Dopo Genova

Le profonde ferite di Genova si curano con la nonviolenza

di Mao Valpiana

Non voglio dire nulla dei G8, che hanno concluso il vertice con un niente di fatto. Non voglio dire nulla del "blocco nero", composto da professionisti della guerriglia urbana. Non voglio dire nulla della polizia, delle sue provocazioni, della sua violenza.
Mi interessa, invece, parlare di noi e delle prospettive del movimento di critica alla globalizzazione.
Dopo Seattle, dopo Goteborg, dopo Genova, se il movimento vuole avere un futuro, deve affrontare con chiarezza la questione della nonviolenza. Non solo come parola magica da inserire nelle dichiarazioni di principio, ma come fine e mezzo del proprio agire. Qual era il fine? Impedire ai G8 di riunirsi, o trovare soluzioni per un'economia di giustizia? Le tecniche della nonviolenza non possono essere ridotte a training per parare i colpi della polizia, né basta alzare le mani bianche in alto per fare un'azione nonviolenta. Oggi bisogna ripensare completamente i metodi ormai inadeguati come i mega cortei indistinti che sono stati utilizzati dai teppisti quali paravento per le loro scorribande. Dopo Goteborg era evidente (l'abbiamo detto e scritto) che la manifestazione di massa a Genova non andava fatta, che sarebbe stata una trappola. Abbiamo suggerito (ed organizzato) centinaia di iniziative locali, in tutta Italia, cortei silenziosi in fila indiana (per rappresentare chi non ha voce e per essere visibili con la propria identità): un modo per evitare la globalizzazione del movimento antiglobalizzazione… Ma non siamo stati ascoltati.. All'interno del Genoa Social Forum (GSF) è prevalsa la logica "di massa": tutti uniti sotto la bandiera del no-global (anarchici, comunisti, cattolici, scout, pacifisti, ambientalisti, cobas, tute bianche, missionari, antimperialisti, socialisti rivoluzionari, partiti e sindacati…), pronti ad offrire una prova di forza.
Invece a Genova è stato un massacro, in senso fisico e politico. Tutto prevedibile e previsto.
Troppo facile ora dire che mille delinquenti organizzati hanno impedito a centomila persone pacifiche di manifestare e che la polizia ha fatto il resto. Non basta dissociarsi dalla guerriglia del Black Block; non basta denunciare le violenze delle forze dell'ordine.
Quel che è accaduto a Genova ha radici profonde e mette in evidenza limiti, approssimazioni, ambiguità di un movimento troppo variegato, che ha allargato indistintamente i propri confini.
Per mesi il GSF ha tollerato ed accettato l'obiettivo delle tute bianche: "invadere la zona rossa". Il subcomandante dei centri sociali, promosso sul campo a vice portavoce del GSF, ha farneticato per settimane di "guerra ai G8", ha dichiarato che "l'illegalità diffusa è alla base del cambiamento", ha definito i poliziotti "soldati dell'impero". Il GSF anziché sconfessare le tute bianche ed escluderle dal movimento, ha concesso loro il riconoscimento politico e le ha accettate come parte integrante e prioritaria. Il portavoce dei centri sociali ha conquistato la scena, si è messo sotto i riflettori e davanti alle telecamere: obiettivo raggiunto. Da quel giorno il capo delle tute bianche ha indossato la maschera da buono, dichiarando che loro sarebbero andati ad invadere la zona rossa "solo con i corpi, con gli scudi ma senza bastoni" e avrebbero deposto anche le divise.
Un consumato politico. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. Carlo Giuliani, il 23enne morto, ha preso sul serio le parole di sfida e di odio, ha creduto alla guerra contro i G8 e con un estintore voleva colpire un soldato dell'impero. Le parole sono pietre! Tollerare politicamente chi ha enfatizzato gli animi con proclami e addestramenti al corpo a corpo, è stato un errore clamoroso da parte del GSF.
Come è stato un errore mantenere il corteo del 21 luglio dopo la tragedia annunciata del ragazzo morto.
Quando Gandhi assistette a violenze scatenate dall'interno del suo movimento, sospese ogni campagna in atto. La nonviolenza è una cosa seria, che non si improvvisa. E' da irresponsabili convocare migliaia di persone ad una manifestazione politica delicata, senza avere la capacità e gli strumenti per gestirla.
Genova lascia una ferita aperta, che non si può richiudere addossando tutta la colpa alla polizia, né si può esorcizzarla dichiarando "vittoria" perché il G8 è stato ridimensionato, come ha fatto avventatamente il portavoce del GSF. I problemi del movimento sono ben più profondi e tali resteranno finchè non si affronterà seriamente il nodo della nonviolenza. A partire dai contenuti, ancora troppo vaghi e generici per un movimento che si prefigge addirittura lo stravolgimento dei rapporti economici mondiali. Ci vuole ora una pausa di riflessione, una purificazione. Ci vuole un lungo lavoro per creare omogeneità di intenti e di linguaggio, di strategia e di tattica. Un movimento non può fare scorciatoie. Deve crescere lentamente, nella chiarezza. Diversamente si combinano solo guai.
E ancora una volta la nonviolenza è questione centrale.


La trappola della violenza

Di Nanni Salio

Non si scherza e non si gioca con la violenza, neppure in forma verbale o "virtuale", come sarebbe stata, secondo Luigi Manconi, quella delle tute bianche. "Le parole sono pietre", sosteneva giustamente Carlo Levi.
La posta in gioco e' troppo alta, per entrambi gli attori sociali (istituzioni e movimenti), per illudersi che sia possibile affrontare la molteplicita' di conflitti scatenati dai processi di globalizzazione in corso con vecchie formule politiche e di lotta. Occorre cambiare rotta, modificare il nostro stile di vita sia individuale sia collettivo (il modello di sviluppo) per renderli autenticamente equi e sostenibili. Non e' certo un'impresa da poco! L'american way of life e il modello di sviluppo e di economia ad esso sotteso sono largamente condivisi da ampi settori dell'opinione pubblica nei paesi ricchi, dalle elite in quelli poveri e, contraddittoriamente, dallo stile di vita reale di molti degli stessi oppositori.
Rabbia e paura sono due degli ingredienti negativi e pericolosi che sono stati presenti nell'animo e nelle azioni di molti di coloro che hanno dato vita alle manifestazioni del movimento di protesta, da Seattle in poi. Ma la rabbia, contrariamente a quanto sostengono alcuni agitatori politici, e' segno di debolezza, impotenza, ribellismo sterile e conduce facilmente all'insuccesso.
Gli scontri avvenuti a Genova erano abbastanza prevedibili, alimentati tra l'altro da un processo mediatico che ha irresponsabilmente enfatizzato proclami violenti, portando alla ribalta personaggi che ben poco avevano da dire su "quale mondo migliore e' possibile". Con queste premesse, la scelta di indire una grande manifestazione, condotta secondo schemi classici e tradizionali, e' stata alquanto infelice. A maggior ragione se si considera la quasi totale impreparazione nell'assicurare un servizio d'ordine e di interposizione nonviolento che isolasse le frange nichiliste (un cocktail letteralmente esplosivo di tute nere, neonazi e provocatori della polizia).
Dopo la tragedia, le accuse reciproche di violenza rischiano di essere sterili, addirittura ingenue e superficiali.
Non c'e' bisogno di scomodare Pasolini per condannare senza alcuna indulgenza azioni di guerriglia urbana che hanno come obiettivi polizia e carabinieri e che portano con grande probabilita' a risultati tragici. La morte di Carlo Giuliani e' la doppia tragedia di due giovani quasi coetanei provocata da un'assurda e insensata quanto stupida concezione di lotta violenta. Ma e' bene ricordare anche l'episodio, segnalato solo da alcuni giornali, del poliziotto che ha ringraziato pubblicamente quel gruppo di una quindicina di giovani che lo hanno difeso da un assalto delle tute nere, inginocchiandosi e coprendolo con i loro corpi. E' un esempio di nonviolenza attiva, del forte, del coraggioso, che avrebbe dovuto essere praticata da migliaia di persone per impedire le scorribande dei provocatori.
La violenza innesca una spirale perversa. L'abbiamo visto troppe volte, in ogni latitudine e nelle situazioni piu' disparate. Certo, coloro che hanno impartito gli ordini alla polizia, e i poliziotti che li hanno eseguiti, si sono comportati in modo vigliacco utilizzando metodi tipici delle squadracce fasciste. Ma che cosa c'e' di nuovo in tutto cio'? E' il mestiere antico delle armi, degli eserciti e delle polizie di tutto il mondo, sul fronte interno e su quello esterno. Non ci sono solo i "morti di Reggio Emilia" giustamente ricordati da Marco d'Eramo ("Il Manifesto", 24.7.2001), ma anche le recenti incursioni nei centri sociali (Askatasuna a Torino, Leoncavallo a Milano) condotte con lo stesso stile di quelle di Genova. Non dimentichiamoci mai che lo stato moderno si fonda sul monopolio della violenza e che le peggiori atrocita' sono state commesse proprio dalle autorita' statuali nei confronti dei propri concittadini.
La via maestra per spezzare questo circolo vizioso e' quella della nonviolenza attiva. In questi giorni abbiamo sentito molte volte, troppe volte, usare a sproposito questa parola che, come tante altre, rischia di subire un degrado entropico. Non bastano i proclami generici e gli slogan, e tanto meno gli pseudo satyagraha elettorali dei radicali.
Come ci insegna Aldo Capitini, non siamo tanto sciocchi da definirci nonviolenti ma piuttosto "persuasi e amici della nonviolenza", consapevoli del lungo cammino da compiere sul piano individuale, interiore, e su quello collettivo, politico. Ma non partiamo neppure da zero. Proprio l'evento che forse piu' di altri ha contribuito a scatenare le forze, nel bene e nel male, dell'attuale processo di globalizzazione, la "caduta del muro di Berlino", e' il risultato di una serie di lotte nonviolente su larga scala che per la prima volta hanno permesso di cambiare l'assetto internazionale, quasi senza sparare un solo colpo di fucile.
Abbiamo molto da imparare, ma anche qualcosa da insegnare. Il compito di autentici educatori e' fondamentale per evitare di crescere nuove generazioni di nichilisti che teorizzano il "nulla", si autodistruggono e impediscono a tutti noi di affrontare costruttivamente e creativamente i conflitti in una grande opera di apprendimento reciproco della nonviolenza.
Questo percorso non consiste solo nell'acquisizione di competenze tecniche per la trasformazione nonviolenta del conflitto, ma ha anche una grande valenza liberatoria delle nostre soggettivita' e delle nostre potenzialita'.
E' una rivoluzione permanente condotta con il sorriso sulle labbra, all'insegna di una vita piu' semplice esteriormente, ma piu' ricca interiormente e sul piano relazionale. E' cio' che chiedono, a volte inconsapevolmente, bambini e bambine, giovani e meno giovani impegnati in una miriade di piccole esperienze alternative che gia' prefigurano una economia e una societa' nonviolenta. Sta a noi conoscere e valorizzare questo potenziale umano e incanalare positivamente e costruttivamente queste aspirazioni. La nonviolenza e' la sfida del XXI secolo per liberare oppressi e oppressori, vittime e persecutori dalle catene della violenza che li disumanizzano entrambi.



E ora che fare?

Di Pasquale Pugliese

Nonostante il dolore, l'amarezza e la rabbia per quanto avvenuto a Genova nei giorni passati, cerchiamo di non perdere la lucidità e abbozzare una prima analisi per provare a capire il perchè di quanto accaduto, a leggere i nostri errori e a trovare la strada da percorrere adesso.

La trappola

Il Potere da sempre, quando è o si percepisce minacciato, reagisce con la massima violenza di cui è capace: se necessario spara. Lo fa nella maggior parte del mondo, lo ha già fatto anche in Italia e lo farà ancora e, se questo non dovesse bastare, scatanerà la repressione feroce e indiscriminata.
Il potere politico e militare nel nostro paese è in mano ad un governo liberista-mafioso-fascista e, per chi ne aveva qualche dubbio, il comportamento della polizia prima e del suo braccio mass-mediatico poi lo comprova definitivamente.
Questo potere non aspettava altro che l'occasione per poter sfoderare tutta la violenza di cui è capace nei confronti di un movimento solido, vero, dal basso e dalla parte della verità e della giustizia, perciò fortemente minaccioso. Non aspettava altro che qualcuno gliene fornisse l'occasione o, almeno, gli fornisse l'opportunità di crearsi l'occasione.

Se l'occasione immediata è stata data dai criminali neri, sia che fossero sia che non fossero in combutta con la polizia, l'opportunità più profonda è stata data dal clima di tensione che si è venuto a creare ed è montato intorno al vertice dei G8: le botte di Napoli, il ragazzo ferito a Goteborg, l'attenzione mediatica ossessiva su tutto quanto si preparava per Genova, la mobilitazione dell'esercito, l'annuncio dell'arrivo a Genova da parte di coloro - antimperialisti, insurrezionalisti e quant'altro - che non si riconoscevano nelle raccomandazioni del Genoa Social Forum, la farneticante "dichiarazione di guerra" del portavoce delle tute bianche (salvo dichiararsi pacifista all'ultimo minuto, ma qualcuno forse a ventanni l'ha presa sul serio: attenzione, le parole sono pietre e si porta la responsabilità delle loro conseguenze!), il susseguirsi di esplosioni nella settimana del Vertice.
E poi l'illusione, da parte del GSF, di poter tenere insieme - all'insegna del tutti a Genova - ma separate e distinte, in così poco spazio, tutte le forme di testimonianza e azione, dalla preghiera all'assalto alla zona rossa, dalle azioni dirette nonviolente ai vandalismi annunciati: una forma di mobilitazione e contaminazione che ha favorito l'emergere e l'imporsi, da tutte e due le parti della barricata, di coloro che sguazzano nel torbido e danno sfogo - in queste occasioni dove si possono confondere nella massa - alla violenza più brutale di cui sonocapaci. E nessuna azione sembra essere stata prevista per neutralizzali.
E' stata una battaglia campale e, come tutte le battaglie giocate sul piano militare, ha avuto la meglio chi ha colpito più ferocemente, più subdolamente, alle spalle e di nascosto.
E i nostri temi e le nostre proposte azzerate dalla violenza.
E' stata una trappola e noi ci siamo cascati. Se ne dovrà parlare ancora, ma adesso bisogna venirne fuori.

La Rete di Liliput

Con i fatti di Genova il movimento emerso a Seattle entra nella fase acuta del conflitto. In Italia, rispetto ad altre fasi storiche di lotta di piazza, questa volta c'è la novità delle Rete di Lilliput: centinaia e centinaia di associazioni - che quotidianamente lavorano sui temi sociali ed ecologici - le quali, riunite nei nodi locali, hanno fatto la scelta della nonviolenza.
La Rete di Lilliput all'interno del movimento di lotta ha, e deve mantenere e rinforazare, un proprio ruolo fondamentale, delicato e insostituibile: quello di percorrere la strada stretta che passa tra l'assenza di conflitto da un lato e il conflitto violento dall'altro (che conduce alla repressione e ad una nuova stabilizzazione) ossia di lavorare alla trasformazione del conflitto in senso nonviolento.
La Rete di Lilliput deve investire le proprie energie per impedire che un conflitto che coinvolge l'umanità e la natura intera venga condotto nel cul de sac dello scontro con la polizia (nel quale il potere vuole condurlo ed ha dimostrato di saperlo fare benissimo); per trovare la via d'uscita dalla polarizzazione tra due soggetti antagonisti (contestatori vs forze dell'ordine) che consente al resto del mondo di rimanere spettatore; per non concedere a nessuno la possibilità di restringere il conflitto ad affare tra noi ed il potere, ma lavorare per estenderlo, generalizzarlo, portarlo tra tutti ,coinvolgendo la gente affinchè cominci, grazie alle nostre azioni, a sentirsi interiormente in conflitto con se stessa ed il proprio stile di vita e di consumo.
Si tratta di trasformare, lentamente ma profondamente, il consenso che sostiene il sistema in dissenso ed il dissenso in azione.

Che fare?

Se questo è il servizio prezioso che la Rete di Lilliput può svolgere è necessario, a mio avviso - soprattutto e urgentemente dopo Genova - compiere alcune scelte strategiche necessarie alla trasformazione nonviolenta del conflitto.
Gli obbiettivi di mantenere la possibilità di agire nelle piazze, di ridurre al massimo la possibilità di degenerazioni violente, di mettere il potere nell'impossibilità - o nella difficoltà estrema - di utilizzare il suo apparato repressivo e di comunicare a più persone contemporaneamente le nostre ragioni, possono essere tenuti insieme oggi, a mio avviso, solo declinando la modalità lillipuziana reticolare, adottata come forma
organizzativa della Rete, anche come strumento di mobilitazione.

