate innocenti dalla violenza diretta e da quella strutturale.
Nel '45 l'umanità di fronte alla devastazione della guerra ha creato l'Onu, oggi di fronte a questa disgregazione mondiale l'umanità può riscoprire la necessità della nonviolenza, scelta come alternativa politica non solo per le singole persone, ma anche per gli Stati e per tutte le istituzioni internazionali.



DAI UNA POSSIBILITA' ALLA PACE


di Dario, Franca e jacopo Fo

Quello che e' successo indurrebbe al panico, al silenzio, alla disperazione.
Il mondo e' stato colpito da un ennesimo crudele massacro.
Ma e' necessario, anche se doloroso, parlare. Cercare di capire.
La prima osservazione che ci viene alla mente e' l'assurdo che esplode fuori dal televisore.
Davanti a questo dramma il mondo si e' arrestato attonito. Ma non tutti.
Le borse del mondo non si sono fermate neppure un secondo, hanno continuato a far soldi, a cercare utili selvaggi. Anzi hanno intensificato il ritmo. La gente ancora urlava appesa ai grattaceli in fiamme, prima che crollassero, e gia' i grandi broker gridavano nei loro cellulari:"Compra petrolio! Vendi tutto! Compra petrolio!" e mentre i titoli azionari perdevano il 10% in pochi minuti il petrolio saliva di 10 dollari al barile e i furbi
facevano utili di miliardi di dollari. E mentre i presidenti di tutti i paesi europei si apprestavano a esprimere il loro cordoglio, i loro banchieri succhiavano decimali al dollaro e finalmente l'euro segnava un bel
po' di punti a suo favore. Nessuno ha pensato di chiudere le borse per decenza e rispetto ai cadaveri ancora freschi. La belva feroce del capitalismo affondava felice i suoi denti nelle carni dei morti e fortune luminose si sono costruite in poche ore.
E non c'e' da stupirsi. I grandi speculatori sguazzano in un'economia che uccide ogni anno decine di milioni di persone con la miseria, che volete che siano 20 mila morti a New York?
Altra immagine agghiacciante: la gente per strada, nei quartieri palestinesi, dilaniati dalla guerra civile, che festeggiavano il massacro. Gente che ha un morto in ogni famiglia e che non riesce piu' a vedere l'assurdita' della morte, di qualsiasi morte.
Il sistema della violenza, dello sfruttamento, del genocidio organizzato dei poveri cristi genera insensibilita' alla violenza. Genera la logica della vendetta.
Quasi ogni giorno, da anni, gli aerei Usa bombardano l'Iraq, uccidendo donne e bambini, col pretesto di eliminare impianti radar. E le televisioni occidentali non si degnano neppure di riportare la notizia. Quella e' gente spazzatura, muoiono a migliaia per gli effetti dei proiettili all'uranio che hanno contaminato la loro terra, muoiono perche' mancano le medicine a causa dell'embargo, nel silenzio carico di disprezzo dei media occidentali. Le lacrime di oggi dei commentatori televisivi sono vergognose perche' seguono al silenzio
decennale sui crimini dell'occidente cristiano.
E' terribile ma e' cosi': la disperazione genera la follia della vendetta.
Una vendetta che non serve a nulla, una vendetta che portera' altri massacri tra i diseredati
del mondo.
E attenzione: questo orrendo massacro di ieri, non e' stato realizzato schiacciando un bottone su un aereo che vola sicuro ad alta quota. Qui ci sono decine di persone che sono diventate talmente pazze da suicidarsi tutte assieme pur di colpire "i diavoli bianchi". Questa misura della disperazione dovrebbe fare riflettere. Questa giornata di terrore dovrebbe avere insegnato ai cultori della forza dell'uomo bianco che non esiste sicurezza e pace per nessuno in un mondo dove il massacro e la prevaricazione sono la legge.
E' ormai un fatto. Le moderne tecnologie rendono talmente potenti gli individui che nessun sofisticato sistema di sicurezza puo' proteggere.
Non e' piu' possibile, neppure per i nordamericani ricchi, credere di essere al sicuro. Non c'e' nessun posto dove si possa stare al sicuro. Il cane feroce della follia puo' azzannare chiunque ovunque.
I telegiornali si stupiscono (idioti) che i super controlli Usa non abbiano impedito a 4 aerei di
essere dirottati per essere usati come bombe gigantesche e colpire i luoghi piu' protetti del
mondo. Non vogliono capire che le moderne tecnologie e l'affollamento incontrollabile delle citta', offrono decine di modi di fare massacri. Questi orrendi attentati hanno ridicolizzato le pretese di Bush di
costruire uno scudo stellare.
Oggi hanno usato aerei, ieri gas nervino in Giappone, bombole del gas a Mosca... Domani bastera' urlare:"C'e' una bomba!!!" in uno stadio per provocare una strage.
Un paese moderno non puo' garantire la sicurezza senza strangolare completamente la "vita normale"
dei cittadini. Non c'e' modo. Nessuno puo' tenere milioni di persone chiuse in casa.
L'unica garanzia di sicurezza per il mondo ricco e' sanare le ferite sanguinanti della fame e del sopruso. Senno' si crea un humus sociale drammatico che non puo' che portare alla violenza piu' folle.
Attenzione: non si puo' dire, in questo momento, chi abbia armato la mano dei kamikaze.
Estremisti islamici? Estremisti di destra americani? Sionisti pazzi? Chi lo sa?
L'attentato di Oklaoma, il piu' grande massacro terroristico avvenuto fino a ieri, fu imputato ai terroristi islamici e poi si scopri' essere opera di terroristi bianchi e fascisti che volevano provocare una reazione anti islamica. Si potrebbe anche scoprire che dietro al massacro di ieri ci siano tutte le fazioni terroristiche e tutti i servizi segreti, uniti nel comune intento di gettare la societa' civile nel caos...
Una cosa e' certa: al di la' di chi siano gli esecutori materiali del massacro questa violenza e' figlia legittima della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento disumano.
Questa violenza, queste morti, rendono immensamente felici coloro che hanno guadagnato milioni di dollari in poche ore speculando sul prezzo del petrolio, i mercanti di armi e i capi terroristi brindano ebbri di felicita' insieme ai generali e agli ammiragli, stanchi di questa pace strisciante che minaccia ogni giorno lo stato di guerra e i profitti fatti sulle mine antiuomo.
Domani i caccia bombarderanno qualche villaggio sperduto uccidendo civili inermi con la scusa di fare giustizia dei colpevoli e le lobby delle iene spingeranno per dare dignita' alle spese militari.
"Gli Stati Uniti devono rispondere immediatamente a questa aggressione!"
Urlava un cretino della strada e le sue parole sono state rilanciate da migliaia di telegiornali in tutto il pianeta.
"Rappresaglia!" Urla Bush, il boia del Texas.
Colpiranno, faranno 10 morti con la pelle olivastra per ogni cadavere bianco. E qualcuno proporra' di reagire con manifestazioni di piazza e di nuovo la polizia fara' dei morti.
Deve essere chiaro a tutti che questo e' un momento gravissimo. E' una nuova forma di guerra strisciante quella nella quale ci vogliono portare. Il partito della pace ha una sola possibilita': continuare caparbiamente a
lavorare con gli strumenti della pace. Affermare con tutta la forza possibile che possiamo ed e' necessario
togliere il nostro appoggio economico alle multinazionali della morte.
Oggi piu' che mai la scelta individuale di milioni di persone e' l'unico strumento possibile, l'unica strategia vincente.
Togliamo i nostri soldi dalle banche che finanziano la vendita delle i nostri soldi l'economia del dolore, smettiamo di comprare il carburante della Esso, i prodotti della Nestle', smettiamo di bere Coca Cola, di mangiare Mac Donald's, convertiamo le nostre auto a olio di colza e a gas, mettiamo i nostri risparmi sui fondi di investimento etico, abbandoniamo le assicurazioni colluse col sistema della morte, non compriamo auto da chi produce mine antiuomo, non compriamo scarpe da chi tiene in schiavitu' i bambini, non mangiamo i cibi
della chimica, abbandoniamo i marchi della cultura del profitto a tutti i costi.
In questi anni abbiamo lavorato con successo per dimostrare che e' possibile consociare i nostri consumi, risparmiare, avere prodotti migliori e, contemporaneamente, boicottare il mercato della morte rifiutandoci di portare i nostri soldi al loro mulino.
Oggi queste scelte non sono piu' solamente giuste e convenienti, sono anche urgenti e irrimandabili.
Ti chiediamo di fare un gesto, subito, ora.
Non c'e' piu' tempo per pensarci sopra. La locomotiva del capitalismo selvaggio sta accellerando la sua velocita', punta con determinazione assoluta verso la guerra e la distruzione del pianeta. L'unica possibilita' e' tagliarle i rifornimenti di carburante. Subito. Il mondo e' governato dal denaro.
I soldi sono l'unico argomento al quale i potenti siano sensibili.
Dai una possibilita' alla pace. Subito.
Inizia tu. Non aspettare che lo facciano gli altri. Ogni lira che togli ai signori del mondo e' un respiro che regali all'umanita'.
Voti ogni volta che fai la spesa!

Dario Fo, Franca Rame, Jacopo Fo



CONTRO LA VIOLENZA SENZA RIPRODURLA

MIR-MN del Piemonte

Noi che cerchiamo di vivere la nonviolenza esprimiamo il dolore e la più grande pietà umana per le vittime delle stragi in USA e la solidarietà a tutti quanti nel mondo soffrono queste violenze e cercano pace e giustizia.

Condannando questa enorme violenza diretta non dimentichiamo che nel mondo c'è una più profonda violenza strutturale che si esercita nell'oppressione politica, nello sfruttamento e nell'ingiustizia economica. Tutte queste violenze trovano origine e giustificazione in varie culture violente, arroganti e sprezzanti verso le altre.

La critica del dominio non è mai un crimine, mentre il crimine non è mai una critica giusta ed efficace, ed è invece riproduzione e conferma dell'ingiustizia che apparentemente combatte.

Ci dissociamo profondamente da coloro che hanno dimostrato esultanza perché i sentimenti di odio, che abbrutiscono l'uomo, devono essere vinti e superati in noi tutti combattendo, sì, l'ingiustizia ma con il rispetto
assoluto per ogni vita .

Condanniamo ugualmente ogni proposito di vendetta o pretesa di fare giustizia con le armi da parte del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

L'indagine ed il giudizio sui responsabili di un tale crimine internazionale che offende tutta l'umanità compete all'ONU nelle sue legittime istituzioni.


Movimento Nonviolento, Movimento internazionale per la riconciliazione
Segreteria regionale del Piemonte e della Valle d'Aosta
Torino, 12 settembre 2001



UNA DIFESA CHE NON DIFENDE


di Maria Grazia Tropea

* Di fronte alla tragedia che ha colpito gli Stati Uniti e il centro simbolico del mondo occidentale di cui siamo parte, come persone impegnate nella solidarietà e nella nonviolenza attiva, il nostro primo pensiero è per
le vittime di questa ferocia, uomini e donne come noi, cittadini/e del nostro mondo.
Ci immedesimiamo nella loro tragedia, nell'orrore della morte improvvisa o dell'improvvisa ferita, del lutto che ti toglie più che la vita; e non possiamo che restare muti, in balia insieme a loro della violenza scatenata:
condividere il pianto, lo smarrimento, come già tante altre volte per le vittime delle guerre, dalla Ex-Jugoslavia, al Congo, al Medio Oriente... e oggi qui, in un angolo di mondo che pensavamo invulnerabile.

* E' all'interno di questo dolore condiviso che vogliamo trovare lo spazio per riflettere e tentare di capire (abbiamo sentito affermare che ora non è il momento di pensare, ma di reagire rapidamente con la forza delle armi: speriamo che ciò non avvenga).

* Quanto è accaduto ci obbliga a prendere atto del fatto che dentro la logica della potenza armata non c'è difesa che tenga, non c'è sicurezza per nessuno, nemmeno per il più forte.
Questa constatazione può forse nell'immediato lasciare smarriti e spaventati; non sappiamo con precisione che cosa fare. Ma sappiamo con certezza quel che non si deve fare! Sappiamo che una risposta violenta, più
feroce del colpo subìto, tale da ristabilire il prestigio ferito, non farebbe che produrre ancora altri morti e nuovo odio e più insicurezza per tutti.
Le armi e la tecnologia a disposizione degli uomini oggi sono terribili: corriamo il rischio di distruggerci tutti. Occorre fare dei passi indietro per allontanarci dal baratro a cui siamo avviati. Osiamo sperare e chiedere
qualcosa di inedito: che "i più forti" abbiano il vero coraggio di fare quel passo indietro, per spezzare la catena della vendetta e della violenza.

* E' certamente giusto cercare di individuare i colpevoli e renderli incapaci di nuocere ancora: questo deve essere fatto, con urgenza!
Ma occorre anche cercare di capire il loro scopo e la molla che li ha spinti ad agire così.
Capire non significa giustificare: non c'è giustificazione alcuna per la violenza omicida e premeditata.
Ma non basta annientare chi l'ha progettata e messa in atto, se non si estirpa del tutto il seme dell'odio. Che qualcuno abbia potuto far festa per questa strage è un pensiero che ci fa inorridire, ma è l'inquietante segnale di un mondo diviso: perciò occorre cercar di capire, ascoltando tutti, soprattutto coloro che sono o si sentono vittime dello stra-potere simboleggiato dagli obiettivi che ieri sono stati colpiti.

* Occorre dare all'Occidente un volto amichevole e solidale verso il resto del mondo: una nuova e reale sicurezza non nascerà dal rafforzamento militare della cittadella assediata, né dalla ferocia delle ritorsioni, ma
da un ritrovato senso della giustizia, e dall'acquisizione di strumenti non distruttivi per la gestione dei conflitti, anche i più gravi, anche i più tragici.