A tal fine bisogna, per un verso, lasciare modalità di azione ormai usuali ma sempre più inefficaci o addirittura controproducenti:
1) abbandonare la rincorsa dei vertici del potere: uscire dalla subalternità degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dalle loro agende, che ci portano a scendere in piazza dove e quando vogliono i potenti;
2) uscire dalla logica della uguaglianza nella diversità, e della contemporaneità, delle forme di lotta, adottata dal GSF: le forme che non sono coerentemente nonviolente nei mezzi, nei fini, nella comunicazione, nell'immaggine, fanno il gioco del potere. Non bisogna manifestare dove manifestano compagni di strada che non condividono le nostre forme.
3) uscire dalla logica delle manifestazioni di massa che, in questa fase, sono il ricettacolo di coloro che intendono sfidare il potere sul piano, reale o simbolico, della forza e sempre più si trasformano in campi di battaglia, a tutto vantaggio di chi vuole criminalizzare il movimento.

Per altro verso, bisogna strutturare una modalità di azione nuova, nonviolenta, lillipuziana, reticolare:
1) creare presso ogni nodo, o insieme di nodi limitrofi, un gruppo di azione nonviolenta GAN (dove sono stati costituiti gruppi di affinità tanto meglio, che non si sciolgano);
2) avviare un programma di formazione per ciascun GAN serio e e approfondito, teorico e pratico, sul metodo nonviolento e sulle sue tecniche;
3) quando sarà completata la formazione, strutturare un' agenda di azioni nonviolente locali concordate e contemporanee su tutto il territorio nazionale, in base alle nostre priorità, di tempi e di temi (per esempio per raggiungere un obbiettivo più avanzato in una campagna di boicottaggio, o per fare un'azione di comunicazione efficace su un tema particolarmente importante, per fare una contestazione capillare e diffusa ecc.).
Questa strategia lillipuziana e nonviolenta può consentire - se attuata con persuasione, preparazione e organizzazione - di portare efficacemente le nostre tematiche sui nostri territori, di comunicare a viso aperto con i nostri concittadini che spesso ci conoscono - conoscono il nostro impegno e lavoro quotidiano - e sanno che non siamo vandali calati da chissà dove, di impedire - visti i numeri ridotti e non trattandosi di manifestazioni ma di azioni dirette condotte da chi le organizza - le infiltrazioni di provocatori (e comunque ci si prepara, eventalmente, per isolarli, escluderli, consegnarli alla polizia o sospendere l'azione), di rendere inutilizzabile l'apparato repressivo del potere sia nella forma violenta che in quella disinformativa, perchè senza alcun alibi e perchè tutto si svolge sotto gli occhi della nostra gente e della stampa dei nostri paesi e città.

Conclusioni

Questa è la strada che avevamo provato ad indicare già ai tempi di Marina di Massa. Allora fu minoritaria. Oggi rinnoviamo l'appello: che almeno la Rete di Lilliput cambi la propria strategia, subito, e indichi una via di azione ai tanti ragazzi che oggi la cercano e sono delusi e frastornati per quanto vissuto o visto a Genova.

Ma già sentiamo i proclami per andare tutti a Roma il 10 novembre.
Devo ricordare che alla Prima assemblea nazionale della Rete di Lilliput era stato formato un gruppo di lavoro per preparare il controvertice e le contestazioni di Genova. Il G8 è finito. Per la Rete di Lilliput non è automatico partecipare ad un Social Forum stabile, non è automatico partecipare alle mobilitazioni che altri hanno posto in agenda. Si tratta di scelte politiche e strategiche che vanno fatte - o non fatte - tutti assieme.
E' tempo di mettere in agenda, prima di ogni decisione, la Seconda assemblea nazionale della Rete di Lilliput.
Presto, per favore.


Rovesciare il punto di vista

Di Angela Marasso

I fatti di Genova sono andati oltre ogni immaginazione.
Nel tentativo di superare l'amarezza, il dolore e la rabbia e a partire dal profondo disagio che sento per le mie, le nostre insufficienze e inadeguatezze provo anch'io a esporre qualche sommesso pensiero.
Ho letto in questi giorni molte riflessioni buttate giu' a caldo e tutte contribuiscono a ricostruire un pezzetto di verita', testimoniano il sentire angosciato di molti, la rabbia e la ribellione al senso di impotenza vissuto in quelle ore, il desiderio di proseguire su strade piu' chiare e sicure.
Credo sia importante non perdere questa complessita' e cercare, con chi generosamente si e' coinvolto piu' da vicino, in particolare con gli amici di Genova che dentro il GSF hanno cercato di proporre percorsi di nonviolenza attiva, di comprendere cosa e' avvenuto e come si puo' rispondere a queste nuove sfide.
Due cose credo vadano sottolineate, in primo luogo.
A Genova, in condizioni difficilissime, 200.000 persone (per stare ai dati ufficiali del Ministero dell'Interno) hanno manifestato pacificamente: poiche' le immagini che abbiamo visto erano solo immagini di distruzione, e' doveroso ribadire che, nonostante la presenza di teppisti e l'azione di gruppi abbagliati da miti militareschi, nonostante provocazioni e durissime repressioni, un tale imponente numero di persone non si e' fatto travolgere dall'esigua minoranza di violenti, ed ha resistito alle cariche indiscriminate della polizia. Straordinario l'episodio del gruppo di dimostranti che si e' interposto tra poliziotti e Black Bloc, riuscendo a far desistere questi ultimi, riportato dall'ANSA e ripreso da "Repubblica".
E' un caso emblematico di trasformazione nonviolenta di una situazione concreta di conflitto, che, mentre riesce a smascherare nel modo piu' limpido chi, utilizzando i manifestanti come scudo, persegue propri scopi, nel contempo, riconoscendo come persona chi svolge una funzione di ordine pubblico, ne depotenzia l'aggressivita'. E' importante ricordarlo, se crediamo che questa sia la sola strada per uscire dall'impotenza, da un lato, e dalla logica della risposta violenta, dall'altro, per mostrare l'efficacia della nonviolenza non solo a chi gia' ne e' persuaso, ma a chi ancora non lo e'.
La seconda cosa che credo vada stigmatizzata e' la brutalita' della reazione repressiva (manifestatasi in particolare nella "spedizione punitiva" notturna negli edifici che accoglievano parte dei manifestanti), che e' preoccupante e indice di un salto di qualita' da non sottovalutare.
Se si puo' ancora comprendere, il che non significa giustificare, come nella tensione di un'azione di piazza possano partire colpi indiscriminati che colpiscono anche manifestanti pacifici ( proprio per questo e' cosi' fondamentale non concedere alcun alibi, alcuna "giustificazione" allo scatenamento della violenza repressiva con il proprio comportamento, ma assumere atteggiamenti idonei a contenere la violenza, da qualsiasi parte provenga), non e' tollerabile, in uno stato di diritto, che si usino metodi squadristici per "punire" i colpevoli. I teppisti andavano individuati, isolati, perseguiti, secondo le regole di un ordinamento che si fonda sul rispetto della persona, qualunque cosa essa abbia fatto. Al di fuori di cio', si va verso una pericolosa deriva autoritaria, che assumera' nuove forme, ma avra' la stessa sostanza di esperienze gia' viste. Come qualcuno ha scritto, "abbiamo gia' dato, grazie".
Detto questo, credo anch'io, come molti hanno scritto in questi giorni, che non si debba sfuggire ad una rigorosa autocritica, perche' e' troppo importante cio' che si sta muovendo, per lasciare che venga soffocato da errori nostri, oltre che da precise strategie di chi ha interesse e volonta' di contrastarne la crescita, la forza, i contenuti, l'efficacia.
Autocritica, e comincio da me, da parte di chi non ha trovato abbastanza tempo ed energie per coinvolgersi piu' direttamente nelle questioni e negli interrogativi scottanti, di metodo e di merito, di organizzazione e di modalita' di mobilitazione; da parte di chi vede solo gli errori degli altri e non i propri; da parte di chi ha risposte troppo sicure, che non mettono mai in discussione le domande... ognuno puo' cercare da se' quali sono i limiti del proprio operato e del proprio impegno.
Sui Black Bloc ha gia' scritto in modo autorevole Susan George, in un intervento pubblicato anche su "Azione Nonviolenta" di luglio-agosto, al quale rimando. Ma credo sia necessario anche andare oltre: occorre smascherare e combattere i black bloc che stanno anche nella nostra testa, nei nostri cuori, nei nostri comportamenti, conformati al vecchio modello di cultura della sopraffazione e del dominio, soggiogati dal fascino della politica come "esercitazione militare", subalterni alle categorie di amico/nemico.
Perche' una cosa e' certa, per me: questo movimento potra' crescere e proporsi di raggiungere obiettivi concreti solo se partira' da un rovesciamento radicale del paradigma culturale violento che segna il nostro linguaggio, le nostre abitudini mentali, i nostri comportamenti, il nostro modo di percepire, concettualizzare e vivere i conflitti, in favore di una forza, di un pensiero e di una politica finalmente alternativi, che non lasciano spazio a strumentalizzazioni e infiltrazioni di sorta, che non sono garantiti contro la repressione violenta ma possono concretamente contenerla, bloccarla, metterla in crisi, come gia' e' avvenuto piu' volte, in particolare nel nostro secolo cosi' intensamente violento: la forza, il pensiero e la politica della nonviolenza attiva, da riprendere, da approfondire, da mettere in pratica a partire da se', per trasformare, insieme, la vita personale e collettiva.
Da qui, da questo rovesciamento e da questo nuovo punto di vista diventa possibile ripensare creativamente anche i modi del comunicare e del manifestare, per affrontare efficacemente le nuove sfide che ci stanno di fronte.


Lettera aperta al GSF

Di Enrico Euli

Tutte le immagini, le emozioni, le ambivalenze di questi giorni mi attorniano ed attraversano, alcune gustose, digeribili,anche dolci; altre ancora indigeste, nauseanti, opache.

Sono giorni che lasciano il segno, che nessuno potrà dimenticare. Saranno giorni che, nel bene e nel male, si porranno come soglia tra una fase e un'altra, appena iniziata, della politica italiana. Nella confusione, lo
sento con sufficiente chiarezza.
Siamo agli esordi, forse anche in ritardo, ma qualcosa -finalmente- si è mosso, ed anche la superficie si increspa, dopo tanti anni di lavoro silenzioso e sommerso.
Cerchiamo di non perdere questa nuova, preziosissima occasione.
Mi pare che nella 'rete di reti', nel 'movimento dei movimenti' che si sono espressi a Genova si possano rintracciare alcuni nodi di consapevolezza davvero comuni, alcuni 'fondamenti' condivisi e 'radicali' tra tutti e tutte:

1. la percezione diretta di una democrazia senza qualità, che ha superato la soglia di decadimento e di involuzione, che degrada verso derive regressive ed autoritarie, verso un regime regolato da monopoli informativi e decisionali (per la costruzione del consenso-assenso) e da repressioni aperte (per la rimozione-criminalizzazione dei conflitti).

2. la percezione diffusa di uno sviluppo distruttivo ed insensato, che non lascia scampo alla vita, alla natura, alle culture, che ha superato la soglia di tollerabilità e si avvicina rapidamente al rischio di catastrofi irreversibili e a condizioni di 'non ritorno'.

3. la percezione verificata di una ripresa massiccia della cultura di guerra che, dalla Guerra del Golfo a quelle balcaniche, ha tracciato l'ultimo decennio, dopo le speranze aperte dal Movimento per la Pace e dalla perestroika negli anni 80.

4. la voglia di resistere con tutte le nostre forze a tutto questo, a lottare, insieme e diversi.
E' un patrimonio enorme proprio perchè è comune e va salvaguardato, perchè è davvero prezioso, con pazienza, ascolto, fiducia, attenzione. La domanda da cui ora partirei, definiti i punti comuni, è sul punto che ci differenzia di più e sul quale rischiamo di crescere o di saltare insieme:
'COME resistere, COME lottare ?'.

In questi giorni la creatività dei movimenti si è espressa: dalla preghiera alle spranghe, dalle animazioni teatrali alle parate con tute e caschi, dai blocchi nonviolenti dei varchi agli assalti mortali.
Ognuno rischia di trarre le sue conclusioni da solo, per la sua parte e, in condizioni di incomunicabilità reciproca, il 'movimento dei movimenti' non ci sarebbe più e tutto questo lavoro comune, anzichè a crescere, andrebbe a disfarsi ancora una volta.

Vorrei perciò offrire alcune riflessioni personali, alla ricerca di un confronto con tutti/e:

1. Non possiamo in questo momento fare qualcosa per cambiare la polizia o i black blockers o i rapporti tra loro: sono organizzazioni troppo ideologizzate e strutturate, troppo poco trasparenti, come devono essere le formazioni militari, più o meno legali.
Credo che possiamo e dobbiamo lavorare solo su di noi: se lo faremo produrremo dei cambiamenti anche nei contesti esterni e nei potenziali alleati-avversari.

2. Per quanto ci riguarda quindi, è decisivo, anche solo tatticamente, non favorire in alcun modo la ripresa del perverso circuito della violenza e della guerra.
E' importante ed urgente: - non mostrificare nessuno, non creare capri espiatori, non trasferire colpevolezze totali in una sola parte; assumersi ciascuno la propria responsabilità in termini di azione o di omissione.
-non utilizzare la violenza diretta e strutturale degli altri per giustificare la propria o quella dei propri alleati; criticare comunque la violenza e la distruzione della vita da chiunque provenga.
-non mitizzare i caduti, solo perchè sono morti e sono stati uccisi dal nostro avversario; se ci dissociamo dalle loro azioni in vita, dobbiamo farlo anche in morte (il che non significa che non piangiamo e che non ci arrabbiamo per una vita spezzata).

3. E' fondamentale che, nei prossimi mesi:
- l'area rosa (nonviolenta e non-violenta) accresca i suoi livelli di consapevolezza, di formazione e di organizzazione, in vista di metodologie ed azioni che siano capaci di maggiore
SICUREZZA-RASSICURAZIONE COMUNICAZIONE-VISIBILITA' EFFICACIA-EFFICIENZA CREATIVITA'-NOVITA'.
Ho riscontrato ancora (ma è ovvio, siamo davvero agli inizi !) un livello di improvvisazione e di inconsapevolezza troppo alto, che -se non corretto- ci porterà a rischi tali da indurre molte persone desiderose di 'esserci' a stare a casa, ad abbandonare il campo.
E' invece il momento di diffondere la nonviolenza attiva, di renderla ancora più ricca di esempi e di sperimentazioni, di unire in essa la capacità di allargare l'area delle persone coinvolte e le differenti radicalità convergenti nell'azione stessa.
-l'area gialla (disobbediente anti-violenta) rifletta sulle sue scelte e su come stare nella rete.
Ho assistito con piacere e speranza (a differenza di quanto scrive 'Repubblica' nell'intervista di venerdì scorso) allo sviluppo di tattiche creative e meno violente rispetto alle origini fatte proprie dai Centri sociali di cui Luca Casarini appare come portavoce.
Sono fiducioso sul fatto che la riflessione tra le tute bianche ci sarà e che la scelta fatta nel recente passato non sarà rinnegata, perchè ha le sue motivazioni non solo tattiche, ma anche strategiche.
Credo e spero che saprà tenere insieme consenso e conflitto.
Sono preoccupato però da alcuni atteggiamenti e da alcune scelte fatte qui a Genova e che proseguono a manifestarsi sui mass media in questi giorni.
Temo una regressione dell'area gialla verso il circuito perverso descritto al punto 2. Sarebbe un passaggio involutivo gravissimo tale da generare la crisi prematura e forse letale del movimento unito nel GSF.
Non solo non permetterebbe la diffusione della cultura anti-violenta (che resta, mi pare, anche dalle dichiarazioni fatte da tutti alla conferenza stampa del 22 luglio, uno degli obiettivi comuni del GSF), ma rischierebbe un ritorno al già visto, con effetti disastrosi sul movimento e sui suoi programmi.

4. per favorire processi positivi ed evitare rischi di questa portata proporrei al GSF di organizzare subito dopo l'estate, su questi temi, un seminario-training di riflessione comune e di confronto tra le due aree, per evitare fratture e derive divergenti, ma anche confusioni ed ambiguità.
Mi dichiaro disponibile sin d'ora a collaborare per questo e per altri momenti di incontro tra noi e con altri.
La fase è molto delicata e la nostra esperienza è davvero giovane e nuova, in gran parte sconosciuta e inaspettata. Siamo però usciti dalla palude politica e culturale in cui ci siamo trovati per anni. E' vero: la violenza ed il sopruso, da tempo covati, ora escono alla luce. Ma credo che sia un bene. Ognuno può vederli, considerarli, scegliere. Ci vediamo, a Genova, in Italia, in Sardegna, davanti alle prefetture o dove sia, tra poche ore.
Buona estate a tutti e a tutte

Addestrare le forze dell'ordine ai valori e alle tecniche della nonviolenza


UNA LETTERA AL CAPO DELLO STATO DEL 24 LUGLIO 2001 E DUE LETTERE DI UN ANNO FA
AL MINISTRO DELL'INTERNO ED A MOLTI PARLAMENTARI PER LA FORMAZIONE E L'ADDESTRAMENTO DELLE FORZE DELL'ORDINE AI VALORI E ALLE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA

Il responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, Peppe Sini, ha inviato ieri una lettera aperta al capo dello stato per richiedere un suo impegno a sostegno della proposta che il personale delle forze dell'ordine sia formato e addestrato alla conoscenza e all'uso dei valori, delle tecniche e delle strategie della nonviolenza.