CARO PRESIDENTE CIAMPI


di Enrico Peyretti

Propongo di scrivere in tanti, personalmente, al Presidente della Repubblica on. Carlo Azeglio Ciampi (Palazzo del Quirinale, 00186 Roma; con francobollo da 800 lire, perché non c'è più la franchigia: oppure presidenza.repubblica@quirinale.it , con firma completa di indirizzo, altrimenti il messaggio viene respinto) questa lettera, che io ho già spedita:

"Signor Presidente,
La supplico di agire perché alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti nessuno risponda con la vendetta militare.
Proprio perché quel crimine colpisce tutta l'umanità, deve essere un tribunale che rappresenta l'intera comunità dei popoli umani a compiere le indagini ed emettere il giudizio con tutte le garanzie giuridiche.
Ad un crimine, per quanto grande, non si risponde con la guerra.
La guerra non sarebbe un giusto giudizio penale, nella luce della ragione, della morale e della legge, ma un nuovo crimine che spingerebbe ulteriormente il mondo nel buio mortale dell'odio e della distruzione.
In nome della vita e della civiltà, nell'ora del massimo pericolo, La supplico di scongiurare la guerra con l'impegnativa autorità che Le dà la nostra Costituzione pacifica.

Se l'Italia sarà in guerra, io non ci sarò. Lo giuro"

Firmato (nome, cognome, indirizzo)


TRE TESI SULLA VIOLENZA


di Peppe Sini

I. Chiunque ancora propugni la tesi che possa esistere una "violenza giusta" e' complice degli assassini, e mette in pericolo il futuro dell'umanita'.

II. Chiunque ancora ritenga che i suoi fini particolari, sia pur nobilissimi, possano essere al di sopra del fine di salvare la civilta' umana dal pericolo della distruzione, mette a repentaglio la vita dell'umanita' intera.

III. Chiunque non abbia capito che anche l'uccidere un solo uomo equivale ad affermare la liceita' di ucciderci tutti, costui coopera alla fine del mondo.

Mohandas Gandhi e Guenther Anders queste cose le capirono e le dissero molto tempo fa.

Solo la scelta della nonviolenza puo' salvare il mondo. Occorre decidersi.

"Lo tempo e' poco ormai che n'e' concesso" (Dante, Inferno, XXIX, 11).


TUTTI ALLA PERUGIA-ASSISI


di Rete Lilliput

Il Tavolo Intercampagne e la Rete Lilliput per un'economia di giustizia esprime tutto il proprio orrore e la propria assoluta condanna per gli attentati che hanno insanguinato l'America. Condanniamo con forza l'uso
della violenza che ancora una volta semina un numero incredibile di vittime tra la popolazione civile alle quali testimoniamo la nostra più assoluta solidarietà.

E' assolutamente necessario che questo atto di violenza non inneschi una spirale di ulteriore odio e guerra che potrebbe coinvolgere il mondo intero in una rincorsa verso la distruzione.

Questo aggiungerebbe ancora altre migliaia di vittime alle vittime degli attentati ed alle molte migliaia di persone che ogni giorno perdono la propria vita a causa delle guerre, della fame, delle ingiustizie seminate in
tutto il mondo da questo ordine mondiale distruttivo.

Per porre davvero fine alla spirale della violenza occorre interrogarsi non solo sui tragici effetti di questa situazione che sono sotto i nostri occhi ma anche sulle cause che li generano.

Cioè che è avvenuto è in stretta relazione con la fragilità e l'intrinseca insicurezza dell'attuale sistema economico e politico dominante che non riesce a risolvere i problemi che continuano ad affliggere gran parte
dell'umanità.

Un mondo che viene rapinato nella ricerca esasperata di profitti a breve termine e in cui il divario tra i più poveri ed i più ricchi aumenta di anno in anno non può che diventare un invivibile focolaio di tensioni e
conflitti.

Occorre perciò rispondere all'inaccettabile violenza del terrorismo con atti di giustizia e di pace e non con le ritorsioni o le vendette militari.

La violenza si isola soltanto praticando la nonviolenza e avviando politiche mondiali di reale lotta alla povertà limitando i meccanismi economici e finanziari di prelievo forzato di risorse dai paesi più poveri e più in
generale da tutti quelli sottosviluppati.

Il processo democratico di partecipazione e discussione su scala mondiale di questi problemi è l'unico vero antidoto possibile per porre fine anche alla violenza del terrorismo.

Nessun attacco militare né degli Usa, né della Nato riusciranno altrimenti ad arginare veramente la violenza di quanto è accaduto.

Per questo la Rete Lilliput lancia con forza a tutti i movimenti italiani ed europei la proposta di convogliare tutte le nostre energie di mobilitazione sulla prossima marcia per la Pace Perugia-Assisi, ponendo con forza al
centro di questa mobilitazione non solo la lotta alla guerra ed alla violenza ma una politica per la giustizia e per i diritti dei popoli di tutto il mondo che conduca in sede ONU a colmare anziché aumentare i divari tra i popoli del mondo. Solo così sarà possibile estirpare davvero la violenza del terrorismo.

Tavolo Intercampagne (composto da Aifo, Beati Costruttori di Pace, Bilanci di Giustizia, Campagna Chiama l'Africa, Campagna dire mai al MAI, Campagna Globalizza-azione dei Popoli, Campagna Sdebitarsi, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, CoCoRiCò, CTM Altromercato, Mani Tese, Nigrizia, Pax Christi, Riforma della Banca Mondiale, WWF)

Rete Lilliput per un'economia di giustizia


UN GRIDO SILENZIOSO CONTRO LA VIOLENZA

di Sergio Paronetto

“O nonviolenza o non esistenza”
“Se non vivremo insieme come fratelli, moriremo insieme come stolti”
(Martin L. King)

Orrore, immensa tristezza e grande dolore.

Davanti al massacro scatenatosi in alcune città degli Stati Uniti, il nostro primo pensiero va alle vittime del terrorismo. Ai loro corpi. Ai loro volti. Cerchiamo di immaginarci la loro vita quotidiana tragicamente interrotta. Vorremmo esprimere la nostra solidarietà e la nostra commossa partecipazione alle loro famiglie, agli amici e ai conoscenti.

Molto è ancora da chiarire sulla tragedia statunitense, ma una cosa per noi è certa.
La violenza è disumana, cattiva, stupida e vile. E’ un male che annienta l’umanità. Offende la civiltà.
Degrada e annulla il valore delle cause che pretende di difendere. Alimenta il clima di paura. Scava ulteriori abissi di incomprensione. Allontana la soluzione dei problemi. E’ anche vile perché usa persone innocenti e inermi per il proprio delirio di onnipotenza.
Crea sempre una spirale terribile di odio, di sangue, di morte. E’ come un buco nero del cosmo: divora ogni risorsa vitale e distrugge il futuro.
Anche questa violenza riprodurrà vendette, risentimenti, intolleranze. L’esultanza di alcuni palestinesi è frutto di un dolore disperato cresciuto in un inferno di tormenti che preparerà altri inferni per sé e per gli altri.

Davanti a un dramma così immane, che aggrava ogni altro dramma, sentiamo la necessità di testimoniare col silenzio operoso e con il dialogo costruttivo il valore rivoluzionario della pace.
Ci sembra utili moltiplicare i momenti di riflessione e di comunicazione: sia veglie di preghiera e di meditazione, sia incontri ecumenici o interreligiosi, sia confronti e scambi culturali.

La città di Verona può valorizzare in ambito internazionale il suo gemellaggio con la palestinese Betlemme e con l’israeliana Ranana, sollecitare la diplomazia delle Nazioni Unite e partecipare alla marcia della pace da Perugia ad Assisi del 14 ottobre.

Dato l’aggravarsi della crisi mediorientale, ci sembra decisivo rilanciare il ruolo dell’ONU facendo anche di Gerusalemme la sede dell’ONU fino alla fine dei conflitti armati.

In ogni caso, per noi è essenziale rinnovare l’impegno per promuovere il valore e il metodo della nonviolenza. E’ l’unica reale novità.
L’innovazione che cambia in profondità. La concreta utopia che spezza la spirale della distruzione reciproca, supera le culture del nemico, trasforma positivamente i conflitti, crea nuovi rapporti tra le
persone e i popoli.
Ci pare urgente accendere ogni giorno il sogno fraterno di Martin Luther King con gesti, parole e opere di pace. “La vera scelta - egli diceva- non è tra nonviolenza e violenza ma tra nonviolenza e non esistenza…Se non riusciremo a vivere come fratelli moriremo tutti come stolti”.


ALDO CAPITINI DICEVA CHE....


Associazione nazionale Amici di Aldo Capitini

Di fronte all’esplosione in ogni parte del mondo di terrorismi feroci e irrazionali, l’Associazione degli Amici di Aldo Capitini ricorda di lui l’antico monito, rivolto a tutta l’umanità, di capire che i mezzi cattivi rendono inutile la lotta e cattivo anche il fine.

Usare la violenza per risolvere i problemi è la vecchia e fallimentare via del vecchio mondo.

Chi lavora per un futuro nuovo sceglie la nonviolenza, la nonmenzogna, la noncollaborazione con i violenti.

Non è un’utopia, come dimostra l’esperienza pacifica e nonviolenta dei palestinesi e degli israeliani di Nevé Shalom, oasi di comprensione e di pace nel mare d’odio che la circonda.

Alla vigilia della nuova edizione della Marcia Perugia Assisi, da Capitini realizzata per primo nel 1961, e organizzata per il 14 ottobre 2001 dalla Tavola della Pace, desideriamo far conoscere la nostra preoccupazione, dopo i fatti di Genova, che questo storico appuntamento pacifista e nonviolento sia minacciato dall’azione di gruppi violenti e di oscura provenienza, visti all’opera in quella occasione.

Chiediamo, per questa ragione, che tutti i partecipanti assicurino l’opinione pubblica, con precise ed inequivocabili dichiarazioni, della assoluta estraneità dai temi e dagli scopi della Marcia, di discorsi,
comportamenti e atti violenti, da qualsiasi parte provengano e in qualsiasi posto avvengano.

Chiediamo che si rinnovi l’impegno a difendere con tutti i mezzi nonviolenti il carattere pacifico della Marcia, senza provocatorie chiusure di nessun tipo.

Chiediamo in particolare la predisposizione di un servizio d’ordine composto da volontari nonviolenti, in grado di isolare subito gli eventuali provocatori violenti, che hanno dimostrato di essere organizzati e funzionali all’inquinamento interessato dei movimenti pacifisti e alternativi.

SIAMO TUTTI AMERICANI

di Alberto Tomiolo

Gli attentati USA cambiano lo scenario.

Se il 1900 termina con l'abbattimento del Muro di Berlino, il 2000 inizia con il crollo delle Torri Gemelle.
Oggi è il momento del lutto, del silenzio, della meditazione. Dolore per le vittime, compassione per il popolo americano.
Essere dalla parte delle vittime, sempre. Dalla parte dei popoli chesubiscono violenza. Ieri con i kossovari, i bosniaci; l'altro ieri con i tibetani, i vietnamiti; oggi con gli americani. Domani, con chi subirà nuove violenze.

Invitiamo i veronesi ad unirsi concretamente al dolore degli americani recandosi, il giorno delle esequie, davanti alla American School di Lungadige Attiraglio, simbolo civile, e davanti a Palazzo Carli, simbolo militare.

Ce l'ha insegnato Gandhi, che lealmente sospese le sue campagne nonviolente contro il Regno Unito, quando gli inglesi erano impegnati su altri fronti nella prima e seconda guerra mondiale.

I rapporti internazionali, le categorie della politica, concetti come difesa, sicurezza, sviluppo, vanno ripensati.
Non è una guerra tra il Bene e il Male (visione che nella storia è sempre stata foriera di tragedie).
La nonviolenza è il nuovo paradigma. Diritto internazionale, giustizia, dialogo tra popoli e culture, sono le sole armi per sconfiggere il terrorismo.

Gruppo Consiliare VERDI della COLOMBA
Piazza Brà, 1 - 37121 Verona
tel. 045 8077587 fax 045 8077216


LA VIA DELLA PACE E' NELLA GIUSTIZIA

di Alberto L'Abate

Questi fatti mi hanno fatto venire in mente una frase di Gandhi che diceva che il miglior modo di difendersi e' quello di non avere nemici.
Purtroppo l'occidente, con la propria politica di potenza, e con il mantenimento di quella violenza strutturale di cui parla il comunicato del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione di Torino, di nemici se ne crea ogni giorno sempre di piu'.
E la reazione che la Nato sta programmando, se la politica dell'occidente non cambia, e non prende in considerazione quando scritto dal "Guardian" che "la migliore difesa e' la giustizia", rischia di peggiorare sempre piu' la situazione.
E' forse venuto il momento di una forte risposta di tutti i gruppi e le organizzazioni che credono nella nonviolenza, e che pensano che la via della pace e' nella giustizia. Ma manca da parte nostra una strategia valida e vincente. Perche' non cerchiamo di lavorarci?


QUALE RISPOSTA AL TERRORISMO

di Davide Melodia

Di fronte al terrorismo, sin qui, individui, gruppi e governi hanno adottato modi diversi di ritorsione e di vendetta, altrettanto e più violenta del terrorismo stesso, coinvolgendo degli innocenti, e provocando ulteriori violenze e ritorsioni.
La risposta armata assomiglia molto alla pena di morte, su vasta scala.
La risposta razionale e socio-religiosa, fondata sulla giustizia, la solidarietà e l'assistenzialismo, quale forma suprema di prevenzione - ai disperati che intendono, ricorrendo alla violenza del terrorismo, punire i colpevoli della loro miseria - raramente adottata, e quasi mai tempestivamente, è di per sé sacrosanta.
Ma - di fronte al terrorismo su scala bellica (non guerra), testè applicato da feroci sconosciuti contro i simboli della potenza economica e militare degli Stati Uniti - sia la prima risposta violenta, sia la seconda, "giustizialista", non possono bastare.
Se è vero che quest'ultima forma di terrorismo con effetti esponenziali, "di massa", ha motivazioni, portata e finalità "nuove", anche le risposte che il mondo deve dare devono essere teoricamente e praticamente "nuove".
La risposta della giustizia preventiva deve esserci comunque, ma per essere creduta e rispettata, per avere un impatto deterrente, per arrivare al cuore e alla mente non solo dei popoli oppressi, o perseguitati o tenuti in non cale dalla civiltà tecnologica avanzante, globalizzanre, pianificante, ma dei suoi presunti "vendicatori", deve fare un salto di qualità. E qui, anche se ne sento la necessità e l'urgenza, non ho la soluzione. Altri, spero, la potrà elaborare.