Nei giorni precedenti, sia prima che dopo i terribili fatti di Genova, la struttura pacifista viterbese aveva reiteratamente chiesto alle istituzioni un impegno in tal senso.

Lo scorso anno, il 24 ed il 25 luglio 2000, la struttura pacifista virterbese aveva inviato due lettere analoghe, ed assai dettagliate, a molti parlamentari e al Ministro dell'Interno.

Su questo tema peraltro da anni il Centro di ricerca per la pace di Viterbo sollecita le amministrazioni e le istituzioni ad un impegno necessario ed urgente.

Di seguito alleghiamo alcuni materiali informativi essenziali:
1. Testo della lettera al Presidente della Repubblica di ieri, 24 luglio 2001;
2. Testo della lettera al Ministro dell'Interno di un anno fa, 25 luglio 2000;
3. Testo della lettera a vari parlamentari di un anno fa, 24 luglio 2000;
4. Breve notizia sul responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo.

"Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Viterbo, 25 luglio 2001

Mittente: Centro di ricerca per la pace
strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
tel. e fax 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Allegato 1. Lettera al Presidente della Repubblica del 24 luglio 2001
Formare e addestrare le forze dell'ordine alla nonviolenza: una ragionevole proposta per migliorare la sicurezza pubblica e per meglio difendere la vita e l'incolumita' di tutti

Egregio Presidente,
vorremmo segnalare alla sua attenzione la seguente proposta: che tutti gli operatori delle forze dell'ordine, cui incombe il gravoso ed importantissimo impegno di difendere la sicurezza pubblica, l'incolumita' delle persone, la legalita', siano specificamente formate e addestrate alla conoscenza e all'uso dei valori, delle tecniche e delle strategie di comunicazione e di intervento della nonviolenza.
Data la delicatezza del servizio pubblico dalle forze dell'ordine prestato, e dato che esse per funzione istituzionale si trovano sovente ad agire in situazioni fortemente critiche e d'emergenza, e' assolutamente necessario che la formazione e l'addestramento del personale in esse impiegato prevedano anche questa grande risorsa che e' la conoscenza e la capacita' di applicazione di tecniche comunicative e relazionali, di strategie di intervento e di interpretazione, di solido radicamento in fondamentali valori giuridici e morali, tecniche, strategie e valori che la teoria-prassi della nonviolenza nel corso della storia ha esplorato, elaborato, tematizzato, sperimentato e che mette a disposizione di tutti gli operatori
sociali, come di tutti gli esseri umani.
In Italia esistono esperienze formative alla nonviolenza, tradizioni culturali della nonviolenza, illustri studiosi ed educatori alla nonviolenza (sia in ambito accademico che nel servizio sociale), che possono essere adeguatamente valorizzati a tal fine.
Tra le esperienze formative vi sono prestigiose ed ormai consolidate tradizioni di corsi tenuti in universita', in scuole, in istituzioni, in enti di servizio sociale e di servizio civile, in tante sedi dell'associazionismo democratico e della societa' civile.
Tra le tradizioni culturali della nonviolenza in Italia bastera' ricordare la riflessione e la proposta di Aldo Capitini, con il suo richiamo a Francesco d'Assisi, a Giuseppe Mazzini, a Mohandas Gandhi; le esperienze e riflessioni di Danilo Dolci ed il suo straordinario intervento sociale e lavoro maieutico; ed ancora le cospicue ricerche di Guido Calogero e Norberto Bobbio; l'esperienza di don Lorenzo Milani; l'elaborazione di Ernesto Balducci, e molte altre figure esemplari si potrebbero citare tra quanti nel nostro paese hanno dato un grande contributo alla promozione della teoria e della pratica della nonviolenza.
Tra gli studiosi, formatori ed educatori oggi attivi in Italia vi sono prestigiose figure accademiche come Alberto L'Abate, Antonino Drago, Giuliana Martirani, Giuliano Pontara, Giovanni Salio, Giovanni Scotto e molti, molti altri illustri docenti e ricercatori, riconosciuti ed apprezzati a livello internazionale.
Ebbene, poiche' queste risorse esistono e sono dunque a disposizione, che siano valorizzate al fine indicato.
Egregio Presidente,
si faccia autorevole patrocinatore della proposta di un necessario ed urgente intervento delle istituzioni competenti (il parlamento se con una legge, il governo se con un decreto, il ministero se con una circolare, organi di direzione delle forze dell'ordine se con un mero provvedimento amministrativo interno) affinche' tutti i membri delle forze dell'ordine
vengano formati alla conoscenza e all'uso dei valori, delle tecniche e delle strategie nonviolente.
Questo aumenterebbe la loro professionalita', e sarebbe certo di grande utilita'.
Ringraziandola fin d'ora per l'attenzione e la sensibilita', distinti
saluti,
per il Centro di ricerca per la pace di Viterbo: il responsabile, Giuseppe Sini
Viterbo, 24 luglio 2001

Allegato 2. Testo della lettera al Ministro dell'Interno di un anno fa, 25 luglio 2000

Proposta di prevedere la formazione e l'addestramento ai valori, le strategie e le tecniche della nonviolenza per tutti gli operatori pubblici addetti alla pubblica sicurezza

Signor Ministro,
la crescita della violenza va contrastata nel modo più rigoroso e coerente: ovvero promuovendo quanto più possibile la nonviolenza.
* La nonviolenza, intervento attivo per promuovere diritti e dignità di tutti
La nonviolenza è il portato delle scelte assiologiche e giuriscostituenti inscritte nei princìpi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.
La nonviolenza è l'applicazione dei princìpi etici e giuridici promulgati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
La nonviolenza è proposta operativa fondamentale e fondante per la civile convivenza in un'epoca, come quella attuale, di grandi conflitti, di grandi opportunità evolutive come di immani pericoli di regresso e catastrofe.
La nonviolenza ovviamente non è passività, ma opposizione alla violenza la più nitida, intransigente ed efficace; non è un sottrarsi ai conflitti ed alle situazioni di crisi, ma un farvi fronte e gestirli con chiaroveggenza ed energia affinché essi producano acclaramento e ricomposizione, evolvano in esiti di maggiore giustizia, di maggiore umanizzazione; la nonviolenza non è contemplazione atterrita o inerme ritrarsi, ma presenza viva e operante per affermare sempre ed ovunque, e quindi in primo luogo ove più occorra, la dignità della persona e i diritti umani; la nonviolenza è il dispiegarsi del principio di legalità in quanto esso fonda la convivenza e difende e promuove i diritti di tutti.
* Una proposta pratica: formare e addestrare tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza ai valori, le strategie e le tecniche della nonviolenza.
E' necessario che tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza conosca e sia in grado di utilizzare nello svolgimento delle sue mansioni le tecniche, le strategie, i valori, e dunque le acquisizioni e gli strumenti conoscitivi, ermeneutici ed operativi della nonviolenza.
E' infatti assai penoso che proprio le persone che, per il lavoro di altissima responsabilità che svolgono, più hanno bisogno di disporre di una formazione, un addestramento ed una strumentazione (teorica ed applicativa) adeguati a difendere e promuovere sicurezza, convivenza, rispetto dei diritti delle persone tutte, proprio queste persone siano private di una
opportunità formativa massimamente adeguata all'incombenza che la legge e le istituzioni loro attribuiscono.
E' assurdo che proprio quegli operatori dei pubblici servizi che devono intervenire in situazioni di massima crisi ed emergenza, non abbiano a disposizione gli strumenti più adatti alla bisogna: le tecniche operative, le strategie comunicative, gli strumenti interpretativi, i valori di riferimento che la nonviolenza propone.
E', quello qui segnalato, un paradosso gravido di conseguenze pericolose: è un paradosso che deve cessare. Si ponga rimedio istituendo al più presto la prassi e l'obbligatorietà della formazione e dell'addestramento alla nonviolenza per tutti gli operatori addetti alla sicurezza pubblica.
Beninteso: questa non è una panacea, ma senza ombra di dubbio costituirebbe un contributo di grande valore e di sicura utilità.
* Benefiche ricadute
Non vi è dubbio, infatti, che la formazione e l'addestramento alla nonviolenza per il personale addetto alla difesa e promozione della sicurezza e dei diritti di tutti avrebbe immediati effetti benefici sia per i lavoratori destinatari di tale formazione e addestramento, sia per gli utenti tutti del loro intervento, includendo tra gli utenti anche le persone
oggetto dei loro interventi: persone che anche quando commettono crimini e pertanto debbono essere perseguite e punite ai sensi di legge, restano comunque esseri umani ed in quanto tali non possono essere fatti oggetto di trattamenti degradanti, di minacce, di violenze e lesioni.
La Costituzione è chiara: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" (art. 2); non sono ammessi "trattamenti contrari al senso di umanità" (art. 27, comma secondo); e naturamente "non è ammessa la pena di morte" (art. 27, comma quarto).
La nonviolenza, è una constatazione empirica e non un'asserzione ideologica o fideistica, degnifica le parsone che vengono in contatto con essa; la conoscenza della nonviolenza, dei suoi valori e concetti, come delle sue strategie comunicative e delle sue tecniche relazionali, umanizza le persone e i rapporti, adegua l'agire a valori e fini che sono quelli fondanti la civiltà giuridica, che sono quelli sanciti dalla Costituzione, che sono i valori ed i fini che rendono degna la vita e civile la convivenza.
A tutti andrebbe garantita, fin dalle scuole di base, la conoscenza e la formazione alla nonviolenza; ebbene, che si cominci intanto a mettere questo patrimonio di risorse a disposizione almeno di chi, per il lavoro che svolge, più ne ha bisogno.
Che le istituzioni democratiche si adoperino affinché proprio nelle situazioni in cui di contrastare la violenza si tratta, si abbia a disposizione la ricchezza di strumenti teorici e pratici che la nonviolenza offre.
Signor Ministro,
le saremmo grati se, preferendo riconoscersi nella Costituzione della Repubblica Italiana e nella civiltà giuridica, anziché nelle correnti obbrobriose ideologie della violenza, del deliro, della barbarie, lei volesse prendere in considerazione tale proposta e farne oggetto di un intervento operativo in forma o di decreto, o di disegno di legge da proporre con la maggior tempestività all'organo legislativo.
Distinti saluti,
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo Viterbo, 25 luglio 2000

Allegato 3. Testo della lettera a vari parlamentari di un anno fa, 24 luglio 2000

Una proposta di legge per stabilire che tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza sia educato e addestrato ai valori ed alle tecniche della nonviolenza

Cari amici ed egregi signori,
con questa lettera aperta vi formuliamo la proposta di voler promuovere, d' intesa con gli altri parlamentari a ciò disponibili, una proposta di legge finalizzata a stabilire che tutto il personale addetto alla pubblica sicurezza, all'attività di repressione del crimine, all'intervento delle istituzioni in situazioni di conflitto e di crisi, abbia nel suo curriculum formativo lo studio dei valori e delle esperienze della nonviolenza, e l' addestramento all'uso delle strategie e delle tecniche della nonviolenza.
Già mesi addietro, in una lettera inviata ad alcune figure istituzionali locali, proponevamo ad esse "di voler promuovere un corso di formazione ai valori ed alle tecniche della nonviolenza per tutto il personale preposto alla pubblica sicurezza".
E già colà chiarivamo che "la nonviolenza non è passività, ma contrasto efficace ed opposizione integrale alla violenza; e le sue specifiche tecniche comunicative, di accostamento psicologico, di interpretazione sociologica e di intervento sociale, costituiscono strumenti sia di formazione morale e intellettuale di se stessi, sia di interazione adeguata e costruttiva con gli altri; particolarmente in situazioni di conflitto, di tensione e di crisi le tecniche della nonviolenza sono di grandissima utilità, e pressoché insostituibili.
E' evidente la necessità che particolarmente coloro che svolgono il delicatissimo e difficilissimo compito di contrastare crimine e violenza, di promuovere e difendere con la legalità la serenità e il benessere di tutti, devono avere conoscenze e capacità tali da saper intervenire adeguatamente in primo luogo in aiuto di chi è in difficoltà.
Conoscere le tecniche della nonviolenza, ed essere addestrati al loro uso, significa avere a disposizione una strumentazione interpretativa ed operativa di grande valore ed efficacia.
Contrastare la violenza significa contrastare effettivamente ed efficacemente il crimine (che sulla violenza si fonda), significa altresì garantire autentica sicurezza, che solo può nascere dal rispetto più scrupoloso dei diritti della persona, di ogni persona, dal rispetto e dalla promozione della dignità umana, dall'aiuto a chi di aiuto ha bisogno".
E' nostra ferma convinzione che la conoscenza della nonviolenza, dei suoi valori, delle sue tecniche, delle sue strategie di intervento comunicativo, sociale, solidale e umanizzante, sia indispensabile per ogni operatore pubblico e soprattutto per quelli addetti alla sicurezza ed alla protezione dei diritti.
Naturalmente non si tratta di "convertire" delle persone, bensì:
- in primo luogo, di mettere a disposizione strumenti interpretativi ed operativi adeguati per agire in modo costantemente legale, efficace e rispettoso della dignità umana nello svolgimento delle proprie mansioni;
- in secondo luogo, di fornire agli operatori addetti al controllo del territorio ed alla protezione dei diritti, un quadro di riferimento categoriale ed applicativo coerente con la Costituzione, e quindi con la fonte stessa della legalità nel nostro paese; e con la Dichiarazione universale dei diritti umani, che costituisce un comune orizzonte di riferimento per le codificazioni giuridiche e le prassi amministrative dei paesi democratici;
- in terzo luogo, di offrire un'occasione di riflessione sulle dinamiche relazionali e sulle strategie operative e cooperative nel rapporto interpersonale e particolarmente nel conflitto con la persona o le persone nei cui confronti si interviene e con cui quindi si interagisce;
- in quarto luogo di mettere a disposizione indicazioni utili ad un approfondimento delle problematiche non solo giuridiche, procedurali, amministrative e tecniche, ma anche psicologiche, sociologiche, comunicative e antropologico-culturali connesse ed implicate dall'attività che si svolge.
I valori teoretici, le strategie d'intervento e le tecniche operative della nonviolenza, e quindi l'educazione e l'addestramento ad essi ed esse, costituiscono una opportunità formativa che a nostro parere sarebbe necessario ed urgente che entrasse nel bagaglio di conoscenze, nei curricula studiorum e nell'addestramento di tutti gli operatori addetti alla sicurezza
pubblica.
Vi saremmo assai grati se voleste prendere in considerazione questa proposta, e -qualora la riteneste persuasiva ed opportuna- se voleste impegnarvi per tradurla in una proposta di legge o in altro atto legislativo equipollente.
Con i migliori auguri di buon lavoro, distinti saluti,
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo Viterbo, 24 luglio 2000

Allegato 4. Breve notizia sul responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Peppe Sini e' dagli anni settanta il responsabile del "centro di ricerca per la pace" di Viterbo. E' stato apprezzato pubblico amministratore comunale e provinciale. Nel 1987 ha coordinato per l'Italia la campagna di solidarieta' con Nelson Mandela allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Ha organizzato e presieduto nel 1987 il primo convegno nazionale dedicato alla figura e all'opera di Primo Levi, con l'autorizzazione dei familiari. Ha tenuto corsi di educazione alla pace in alcune scuole medie superiori, presso enti di servizio civile, istituzioni ed associazioni. Autore di varie pubblicazioni particolarmente sui temi della pace e della nonviolenza. E' direttore responsabile del notiziario
quotidiano telematico "La nonviolenza e' in cammino".


Pax Christi e la scelta nonviolenta

di Sergio Paronetto

La scelta della nonviolenza.

Contemporaneamente alla protesta più ferma contro il comportamento del governo e di alcuni settori delle forze di polizia in occasione del vertice G8 di Genova, intendo partecipare anch’io a una riflessione più ampia sul popolo di Seattle. Non vorrei più chiamarlo così (l’espressione è datata, usurata, ormai ambigua).
Propongo tre varianti:
o popolo di Porto Alegre (cantiere aperto di proposte qualificanti sui grandi problemi dell’umanità);
o popolo delle Nazioni Unite, evidenziando una cittadinanza universale in collegamento con le iniziative dell’ “ONU dei popoli”, previste nel prossimo ottobre a Perugia e ad Assisi;
o, semplicemente, popolo della pace basato sulla limpida denuncia di ogni tipo di violenza e orientato alla scelta alternativa e rivoluzionaria della totale e globale nonviolenza.
Pochi giorni prima di essere ucciso, M.Luther King esclamava preoccupato e sofferente: “Non è più questione di scegliere tra violenza e nonviolenza. Si tratta di scegliere: o nonviolenza o non esistenza”.

1. So bene che a Genova la situazione era complessa e rischiosa. Il compito del “Genoa Social Forum” era arduo, difficilissimo. Gridare “abbiamo vinto” al termine della marcia finale era comprensibile ma è stata una forzatura. Un modo, forse, per consolarsi, per farsi coraggio. Forse, era meglio dire: “abbiamo resistito”, “continueremo”, “ce la faremo”…
Qualcuno (tra questi “Pax Christi” e “Rete Lilliput”) ha lanciato l’idea di non fare il corteo finale. Era un’ipotesi dignitosa come altre. I più “duri” l’hanno intesa come una forma di cedimento o di sconfitta. Forse era meglio fare il corteo dato il numero straripante di persone (che le televisioni non hanno documentato). Ma chi può dire con certezza quale sarebbe stato l’impatto di un grande “urlo silenzioso” di protesta? Di una manifestazione distribuita su più piazze o a semicerchio, seduti e silenziosi? Perché solo un corteo è segno di “forza”? Il movimento della pace italiano, a mio parere, deve riscoprire o valorizzare di più l’importanza del silenzio operoso o, per i credenti, della preghiera. Perché valutare quest’ultima come una fuga e non come gesto debole-potente di partecipazione? Le iniziative di contemplazione organizzate a Genova, a Verona, in molti monasteri e chiese durante il G8 sono state tra le più belle e fresche novità del popolo della pace.

2. Il movimento italiano per la pace ha fatto molto. Sta facendo molto. E’ cresciuto. E’ diventato un soggetto plurale e autonomo. Occorre, però, riconoscere che esce da Genova ferito e umiliato, sia (soprattutto) perché è morta una persona, sia perché si sono scatenate violenze di vario tipo che hanno oscurato le ragioni della protesta e della proposta.
Tali ragioni sono state anticipate dall’incontro delle associazioni cattoliche, dal forum delle forze sindacali, dal GSF nelle piazze tematiche, dal progetto Lilliput. Parte della stampa le ha accompagnate e rilanciate. Molto, purtroppo, è stato oscurato. Le responsabilità sono molteplici. E’ giusto denunciare il governo o i comandi delle forze dell’ordine-disordine. Bisogna continuare a farlo.
Raccogliere le testimonianze. E’ accaduto qualcosa di orribile. Eviterei, comunque, generalizzazioni qualunquistiche perché i poliziotti e i carabinieri, per quanto male guidati od ospitanti frange estremiste “di tipo fascista”, non sono “assassini” o “nemici”.
Anni fa, uno spietato accusatore del “palazzo” reazionario e corrotto, come Pier Paolo Pasolini (ricordato dal padre di Giuliani), ammoniva i contestatori che la polizia, nonostante tutto, è composta di lavoratori e di cittadini come coloro che manifestano.

3. A mio avviso, è bene affrontare con calma le ombre o la “zona grigia” presente in grandi incontri come quello di Genova. La difficoltà di crescita del movimento per la pace riguarda anche il modo di pensare-agire di alcuni “pacifisti” o “antiglobalizzatori”. Per me, i due termini sono ambigui. Il primo appare generico e approssimativo. Il secondo é schematico e deviante rispetto la qualità dell’impegno “globalizzante” del popolo della pace,
che opera per la globalizzazione dei diritti, della giustizia e della solidarietà.
Pur riconoscendo che il GSF ha fatto molto di buono, penso ci sia stato un difetto iniziale proveniente da coloro che si sono proposti prima di “bloccare il G8” e poi di “violare la zona rossa”.
L’enfasi riguardante tali obiettivi, accompagnata dalla famigerata “dichiarazione di guerra” delle tute bianche, ha modificato l’ordine delle priorità. L’attenzione, complici i mass media alimentati dagli “esibizionisti”, è stata spostata lontano dai grandi problemi della fame, delle guerre e dell’ingiustizia nel mondo. Si era in attesa di possibili incidenti.
Giustificare operazioni paramilitari di questo tipo in nome dei poveri del mondo vuol dire possedere un’enorme presunzione. Per me, è stato un grave errore di provincialismo. Si è mescolato un problema di agibilità urbana, teoricamente giusto ma in quell’occasione secondario, con i temi internazionali fondamentali. Questioni che avrebbero dovuto avere la massima visibilità propositiva si sono ridotte alla necessità di conquistare qualche metro nella zona rossa.
I temi della globalizzazione non possono essere affidati alla toponomastica urbana, alla rivendicazione di spazi. Per un operatore di pace, i “territori” da contendere non sono quelli delle cartografie ma i supermercati, le banche, l’informazione, la formazione, i tribunali… In una parola, la vita quotidiana. Lo stile di vita. Michele Serra ha osservato che gli scontrini contano più degli scontri. Dando troppo spazio ai riti simbolici del “blocco” o della “violazione”, molti sono stati imbrigliati nella trappola virtuale dell’allarmismo mediatico. Sono, così, caduti nella rete tesa da una politica governativa insofferente di critiche e pronta a screditare il movimento, a ritenerlo complice delle tute nere o di altri gruppi paramilitari.

4. So bene che in certe occasioni è difficile calibrare le parole. Noto, però, che il linguaggio di alcuni sedicenti “pacifisti” è cupo, gladiatorio, militarizzato. Quasi sempre ultimativo, eccitato.
Alcuni vivono, per così dire, un orgasmo da scontro. Lo cercano. Mimano la guerra o la rivoluzione armata.
Desiderano il “martirio”. E’ una logica tipica dell’estrema destra radicale, politica o esoterica. Il mito del guerriero è duro a morire. Cresce in luoghi diversi, uguali e contrari. Può contagiare persone miti e generose. A volte, nel clima teso di alcune grosse manifestazioni, i partecipanti ritengono secondaria la presenza dei “microviolenti” disposti a usare sassi, bastoni, scudi, o a fare un po’ di guerriglia urbana. Pur dissentendo o denunciando il fatto, qualcuno pensa che si tratti di “compagni che sbagliano”. E’ un abbaglio! I violenti (ai margini o infiltrati nei cortei) sono pericolosi avversari del movimento per la pace. Lo umiliano. Lo sgretolano. Lo screditano. E’ per questo che, a volte, vengono lasciati fare o sono manipolati. E’ una storia vecchia. Il modo migliore per eliminare o indebolire un soggetto politico “alternativo” è quello di minarlo dall’interno, usando parole d’ordine condivise. E’ quello di portarlo al degrado e al suicidio. Condivido l’allarme di Susan George in riferimento alle violenze di Goteborg e di Genova: “ne ho abbastanza di questi gruppi che arrivano nelle
manifestazioni per distruggere…; ne ho abbastanza di questi teppisti e temo che se si continua a lasciarli fare finiranno per distruggere il movimento: la più bella speranza politica da trent’anni a questa parte…
Il movimento che lotta per una globalizzazione diversa è in pericolo…Non potrà più andare avanti allo stesso modo…Noi, la immensa maggioranza che avanza proposte serie, noi che crediamo fermamente che un altro mondo è possibile, dobbiamo agire responsabilmente…Dovremo trovare nuovi percorsi democratici per portare avanti la lotta” (“Azione nonviolenta”, n.7, 2001 e lettera e-mail del 26.7).

5. Cerco di precisare ulteriormente. Scrive Luca Casarini: “lanciare i sassi per fermare un inferno mi sembra legittimo”(“La Repubblica” 23.7.2001). La frase è un misto di ingenuità e di irresponsabilità. Rivela disponibilità a usare o tollerare la violenza. Casarini e altri si appellano, tra l’altro, alla “legittima difesa” senza rendersi conto che usano proprio l’argomentazione di coloro che preparano le guerre o la corsa agli armamenti. Sono complici-vittima della logica dello scontro. Chi giustifica i “microviolenti” ripete frasi solo apparentemente sensate come: “la vera violenza è quella dei potenti”, “ci sono violenze più grandi”, “il mondo è pieno di violenza”. A mio parere, tali espressioni sono pericolosissime. Chi pensa così non si rende conto che la violenza fa sempre il gioco dei potenti. Le cosiddette “microviolenze” rafforzano le “macroviolenze”. Le imitano. Le riproducono. Le riciclano. Le occultano. Le giustificano. Accreditano chi le compie, indisturbato, capace di presentarsi come benefattore o salvatore. Salvo casi rari, la violenza corrompe ogni fine cui venga subordinata.
Appartiene alla notte della democrazia. Alla preistoria, ancora in atto, dell’umanità.
Le “microviolenze” sono figlie e complici delle grandi violenze. Sono la loro clonazione. Bisogna dire con fermezza che anche la “microviolenza” è sempre cattiva. Un sasso, un bastone, un oggetto lanciato possono ammazzare. Non colpiscono il capitalismo, l’imperialismo, ma un essere umano, una persona. Il suo diritto alla vita. Oltre che cattiva, la “microviolenza” è stupida, ingenua, controproducente. Dà anche spazio alla repressione.
Giustamente Curzio Maltese osserva che “l’estremismo è il primo alleato del manganello, l’inevitabile utile idiota di ogni svolta autoritaria” (“La Repubblica” 23.7). “Nulla è più gradito ai padroni del mondo -osserva a sua volta Enrico Peyretti (“Adista” 28, 9.4.2001)- che le manifestazioni contrarie in forma violenta. Esse permettono agli oppressori di apparire oppressi, quindi sono uno stupido regalo fatto ai padroni da rivoluzionari ingenui, complici per ignoranza e superficialità, succubi della stessa cultura dei loro avversari, perciò profondamente sconfitti”.

6. La sconfitta è, soprattutto, umana. Chi sottovaluta il peso avvilente e degradante delle violenze o le vede come un fenomeno “normale” del mondo moderno, per quanto protesti o gridi, è sull’orlo della resa. Sta cadendo nella disperazione.
Sta incubando il cinismo. Il popolo della pace deve esprimere in tutti i modi la sua radicale estraneità, il suo irriducibile antagonismo nei confronti di ogni forma di violenza. La violenza è male perché è disumana. Crea una spirale autodistruttiva nella persona e nella società. Si basa sull’automatismo botta-risposta, amico-nemico, occhio per occhio. Ci ingabbia in un meccanismo che paralizza il piacere di vivere e blocca ogni energia vitale. Ci inchioda in una coazione a ripetere che Fromm chiamerebbe “necrofilia”. La nonviolenza, invece, rappresenta la “biofilia” operosa. Una forma di sanità mentale. Il libero civile dispiegarsi del piacere di vivere. La gioia di comunicare. La fiducia nella possibilità di costruire rapporti liberi, giusti e fraterni. La ricerca della convivialità. Una novità di vita che il cristiano può intendere come icona della Trinità, annuncio della Resurrezione, fuoco della Pentecoste.

Dopo il G8, il movimento per la pace può agire in tal senso opponendosi al progetto necrofilo dello scudo spaziale al quale Berlusconi, mettendo da parte il dibattito parlamentare, la Costituzione e il futuro dell’Europa, ha dato l’appoggio. Occorre denunciare quest’ultima grande violenza, immensa ingiustizia verso i poveri, con la forza fresca e coraggiosa dell’amore che trasforma.
Nonviolenza come forza dell’amore, proclamava Luther King, negli anni ’60, nel vivo della polemica contro i metodi del “Black power” che, a suo parere, stava imitando i valori più spregevoli, brutali e incivili della società americana:
“Sono stanco della violenza, ne ho vista troppa; ho visto un tale odio sui volti di troppi sceriffi del sud! Non intendo lasciare che sia l’oppressore a prescrivermi il metodo che devo usare. Non intendo abbassarmi al suo livello; voglio elevarmi a un livello superiore. Noi abbiamo un potere che non si trova nelle bottiglie molotov… L’umanità si aspetta qualcosa di diverso dalla cieca imitazione del passato. Non potrebbe darsi che l’uomo nuovo di cui il mondo ha bisogno fosse l’uomo nonviolento?… La vita può diventare una serie continua di sogni infranti... Io però riesco a sentire una voce che grida: forse non sarà per oggi, forse non sarà per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore. E’ bene che tu ci provi (M.L.King, Autobiografia, a cura di C. Carson).
In questo cammino mezzi e fini s’intrecciano.
Se vuoi la pace (shalom) prepara la pace. Anzi, non c’è nessuna via per la pace. La pace è la via. I contenuti dell’azione sono importanti. Ma il primo contenuto è la pace. E’ bene continuare a provarci.

Sergio Paronetto - Verona 29 luglio 2001

(Pax Christi, c/o C.M.D.)


Riflessione in 9 punti dopo Genova

Di Enrico Peyretti

Dopo la tragedia di Genova

Dopo la tragedia di Genova, proviamo a riflettere. Di tragedia si è trattato, e di nessuna vittoria, anche se rimangono delle possibilità preziose, da curare e sviluppare. Tragedia, perché quando la violenza si scatena, tutti ne rimaniamo sporcati, degradati. La violenza nasce dalla stupidità ignorante, dalla paura, ma anche da dosi di odio presenti nel corpo sociale, e sempre genera paura, ignoranza e odio. L'odio è il male maggiore che possa arrivare ad un popolo. Un male peggiore della morte, perché dalla morte può venire anche vita, ma la vita nell'odio è soltanto morte. La violenza di pochi offende e avvilisce tutti, e può contaminare molti. Questa violenza viene da uomini-pietra e pietrifica anche le vittime, se non hanno immense risorse umane. Il vero principale problema dei fatti di Genova è questo: le risorse umane profonde e solide. Le altre considerazioni sono successive.
Anzitutto, la parola va data alla verità del dolore. Da Alessandria, persone generose che hanno accolto e curato i rilasciati dal carcere, italiani e stranieri, in aperta campagna, senza sapere dove si trovassero, raccontano: «Le botte le hanno prese tutte nella caserma di Bolzaneto: ragazzi e ragazze. Le costole rotte, le caviglie gonfie e doloranti, i lividi sul corpo, i colpi alla testa sono frutti del dopo arresto. In piedi per sedici diciotto ore con le mani legate dietro la schiena, faccia al muro costretti ad orinarsi nei pantaloni, gambe divaricate, colpi nei testicoli, se cedevano le gambe e ti chinavi botte e spruzzate di prodotti urticanti sul viso. Le ragazze nude costrette a far flessioni, insultate in modo ignobile dai poliziotti che dichiaravano di aver finalmente visto come è fatta una puttana comunista nuda, a chi ha avuto un conato di vomito è stato passato il viso sul pavimento per farglielo leccare. In quelle condizioni costretti a cantare "viva il duce" e canti inneggianti al fascismo, ben conosciuti da quei poliziotti; forzatamente venivano costretti a passare le loro mani su zaini ed altri oggetti (armi improprie) perché rimanessero le loro impronte.
Questo era già successo quando sulle auto (spesso non riconoscibili) che li portavano alle caserme, con le mani legate dietro la schiena, la testa abbassata i ragazzi si sentivano passare fra le mani vari oggetti». Basti questa testimonianza, tra le centinaia disponibili (io ne ho ricevute più di quattrocento), a dire la vergogna d'Italia. Che ci siano anche solo alcuni poliziotti fascisti, cioè dediti al culto della forza bruta, mentre hanno la forza soltanto per difendere il diritto, e che ministri della Repubblica li difendano pregiudizialmente, questa è la vergogna e la sconfitta d'Italia. Aveva ragione chi segnalava il pericolo civile delle forze oggi al governo. Era dal tempo del fascismo che non avvenivano energiche manifestazioni sotto le nostre ambasciate nel mondo, come sono avvenute ora, a vergogna d'Italia.

1 - Il movimento anti-globalizzazione non è contro l'unificazione del mondo umano. Il movimento stesso è mondiale: internazionale, interculturale, intergenerazionale, altruista. È contro una mondializzazione iniqua, nella quale cresce la ricchezza e cresce l'ingiustizia. Bush e Berlusconi, quando dicono che chi è contro la globalizzazione è contro i poveri, sono impudenti spacciatori di notizie false. Se guardiamo le cifre, le "provvidenze" prese dagli 8 ricchi per i popoli poveri sono briciole offensive e sprezzanti, polvere negli occhi.

2 - Il movimento non è soltanto negativo. La sua ossatura valida è costituita da esperienze in atto, seppure germinali, di economia alternativa, solidale, che stanno maturando in espressioni teoriche e politiche.

3 - Lo spettacolo osceno della violenza strutturale nell'economia e nel governo del mondo, assunto abusivamente dai più forti contro le legittime istituzioni cosmopolitiche, quale è l'Onu esautorata, muove all'indignazione e alla collera anche correnti sprovvedute sul piano morale e culturale, e ineducate all'azione costruttiva politica. Ad esse si aggiungono frazioni piccole ma accanite, della destra internazionale mortifera, di cultura puramente violenta, che si esprimono soltanto nella distruzione, non senza che il cinismo del potere le utilizzi, come è avvenuto chiaramente a Genova, al fine di criminalizzare tutta la protesta.

4 - Purtroppo, i tragici fatti di Genova dimostrano che aveva ragione chi chiedeva una netta separazione, proclamata e praticata, tra le forme di protesta decise o disponibili alla violenza, e le forme seriamente nonviolente. Pensiamo e scriviamo "nonviolenza" in parola unica per dirne la grande valenza positiva, non di pura e insufficiente astensione dal dare inizio alla violenza, come quando si pensa e si scrive l'espressione in due parole ("non violenza"), pura negazione relativa e transitoria. La nonviolenza in quel significato positivo, attivo, costruttivo, è radicalmente alternativa anzitutto alla prima e maggiore violenza, quella strutturale dell'ingiustizia sistematica, poi anche alla violenza fisica, materiale, interiorizzata nella rabbia di chi protesta unicamente o principalmente in modo negativo e distruttivo. Chi fa così imita, riproduce e addirittura giustifica la maggiore violenza strutturale, regalando agli oppressori (e ai loro strumenti umani, le polizie) la possibilità di apparire oppressi agli occhi dell'opinione pubblica più condizionata, ma anche giustamente offesa per azioni distruttive a danno non certo dei potenti, ma di terzi incolpevoli. Questo risultato è stato, di fatto o volontariamente, lo scopo di quelle componenti deteriori dell'agitazione, nemiche del movimento per la giustizia, che a Genova sono state le "tute nere". I governi, specialmente quello italiano ospitante, che oggi, anche nelle democrazie, sono governati dai potentati economici incontrollati, hanno fatto proprio, o hanno addirittura predisposto, questo risultato infame.