UNA NUOVA CONVIVENZA MONDIALE

di Luciano Benini

Di fronte alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti l'orrore e l'indignazione sono i sentimenti che immediatamente prevalgono in ognuno di noi, accanto alla più ferma condanna per atti che non possono trovare alcuna giustificazione. Questi crimini colpiscono l'umanità intera perché lacerano e feriscono la natura umana che c'è in ciascuno di noi.
Ora, a qualche giorno di distanza da avvenimenti tanto tragici, occorre saper riflettere sulle cause che possono portare a gesti tanto disperati e gravi, perché poi le risposte che la comunità internazionale dovrà porre in essere dipenderanno proprio dall'analisi che sapremo fare.
Se, come purtroppo la maggiorparte dei politici, dei giornalisti e delle persone di potere hanno affermato in questi giorni, si cercherà di spiegare tutto col fanatismo religioso, con la lotta fra il bene e il male, con lo scontro fra la civiltà da una parte e la barbarie dall'altra, allora sembrerà normale una risposta militare e violenta, sembrerà normale restringere le libertà individuali in nome della sicurezza, sembrerà normale vedere in ogni mediorientale un possibile terrorista, sembrerà normale reprimere ogni forma di dissenso e di critica al sistema occidentale in nome della necessità di far fronte comune contro il nemico esterno. In questa logica si spiega l'irresponsabile e ridicola proposta, avanzata da un personaggio inquietante come Cossiga, di celebrare subito un nuovo incontro dei G8 in Italia, proposta purtroppo fatta propria dal presidente Berlusconi ma per fortuna accantonata subito dagli stessi Stati Uniti.
L'analisi di quanto avvenuto in questi giorni mi pare debba essere molto più profonda.
È certamente giusto cercare di individuare i colpevoli di questa tremenda strage e renderli incapaci di nuocere ancora: questo deve essere fatto, e con urgenza. Ma occorre anche cercare di capire il loro scopo e la molla che li ha spinti ad agire così. Capire non significa giustificare: non c'è giustificazione alcuna per la violenza omicida e premeditata. Ma non basta annientare chi l'ha progettata e messa in atto, se non si estirpa del tutto il seme dell'odio. Che qualcuno abbia potuto far festa per questa strage è un pensiero che ci fa inorridire, ma è l'inquietante segnale di un mondo diviso: perciò occorre cercar di capire, ascoltando tutti, soprattutto coloro che sono o si sentono vittime dello strapotere simboleggiato dagli obiettivi che sono stati colpiti, Manhattan e quindi il potere economico, il Pentagono e quindi il potere militare, la Casa Bianca, scampata dalla strage, il potere politico.
Occorre dare all'Occidente un volto amichevole e solidale verso il resto del mondo: una nuova e reale sicurezza non nascerà dal rafforzamento militare della cittadella assediata, né dalla ferocia delle ritorsioni, ma da un ritrovato senso della giustizia, e dall'acquisizione di strumenti non distruttivi per la gestione dei conflitti, anche i più gravi, anche i più tragici.
Chi compie azioni di questo genere in nome dell'Islam bestemmia Allah esattamente come bestemmiavano i cristiani che si lanciavano in tante "guerre sante", anche in tempi recenti.
Perchè meravigliarsi che qualcuno cerchi di guadagnarsi il paradiso nell'aldilà con azioni terroristiche, quando il paradiso in terra promesso dal capitalismo neoliberista è, per oltre i quattro quinti dell'umanità, un miraggio che si allontana, lasciando il posto ad un inferno fatto di sfruttamento economico, disastri ambientali, collasso sociale, violenza endemica? Perchè stupirsi se c'è chi si addestra alla guerra santa, quando gli anni novanta sono stati utilizzati dalle potenze occidentali per ridare legittimità e dignità alla guerra come valido strumento di risoluzione delle controversie internazionali? Queste sono le domande che dovremmo porci, questi i temi su cui chiedere al popolo degli Stati Uniti di riflettere, se veramente ci consideriamo loro amici. Gli Usa, e con loro l'intero Occidente, devono imparare a guardarsi allo specchio se vogliono veramente capire come si è arrivati alla tragedia di questi giorni. Il "brodo di cultura" in cui il terrorismo si è sviluppato è il loro stesso sistema economico, non il movimento "anti-global" come gli ideologi di regime stanno già cominciando a dire.
È la disperazione che genera la massa critica sufficiente per una follia di così grande portata. E la disperazione è la condizione di milioni di poveri, di diseredati, di oppressi. Popoli devastati e depredati dal colonialismo del Primo Mondo che forniscono braccia e consenso al terrorismo. Popoli che hanno visto milioni di loro fratelli morire, essere trattati come bestie. Popoli spogliati di tutto, dalle loro materie prime alla loro cultura.
Non è vero che di qua c'è la civiltà e di là c'è la barbarie.
Quando gli Stati Uniti bruciavano vivi col Napalm migliaia di bambini vietnamiti colpevoli solo di vivere in un paese comunista, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando gli Stati Uniti organizzavano le scuole di tortura e repressione per i militari golpisti Latino-americani, che poi puntualmente mettevano in pratica gli insegnamenti ricevuti uccidendo, facendo sparire e torturando centinaia di migliaia di donne, bambini, anziani, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando i bombardamenti della NATO, Italia compresa, uccidevano 100-200 mila iracheni colpevoli solamente di avere come capo un dittatore che solo pochi anni prima era sostenuto politicamente, economicamente e militarmente dalla NATO stessa perché difendeva gli interessi occidentali contro il fanatismo musulmano di Komeini, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando più di mezzo milione di bambini iracheni venivano uccisi in 10 anni dall'embargo proclamato dai paesi occidentali, dove era la civiltà e dove la barbarie?
Quando la NATO giocava al tiro al bersaglio da 10 mila metri di altezza uccidendo a migliaia serbi e kossovari e spegnendo la speranza che dieci anni di resistenza nonviolenta aveva alimentato, dove era la civiltà e dovela barbarie?
Quando da più di 50 anni 4 milioni di Palestinesi sono costretti a vivere nei campi profughi perché cacciati dalla loro terra senza che nessuno muova un dito, mentre per molto meno (Kuwait, Kossovo) si è messo a disposizione l'intero apparato bellico delle potenze occidentali, dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando decine di migliaia di Kurdi sono uccisi, torturati, imprigionati senza che la NATO muova un dito solo perché il governo che uccide, tortura, imprigiona, quello turco, fa parte della NATO stessa, dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando ogni giorno 100 mila persone muoiono di fame, malattie, guerre spesso causate dalle politiche neoliberiste occidentali che la globalizzazione vorrebbe estendere all'intero pianeta, quando con il consenso dei governi occidentali gli aggiustamenti strutturali del Fondo Monetario Internazionale e le politiche monetarie e commerciali della Banca Mondiale e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio costringono alla miseria e alla disperazione milioni di persone, dov'è la civiltà e dove la barbarie?
Quando 8 paesi al mondo pretendono di decidere le sorti del resto dell'umanità e con il loro braccio armato, la NATO, si arrogano il diritto di decidere quando e contro chi è giusto bombardare, togliendo forza e legittimità all'unico organismo internazionale che ce l'ha, l'ONU, dov'è la civiltà e dove la barbarie?

Quando l'altra sera anch'io partecipavo alla fiaccolata per esprimere l'orrore e lo sdegno per la strage, camminavo non solo per le migliaia di vittime provocate in questi giorni dal terrorismo negli Stati Uniti ma anche per i Palestinesi, per i Kurdi, per gli Africani, per i popoli Latino-americani, per tutti i popoli e le persone della terra che sono privati della dignità di esseri umani. La vita di un Palestinese, di un Kurdo, di un Iracheno, di un Africano o di un Latino-americano ha lo stesso valore di quella di uno Statunitense. Occorre allora avere la forza di indignarsi sempre di fronte alla barbaria, perché civiltà e barbarie sono in ogni popolo e in ognuno di noi. Quando prevale la nonviolenza, la giustizia, la convivenza, la solidarietà, è la civiltà che prevale, quando la parola è alla repressione, alle armi, alla violenza, è la barbarie che prevale.

C'è infine un aspetto che fa riflettere in questa vicenda: il gigantesco sistema militare che è stato messo in piedi in 50 anni dalla NATO, basato su migliaia di testate nucleari, carriarmati, armamenti chimici e batteriologici, bombardieri e cannoni, è stato messo in ginocchio e ridicolizzato non da un attacco nucleare di una superpotenza ma da alcuni coltellini da boy-scout.
Se anche solo una piccolissima parte delle risorse economiche e di persone che sono state sprecate in questi anni fosse stata impiegata per consentire a tutti di disporre di acqua, cibo, casa, salute e lavoro, gran parte dei problemi dell'umanità sarebbero stati risolti e la sicurezza del mondo sarebbe molto maggiore di quanto sia oggi. Ridicolo ci appare oggi il progetto di "Scudo stellare": speriamo che almeno quanto avvenuto serva per accantonarlo definitivamente.
Occorre allora affermare con chiarezza che chiunque ancora oggi propugni la tesi che possa esistere una "violenza giusta" è esso stesso complice degli assassini, e mette in pericolo il futuro dell'umanità, che chiunque non abbia capito che l'uccidere anche un solo essere umano equivale ad affermare la liceità di ucciderci tutti, costui coopera alla fine del mondo.
E mentre condanniamo senza appello la strage dell'11 settembre, condanniamo ugualmente ogni proposito di vendetta o pretesa di fare giustizia con le armi da parte del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. L'indagine ed il giudizio sui responsabili di un tale crimine internazionale che offende tutta l'umanità compete all'ONU nelle sue legittime istituzioni. Per questo motivo mi sento di fare mio l'appello che circola in questi giorni che dice:
"Signor Presidente della Repubblica, La supplico di agire perché alla strage disumana compiuta negli Stati Uniti nessuno risponda con la vendetta militare. Proprio perché quel crimine colpisce tutta l'umanità, deve essere un tribunale che rappresenta l'intera comunità dei popoli umani a compiere le indagini ed emettere il giudizio con tutte le garanzie giuridiche. Ad un crimine, per quanto grande, non si risponde con la guerra. La guerra non sarebbe un giusto giudizio penale, nella luce della ragione, della morale e della legge, ma un nuovo crimine che spingerebbe ulteriormente il mondo nel buio mortale dell'odio e della distruzione. In nome della vita e della civiltà, nell'ora del massimo pericolo, La supplico di scongiurare la guerra con l'impegnativa autorità che Le dà la nostra Costituzione pacifica.
Se l'Italia sarà in guerra, io non ci sarò."


NOI DONNE AFGHANE DICIAMO CHE...

dell'associazione afghana Rawa

LA GENTE DELL'AFGHANISTAN NON HA NIENTE A CHE FARE CON OSAMA E I SUOI COMPLICI COMUNICATO UFFICIALE DEL RAWA SUGLI ATTENTATI IN USA E SULLE RESPONSABILITA' DEGLI STATI UNITI, APPELLO ALLA POPOLAZIONE #settembre 2001, da RAWA. Traduzione a cura di Iemanja'

14 settembre

L'11 settembre 2001 il mondo è rimasto scioccato dagli orribili attacchi terroristici agli Stati Uniti. RAWA esprime con il resto del mondo il proprio dolore e la condanna di questo atto barbarico di violenza e terrore. RAWA aveva già avvertito che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto sostenere i più infidi, i più criminali, i più antidemocratici e misogini partiti fondamentalisti islamici, perché dopo che i Jehadi (l'Alleanza del Nord di Massud, ndr.) e i Talebani avevano commesso ogni possibile sorta di orrendi crimini contro la nostra gente, essi non avrebbero provato alcuna vergogna nel commettere tali crimini contro il popolo americano che considerano "infedele". Allo scopo di raggiungere e mantenere il proprio potere, questi delinquenti crudeli sono pronti a rivolgersi a qualsiasi forza criminale. Ma sfortunatamente noi dobbiamo dire che è stato il governo degli Stati Uniti a sostenere il dittatore pakistano gen. Zia-ul Haq nel creare migliaia di scuole religiose dalle quali sono emersi i germi dei Talebani. Allo stesso modo, come è evidente per tutti, Osama Bin Laden è stato il pupillo della CIA. Ma ciò che è più penoso è che i politici americani non hanno tratto una lezione dalle loro politiche a favore dei fondamentalisti nel nostro paese e stanno ancora continuando ad appoggiare questo o quel gruppo o leader fondamentalista. Secondo noi, ogni tipo di sostegno ai fondamentalisti Talebani e Jehadies significa in realtà calpestare i valori democratici, i diritti delle donne e i diritti umani.
Se è provato che i presunti autori degli attacchi terroristici si trovano fuori dagli Stati Uniti, il nostro grido costante che i terroristi fondamentalisti avrebbero finito per ritorcersi contro i loro creatori, è confermato una volta di più.
Il governo degli USA dovrebbe considerare le cause di fondo di questo terribile evento, che non è stato il primo e non sarà l'ultimo. Gli USA dovrebbero smettere di appoggiare i terroristi afghani e i loro sostenitori una volta per tutte.
Adesso che i Talebani e Osama sono i primi indiziati dalle forze americane dopo gli attacchi criminali, gli USA sottoporranno l'Afghanistan a un attacco militare simile a quello del 1998 e uccideranno migliaia di innocenti afghani per i crimini commessi dai Talebani e da Osama? Pensano gli USA che attraverso questi attacchi, con migliaia di diseredati, poveri e innocenti afghani come vittime, saranno in grado di cancellare le cause del terrorismo o piuttosto diffonderanno il terrorismo su più larga scala?
Dal nostro punto di vista vasti e indiscriminati attacchi militari ad un paese che da più di due decenni è sottoposto a disastri permanenti, non sarebbero un motivo d'orgoglio. Non pensiamo che una tale aggressione sarebbe l'espressione della volontà della gente americana. Il governo degli USA e il loro popolo dovrebbero sapere che c'è una grande differenza tra la gente povera e martoriata dell'Afghanistan e i terroristi criminali Talebani e Jehadi.
Mentre noi manifestiamo ancora una volta la nostra solidarietà e il profondo cordoglio al popolo degli Stati Uniti, crediamo anche che attaccare l'Afghanistan e uccidere la sua gente più derelitta e sofferente, non allevierà in alcun modo il lutto del popolo americano. Speriamo sinceramente che il popolo americano sia in grado di DISTINGUERE tra la gente dell'Afghanistan e un pugno di terroristi fondamentalisti. I nostri cuori si rivolgono alla gente degli Stati Uniti.
ABBASSO IL TERRORISMO!