5 - La richiesta di netta separazione tra violenti e nonviolenti, avanzata nel movimento stesso da molti mesi, era stata malintesa da buona parte del movimento composito, come se fosse una discriminazione tra buoni e cattivi, una divisione tra alleati con lo stesso obiettivo. Ci sono i testi scritti di quel dibattito in posta elettronica. Sta qui la grave debolezza o ambiguità del Genoa Social Forum, dove pure tanto generoso impegno è stato profuso. La distinzione era assolutamente pratica, non moralistica: non era tra buoni e cattivi, ma tra effettivi alleati della violenza strutturale (i manifestanti violenti, che facevano "dichiarazioni di guerra", rimangiate l' indomani, senza alcuna credibilità) e veri avversari alternativi alla violenza strutturale (i manifestanti positivamente nonviolenti). L'alternativa chiara andava difesa come primo obiettivo, e l'alternativa era la nonviolenza pura. E' stata una grave ingenuità (generosa, ma sbagliata) credere di potere condurre un'azione comune senza questa chiarezza.

6 - Il rifiuto di operare quella distinzione essenziale per la lotta giusta ha dato luogo all'ambiguità della posizione mediana e mediatrice tra gli estremi, violento l'uno, nonviolento l'altro. Questa ambiguità deve ora essere oggetto di seria meditazione e di un lungo lavoro di ricostruzione.
Questa ambiguità ha disorientato e buttato allo sbaraglio tanti generosi manifestanti, specialmente i più giovani, col possibile effetto di scoraggiare e dilapidare il loro fresco impegno, offeso dalla violenza dilagata, o di lasciarli corrompere dal virus della stessa violenza. Molto ambigua era la posizione delle "tute bianche", che volevano l'affrontamento fisico, l'invasione della "zona rossa", il blocco dei lavori dei G8, e dicevano di volerlo fare senza violenza, pur sapendo di provocare una reazione violenta, dalla quale si sarebbero "difese". Questa azione veniva chiamata "disobbedienza civile", ignorando che l'autentica disobbedienza civile, e non la semplice provocazione, richiede alcune ardue qualità: la grande forza di sopportare tutte le conseguenze (come Socrate, Tommaso Moro, Gandhi, Franz Jägerstätter) ; il coraggio di dimostrare con l'«arma umana della sofferenza» (Gandhi) di essere liberi anche dalla violenza di risposta; la capacità di smascherare in tal modo l'ingiustizia della legge ingiusta e la violenza che la difende. Ma questa forza, coraggio e capacità
non si improvvisano e non c'erano nella maggioranza dei manifestanti, pur i meglio intenzionati, pur preparati come mai prima in nessun'altra manifestazione così grande. Ci sono stati in casi preziosi per sperare, come quello riferito dall'Ansa nel dispaccio che riportiamo qui sotto, e chissà
in quanti altri rimasti ignoti. Tra quei quindici c'erano alcuni nostri amici ed un redattore de il foglio. Solo l'Unità ha riferito l'episodio con la massima evidenza.

(ANSA) - GENOVA, 20 LUG - «Devo ringraziare quei quindici che si sono messi in ginocchio e ci hanno salvato». A parlare è un poliziotto. Esprime gratitudine nei confronti di un gruppo di pacifisti che, all'arrivo del corteo degli anarchici [si tratta delle "tute nere"], si sono inginocchiati in fondo a Via Palestro, davanti allo schieramento dei poliziotti, invitando il gruppo a fermarsi. Si era appena conclusa la manifestazione pacifica e colorata degli ambientalisti e della Rete Lilliput partita da Piazza Manin. Il corteo si era sciolto, dopo le azioni simboliche davanti alla grata di protezione alla zona rossa di Via Assarotti, e una parte dei manifestanti si era riversata su piazza Marsala per un sit-in. «Toglietevi il casco» ripetevano i giovani all'indirizzo dei poliziotti in assetto antisommossa. Gianluca, 21 anni, ha raccolto l'invito e subito dopo tutti gli altri lo hanno seguito. A quel punto una ragazza entusiasta si è alzata ed è andata ad abbracciare il poliziotto. «Noi ci siamo tolti il casco - dice un altro poliziotto - e loro ci hanno dimostrato solidarietà. Gli anarchici di fronte a loro hanno desistito».

7 - Tuttavia, nonostante quelle carenze e ambiguità, la preparazione e lo svolgimento delle giornate di Genova, compresi i momenti di convegno, hanno promosso una riflessione, sebbene ancora incompiuta, sull'alternativa tra violenza e nonviolenza, essenziale e preliminare alla ricerca della giustizia coi mezzi della giustizia, gli unici mezzi che possono avvicinare a quel fine. Questa riflessione, imposta ulteriormente dai fatti, che hanno rivelato tanto il fascino nero della violenza sbrigativa, quanto i suoi effetti degradanti, va ora continuata e approfondita, affinché gli errori e i dolori di Genova non siano arrivati invano. Bisogna aprire un dialogo serio e paziente, meditato e senza pregiudizi, tra le componenti del movimento qualificate in senso nonviolento, e tutte le altre, fino a quelle più esposte al mito disumano della violenza. Assai difficile, o impossibile, sarà tentare il dialogo coi gruppi violenti per tradizione ideologica nazi-fascista. Ma con le singole persone disorientate, il dialogo e l' esempio incoraggiante sono sempre possibili. L'umanità è la sostanza ricuperabile di ogni persona. Ma le idee non sono tutte rispettabili: il culto della violenza non è rispettabile.

8 - La forza pubblica, in troppi dei suoi agenti, non ha saputo e probabilmente - troppi segni lo indicano - non ha voluto separare violenti, non-violenti, e nonviolenti, ma ha colpito in modo pesante e indiscriminato, sia che fosse diretta o coperta politicamente in tal senso, sia perché ineducata e abbandonata nell'incapacità inammissibile di distinguere la protesta legittima da quella illegittima, la propria azione legittima da quella illegittima, l'uso della forza giusta e minima dalla violenza. L' effetto, visto in tv da tutti, dell'uso violento e brutale, persino omicida, della forza pubblica, che è giustificata soltanto dalla difesa dei diritti, è di una immensa gravità civile. Lo stato nemico dei cittadini che dissentono è il peggiore degli stati. La democrazia non è il calcolo dei voti nell'urna: questo è soltanto uno strumento indispensabile ma formale.
La democrazia consiste nella difesa e realizzazione dei diritti umani, tra i quali c'è la manifestazione del dissenso senza violenza. I colpiti dalla polizia e dai carabinieri a Genova non erano violenti, se non forse pochissimi. I grandi violenti non sono stati colpiti, ma lasciati liberi di distruggere, se non portati sul posto a questo scopo, come molti hanno visto. Quando Berlusconi ha accusato di violenza tutti i manifestanti senza distinzione, si è dimostrato, anche sul piano dei più elementari valori civili, oltre che nell'etica economica, quell'affarista «inadatto a governare» un paese civile. La destra della maggioranza che, con la durezza di Fini, ha voluto difendere contro l'evidenza tutto l'operato della forza pubblica, ha manifestato la sua idea di stato, profondamente antidemocratica, inaccettabile. Le forze politiche del centro-sinistra sono state deboli, esitanti, incapaci di capire tutto il valore del movimento per la giustizia, tentando poi di aggregarsi, ma da lungo tempo notoriamente senza lucidità di giudizio sulla violenza neoliberista. Rifondazione è stata presente. Ma tutto il sistema dei partiti non è culturalmente adeguato al fenomeno in corso: o non lo capisce, o cerca di utilizzarlo. Specialmente sulla necessaria opzione nonviolenta assoluta, perché la politica sia umana, tutta la classe politica, da destra a sinistra, è pressoché analfabeta. Il lavoro da fare è immenso.

9 - L'esito cruento e deformato delle manifestazioni genovesi dà ragione, purtroppo, a chi, prevedendolo e temendolo, aveva organizzato in molte città maggiori e minori (Torino, Bologna, Reggio Emilia, Ferrara, Cuneo, Pinerolo, ed altre che ora mi sfuggono) manifestazioni all'insegna di "Non solo a Genova" e di "Parliamo a tutti, non solo ai G8". Tali manifestazioni si sono svolte non solo senza fare né patire violenza, ma producendo argomenti e segni di denuncia e di critica propositiva attraverso l'immagine e il gesto totalmente non-aggressivo, strutturalmente nonviolento, quale è il cammino in fila indiana, portando cartelli sul corpo, non su aste, e distribuendo volantini esplicativi. Questo tipo di manifestazione, camminando sui marciapiedi, rispettando i semafori, non disturbando i passanti, instaura una comunicazione mite e razionale con molti cittadini, che manca ad ogni corteo di massa. A Torino vi hanno partecipato, sabato 21 luglio, da 300 a 500 persone, confluite da tre diverse file indiane, ciascuna di almeno cento persone (non è difficile contarsi così in fila), partite dalla semi-periferia, a qualche chilometro dal centro, percorrendo le vie più popolate. (Ma, l'indomani, Repubblica ha parlato di un centinaio di presenti, e La Stampa di cortei "mini", di quaranta persone ciascuno!. diventate però 300 in piazza Castello). Ciò che conta è che diversi passanti hanno osservato: «Non come a Genova!». E sbagliavano, perché di Genova avevano saputo solo il brutto, e non la realtà della grandissima maggioranza serena e propositiva. L'informazione corrente giustamente ha fatto eco alla tragedia, ma, nella sua cronica sordità a ciò che più importa, ingiustamente ha trascurato il segnale della forza mite di chi porta le ragioni della giustizia. Questo tipo di informazione ha ingannato molti italiani più sprovveduti, facendo credere che a Genova si siano affrontate due violenze pari, oppure addirittura che i dimostranti abbiano meritato i colpi ricevuti.

10 - Infine, il giudizio sulle violenze, tutte in pratica contro lo sviluppo di un movimento per la giustizia mondiale, non deve dimenticare che la violenza più radicata e più grave è l'ingiustizia strutturale. Anche la protesta più scomposta e violenta, e quindi stupida e complice, è generata da quella violenza più vasta e profonda, più invisibile e rispettata, più giustificata e accettata, più mascherata e falsificatrice, più attrezzata e spregiudicata nel difendersi. La vera azione per la giustizia comincia e continua soltanto con i mezzi della giustizia, quindi nella ricerca rigorosa, personale e collettiva, della forza nonviolenta, che è la "forza vera" (satyagraha), la forza umana, creativa, coraggiosa, liberante. Tutta la politica, quella delle istituzioni, e quella dei movimenti oltre le
istituzioni, deve emanciparsi dal mito superstizioso e dannato della violenza risolutiva, e imparare la politica della nonviolenza, l'unica adeguata ad una convivenza umana.

Enrico Peyretti (1 agosto 2001)

Dopo Genova

(Edi Rabini - 1 agosto 2001)

Ho potuto leggere solo ora i giornali locali e provo a rispondere ad alcune delle critiche che mi sono state rivolte, prima di tutto a quello di tradimento della mia storia e del pensiero di Alexander Langer. In realtà scrivo soprattutto per me, per cercare di mettere un qualche ordine in pensieri confusi da notizie che si accumulano e si contraddicono. E per cercare di aprire una riflessione comune che vada oltre al contingente.
Sí, era successo anche al tempo dell'intervento militare in Kosovo, che ho condiviso nonostante l'orrore che m'ispira ogni guerra, perché ha interrotto il ciclo di violenze innescato dal dittatore Milosevic che ha per 10 anni insanguinato e impoverito le regioni dell'ex-Jugoslavia. Se non ricordo male poco si è discusso in seguito. Ma alcuni si sono ricreduti del loro estremismo pacifista al termine di una relazione tenuta a Bolzano, su invito di Pax Christi, dai fratelli Giancarlo e Valentino Salvoldi, che il Kosovo conoscono piuttosto bene.
Sono venute a Bolzano nel luglio scorso le destinatarie del premio Langer 2000, la kosovara Vjosa Dobruna e la jugoslava Natasa Kandic. Ci hanno portato testimonianze dirette e drammatiche di ciò che stava succedendo e che l'intervento internazionale ha fermato. Vjosa è incaricata ora dall'ONU per la ricostruzione della convivenza e Natasa è tra le più ferme accusatrici di Milosevic davanti al tribunale internazionale dell'Aia, che una parte della sinistra considera semplicemente un braccio armato degli Stati Uniti.
Non mi permetto di parlare in nome di Langer, anche se so del suo doloroso isolamento quando si recò al vertice dei capi di stato europei a Cannes, il 26 giugno 1995, pochi giorni prima di morire, per chiedere un intervento militare che interrompesse l'assedio di Tuzla e Sarajevo e fu accusato da Chirac di essere un guerrafondaio. Mi chiedo solo cosa sarebbe successo in Kosovo se fosse stato affidato (come era possibile e come era tradizione delle diplomazie internazionali) all'UCK il monopolio della lotta di liberazione? Ci sarebbe ancora spazio in quel paese per le forze più moderate, di Rugowa, che invece hanno vinto le prime elezioni? E ci sarebbe spazio per una mediazione internazionale, che pur si fa sentire, in Macedonia?
E' davvero molto difficile discutere con chi non ha vissuto come una rottura epocale Tienanmen e il 1989, l'assedio di Sarajevo, il genocidio in Ruanda e il tentativo di genocidio in Kosovo. E non prova a rispondere alle domande epocali di come sostituire l'equilibrio del terrore tra le grandi potenze nei decenni della guerra fredda, con la potenza delle leggi e degli accordi internazionali.

Ma veniamo a Genova e al contro-G8 che ho duramente criticato prima del suo inizio. Interpellato da un giornalista mi sono limitato a criticare il linguaggio schematico e falsificante dei convocatori, con la loro mania di voler tracciare una netta linea di demarcazione tra amici e nemici (preludio di ogni guerra), con la delegittimazione di uno dei tanti (magari maldestri) tentativi con cui la politica tenta di controllare il mercato, con la copertura che assicuravano ad ogni forma di violenza annunciata. Alcune delle cose che ho detto sono state semplificate e posso assicurare di non aver mai preso le distanze, come mi attribuisce Francesco Comina, dai movimenti di solidarietà… internazionale dentro i quali mi sono formato. Non rinuncio invece al dovere di guardare a ciò che succede in piena libertà, rispondendo prima di tutto alla mia coscienza e rinunciando a quella dose, davvero eccessiva, di populismo e di demagogia che circola nei gruppi dirigenti della nostra politica.
Che i figli uccidano pure i loro padri, se lo ritengono necessario per sentirsi più liberi, ma che siano padri veri e non opportunisti senza memoria storica, o nostalgici di una parentesi di vita in cui si sono sentiti vitali e potenti.

Ora si riconosce che le parole hanno un peso. Che certe parole usate nell'invitare al Genova Global Forum hanno avuto la capacità di convocare anche un gruppo numeroso di giovani "conseguenti" a quelle parole, accolti e difesi come interni al movimento di protesta, considerati contraddizione secondaria rispetto alla mostruosità del nemico che si vedeva lì riunito.
Ci sono stati anche alcuni esponenti Verdi (me ne sento particolarmente responsabile) tra gli apprendisti stregoni che hanno attizzato pericolosi fuochi, come fanno certi pastori sardi a beneficio del loro gregge o certi disoccupati che vogliono farsi passare come i più abili dei pompieri.
Distruggere l'impero è stato detto, parodiando il sub comandante Marcos. Un impero del male che appare senza contraddizioni interne. Se al posto di Busch e di Berlusconi ci fossero stati Clinton e Rutelli (senza contare la presenza dei Prodi, Schroeder, Fischer, Jospin, Blair et) il giudizio non sarebbe stato diverso come testimoniano i precedenti di Nizza (che riuniva i capi di stato europei europeo) e di Göteborg (che era un vertice UE-USA).
Si teorizza che siamo ormai in balia delle multinazionali e si fa di tutto per delegittimare quei pochi luoghi in cui la politica cerca di pensare di regolarla o almeno moderarla. Eppure il G8 riunisce capi di governo legalmente eletti, che devono in ogni caso sottoporre gli orientamenti pattuiti ai rispettivi parlamenti attraverso procedure sottoposte al controllo dell'opinione pubblica. Non sono degli sceicchi o principi feudali, padroni assoluti dei loro territori e dei loro popoli.
Don Bruno Carli ha paragonato quei potenti riuniti a Genova all'anticristo. Sappiamo bene i massacri che certi cristiani hanno compiuto in passato sventolando quella bandiera, quell'idea di nemico mortale da estirpare come "non umano". Alexander Langer no, usava con molta prudenza le parole, stando ben attento a che non si trasformassero in manganelli, e insegnava a guardava prima alle travi sue e dei suoi vicini che alle pagliuzze dei suoi avversari.