CONTRO LA FOLLIA

di Pasquale Pugliese

Dopo il silenzio e il raccoglimento - uniche azioni immediatamente possibili di fronte ad una tragedia dalle proporzioni, reali e simboliche, di dimensioni bibliche - per le migliaia di inermi cittadini statunitensi vittime del terrorismo, è giunto il tempo di avviare una riflessione profonda sulle cause di tanto odio e di tanta disperazione e sulle risposte che tutti noi oggi possiamo dare. E le risposte si situano, a mio parere, almeno a tre diversi livelli di profondità: la mobilitazione contro la guerra, il disarmo militare e il disarmo economico.

Mobilitazione
Di fronte alla folle azione terroristica, l'unica reazione che l'Occidente sembra contemplare - e già sta preparando - è la guerra: una doppia follia. Follia in se stessa, perché anch'essa azione terroristica che colpisce - ormai quasi esclusivamente - innocenti vittime civili, compiuta da chi detiene il monopolio "legittimo" della forza; follia nelle conseguenze, perchè - se non è totale e sterminatrice (hanno fatto un deserto e l'hanno chiamato pace) - alimenta nelle vittime l'odio, la disperazione ed ulteriori e più feroci azioni di terrore.
Di fronte alla follia del terrorismo ed alla doppia follia della guerra l'unica risposta possibile è la mobilitazione: una grande e determinata mobilitazione pacifista e nonviolenta. La mia proposta è di sospendere da parte del movimento per la pace e la giustizia globale - gandhianamente - tutte le iniziative di contestazione in programma per i prossimi mesi e di concentrare tutti gli sforzi in un nostro grande appuntamento di massa: la Marcia per la pace Perugia-Assisi del 14 ottobre prossimo.
Se ciò non basterà a fermare la follia, bisognerà passare all'obiezione di coscienza, alla disobbedienza civile ed all'azione diretta nonviolenta, attive e diffuse.
E questo è il compito di tutte le donne e gli uomini costruttori di pace.

Disarmo militare
In questi cinquanta anni "di pace" decine e decine di guerre hanno insanguinato tutti gli angoli del globo, causando milioni di morti. Gli Stati Uniti sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nella maggior parte di esse: popolazioni civili in tutte le parti del mondo - dalla Corea al Vietnam, dall'Irak alla Yugoslavia - hanno visto le bombe americane cadere sulle loro teste, distruggere le loro città, annientare le loro economie. O sparare le armi occidentali vendute indiscriminatamente a tutti i paesi in guerra.
La difesa degli interessi economici e strategici dell'Occidente ha visto sempre di più - con un'accelerazione dopo la fine della guerra fredda - l'uso della guerra calda per conseguire e mantenere il dominio ed il privilegio. Ciò è causa di disperazione, odio, desiderio di vendetta di molte genti verso l'Occidente in generale e gli Stati Uniti in particolare.
E l'odio genera odio, la vendetta genera vendetta in una spirale senza uscita fino all'uso, folle ma possibile, - e già sperimentato proprio dagli americani - da parte di qualcuno della bomba atomica.
Ed allora solo il disarmo ci può salvare, solo la ripresa di una lotta antica ("disarmo, vocabolo d'un tempo" dice Pietro Ingrao su il manifesto del 16 settembre), contro tutti gli eserciti e tutte le guerre. E' quanto hanno proclamato, ignorati dai più, i 3.000 marciatori della Marcia nonviolenta del 24 settembre 2000; è quanto va recuperato oggi più che mai in questo momento di follia.
E questo è il compito di tutti gli amici della nonviolenza.

Disarmo economico
Noi che viviamo "sicuri nelle nostre tiepide case" (E.Levi Se questo è un uomo), come potevamo pensare di poter continuare ancora a lungo nella nostra sicurezza, quando sperperiamo avidamente, da soli, le risorse naturali, energetiche ed economiche dell'umanità intera? Quale sicurezza ci siamo illusi essere possibile continuando a spartirci, nell'opulento Occidente, l'86 % delle risorse di tutti; costringendo alla morte, nel silenzio e nel buio delle televisioni, 30.000 bambini al giorno per fame?
Quali misure di sucurezza possiamo innalzare, quali armi possiamo inventare, a difesa di un mondo nel quale 220 persone possiedono una ricchezza pari al prodotto globale lordo della metà più povera dell'umanità? I peggiori regimi tirannici della storia sono stati spazzati via per molto meno.
Ed allora ecco, di fronte a questa follia, la giusta ribellione dei popoli di Seattle e di Porto Alegre, che si salda alla ribellione dei contadini indiani, dei sem terra brasiliani e degli indios messicani. Ecco la lotta per resistere alla violenza strutturale, della quale la violenza diretta della guerra è la difesa, e per costruire un'economia sobria, giusta e sostenibile. E realizzare per questa via, finalmente, un mondo in cui tutti abbiano diritto ad una vita dignitosa e libera dalla fame, dalla guerra e dallo sfruttamento.
Ma, attenzione, i fatti di questi giorni ci ammoniscono, ancora una volta, che solo la nonviolenza dei fini e dei mezzi - alternativa radicale alla violenza strutturale dell'ingiustizia e alla violenza diretta della guerra - è la strada da percorrere. Ogni altra strada, si sa dove inizia ma non si sa dove conduce.
E percorre questa strada, oggi, è il compito dei lillipuziani.


GIUSTIZIA E PACE SONO LE CATEGORIE DELLA POLITICA

di Mao Valpiana

Dopo il dolore, il silenzio, il lutto, è il momento della riflessione.
Non si è ancora data sepoltura alle vittime innocenti, e già si sente parlare di ritorsione militare. Il nemico è stato individuato in Osama Bin Laden (che a suo tempo fu un pupillo della CIA), e lo stato-canaglia questa volta è l'Afghanistan (i cui guerriglieri furono sostenuti e finanziati dall'America in chiave antisovietica). Si richiamano i riservisti, si scaldano i motori dei caccia bombardieri, si muove la flotta e si preannuncia che la guerra sarà lunga ma vittoriosa. Si rispolvera il vecchio armamentario ideologico della lotta del Bene contro il Male.
Pochi vogliono concedersi il lusso di pensare, di porsi qualche domanda, di guardarsi allo specchio. Tutti gli appelli sono solo per la vendetta. Il buonismo del perdono ora non serve a nulla. La sfida che ci aspetta è veramente dura.
Di fronte al terrorismo, anche il più efferato, secondo la civiltà giuridica uno Stato di diritto ha una sola strada: individuare i colpevoli, i mandanti, gli organizzatori, arrestarli e processarli. Se si tratta di terrorismo internazionale, ci sono i tribunali per i crimini contro l'umanità; se è uno Stato ad essersi macchiato di tali delitti, deve intervenire l'ONU, con la sua autorità e le sue truppe. Questo è il compito della giustizia. Se si esce da questo tracciato, si entra nell'arbitrio, nella giustizia "fai da te", che è lo stesso parametro usato dai terroristi.
La politica, invece, deve interrogarsi sulle cause, sui moventi, sugli scopi, sugli obiettivi del terrorismo. Deve estirpare il seme dell'odio, impedire che germogli e fruttifichi.
Per chi vuole usare la testa (e il cuore) prima che le mani (e le armi) le domande sono chiare.
Se l'occidente non vuole rimettersi a fare le crociate deve chiedersi se quanto sta accadendo nel mondo non sia forse il frutto di cinquecento anni di colonialismo e oltre duemila anni di dominio culturale, dai tempi dell'Impero Romano. Il colonialismo europeo in Africa, Asia e America Latina; la spartizione del mondo a Yalta fra Usa e Urss; la creazione dello Stato di Israele; il dominio del dollaro; l'appoggio della politica militare americana a governi corrotti; i colpi di stato finanziati e organizzati dalla Cia; la crescita della Nato a scapito dell'Onu; i bombardamenti su Bagdad e su Belgrado; gli embarghi per Cuba e Iraq; il ruolo americano in Somalia e Turchia; il dramma dei kurdi; i palestinesi abbandonati a se stessi…. Decenni di supremazia militare, hanno trasformato il mondo in una polveriera.
Non si tratta ora di criticare cultura e politica americana, ma la cultura e la politica di cui si sono alimentati i paesi del mondo ricco e potente.
Questa cultura (guadagnare e investire denaro, produrre e consumare sempre di più) e questa politica (prepararsi alla guerra per difendere i propri interessi) non solo costituiscono il programma di ogni governo, ma sono sostenute e alimentate dai governati, che sono gli artefici e i costruttori quotidiani di questa società. Ognuno dovrebbe quindi criticare la propria cultura e la propria politica. Aiutare l'Amercia a cambiare, è un gesto di profonda amicizia con il popolo americano.

Fargli capire la fragilità della loro società: sono bastati dei coltelli da supermercato per colpire al cuore la superpotenza nucleare. Anche qui emerge chiara una domanda: le ingenti spese per la difesa militare, sottratte alla sanità, all'istruzione, alla cooperazione, a cosa sono servite? Forse difesa militare e sicurezza non sono la stessa cosa.
Sono passati ottocento anni dalla Crociate, e il rapporto fra Occidente e paesi Arabi non ha fatto grandi progressi. Forse bisogna ripensare e seguire l'esempio del più illuminato fra gli uomini europei dell'epoca, Francesco d'Assisi, che andò alle crociate a mani nude, per incontrare e parlare col Sultano. Sta tutta qui l'indicazione di come si deve ripensare la politica: è solo il dialogo, lo scambio, la conoscenza reciproca che può offrire una via d'uscita ad una situazione troppo intricata. Bisognerebbe far studiare l'arabo nell' American School, e far studiare l'inglese nelle Scuole Coraniche. Portare in medioriente i testi di Kant e Cartesio e noi imparare la filosofia islamica.
L'antidoto alla guerra di religione sta nel contaminarsi reciprocamente. Per questo dobbiamo trovare alleanze con i settori moderati, democratici, realmente religiosi della società islamica. La repressione e la lotta muro contro muro significa solamente regalare interi paesi al fondamentalismo.
"O nonviolenza, o non esistenza" diceva Martin Luther King, il più grande leader nonviolento degli Stati Uniti. La nonviolenza impone oggi un profondo esame di coscienza a tutto l'occidente.
Questo mondo, così com'è, ci porta dritti all'autodistruzione. E' un mondo basato sulla violenza strutturale, che ha scelto un tipo di sviluppo insostenibile: un quarto degli uomini con la pancia e gli arsenali pieni, tre quarti che desidererebbero partecipare al banchetto, ma ne vengono esclusi. Un mondo lanciato verso il progresso materiale, impaurito di perdere i privilegi raggiunti; un livello di sviluppo energivoro, ecologicamente impossibile per l'intero pianeta, di cui gode solo il 20% dell'umanità. Un mondo regolato da una logica economica i cui rapporti di forza sono basati sulla potenza militare, è un mondo ricco di denaro, ma povero di futuro.
E' indispensabile una conversione ecologica ed economica: un'economia nonviolenta, per questo, deve trovare interlocutori anche nei paesi extra G8, nel bacino del Mediterraneo, nei paesi dell'est, nel mondo islamico: lavorare insieme per un nuovo modello di sviluppo, per una società sostenibile.

Certo, è difficile invertire la rotta, ma è la sola scelta che abbiamo. La nonviolenza è la più grande arma di cui disponga l'umanità: ce l'ha insegnato Gandhi.

COME OPPORSI ALLA GUERRA, IN SETTE PUNTI E UNA POSTILLA

di Peppe Sini

1. Illimpidendo noi stessi.
Interrogandoci sulle nostre ambiguita', sulle nostre complicita', sui nostri privilegi, sulle nostre menzogne, e depurandocene. Da Mohandas Gandhi a Danilo Dolci tutte le grandi lotte nonviolente sono cominciate con il raccoglimento interiore, l'esame e la purificazione di se'.
*
2. Col ripudio assoluto della violenza.
Che implica separarci nettamente, preliminarmente ed intransigentemente dai violenti e dagli ambigui. Far comunella con loro, o illudersi di poter percorrere insieme con loro un pezzo di strada, significa imboccare la strada sbagliata, e diventare loro complici.
*
3. Preparandoci all'azione diretta nonviolenta.
Per contrastare la guerra praticamente, operativamente, e non solo simbolicamente, non solo a chiacchiere. L'azione diretta nonviolenta contro la guerra o e' concreta o non e'.
Questo richiede una preparazione rigorosa, training di formazione, un'autentica persuasione alla nonviolenza, la profonda introiezione dei suoi valori, lo studio sistematico delle sue tecniche.
Ed occorre essere intransigenti nello stabilire che ad una azione diretta nonviolenta contro la guerra possono partecipare solo le persone che hanno fatto la scelta della nonviolenza, e che ad essa intendono attenersi fino in fondo; gli altri, i non persuasi, non possono partecipare poiche' sarebbero di pericolo per se' e per gli altri, e farebbero fallire irrimediabilmente l'azione nonviolenta anche solo con una parola sbagliata.
*
4. Preparando la disobbedienza civile di massa.
La quale disobbedienza civile e' una cosa seria che richiede serieta' di comportamenti e piena responsabilita', consapevolezza e preparazione.
Essa e' quindi il contrario delle iniziative equivoche ed irresponsabili che personaggi stolti e fin inquietanti hanno recentemente preteso di spacciare sotto questa denominazione.
*
5. Preparando lo sciopero generale contro la guerra.
E giovera' ripeterlo pari pari: preparando lo sciopero generale contro la guerra.
*
6. Ripudiando tutte le culture sacrificali.
Occorre affermare la dignita', l'unicita' e il valore assoluto di ogni vita, la propria e l'altrui.
Chi pensa che si possa sacrificare anche una sola vita umana, ha gia' sancito in linea di principio la liceita' di ucciderci tutti, ed e' quindi complice della logica degli assassini.
*
7. Affermando la nonviolenza in tutte le sue dimensioni, anche come nonmenzogna e come noncollaborazione al male.
Mentire e' gia' disprezzare e denegare gli altri esseri umani in cio' che degli esseri umani e' piu' proprio: la facolta' di capire, la ragione.
La nonviolenza e' sempre anche nonmenzogna.
Chiave di volta della nonviolenza e' la consapevolezza che occorre togliere il consenso ai facitori di male. Occorre esplicitamente noncollaborare con essi. La nonviolenza e' sempre negazione del consenso all'ingiustizia e alla violenza.
*
Postilla. Lo scatenamento di una guerra globale come quella che gli abominevoli attentati terroristici dell'11 settembre hanno innescato puo' provocare la fine della civilta' umana. E' bene non dimenticarlo mai.
Opposizione alla guerra e salvezza dell'umanita' vengono quindi a coincidere. Ma solo la nonviolenza puo' opporsi coerentemente e concretamente alla guerra. E dunque solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
Un movimento per la pace che non scelga la nonviolenza non e' un movimento per la pace.



PERSUASI DELLA NONVIOLENZA PER SCONFIGGERE OGNI TERRORISMO

di Nanni Salio

"Non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume.
Non credo piu' che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra, dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove".
E' da queste parole di Etty Hillesum, scritte nel suo Diario 1941-1943, durante la seconda guerra mondiale, poco prima di morire nel lager, che bisogna partire per riflettere sulla tragica serie di attentati dell'11 settembre negli USA. "Il regno di Dio e' in voi", diceva Tolstoi, ma potremmo aggiungere: "...anche quello di satana".
Per i persuasi della nonviolenza, il compito e' oggi piu' difficile che mai. Bisogna riuscire a interrompere la spirale della violenza che quasi certamente verra' alimentata dalla ritorsione che il governo USA sta pianificando. La via maestra e' quella del dialogo con tutte le parti in causa, conoscerne e riconoscerne torti e ragioni, vedere e far vedere la sofferenza e il dolore di tutte le vittime, aiutare i persecutori a riumanizzarsi, analizzare i traumi subiti mediante una sorta di grande terapia collettiva che apra la strada alla riconciliazione del genere umano.
Dobbiamo aiutare i cittadini americani a prendere coscienza della irresponsabilita' della loro classe politica e del fallimento delle dottrine militari, anch'esse basate sul terrorismo (di stato), che li hanno resi piu' insicuri e vulnerabili. Cosi' come a suo tempo aiutammo i cittadini sovietici a scrollarsi di dosso un regime che cadde quasi senza colpo ferire, attraverso una strabiliante lotta nonviolenta culminata nel 1989, ora dobbiamo aiutare i cittadini americani a liberarsi dal giogo altrettanto odioso e pericoloso del complesso militare-industriale-scientifico che li ha portati in un vicolo cieco.
Al contempo, occorre aiutare le popolazioni dell'islam e piu' in generale i popoli oppressi a non cadere nella trappola della violenza e del terrorismo.
E' necessario un gigantesco impegno di educazione alla lotta nonviolenta, l'unica strada che nel secolo scorso ha consentito di ottenere risultati significativi e duraturi senza seminare odio, vittime, vendette, massacri, tragedie ricorrenti e senza fine.
Non ci sara' vera pace senza giustizia e non ci saranno ne' pace ne' giustizia senza una cultura della nonviolenza attiva. E' la globalita' dei problemi che impone di riconoscere sia i limiti, i fallimenti e gli errori sia gli aspetti positivi, creativi, costruttivi di ciascuna cultura. Non ci sono popoli eletti ne' reietti, ma ciascuno ha il suo bagaglio di esperienze storiche, miti, traumi, successi e insuccessi dai quali partire per costruire una cultura che riconosca nella nonviolenza il seme comune dell'umanita', le verita' antiche come le colline.
Chi si fara' carico di questo progetto, della trasformazione nonviolenta di ogni conflitto, dal micro al macro? In tutte le principali tradizioni culturali e religiose sono presenti uomini e donne che hanno saputo assumere su di se' il dolore del mondo per compiere un'opera di redenzione: sono i "giusti" della tradizione ebraica, il redentore della religione cristiana, i bodhisattva della cultura buddhista, i rishi degli antichi Veda, i sufi dell'islam. Oggi, questa eredita' culturale dev'essere raccolta e disseminata da tutti coloro che hanno effettivamente a cuore le sorti dell'umanita' intera e che intendono dare alla propria esistenza un senso piu' profondo e autentico. Se ci sono persone disposte a immolare la propria vita per seminare il terrore, dovra' esserci un numero ancora piu' grande di satyagrahi preparati a donare la vita perche' persuasi della nonviolenza, come ci hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Etty Hillesum e tanti altri che hanno vissuto in momenti della storia umana non meno drammatici del nostro.
Il "movimento di movimenti", venuto alla ribalta negli ultimi due anni per le sue iniziative di contestazione dei vertici dei potenti, si trova ora di fronte a una scelta ineludibile: deve farsi carico consapevolmente di questo ambizioso progetto e imboccare chiaramente e con determinazione la strada della nonviolenza attiva, costruttiva e creativa per non soccombere nella stretta fra i due terrorismi. La sua agenda diventa ancora piu' fitta e una priorita' assoluta dovra' essere assegnata alla lotta contro lo strapotere degli apparati militari, ovunque nel mondo, alla realizzazione di modelli di difesa basati sulle tecniche di lotta della nonviolenza, alla democratizzazione delle Nazioni Unite, al boicottaggio delle industrie belliche, all'abolizione degli eserciti, alla disobbedienza civile di massa.
Solo cosi' la lotta per la giustizia sociale, per la salvaguardia del pianeta, per la difesa dei deboli non si avvitera' nell'eterna e drammatica spirale autodistruttiva della violenza diretta.


TRE AMBIGUITA' NEL MOVIMENTO PACIFISTA

di Giobbe Santabarbara

Affinche' l'impegno del movimento pacifista contro il terrorismo e contro la guerra possa essere limpido e coerente, adeguato ed efficace, occorre una chiarificazione in noi stessi.
Occorre prendere coscienza di ambiguita' presenti in consistenti filoni della cultura che si dichiara pacifista ma che contraddicono col loro argomentare ed agire il fine che pure proclamano di perseguire.
Occorre un salto di qualita': passare dal pacifismo generico, dal pacifismo strumentale, dal pacifismo dimidiato e subalterno, alla nonviolenza. Sola la scelta della nonviolenza consente un'azione per la pace nitida, persuasa e persuasiva, concreta.
Indico tre ambiguita' su cui occorre riflettere, su cui occorre decidere, su cui occorre tracciare delle linee di demarcazione per evitare obnubilamenti, menzogne, vergogne, complicita', orrori.

*
I. La prima ambiguita' e' di non essere limpidi nella condanna e nel ripudio della violenza.
Eppure dopo Auschwitz ed Hiroshima, dopo i gulag e la Cambogia, dovrebbe essere chiaro a tutti cio' che Gandhi sapeva gia' prima dell'atomica, e che Albert Einstein e Bertrand Russell dissero alto e forte nel loro appello: e' in gioco l'esistenza dell'umanita', la violenza conduce all'annientamento.
Cosicche' non esiste piu' ne' guerra giusta ne' violenza legittima, ma un solo imperativo: salvare l'umanita', e quindi disarmare tutti, e tutti i conflitti affrontare col dialogo e la consapevolezza di essere un'unica famiglia umana.
E dunque dobbiamo essere netti e intransigenti: partecipa del movimento che coerentemente si impegna contro la guerra e contro il terrorismo, che concretamente si impegna nell'edificare la pace e la giustizia, solo chi fa la scelta preliminare ed irrinunciabile del ripudio della violenza.

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II. La seconda ambiguita' e' nella stereotipata e pregiudiziale intolleranza, e l'ambivalente ipocrisia, nei confronti degli Stati Uniti d'America e della cultura e popolazione nordamericana.
Che certo non sono un modello di costumi e di societa' sostenibile, ma che non sono solo imperialismo e consumismo. Sono anche, dovendo dirlo di scorcio, Walt Whitman e Herman Melville, Leonard Peltier e Martin Luther King, Louis Armstrong e Woody Allen, Noam Chomsky e Adrienne Rich, Mumia Abu Jamal e naturalmente Emily Dickinson. America e' il genocidio dei nativi americani e la stupidita' assassina di pressoche' tutti i suoi presidenti degli ultimi cent'anni, il complesso militare-industriale stragista e la narcotizzazione hollywoodiana. Ma America sono anche tante persone e tanti movimenti che contro tutto cio' si sono battuti.
Cosicche' e' insensato omologare potenti e popolazione, carnefici e vittime, poteri economici e tradizioni culturali, lobbies vampiresche e movimenti per i diritti civili, in un'unico stereotipo, e fare di tutt'erbe un fascio: alla stessa stregua noi italiani saremmo per forza tutti mafiosi e fascisti.
Analogamente e' schizofrenico detestarne l'egemonia culturale per la sua carica consumistica e manipolatrice ed andare in brodo di giuggiole per i prodotti che quell'egemonia culturale impone: e' un esempio perfetto di efficacia dell'apparato pubblicitario e della sua potenza di manipolazione il successo di massa e la ricezione acritica di un libro di documentazione giornalistica interessante ed utile ma sostanzialmente mediocre come "No logo"; e' un esempio perfetto di questa egemonia culturale che le televisioni italiane, ripetitrici in sedicesimo di quella barbarie che Guenther Anders esule in America aveva gia' colto e denunciato decenni fa, abbiano imposto come simboli e portavoce del movimento che si oppone alla globalizzazione neoliberista personaggi grotteschi e irresponsabili, e che sarebbero ridicoli se non fossero inquietanti, come chi fa i proclami di guerra in tv o chi spedisce pallottole a un ministro.
Infine, e' irragionevole ragionare per schemi di tipo razzista: "i tedeschi", "gli amerikani", "gli islamici": e Averroe'? L'islam che salvava la vita degli intellettuali cristiani quando nell'Europa cristiana la Chiesa cristiana li faceva bruciare sul rogo? E Malcolm X? E Cesar Chavez? E Allen Ginsberg? E Dietrich Bonhoeffer? E i fratelli Scholl? Ed Heinrich Boell? Ed Hannah Arendt? Stiamoci attenti coi pregiudizi e le semplificazioni.
E dunque dobbiamo essere netti e intransigenti: nel movimento per la pace non puo' esserci spazio per culture ed atteggiamenti razzisti e totalitari, autoritari e dogmatici, acritici e intolleranti. Essere corrivi con simili culture ed atteggiamenti equivale ad essere complici della violenza dei potenti e degli assassini.

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III. La terza ambiguita' e' nello sguardo che non riusciamo a rivolgere su noi stessi.
Eppure dovremo fare i conti con la nostra ignavia, col nostro parassitismo, con la nostra superficialita', con la nostra ipocrisia, con la nostra complicita'.
Due anni fa non riuscimmo a impedire che l'Italia partecipasse alla guerra illegale e stragista nei Balcani. E non riuscimmo a difendere la legge fondamentale del nostro paese, il patto costitutivo del nostro ordinamento giuridico. Altrove ho detto quali siano state a mio avviso le scaturigini di quella nostra catastrofe morale e politica (le ambiguita' del pacifismo parastatale e parassitario, e quelle ancora piu' gravi dell'antimilitarismo a sua volta militarista, violentista, irresponsabile e peggio), qui ripeto solo che c'era un solo modo per opporsi alla guerra: fare la scelta limpida e consapevole della nonviolenza, e forti di questa scelta praticare una stategia coerente di contrasto operativo della guerra, fondata su tre pilastri: l'azione diretta nonviolenta, la disobbedienza civile (che e' il contrario delle idiozie che sotto questo nome spacciano deliranti e mascalzoni), lo sciopero generale contro la guerra.
Una discussione onesta sulla vicenda di due anni fa ancora dobbiamo farla. E pochi mesi fa una leadership di persone in maggioranza serie e brave ma nell'insieme obnubilata e irresponsabile ha portato allo sbaraglio centinaia di migliaia di persone generose a Genova costruendo le condizioni perche' venissero massacrate. Per ottenere visibilita' sui mass-media si e' follemente agito esponendo al pericolo di gravi lesioni e di morte centinaia di migliaia di esseri umani, da parte di una leadership subalterna e di fatto resa complice di una scellerata strategia di provocazione fatta crescere per mesi il cui effetto di impaurimento, umiliazione, disorientamento, sconvolgimento, e in alcuni casi vera e propria terrorizzazione di molti ragazzi in divisa, e fin di eccitamento dei verosimilmente pochi ma tragicamente scatenati sadici criminali purtroppo presenti tra le forze dell'ordine, era cosi' evidente che occorreva essere ciechi o in abissale malafede per non rendersene conto. E le conseguenze sono state terribili.
Una discussione onesta su questo aspetto della catastrofe di Genova ancora deve cominciare.
E qui non e' in discussione il fatto che le violenze commesse da personale delle forze dell'ordine siano comunque inammissibili e comunque ingiustificate e comunque illecite e comunque criminali: cio' e' ovvio; e che i responsabili di esse vadano perseguiti col massimo rigore: cio' e' ovvio, necessario, urgente, e la legislazione vigente lo prevede e lo impone. Chi ha commesso violenza, e chi lo ha consentito, deve essere sottoposto a processo e punito, tanto piu' se ha abusato di un pubblico ufficio, di un potere conferitogli dallo stato.
Ma dobbiamo avere l'onesta' di esaminare anche questo altro aspetto della questione: i catastrofici errori della inadeguata leadership del movimento che si oppone alla globalizzazione neoliberista; e chi scrive queste righe lo predica invano fin dai tempi di Praga, dove gia' era chiarissimo quali sarebbero stati gli esiti omicidi provocati da una condotta peggio che ambigua: sciagurata.
E dunque dobbiamo essere netti e intransigenti: prima di fare la predica agli altri dobbiamo esaminare ed invigilare noi stessi; chi vuol essere operatore di pace non puo' permettersi atteggiamenti irresponsabili, ragionamenti capziosi, condotte acritiche.