La risposta del governo di centro-destra ad una manifestazione che voleva denunciare le ingiustizie del mondo è stata terribile. E' facile per la destra presentare un suo supposto senso dello stato, perché per diversi decenni, con in più la parentesi fascista, lo ha avuto dalla sua parte. Ma a Genova ha rispolverato un'idea di stato ottocentesca, incapace di confrontarsi con la complessità di un movimento molto variegato e in gran parte disponibile al dialogo. Ha mostrato i muscoli di un padroncino autoritario e gerarchico, e ha così sollevato i singoli membri delle forze dell'ordine (questo è per me la perdita più grave) dalla loro personale e irrinunciabile responsabilità nell'obbligo di rispettare per primi le leggi, per dimostrare la necessaria superiorità morale nei confronti di chi le stava così apertamente violando. Non è per questo soprattutto che chiediamo l'abolizione della pena di morte e condizioni carcerarie degne? Non è infatti molto più grave, nella coscienza comune, la violazione della legge da parte di un rappresentante della legge?
Non ero a Genova ma ho seguito egualmente con apprensione il lavoro di accertamento che l'autorità giudiziaria e il parlamento stanno compiendo, incalzate da cosi preziose e coincidenti testimonianze giornalistiche. Ma oltre a ricostruire la catena di comando che ha portato a certi orrori, a me interessa riproporre la domanda su come vengono formate le forze dell'ordine e provare a far qualcosa per cambiare le storture regolamentari che permettono ancora di coprire ordini e comportamenti illegittimi.

Ma torniamo a noi, alla nostra trave. Ora quasi tutti parlano di nonviolenza, di prendere le distanze dalla violenza. Credo che si debba andare oltre a quest'affermazione di principio. E' necessario riconoscere alle istituzioni democratiche nazionali e internazionali il monopolio dell'uso legittimo della forza, chiudendo una volta per sempre con i gruppi e le bande private che hanno insanguinato gli anni tremendi della guerra fredda (e reso poi difficili i processi di riconciliazione, come si vede in Israele, Spagna, Irlanda), quando si era affermata la linea ipocrita della non ingerenza negli affari interni dei singoli paesi, anche dittatoriali, salvo l'autorizzazione per ciascuno a finanziare e ad addestrare guerriglie e terrorismi di ogni genere.

Bisogna ammettere che la violenza di Seattle ha fatto notizia e ha reso visibile quel movimento, grazie soprattutto ad un sistema informativo sempre a caccia di emozioni forti, come è il caso della formula uno o della discesa libera, con le loro promesse di eccitanti incidenti. E' vero, lo ha ben dimostrato il farsesco militarismo delle tute bianche, che l'annuncio di superamento della linea rossa è riuscito a calamitare l'attenzione dell'opinione pubblica e della polizia. Forse ha davvero influenzato anche l'ordine del giorno del G8. Ma il prezzo pagato, ampiamente prevedibile, è valso davvero quel risultato, quel povero giovane morto, questa lacerazione drammatica tra società civile e istituzioni democratiche? Davvero il fine giustifica i mezzi?
Kalida Messaoudi, la parlamentare algerina destinataria del premio Langer 1997, era stata condannata a morte dai fondamentalisti islamici che si sentivano vittime di un colpo di stato militare che aveva loro tolto nel 1991 il probabile governo teocratico del paese. Ma c'è, ci diceva Khalida, ingiustizia grave al mondo che possa giustificare lo sgrossamento di donne e bambini? O, aggiungo io, la distruzione di una macchina di proprietà di un casuale passante? Non è anche questo un modo, meno drammatico naturalmente, di usare i civili come arma di pressione, di ricatto, di guerra psicologica?

Affidare alle istituzioni nazionali e internazionali il monopolio dell'uso legittimo della forza (soprattutto in un mondo cosi pieno di armi private) non vuol dire sottovalutare quanto di rischioso c'è in questa delega che sta alla base degli stati democratici. Un deposito di dinamite è un luogo pericoloso che deve essere tenuto sotto controllo con cura. Così lo è (lo abbiamo visto a Genova) una concentrazione di forze che si mostrano a vicenda i muscoli.
Sta' nella migliore tradizione della sinistra, e in una concezione liberale dello stato, di preoccuparsi do un attentato controllo dei corpi armati (come di ogni altro potere autonomo), favorendo, come è avvenuto negli anni 70, processi di sindacalizzazione, di democratizzazione, di costruzione di organismi di rappresentanza.
Dopo l'assedio di Sarajevo, le stragi di Tuzla e Srebrenica, il genocidio in Rwanda, la crisi di Timor Est, le istituzioni internazionali, con l'Unione Europea in prima fila, hanno in pochi anni avviato un ripensamento delle politiche di non ingerenza e di costruzione di nuovi strumenti di prevenzione e di repressione dei conflitti etnici, razziali, religiosi più atroci. Solo chi è senza memoria storica può ignorare i cambiamenti che si sono avviati in pochissimi anni, cosí come si intravedono per esempio in una relazione scritta nel 1992 da Alexander Langer, e approvata dal Parlamento Europeo: sostegno alla società civile e all'informazione indipendente, ingerenza umanitaria, esercito europeo con funzioni di polizia internazionale, corpi civili di pace come struttura professionale di prevenzione dei conflitti e di ricostruzione della convivenza, tribunale penale permanente, controllo del commercio delle armi.
Come spesso succede i movimenti, che quelle rivendicazioni avevano inizialmente sostenuto e condiviso, non sono stati in grado di farne un elemento di consapevole crescita del rapporto tra società civile e istituzioni. Hanno avuto paura delle proprie idee, hanno preferito vegetare nelle nicchie minoritarie (spesso lautamente finanziate). La discussione che si è aperta sul nuovo ruolo delle forze armate, in funzioni di polizia internazionale, è stata lasciata agli addetti ai lavori. Si è voluto confermare un velenoso pregiudizio che distingue ancora giovani buoni (obiettori di coscienza) e giovani cattivi (soldati e soldatesse di leva o professionali), anche quando il loro addestramento riguarda principalmente la funzione di prevenzione e interposizione in luoghi che l'Unione Europea o le stesse Nazioni Unite riconoscono a rischio per la popolazione civile.Per la nostra particolare storia, per essere conosciuti, forse immeritatamente, al mondo come un modello ancora imperfetto di soluzione istituzionale di un conflitto etnico, il nostro Sudtirolo ha accumulato un livello straordinariamente alto di competenze e di conoscenze in questo decisivo campo della prevenzione dei conflitti: IV Corpo d'Armato Alpino (che ora dovrebbe diventare una degli snodi del nuovo esercito europeo), Dipartimento minoranze etniche ed autonomie regionali dell'Accademia Europea, politica estera dell'Amministrazione provinciale e di alcuni generosi comuni, un notevole arcipelago di associazioni di cooperazione e di solidarietà internazionale, et..
Il Sudtirolo potrebbe davvero essere il luogo più adatto per un'agenzia europea che sperimenti una formazione congiunta, per gran parte parallela, degli aspiranti soldati e aspiranti membri dei corpi civili di pace.Perché metto un accento cosi grande sul riconoscimento di ciò che si muove nelle istituzioni. Perché la fine della guerra fredda ha creato un periodo di drammatica instabilità della convivenza, che l'ONU, per molte ragioni, non ha saputo e non poteva regolamentare. Proprio dai luoghi di crisi più acuta è emersa una richiesta di forti autorità che non lasciassero minoranze inermi in balia di poteri autoritari, coloniali e dittatoriali, non ancora sconfitti. E' emersa la speranza che si diffondessero alcune conquiste di civiltà, di libertà e d legalità alle quali nessuno di noi vorrebbe rinunciare e che televisione satellitare e internet rendono desiderabili in gran parte del mondo.E' stato proprio la crisi della convivenza e di regole condivise, a mettere per 10 anni in sordina i temi del governo dell'economia e dell'ambiente comune, che erano stati messi all'ordine del giorno negli ani 70 e 80, fino alla loro consacrazione e visibilità massima all'assemblea ONU di Rio 1992 sull'ambiente.
Ora quei temi vengono ripresi, diventano un movimento internazionale che parte dalla fame e sete giustizia. Molti giovani già cosmopoliti se ne riappropriano generosamente. Ma c'è una bella differenza tra una radicalità affidata alla prudenza, allo studio, al pessimismo della ragione, ed una pseudo radicalità vitalista (peggio se senile) affidata alla cattiva memoria, alle buone intenzioni, alla volontà di egemonia politica di partiti responsabili solo nei confronti dei loro affiliati, alla nostalgia di uno stato etico che sostituisce l'analisi politica e la costruzioni di istituzioni internazionali (l'Europa prima di tutto) incaricate di costruire regole condivise e di farle rispettare da potenti, prepotenti e fanatici.

Ho detto che si intravede una buona dose di razzismo in certe posizioni vetero terzomondiste e vetero internazionaliste. Cerco di spiegarmi.
Diversi anni fa, un librario intraprendente mi convinse di comprare a rate la "Storia d'Italia" di Einaudi. Incominciarono ad arrivare i primi volumi, poi a seguire altri, ogni volta su aspetti più specifici, più particolari, forse entusiasmanti per gli studiosi che hanno scoperto la storia come processo di trasformazioni lente, determinato dalle conquiste scientifiche e dai grandi mercanti, da millenni interessate all'espansione dei loro commerci. Sono arrivati a 20 i volumi, prima che mi decidessi di interrompere l'abbonamento infinito.
Ora, durante queste vacanze, ho ripreso in mano i due volumi (che avevo letto 15 ani fa) in cui la scrittrice della Guadalupa Maryse Condé‚ racconta la distruzione del regno Bambara di Segù (edizioni Lavoro). In quella storia minuziosa, si trova la ricostruzione delle devastazioni provocate dal colonialismo islamico prima e da quello francese poi (ambedue schiavisti ed ambedue monotesti). Ma si scoprono le modificazioni ben più profonde che emergono dalle prese di coscienza degli individui, da una molteplicità di crisi: nei rapporti familiari, tra uomo e donna, nelle credenze superstiziose e dalle gerarchie sociali che le sostengono. Si vedono i conflitti economici e sociali tra nobili, schiavi, commercianti, guerrieri, profeti, indovini, missionari, il rimescolamento dei gruppi tribali, lo scontro e l'incontro tra natura, corano, bibbia, tra albero, moschea e campanile. Si vede un paese in cui mentre avviene la grande storia, i figli si ribellano ai padri, le mogli ai mariti. Si scoprono i conflitti che nascono da desideri, ossessioni, affetti, invidie, avidità, corruzione. Una storia anche nostra quindi, che ci fa riconoscere dentro un processo di emancipazione prima di tutto individuale, che ha elementi universali.
Ora oso pensare che se di quel regno di Segù non sono stati scritti 20 volumi dalle edizioni Einaudi, non vuol dire che 20 volumi non potrebbero essere scritti per descrivere in dettaglio come si è modificato e si modifica uno dei nostri molti mondi.
Ill colonialismo è finito da 50 anni, il che non vuol dire che non ci sono più colonialisti e affaristi, ma che (come ha detto con grande fermezza, durante il G8, il presidente del Sud Africa Thabo Abeki) il destino dei diversi paesi sta principalmente nelle loro mani. Vuol dire che non esiste un Nord e un Sud indeterminato e omogeneo, ma diversi Nord e diversi Sud a volte in relazione e a volte in concorrenza tra loro.

Andiamo ora a vedere, per esempio, le richieste presentate al G8, contenute nel documento approvato a Genova dalle associazioni cattoliche il 7 luglio scorso (aumentare gli aiuti allo sviluppo fino al 0,7% del Pil, promuovere e rafforzare i programmi internazionali di lotta alla povertà…, perfino l'eliminazione indiscriminata del debito per i paesi più poveri, il finanziamento di un miglioramento della sanità e della lotta all'AIDS, et). Sono solo gocce in un mare, lo sappiamo, poco più che atti di carità, verso paesi considerati solo degni di carità.
Se andiamo a rileggere gli atti del convegno organizzato a Bolzano nel 1983 dal nascente Centro Terzo Mondo, o quelli dei diversi convegni Campagna Internazionale "Nord-Sud:Biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito", o la relazione introduttiva che Alex Langer tenne all'assemblea di Genova del 1991, che preparava Rio (in il Viaggiatore leggero, Sellerio) dal titolo: "500 anni bastano, ora cambiamo rotta ", riscopriamo la stessa modestia delle proposte di lavoro, quando vogliono rimanere sul terreno della giusta modestia (dopo Auschwitz sappiamo bene "chi è l'uomo"), della necessaria "reciprocità", fuggendo da ogni forma di promessa salvifica, che nessuno onestamente è in grado di poter assicurare o da soluzioni tecniciste che altre mani possono facilmente manipolare e trasformare.
Le proposte che sono maturate negli anni 60 e 70 sono ancora lì, modeste e nello stesso tempo portatrici di relazioni concrete con persone in carne ed ossa: l'alleanza per il clima, commercio equo e solidale, cambiamenti degli stili di vita, consumo critico, risparmio etico, accoglienza degli immigrati, valutazione di impatto ambientale, sociale e culturale di ciò che provocano le nostre imprese anche all'estero, una Corte Internazionale e regole anche per i danni ambientali, moltiplicare gemellaggi, rapporti concreti tra comunità, soprattutto negli interventi d'emergenza.
Sono proposte modeste, ripeto, ma contengono dentro di sé una radicalità che non ha bisogno di generalizzazioni astratte, n‚ di indebite rappresentanze generali.
Lo stesso Social Forum di Porto Allegre mi sembra un'espressione compiuta di questa convinzione: che ogni paese, anche il più sperduto, contiene in se le energie, le competenze tecniche, il potere reale di autodeterminare il proprio futuro, dentro un conflitto tra diversi ipotesi di politica (economica, sociale, estera, ambientale et.), e naturalmente anche contro tendenze egemoniche di grandi e piccole imprese sostenute da governi che scambiano la politica estera con lo sviluppo dei beni di famiglia. E padre Alessandro Zannotelli o i nostri coraggiosi missionario in Brasile, non sono pure loro modesti e concreti e pratici quando chiedono la nostra collaborazione?

Ho visto l'elenco delle associazioni che aderiscono alla rete Lilliput. A ciascuno di loro riconosco il merito di aver saputo mettere a punto e rendere visibile un pezzo di desiderabile direzione per la nostra società. Ma sarebbe tradire la loro natura se si attribuisse loro una delega, una rappresentanza, su di un terreno (di politica generale e di contestazione globale) che ha bisogno di ben altri elementi di analisi e di lavoro, prima di tutto locali?


CONSIDERAZIONI SULLA NONVIOLENZA DOPO GENOVA

di Carlo Schenone

Fare una analisi da un punto di vista nonviolento degli avvenimenti legati al G8 non e' per niente facile, anche perche' le variabili in gioco sono veramente molte.
Una prima considerazione potrebbe essere che chi ha adottato la nonviolenza come metodo e' riuscito a fare cio' che si era proposto riuscendo in alcuni casi anche a difendere la propria modalita' di azione dalla aggressione altrui, contrariamente a tutti gli altri.
I Gruppi di Affinita' per l'Azione Diretta Nonviolenta (GdA) hanno portato a termine l'azione di blocco che si erano prefissati in Piazza Portello e quando i black block sono arrivati in piazza Manin alcuni dei GdA sono riusciti ad evitare che andassero a "rovinare" l'azione di piazza Corvetto - via Assarotti.
Ma la soddisfazione che si prova a fare questa considerazione viene subito limitata da altre considerazioni.
Innanzi tutto la limitatezza culturale di molti che in questi giorni hanno parlato di nonviolenza.
Per esempio si sono sentite tanti "nonviolenti" che hanno invocato la polizia per vedere difesi a suon di manganellate i propri diritti di manifestazione, stupendosi del fatto che invece di essere difesi dalle forze di polizia sono stati brutalmente attaccati.
Non penso sia coerente chiedere ad altri di fare cio' che si ritiene ingiusto fare. Perche' chiedere alla polizia di manganellare i black block per poi fare quelli che non vogliono nessuna violenza? Questo e' un argomento che i nonviolenti evitano di affrontare da sempre, ma non si puo' fare i puri, quelli che si rifiutano di usare la violenza, per poi chiamare i pistoleri quando si e' nel casino. Se molti, ma non tutti, quelli che si dicono amici della nonviolenza si sono posti il problema della difesa della collettivita' dalle minaccie esterne parlando di Difesa Nonviolenta, quasi nessuno si e' posto il problema di affrontare questo tema a livello di conflitti all'interno della collettivita'. Anche l'idea, condivisibile transitoriamente, di addestrare alla nonviolenza la polizia penso abbia soprattutto senso nel mitigare la violenza attualmente presente ma non puo' risolvere la gestione dei conflitti sociali.
Penso abbia molto piu' senso che protestino per la mancata difesa dei manifestanti da parte delle polizie coloro che sarebbero pronti a difendere le proprie manifestazioni a suon di sprangate del servizio d'ordine piuttosto di coloro che si rifiutano anche solo di parlare di servizio d'ordine per paura di dover concludere che bisogna fornirlo di spraghe o manganelli.
Io mi sono impegnato nella realizzazione delle manifestazioni cercando di portare le persone a tale consapevolezza e, constatato di non esserci riuscito, avevo anche ipotizzato di rinunciare a realizzarle. Le mie proposte (di gruppi di interposizione e di ritirate difensive durante le manifestazioni) sono state rigettate con stupore e/o terrore come se fossero ridicole ma forse era la cosa su cui maggiore avrebbe dovuto centrarsi la preparazione dei GdA.
Finora si e' contato sul fatto che, di solito, alle manifestazioni organizzate dai gruppi nonviolenti non c'erano "visite indesiderate" ma non e' piu' detto che anche in mezzo ad una "pacifica" fila indiana non si mischi qualcuno che comincia ad insultare e a tirare pietre. E' probabile che alla Perugia-Assisi non succeda niente, ma nulla lo esclude neppure, soprattutto se i "nonviolenti" verranno qualificati come i nemici interni, servi del potere, strutturali ad esso e cosi' via, da insurrezionalisti e nerastri vari.
Penso sia necessario cominciare finalmente a porsi il problema di come puo' essere protetta una manifestazione nonviolenta prima di pensare di andare a fare altre manifestazioni pubbliche.
Questo non toglie, ovviamente, che non sia necessario protestare, direi quasi insorgere, contro le violenze della polizia. Se non devo contare su di essa per la mia protezione non si puo' negare che sia presente perche' qualcuno la ritiene una buona soluzione ai problemi di ordine pubblico, ma cio' non puo' darle il diritto di compiere violenze, men che meno violenze gratuite, come del resto non e' dato a nessun altro, a prescindere da quale parte della barricata sia.
Chi si rifa' alla nonviolenza non puo' protestare se la polizia non ha spaccato la testa ai black block, se non per dimostrare che c'era connivenza tra le due parti. Invece i "nonviolenti" dovrebbero prendersela con loro stessi per non essere in grado di dare una risposta nonviolenta agli attacchi dei black block.
Questo poteva forse essere il motivo per decidere alla fine di non essere presenti in piazza, ammettendo la propria incapacita' di dare una risposta ad un problema reale e prevedibile. Dire che non bisognava esserci perche' era prevedibile che ci sarebbero stati dei disordini penso sia un approccio quasi vigliacco. Estendendo questo ragionamento si arriva a dire che i nonviolenti possono agire solo quando non ci sara' qualcuno che crea problemi. Cio' significa che per far sta zitti i nonviolenti basta far scoppiare un po' di problemi, cosa peraltro semplicissima. In definitiva se i nonviolenti possono manifestare quando non c'e' nessuno che disturba la loro azione, polizia compresa, vorrebbe dire che i nonviolenti non manifestano mai.
In tal caso comincerei a condividere l'analisi di chi associa i nonviolenti alle mammolette tanto buone ma che non danno fastidio a nessuno per cui li si puo' lasciare fare le loro cose purche' siano folcloristiche e che non incidono sulla realta'. Anime belle. O si comincia a pensare come fare per difendere nonviolentemente le manifestazioni nonviolente o e' piu' saggio smettere di pensare di fare manifestazioni nonviolente con tutto cio' che questo significa.
Penso che Genova abbia messo in evidenza altre due cose. La prima e' che in Italia la situazione dell'agibilita' politica e' molto piu' problematica di quello che ci si poteva aspettare, e richiede di essere affrontata in maniera meno approssimativa e spontanea. Cio' che era avvenuto a Goteborg non implicava nulla di particolare rispetto a quello che sarebbe potuto avvenire a Genova. Forse altri potevano essere i segnali, come il comportamento falso e ingannevole avuto dal governo rispetto agli impegni presi. Chi diceva di non fare manifestazioni a Genova lo affermava sulla base della constatazione che ci sarebbero stati sicuramente dei disordini e non che le liberta' democratiche in Italia erano messe in discussione. Da un certo punto di vista, col senno di poi, forse, si puo' pensare, ora, che se non ci fossero stati i "pacifici" tra i quali mischiarsi non ci sarebbero neppure stati i disordini, ma dato che tutti abbiamo dovuto constatare che i disordini sono stati preordinati (secondo taluni testimoni anche dalle forze di polizia), i disordini ci sarebbero stati ugualmente, non solo a Genova, ma in tutti gli altri posti dove veniva proposto di manifestare, con ancora maggiore stupore degli "astensionisti". L'unica maniera per non essere coinvolti in disordini sarebbe stato di rinunciare a manifestare ma allora torniamo a quanto detto prima.
La seconda considerazione e' che in Italia la nonviolenza e' diventata una realta' di cui tutti parlano (tanto che termini storicamente di ambito nonviolento come "disobbedienza civile", "consiglio dei portavoce", "gruppi di affinita'" sono stati abusati e associati a componenti del tutto diverse del movimento) ma di cui pochi sanno e ancora meno si preparano per metterla in pratica.
Il lavoro di formazione alla nonviolenza, anche pratica, fatto nei decenni passati e poi fatta naufragare per l'incapacita' di essere fedeli ad un compito umile ma importante, ha portato ad una diffusione delle parole senza pero' arrivare a farle diventare parte dell'esistenza quotidiana.
Non penso che basti una formazione alla nonviolenza di tipo etico o filosofico, che e' alla base di una "rivoluzione" personale nei confronti della vita di tutti i giorni, ma e' necessario formarsi per imparare anche ad affrontare il conflitto sociale. Sono convinto che non basti fare in modo di convincere tutti a diventare dei bravi nonviolenti per avere un mondo nonviolento (magari alla fine dei secoli), ma bisogna anche imparare ad affrontare il presentissimo problema del conflitto con coloro che nonviolenti non hanno intenzione di esserlo, a prescindere dalle motivazioni che li spingano, che chiedano cio' che noi chiediamo o che invece si oppongano alle nostre richieste. E penso che cio' sia necessario anche perche' e' qualcosa di molto piu' coinvolgente, concreto e determinante per il nostro futuro che il cambiamento negli stili di vita. Ovviamente cio' non e' in contraddizione con la formazione alla nonviolenza "personale", ma altrettanto ovviamente quest'ultima deve includere la formazione alla nonviolenza "sociale", anche nella pratica.
E penso che sia importante, se si tiene alla credibilita' della nonviolenza, che cio' venga affrontato in tempi molto rapidi per poter dare risposte alle domande che stanno sorgendo in maniera tumultuosa da un movimento sempre piu' ansioso di trovare risposte credibili.
Anche per dare risposte c'e' il tempo giusto. Non si puo' dare risposte quando non ci sono domande, ma non servono neppure piu' risposte una volta che lo domande hanno trovato altre risposte, magari meno soddisfacenti, ma che hanno fatto calare la curiosita' magari anche se con una coda di delusione. E' vero che nel seguire dei secoli tornera' un momento in cui le domande sorgeranno nuovamente, ma vorrei poter vedere anche io cio' che auspico per tutti.
Attualmente ci sono tantissime persone che sono convinte della giustezza della nonviolenza da un punto di vista etico o anche solo strategico e tutte queste persone pero' si vedono di fronte una pratica che e' deludente, come ho letto vale "al massimo per un sit-in", come un qualcosa che e' pittoresco, simbolico ma per niente sostanziale.
Per questo anche io auspicavo che i GdA fossero in grado di violare la zona rossa. Io per primo, subendone personalmente le conseguenze, ho rimarcato le azioni e le parole violente delle tute bianche nei mesi precedenti il G8, ma purtroppo la scarsa conoscenza della pratica della nonviolenza ha fatto diventare nelle parole di tutti l'entrare in zona rossa sinonimo di violenza, con scene di spinte e manganellate, che testimoniano una inesorabile attitudine delle persone a concepire militarmente, con masse che si scontrano, ogni tipo di confronto, per quanto si dichiarino magari acerrimamente antimilitariste. La stessa deformazione che faceva sentire necessario definire a priori una azione comune, di massa, da parte dei nonviolenti.
Con un sopralluogo su meta' del confine della zona rossa fatto necessariamente il giorno prima della azioni, visto che prima tale confine era solo una riga su una cartina e non griglie in ferro attaccate ai muri, ho individuato due "punti deboli" (sul centinaio che ho visitato), in cui era possibile entrare senza doversi necessariamente scontrare con nessuno, in seguito a due errori di montaggio delle grate stesse, per di piu' in due punti che per tutto il tempo del G8 non sono stati presidiati. Sarebbero bastati due o tre GdA preparati, per un totale di non piu' di cinquanta persone, per fare una azione simbolica che avrebbe raggiunto lo scopo che altri non sarebbero mai riusciti a raggiungere, proprio per il loro approccio militare allo scontro, se non in seguito ad un accordo sottobanco con le polizie. Non avere neppure provato ad entrare in zona rossa, scegliendo di andare tutti a bloccare un varco che non interessava a nessuno essendo sostituibile tranquillamente da altri, ha significato rinunciare a dare credibilita' ad una modalita' di azione e farla rimanere ad una valutazione minimale, tale per cui le persone pensano che i nonviolenti fanno "al massimo un sit-in".
Pensate se venerdi', intanto che le tute bianche assieme a Carlo Giuliani stavano avvicinandosi alla morte, si fosse diffusa la notizia che cinquanta nonviolenti, con l'intelligenza e non con lo scontro, per quanto prevalentemente simulato come quello preannunciato dalla tute bianche, erano riusciti a violare (e uso apposta questa parola che ha la stessa radice di violenza) la zona rossa magari andandosi a rinchiudere nella Cattedrale (30 metri da uno dei "punti deboli") la quale, essendo extraterritoriale, non poteva essere, almeno teoricamente, violata dalle polizie. Invece, anche tra i GdA, si e' continuato a pensare per "luoghi comuni", per deja vu, levandosi dai piedi chi proponeva qualcosa di "strano" e "pazzo" anche se non piu' "pericoloso" di altre azioni.
E adesso siamo a piangere un ragazzo che aveva bisogno di concretezza. Carlo Giuliani e' stato tradito dai teorici della nonviolenza che non hanno saputo convincerlo che la nonviolenza affronta la vita senza paura, ora, e non solo quando tutti saranno nonviolenti. Un suo compagno di scuola mi diceva che Carlo era rappresentante di istituto, sempre disponibile, impegnato animo e cuore per cercare di aiutare anche i suoi compagni a trovare le risposte alle domande che i giovani si pongono. Nessuno lo ha mai detto (per pudore o forse per vergogna) ma Carlo e' stato obiettore di coscienza presso Amnesty International. Non era uno qualunque, un "perduto", ma un ragazzo che probabilmente ha anche avuto una formazione alla nonviolenza, a cui la nonviolenza non ha saputo dare risposte se non asettiche, eteree, lontane dalla quotidianita' dei conflitti che la societa' scaraventa addosso a tutti noi.
Una serie di luoghi comuni, belle parole che non sapevano dare risposte alle questioni della vita di tutti i giorni. E la incapacita' di affrontare le cose senza ricorrere ai luoghi comuni ha impedito al politburo dei "portavoce" del GSF di trovare, come avevo proposto nuovamente inascoltato, una alternativa tra il corteo e il "tutti a casa". Se annullare la manifestazione, come fece Gandhi, poteva forse essere la scelta giusta nel caso fosse stato ucciso un carabiniere, non si doveva accettare che per fare smettere le proteste bastasse "ammazzarne uno", ma non si doveva neppure fare finta di niente, come se la morte di una persona non fosse qualcosa di cosi' grave da richiedere un cambiamento adeguato alla atrocita', qualsiasi fosse stato il ruolo di chi era morto, black block, carabiniere o nonviolento. E invece le uniche alternative prese in considerazioni sono state tra fare il corteo o non fare niente mettendo nuovamente a rischio la vita di migliaia di persone senza un motivo valido.
Ultima considerazione. Non mi sono messo ad elencare tutte le cose che avevo gia' detto e scritto prima che avvenisse la carneficina e che si sono realizzate, perfino peggio di come le avevo previste, nonostante fossero state ritenute trascurabili o folli e da non tenere in considerazione, spesso solo per la paura di dover tenere in considerazione cose difficili da gestire. Le ho dette senza pretendere che fossero prese in considerazione, e forse in questo ho sbagliato, convinto che tutte le idee devono maturare e diventare parte del pensare degli altri, che le idee mutuate da altri si seccano presto.
Anche se forse non serve dire "io l'avevo detto", puo' essere utile per il futuro provare ad ascoltarci di piu' tutti. In passato i "saggi" della noviolenza sono riusciti a bloccare lo sviluppo di campagne imponendo la loro visione, adesso i giovani snobbano e deridono le osservazioni di chi ha un po' piu' di esperienza. Forse sarebbe meglio trovare una via di mezzo, cercando di capire le ragioni vicendevoli e rispondendo non per assoluti ma sul merito dei punti, magari con un po' di attenzione in piu' per chi in passato ha detto cose che si sono rivelate vere.
Ci sarebbero un sacco di altre cose da dire, ma penso che non mancheranno le occasioni per confrontarsi. Se invece non ci saranno, sarebbe inutile perdere tempo adesso a parlare di cose che probabilmente non avrebbero nessuno interessato ad ascoltarle.
Dal cuore e dalla testa.


21 LUGLIO 2001, NON SOLO GENOVA


di Massimiliano Pilati

Sabato 21 luglio ore 16.00 in piazza Re Enzo a Bologna si sono date appuntamento 400 persone per manifestare contro i G8. La manifestazione
indetta dal nodo bolognese della rete di Lilliput (ma ideata e lanciata in primis dai nonviolenti torinesi) è stata pensata come una marcia
nonviolenta, in fila indiana, sotto i portici. E' stato chiesto ai manifestanti di non gridare slogan, di non cantare e di manifestare il proprio dissenso unicamente presentandosi all'appuntamento con dei cartelloni sandwich recanti messaggi semplici e chiari. Scopo dichiarato della manifestazione nonviolenta (organizzata e indetta con diversi giorni di anticipo) quello di riuscire a raggiungere il maggior numero di persone e soprattutto dopo i gravi fatti del venerdì nero di Genova, ricucire lo strappo con la società civile. La grande fila indiana ha girato le vie del centro ordinatamente e sotto i portici, per far sentire la nostra presenza solo un lungo e interminabile battimano a scandire il nostro essere in strada in maniera alternativa e forse anche per richiamare simbolicamente l'orrendo ritmo scandito dai cellerini coi manganelli contro i loro scudi sentito alle tante radioline presenti alla marcia e collegate con radio
gap. Unico neo della manifestazione è stata una incomprensione finale con dei manifestanti che hanno deciso di continuare con un blocco stradale,
scelta per noi errata in quel contesto.
Fin qui uno scarno riassunto di quanto accaduto a Bologna quel giorno. Chi scrive queste righe faceva parte di quello sparuto gruppo di persone che teorizzavano il fatto che Genova dovesse restare vuota, che l'unicovero dissenso possibile contro un potere che militarizza una città per far incontrare quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti fosse quello di lasciarli soli assieme alle migliaia di poliziotti pronti a difenderli. Ora che in molti, dopo Genova, ripensano allo stare in piazza in modo diverso mi sento di riproporre quella esperienza a tutti quanti.
Credo che nel ripensamento generale all'interno del movimento vada seriamente presa in considerazione la possibilità di abbandonare la rincorsa dei vertici del "Potere", uscire cioè dalla subalternità degli spazi e dei tempi di manifestazione imposti dai potenti, che ci portano a scendere in piazza dove e quando vogliono loro. Penso che centinaia e migliaia di manifestazioni organizzate all'unisono in tutta Italia con le stesse modalità e con le stessa pratiche possano essere una bellissima risposta a chi pensa che esistiamo solo in funzione delle date dei vertici.
Se si vuole essere un movimento serio e con una nostra agenda politica dobbiamo riuscire a fare questo. Altro passo che dobbiamo riuscire a fare
oltre al dove stare in piazza è il come starci. Penso sinceramente che rispondere con violenza alle provocazioni delle forze dell'ordine sia fare
un grande piacere al "Potere" che ha così la bellissima occasione di reprimerci e di screditarci agli occhi della società civile come violenti e teppisti. Se crediamo veramente che "un mondo diverso è possibile" dobbiamo anche riuscire a trovare un modo diverso di manifestare il nostro dissenso.
Credo che solo la scelta della nonviolenza ci permetta di ottenere questo.
Quello della marcia nonviolenta di Bologna è solo un piccolo esempio, tra l'altro organizzato per una trentina di persone e quindi impreparato alla
presenza di centinaia di persone. L'effetto che si voleva creare era quello di 30-40 persone con i rispettivi cartelli e in fila indiana sotto i portici; c'erano invece 400 persone, non tutte ben informate sulla nostra strana forma di marcia e la maggior parte delle quali sprovvista di cartello e quindi si è perso l'effetto scenico voluto. Ripeto questo è solo un piccolo esempio e neanche il migliore, ma penso che trovandoci tutti assieme e discutendone un po' si possano trovare delle bellissime forme alternative di stare in piazza, forme che già in passato molti hanno praticato e che spaziano da moderate marce e sit-in fino alle più radicali azioni dirette nonviolente. Per fare questo dobbiamo però mettere nella nostra agenda degli impegni una seria formazione teorica pratica al metodo nonviolento.
Concludendo, penso che questa strategia lillipuaziana e nonviolenta possa consentire, se attuata con preparazione, organizzazione e consapevolezza
del come stare in strada di portare efficacemente le nostre tematiche sui nostri territori, di poter comunicare a viso aperto con i nostri concittadini e quindi di poter allargare il consenso nei nostri confronti e di diminuire quello verso le strutture di "Potere" e di repressione.