*
Solo la scelta della nonviolenza, la coerenza della nonviolenza, la forza della nonviolenza, consentira' al movimento che lotta per la giustizia globale di proseguire il suo cammino.
Solo la scelta della nonviolenza costruisce la pace e consente la convivenza.
Solo la scelta della nonviolenza: deve valere nei rapporti tra le persone, deve valere nei rapporti tra le culture e le religioni e le societa', deve valere nei rapporti tra le istituzioni, tra gli stati, nelle relazioni internazionali.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.



QUATTRO RAGIONI PER PREPARARE LO SCIOPERO GENERALE CONTRO LA GUERRA

di Peppe Sini

1. Perche' una guerra scatenata a seguito degli attentati terroristici di un gruppo criminale (ancora neppure ben identificato) non ha fondamento nel diritto internazionale, e aggiunge crimine a crimine. strage a strage.

2. Perche' nel caso dell'Italia violerebbe anche la legge fondamentale del nostro paese, la Costituzione della Repubblica Italiana, nell'art. 11 e non solo. Sarebbe quindi due volte un atto criminale.

3. Perche' aggiungendo vittime innocenti a vittime innocenti non solo non sconfiggerebbe il terrorismo, ma lo rafforzerebbe.

4. Perche' rischia di evolvere in una guerra mondiale che puo' mettere fine alla civilta' umana.

Pertanto, se la guerra venisse scatenata e il nostro governo decidesse (illegalmente) che l'Italia ad essa dovesse prendere parte, occorre agire per difendere la Costituzione e per cercar di salvare le vite degli esseri umani effettivo bersaglio della guerra.
Ed a tal fine occorre:

a) l'azione diretta nonviolenta eseguita esclusivamente da persone persuase della nonviolenza (e non da parte di persone ambigue o confuse che sarebbero pericolose a se' e agli altri); un'azione diretta nonviolenta che contrasti concretamente, operativamente, e non solo simbolicamente, la guerra e i suoi apparati (un esempio: l'azione diretta nonviolenta delle "mongolfiere per la pace" con cui ostruire lo spazio di decollo delle basi da cui partono i bombardieri);

b) la disobbedienza civile di massa: ovvero il rifiuto di cooperare con chi ha tradito la Costituzione e si e' posto fuori legge; disobbedienza civile che significa rompere la complicita' con chi ordisce assassinii, e pagare di persona tutte le conseguenze economiche, civili e penali della propria azione di noncollaborazione; la disobbedienza civile e' una cosa seria che richiede disponibilita' ad accettare le prevedibili sofferenze e i prevedibili danni da subire come conseguenza alla propria assunzione di responsabilita', come sapevano Thoreau e Gandhi che l'hanno praticata davvero (mentre cio' che nei mesi scorsi e' stato spacciato sotto questa etichetta in italia ne e' l'esatto contrario);

c) lo sciopero generale contro la guerra: per bloccare il nostro paese cosi' da impedire l'uso dell'esercito italiano per commettere stragi, e con la forza della democrazia e della legalita' ricondurre alla ragione quel governo, quel parlamento e quel presidente della Repubblica che accettando di portarci in guerra avrebbero commesso un atto di alto tradimento del nostro ordinamento giuridico.

Peppe Sini - responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo


CON JOHN LENNON IMMAGINO CHE L'AMERICA NON FACCIA LA GUERRA

di Mao Valpiana

Vengo a sapere che uno dei più grandi network radiofonici statunitensi, la Clear Chanel, avrebbe censurato varie canzoni perchè ritenute non opportune in questo momento di "chiamata alle armi" per l'America.
Fra queste canzoni c'è la bellissima "Imagine" di John Lennon.
John Lennon, come si sa, era inglese, di Liverpool, ma dopo l'unione con Yoko Ono e la separazione dai Beatles volle trasferirsi a New York, città che amava moltissimo, nella quale si trovava a proprio agio "per il modo di vivere e di pensare". Negli Stati Uniti John aveva molti amici, e venne subito introdotto negli ambienti intellettuali e radicali americani. Partecipava anche alla vita politica di NY, presenziando a manifestazioni, concerti, iniziative pubbliche. Il governo non gradiva quella presenza, troppo visibile, troppo chiassosa, troppo scomoda. La CIA iniziò a raccogliere un dossier su Lennon, per documentare le prove di un presunto antiamericanismo dell'ex beatle. Lennon fece dichiarazioni contro la guerra del Viet Nam, contro l'industria bellica, le spese militari, la politica imperialista, partecipò attivamente al movimento per la pace, anche con sostanziosi finanziamenti.
Fu in quel periodo che compose canzoni come "Power to the people" e che fece riempire le città americane di manifesti con la scritta "The War is over" ("la guerra è finita - se tu lo vuoi", firmati "con amore, John e Yoko, da NY"). A tutti i capi di Stato inviò una ghianda, scrivendo loro di piantarla e guardare crescere la quercia, anzichè dichiarare una guerra. Insieme a Yoko comprò intere pagine dei giornali americani per pubblicare i loro pensieri pacifisti.
Quando le autorità gli negarono il visto per il permesso di soggiorno, fra il signor Lennon e il governo USA, iniziò una lunga battaglia legale. Nixon stesso diede l'ordine di allontanarlo: era un "indesiderato".
Alla fine John vinse. Riuscì a stabilirsi definitivamente a NY, fare un figlio con Yoko, e dedicarsi a tempo pieno alla paternità nella città che amava. Riconciliato con se stesso e con gli States regalò al mondo intero "Imagine", il manifesto della nonviolenza.
Ma la storia non era ancora finita. L'8 dicembre del 1980 venne assassinato davanti a casa, a New York, con un colpo di pistola: come accadde a John Kennedy e a Martin Luther King. Dissero che a sparare fu un folle isolato, ma l'inchiesta venne chiusa troppo in fretta. Il figlio Sean ha denunciato un coinvolgimento dei servizi segreti nella morte di suo padre John.
Oggi, una parte dell'America guerrafondaia lo vorrebbe uccidere una seconda volta censurando il suo inno per la pace.
Ma la parte migliore d'America ha accolto Lennon come un proprio figlio, dedicandogli quell'angolo di Central Park dove egli andava sempre a passeggiare con il suo bambino, come un americano qualunque.
Un americano per la pace.

Verona, 21 settembre 2001

IMMAGINA

Immagina che non ci sia più il paradiso,
è facile se ci provi, nessun inferno sotto i nostri piedi
e sopra di noi solo il cielo,
immagina che tutte le persone vivono
solo per questo giorno

immagina che non ci sono più nazioni
non è difficile
nessuno da uccidere o per cui morire
e nemmeno alcuna religione
immagina che tutte le persone vivano
la vita in pace

puoi dirmi che sono un sognatore
ma non sono l'unico
spero che un giorno tu ti unisca a noi
e che il mondo possa esistere come una cosa sola.


Immagina di non possedere nulla,
voglio vedere se puoi farlo,
nessun bisogno di provare astio o rabbia,
solo la fratellanza dell'uomo
immagina tutte le persone che
condividono il mondo

puoi dirmi che sono un sognatore
ma non sono l'unico
spero che un giorno tu ti unisca a noi
e che il mondo possa essere unito.

John Lennon


DIRE NO!

di War Resisters International

Un appello per l'obiezione di coscienza alla guerra e ai preparativi bellici

L'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI), una rete internazionale di organizzazioni pacifiste con 80 sezioni in più di 40 paesi, lancia un appello per l'obiezione di coscienza in vista dei preparativi bellici intrapresi dalla NATO, dall'Afghanistan e da molti altri paesi. Sebbene ancora sconvolti dagli attacchi terroristici dell'11 settembre al World Trade Centre e al Pentagono, siamo profondamente convinti che una guerra di ritorsione andrà solo ad alimentare il circolo della violenza. Combattere il crimine dell'attacco terroristico con il crimine del bombardamento e dell'uccisione di persone ugualmente innocenti non serve a pareggiare i conti, ma solo a sommare sofferenza a sofferenza.

Noi chiediamo una giustizia senza guerra. E' responsabilità di ciascuno di noi opporsi alla guerra e ai suoi preparativi.

 

In questa situazione:

· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) chiede a tutti i soldati - per qualsiasi forza siano chiamati a combattere - di dare
ascolto alla loro coscienza e di rifiutarsi di partecipare ai preparativi bellici o alla guerra: disobbedire agli ordini, appellarsi alla possibilità di obiettare, disertare, dire No!

· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) chiede a tutti coloro che sono implicati nei preparativi bellici, tanto a livello amministrativo quanto nelle fabbriche: disobbedite agli ordini, dite No!

· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) fa appello ai giornalisti e ai media, cui si richiede di sostenere i preparativi bellici
e di promuovere la guerra, affinché si rifiutino di farlo, insistano a scrivere la verità, dicano No!

· l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra (WRI) chiede a tutti i suoi membri e a ciascuno, di sostenere questo rifiuto di prendere parte alla guerra e ai suoi preparativi, e di impegnarsi in azioni dirette nonviolente di resistenza alla guerra!

War Resisters' International
Londra, 20 settembre 2001

La War Resisters' International è l'Internazionale dei Resistenti alla Guerra, di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana


Settembre 2001 La vita umana è sacra

di 8 Premi Nobel per la Pace

Un appello di otto premi Nobel della pace all'attenzione ed all' azione in un momento di crisi.
Siamo profondamente rattristati dai tragici avvenimenti che hanno avuto luogo l'11 settembre a New-York e Washington D.C. Non possiamo, in questo momento, misurare l'ampiezza di quanto avvunto e ci sentiamo spinti a pronunciarci giacchè temiamo che le reazioni possano condurre ad una spirale di violenza.
Trasmettiamo il nostro sentimento di profonda vicinanza e cordoglio alle famiglie ed agli amici delle vittime, così come al popolo americano. Le nostre preghiere vi accompagnano in questo difficile periodo di perdita e di dolore. I numerosi atti di coraggio delle squadre di soccorso e la generosità dei cittadini del vostro paese sono una sorgente di ispirazione per ciascuno di noi.
Il rispetto della sacralità e dell'inviolabilità della vita umana è un fondamento essenziale della fede in ciascuna delle grandi religioni nel mondo. Ci sentiamo incoraggiati dall'espressione di solidarioetà spontanea di milioni di donne ed uomini di buona volontà, di ogni ambiente, di ogni conmtinente e di tanti leader politici e religiosi che si sono pronunciati contro questo atto di terorismo barbaro.
Niente può giustificare un atto che è costato la vita a migliaia di persone innocenti. I responsabili di questo atto terribile debbono essere ricercati e portati davanti alla giustizia. Allo stesso tempo sappiamo che la condanna dei colpevoli da parte della giustizia non risolverà i problemi più profondi che sono all'origine del terrorismo e che trovano la loro radice nell'ingiustizia sociale, economica e politica. Abbiamo particolarmente presenti le vittime innocenti che, ogni giorno, soffrono e muoiono in numerosi luoghi del mondo: il solo crimine che hanno commesso è essere nati proprio in quel posto, essere di quella religione, avere un certo colore della pelle.
In questo momento di crisi siamo di fronte ad una sfida le cui conseguenze potrebbero determinare il futuro del primo secolo di questo nuovo millennio. L'Assemblea delle Nazioni Unite ha dichiarato che il primo decennio del XXI secolo sarà " il decennio della pace e della nonviolenza " (2001 - 2010). Pensiamo sia tempo di applicare questa decisione.
Molti hanno paragonato l'11 settembre all'attacco di Pearl Harbour. Ma non viviamo più nel 1941. Durante gli ultimi sessanta anni abbiamo imparato molte dure lezioni riguardo la spirale distruttrice della violenza. E tuttavia ci siamo lasciati fuorviare aspettandoci che il potere militare fosse in grado di risolvere i problemi. Sfortuantamente i nostri dirigenti politici continuano a prendere decisioni che incoraggiano lo scontro invece dei negoziati. Ne derivano ancora più morti e distruzioni ed un crescente senso di insicurezza, di paura, di disperazione per ciascuno di noi. Ogni azione intrapresa deve essere realizzata in conformità ala diritto internazionale ed alla Carta delle Nazioni Unite.
Perciò noi chiamiamo la comunità internazionale ed in modo tutto particolare il popolo americano ad accettare la sfida che è loro posta nel cuore stesso dell'avversità. Riconosciamo il bisogno di agire rapidamente ed in modo decisivo contro questi atti di terrorimo. Nondimeno chiediamo con forza al governo americano di evitare ogni rapprersaglia militare.
D'altro canto chiediamo alle Nazioni Unite di organizzare il più rapidamente possibile:
- Una conferenza internazionale sul terrorismo che dovrà analizzare le cause profonde del terrorismo, propore mezzi per conoscere le sue cause, stabilire standard internazionali di sicurezza e garantire che i criminali siano assicuarati alla giustizia.
- Una giornata internazionale di commemorazione delle vittime del terrorismo, con manifestazioni pubbliche di solidarietà e l'organizzazione di programmi di educazione alla pace ed alla nonviolenza nelle scuole e nelle università.
Il terrorismo minaccia i principi fondamentali ai quali si ispira la nostra società, principi che fanno parte integrante della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Il miglior modo di rispondere a chi vuole minacciare la democrazia ed il suo quadro giuridico è riaffermare questi valori e le istituzioni che li garantiscono.
In conclusione noi chiamiamo i governi ed i popoli del mondo a fare passi concreti per sviluppare una cultura della pace e della nonviolenza. La risposta degli Stati Uniti e dei suoi alleati non dovrebbe essere guidata da un cieco bisogno di vendetta, ma piuttosto da uina rinnovata determinazione a lavorare per la pace e la giustizia nel mondo.
Il grande demonio che deve essere combattuto non è uno od un altro gruppo di persone, ma piuttosto la paura e l'odio che continuano a germogliare nei cuori degli uomini.

Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace 1976
Betty Williams, Premio Nobel per la Pace 1976
Adolfo Perez Esquivel, Nobel per la Pace 1980
Desmond Mpilo Tutu, Nobel per la Pace 1984
The 14th Dalai Lama (Tenzin Gyatso), Nobel per la Pace 1989
Rigoberta Menchu Tum, Nobel per la Pace 1992
Joseph Rotblat, Nobel per la Pace 1995
Jody Williams, Nobel per la Pace 1997


Dopo l' 11 settembre, quali alternative alla guerra?

di Gianni Scotto

La distruzione delle torri gemelle del World Trade Center a New York e l'attacco al Pentagono segnano la fine del "dopo-guerra fredda" e l'inizio di una fase completamente nuova nella politica internazionale. Si affaccia sulla scena un terrorismo globale, capace di distruzioni su scala sinora mai vista. E basta pensare all'eventualita' - assai reale - di un aereo pilotato su una centrale atomica per far capire che la scala della distruzione in futuro potrebbe assumere dimensioni inimmaginabili.
Per chi - come noi - vede nella costruzione di una cultura della pace e delle convivenza planetaria l'unica possibilita' per il futuro del genere umano, gli eventi dell'11 settembre sono un colpo assai duro. Come ogni crisi, gli attentati terroristici portano con se' enormi sofferenze, ma anche delle opportunita' di sviluppo. Gli orrori del nazismo hanno fatto nascere una cultura planetaria dei diritti umani, e oggi i torturtori e gli assassini di stato non sono piu' certi della loro impunita'.
Il secolo dei genocidi ha prodotto anche fulgidi esempi di nonviolenza; e il fatto stesso che uomini come Mohandas Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, abbian camminato tra noi su questa terra ci riempie di ammirazione e di speranza.
Piangiamo dunque le vittime innocenti di New York e Washington, respingiamo pero' la voce dell'odio e della vendetta e volgiamoci alla ricerca. Per vincere la sfida, lasciamoci guidare dall'intelligenza e dall'umanita': i terroristi vogliono la paura e la violenza.
Cosa abbiamo visto in queste ultime settimane? Il pianeta e' oggi assai piu' unito e interconnesso di alcuni decenni fa. Per le seimila vittime negli Stati Uniti il mondo intero ha assunto il lutto. Oggi sappiamo che anche nel cuore della societa' piu' ricca, la vita umana rimane fragile, e puo' essere spazzata via dalla violenza sconsiderata.
Allo stesso tempo rimane l'abissale divisione tra nord e sud che conosciamo almeno dalle cifre: noi del nord, poco piu' di un decimo dell'umanita', consumiamo piu' dell'ottanta per cento delle risorse del pianeta. Alle moltitudini del sud rimangono le briciole, la disperazione e la rabbia.
In risposta alla barbarie abbiamo visto migliaia, milioni di persone agire con coraggio e abnegazione. Lo scienziato Stephen Jay Gould ha raccontato che, sul luogo del disastro, si e' manifestata ai suoi occhi una regola fondamentale dell'esistenza umana: per ogni atto di barbarie esistono diecimila atti di generosita' e nobilta' umana. Se non fosse cosi', il genere umano gia' da tanto tempo avrebbe cessato di esistere. E' una cosa che tutti sanno, ma che si dimentica facilmente. Coltivare la nostra umanita' attraverso l'agire e' importante perche' e' una strada maestra per sconfiggere il terrorismo: non fare cio' che i terroristi vogliono. Se esaminiamo gli atti e le parole della leadership politica statunitense, troviamo anche qui due aspetti. Dopo una avventata dichiarazione iniziale, il presidente Bush ha ripetuto piu' volte che questa non e' una "guerra delle civilta'"; in occasione della visita a una moschea negli Stati Uniti ha perfino citato un versetto del Corano e pronunciato parole di apprezzamento per l'Islam, religione di pace. In nome della lotta al terrorismo, gli USA hanno lanciato un'iniziativa diplomatica senza precedenti, trovano il sostegno di quasi tutti i paesi, e la collaborazione fattiva della Russia. Addirittura l'inizio di un avvicinamento all'Iran.
Forse gli Stati Uniti sosterranno in un prossimo futuro risolutamente una soluzione giusta per il conflitto palestinese.
Ma la dirigenza statunitense ha una grave responsabilita': avere "dichiarato guerra." Quanto accaduto l'11 settembre e' un atto di violenza enorme. Ma e'
un atto di terrorismo, non e' l'attacco di Pearl Harbor. Dietro la distruzione delle torri gemelle ci sono persone singole, organizzate in un movimento terrorista. Gli strumenti per contrastarlo avrebbero dovuto e potuto essere gli strumenti del diritto. Invece le massime autorita' statunitensi (e i maggiori media come la CNN) hanno deciso di chiamarla "guerra". E non e' solo una questione di parole, perche' gli Stati Uniti hanno in questo caso il potere di mettere in pratica quello che dicono. Gli attacchi contro l'Afghanistan iniziati il 7 ottobre sono la conseguenza logica di questa decisione fondamentale.
Il carattere di questa guerra e' preoccupante, perche' e' indeterminato, e perche' le possibili ripercussioni sono incalcolabili: si pensi solo alla
possibilita' di un rovescio politico in Pakistan, o in Arabia Saudita.
Se intendiamo percorrere un cammino di ricerca, un passo indispensabile e' respingere l'idea che la guerra, la risposta al terrorismo con la violenza militare, sia un evento ineluttabile e senza alternative. Nella piccola dimensione della politica italiana questo e' quanto vanno dicendo sia le forze della destra al governo, sia i principali esponenti dell'opposizione.
Allora la riflessione e l'azione concreta per creare delle alternative alla logica di guerra dovranno essere raccolte dalla societa' civile. Riflessione (ricerca, studio) e azione concreta (movimento sociale, politica) sono due facce della stessa medaglia: senza azione, la ricerca diventa un esercizio sterile, buono tutt'al piu' per la carriera accademica; senza riflessione l'azione diventa superficiale attivismo di chi batte la grancassa per il proprio tornaconto politico, o umanitarismo nobile, ma non all'altezza dellasfida politica dei tempi.

* Links utili
Una delle proposte piu' interessanti di azione alternativa alla guerra e' del mediatore e ricercatore statunitense John Paul Lederach:
http://www.changemakers.net/journal/01october/lederach.cfm
Una raccolta di articoli di approfondimento sull'11 settembre e le sue conseguenze e' accessibile alla pagina:
http://www.changemakers.net/journal/01october/commonground.cfm
Si veda in particolare l'intervista al monaco buddista Thich Nhat Hanh:
http://www.changemakers.net/journal/01october/hanh.cfm
Per chi e' interessato al contesto dei rapporti tra occidente e mondo islamico raccomandiamo caldamente il saggio dei Michael Sells "The Interlinked Factors of a Tragedy". Sells e' docente di studi islamici all'universita' statunitense di Haverford:
http://www.haverford.edu/relg/sells/interlinkedfactors.htm
In Italia, Enrico Euli ha fatto una serie di considerazioni assai interessanti: La guerra mondiale al terrorismo: un caso didattico. "Nella sventura, se avessimo voluto cercare con la lanterna un esempio di gestione negativa e violenta dei conflitti, non avremmo mai potuto sperare in un caso cosi' didatticamente perfetto. In esso si concentrano pressoche' tutti gli elementi utili per individuare esattamente quel che sarebbe importante non fare alla luce non solo della teoria e pratica nonviolenta, ma di qualunque ricerca su questi temi condotta nell'ambito delle scienze sociali (comprese le ricerche portate avanti dalle istituzioni militari e di polizia)".

USA: un Gesuita scrive al Presidente

La violenza globale è destinata al fallimento
Risolvere la crisi internazionale con la nonviolenza

Caro Presidente G. Bush jr.,
mi chiamo John Dear e sono un sacerdote gesuita, padre spirituale e scrittore. Ho passato gli ultimi vent'anni lavorando in mezzo ai poveri qui e all'estero, tenendo discorsi contro la guerra e le armi nucleari. Di recente ho prestato servizio qui a New York, presso il Centro di Assistenza alle Famiglie, come cappellano per oltre 1.500 familiari che hanno perso un familiare nel disastro del World Trade Center, e ad oltre 500 ufficiali di polizia, vigili del fuoco e inviati nell'operazione “Ground Zero”. Sono stato anche supervisore per il programma “Cura Spirituale” della Croce Rossa, aiutando a coordinare più di 500 esponenti di tutte le religioni.
Le scrivo per chiederle di fermare immediatamente i bombardamenti in Afghanistan e la preparazione di altre guerre, di tagliare drasticamente il budget del Pentagono, invece di elevarlo; per interrompere le sanzioni all'Iraq, l'aiuto militare a Israele e il supporto all'occupazione della Palestina; per estinguere l'intero debito estero dei paesi del Terzo Mondo, smantellare tutte le armi nucleari americane e quelle di distruzione di massa, abbandonare il piano missilistico Shield, riconoscere la costituzione di un tribunale internazionale e il diritto internazionale, e chiudere i nostri campi di addestramento di terroristi, cominciando con Fort Benning's "School of the Americas."
Nella tradizione di Martin Luther King, e di Dorothy Day, credo che la violenza in risposta alla violenza conduca solo ad una violenza maggiore; che la guerra non risolverà mai i nostri problemi; che non può esistere una guerra giusta; che Dio non benedice la guerra; e che noi saremo condannati a subire altri attacchi terroristici per via del nostro militarismo e per la responsabilità che abbiamo, sul propagarsi della guerra nel mondo.
L'unica soluzione a queste crisi internazionali è battere il male con la bontà, non con altro male. Questo significa che abbiamo bisogno di vincere la guerra con l'amore e la nonviolenza. Abbiamo bisogno di portare il paese su un'altra direzione, nutrire tutti i bambini affamati e tutti i rifugiati del pianeta, fermare la povertà qui e all'estero, impedire tutte le ingiustizie e gli aiuti militari, creare una nuova politica estera nonviolenta al servizio dell'umanità e supportare le azioni nonviolente di peacemaking internazionale promosse dalle Nazioni Unite.
La violenza non è solamente immorale e illegale, è anche inefficace. La vostra violenza globale è destinata a fallire e a portare altra sofferenza, perché non farà che produrre ulteriore ostilità in tutto il mondo.
Nel nome del Dio della pace e della compassione, la prego di fermare questo corso distruttivo e di iniziare in una nuova direzione, verso una pace duratura che significhi giustizia per tutti i popoli del pianeta.
Ho letto che lei è cristiano. Posso aggiungere che credo che Gesù fosse nonviolento, e che diceva sul serio quando ci ha comandato di non uccidere i nostri amici, ma di amarli. Ancora, credo che questo significhi che Dio è un Dio di pace e di nonviolenza. Se lei desidera seguire questo Gesù nonviolento e adorare il Dio della pace, deve rinunciare a questa guerra e avviare il sentiero del disarmo, della giustizia per i poveri, e della guarigione dell'umanità. Non si può servire il Dio della pace e il falso Dio della guerra.
Voglio che lei sappia che milioni di noi in questo paese continueremo ad opporci alla sua politica e alle guerre; e che dedicheremo le nostre vite alla pratica dell'amore e della resistenza nonviolenta al militarismo USA. Io passo la mia vita viaggiando in tutto il paese, parlando a decine di migliaia di studenti e di fedeli ogni anno, e trovo ben poco supporto alle sue guerre.
Noi continueremo a pregare per la pace, a marciare per la pace, a manifestare per la pace, a parlare per la pace, a proporre la pace, e a resistere alla sua opposizione continua alla pace. Lei può risparmiare molto dolore a tutti noi e impedire la perdita di altre vite umane in tutto il mondo adottando la visione della nonviolenza, esercitando una vera leadership morale e conducendoci in una nuova direzione verso un mondo senza guerra, fame, povertà, oppressione e ingiustizia. Questo è l'unico modo per garantire che non ci saranno più attacchi terroristici. In questo modo, ci aiuterà ad offrire alle nuove generazioni un futuro di pace.
Il Signore ci benedica e ci dia la sua pace.
Sinceramente,

(Rev.) John Dear, S.J.
8 febbraio 2002

John Dear è un sacerdote gestuita, pacifista, e autore di una dozzina di libri sulla nonviolenza. I titoli più recenti sono Living Peace (Doubleday) e Jesus the rebel (Sheed and Ward). Vive a New York. Per maggiori informazioni, consultare il sito www.fatherjohndear.org