Massimiliano Pilati - del Movimento Nonviolento e del nodo bolognese della rete Lilliput.



I fatti di Genova e le ragioni della nonviolenza

di Bruno Antonio

E' difficile scrivere circa i fatti di Genova dopo gli attentati alle torri gemelle, come se la polvere terribile alzata a New York ricadesse fin qui, e rendesse ogni visuale più opaca.
Una scelta di fatto già in essere, ma che essere matura ed efficace, ha bisogno di molto affinamento e approfondimento.
Vogliamo argomentare questa affermazione, partendo dalla nostra esperienza dentro il movimento di contestazione del G8 di Genova.
Sentiamo tuttavia il dovere ancora di farlo, di continuare un discorso non ancora concluso, di contribuire a elaborare un'esperienza cruciale per così tanti di noi.
Nelle giornate di luglio la nonviolenza e' diventata parola d'ordine di un movimento (di una maggioritaria parte di esso) molto vasto e una pratica attuata da migliaia di persone: migliaia di persone hanno fatto Nonviolenza: quando sono state caricate dalla polizia nel grande, pacifico corteo del sabato e non ha opposto violenza alla violenza che scatenata brutalmente contro di loro.
Parte dei Gruppi di Affinità per l'Azione Diretta Nonviolenta (GdA) ha realizzato venerdì 20, per alcune ore, il blocco del varco pedonale e stradale di piazza Portello, ottenendo un indubbio successo "tecnico", minimizzando la tensione, evitando le infiltrazioni e le provocazioni (requisendo, tra l'altro, un bastone a una persona immediatamente volatilizzatasi).
Altri GdA hanno sostenuto il blocco con un'azione di protezione: all'arrivo dei 'Black' in Piazza Manin si sono frapposti per impedire loro di disturbare il blocco a Portello.
Azione che un reparto di carabinieri ha, nei fatti, dimostrato di non gradire caricando i nonviolenti e continuando ad 'accompagnare' a distanza l'opera di distruzione dei 'neri'.
Molti, a Boccadasse, hanno preferito testimoniare la loro opposizione alle politiche dei 'grandi' della terra con il digiuno, la meditazione, la preghiera.
Altre (in prima fila, quante le donne!) hanno manifestato senza violenza davanti alle reti, nonostante la presenza inquietante dei reparti antisommossa, che invece quasi mai sono rimasti inattivi.
Ma tutto questo non basta.
Dopo i fatti di Genova, dunque - e ancor di più alla luce sinistra di quanto successo negli USA - sempre più la nonviolenza si impone come scelta irrinunciabile per tutto il movimento, e non solo per parte di esso.

· Perché è "un modo di agire che implica un modo di essere" La NV ha bisogno di motivazioni che vadano oltre la contingenza; solo comunicando e confrontandosi sui valori che ognuno di noi ha potremo costruire una NV solida. Siamo consapevoli che ci debba essere continuità tra i comportamenti quotidiani, le scelte concrete ed individuali ed i percorsi politici. La dialettica tra contenuti e mobilitazioni non è problematica in un ottica dove i contenuti sono (dovrebbero essere) pratica di ogni giorno e la mobilitazione armonizza i mezzi coi fini, e si fa contenuto in sé, nelle sue stesse modalità di realizzazione.

· Perché quando la mobilitazione è contenuto, cioè prassi coerente con quanto afferma come valore, la comunicazione con l'opinione pubblica è facilitata, ispira maggiore simpatia e fiducia, rende più difficoltosa la strumentalizzazione ed il travisamento dei messaggi.

· Perché gli scontri di piazza che hanno oscurato i contenuti nel fumo dei lacrimogeni, - qualcuno ha visto in tv immagini dalla più grande manifestazione genovese del dopoguerra, nella sua parte non aggredita ?
Qualcuno ha sentito parlare del public forum, oltre agli addetti ?- e meglio ancora nel sangue: la violenza è spettacolo, come insegna la fiction. Così passa in primo piano, ed il resto - quello che conta, le ragioni - nell'ombra.

· Perchè abbiamo sperimentato che la nonviolenza non impedisce la repressione, ma sa sottrarsi all'escalation, ai meccanismi mimetici, e non concede pretesti. Non disperde il consenso sociale, lo accresce ( quello che il movimento ha perso in consenso con le stupide devastazioni dei black blocker, veri e presunti, lo ha recuperato con le aggressioni subite da tanti: amareggia per chi è stato picchiato, ferito per strada, colpito nel sonno, per chi è stato torturato in caserma: ma dà un senso al loro dolore).

Solo sottrarsi ad essa senza esitazioni, senza cade nell'illusione di poterla controllare a livelli 'accettabili' o anche semplicemente simbolici consente di rendere più difficoltosa la risposta repressiva e violenta e di mantenere l'integrità delle proprie posizioni, anche quando aggrediti.
E' per questo che parte del movimento aveva scelto di attuare un blocco esterno alla zona rossa, in quanto giudicava che altre opzioni, come quella di violare (simbolicamente) la zona rossa, potessero innescare meccanismi di tensione incontrollabili da parte del movimento e ben utilizzati dal Potere.
Rimane il rammarico di non essere riusciti a convincere tutto il movimento verso un'azione (il blocco) che avrebbe potuto, se attuata con maggiore convinzione e per un arco di tempo piu' sostenuto, disturbare lo svolgimento del summit con maggiore efficacia. E allora abbiamo visto gli 'inflessibili' spiazzati dalle spranghe dei 'black block' e i 'disobbedienti' aggrediti a freddo da reparti di carabinieri durante il percorso concordato con la questura e coinvolti, differentemente dalle intenzioni iniziali, in una escalation tragica, fino agli spari.

Questo perché il rifiuto integrale della violenza permette di controllare l'innesco dell'escalation.
Il Potere ha bisogno del confronto militare.
Lo auspica specie quando fingono di temerlo, mentre fa di tutto perché avvenga - lo incoraggia, lo provoca.
Ne ha bisogno perché così puo' giocare sul terreno da lui scelto, dove e' più forte. Sarà anche, come ha detto qualcuno, un problema di testosterone dei giovani maschi: ma di sicuro tutti noi subiamo una fascinazione molto forte della violenza, dalla quale in pochi si sanno liberare davvero (più le donne degli uomini).
Le giornate di Genova ci insegnano che non è possibile "graduare" il confronto basato sulla forza, dato che il gioco è tra due schieramenti e la mossa di ciascuno è risposta a quella dell'altro, non si può decidere prima alcunché, ma solo ribattere colpo su colpo: o il rifiuto è a priori, totale e senza esitazioni, oppure si deve mettere in conto che non si sarà più in grado di rispettare dei limiti, se l'avversario vuole portarmi al di là.

· Perchè la nonviolenza richiede la partecipazione di tutti ai processi decisionali, e l'alto livello di consapevolezza impedisce sconfinamenti e derive. Quando i livelli di partecipazione e consapevolezza sono alti, anche le infiltrazioni non sono impossibili, ma più problematiche.

C'e' ancora molto da fare per affermare la NV come proposizione positiva di una societa' diversa e non fermarsi al, pur necessario, momento di contrasto della guerra e della violenza.

In quei terribili e bellissimi giorni abbiamo capito che la nonviolenza non va confusa, con la moderazione: è invece una teoria - e una prassi - assai radicale. E' azione, è comunicazione. E' forza (Gandhi sostituì alla parola tradizionale sanscrita "a-himsa", letteralmente "non-violenza" il suo concetto di "satyagraha", che suona più o meno come "forza della verità").
La nonviolenza non la si improvvisa, è ricerca, è sperimentazione: è un percorso di crescita, dove le tappe intermedie permettono quelle avanzate.
Abbiamo voluto 'sporcarci le mani' nel movimento per far crescere la nonviolenza dentro il movimento, cercando un confronto non facile, accettando contaminazioni, scelte anche parziali, ma in progress, facendoci interpellare da chi rivendica la radicalità di fronte al nostro moderatismo. Di questo rivendichiamo la positività, i risultati raggiunti, le contraddizioni.
E l'esperienza personale non la può sostituire alcun dotto discorso.
Esperienze fatte da tante, tante persone, che chiedono oggi pratiche compatibili coi loro principi, e allo stesso tempo efficaci, e lo chiedono perché hanno visto, sentito, partecipato, scoperto con stupore o con rabbia, sulla loro pelle e sui loro corpi spesso feriti che cosa è potuto può accadere.
La nonviolenza non può rimanere patrimonio di pochi.
Il movimento è forte perché invece raccoglie la partecipazione di tante, tante persone. E non può lasciarle, come a Genova, senza strumenti per affermare le loro ragioni anche con forza, ma con la forza della ragione.
E' soprattutto capacità di accettare il conflitto, riconoscerne i termini, affrontarlo e porre le basi per risolverlo.
E' disponibilità a pagarne il prezzo. La nonviolenza è la forza della ragione, e delle ragioni.
Perché di ragioni ne abbiamo da vendere, e dobbiamo riuscire a farle valere.
Vogliamo continuare a cogliere la sfida di continuare a coniugare proposte e proteste, quotidiano e lunga scadenza, locale e globale.
A maggior ragione dopo gli attentati di New York.

LUCA MORO e ANTONIO BRUNO della Rete Contro G8 per la Globalizzazione dei Diritti

I GIOTTTINI COME BIN LADEN?

di Enrico Peyretti

Ho capito bene? Berlusconi a Berlino - GR1 delle 13 di oggi mercoledì 26 - ha insinuato una "strana coincidenza" tra i contestatori dei G8, che "colpevolizzano l'Occidente dall'interno" criticando il mondo ricco, e i terroristi mondiali. Insomma, la quinta colonna del famoso Bin Laden.
Sì, ho capito bene, perché ho riascoltato le sue parole al GR3 delle 13,45. Questo minaccioso terrorismo-anti-terrorismo dice tutta la qualità dell'uomo, che è a livello degli "inconvenienti" (che sarebbero la fame nel mondo e le terribili diseguaglianze tra i popoli) di cui parlò a Genova pochi minuti dopo la morte di Carlo Giuliani.
Allora, noi diciamo a Berlusconi: la critica non è un crimine, ma un contributo, mentre il crimine dei terroristi non è una critica, ma una imitazione delle gravi violenze strutturali che ci sono nel mondo, causa di ben più vaste stragi taciute e occultate, non visibili come l'attacco alle torri di New York.
Poi Berlusconi si è detto certo della "superiorità della nostra civiltà".
Quale? Quella della ricchezza e del consumo debordante come obiettivo di vita? Oppure quella dell'umanesimo, della tolleranza positiva che stima i valori delle altre civiltà, quella del primato della cultura e della politica sull'economia, quella dei diritti umani di tutti, che escludono schiavitù, sfruttamento, diseguaglianze offensive? Quale dei due volti dell'Occidente egli vanta?
La certezza della propria superiorità e il rifiuto della critica sono una forma di totalitarismo - noi abbiamo tutto ! - che è una dichiarazione di guerra culturale.
Allora, noi diciamo ancora a Berlusconi: abbiamo sofferto forse più di lui le stragi negli Usa e soffriamo certamente più di lui l'ipotesi di una guerra che non sarà "chirurgica" ma fomentatrice di nuovo odio, dolore, distruzione, pericolo.
Infatti, noi nonviolenti, alla scuola di Gandhi, Capitini, Luther King, Badshah Khan (il Gandhi musulmano), e delle reali esperienze storiche ispirate da loro, escludiamo dall'orizzonte umano tanto la violenza diretta - come le stragi di stato (la guerra) e le stragi del terrorismo privato - quanto la violenza strutturale (il dominio economico) e la violenza culturale (civiltà superbe e arroganti).
Il dialogo tra tutti gli stati, i popoli, le civiltà, le religioni è l'unica via d'uscita, per togliere pretesti e manodopera disperata ai manovratori di terroristi, chiunque essi siano, per qualunque obiettivo.
Odiare non si deve, mai. E neppure farsi odiare.
La guerra è impotenza, incapacità politica, somma incivilltà, scimmiottatura senza alcuna creatività, scorciatoia stolta, semplificazione assurda di nodi molto complessi, cecità folle e disastrosa, sommo crimine. E' sempre ingiusta, mai risolutiva.

Enrico Peyretti

Cosa c'entrano i “teppisti” con la nonviolenza ?

Li chiamano “popolo di Seattle”, e pensano a manifestanti con caschi e scudi che sfasciano le vetrine dei McDonald's. E così ci si prepara alla manifestazione di luglio a Genova in occasione del vertice G8 come ad uno scontro epocale tra forze dell'ordine e giovani antiglobalizzazione.
Io rifiuto questo scenario. Ma non basta auspicare una manifestazione pacifica, perché essa si realizzi. Purtroppo è vero che c'è chi sguazza nel fango ed è già in orgasmo da scontro con la polizia. Bisogna dire la verità e distinguere le cose.
Il movimento per un'economia nonviolenta ha bisogno di chiarezza. La nostra, appunto, deve essere una proposta assolutamente limpida, nonviolenta: nella strategia, negli obiettivi, nella tattica, nel linguaggio, nelle alleanze. Il Movimento Nonviolento, che fa parte della Rete di Lilliput, lavora quotidianamente, da anni, per elaborare e praticare un'economia di giustizia, con le tante proposte emerse anche dal Giubileo degli Oppressi, guidato da Padre Alex Zanotelli al palazzetto dello sport di Verona nel settembre 2000. Le grandi manifestazioni di piazza (pacifiche e dialoganti con l'opinione pubblica) sono per noi solo un momento, e certo il meno importante, di un cammino per una società migliore.
I violenti, gli sfascia-vetrine, i cercatori di scontri con la polizia, gli sprangatori, sono lontani e diversi da noi quanto i padroni di capitali anonimi, gli sfruttatori di terre altrui, gli scienziati manipolatori di geni, gli schiavisti del lavoro minorile. I violenti non fanno parte del movimento, non sono interlocutori. Sono fuori e diversi da noi. Anzi, sono avversari temibili, in quanto sono coloro che più direttamente (e volutamente) danneggiano il movimento stesso. I loro vandalismi vanno denunciati all'autorità giudiziaria e non ci può essere riconoscimento politico per dei teppisti: deve essere inequivocabile che loro sono altro da noi. Il dialogo preferiamo cercarlo con i vertici e i responsabili dell'economia statale, perché è ad essi che rivolgiamo le nostre proposte alternative.
Qualcuno ha le idee confuse e pensa di allargare così tanto i confini del movimento antiglobalizzazione, da metterci dentro preti e delinquenti, nonviolenti e sprangatori…. Da questi innesti transgenici non può venire nulla di buono (chi mescolerebbe l'Unicef con i pedofili?).
Gli amici della nonviolenza prendono fin d'ora le distanze da chi aspetta Genova come occasione di scontro fisico con il nuovo governo di centro destra.
Di chi sto parlando? Ma di loro, dei “ragazzi” che vengono alle manifestazioni con i caschi, i passamontagna, le spranghe e dei loro “capi” che organizzano gli scontri con la polizia.
C'è un'intervista illuminante (pubblicata su Il Giornale del 16.5.2001) rilasciata dal portavoce dei Centri Sociali del Nord Est, Luca Casarini, padovano, 34 anni, professione-non-si-sa; prevede scontri, danni, conflitti, tensioni, provocazioni, per impedire il vertice dei G8 di Genova (ne riporto alcuni passaggi, ma consiglio la lettura integrale).

“…A Genova saremo in 100mila per impedire il vertice G8…sono convintissimo che a Genova assisteremo a un qualcosa che non vedevamo in Italia da almeno 15 anni, sia a livello di partecipazione che di conflitto. Il protagonismo di piazza sarà clamoroso…un movimento che si oppone non solo testimoniando, ma proprio confliggendo con questi vertici…Aspettate solo qualche giorno e vedrete di cosa saremo capaci…metteremo alla prova il ministero dell'interno di destra…sarà l'apoteosiil livello di scontro sarà molto più alto per ragioni soggettive di stato d'animo e anche perché la polizia governata da un ministro dell'interno di destra sceglierà politicamente di chiudere qualsiasi spazio…questo atteggiamento provocherà oggettivamente una crescita di tensione e reazione… mi auguro solo che sia il meno dannoso possibile per noi…”.


I nonviolenti, al contrario, non andranno a Genova per impedire il vertice dei G8, ma con veglie, digiuni, incontri festosi, musica e convegni, presenteranno ai governi e ai popoli la difficile strada per il cambiamento verso un'economia nonviolenta (quella che Gandhi definiva come “semplicità, povertà e lentezza volontaria”).

Mao Valpiana
Movimento Nonviolento
Verona, 25 maggio 2001



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