L’11 settembre, la guerra, e la giustizia

I fatti dell’11 settembre hanno colpito l’immaginazione delle popolazioni di tutto il mondo, e soprattutto di quelli del mondo occidentale. Il vedere due grandi grattacieli, che erano il simbolo della ricchezza e della prosperità del mondo “ricco”, sfaldarsi in pochissimo tempo come fossero di burro, come quando il burro viene messo a scaldare sul fuoco, ha dato alle popolazioni del mondo “sviluppato” la sensazione che dietro la loro ricchezza si celi in realtà una grande debolezza, che porta, a sua volta, ad una grande insicurezza,. Qualcuno ha scritto che l’11 settembre è stato una svolta nella storia, e che la storia futura non potrà più essere quella del passato. Ma la risposta che Bush, seguito dai suoi vassalli (tra cui, purtroppo, trai primi, c’è anche il nostro attuale capo del governo, Berlusconi), si appresta a dare, non è affatto nuova, anzi ripercorre esattamente la vecchia storia, quella che vuole dimostrare che per aver ragione bisogna essere i più forti, e che “ragione” e “violenza” vanno di pari passo, sono l’una il riflesso dell’altra. E si prepara perciò a combattere ed a cercare di distruggere Saddam, considerato uno dei capi della “resistenza” al potere ed alla forza del mondo occidentale, sperando, una volta eliminato questo presunto capo del terrorismo internazionale, di aver distrutto quest’ultimo e di poter vivere in un mondo di pace, tornando poi a cullarsi nell’immagine di sicurezza che il mondo occidentale aveva prima dei fatti dell’11 Settembre. Bush considera perciò la guerra che si appresta a portare avanti come un atto di doverosa “difesa” del proprio mondo e dei propri valori, e cerca alleati in altri paesi del mondo ricco, tra cui anche il nostro (la settima od ottava potenza mondiale!), cercando anche di convincere le Nazioni Unite della “doverosità” di un attacco a Saddam, e dell’ordine dato ai propri soldati di “assassinarlo”.
Ma se volessimo realmente considerare l’11 settembre come una svolta storica dovremmo al contrario non rispondere nel vecchio modo, quel modo che cerca di scacciare la violenza con altra violenza più forte della prima, ma piuttosto in quello, anche questo antico, e forse più antico dell’altro, ma nuovo per la politica mondiale, del detto del profeta Isaia “che non ci sarà pace finché non ci sarà giustizia”. Il fatto che la popolazione del mondo occidentale, che è circa il 20 % della popolazione mondiale, utilizzi circa l’80 % di tutte le risorse del mondo (petrolio, cibo, acqua, aria, ecc.) lasciando agli altri paesi, che noi chiamiamo eufemisticamente “mondo sottosviluppato”, solo le briciole, costringendo perciò, ogni, giorno, milioni di bambini di questo ultimo mondo a morire di denutrizione, e perciò di fame, sembra che non ci interessi, e che non abbia alcun collegamento con i fatti dell’11 settembre. Infatti si dice che bisogna spendere di più di quello che già spendiamo attualmente per avere armi sempre più sofisticate, ed un esercito “professionalmente” ben preparato, che possa rispondere con efficacia alle minacce del terrorismo internazionale, e possa tornare a farci sentire “sicuri” nella nostra roccaforte di “mondo ricco”.
Ma facendo così dimentichiamo due delle grandi lezioni che ci vengono dalla storia di questo secolo. La prima è quella che ci ha insegnato Gandhi che è riuscito, attraverso la lotta nonviolenta, quella che lui chiamava “Sathyagraha”, e cioè la lotta con la forza dell’amore e della verità, a far ottenere l’indipendenza all’India, liberando il suo paese dal colonialismo inglese e stimolando anche in quel paese un cambiamento politico, e cioè la vittoria dei laburisti, che erano contrari al mantenimento delle colonie, contro i conservatori, che pure, guidati da Churchill, avevano vinto la guerra contro il nazismo ed il fascismo. Uno degli insegnamenti principali di Gandhi è quello che ”la migliore difesa è quella di non avere nemici”. In realtà invece, non tenendo affatto conto che questa divisione tra mondo “ricco”, che vede la morte di alcune migliaia di persone che si trovavano nelle due torri procurata da due aerei dell’ ”esercito” di Al Qaeda come un fatto da vendicare, e mondo “povero” che invece dovrebbe subìre senza fiatare questi squilibri e queste ingiustizie che portano ogni giorno a morire migliaia dei propri figli, non fa che incrementare la “guerra”, perché tale è, tra mondo ricco e mondo povero. Perciò la risposta armata ed arrogante del mondo occidentale non serve ad annientare il terrorismo, ma piuttosto lo fomenta e fa nascere ogni giorno dei nuovi Bin Laden, giovani ed adulti che sono disposti a perdere la propria vita pur di non far soccombere il proprio popolo di fronte ai soprusi del mondo occidentale.
La seconda lezione è invece quella che ci viene dall’attuale conflitto in Israele e Palestina. Anche qui ci troviamo di fronte ad una situazione di grande squilibrio sociale e politico. Da una parte Israele, ricco e potente, che continua ad ignorare le varie risoluzioni dell’ONU che gli chiedono di ritornare ai confini precedenti, e cessare l’occupazione di molti territori palestinesi, in cui ha continuato, fino a non molto tempo fa, ad istituire nuove colonie di ebrei immigrati da vari paesi del mondo (che Israele considera a pieno diritto suoi concittadini), costringendo invece all’esilio tanti palestinesi che vorrebbero tornare nel loro paese, ma non possono; dall’altra i palestinesi, che hanno incautamente cercato, per distruggere Israele, di ricorrere alla guerra, alleandosi con i paesi arabi circostanti, ma sono stati ignominiosamente sconfitti (la cosiddetta guerra dei “sei giorni”). I palestinesi hanno poi cercato di mettere in moto una resistenza nonviolenta (rifiuto del pagamento di tasse, rioccupazione pacifica dei territori a loro confiscati, ricostruzione di case distrutte, ecc) durante quella che è stata chiamata la prima Intifada, che usava pietre, si, che non sono certo un simbolo di nonviolenza, ma scagliate da bambini e giovanissimi contro i carri armati ed i fucili a ripetizione degli israeliani, (il che fa venire in mente la storia di Davide che combatte con la fionda contro il gigante Golia), un tipo di lotta perciò che alcuni studiosi della nonviolenza, come G, Sharp, hanno chiamato a “bassa intensità di violenza”. Ma la risposta degli Israeliani a questa descalata di violenza dei palestinesi, rispetto al tentativo di usare le armi e la guerra fatta in precedenza, non è stata di ascolto e di ricerca di soluzioni pacifiche, ma piuttosto quella dell’allontanamento da Israele, a tempo indeterminato, di colui che era il capo riconosciuto di questa resistenza nonviolenta: Mubarak Awad, che l’aveva anche teorizzata in un testo che era diventato molto popolare nel mondo palestinese e che stava acquisendo lo status di una strategia approvata anche dal partito di Arafath. Questa repressione ed indebolimento, da parte israelinana, della lotta nonviolenta dei palestinesi è stato sicuramente un elemento importante per la nascita della seconda Intifada, quella attuale, che ha scoperto la forza dei “kamicaze”, dei giovani che sono disposti a morire suicidandosi pur di colpire al cuore, nel suo stesso territorio, il mondo israeliano, facendo perciò uscire questa popolazione dalla illusione che basti avere un esercito potente, avere la bomba atomica, costruire un muro di pietra, e usare le armi, per liberarsi dell’incubo di questi giovani disposti a morire pur di colpire “l’avversario” nella sua vita di tutti i giorni, e perciò rendendo la sua vita quotidiana un inferno. Ma sono tutte e due delle illusioni. Anche se Sharon, con l’uso delle armi, riuscisse nel suo intento di liberare tutto il territorio palestinese dai palestinesi, o uccidendoli o spedendoli fuori confine (come, sostengono vari studiosi, sia la sua intenzione) e allargasse ulteriormente il territorio israeliano, questo sicuramente non porterebbe alla pace, ma ad aumentare le ingiustizie sociali e la sensazione negli sconfitti di aver subito una violenza inaudita da accettare forse per qualche anno, per poi esplodere con più forza nel desiderio di vendicarsi del sopruso subito. Ma anche per i palestinesi l’idea che la morte inflitta a tanti civili innocenti possa portare alla propria liberazione è pure una illusione, perché al contrario questo inasprisce il conflitto ed isola i palestinesi dalle molte simpatie che la lotta “a bassa intensità di violenza” aveva loro procurato sia in una parte dei cittadini israeliani, sia a livello internazionale. Perciò questi due estremismi, di Sharon e dei fondamentalismi islamici, invece di portare ad una soluzione del conflitto, lo inaspriscono e lo rendono irrisolvibile. E’ perciò necessario trovare altre strade, diverse da quelle dell’intensificazione della violenza.
Per questo se vogliamo realmente che l’11 settembre sia una svolta storica dobbiamo imparare a combattere le ingiustizie ed i soprusi, che sono tanti, in modo nuovo, attraverso le armi della nonviolenza che sono sostanzialmente :la non-collaborazione alle ingiustizie, l’azione diretta nonviolenta, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, da una parte, come strumenti per combattere le tante ingiustizie sociali che il nostro mondo perpetua giorno per giorno contro il mondo dei poveri, ed il progetto costruttivo per dare vita ad un mondo, a livello planetario, più giusto ed umano.
Ma è su quest’ultimo aspetto che vorrei soffermarmi maggiormente. Infatti di fronte alla globalizzazione in atto che è all’interno di un modello di sviluppo che pone al suo centro il capitale che trasforma tutto in merce e mette al centro dei processi che guidano quello che Padre Balducci ha definito “l’uomo planetario” il potere del mercato, è in via di organizzazione un movimento alternativo, definito variamente come di “Seattle”, o di “globalizzazione dei diritti” oppure, come io preferisco, di “globalizzazione della pace”. Il guaio, od i limiti , di questo movimento, è quello che mentre è unito nella resistenza al modello di sviluppo attuale, c’è ancora al suo interno, una grossa incertezza sul metodo di lotta da portare avanti. Dato il principio insegnatoci da Gandhi che “il fine sta ai mezzi come il seme sta all’albero”, e che perciò non si può avere un mondo di pace se non si utilizzano mezzi pacifici, e data la necessità di lottare contro le ingiustizie, la pace non può essere intesa come assenza di conflitto, ma come “umanizzazione” dello stesso, e perciò come uso della nonviolenza, sia come forma di lotta che come forma di elaborazione del progetto costruttivo. Ma non tutto il movimento alternativo è d’accordo con questa strategia. Molti ritengono ancora che per abbattere il sistema attuale sia necessario l’uso della violenza. Ma questo non accordo e non chiarezza sui mezzi porta anche ad una non chiarezza degli obiettivi.
Su quest’ultimo punto molti insegnamenti ci sono venuti dall’incontro di Porto Alegre. E speriamo che il prossimo Social Forum Europeo che si terrà a Firenze, serva ulteriormente a chiarire questi obiettivi. A me sembra comunque che un grosso insegnamento ci venga dall’insegnamento di Aldo Capitini, e da quello di Danilo Dolci, che hanno ambedue sottolineato l’importanza del lavoro con la gente, del potere di tutti, e del controllo dal basso verso coloro che governano sia a livello locale che nazionale, ed internazionale. Ed anche da un libro che stiamo traducendo in italiano, di uno dei migliori pianificatori mondiali, J. Friedmann, nel suo “Empowerment: the politics of alternative develpment” (Blackwell Publ., Cambridge – Mass., 1992) che sto utilizzando come testo di base delle mie lezioni per il corso di laurea in “Operatori di Pace” presso l’Università di Firenze..
Friedmann parte da una analisi critica delle teorie economiche tradizionali, per le quali la crescita economica è tutta centrata sullo sviluppo dei mercati: : “maggiore quest’ultimo meglio è”. Secondo questa teoria la soluzione della povertà può esserci solo con lo sviluppo economico, la raccomandazione principale di questa impostazione è di lasciar soli i poveri (a meno che non diventino “pericolosi” e richiedano interventi di tipo repressivo). Questa teoria, ancora purtroppo dominante, ritiene infatti che lo sviluppo dell’economia porti necessariamente il benessere a scendere verso il basso e quindi a creare posti di lavoro non qualificato sufficienti a superare il problema della povertà. Friedmann sottolinea invece che l’attuale sviluppo economico, all’interno della divisione internazionale del lavoro, tende a creare una povertà di massa, e si pone il problema di trovare uno sviluppo alternativo che elimini la povertà e non si limiti ad azioni valide a livello locale ma che si estenda anche a livello regionale, nazionale ed internazionale. Partendo da numerosissimi esempi concreti, in Sud America e in altre parti del mondo, di azioni dal basso da parte di gruppi emarginati che hanno portato al miglioramento delle loro condizioni di vita mostra come uno sviluppo alternativo parta proprio da questi gruppi e li porti ad agire oltre che per il superamento del loro stato di emarginazione, anche a prendere coscienza del proprio potere, e a lottare perciò per il proprio diritto di “inclusione” nei processi decisionali e per dar vita ad una società più giusta.
Ma secondo Friedmann l’alternativa non si può limitare ad azioni locali da parte di questi gruppi emarginati per opporsi a ciò che va contro la loro vita e la convivenza civile, ma deve porsi l’obiettivo anche di operare per una democrazia “inclusiva” (che non escluda dal potere decisionale la maggior parte della popolazione povera, come di fatto, in molti paesi, succede attualmente), per una crescita economica valida (che non vada a danno dei più poveri, ma parta invece proprio dalla soluzione dei loro problemi, e dal superamento del loro stato attuale), per l’equivalenza dei generi (per non avere una società “maschilista”, ma una società in cui maschi e femmine abbiano realmente, sia nei diritti che nella vita sociale, un uguale potere), e per la “sostenibilità” (per uno sviluppo che non distrugga l’ecologia del pianeta, ma rispetti i diritti delle future generazioni di avere un mondo anche migliore dell’attuale).
Friedmann dà inoltre concrete indicazioni, con molti esempi concreti, per facilitare la comprensione del passaggio dalle lotte di base per questi diritti, nei settori su indicati, a quelle per la trasformazione della società intera. Non è possibile qui dare atto di tutto gli elementi che emergono da questo libro. Né ricordare gli importanti contributi dati da Capitini, e Dolci , ad una rivoluzione dal basso, nonviolenta, per la trasformazione della nostra società in una società più giusta, più umana. Ma mi auguro che i lavori del prossimo Forum Europeo fiorentino tengano conto dei loro insegnamenti, secondo me molti importanti, per delineare la strada per arrivare a quel “nuovo mondo possibile” che la “Rete di Lilliput”, ed altri movimenti dal basso che si ispirano alla nonviolenza, cercano non solo di chiarire teoricamente, ma anche di mettere in pratica. nella vita quotidiana.

Firenze, 23 Ottobre 2002

ALBERTO L’ABATE




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